Le coop ora ritornano alla carica: “21 sono pochi, rivogliamo 35 euro” Posta in arrivo x

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Ci sarebbero importanti pressioni per riavere gli stessi fondi dell’era pre Salvini e ripristinare una spesa di 35 Euro giornaliera per migrante: ecco perché l’accoglienza potrebbe tornare ad essere un business

In vista dell’offensiva politica sull’immigrazione volta a cancellare buona parte delle norme volute da Salvini, negli ambienti del governo giallorosso si inizia a pensare a come ridare “fiato” al settore dell’accoglienza.

La diminuzione degli sbarchi tra il 2018 ed il 2019, nonché la diminuzione della spesa per migrante da 35 a 21 – 26 Euro decretata durante il governo Conte I, ha creato un netto ridimensionamento nel business dell’accoglienza. Molti centri sono stati chiusi, molte strutture “declassate”, molti bandi delle prefetture sono andati deserti.

In poche parole, le società e le cooperative che tra il 2014 ed il 2017, anni di maggior emergenza sul fronte migratorio, hanno lavorato nell’ambito dell’accoglienza, oggi non vedono più questo settore come redditizio.

Ed allora, ecco che la maggioranza giallorossa vuole correre ai ripari. In questi primi mesi di governo Conte II, sul fronte migratorio l’esecutivo si è mosso navigando a vista e non esaltando troppo la discontinuità rispetto all’era Salvini. Anche perché, sotto il profilo meramente elettorale, con le regionali in Umbria ed Emilia alle porte questo poteva significare effetti ancor più deleteri.

Ma in caso di successo in Emilia del Pd, allora sono già pronte diverse iniziative volte a demolire le norme volute dalla Lega nell’ambito del governo Conte I. Dalla cancellazione dei decreti sicurezza, passando per lo Ius Culturae, da giorno 27 potrebbero essere tante le offensive in tal senso.

E si sta intervenendo, come detto, anche sul settore dell’accoglienza. Così come scritto nei giorni scorsi sul Giornale da Antonella Aldrighetti, dal Viminale è partito uno studio volto a rintracciare quelli che possono essere gli standard sui costi dell’accoglienza. Uno studio peraltro assegnato, come rivelato dall’articolo sopra accennato, ad una Rti (Raggruppamento Temporaneo di Imprese) vicina ad ambienti del Pd per un importo di quasi tre milioni di Euro.

Un modo, è il sospetto di molti, per poter ufficializzare il fatto che per l’accoglienza 21 Euro al giorno da parte del governo sono pochi ed è invece necessario riportare la spesa a 35 Euro giornaliere, come avveniva fino al 2018. Ripristinare la situazione antecedente alla riforma voluta da Salvini, significherebbe permettere di far intravedere più ampi margini di guadagno a chi riuscirà ad aggiudicarsi i futuri appalti.

Perché, in fin dei conti, era forse soprattutto questo il problema relativo al disinteresse su molte nuove o vecchie strutture rimaste senza gestori. Senza margini di profitto si è diventati improvvisamente meno buoni e meno dediti a lezioni di umanità. La macchina dunque, secondo la volontà politica dell’attuale maggioranza, deve essere rimessa in moto.

E nel frattempo, molti fondi si stanno ricominciando a spendere sul fronte della ristrutturazione e dell’adeguamento di alcune delle più importanti strutture. A Lampedusa ad esempio sono in corsi lavori di recupero di alcune parti del locale hotspot, per un importo di quasi un milione e mezzo di Euro. Qui il ministro Lamorgese ha intenzione di andare oltre, predisponendo un progetto di ampliamento della struttura in grado di avere al suo interno più degli attuali 96 posti letto.

Il quadro è dunque chiaro: l’accoglienza, secondo l’attuale maggioranza, deve tornare ad essere un affare.

Da http://www.ilgiornale.it/news/politica/piano-governo-sullimmigrazione-laccoglienza-torna-ad-essere-1813894.html

La Toga, la Cupola e gli italiani

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Ma davvero vi aspettavate che la Corte costituzionale desse il via libera al referendum promosso dalla Lega? Ma in che mondo vivete, conoscete le biografie dei giudici costituzionali, chi li ha voluti lì, e più in generale conoscete le leggi inesorabili del potere, il loro reciproco sostegno? E la stessa cosa vale per la decisione della Cassazione in merito alla questione Carola Rackete; pensavate davvero che accadesse il contrario?

Per anni siamo stati abituati a considerare chi è al potere come la Casta. È tempo di fare un salto di qualità e considerare che il potere è oggi piuttosto la Cupola. La casta riguardava solo i privilegi, la Cupola è un assetto di potere interdipendente e non espugnabile in modo fortuito. La cupola è una struttura sovrastante che non accetta né immissioni di estranei, né circolazione delle classi dirigenti, né il minimo cedimento dei suoi assetti consolidati. I suoi metodi e i suoi scopi sono finalizzati alla pura conservazione del potere, allo scambio di favori tra poteri, all’associazione di scopo finalizzata al reciproco sostegno. Quello che il popolino al sud sintetizzava nella formula “mantienimi-che-ti-mantengo”, ossia uno regge l’altro ed ambedue impediscono l’accesso di estranei, outsider. La Cupola regge su un patto implicito, ma forte come il patto di sangue tra le cosche. E l’avversario è declassato al rango di nemico dell’umanità e dunque ogni mezzo è lecito per farlo fuori, o come scrive la Repubblica, per cancellarlo. Che si tratti d’intenzioni mafiose perseguite in modo incruento, nulla toglie al suo carattere puramente antidemocratico e antipopolare e al prevalere della conservazione del potere su ogni altra considerazione di giustizia, equità, rispetto. E l’idea che questo paese debba varare l’ennesima legge elettorale aggiustata sugli interessi del momento delle maggioranze parlamentari del momento, rende ancora più miserabile il ruolo della cupola. L’unica speranza è che anche questa volta la legge elettorale concepita per utilità di chi governa, cicero pro domo mea, si ritorca contro gli stessi partiti della Cupola. Resta che il ritorno al proporzionale sia un passo indietro sul piano della governabilità del paese.

Più in generale la vedo dura, la prospettiva che abbiamo davanti. Potete pensare finché volete che il governo abbia basi fragili e fradice, vedete pure traballare ogni giorno la loro intesa ed evidenziate pure tutte le contraddizioni del mondo in seno all’alleanza di potere. Ma nessuna Cupola al mondo decide di sciogliersi, lasciare il passo o rimettersi al verdetto popolare. Quindi questa permanente attesa del voto spazzatutto, dell’ordalia elettorale come giudizio divino – vox populi vox dei – è destinata a rimanere frustrata. La legge elementare dell’autoconservazione del potere, il puro criterio di sopravvivenza e la ferrea legge dell’oligarchia come già la chiamava Roberto Michels più di un secolo fa, rende impensabile ogni apertura di crisi. Non la vuole Sergio Mattarella, non la vuole la Corte Costituzionale, non la vuole il governo e i due più due partiti che lo sorreggono, con relativo sciame di parlamentari; magari non la vuole neanche una fetta di opposizione che teme di non tornare più in parlamento (settori di Forza Italia). Non la vuole l’Eurocupola, il Vescovado Bellaciao, il sistema dei media, i poteri “occulti”…

Quindi meglio non rinviare sempre tutto al momento glorioso del voto-verità; cercate di capire cosa fare nel frattempo e come prepararsi alla sfida, piuttosto che sperare che tutto si risolva col giudizio universale del voto. Certo, non si possono mai escludere imprevedibili colpi di testa e di scena, risse, defezioni e rovesci di fronte; ma non si può confidare sull’eccezione, bisogna fare i conti con la norma. E allora basta a tirare la corda sul voto e spostare continuamente l’aspettativa degli italiani in avanti, di votazione in votazione, di regione in regione, di sondaggio in sondaggio. Si deve intanto fare qualcosa per crescere, per dotarsi di una risposta politica convincente che non può esaurirsi nell’efficacia mediatica di due battute o nel vittimismo certificato e reiterato di vari episodi, con l’invocazione finale: ma la pacchia sta per finire, avete le ore contate.

No, qui non sta per finire un bel niente. Tre nullità come Conte, Zingaretti e Di Maio, il triangolo delle bermude dove sparisce ogni dignità e funzione politica, sono intrecciate e pur detestandosi hanno una sola priorità che li lega fino alla morte: campare, tirare a campare ad ogni costo. Perché se la giostra si ferma, loro dovranno scendere, non c’è verso.

In questa situazione, all’opposizione toccherebbe cominciare a lavorare per costruire il suo governo, il suo programma, la sua proposta politica, comunicando i punti di divergenza rispetto all’attuale conduzione. Dovrebbe lavorare a selezionare idee forti, candidati giusti e non scelti a vanvera, come ce ne sono alcuni in giro anche a livello amministrativo; alleanze interne e internazionali su cui puntare al momento opportuno, che non sarà probabilmente domani. Ad avere una strategia politica, si dovrebbe mettere a frutto il tempo che resta prima di tornare alle elezioni.

Piacerebbe molto agli italiani vedere il fervore operoso di un’officina al lavoro. Sarebbe segno di serietà, di affidabilità e riuscirebbe a trasmettere fiducia e aspettativa nella gente, molto più motivata del mantra “stanno cadendo ora arriviamo noi”, che non corrispondendo propriamente alla realtà rischia di tradursi in un boomerang di delusioni.

Perché in quel modo ci si mostra davvero forza di governo, pronta a guidare il paese, con uomini e temi qualificati, e non solo forza di opposizione, pronta ad attaccare la Cupola, il polpo e i suoi tentacoli.

MV, La Verità 19 gennaio 2020

 

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/la-toga-la-cupola-e-gli-italiani/

Protezione dalle radiazioni

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di Matteo Orlando per www.agerecontra.it

Recenti pronunce giudiziarie che, in qualche modo, riconoscono qualche
nesso di causa-effetto tra tumore al nervo acustico (o al cervello) e
l’utilizzo degli smartphone, ha riacceso il dibattito massmediatico
sugli effetti delle onde elettromagnetiche sulla salute umana.
Tuttavia i dati a disposizione al momento, e la posizione delle
autorità che si sono espresse sul tema, dipingono un quadro
contraddittorio, perché mancano risposte scientifiche certe.
L’Ufficio Federale Tedesco per la protezione dalle radiazioni
periodicamente pubblica una classifica degli smartphone che emettono
più radiazioni. L’ente tedesco ha misurato, pur con certi limiti, il
Sar (che in italiano sta per “tasso di assorbimento specifico”) dei
telefoni di quindici tra le principali compagnie.
Il tasso di assorbimento specifico è la percentuale di energia
elettromagnetica che il corpo umano assorbe quando è esposto
all’azione di un campo elettromagnetico a radiofrequenza. Si misura in
watt su chilogrammo: più è alto, più vuol dire che il telefono emette
radiazioni.
Infatti, tutti i cellulari emettono radiazioni elettromagnetiche
(nelle radiofrequenze 800-2600 MHz). La quantità di radiazioni
assorbite dal corpo è misurata in Specific Absorption Rate (Sar) ed è
espressa in watt per chilo. Questa unità di grandezza misura la
quantità di radiazioni assorbite e le traduce nel rischio di effetto
termico al quale il corpo è esposto.
Dall’indagine è emerso che i telefoni migliori appartengono alla
coreana Samsung e alla finlandese Nokia, che hanno sul mercato molti
smartphone a basso Sar, tutti ampiamente sotto la soglia di 0,60.
Non ci sono gli smartphone della Apple invece nella top 15 dei
migliori cellulari in quanto a radiazioni. Tre dei primi cinque
smartphone a basso Sar sono Samsung Galaxy Note, smartphone con lo
schermo grande oltre i 6 pollici. Ma al primo posto si è classificata
la cinese Zte che ha un tasso di assorbimento specifico di 0,17 W/kg.
Ci sono anche un Honor (che è della Huawei) e un Lg nella classifica
dei telefoni meno radioattivi.
Gli smartphone che emettono più radiazioni riguardano compagnie molto
pubblicizzate o che stanno scalando il mercato rapidamente. I tre
smartphone in testa alla classifica dei più radioattivi sono tutti
dell’azienda cinese cinese Xiaomi. Secondo il Bundesamt für
Strahlenschutz il peggior smartphone sul mercato tedesco a livello di
radiazioni è lo Xiaomi Mi A1. Il suo tasso di assorbimento specifico è
di 1,75 watt al chilogrammo, il triplo della soglia di 0,6 W/kg, sotto
la quale l’istituto tedesco dà al cellulare una certificazione per il
rispetto dell’ambiente (per garantire la sicurezza degli utenti
l’Unione Europea ha, invece, fissato a 2 W/kg il limite massimo
consentito per le emissioni dei cellulari per evitare qualsiasi
effetto termico).
Scorrendo la classifica dei peggiori si trovano anche due iPhone: il 7
e l’8 (1,39 e 1,32 di Sar). Dei quindici telefoni con maggior tasso di
assorbimento specifico, quasi la metà (7) sono cinesi.
Secondo Altroconsumo i cellulari emettono onde a diretto contatto con
la testa. Per evitare danni biologici basterebbe seguire piccole
regole. Intanto usare gli auricolari, perché il solo allontanare il
cellulare di qualche centimetro dalla testa riduce di molto il livello
di esposizione.
Poi la rivista consiglia di fare telefonate brevi, soprattutto quando
la linea è disturbata e il telefono è costretto a lavorare a piena
potenza (come accade quando si è in ascensore o treno).
Se è bene tenere i bambini alla larga dagli smartphone, lo stesso si
potrebbe dire della testa degli adulti quando si compone il numero,
visto che è il momento in cui lo smartphone funziona alla massima
potenza.
Il quadro che emerge dagli studi condotti finora è contradditorio. Ma
questo non esclude problemi. Come per altre sostanze cancerogene, come
per esempio il tabacco o l’amianto, possono passare decine di anni tra
l’esposizione alla sostanza e il manifestarsi di un tumore. I
telefonini sono tra noi in modo così massiccio solo da 15-20 anni e i
tumori cerebrali hanno lunghi periodi di latenza (anche fino a 30
anni). Se un rischio significativo esiste, dunque, sarà pienamente
visibile solo tra qualche anno. Nel frattempo si potrebbe cominciare a
seguire le indicazioni che abbiamo scritto su. Inoltre, è anche vero
che oggi passiamo molte ore al telefonino, per digitare messaggi di
testo, per navigare in rete o giocare, e lo teniamo prevalentemente
tra le mani (e, dunque, lontano dalle orecchie). Spesso le telefonate
vengono sostituite dai messaggi vocali ed è per questo che, rispetto
al passato, gli smartphone vengono più spesso accostati alla bocca che
non alle orecchie. Forse potrebbe essere più rischiosa la tecnologia
del 5G, ma in molti invitano ad evitare facili allarmismi, anche
perché di studi condotti in materia finora c’è poca traccia.

Spagna, il governo delle sinistre vuole nove milioni di immigrati

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Sarebbero “necessari nei prossimi tre decenni per mantenere il livello del mercato del lavoro”. La replica del leader di Vox, Santiago Abascal: “Arrivano da Paesi dove maltrattano e lapidano donne”

In Spagna un ministro del neo governo rosso-viola, guidato da Pedro Sanchez, ha chiesto di accogliere nei prossimi anni 8-9 milioni di immigrati.

Secondo José Luis Escrivá Belmonte, il 59enne ministro per la Sicurezza sociale, inclusione e migranti, la Spagna deve attrarre “milioni e milioni di immigrati”, lavoratori stranieri che sarebbero “necessari nei prossimi tre decenni per mantenere il livello del mercato del lavoro”. Per Escrivá, in carica dal 13 gennaio, solo così si eviterà la “giapponesizzazione” dell’economia spagnola ma, ha aggiunto, “dovremo spiegarlo alla società”.

José Luis Escrivá, un economista indipendente indicato dal Psoe, uno dei partiti della coalizione di sinistra al governo – insieme a Podemos, al Partit dels Socialistes de Catalunya e alla sinistra radicale di Izquierda Unida – ha affrontato l’argomento nel corso di un forum ministeriale sulla migrazione e l’integrazione, curato dall’Ocse e tenutosi a Parigi, durante il quale ha incontrato governanti del Canada (la viceministro all’immigrazione Catrina Tapley), della Costa Rica (la viceministro al lavoro e alla previdenza sociale Natalia Álvarez), della Svezia (la ministro all’Occupazione Eva Nordmark) e la commissaria agli affari interni della commissione Von der Leyen, la svedese Ylva Johannsson.

Secondo l’economista-ministro Escrivá, la Spagna non può permettersi l’accettazione passiva dell’invecchiamento demografico, come fatto dal Giappone, senza l’adozione di misure che aprano all’immigrazione o a politiche di promozione della nascita. Alla domanda se ciò non implica un rischio di squilibrio per il mercato del lavoro stesso, Escrivà ha risposto che dipende dall’orizzonte che verrà considerato. “Ciò che è necessaria è una prospettiva a medio termine e una pedagogia adeguata”, mentre a breve termine la cosa più importante nella politica di immigrazione, secondo Escrivá, è “cooperare con i paesi di origine”.

Ad Escrivá, che ha lavorato a lungo presso la Banca di Spagna e, in Europa, da consulente, ha partecipato in prima persona al processo di integrazione monetaria(arrivando a ricoprire la carica di capo della divisione politica monetaria della Banca centrale europea), ha risposto immediatamente Santiago Abascal, il leader del partito di destra Vox.

Su Twitter il quarantatreenne Abascal ha scritto: “mi chiedo quanto sia compatibile portare ‘milioni e milioni’ di immigrati da paesi in cui le donne vengono maltrattate e lapidate, con la sinistra che pontifica sugli spagnoli dicendo: ‘se un uomo non riceve educazione femminista dall’infanzia è un potenziale stupratore’”.

Il leader di Vox, che più volte ha spiegato di volere difendere il patrimonio cattolicospagnolo dal laicismo, era stato critico contro il governo Sanchez 2 già nel corso del suo intervento in occasione della sessione di investitura del nuovo governo. La preoccupazione di Abascal, ma anche di una parte dei vescovi cattolici, e del Partito Popolare di Pablo Casado Blanco, è legata alle probabili prossime aperture del governo delle sinistre spagnole a numerose modifiche che apriranno ulteriormente le maglie dell’aborto, del suicidio assistito e dell’eutanasia, della fecondazione artificiale e dell’adozione per le coppie dello stesso sesso e per i single, del riconoscimento dei diritti “umani” agli animali, e dell’accettazione integrale delle “agende” del femminismo radicale, dei gruppi Lgbtq+ (che premono per la diffusione dell’ideologia gender nelle scuole) e dei “potentati” che anche in Spagna condizionano l’economia.

Da http://www.ilgiornale.it/news/mondo/spagna-governo-delle-sinistre-vuole-8-9-milioni-immigrati-1813553.html

I DISEREDATI DELLA GUERRA MENTALE

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di ROBERTO PECCHIOLI

Il nostro è il tempo dei diseredati. Padri che non vogliono più essere padri, figli che non sono tali e rifiutano di diventare padri. Si è interrotta la catena di trasmissione. La terza guerra “mentale” ha prodotto una generazione di diseredati. Eredità dissipate dai padri, rigettate dai figli, in nome del “brave new world”, l’ammirevole Mondo Nuovo descritto da Aldous Huxley. Il mondo occidentale è sottosopra e non è affatto vero che abbia cancellato il mondo di ieri senza sostituirlo. Lo ha fatto: ha semplicemente, puramente rovesciato i fattori. Le nostre mamme rivoltavano i cappotti per farli durare di più, la modernità ha invertito tutto il resto. Il bene di ieri è il male di oggi e viceversa. Semiramide, la regina egizia, è il suo simbolo, una dissoluta che chiamò legge i suoi comodi. Libito fé licito in sua legge, dice il padre Dante, ex padre, nel mondo nuovo di orfani e diseredati.

I poeti e gli artisti comprendono più di ogni altro: Chesterton scrisse nei primi decenni del Novecento che la civiltà in (de)costruzione è piena di virtù cristiane diventate vizi. Infatti Sodoma e Gomorra sono diventati modelli e il loro peccato, secondo i neo teologi alla cannabis, fu quello di non essere “inclusivi”. Quello di oggi non solo è il mondo migliore possibile, ma l’unico: non c’è alternativa. Abbiamo un nuovo Vangelo, il principio di piacere, e un nuovo linguaggio obbligatorio, il politicamente corretto. Anzi no, dovremmo chiamarlo linguaggio inclusivo: in Spagna, il nuovo governo iper progressista ne farà presto un obbligo di legge. Un “corporate standard” in grande stile, pubblicato sula gazzetta ufficiale, il modo di esprimersi diventa norma positiva, trasgredire la quale espone a conseguenze penali.

La libertà ritorta nel suo contrario: una guerra mentale. E che dire della trasgressione, divenuta un lavoro, un duro obbligo postmoderno. E’ l’astuzia suprema dei padroni delle nostre menti, farci credere che droga, alcol, scatenamento dei sensi, piacere, “divertimento”, consumo- di merci, di persone, di noi stessi-  siano un sintomo di anticonformismo. I forzati della trasgressione sono i sudditi migliori nell’impero dei padroni universali, Figli di nessuno, maratoneti del piacere e del divertimento, non possiamo, non dobbiamo, programmaticamente, lasciare altro che polvere dietro di noi. L’eredità è dissipata, dopo di noi il diluvio, come per Luigi XV di Francia.

San Paolo, fondatore del cristianesimo “culturale”, la pensava diversamente. Lui, ebreo colto romanizzato, proclamò nella Lettera ai Galati qualcosa che ha retto per due millenni. Tu, uomo, hai un padre, Abbà. E se sei figlio, sei anche erede. Si riferiva a Dio, ma costruiva i pilastri di una visione del mondo. Tramontata, il mondo è sottosopra. Chissà perché non siamo diventati più felici, appagati, finalmente adulti, veri uomini, in attesa di transitare nell’oltre umano, oltre la pretesa di Nietzsche, il transumanesimo, l’ibridazione uomo macchina che tanto intriga gli ultimi uomini, che strizzano l’occhio e affermano di aver inventato la felicità fondandola su una triste tabula rasa.

Un osservatore di grande spessore, Jean Baudrillard, scrisse che la vera apocalisse non è la fine materiale del mondo, ma la sua unificazione forzata, ovvero il mondialismo, il simulacro perfetto, nel suo particolare lessico; il delitto perfetto. Negano che sia la fine, lo chiamano nuovo inizio, ma il dramma è che ci crediamo. Un’illusione diretta da “remoto”, una Matrix simile a quella del film dei fratelli Wachowski. Il progredito occidentale, in nome del suo marmoreo nichilismo, chiama fondamentaliste le altre culture per distogliere la mente dal suo fondamentalismo, quello della dissoluzione ribattezzata liberazione, emancipazione, lumi.  Combatte una specie di jihad mediatica, l’integralismo democratico, dolce, sottile, infettivo, quello del consenso, dell’umanitarismo sentimentale, dei diritti dell’uomo, della retorica melensa dell’antiretorica.

E’ un sentimento altrettanto feroce, negli esiti e nelle pretese, delle vecchie religioni tribali. Muta solo l’estensione, che vuole planetaria. Quel che non gli somiglia diventa Male Assoluto, il che rimanda a un modo di pensare “arcaico”, per usare il suo linguaggio. Abbiamo parlato di guerra mentale, giacché il suprematismo” soave” dell’Occidente laico, democratico, libertario, libertino vince perché è ancora erede. Erede di una superiorità tecnica e militare attraverso cui ha diffuso i suoi principi con una mano sul fucile e l’altra sulla dichiarazione dei diritti dell’uomo. Bomba atomica e tolleranza, democrazia, mercato e manipolazione delle coscienze. Guerra mentale e, all’occorrenza, la buona vecchia guerra materiale, che ha l’innegabile vantaggio di ammazzare i dissenzienti e rendere necessaria la ricostruzione successiva, pagabile a strozzo.

I diseredati, intanto, vengono sospinti sempre più in basso. Il loro dovere è consumare; non è necessario, anzi è controindicato, che “sappiano”. Basta una conoscenza strumentale, l’addestramento ai compiti a cui sono destinati. A che servono, dunque, le parole? Orwell spiegò che non solo il potere “possiede” parole e significati, ma ha ogni interesse a restringere il nostro vocabolario personale. Impresa tanto più facile in un tempo nel quale prevale l’immagine sulle altre fonti di conoscenza. Nessun approfondimento, mentre si dissecca la sorgente delle parole. Dario Fo, per spiegare la lotta di classe in chiave marxista, utilizzò una metafora azzeccata: il padrone conosce mille parole, l’operaio solo trecento. Per questo è il padrone. E’ la verità. Non per caso impoveriscono l’idioma comune, ridotto ai monosillabi, agli acronimi, agli emoticon della messaggeria telefonica, imbastardiscono le lingue, riducendo il numero dei termini di uso corrente.

Le statistiche sono impietose: anche persone che passano per istruite, in possesso di titoli accademici, non usano che poche centinaia di parole (vietato dire “lemmi”…) la capacità di comprendere, riassumere e spiegare testi di media complessità è drammaticamente bassa. Siamo tutt’al più in grado di comprendere, con l’aiuto delle immagini e dei pittogrammi, le istruzioni di montaggio dell’Ikea e di utilizzo dei più semplici apparati informatici. Non parliamo di eseguire calcoli matematici, segno non solo di scarsa concentrazione e padronanza della materia, ma di incapacità di pensiero astratto.

La gente legge sempre meno, le librerie chiudono in massa, sostituite da profumerie, bar e locali che dispensano “cibo di strada”, lo street food spazzatura. Il libro elettronico non ha affatto sostituito la vecchia, cara, carta stampata. La conseguenza è chiara: una generazione che non ha ereditato neppure la lettura, in grado solo di digitare sulla tastiera per ricevere immagini, testi ridotti al minimo, didascalie descritte in linguaggio elementare. La postmodernità ha raggiunto il suo vero mentore, il gran maestro dei “buoni” selvaggi, l’orribile Jean Jacques Rousseau. Ecco che cosa sosteneva il ginevrino nell’Emilio, il cui sottotitolo è – o dell’educazione-.  “La lettura è la piaga dell’infanzia. Odio i libri. Insegnano solo a parlare di ciò che si sa… Non voglio che sia musicista, né commediante, né che scriva libri. Ho chiuso tutti i libri. “

Quest’analfabetismo ha sempre avuto adepti. An-alfa-beta significa, letteralmente, persona priva di due parole di seguito da unire. L’analfabetismo della scrittura si coniuga spesso con quello del pensiero, una grande fortuna per i governanti.

Un pensatore come Roland Barthes, che al tempo dei mezzi di comunicazione sociale declasseremmo ad influencer, scrisse parole durissime contro la scrittura, dunque contro la lettura e, in definitiva, la cultura. Il linguaggio è una legislazione. Ogni lingua è una classificazione, e ogni classificazione è oppressiva. La lingua è semplicemente fascista. Lo scrisse in un libro dallo sbalorditivo titolo “Il piacere del testo”.

Sarebbero asserzioni comiche, da avanspettacolo di periferia, delle quali ridere davanti a un buon bicchiere, invece Rousseau che Barthes sono venerati maestri. Hanno lavorato in molti alla cultura del male ed hanno conseguito lo scopo: disperdere l’eredità e vincere la guerra mentale per conto dei padroni che sostenevano di combattere. Rousseau ha convinto una parte rilevante dell’Europa culturale dell’esistenza del buon selvaggio, il bimbo e l’incolto rovinati dalla sedicente civiltà. Una menzogna divenuta principio, creduta per coazione a ripetere. Un capopopolo del Sessantotto riconvertito in politico e pensatore progressista, Daniel Cohn Bendit, è riuscito ad affermare qualcosa di ancora più ridicolo: “oggi la battaglia importante è, in primo luogo e soprattutto quella che va diretta contro l’ossessione ortografica”

Al potere non è andata la fantasia, ma l’ignoranza, mascherata da ossessione antiautoritaria, giacché l’ortografia è un complesso di regole. Ma è contro le regole che è stata dichiarata e vinta la guerra dell’ultimo mezzo secolo; hanno trionfato nella vita quotidiana, nei valori civili, nella dispersione di ogni eredità culturale. Hanno perduto, drammaticamente, nel confronto con i burattinai, le oligarchie del denaro e della tecnologia, che ignoranti non sono affatto e conoscono, non mille, come i padroni di Dario Fo, ma diecimila parole, mentre impongono l’afasia a noi sudditi.  Un giovane filosofo francese, François Xavier Bellamy, scrive nel libro I diseredati, perché è urgente trasmettere la cultura, parole molto assennate sul nichilismo profondo di cui Rousseau, Barthes, Cohn Bendit e troppi altri sono portatori insani: “la loro logica è quella di una violenza massima, pensata in maniera molto primaria, elementare, una legge del taglione ridotta alla massima approssimazione.”

Dei due termini scaturiti dalla parola latina liber, libero e libro, hanno amputato la seconda per enfatizzare un modo distorto la prima. Libertà diventa rozzezza, ignoranza, sotto le vesti dell’autenticità, dell’immediatezza, del selvaggio né buono né cattivo, semplicemente – e felicemente- ignorante, nel senso primario; colui che non sa e, quel che è peggio, non si pone più domande, per l’impossibilità di trovare le parole per articolarle, innanzitutto a se stesso. Senza eredità, senza parole, sconfitto nella guerra mentale sferrata contro di lui. I sapienti hanno decretato che la lingua è fascista, la storia sciovinista, la letteratura sessista, la geografia etnocentrica e le scienze dogmatiche. Stranamente, non capiscono perché i loro allievi siano diventati degli zombie, selvaggi con telefonino incorporato.

L’esito è che non si studia più nulla per i motivi esposti. Nuove ragioni ci dovrebbero spingere a studiare ed amare il greco antico. Come spiegare che in tempi in cui tutto è impreciso, indefinito, liquido, potrebbe aiutarci il tempo verbale aoristo. Aoristo significa indefinito, il che lo oppone a tutti gli altri tempi definiti; mentre gli altri tempi definiscono l’azione del verbo nel senso della sua durata, del suo principio o del suo punto d’arrivo (presente e perfetto) o nel senso del presente e del passato, l’aoristo esprime l’azione pura e semplice; è il tempo narrativo e gnomico. Gnothi seautòn, conosci te stesso, la celebre massima di Socrate, tramontata con il declino della filosofia, è resa in greco con l’aoristo. Attraverso il presente Socrate avrebbe inteso una conoscenza pura e semplice, non lo svolgersi e l’importanza dell’atto del conoscere.

Parole, trucioli del passato. Nulla, dinanzi a Facebook, alla potenza assertiva di “mi piace”, “non mi piace” o al significato proattivo del postare giudizi su ciò che si ignora, immortalare un piatto di spaghetti o affidare al ciberspazio un selfie con il Colosseo come sfondo, anzi “location”. In tedesco, pensare (denken) è simile a ringraziare (danken). Forse per questo è la lingua della filosofia. In spagnolo, nel gergo comune, si è generalizzato un verbo senza significato, “molar”, che deriva dal dente destinato a frantumare il cibo, che ha sostituito, nel frasario idiomatico, termini dalle sfumature tanto diverse come amare, piacere, stimare, ammirare e simili. “Me mola”, mi va a genio, al dente, somiglia tanto al generico, ma travolgente “like” delle reti sociali.  In italiano, siamo afflitti dalla dittatura del verbo “fare”, dal sostantivo “cosa” e da espressioni errate, sgrammaticate e prive di significato come “piuttosto che”, “quant’altro”, “detto questo”, oltre all’intramontabile “cioè”.

Ridotto all’osso il vocabolario, sfugge il pensiero. Non ci opporremo più al male per mancanza dei significanti per definirlo. Emetteremo grugniti affermativi o negativi, dimenticando che attribuire un nome a oggetti, sentimenti, luoghi, è considerato, nelle culture da cui proveniamo, esercizio decisivo, addirittura divino, l’attribuzione del soffio vitale. Negli Usa, dove sono avanti in tutto, specie nella regressione, nomi propri, sostantivi e termini tendono a diventare monosillabi. Pensiero ristretto, sincopato. Esseri umani non si vergognano di farsi chiamare con le iniziali: ricordate J.R. della serie televisiva Dallas, o O.J. Simpson? Non numeri, ma lettere: il sogno, o l’incubo americano.

Bellamy ci consola con una riflessione anacronistica: il rimedio alla povertà di ogni cultura è la cultura stessa. Sì, ma, senza parole, come capiremo, come ci esprimeremo, in che modo daremo forma a sentimenti, emozioni, dissensi? Va pensiero sull’ali dorate, va ti posa sui clivi, sui colli. Posati, pensiero, torna eredità, trasmetti, consegna, non tutto è web, non tutto è immagine o squittire della scimmia ammaestrata. Ci vogliono maestri. Un esempio riguarda il “sessismo”, considerato uno dei mali più tremendi, da estirpare con ogni mezzo. Inutili le lezioni grondanti retorica, gli interdetti e le giornate dedicate alla donna. Più utile, per diffondere rispetto verso il sesso femminile, conoscere la vita di Giovanna d’Arco, il suo processo, sapere il contributo di Marie Curie alla scienza o quello di Madame de La Fayette alla letteratura, l’inventrice del romanzo storico, o ancora apprezzare i dipinti di Artemisia Gentileschi.

All’inizio, citavamo Aldous Huxley e il suo Mondo Nuovo, la distopia in via di realizzazione. Sapete che cosa auspicava per l’umanità futura lo scrittore oligarca dell’impero britannico? Questa era la sua idea, da confrontare con la realtà del mondo contemporaneo diseredato. “La rivoluzione autenticamente rivoluzionaria, molto al di là della mera politica e dell’economia, è la rivoluzione degli uomini, delle donne e di bambini individuali, singoli, i cui corpi dovranno passare ad essere proprietà sessuale comune di tutti e le cui menti dovranno essere lavate da ogni pudore naturale e da ogni inibizione acquisita dalla civiltà tradizionale “. Selvaggi, né buoni né cattivi, un’umanità simile a Enkidu nella favola di Gilgamesh. Senza eredità, senza parole, senza mente per usare il libero arbitrio.

Nel Dio Thoth, romanzo di Massimo Fini, l’informazione si avvita su se stessa, parla di se stessa, megafono del nulla, quel poco di realtà che c’è ancora è ignorata dai media e quindi non esiste. Lo slogan di Teleworld: “fatto è la notizia e la notizia è il fatto”. Il protagonista vorrebbe leggere l’Amleto, ma l’opera è sepolta sotto un cumulo di “informazioni inerenti” che impediscono l’accesso. Così il bibliotecario gli fornisce una serie di DVD della rappresentazione teatrale, poi delle sintesi audio, alcuni saggi brevi sull’argomento, infine una riduzione all’osso della tragedia. Amleto ridotto ad abstract.

Il vecchio Hegel scriveva così, due secoli or sono: “il linguaggio in quanto articolato e sonoro è voce della coscienza per il fatto che ogni suono ha un significato, cioè in esso esiste un nome, l’idealità di una cosa esistente, l’immediato non-esistere di questa”. L’uomo postmoderno non comprende più, troppa fatica, meglio una citazione scelta da Wiki quote. Il testamento è stato strappato dagli eredi che hanno rifiutato il patrimonio

senza beneficio d’inventario.

Da https://www.maurizioblondet.it/i-diseredati-della-guerra-mentale/

I progressisti vanno a caccia di preti fascisti: altre vittime del politicamente corretto

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Dagli addosso al prete “nero”. Se un parroco non alza il pugno chiuso, non nasconde sotto la tonaca una bandiera rossa o arcobaleno, se non avversa Salvini e non fa cantare ai suoi parrocchiani Bella Ciao, allora diventa sospetto, puzza di olio di ricino oltreché di incenso e di sacrestia, e viene messo al bando. Se possibile va scomunicato o trasferito, o almeno sottoposto alla gogna mediatica. Anche se il vero sogno di lorsignori sarebbe quello di esporlo in Piazzale Loreto. È la sorte di tutti quei parroci che non si adeguano al vangelo bergogliano e provano a non unirsi al coro di chi celebra le magnifiche sorti e progressive di sardine e gretini vari. Ne sa qualcosa don Armando Bosani, parroco a Vanzaghello, in provincia di Milano, nonché responsabile di un giornalino parrocchiale, “Il Mantice”, che in modo deciso ma argomentato, prova a smontare tutti i nuovi totem della sinistra. Sulle pagine di questo settimanale si possono leggere espressioni colorite che hanno fatto storcere il naso a molti: le sardine vengono definite leniniste con tanto di vignetta “Falce e Sardine”; i gretini vengono giudicati nazisti per le «balle ecoterroristiche» che spargono; la Merkel viene accostata in modo provocatorio a Hitler, essendo ella leader di un’ Europa illiberale; le donne vengono invitate a baciare il loro «maschio bianco ed eterosessuale».
E ancora si osa mettere in discussione che i femminicidi siano un’ emergenza (fortunatamente non lo sono, è il sottinteso) perché «l’ allarme sulla violenza sulle donne non è un fatto statistico, ma isterico»; quindi ci si azzarda a ricordare che furono gli immigrati a distruggere l’ impero romano, e che l’ unica vera religione è quella cattolica (be’, se non lo pensa un parroco, sarebbe grave). Si possono condividere o meno il merito e i toni usati, ma perché indignarsi se, a rovescio, un giorno sì e l’ altro pure Salvini viene accusato di essere fascista, nazista e di ogni altra infamia? E no, i santini della sinistra non si possono toccare. E infatti subito intervengono a loro tutela i bodyguard del politicamente corretto, gli esponenti dem e i giornaloni tipo Repubblica, per prendere posizione e annunciare la loro ferma condanna. A Vanzaghello il Pd, con la segretaria metropolitana Silvia Roggiani, fa un appello affinché la stampa scomoda si autocensuri: «Chi fa informazione ha una responsabilità. E se qualcuno nel 2020 autorizza la diffusione di simili affermazioni è davvero allarmante. Chiedo a chi promuove e distribuisce questo giornalino di prendere le distanze dall’ ennesimo contenuto imbarazzante. Gli articoli sono un incitamento all’ odio». E poi invita i parroci, don Armando nella fattispecie, a riverire la santa «Costituzione antifascista». Che, per inciso, è la stessa che garantisce a tutti la libertà di stampa. Parimenti democratico è il quotidiano la Repubblica, lo stesso che due giorni fa titolava «Cancellare Salvini» e che tuttavia ha il coraggio di indignarsi per gli articoli altrui, accusando in modo gratuito il giornale parrocchiale di «omofobia, razzismo, antisemitismo». C’ è da arrabbiarsi, ma non da sorprendersi, perché le liste di proscrizione dei preti scomodi, a sinistra, le fanno ormai da tempo, mentre ai preti-compagni tutto è lecito. Per intendersi: un don Massimo Biancalani può far cantare impunemente Bella Ciao nella sua parrocchia, don Paolo Farinella a Genova può tranquillamente chiudere la chiesa il giorno di Natale per protesta contro Salvini, e il vescovo di Palermo può senza problemi trasformare Gesù in un Bambinello Nero.
Però guai a difendere il rosario o la croce: se un parroco come don Mirco Bianchi, parroco a Villamarina e Gatteo a Mare (Rimini), si azzarda a elogiare l’ uso pubblico dei simboli religiosi da parte del leader leghista, il plotone di esecuzione sui social gli dà del «cattofascista», dello «schifoso pretaccio» meritevole della «cura di piazzale Loreto»; e se un don Salvatore Picca, parroco nell’ Avellinese, prova a dire che Salvini «è l’ unico politico che segue il Vangelo», la stampa e i social lo massacrano, gli danno dell’ eretico per non aver seguito Papa Francesco, lo bollano come squadrista e naturalmente come razzista. E occhio a fare come don Ermanno Caccia, già direttore di “Notizie”, il settimanale della diocesi di Carpi: non appena si è permesso di scrivere che «la Lega è ormai il partito di riferimento di buona parte del mondo cattolico» e che il segretario del Carroccio è «uno di noi» perché «parla semplice e schietto», le proteste dei lettori e le pressioni dall’ alto lo hanno costretto a dimettersi dal giornale. Sempre in nome della libertà, s’ intende. Perché l’ unico vero Vangelo da seguire è il Sacro Verbo politicamente corretto.

di Gianluca Veneziani

Da https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13554255/don-armando-bosani-gretini-nazisti-sardine-falce-vanzaghello-rabbia-pd.amp

Spagna: Vox contro il gender

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L’EDITORIALE DEL VENERDÌ
di Matteo Orlando

 

In Spagna è scontro aperto tra Santiago Abascal, il leader del partito cattolico di destra Vox e il governo rosso-viola guidato da Pedro Sanchez, il più a sinistra della storia recente spagnola.
L’ultimo terreno di lotta è il cosiddetto “pin parental” voluto da Vox per contrastare il gender nelle scuole ed altre iniziative educative non ritenute adeguate alla tradizione spagnola.
Vox, durante le ultime elezioni, ha infatti insistito molto sulla proposta di vincolare l’approvazione dei bilanci cittadini nelle comunità alla possibilità, indirizzata ai direttori dei centri educativi, di riferire preventivamente, attraverso un’autorizzazione esplicita, su qualsiasi argomento, discorso, seminario o attività scolastica che possa influire su questioni morali socialmente controverse o sulla sessualità, che possano essere invadenti per la coscienza e l’intimità dei bambini, “in modo che i genitori possano analizzarli in anticipo”, ha affermato Abascal, per “riflettere su di essi e in base a ciò dare o meno il proprio consenso”.
La coerenza di Vox ha fatto scattare l’allarme da parte dei laicisti al governo e delle lobby che lo sostengono.
Dal ministero dell’istruzione hanno minacciato di ricorrere all’azione giudiziaria per bloccare qualsiasi iniziativa di “pin parental”, e per farlo dichiarare “illegale”.
Ma da Vox hanno dichiarato che faranno di tutto per difendere il “pin parental” a fronte “dell’evidente indottrinamento all’ideologia di genere a cui sono destinati i bambini spagnoli nei centri educativi, contro la volontà e contro i principi morali dei genitori, attraverso contenuti curriculari in materie, attività di esercitazione, seminari e lezioni basati sull’ideologia gender”.
Inutile sottolineare che i gruppi omosessualisti, tutti schierati a sinistra, hanno criticato Vox arrivando a sostenere che questa misura priverebbe “i minori del loro diritto di conoscere la realtà”.

Grillini in fuga, Senato in bilico

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Il gruppo M5s passa a 99 membri. E rischia di scendere ancora. I rosso-gialli così hanno 166 voti, solo 5 in più della maggioranza

All’inizio della legislatura, dopo il voto del 4 marzo 2018, i senatori del M5s erano 112. Oggi, dopo l’ultima defezione di Luigi Di Marzio, sono 99. Tredici in meno. Di questo passo, se l’esodo dovesse continuare, a rischiare seriamente sarà l’intera maggioranza. I rosso-gialli, infatti, che possono contare su 166 voti a Palazzo Madama, devono stare attenti a non scendere sotto la soglia di 161. Già oggi, però, Di Maio non può fare sogni tranquilli, perché tra i 166 senatori che sostengono il governo 6 di loro sono ex grillini passati al Misto. Bisogna comunque tener conto anche dei voti che possono arrivare in soccorso dai senatori a vita, almeno su tre di loro: Mario Monti, Elena Cattaneo e Liliana Segre.

Il problema in casa 5 Stelle ruota attorno alla figura del capo politico. I dissidenti sono sempre più insofferenti. Ormai i documenti con cui chiedono un passo indietro a Di Maio sono messi nero su bianco, senza paura di metterci la faccia in riunioni che un tempo venivano tenute segrete. I cosiddetti malpancisti, nei giorni scorsi sono usciti allo scoperto con il manifesto firmato da Emanuele Dessì, Primo Di Nicola e Mattia Crucioli, ai quali si sono aggiunti Gianni Marilotti, Cataldo Minnino e Giorgio Trizzino. C’è chi dice che sarebbero una ventina i grillini del gruppo di Palazzo Madama pronti a seguirli, anche se forse questo numero deve essere rivisto al ribasso. Alla riunione che si è tenuta mercoledì a Palazzo Valdina a Roma i partecipanti sarebbero stati diciotto. Erano presenti, tra gli altri, i senatori Mauro Coltorti, Giuseppe Auddino e i deputati Luigi Gallo (presidente della commissione Cultura vicino a Roberto Fico), Fabio Berardini, Elisa Siragusa e Jessica Costanzo…

Da https://www.iltempo.it/politica/2020/01/17/news/grillini-in-fuga-senato-in-bilico-1267565/

Scalfari ha intervistato se stesso con la collaborazione di Bergoglio

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Bergoglio si è dimostrato ancora una volta troppo generoso con Repubblica. Più che un’intervista è un dettato di media inferiore

Mettiamola così. “Francesco: io, Ratzinger e la Terra da salvare”. Ovvero l’intervista di Scalfari un po’ a se stesso, un po’ (se avanza qualcosa) al Papa, è come la “feroce rappresaglia” iraniana. Capito che Ratzinger e Bergoglio sul punto del celibato sacerdotale sono dello stesso partito, ed è ufficiale, come ha ricordato Andrea Tornielli sull’Osservatore Romano, Scalfari è corso a sparigliare con un «incontro col Papa» di narcisismo e super ego al di sopra di ogni grottesco.

Quanto al chiarimento di Tornielli davanti all’annuncio di un libro redatto a quattro mani, poi ridotto a due con l’apporto delle altre due, Francesco ha ribadito più volte la sua ferma convinzione sul celibato sacerdotale. Ancora nel gennaio 2019, il Papa ricordava ai giornalisti sul volo di rientro da Panama che «mi viene in mente quella frase di San Paolo VI: “Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge sul celibato”. Mi è venuta in mente e voglio dirla perché è una frase coraggiosa, in un momento più difficile di questo, 1968/1970. Personalmente, penso che il celibato sia un dono per la chiesa… Io non sono d’accordo di permettere il celibato opzionale, no». Più chiaro di così.

Resta il fatto che il libro del cardinal Sarah e di Benedetto XVI (pardon, il libro il cui autore è solo il cardinale Sarah, ma con il contributo, la collaborazione, gli scritti di Benedetto XVI) sembravano il missile destinato a coloro che pensavano di mettersi in tasca un Papa. E nel nome della modernità e del progresso, inventarsi l’acquisizione a disposizione canonica della vecchia solfa sessantottina del prete sposato di qua e, a seguire, la donna (sposata?) sacerdote di là. Sorvolando sulle varianti omo, saffiche, trans e quant’altre sfumature dell’arcobaleno, che per adesso vanno in scena solo al gran ballo di Natale nella cattedrale di Vienna.

Morale, per avvertire che la polemica è chiusa e che la “rappresaglia feroce” è all’iraniana, dopo due giorni di prelati arrampicatori di vetri insaponati e il ricarico di un povero Francesco M.Broglio tirato fuori dalla ghiacciaia per suggerire che adesso Ratzinger è un “antipapa” (addirittura!) e deve tacere (perbacco!) o ferisce le coscienze (poffarbacco!), hanno messo in pagina un’intervista che è come i due missili a distanza di 23 secondi tirati dai guardiani della rivoluzione a un povero aereo ucraino che se ne andava per i fatti suoi

Fuor di metafora, han tirato giù gli ultimi scampoli di una onorata carriera al servizio del giornalismo e gli ultimi spiccioli dei 100 miliardi di lire che Scalfari si era onestamente guadagnati vendendo le sue quote di Repubblica al patto di mantenere in testata quella dicitura parmenidea del Fundador dell’Etichetta.

Insomma, prendi il titolo cubitale di prima pagina “Francesco: io, Ratzinger e la Terra da salvare”. E fin qui, siamo d’accordo, Greta ci fa un baffo. Lo scecheri con il sottotitolo 1: “Preti sposati, dopo la solidarietà ricevuta da Benedetto il Pontefice ha archiviato la polemica”. E fin qui, ok, Tornielli dixit. Poi però trovi virgolettato come parola del Papa, sottotitolo 2, che «la Chiesa è obbligata a diventare più moderna: stare con i poveri e i deboli, non con i ricchi e i forti». E che, sottotitolo 3 e pure in neretto, «il Pianeta è minacciato, il clima deve essere la nostra prima emergenza». Perbacco, uno pensa, ma se il Papa ha detto sul serio queste cose è fantastico. Lo possiamo finalmente inviare al seguito di Greta e prenotargli una poltrona di nostro agente a L’Avana.

Poi leggi e capisci i due missili che hanno buttato giù l’ultima frontiera dell’informazione corretta e l’affidabilità di un giornale. Per Repubblica è il secondo incidente in due giorni. Prima vogliono “Cancellare Salvini”. Poi, addirittura il Papa. Riassumendo secondo il pensiero della dicitura parmenidea, il famoso “Io” scalfariano, quello che il Papa avrebbe detto ma non ha detto, né si trova nel virgolettato di un’intervista al barolo dove neanche si capisce quando parla Francesco e quando è invece l’intervistatore a esprimere a voce superiore riflessioni da terza media inferiore.

Detta in breve, papa Francesco si è dimostrato ancora una volta troppo generoso con Repubblica. Più che un’intervista è un dettato di media inferiore che merita 3 per lo svolgimento sconclusionato e surreale, roba da consigliare all’autore l’iscrizione a un istituto professionale per tubisti di serie B. Chissà perché si devono mettere in pagina certe cose quando non hai che da imparare da Dagospia. Che se non altro, per lo meno propone sofisticatissime conversazioni tra Siffredi e Felicitas.

Da https://www.tempi.it/scalfari-ha-intervistato-se-stesso-con-la-collaborazione-di-francesco/

 

 

“Pansa era un falsario”. Su Repubblica prosegue l’oltraggio del giornalista “amico dei fascisti”

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Roma, 16 gen – Le opere di Giampaolo Pansa sulla guerra civile e sui crimini commessi dai partigiani sono un “falso storico“. Ragion per cui è vergognoso che in occasione della recente scomparsa del giornalista e scrittore si sia levata una “corale opera di depistaggio” mossa dall’ipocrisia e dal fatto che “dei morti niente si dica se non il bene”. Ad infangare la memoria di Pansa e a criticare la stampa e la tv per aver osato parlarne bene è Tomaso Montanari, sul blog di MicroMega ospitato sul sito di Repubblica. In un articolo dal titolo “Pansa, la sconcertante santificazione di un falsario“, lo storico dell’arte fiorentino si sente investito solennemente dalla missione di dover contraddire “la canonizzazione” del giornalista che si è spento a Roma il 12 gennaio all’età di 84 anni. Sì, perché secondo il Montanari, che da anni imperversa sui giornali e in tv nella veste di intellettuale di sinistra di tendenza, Pansa è massimamente colpevole soprattutto per aver operato una “equiparazione sostanziale fascismo-antifascismo”, essendo così “uno dei responsabili culturali della deriva che conduce allo sdoganamento dello schieramento che va da Fratelli d’Italia alla Lega di Salvini, passando per CasaPound“. Sì, l’ha scritto sul serio. In un delirio tale che sarebbe estremo anche per il più fazioso dei faziosi. Ma questo è niente.

“I libri dal 2003 in poi sono un falso storico”

“Basterebbe questo a renderne la memoria esecrabile: almeno per chi crede davvero nei valori della nostra Costituzione”, chiosa l’autore. E invece, come se non bastasse, c’è chi osa celebrarne le doti di giornalista e scrittore, un po’ come si fece per la Fallaci, “che oggi sarebbe condannata per istigazione all’odio razziale”, sostiene convinto lo storico dell’arte. Ora veniamo al ridicolo impianto accusatorio secondo il quale uno dei più grandi giornalisti italiani – osannato anche dalla sinistra finché non ha iniziato a scrivere libri revisionisti – non merita di essere ricordato, men che mai celebrato. “I libri di Pansa dal 2003 (l’anno in cui esce il Sangue dei vinti) consistono in una continua, abile, suggestiva manipolazione dei fatti che mira a costruire, nella percezione del pubblico, un sostanziale falso storico. Pansa era stato uno storico: si era laureato in storia con uno dei migliori storici della Resistenza, e aveva praticato egli stesso la ricerca storica con ottimi risultati”, sostiene il Montanari. Peccato però che abbia cessato di essere attendibile come storico non appena “decise di ribaltare il tavolo e sostenere le tesi opposte a quelle in cui aveva sempre creduto – quando, cioè, decide di costruire l’apologia di chi uccise e morì per la Repubblica di Salò“.

“Né storico né giornalista”, dice. Da che pulpito, diciamo noi

Sono testi, i suoi, che non hanno nulla a che fare con la storiografia: ma nemmeno col giornalismo“, afferma convinto. Peccato però che lo stesso Montanari non sia né uno storico né un giornalista “certificato”. Infatti è un radical chic che si presta al giornalismo senza alcuna iscrizione all’ordine professionale. Ma noi sappiamo bene che una penna non si giudica dai “pezzi di carta”, ma da come scrive. Ci fa semplicemente specie che per attaccare Pansa utilizzi strumenti che gli si potrebbero ritorcere contro. Il Montanari infatti parla di “clamorosa distorsione della verità” nei libri revisionisti di Pansa quando lui stesso mente spudoratamenteaffermando che le nefandezze narrate nel cosiddetto “ciclo dei vinti” siano tutte inventate, perché non ci sarebbero documenti storici di quei crimini. Quindi a questo punto sarebbe inventato anche tutto quello che ha scritto Giorgio Pisanò nella sua “Storia della guerra civile in Italia(opera tributata dallo stesso Pansa per la sua minuziosa documentazione storiografica). Insomma, per il Montanari chi sostiene che i partigiani siano stati anche dei criminali è nemico della Costituzione.

Le solite accuse con l’aggravante della supponenza insopportabile

L’impianto accusatorio è sempre lo stesso, lo sappiamo. Ma stavolta c’è l’aggravante della supponenza, davvero insopportabile, e della faziosità di uno che vuole spacciarsi per depositario della verità perché docente universitario, accademico, studioso, critico d’arte, maitre à penser. Invece è un partigiano, che parteggia per chi nega i crimini da parte degli appartenenti alla cosiddetta resistenza. E oggi infanga la memoria di Pansa perché “reo” di aver osato negare la verità dei vincitori.

E ci fa pure la morale…

“La triste morale è che è inutile, ipocrita, e in ultima analisi intollerabile, inondarci di retorica sull’insegnamento della storia nelle scuole e difendere sdegnati la libertà di stampa e i giornali indipendenti, se poi è la nostra idea di giornalismo (e dunque di democrazia) a esser così gracile, ipocrita, superficiale”. Tutte belle parole, per carità. Peccato che il Montanari, che non è uno storico e non è un giornalista, le usi contro chi ha commemorato la morte di Pansa, rammaricandosi peraltro che – a parte il Manifesto – nessun giornale l’abbia attaccato come fa lui. Giudice dei miei stivali.

Adolfo Spezzaferro

Da https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/pansa-falsario-repubblica-oltraggio-giornalista-amico-fascisti-142663/

Il parco ‘Martiri delle Foibe’ sfregiato con ‘Fasci mer*a’. Vergogna a Udine

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Udine, 16 gen – Dobbiamo aspettarcelo: si avvicina il 10 febbraio, Giorno del ricordo, e già antifascisti e negazionisti dei massacri delle Foibe affilano le loro armi per sfregiare, negare, svilire il ricordo dei morti e degli esuli. E’ successo la scorsa notte a Udine, al parco “Martiri delle Foibe” di via Bertaldia, dove qualche spregevole vandalo – la collocazione politica è intuibile – ha cancellato la scritta sul cartello di denominazione dell’area verde e vi ha scritto “Fasci merda”. 

Un parco che non ha pace

Un parco, quello di Udine, tristemente noto per essere continuamente bersaglio delle manie talebane dei sedicenti nipotini dei partigiani: l’anno scorso, a febbraio, venne sfregiato il ceppo dedicato ad esuli con lo sradicamento di piante ornamentali e corone celebrative. Subito dopo, nel mese di marzo, sul muro frontale al parco comparve la scritta “Né vittime né martiri ma solo fascisti e spie”. Entrambe le denunce partirono dai militanti di CasaPound, diventati ormai i principali difensori del decoro dell’area. 

Ignoranza sconfinata

“L’atto vandalico compiuto nel corso della notte al Parco Martiri delle Foibe dimostra ancora una volta che la mancanza di conoscenza della storia e l’ignoranza che ne consegue sono un problema che è ancora lontano dall’essere estirpato”. Lo ha dichiarato a Triestecafé  il Sindaco di Udine Pietro Fontanini. “Evidentemente la chiarezza fatta negli ultimi anni sulla tragica pagina delle Foibe, dopo decenni in cui si è dato spazio solo ed esclusivamente a una storiografia di matrice ideologica e tesa alla mistificazione e al negazionismo di quanto accaduto, non è ancora sufficiente. Finché ci saranno studiosi e storici disposti a sacrificare la realtà dei fatti sull’altare dell’appartenenza politica, per esempio facendo passare l’idea che gli infoibati fossero tutti fascisti, non ci sarà memoria e qualche ignorante si sentirà legittimato a compiere gesti come quello di oggi”.

Il primo cittadino di Udine conclude così: “Nell’augurarmi che prima o poi si riescano a raggiungere equilibrio e serenità nell’interpretazione dei fatti avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale al confine orientale, non posso che esprimere la vicinanza mia e dell’Amministrazione che rappresento ai parenti di coloro che hanno trovato la morte nelle foibe, la cui memoria va difesa senza compromessi”, conclude Fontanini.

Cristina Gauri

Da https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/il-parco-martiri-delle-foibe-sfregiato-con-fasci-mera-vergogna-a-udine-142648/

Una giurista in prima linea per gli immigrati: ecco il nuovo sottosegretario del Papa

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Roma, 15 gen – “Ha svolto il suo servizio sempre nel settore multilaterale, soprattutto per quanto riguarda temi concernenti i migranti e i rifugiati, il diritto internazionale umanitario, le comunicazioni, il diritto internazionale privato, la condizione della donna, la proprietà intellettuale e il turismo”. Così Vatican News, il sito d’informazione della Santa Sede, presenta Francesca Di Giovanni, 66enne nuovo sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati del Vaticano. Palermitana, laureata in Giurisprudenza, da 27 anni lavora in Segreteria di Stato ed è in assoluto la prima donna (oltretutto laica) a ricoprire una tale posizione nella Chiesa.

Papa Francesco ha insomma deciso di affiancare una donna a monsignor Mirosław Wachowski, il quale nella Sezione per i Rapporti con gli Stati adesso si occuperà principalmente del settore della diplomazia bilaterale. Stiamo parlando di quello che potrebbe essere definito il “ministero degli Esteri” del Vaticano, dunque il ruolo assegnato alla Di Giovanni non è propriamente di scarso rilievo visto che adesso si occuperà in particolare dei rapporti multilaterali.

“In prima linea per i migranti”

La Di Giovanni è una focolarina che è stata definita una “giurista in prima linea per migranti e rifugiati”, è dunque un’esperta di un tema particolarmente caro a Bergoglio, la cui scelta non sembra quindi affatto casuale. A Vatican News, il nuovo sottosegretario del Papa ha spiegato in cosa consisterà il suo ruolo nel settore multilaterale: “In parole povere si può dire che tratta dei rapporti che riguardano le organizzazioni inter-governative a livello internazionale e comprende la rete dei trattati multilaterali, che sono importanti perché sanciscono la volontà politica degli Stati riguardo ai vari temi concernenti il bene comune internazionale: pensiamo allo sviluppo, all’ambiente, alla protezione delle vittime dei conflitti, alla condizione della donna, e così via”.

Il restyling della Chiesa voluto da Papa Francesco procede dunque spedito. L’immagine che si sta delineando sempre di più sembra infatti perfetta per il verbo politicamente corretto e la scelta di una laica, particolarmente attenta alla questione ambientale e ai diritti degli immigrati e delle donne in quest’ottica rasenta quasi la perfezione.

Eugenio Palazzini

Da https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/giurista-prima-linea-immigrati-nuova-sottosegretaria-papa-142583/

Le ruspe degli immigrati

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Le ruspe degli immigrati

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzaruspe
Comunicato n. 5/20 del 15 gennaio 2020, San Mauro
 
Le ruspe degli immigrati 
 
In Terra Santa i discendenti degli immigrati sionisti distruggono le abitazioni della popolazione locale (anche cristiana).
Nel 2019 record di demolizioni di case palestinesi a Gerusalemme est e nei Territori
 
Per gli attivisti di B’Tselem il governo israeliano ha abbattuto un numero “record” di abitazioni lo scorso anno. Dietro le demolizioni “misure punitive” e questioni legate ai “permessi di costruzione”. Migliaia di palestinesi, compresi i minorenni, sono rimasti senza casa. L’inasprimento delle politiche confermato anche da un rapporto Onu. 
 
Gerusalemme (AsiaNews) – Nel 2019 Israele ha demolito un numero “record” di abitazioni (palestinesi) a Gerusalemme est e anche il numero di case distrutte dagli stessi proprietari ha raggiunto un livello mai toccati prima. È quanto emerge da un rapporto, diffuso in questi giorni, dagli attivisti di B’Tselem, Ong israeliana che si batte contro l’occupazione nei territori palestinesi e protagonista in passato di scontri durissimi con il premier Benjamin Netanyahu. In aumento, afferma il documento, anche le case abbattute in tutta la Cisgiordania, sia per “questioni legate ai permessi di costruzione” che per “misure punitive”. 
Per i palestinesi Israele continua a usare il pretesto della sicurezza per abbattere abitazioni, espropriare terreni e perseguire la politica di espansione degli insediamenti lungo le strade che li collegano, impedendo di fatto la nascita di un futuro Stato unito. Essi sottolineano inoltre che la maggior parte degli edifici sorge in aree destinate al controllo dell’Autorità civile palestinese, in base agli accordi fra i due governi. 
Lo scorso anno Israele ha distrutto 265 strutture a Gerusalemme est. Secondo B’Tselem, le unità abitative andate distrutte sono 169 ed è il dato più alto dal 2004, quando l’ong ha iniziato a tenere il conto. Le demolizioni hanno lasciato senza casa 328 palestinesi, dei quali 182 erano minorenni. In 42 casi sono stati gli stessi proprietari a procede, per evitare di dover pagare i balzelli legati agli abbattimenti alla municipalità cittadina. 
A questi si aggiungono 96 strutture non abitative demolite, 13 delle quali dagli stessi proprietari.
“I palestinesi a Gerusalemme Est – spiano gli attivisti in una nota inviata ad AsiaNews – non hanno possibilità di scelta, se non costruire senza permessi quale diretta conseguenza delle politiche israeliane, che rendono di fatto impossibile il rilascio”. Israele “utilizza questa politica per perpetrare il proprio obiettivo di una maggioranza ebraica” nella città santa. E uno di questi modi, conclude la nota, è “rendere insostenibile la vita per i palestinesi residenti” con il proposito di “spingerli a lasciare le loro case, e almeno in apparenza per loro diretta volontà”. 
Dal 2004 al 2019 il comune di Gerusalemme ha demolito 978 unità abitative nel settore orientale, lasciando 3177 persone senza casa (1704 i minori). 
Per quanto concerne la Cisgiordania, Israele ha abbattuto 256 strutture. Di queste, almeno 106 erano  case. Un dato ben più elevato rispetto a quelli fatti registrare nel 2017 e nel 2018. Le demolizioni hanno lasciato 349 palestinesi senza casa, di cui 160 minori. Altre 150 strutture, non adibite ad abitazioni, sono state abbattute sempre lo scorso anno. 
Dal 2006, anno in cui l’ong ha iniziato l’attività di studio, ad oggi Israele ha raso al suolo circa 1525 unità abitative palestinesi in Cisgiordania, lasciando in mezzo a una strada 6660 persone di cui 3342 minori. A più riprese il governo israeliano ha promosso demolizioni e abbattimenti in comunità che rifiuta di riconoscere e che sono a rischio espulsione. Nello stesso periodo sono state cancellate 779 strutture non residenziali in Cisgiordania, fra le quali recinzioni, cisterne d’acqua, strade, depositi, strutture agricole, aziende ed edifici pubblici. 
L’inasprimento delle politiche repressive, confermato da un rapporto Onu che parla di un aumento del 45% rispetto al 2018, riguarda anche gli abbattimenti compiuti dai militari. Almeno 14 quelle cancellate dai soldati, frutto di “misure punitive” che hanno privato 36 persone (15 i minori) della loro casa. Lo scorso anno le abitazioni abbattute dai militari sono state nove; sette il precedente. 

Da http://www.centrostudifederici.org/le-ruspe-degli-immigrati/

Bacio omosessuale in un cartone americano per bambini

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Anche The Three Downstairs: Tales of Arcadia si aggiunge alla purtroppo ormai lunga lista di cartoni animati che ospitano personaggi e vicende omosessuali.

Un nuovo cartone animato dà spazio all’amore omosessuale: si chiama The Three Downstairs: Tales of Arcadia e viene trasmesso su Netflix nella sezione dedicata ai più piccoli.

A dare la notizia GospelPrime che offre brevi cenni sulla trama dell’episodio: temendo la distruzione dell’Arcadia High School ad opera di un meteorite, la giovane Shannon Longhannon teme di morire senza aver dato il primo bacio. È una ragazzina timida, introversa, sovrappeso, con gli occhiali; dando voce alle proprie paure viene avvicinata da una coetanea, anche lei vittima della medesima angoscia.

Così tra le due scattano dei baci che preludono probabilmente ad una futura storia d’amore, dal momento che la minaccia dell’asteroide viene detronizzata e la scuola è sana e salva.

Secondo il sito della CBR, l’episodio sarebbe frutto dell’interesse da parte della produzione di Guillermo del Toro & Co. verso la tematica dell’integrazione, sia per quanto riguarda l’argomento degli immigrati e dei rifugiati negli Stati Uniti ma anche per alcuni aspetti per cari alla comunità LGBTQ.

Da https://vocecontrocorrente.it/bacio-omosessuale-cartone-animato-bambini/

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