BAGNAI: ITALIA DEFRAUDATA PER SALVARE TEDESCHI E FRANCESI. Sapete che il M5s ha già votato SI al MES?

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Interessante intervento di un lungo intervento di Alberto Bagnai (che potete leggere per intero a questo link di Inriverente) nel quale ci si ricorda la truffa delle leggi bancarie europee, disegnate  per defraudare i risparmiatori italiani, e nel quale si pone anche in evidenza un aspetto interessante, ma poco conosciuto,  legato al MES.

Per quanto riguarda le banche come sono stati fregati, e continueranno  ad esserlo, gli italiani? Prima della crisi del debito del 2011/12 le banche tedesche e francesi erano state salvate da potenti iniezioni di capitali pubblici. Fu salvato tutto il sistema delle Sparkasse tedesche, oltre a 3 su 4 delle maggiori banche olandesi. Allora , dopo, , su protesta dei cittadini, si decise che le banche dovevano salvarsi coi soldi dei risparmiatori, come se cittadini e risparmiatori fossero due categorie separate e distinte. Bisognava fare un esperimento di questo straordinario modello di incapacità progettuale e chi ne ha fatto le spese? I risparmiatori di Etruria, Banca Marche e delle popolari venete che sono stati azzerati. Ora, visto l’esperimento, allora si pensa di tornare indietro, magari per salvare ancora le banche tedesche.

Tra l’altro dall’intervista veniamo a sapere una cosa interessante: con la risoluzione 100 del 29 luglio il Movimento 5 stelle, autorizzando ad utilizzare “Tutti gli strumenti già a disposizione dalla comunitù europea”, non solo ha autorizzato il SURE e la BEI, ma anche il MES, alla faccia di tutte le promesse fatte in passato.

Quale sarà il risultato di tutto questo? Che noi saremo bloccati dal SURE e  dal MES, mentre gli altri monetizzeranno i fondi del Recovery Fund. Buon ascolto !

Da

BAGNAI: ITALIA DEFRAUDATA PER SALVARE TEDESCHI E FRANCESI. Sapete che il M5s ha già votato SI al MES?

L’insegnamento di Agostino d’Ippona

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Oggi 28 agosto la Chiesa festeggia Sant’Agostino d’Ippona.

Io mi sono imbattuto in questo gigante del cristianesimo a sedici anni, quando nella calda estate del 1977 mi regalarono un libro su di lui. Da allora non me ne sono più staccato.

Le opere di Agostino, in realtà, continuano ad essere un’inesauribile miniera di saggezza e dottrina, cui oggi, peraltro, si può accedere anche attraverso un prezioso strumento: il sito web Augustinus.it.

Del grande vescovo africano quello che continua a stupire è l’incredibile attualità. La visione profetica e geniale del suo pensiero riesce ad illuminare anche la complessa realtà che oggi tocca vivere a noi contemporanei. Le opere di Agostino hanno qualcosa da dirci su tutto, dalla vita alla morte, dall’ambiente alla giustizia, dall’economia all’arte, dalla politica all’educazione, dalla cultura all’amicizia. Dopo millesettecento anni le sue parole mantengono una freschezza, una lucidità, una chiarezza e un’intelligenza difficilmente rinvenibili in altri pensatori lungo tutta la storia dell’umanità. Oggi davvero ci manca la luce di una simile mente.

Se fosse vivo a nostri giorni, Sant’Agostino potrebbe ricordarci evidenze oggettive che l’attuale società del pensiero debole non riesce più a cogliere, proprio perché – come lui stesso aveva profeticamente ammonito nelle Confessioni (III, 8, 16) – una società che abbandona l’«unus et verus creator et rector universitatis», ossia Dio fonte della vita, è destinata a smarrirsi completamente nell’illusione di una «falsa libertas», in cui, alla fine, non può che prevalere l’interesse particolare («amplius bonum proprium») sull’interesse universale («bonum omnium»).

Oggi il Santo Vescovo d’Ippona potrebbe ricordarci cose un tempo ovvie ed ora messe incredibilmente in discussione, come, ad esempio, il fatto che la famiglia sia una «particula civitatis», ovvero «la cellula della società e il suo principio» (De Civitate Dei, XIX 16). Potrebbe ricordarci che «prima itaque naturalis humanae societatis copula vir et uxor est», ovvero che «il primo naturale legame della società è quello tra uomo e donna (De bono coniugali, I, 1), e che «il matrimonio si chiamò così dalla radice etimologica mater»(Contra Faustum manichaeum, XIX 26). In tempi di grande confusione e ambiguità, Agostino oggi potrebbe ricordarci che «qui bene eruditi sunt in fide catholica», ossia quelli che sono bene eruditi nella fede cattolica sanno che «il matrimonio è da Dio, mentre il divorzio è dal diavolo» (In Evangelium Ioannis tractatus, IX, 2). Sempre e comunque.

Oggi Agostino, dall’alto della sua autorevole e indiscussa intelligenza, non avrebbe certo timore a proclamare la Verità per paura del giudizio umano. Sarebbe un esempio per tutti quei timidi chierici che balbettano o peggio tacciono per paura delle ritorsioni minacciate dai censori della dittatura del Pensiero Unico e dai sacerdoti pagani del Politically Correct.

No, oggi, tanto per fare un esempio, Sant’Agostino non avrebbe alcun timore a ripetere che «flagitia sodomitorum, quae sunt contra naturam, ubique ac semper detestanda atque punienda sunt», ovvero che «i vizi dei sodomiti, che sono contro natura, si devono detestare e punire dappertutto e sempre», e che «se pure tutti i popoli della terra li praticassero, la legge divina li coinvolgerebbe in una medesima condanna per il loro misfatto, poiché Dio non ha creato gli uomini per un tale uso di se stessi» (Confessiones III, 8, 15). E, in ogni caso, non si può mai mettere a rischio la società naturale attraverso la legge, «per la brama capricciosa del singolo, cittadino o straniero che sia». Anche in questo caso, non può prevalere l’interesse particolare (amplius bonum proprium) sull’interesse universale («bonum omnium»).

Oggi Sant’Agostino ci spronerebbe a lottare per la Verità contro la Menzogna, a non arrenderci di fronte al Male, a non cadere nella trappola degli angeli delle tenebre, a non scendere a compromessi col demonio, a non fare armistizi con Satana, a non cedere all’inganno di un “dialogo costruttivo” con Lucifero, e ci esorterebbe a fare tutto questo attraverso le riflessioni contenute in quel suo capolavoro intitolato Il combattimento cristiano. Ci ricorderebbe, infatti, che «corona victoriae non promittitur nisi certantibus», «la corona della vittoria non si promette se non a coloro che combattono», e alle anime belle che intendono “costruire ponti” con chicchessia, Agostino spiegherebbe che dobbiamo innanzitutto «conoscere quale sia questo avversario, vinto il quale, saremo incoronati» (De Agone Christiano, 1, 1). E ci metterebbe in guardia dal non abboccare all’amo del nemico, ammonendoci che «piscis gaudet quando hamum non videns, escam devorat», anche «il pesce è contento, quando, non vedendo l’amo, divora l’esca» (De Agone Christiano, 7, 8). Cominciamo, quindi, a chiamare le cose con il loro nome e a distinguere il bene dal male, la luce dalle tenebre, il dolce dall’amaro.

Solo riconoscendo il Nemico possiamo combatterlo.

Gianfranco Amato

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L’insegnamento di Agostino d’Ippona

L’avv. Amato: “L’Unione Europea delle consorterie massoniche è nemica dei popoli”

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“L’Unione Europea si è ormai ridotta a finanza e burocrazia. I vescovi dovrebbero sapere bene che l’Europa dei poteri forti e delle consorterie massoniche, l’Europa della lobby multinazionali, l’Europa della perniciosa ideologia del politically correct, l’Europa delle lobby omosessualiste, l’Europa del laicismo anticristiano, l’Europa del multiculturalismo scriteriato, l’Europa del ‘neutralismo valoriale’, è un’Europa nemica dei popoli”.

Lo dice in questa intervista Gianfranco Amato. Nativo di Varese, laureato in giurisprudenza presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Amato esercita la professione di avvocato dal 1988, ed opera attivamente nel campo della bioetica. Editorialista di Avvenire, collabora con Studia Moralia (rivista scientifica dell’Istituto Superiore di Teologia morale “Accademia Alfonsiana” incorporato nella Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense), e con la rivista “Orientamenti Pastorali” del COP Centro Orientamenti Pastorali. Collabora, altresì, con il quotidiano “La Croce”, con CulturaCattolica.it, con “La Nuova Bussola Quotidiana”, con la rivista “Il Timone”, ed altre testate giornalistiche cattoliche.

L’avvocato Gianfranco Amato è il presidente nazionale dell’organizzazione Giuristi per la Vita ed è stato uno degli organizzatori del Family Day. Componente del Comitato d’Indirizzo della Fondazione Novae Terrae, l’avvocato Amato è Cavaliere dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e Delegato della Delegazione di Grosseto dello stesso Ordine.

In ambito internazionale l’avv. Amato, rappresentante per l’Italia dell’organizzazione internazionale Advocates International, è membro e consulente legale dell’organizzazione britannica CORE Comment on Reproductive Ethics, con sede a Londra, per conto della quale coopera in diverse azioni legali intentante su tematiche bioetiche. Sempre a livello internazionale, collabora, come allied attorney, con l’organizzazione statunitense A.D.F. Alliance Defending Freedom, composta da avvocati che si occupano di temi inerenti alla libertà religiosa ed alla bioetica.

Avvocato Amato, parliamo di pandemia del coronavirus. Che idea si è fatto dal punto di vista sociale-sanitario?

“Non dovevamo certo aspettare il coronavirus e l’emergenza pandemica Covid-19 per capire quanto fosse precaria la vita su questa terra. Non occorreva, infatti, questo flagello planetario per farci comprendere che l’esistenza dell’uomo non è altro che un battito di ciglia rispetto all’eternità. Questo lo sapevamo già. Ciò che, semmai, il coronavirus ha messo in evidenza è la precarietà di tutta la struttura sociale, politica, economica che l’uomo moderno ha costruito. Pochi immaginavano che potesse davvero rivelarsi così caduca, fragile e transitoria la società liberale, la società cosiddetta del futuro, la società della tecnica e della scienza, la società dell’istinto dominatore dell’uomo. È stata sufficiente un’entità microscopica come questo virus per mostrare che la dimensione della precarietà non appartiene solo all’esistenza individuale di ciascun uomo ma che è una caratteristica ineludibile dell’intera umanità, con tutte le sue istituzioni politiche, economiche, sociali, militari. L’uomo moderno si è trovato all’improvviso difronte ad una verità che ha sempre voluto censurare a se stesso e agli altri. Il potere, la politica, l’economia, il business, la finanza, le facili distrazioni mediatiche, sono maschere che non riescono più a nascondere un’evidenza oggettiva: la condizione di tutta l’umanità è dettata da una precarietà assoluta. Troppi ancora oggi, difronte al senso collettivo di precarietà e di morte che il coronavirus sta disseminando a livello planetario, tentano di rifugiarsi nel proprio particolare, nei propri interessi, nei propri affari, nei propri affetti cercando in essi una stabilità che non gli potranno mai dare. Tutto è precario. Tutto passa. Mai come nelle circostanze imposte dall’attuale pandemia ci appare vero che l’unica e autentica stabilità è quella fondata su Gesù Cristo e la sua Croce. Mai come in questo tempo appare vero l’antico motto dei Certosini: «Stat Crux, dum voltitur orbis». Solo la croce resta stabile nel vorticoso turbinio della precarietà del mondo”.

Le ripercussioni del coronavirus dal punto di vista spirituale? È veramente una punizione di Dio come sostiene qualcuno?

“Io non so se il coronavirus sia o meno un castigo di Dio. Da cristiano so che potrebbe esserlo, ma so anche che questo rientrerebbe nei disegni imperscrutabili di Dio, in quella zona oscura del mistero dove la ragione può solo apporre l’antica dicitura geografica “hic sunt leones”. E difronte a quel mistero si gioca la libertà dell’uomo. Se non è un castigo – e questo solo Dio può saperlo –, è comunque un severo monito. È come se il Padreterno avesse voluto richiamare l’uomo dicendogli: «Fermati. Smetti di fare quello che stai facendo. Smetti di distrarti. Esci dal gorgo della frenesia. Chiuditi in casa. Guarda dalla finestra le strade deserte. Ascolta il silenzio surreale che avvolge la città. E rifletti, pensa, medita sul senso della vita e della morte». Di fronte a questo avvertimento divino c’è chi stramaledice tutto e tutti, e c’è, invece, chi comincia seriamente a farsi domande che non si è mai posto. È il mistero della libertà dell’uomo”.

Dal punto di vista legale come giudica l’azione di Conte in materia di Coronavirus?

“Come è stato denunciato da più giuristi, la nostra Carta costituzionale non prevede l’emergenza quale presupposto per derogare allo Stato di diritto e per restringere diritti soggettivi perfetti come quelli di circolazione, di riunione, di associazione, di culto. Nel nostro ordinamento giuridico la libertà individuale gode di una protezione totale stante la riserva assoluta di legge, ossia il fatto che solo una legge statale può limitare tale fondamentale libertà, e non certo una fonte secondaria governativa, e addirittura monocratica, quale il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Gli italiani, infatti, hanno imparato a conoscere anche questo provvedimento, il D.P.C.M., non molto noto prima della pandemia. I due decreti legge adottati dal Governo, infatti, hanno solo genericamente descritto i casi di possibile restrizione delle libertà civili, delegando ad un componente del Potere esecutivo, il Presidente del Consiglio dei Ministri, la titolarità di scelta sia del tipo di misura da adottare (i “casi”) sia del grado di intensità (i “modi”). E questo non mi pare possa considerarsi costituzionale. Tra l’altro, l’estrema genericità dei decreti legge contrasta poi con la Legge n. 400/1988, che richiede, per il rispetto dell’art. 77 Cost., l’emanazione di misure di immediata applicazione, con contenuto specifico ed omogeneo. Chiunque comprende che un decreto legge che ha bisogno di un ulteriore provvedimento (nel caso un D.P.C.M.) per la sua attuazione, difficilmente può dirsi fondato su presupposti di straordinaria necessità e urgenza. Lo stesso tempo necessario all’elaborazione della fonte secondaria smentisce all’origine l’indifferibilità della misura. Quello che non si può ritenere ammissibile è che il governo Conte abbia adottato pesantissime restrizioni a libertà costituzionali di fondamentale importanza come la libertà di circolazione, di riunione, di associazione, e di culto, attraverso atti amministrativi (decreti ed ordinanze), in assenza di una puntuale disciplina legislativa e violando il principio di diversificazione delle competenze amministrative. Non dobbiamo neppure dimenticare, tra l’altro, che solo le leggi (ed atti equiparati ad esse) e non gli atti amministrativi (quali sono i decreti e le ordinanze) sono sottoponibili a giudizio di costituzionalità di fronte alla Corte Costituzionale, unico organo competente a controllare la conformità alle norme e ai principi costituzionali degli atti legislativi, anche sotto il profilo della loro proporzionalità ed adeguatezza. Quindi non si ha neppure la possibilità di sottoporre a controllo e verifica di costituzionalità i provvedimenti amministrativi con cui sono state limitate alcune fondamentali libertà degli italiani. Tutte le restrizioni che ciascuno di noi sta pesantemente subendo sono state assunte sulla base di atti amministrativi, sottratti ad ogni forma di controllo preventivo e successivo, ed adottati dal Potere esecutivo (Presidente del Consiglio, Presidenti delle Regioni, Sindaci) in piena autonomia e senza una verifica da parte del Parlamento né un controllo del Presidente della Repubblica. Mi pare che tutto questo generi, dal punto di vista legale e non solo, più di una perplessità”.

Lei ha scritto che i vescovi idolatrano l’UE e dimenticato Cristo. Perché?

“Mi ha colpito la dichiarazione congiunta emanata dal cardinale Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Commissione degli episcopati dell’Unione Europea (Comece), insieme al presidente della Conferenza delle Chiese europee (Cec), Christian Krieger, proprio a proposito della pandemia Covid-19. La dichiarazione ha un titolo singolare: Restiamo uniti – Questo è il momento per dimostrare il nostro impegno verso i valori Europei. Sarebbe interessante chiedere agli eminenti prelati firmatari del comunicato quali siano questi valori Europei con la “E” maiuscola. Certo non si tratta delle famose radici cristiane il cui riferimento nella bozza della costituzione europea fu sdegnosamente rifiutato dall’allora presidente della Convenzione incaricata di redigere quell’atto, il laicissimo francese Valerie Giscard d’Estaing. Nel citato documento, poi, si legge che i vescovi esortano i Paesi membri ad agire «in maniera determinata, trasparente, empatica e democratica». Davvero singolare è anche il fatto che in tutto il lungo testo della dichiarazione dei vescovi della Comece non si trovi citata neppure una volta la parola ‘Cristo’ o ‘Dio’. In compenso si parla di «determinazione», «trasparenza», «empatia», «democrazia», «solidarietà», «progetto Europeo» (sempre con la “E” maiuscola). Un simile documento l’avrebbe potuto tranquillamente redigere uno qualunque dei partiti politici appartenenti al gruppo del PPE. Pare che la Chiesa non abbia nulla di diverso da dire rispetto ad essi. Quello che dimenticano i vescovi della COMECE è che il «progetto Europeo» da loro tanto decantato è, in realtà, nato dall’idea di sostituire Dio con Mammona, con il Vitello d’Oro, con quell’idolo chiamato Euro. L’Unione Europea si è ormai ridotta a finanza e burocrazia. I vescovi dovrebbero sapere bene che l’Europa dei poteri forti e delle consorterie massoniche, l’Europa della lobby multinazionali, l’Europa della perniciosa ideologia del politically correct, l’Europa delle lobby omosessualiste, l’Europa del laicismo anticristiano, l’Europa del multiculturalismo scriteriato, l’Europa del “neutralismo valoriale”, è un’Europa nemica dei popoli. E i popoli quando ne hanno la possibilità escono da una simile istituzione artificiale dominata solo dall’avidità plutocratica. Brexit docet!”.

Come giudica tutte le restrizioni per le funzioni religiose?

“Resteranno nella memoria di tutti le immagini delle forze dell’ordine che fanno irruzione in chiese per interrompere le celebrazioni eucaristiche tenute da qualche coraggioso sacerdote alla presenza di uno sparuto numero di fedeli con tanto di mascherina e a debita distanza l’uno dall’altro. Quelle immagini resteranno come indelebile marchio d’infamia a perenne ricordo della pandemia Covid-19. Sono scene che oggi si possono vedere solo nei regimi comunisti come quello cinese o nordcoreano. Semplicemente una vergogna. Semmai è impressionante come le gerarchie ecclesiastiche non abbiano preteso che le messe potessero essere celebrate alle stesse condizioni di sicurezza adottate nei supermercati o nelle tabaccherie”.

Lei è stato uno dei principali protagonisti del Family Day. Come continua la sua battaglia pro Life in queste settimane?

“Io non ho mai smesso, ovviamente, di combattere. Ho semplicemente dovuto adattare l’azione alle contingenze cui ci ha costretto l’epidemia, ovvero quelle di combattere “intra moenia”, chiusi dentro le mura di casa. Mi spiace, peraltro, che il periodo di questa dannata epidemia ha coinciso con appuntamenti cui tenevo particolarmente. Mi riferisco, ad esempio, alla conferenza che avrei dovuto tenere a Malta il 15 marzo, o al Congresso Internazionale sul “Virus delle ideologie” organizzato dall’Università Cattolica Lumen Gentium di Città del Messico previsto dal 24 al 26 marzo, o al mio intervento al prestigioso 102° Congresso Nazionale dell’Unión de Padres de Familia, la più antica associazione pro-family messicana, fondata nel 1917. In realtà mi sarei dovuto trattenere in Messico dal 18 marzo al 1° aprile per una serie di attività che avrei dovuto svolgere sempre in ambito pro-life e pro-family. Spero solo che la pandemia non pregiudichi anche l’appuntamento del Global 2033: Asian Leaders Forum che si dovrebbe svolgere in Malesia dal 28 al 31 maggio prossimi, e in cui dovrei tenere tre conferenze. Comunque sia, ho trascorso le settimane di lockdown studiando, leggendo, scrivendo, partecipando a trasmissioni radiofoniche e televisive, e rilasciando interviste, come questa. Ma soprattutto ho pregato molto”.

MATTEO ORLANDO

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L’avv. Amato: “L’Unione Europea delle consorterie massoniche è nemica dei popoli”

I diari segreti di Andreotti

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Politica “alta”, internazionale e nazionale, insieme ad un caleidoscopio di personaggi e personalità leggendari: Gorbaciov, Madre Teresa, Reagan, Arafat ma anche un vero giallo, per le fotografie rubate nella piscina di Castel Gandolfo di Papa Wojtyla che strizza il costume dopo una nuotata. Questo e tanto altro ancora ti fa immergere nella storia, come in una avvincente serie televisiva che si vorrebbe non finisse mai. Sono I diari segreti di Giulio Andreotti del periodo 1979-1989, curati con rigore assoluto dai figli Serena e Stefano. La raccolta sarà in libreria a partire dal 27 agosto (Solferino Editore). Qualche anno dopo la scomparsa di Andreotti i diari sono stati ritrovati quasi per caso, migliaia di appunti annotati giorno per giorno su agende o fogli sparsi, seguendo un saggio consiglio di Leo Longanesi che poi è stato utilissimo al sette volte Presidente del Consiglio per smontare la fantacronaca del processo di Palermo, un lavoro certosino di catalogazione cronologica che solo l’infinita dedizione filiale poteva sostenere.

Ma partiamo dal giallo che irrompe con una telefonata il 13 agosto 1980 appena il Divo arriva a Merano per pochi giorni di vacanza. “La cerca urgentemente il Segretario di Stato Casaroli”. E la mattina seguente piomba in albergo, alle 8 del mattino, il sostituto Martinez Somalo perché i telefoni, allora come oggi evidentemente, non si potevano utilizzare. Foto abusivamente scattate nella piscina di Castel Gandolfo. Il cardinal Höffner ha avuto la notizia da una rivista tedesca, per un’esclusiva da 300 milioni. Il Papa era all’oscuro di tutto ma in Vaticano pensano che Andreotti, in quel momento senza incarichi di governo, fosse l’unico che potesse sistemare la questione. E fino al 23 agosto un giro di contatti con Bild, Rusconi e Rizzoli per risolvere l’affaire e organizzare una più attenta vigilanza attorno al Pontefice.

Quello che sorprende in questi diari è la capacità di Andreotti di non dare mai giudizi sulle persone anche perché, come diceva lui stesso, “non credo si possano distinguere gli esseri umani in due categorie, angeli e diavoli, siamo tutti dei medi peccatori”. E sono pagine sempre piene di ironia, come quando ricorda lo stupore di Reagan che vede ogni anno Premier italiani che poi diventano ministri e viceversa. Ed aggiunge anche una nota spiritosa: “In America quando si lascia un posto nel governo si può acquistare la poltrona governativa come souvenir, rimborsando il costo della sostituzione. Se vigesse lo stesso sistema in Italia sarebbe la pacchia per i falegnami e io avrei di che ammobiliare una sala per conferenze”.

Migliaia di incontri dai quali emerge la grande tela di rapporti internazionali che lo hanno visto in posizioni apparentemente contrapposte ma con un filo logico sempre originale e vincente. Convintamente filo-Atlantico, ma il primo ad aprire a Russia e Cina, legatissimo ad Israele ma apristrada a dar credito ad Arafat così come alla perestrojka di Gorbaciov, o aiutando Solidarność in Polonia o creando un grande rapporto con Fidel Castro. Senza mai dimenticare il suo immenso serbatoio elettorale che lo spingeva a dei tour de force in Ciociaria e a tener aperte le porte del suo studio anche al sindaco del più piccolo paese che magari incrociava nel corridoio Agnelli che gli portava Henry Kissinger. I diari sono anche zeppi di politica nazionale con mille retroscena gustosi sui Congressi della DC, con le trame casarecce di Fanfani e De Mita e sui rapporti da avversari, ma mai da nemici, con molti esponenti del Pci, da Ossicini a Macaluso passando per Enrico Berlinguer.

Ed anche, annota nel diario il 31 dicembre del 1983, un riconoscimento per Craxi: “ho conosciuto da vicino il personaggio, apprezzandone doti politiche non comuni, con una caratteristica opposta alla mia. Egli si affida all’intuizione dei problemi e devo dire che nei contatti internazionali suscita ottima impressione anche senza leggersi prima faticose documentazioni”. E si scopre che a farlo familiarizzare con Craxi, in una colazione il 12 luglio del 1983, fu il sempre dialogante Gianni Letta, protagonista della prima seconda e certamente terza Repubblica, nella sua casa alla Camilluccia. E anche nel mondo dei media televisivi osservazioni valide ancora oggi, come quando consiglia ad Arrigo Levi, morto lunedì scorso, di circoscrivere l’argomento di ogni puntata e limitare il numero degli interlocutori. “Siamo in sette per parlare della ‘crisi del sindacato’, non so se alla fine l’ascoltatore abbia le idee più chiare”.

Scorrendo i diari è proprio forse la semplicità e l’essere rimasto con piedi per terra la chiave del successo del Divo. “Giuseppi” Conte farebbe bene a leggerli per rendersi conto che mai, anche in frangenti epocali, Andreotti sentì di fare qualcosa di storico, come invece usa dire il nostro Premier anche quando magari sorseggia solo un caffè con la Merkel siglando accordi che Casalino vende come intese memorabili ma che vengono puntualmente disattese.

Luigi Bisignani, Il Tempo 26 agosto 2020

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I diari segreti di Andreotti

Scuola, Salvini annuncia mozione di sfiducia per ministro Azzolina

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Alla riapertura dei lavori la Lega presenterà una mozione di sfiducia per il ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina. Lo annuncia il leader del Carroccio.

La Lega è intenzionata a “bocciare” Lucia Azzolina, il ministro dell’Istruzione che ha gestito la fase covid nelle scuole, definita più volte “incapace” da Matteo Salvini, che annuncia l’intenzione dei presentare una mozione di sfiducia “a nome di 8 milioni di studenti e famiglie”, riferisce Affaritaliani.it.

Salvini ha esposto in breve il piano della Lega per far ripartire la scuola, basato su assunzioni, collaborazione con il privato e prevenzione. Un piano che non prevede l’obbligo di mascherine.

“Assumere le migliaia di insegnanti precari che, da anni, già lavorano nelle scuole coi nostri figli. Stabilizzare almeno 20.000 insegnanti di sostegno per non lasciare indietro i bimbi disabili. Collaborare con le scuole pubbliche-paritarie per trovare le 10.000 aule mancanti. Dotare tutte le scuole di termoscanner, per misurare la febbre ai bimbi all’ingresso. Dimenticare la mascherina obbligatoria per i bimbi in classe, una inutile e pericolosa follia. Smetterla di giocare coi banchi con le rotelle, di litigare con sindacati, presidi, insegnanti, governatori e famiglie. Queste le proposte della Lega”, spiega Salvini.

Poi l’affondo:

“Il ministro è in grado di attuarle? No. Alla riapertura dei lavori, presenteremo una mozione di sfiducia a nome di 8 milioni di studenti e famiglie, di un milione di insegnanti, dei presidi e del personale scolastico tutto. La Scuola Italiana merita di meglio. Azzolina bocciata!”, annuncia il leader leghista.

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https://it.sputniknews.com/politica/202008279463696-scuola-salvini-annuncia-mozione-di-sfiducia-per-ministro-azzolina/?utm_source=push&utm_medium=browser_notification&utm_campaign=sputnik_it

Silvi, Arcigay Teramo contro presenza Sindaco a convegno su “Proposta di Legge Zan e libertà educativa della famiglia”

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SILVI – Apprendiamo con sconcerto l’adesione del Comune di Silvi e la presenza del Sindaco di Silvi Andrea Scordella ad un evento che si terrà venerdì 28 agosto sulla “Proposta di Legge Zan e libertà educativa della famiglia”. Il nostro
sconcerto è correlato al fatto che l’evento, il quale si svolgerà all’interno di una chiesa di Silvi Marina, mirerà a parlare della legge attualmente in discussione in parlamento “Modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere” descrivendola come una legge inutile e liberticida.
Lo stesso ospite che presenzierà all’evento definisce la legge inutile e non necessaria nel momento storico in cui viviamo, ritenendo che in Italia non ci sia alcun pericolo di discriminazione. Crediamo che un Comune e nello
specifico un Sindaco, debba tutelare in toto la comunità che rappresenta, in questo caso tutta la comunità di Silvi, garantendo la libertà ed il pluralismo di idee di ogni cittadina e cittadino.
Rimaniamo sconcertate e sconcertati di come un Comune possa aderire ad un evento che mira a nascondere l’emergenza omolesbobitransfobica in Italia associandola ad una presunta demolizione della libertà individuale.
Basti pensare come al 17 Maggio 2020 il dato sulle violenze e gli abusi di stampo omolesbobitransfobico fosse aumentato del 9% secondo i dati della Gay Help Line e come solo in un anno gli episodi di violenza siano più di
138. Una legge è necessaria, sono anni che la aspettiamo.
Nell’ottica di un Comune che rappresenti tutta la comunità e non solo una parte di questa contraria ai diritti per tutti e tutte, richiediamo l’esposizione della bandiera arcobaleno dal palazzo del Comune di Silvi per tutta la settimana dal 24 Agosto al 30 Agosto e l’adesione e il patrocinio del Comune di Silvi all’Abruzzo Pride.
Il Comune di Silvi si dimostri attento a tutta la sua comunità, alleato nella lotta all’ omolesbobitransfobia e garantisca il pluralismo delle idee.

Da

Silvi, Arcigay Teramo contro presenza Sindaco a convegno su “Proposta di Legge Zan e libertà educativa della famiglia”

Lotta alla ‘ndrangheta, a Gratteri il premio Pisacane

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Il procuratore di Catanzaro riceverà il riconoscimento a Sapri il prossimo 30 agosto. Prevista una sua lectio magistralis

Liliana Segre, Antono Mattone, Nicola Gratteri, Angelo Vassallo (alla memoria): sono i vincitori della venticinquesima edizione del Premio internazionale Carlo Pisacane; la manifestazione si svolgerà domenica prossima, 30 agosto, alle 21.30 a Sapri (Salerno), in località Santa Croce. Ne dà notizia un comunicato.

Dopo gli interventi dei fondatori dell’iniziativa i presidi Cesare Pifano e Corrado Limongi, ci sarà il saluto del sindaco Antonio Gentile che, con il patrocinio del Comune, «rinnova il sostegno alle attività del Centro Studi Carlo Pisacane da qualche mese presieduto da Alfonso Andria», si afferma.

Il riconoscimento alla senatrice a vita verrà consegnato prossimamente a Roma; il premio alla memoria di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, a dieci anni dall’assassinio, verrà ritirato dalla moglie, Angelina. Il Premio Pisacane sezione speciale è assegnato quest’anno a Antonio Mattone, editorialista de “Il Mattino”, portavoce della Comunità di Sant’Egidio della Campania, «impegnato da oltre 15 anni nell’attività di volontariato in difficili realtà del mondo carcerario come Poggioreale e Secondigliano». La sua testimonianza avrà per titolo: “Il carcere e la sfida del cambiamento “.

A ricevere il Premio Internazionale Carlo Pisacane 2020 sarà poi il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, da anni impegnato nella lotta al crimine organizzato. Il magistrato terrà una lectio dal titolo “Storia segreta della ‘ndrangheta”

La giornalista Antonella Grippo e lo stesso Alfonso Andria per il Centro Studi Pisacane si alterneranno introducendo i vari momenti della manifestazione, durante la quale sono previsti interventi di Rocco Cantisani attore-dicitore; di Ciriaco Lombardi e Carmen Fusi che animeranno alcune scene da “La Spigolatrice di Sapri”. Infine, un recital di Piera Lombardi, interprete di canti popolari, voce del Cilento.

da

https://www.lacnews24.it/cronaca/lotta-ndrangheta-a-gratteri-premio-pisacane_122682/

Berizzi tocca il fondo con gli insulti ai veronesi

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Se un cronista di Libero o della Verità di fronte a un cataclisma contro Bologna, Firenze, Modena, Reggio Emilia, insomma le classiche città comuniste, avesse scritto che se lo sono meritate, sarebbe scoppiato il finimondo e il giornalista sarebbe stato radiato dall’Ordine, non prima di essere stato crocifisso in sala mensa da Beppe Giulietti.

A Paolo Berizzi, che ha gioito del karma su Verona ferita per colpa dei “fascisti” che a suo dire la popolerebbero, nulla. Anzi, grandi consensi e pure qualche chiagne e fotti per gli insulti attiratisi, scambiati per aggressioni squadriste – speriamo che almeno non gli rafforzino la scorta, ché si sa che i cani da tastiera, di estrema sinistra ma anche di estrema destra, raramente mordono.

Il caso Berizzi rappresenta l’ennesimo esempio del grave declino intellettuale, etico, politico ma soprattutto giornalistico in cui è irrimediabilmente caduto il giornalismo italiano mainstream, destinato a una lenta morìa (e alla sparizione dalle edicole). Da cronista che in passato si era occupato di vari temi, anche con reportage interessanti, da quando ci sono Giorgia Meloni ma soprattuto Matteo Salvini,  si è trasformato nel più autorevole fascist bustier italiano, quello che dà la caccia ai fascisti: e pure ha creato una rubrica sul suo giornale La Repubblica, che ricorda un po’ quelle del quotidiano Lottacontinua, senza per fortuna  gli indirizzi di casa dei “fascisti”, come invece nel giornale maestro fondato da Sofri.

Ora mentre i cacciatori di fantasmi possiedono una loro dignità e tradizione, e poi nulla ci assicura che gli spettri non siano tra noi, i cacciatori di fascisti come Berizzi sono destinati ad un più tristo e ripetitivo lavoro, soprattutto perché se i fantasmi forse non esistono, di certo i fascisti non più. Cosi il nostro povero cronista si deve costruire un proprio mondo immaginario in cui quattro lunatici, al limite tra il folclore e il nerdismo di provincia, sono sempre descritti come novelli Mussolini, Bottai, Balbo, e i loro ideologi meglio di un Gentile. Cosi il divertissement triste e sfigato di certa provincia italiana, anche con contorni inquietanti ma nulla di che, si trasforma nella prosa ansiogena del Berizzi in una specie di perenne assedio alla Costituzione, alla Repubblica e naturalmente al totem più alto, l’Antifascismo, che non si sa bene cosa sia. E che è tenuto in vita solo dal suo contrario, il Fascismo, cioè poche decine di sprovveduti che giocano nulla sapendo e nulla avendo letto.

Come nulla o poco sembra sapere il Berizzi. I suoi libri si presentano come inchiesta sull’estrema destra ma l’autore mostra di non aver letto quasi nulla dei classici della storiografia del fascismo ma anche della copiosa produzione scientifica sulla “destra radicale” contemporanea. Che il giornalista non debba leggere di storia e di scienze sociali ma solo descrivere in maniera impressionista, slegata tra loro, scenette della vita dissociata, lo si può tollerare solo in un giornalismo asfittico e provinciale: niente di questo finirebbe suLe Monde , sul Guardian, sul New York times e cito testate progressiste a giusto titolo.

Ovviamente tutto questo povero genere che nulla aggiunge alla conoscenza della Italia concreta, della sua storia e men che meno della sua attualità, non avrebbe avuto il ruolo abnorme che gli è stato affidato se il giornalismo italiano mainstream non si fosse trasformato in un’arma di pura e sola propaganda politica contro l’avversario. Salvini e Meloni, che sempre starebbero dietro a tutto, grandi vecchi loro malgrado che sono pure giovani. E qui le responsabilità non sono del Berizzi in sé ma di  chi gli ha concesso tanto spazio.

Da

Berizzi tocca il fondo con gli insulti ai veronesi

Il nubifragio di Verona? Karma contro i razzisti. Il tweet choc del giornalista Paolo Berizzi fa indignare tutti

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  1. Il nubifragio che ha colpito Verona? Frutto del karma che finalmente ha punito chi fomenta odio e razzismo. A sostenerlo in un tweet  che ha scatenato le proteste di tantissimi veneti e non solo è Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica, noto soprattutto per le sue inchieste sul neofascismo.

Il post ha la forma della finta solidarietà: “Sono vicino a Verona e ai veronesi per il nubifragio che ha messo in ginocchio la città. I loro concittadini nazifascisti e razzisti che da anni fomentano odio contro i più deboli e augurano disgrazie a stranieri, negri, gay, ebrei, terroni, riflettano sul significato del karma”, scrive Berizzi che da un anno vive sotto scorta dopo l eminacce subite per le inchieste sull’estrema destra. Come a dire: è colpa di una parte politica se a Verona le strade sono diventate fiumi di acqua e grandine come documentato dai video che stanno facendo il girodei social da ieri pomeriggio. L’equazione (presunto) odio uguale punizione divina fa indignare tutti, anche quelli di sinistra. “Una vaccata peggiore non la potevi scrivere te lo dico da convinta elettrice di sinistra. Ti dovresti profondamente vergognare. Solidarietà ai cittadini veronesi”, scrive un’utente.

“Che dolore sentirmi apostrofata così, io che sono tutt’altro!  Fare di tutta l’erba un fascio e comunque, indice di grande superficialità. Mi sento ferita”; “Questo è proprio un brutto tweet. E non c’entrano parti politiche, è brutto comunque. Spero che ci rifletterà”; “Anche insultando tradisce notevoli limiti intellettuali. Il karma poi, glielo devo dire, è roba da dodicenni scemi di tv”, sono alcuni dei messaggi piovuti sul profilo Twitter del giornalista e scrittore.

“Lei è di uno squallore impressionante la sua finta solidarietà fa venire il voltastomaco, solo per dare dei nazifascisti e razzisti ha persone che hanno subito una catastrofe naturale allora anche i terremotati del centro Italia che voi compagni avete lasciato soli sono razzisti”, scrive un utente sottolineando la debolezza del Berizzi-pensiero.

Da

https://www.iltempo.it/attualita/2020/08/24/news/verona-karma-tweet-paolo-berizzi-giornalista-repubblica-fascisti-razzismo-veneto-odio-24287843/

‘Ndrangheta, Gratteri nel Vibonese: «Mi odiano? Significa che stiamo facendo bene»

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VIDEO | Il procuratore di Catanzaro a San Nicola da Crissa: «Stanno cadendo templi massonici, c’è nuova fiducia nelle istituzioni». Il correntismo in magistratura? «Mai aderito». L’antropologo Teti: «Mitologia mafiosa può essere sostituita»

di Agostino Pantano

Torna nella provincia delle operazioni Rinascita Scott e Imponimento, il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, e lo fa per partecipare ad una conversazione su “Immagini, Mitologie e Realtà” organizzata dal Comune di San Nicola Da Crissa.

Nel paese del Vibonese di cui è originario l’antropologo Vito Teti, è stato proprio il docente a instradare i temi culturali di un confronto che ha impegnato anche il giornalista Michele Albanese, cronista calabrese che vive sotto scorta da 6 anni.

«I templi massonici»

Non è stata nominata la madre di tutte le indagini, quella che nei prossimi giorni culminerà con l’udienza preliminare a Roma per 456 inquisiti, ma tutta la riflessione nella piazza gremita si è incentrata sul suo esito definito rivoluzionario.

«Diversi templi massonici stanno cominciando a cadere», ha detto il capo della Procura di Catanzaro, con Albanese che – per allargare il raggio – ha sottolineato come «questa nuova fiducia verso le istituzioni deve essere accompagnata da una robusta presa di coscienza culturale e sociale».

Dopo i saluti del sindaco Giuseppe Condello, che ha ricordato anche gli altri due eventi antimafia che si susseguiranno a partire da stasera, Teti ha rilanciato il concetto di una «mitologia ‘ndranghetista che il calabrese può sostituire con il richiamo ad un bisogno di legalità che mai come oggi è realtà».

Una piazza molto gremita, tra gli altri nel pubblico si sono notati i vertici provinciali delle forze dell’ordine e il sindaco del capoluogo, Maria Limardo, ha ascoltato parole precise anche rispetto alle critiche da rivolgere ai Palazzi.

«Stiamo facendo bene»

«Alle parole di odio – si è sfogato Gratteri – sono abituato e le interpreto come il segno che stiamo facendo bene. Ho spalle abbastanza larghe e non cadrò mai in un fallo di reazione». Rispondendo alle domande del nostro network, il magistrato inoltre si è detto convinto «che il tempo dirà se meritiamo il consenso anche delle altre istituzioni e del sistema dei partiti, visto che l’appoggio dei cittadini c’è e ci dà fiducia».

Parole che lasciano intendere l’avvio di un percorso col quale Gratteri vuole abbassare al massimo il rischio di un isolamento – «abbiamo impiegato 2 anni per derattizzare gli uffici», ha detto – in un uno con le sue dichiarazioni finali che si riferiscono al contesto nazionale quando, rispondendo alle domande del cronista, ha dichiarato «non ho mai avuto bisogno di aderire ad alcuna corrente interna alla magistratura», concludendo: «Rimarrò in Calabria per il tempo necessario».

Fonte: https://www.lacnews24.it/cultura/ndrangheta-gratteri-nel-vibonese-mi-odiano-significa-che-stiamo-facendo-bene_122421/

Cristianofobia: chiese sotto attacco in tutto il mondo

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Segnalazione di Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Cristianofobia: si moltiplicano profanazioni, attentati ed atti vandalici ai danni delle chiese cattoliche in tutto il mondo. Compreso l’Occidente cristiano.

Negli Stati Uniti il senatore della Louisiana John Neely Kennedy, repubblicano, ha inviato lo scorso 11 agosto una lettera al procuratore generale William Barr, lettera in cui chiede di intensificare gli sforzi, per contrastare questa esplosione di violenza, scatenata da maggio contro edifici sacri, proprietà, strutture, parrocchie, cimiteri e persino contro numerose statue raffiguranti Santi, imbrattate, sradicate ed abbattute.

«I cattolici sono sotto attacco negli Usa», ha dichiarato il sen. Kennedy. In luglio la chiesa di Ocala, in Florida, è stata data alle fiamme, mentre all’interno i fedeli si stavano preparando per la S. Messa del mattino. Doloso è stato anche l’incendio appiccato ad una missione californiana, fondata da San Junipero Serra, mentre in una parrocchia di Chattanooga, nel Tennessee, una statua della Vergine Maria è stata decapitata, un’altra a Boston è stata data alle fiamme, una terza a Brooklyn è stata imbrattata con la scritta «Idolo», impressa con vernice spray nera. Atti analoghi sono stati registrati anche nel Colorado e nel Missouri. In alcuni casi gli autori sono stati identificati, in altri non ancora: sul banco degli imputati finiscono tanto singoli esagitati quanto gruppi organizzati e con finalità politiche.

«I cristiani sono stati e restano purtroppo uno dei gruppi religiosi storicamente più perseguitati al mondo – ha ricordato il sen. Kennedy – Per sfuggire alla persecuzione religiosa, gruppi di rifugiati hanno compiuto un insidioso viaggio attraverso l’Atlantico verso l’America», salvo poi ritrovarsi anche qui facili obiettivi nel mirino di bande di facinorosi.

Per questo, il senatore ha chiesto al procuratore generale Barr di agire in fretta, per perseguire i responsabili degli atti criminali compiuti ed anche per prevenire ulteriori atti di intolleranza e persecuzione religiosa. Continua a leggere

Pillola abortiva RU486: Il “passo avanti importante” di una presunta civiltà

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di Valentina Bennati*

Fonte: Comedonchisciotte

In un post del 8 agosto sulla sua pagina facebook il Ministro Speranza presenta come “un passo avanti importante” l’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico in day hospital fino alla nona settimana. Sottolinea che ciò avviene “nel pieno rispetto della 194 che è e resta una legge di civiltà del nostro Paese”.
Ma quando, anni fa, hanno approvato la legge sull’aborto non l’avevano spacciata per una legge che evitava alle donne di abortire in casa perché rischiavano di morire?
Dunque queste nuove linee guida aggiornate sulla somministrazione della pillola RU486 senza ricovero ospedaliero obbligatorio, più che un passo avanti, mi sembrano in realtà un balzo indietro per le donne.

La RU486, sia chiaro, non è amica delle donne ma di chi preferisce che le donne facciano in fretta, pesando meno sui costi del sistema sanitario nazionale e correndo più rischi.
Il ‘New England Journal of Medicine’ del primo dicembre 2005, una delle più importanti riviste mediche mondiali, ha dedicato l’apertura e un articolo interno proprio all’aborto farmacologico, mettendone pesantemente in discussione la presunta sicurezza. Nell’editoriale firmato da Michael Greene, professore alla Harvard Medical School, si specificava testualmente che, con i dati disponibili fino a quel momento, la morte per aborto con il metodo chimico (un caso su centomila) era dieci volte superiore a quella per aborto chirurgico. QUI è possibile leggere l’articolo de ‘Il Foglio’ che ne parla.
E merita lettura anche un articolo recente de ‘Il Giornale’ con l’intervista al Prof. Giuseppe Noia, ginecologo e docente di Medicina prenatale al Policlinico Gemelli di Roma che conferma come l’interruzione della gravidanza con la RU486 non sia né indolore né semplice né sicura. Continua a leggere

Le illusioni sono finite

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Fonte: Il Giornale

Professor Tremonti, oggi è Il suo compleanno. Un giorno di bilanci non solo personali ma anche politici e soprattutto filosofici. Come vede il nostro Paese?

Comici e “crematisti”: queste sono le figure nuove, anzi antichissime, che in questi giorni si presentano sulla scena, occupandola con le loro “arti” e con le loro “magie” applicate alla politica, mettendo in scena la mediocrità o il peggio del nostro possibile futuro. Un tipo di futuro che, invece, dobbiamo e possiamo evitare, mettendoci dal lato giusto della storia.

Da dove partiamo?

Da un po’ lontano, ma forse neanche troppo lontano. Partiamo da Roma, ma arriveremo anche ad Atene, i due luoghi dove tutto, o tanto, è cominciato. Nell’antica Roma agli attori era fatto divieto di fare politica e questo per una ragione molto seria: degli attori si conosceva, ma anche si temeva, la capacità di suggestionare ed influenzare il popolo. Lo stesso valeva, ed a maggior ragione, per i comici. Una categoria, questa, certo non minore, di quell’arte, anzi superiore nella capacità di impressionare la plebe e per questo, a ragione, temuta.

Immagino che ogni riferimento a fatti e persone dei giorni d’oggi sia da considerare casuale…

Nella Roma di oggi è l’opposto di quanto era nella Roma antica. Non è all’arte comica che si vieta la politica, ma è la politica che si sottomette o insegue l’arte comica. Del resto, le grandi maschere italiane appaiono nel Seicento, nella decadenza e nella sottomissione allo straniero di quella che è stata una grande civiltà.

Però Grillo ha rappresentato una vera e propria rivoluzione in Italia… Continua a leggere

Riabilitare o condannare il “fascista antisemita” Pinochet?

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Chiara Croce

“La vittoria storica e politica del generale Augusto Pinochet ha certamente cambiato il corso della storia mondiale. E’ stata, soprattutto e in primo luogo, una sonora sconfitta per le forze mondiali del più fanatico laicismo e dell’intollerante progressismo messianico d’estrema sinistra…forze mondiali che avevano ormai l’intera umanità, le università scientifiche americane in primis…,  al loro assoluto servizio. Per questo un normale, necessario autoritarismo di stato viene descritto come la peggiore tirannia della storia!”.

Alexander Solzenicyn 21.03.1976 Madrid

Sono ormai passati quasi ben cinquant’anni da quando, l’11 settembre ’73, il
mondo intero conobbe il volto sereno e impassibile del generale cileno Augusto
Pinochet ma la sua figura storica ancora oggi è amata o odiata, non sembra
ammettere vie di mezzo. Di recente, in Sudamerica si è riaperto un dibattito
quotidiano in quanto vari intellettuali conservatori brasiliani hanno decretato lo
statista cileno “il più grande uomo politico del XX secolo” e Bolsonaro ha
ribadito il giudizio; una macchina propagandistica globale e
occidentale di Sinistra radicale si mise in moto e non si fermò più. Ancora
adesso, nei muri di molte città e cittadine del Nord Italia si possono leggere le
scritte sbiadite dell’epoca che fu: “Pinochet terrorista fascista….”, “Cile tomba
del fascismo…”, “Morte al fascismo cileno” e via di seguito. Come è sempre
avvenuto con i grandi fenomeni storici contemporanei, chiunque lo può
constatare direttamente, la distanza tra chi ha vissuto in prima persona taluni
eventi e la propaganda internazionale, per lo più di sinistra e progressistica, è
assai netta. Parlando del pinochetismo con cileni di classi medie e popolari, la
spiegazione degli eventi che questi forniranno è decisamente differente rispetto
a quella che la macchina propagandistica della Sinistra rivoluzionaria, liberal o
progressistica, fornirà. Le più grandi accuse politiche “globalisticamente” mosse
dalla rivoluzione mondiale neo-sessantottina di Sinistra alla Giunta Pinochet
sono quelle: di essere stata golpista, di aver lavorato in realtà per la frazione
Kissinger statunitense e non per l’interesse popolare cileno, di aver
sistematicamente represso gli oppositori politici di sinistra, di essersi venduta
al liberismo d’oltreoceano e naturalmente di essere neo-fascista. Ora
cerchiamo di vedere uno ad uno i punti di cui la Sinistra radicale antifascista
accusa il generale cileno. Premetto che, a differenza di molti cileni o
sudamericani, non considero affatto Pinochet un eroe o un patriota, né
tantomeno il “padre del Cile” ma al tempo stesso sono abbastanza scioccata
dalla propaganda di sinistra che non ammette i meriti dell’avversario,
nemmeno quando vi sono, mossa da un pensiero di gruppo collettivistico
subordinato da secoli all’elitismo di ristrette frazioni dell’alta finanza ultraprogressista dell’estremo occidente. Al tempo stesso, come vedrà il lettore, mi
guardo bene dal negare la tragedia della repressione antimarxista e antiebraica
del pinochetismo. Ho cercato però di contestualizzarla. Questo breve articolo è
il sunto di una tesina universitaria di alcuni anni fa.

Kissinger, l’arte della distensione e la Rivolta conservatrice dell’11
settembre ‘73

Secondo varie frazioni della destra radicale statunitense e neo-maccartista,
Kissinger fu un agente “ebreo comunista” del Deep State. Non so sia vero,
personalmente mi pare eccessivo ma è un fatto che Kissinger espresse per
anni e anni in libri, interviste, congressi il punto di vista che la marcia del
Comunismo mondiale sarebbe stata inarrestabile e l’americanismo dovesse
integrarsi nel Comunismo globalista. La rivoluzione del ’68 fu in effetti una
conseguenza di americanismo e nichilismo antropologico di Sinistra radicalista. Kissinger,
ad esempio, fu un arcinemico di Ronald Reagan in quanto il presidente
statunitense avrebbe abbandonato l’approccio gradualista kissingeriano, che
era in fondo quello tradizionale statunitense e anglosassone, con il Comunismo
– approccio che aveva caratterizzato l’operato di tutti i presidenti della Guerra
Fredda, compreso Nixon a mio avviso, pur con distinguo sui quali non posso
qui soffermarmi – a favore di un atteggiamento offensivo forte del supporto di
Giovanni Paolo II e dei guerriglieri anticomunisti afghani (Cfr. Kissinger,
“Diplomacy”, New York 1994). Ritengo dunque, in definitiva, che Kissinger fu
uomo del Deep State progressista e anticristiano dell’estremo occidente, come
oggi lo è ad esempio oggi Soros, il massimo ideologo della Sinistra radicale del
XXI secolo. L’ideologia kissingeriana, tutta fondata sulla dissuasione  verso il socialismo, preferiva di certo il Comunismo
internazionale, se avesse dovuto scegliere, al fascismo o al conservatorismo
tradizionalista di destra. Non va dimenticato, come ormai noto, che il famoso e
potentissimo Gruppo d’intelligence, londinese, dei 5, al servizio dell’URSS, era
una filiale dei Rotschild di Londra e Parigi. La stessa Thatcher fu costretta con
grande imbarazzo a intervenire sulla questione del Barone Rotschild spia del
Comunismo mondiale (https://www.youtube.com/watch?v=nvH3o_zFiK4). Di
conseguenza, Kissinger, uomo del Deep State dei Rotschild, tutto può essere
stato tranne che uno stretto amico del Cile conservatore ed antiprogressista di
Augusto Pinochet. Sergio Romano, in pagine illuminanti e molto equilibrate
(Cfr. Cinquant’anni di storia mondiale, Longanesi 1995), bene spiega come il
ruolo dell’amministrazione Nixon e dello stesso Kissinger – che spesso fu
peraltro antagonista al nixonismo quando quest’ultimo tentò di uscire dai
condizionamenti del Deep State – nella rivolta nazionale e popolare
anticomunista cilena sia stato pressoché nullo. L’amministrazione Nixon non si
oppose alla prova di forza del generale Pinochet, ma non la incentivò ne tanto
meno fornì supporto logistico di alcun tipo alla stessa. La rivolta conservatrice
pinochetista non fu affatto un golpe, Romano spiega come il Cile neomarxista
di Allende fosse allo stremo, una catena ininterrotta di scioperi e sabotaggi
interni, con rivolte popolari anticomuniste che si susseguivano, che furono il
funerale del marxismo di Allende, ben prima dell’ 11 settembre ’73. L’azione
dell’elite militare pinochetista fu autonoma e non eterodiretta. La rivolta cilena
del ’73 colpì nella sua spina dorsale il bipolarismo di Yalta e l’arte della
distensione promossa dal Deep State e portata avanti da Kissinger. La morte di
Allende e la sconfitta del socialismo in Cile fu un evento epocale, ben più
pesante per il Deep State della crisi coreana, di quella di Cuba o del conflitto
vietnamita. Riprendeva di fatto vigore e forza quella guerra civile ideologica
mondiale che si era, momentaneamente interrotta, nel 1945, conclusasi con la
vittoria della frazione “liberal-marxista”. Come nel ’22 a Roma, nel ’33 in
Germania e nel ’36 in Spagna: Santiago ’73 rimetteva in moto la guerra civile
ideologica su scala mondiale che sembrava vinta dal Deep State che
supportava la Sinistra radicalista, per questo l’immagine di Pinochet è rimasta
impressa nella memoria della coscienza comune universale. La prima voce in
ordine cronologico che si leverà, non a caso, nel mondo per salutare la vittoria
del Conservatorismo anti-progressista cileno fu quella del profeta del
Tercerismo mondiale, il generale argentino Juan Domingo Peròn, il primo e più
grande avversario di Yalta. Poco dopo l’11 settembre 1973, Peròn e Pinochet si
incontreranno in un clima di grande cameratismo, di seguito daranno avvio a
un piano strategico comune volto all’abbattimento di Yalta e del bipolarismo
marxista-americano nel continente sudamericano. La morte del generale Peròn
(1 luglio 1974) complica i piani strategici del Cile pinochetista, che isolato
economicamente e diplomaticamente da tutto l’Occidente cerca così
disperatamente sponde nel mondo islamico (Libia di Gheddafi, Iran, Siria, Iraq)
ma anche all’interno del Patto di Varsavia (Romania, Polonia) e della destra
israeliana (Begin). Non vi sono quindi prove di una liaison Kissinger Pinochet,
tutt’altro, anzi da quando la Sinistra liberal o radicale riconquistava la Casa
Bianca i tentativi delle frazioni di sinistra di CIA e MI6 di sabotare la normale
vita del Cile conservatore si moltiplicheranno, con il soccorso addirittura, in
taluni casi, di DGI cubana e sovietico KGB (cfr. M. Spataro, Pinochet. Le
scomode verità, S. Sigillo 2003). Va infine precisato che i rapporti tra la
dittatura antiperonista argentina di Videla e la democrazia sovrana cilena
furono tutt’altro che buoni. Videla fu organico a Yalta e alleato del comunismo
argentino, uccise e perseguitò sicuramente più peronisti che marxisti e il
regime militare fu sempre sostenuto dal Partito Comunista di Buenos Aires; il
generale Pinochet, continuatore del peronismo, fu invece un irriducibile nemico
di Yalta e del comunismo. Infine, quello di Pinochet non si può nemmeno
tecnicamente definire un Golpe, in quanto il generale, capo di stato maggiore,
rispose con l’intervento antimarxista a una sollecitazione verso l’esercito da
parte di parlamento e magistratura.

Pinochet non fu liberista

Si continua a ripetere che Pinochet fu liberista per i rapporti con i Chicago Boys
ma chi ripete tali luoghi comuni non si è dato lo sforzo di approfondire. I dati
dei ricercatori e degli economisti (Rogoff-Reinhart, Questa volta è diverso. Otto
secoli di follia finanziaria, Saggiatore 2010) mostrano invece che i settori
strategici industriali dell’economia cilena furono nazionalizzati e di proprietà
statale. CODELCO, corporazione mineraria di rame, assunse valore strategico
sociale nel 1976, tre anni dopo la vittoria pinochetista; di fatto apparteneva al
Presidente della nazione Augusto Pinochet che rappresentava lo Stato del Cile.
I fondi della stessa saranno utilizzati come leva per quel miracolo sociale cileno
riconosciuto da tutti gli standard economici quando il Presidente Pinochet lasciò
il potere. La democrazia plebiscitaria pinochetista protesse la Proprietà, la
piccola e media proprietà in particolare con il fine di incentivare lo Stato
protezionista e nazionale del lavoro; sviluppò un sistema pensionistico e
sanitario che fu considerato dagli specialisti il più avanzato in America Latina;
creò una piccola e media borghesia cilena che il marxismo allendista aveva
deliberatamente abbattuto. Dunque è scorretto considerare Pinochet sia
liberista che liberale. Pinochet dette vita ad una Democrazia plebiscitaria e
Gremialistica, avendo sottoposto il suo Governo a diversi referendum popolari:
quando perse il referendum dell’88, seppur di misura, Pinochet accettò
serenamente il verdetto e il Cile ripiombò nel buio della “democrazia
rappresentativa” e dell’oligarchia finanziaria. Una frase ricorrente dei cileni è
Vuelve mi General, Torna mio Generale, per ricordare gli anni aurei della
Democrazia sovrana non liberale pinochetista. Si pensi che il modello
pedagogico di Allende per le future generazioni prevedeva l’abolizione dello
studio di storia cilena, la negazione di un patriottismo cileno e il culto degli eroi
del socialismo progressistico (per lo più ebrei) nel corso della storia mondiale.
Se è vero che Pinochet, per riparare ai disastri di una cattivissima statizzazione
allendista, liberalizzerà assai, è anche vero che lo Stato Nazionale del Cile sarà
il centro della vita politica. Analizzando l’apporto dei costituenti, nel 1980,
emerge la sostanza neo-peronista (Guzmàn) da destra sociale della democrazia
pinochetista. Si deve parlare dunque per correttezza di “Corporativismo di
mercato” non di liberismo cileno. L’importante distintivo cileno dell’Ordine Bernardo Higgins venne donato dai successivi Governi di sinistra ai Rotschild e ai Rockfeller e non dallo Stato nazionale cileno. Di recente, David Rockfeller veniva visto a passeggio a Santiago con esponenti Socialisti e della sinistra neo-allendista, non con i “fascisti” pinochetisti.

La repressione contro le sinistre radicali

Questo è indubbiamente vero ed è un capitolo non luminoso e poco trasparente della Democrazia sovrana cilena. Qui la sinistra radicale ha ragione. Il generale non smentirà mai
che di fronte alla logica del terrore e della guerra civile messa in moto dai rossi
di Allende, con il sostegno logistico cubano (DGI), fu necessaria quella che
definì una fase chirurgica di “contro-terrore” per riportare il Cile nel
“disciplinamento” dell’organizzazione della vita di comunità. Purtroppo
tristemente famosa diverrà la “carovana della morte” del generale Arellano
Stark, che fece sparire nel nulla più di 120 terroristi comunisti in poco tempo; il
generale Pinochet non era però informato della vicenda e quando la venne a
conoscere punì i responsabili. I terroristi cileni avevano però già precipitato il
paese, spalleggiando Allende, nella fase di guerra civile; i guerriglieri della
sinistra radicale, un esercito di migliaia di soldati e partigiani irregolari, erano
appoggiati finanziariamente e militarmente dai servizi segreti di mezzo mondo,
dalla frazioni progressiste del cattolicesimo e dell’ebraismo americano e
francese, erano ormai entrati nella fase di aggressione diretta all’esercito
cileno. Il tributo di sangue di soldati e carabinieri cileni non si placherà
nemmeno dopo l’11 settembre ’73. Pur non giustificando affatto il “contro-
terrore” dei conservatori cileni, si deve dire che la sinistra radicale uccise
comunque dal 1973 al 1990 647 militari cileni e che tentò in molti casi, con il
supporto della CIA di sinistra, di attentare alla vita di Augusto Pinochet.
Inoltre, se utilizziamo la logica storica novecentesca (ma anche quella odierna,
come stiamo vedendo) va addebitato al Comunismo internazionale e alla
sinistra liberal e radicale che sia il fatto di aver sistematicamente usato lo
strumento principe della strage di massa e dell’annientamento del nemico. E’
inevitabile che prima o poi, per non perire definitivamente, le forze
conservatrici e non progressistiche si autotutelino per l’elementare
sopravvivenza fisica. Va al riguardo segnalato che nel momento in cui ( ad es.
1977 o 1983) Augusto Pinochet allentò le briglia, i terroristi ne approfittarono
per intensificare di nuovo le violenze antinazionali.

Pinochet fu veramente un fascista e un antisemita?

Secondo uno storico serio e sempre equilibrato come l’ebreo George Mosse, il
pinochetismo fu più o meno una forma di Nazionalsocialismo cileno, più che il
classico regime autoritario di destra (G. Mosse, Intervista sul nazismo, Laterza
1977). Non solo perché la Giunta conservatrice sarebbe stata antiliberale e
anticomunista ma soprattutto perché la Giunta militare era antisemita. Allende
fu in ottime relazioni ideologiche e geopolitiche con l’ebraismo mondiale.
Allende era già stato vicino all’Histadrut, ai laburisti di Israele e al partito sionista marxista
israeliano, Mapam, il cui segretario politico, Naftali Feder, era stato presente
all’inaugurazione presidenziale cilena nel 1970 e si mantenne sempre in
rapporto con il leader socialista cileno. Circa 200 israeliani stavano lavorando
in Cile per studiare i metodi di irrigazione della terra arida. Allende sostenne in
diversi casi che il conflitto in Medio Oriente poteva essere risolto solo
con l’esistenza e alla sopravvivenza dello stato
socialista ebraico, privo delle componenti sioniste anti-bolsceviche. Allende, esponente di punta della Massoneria globalista dell’America latina, considerava dunque il sionismo nella sua funzione
di forza di sinistra, e per questo Israele fu sostenuto dall’Urss di Stalin. Questo
esperimento per costruire una società diversa aveva ispirato molti giovani
sionisti di sinistra a ritardare la loro aliya per aiutare il governo di Allende. Il
Fronte di sinistra sionista aveva rotto e spaccato i ranghi della comunità
ebraica cilena invitando Allende a rivolgersi a loro durante la campagna
elettorale. Anche loro divennero bersagli durante il regno del terrore di
Pinochet, come “ebrei marxisti e sovversivi antinazionali”. Qualche migliaia di
sionisti di sinistra vennero protetti ospitandoli presso l’ambasciata israeliana
nella capitale, Santiago, per molti mesi prima di essere scortati dai diplomatici
all’aeroporto in rotta verso Israele. Ebrei che avevano servito
nell'amministrazione Allende come Enrique Testa, il capo della comunità
sefardita, furono prima perseguitati dalla destra nazionale cilena, poi cacciati in brutto modo
dal Pesei. Jaime Faivovich, ex sindaco di Santiago, cercò rifugio
nell’ambasciata messicana. Volodia Teitelbaum, il capo del partito comunista,
fuggì in Italia, protetto dai compagni italiani. Il rabbino di nuova nomina, Angel
Kreiman, era progressista e filosocialista, riuscì a ottenere permessi di
salvaguardia per gli ebrei di sinistra ed era vicino al Comitato per la Pace,
istituito dai sacerdoti cattolici di sinistra poco dopo l’11 settembre ‘73. Il
rabbino Kreiman firmò una petizione insieme al cardinale cattolico Silva e al
vescovo luterano Frenz che chiedevano al regime di concedere l’amnistia ai
prigionieri politici. Come si vede il filosocialismo cattolico, ebraico, luterano
facevano blocco contro a livello internazionale contro il conservatorismo Nazionale cileno. Le attività
del rabbino furono criticate da elementi conservatori all’ interno della comunità
ebraica cilena, che guardavano con simpatia il regime nazionale. Il rabbino
Kreiman cercò così di trovare un compromesso tra Pinochet e la sua coscienza
di Sinistra liberal sebbene la stragrande maggioranza dell’ebraismo cileno fu
radicalmente antipinochetista anche, ma non solo, a causa della persecuzione
che finiva per identificare socialismo e ebraismo. In una conversazione,
Pinochet gli disse che il suo governo avrebbe vietato il film Il violinista sul
tetto perché sarebbe stato un film di “propaganda ebraico-socialista” che
mostrava i rivoluzionari che sventolavano una bandiera rossa e sostenevano il
rovesciamento dello Zar, verso cui Pinochet aveva una certa riverenza ideale
per il nobile martirio e per quelle che definì illuminate riforme. I rapporti tra il
Governo cileno e Israele migliorarono un pochino quando Begin (destra
radicale israeliana) diventò nel ’77 primo ministro; un rapporto redatto
da intelligence della CIA del 5 febbraio 1988 affermava che Israele aveva
venduto all’aviazione cilena 100 missili aria-aria Shafrir nel 1978 e altri 50 nel
1980. A questo seguirono 150 carri armati Sherman e aerei Westwind 2.
Nonostante questo, Pinochet coltivò sempre rapporti con l’OLP palestinese e
nel 1978 ospitò un raduno dell’opposizione palestinese non comunista a
Santiago. Durante il conflitto Iran Iraq si approfondiscono le relazioni tra l’Iran
di Khomeini e il Cile pinochetista con scambio operativo tra reparti di
intelligence. Durante il conflitto delle Malvinas, Pinochet disse che “il regime
antiperonista” argentino non poteva essere sostenuto dai militari cileni ma vi
era in ballo pure la tradizionale rivendicazione di Santiago sul Canale di Beagle. In
entrambi i conflitti, i sostegni cileni a Iran khomeinista e Gran Bretagna
giocarono un ruolo molto importante. Nel 1998, durante le cure mediche a
Londra, Pinochet è stato arrestato con un mandato di cattura internazionale
per violazioni dei diritti umani. Il sionismo progressista di sinistra fu una delle
forze strategiche della campagna mondiale contro il pinochetismo. Il rabbino
Micky Roser di Yakar si scagliò contro il “fascismo” cileno; in seguito,
moltissimi ebrei, israeliani e non, reclamavano il fatto che i loro genitori furono
uccisi sotto il regime pinochetista. In Israele, presso il Ministero degli affari
esteri, vi sarebbero 19 mila documenti con date precise e con i nomi degli
ebrei perseguitati e uccisi dai pinochetisti ma l’attuale Governo di destra  israeliano ha classificato la notizia come non rilevante e sembra non voglia
compromettere le buone relazioni israelo-cilene. Risulta così difficile stabilire
con precisione quanto sia stata radicale e pesante l’eventuale persecuzione
antisemita del regime pinochetista cileno. Quanto al fatto che la democrazia
corporativista cilena fosse più o meno fascista, difficile rispondere in modo
definitivo. Va comunque considerato che il comandante Merino, il capo
dell’Armada, aveva un busto di Mussolini nel suo studio con cui accoglieva i
militari e i diplomatici; Pinochet era un grande ammiratore di Petain e del
generalissimo Franco, si definì in tre casi “un peronista cileno” ed in alcune
interviste riabilitò anche il nazionalsocialismo tedesco dicendo esplicitamente
che se non vi fosse stato il nazismo i marxisti avrebbero annientato tutti i
cristiani o gli uomini di destra conservatrice nella terra; la maggior parte dei
soldati cileni erano soliti cantare in continuazione canzonacce dell’epoca
fascista come Battaglioni M sotto gli occhi compiacenti o nel migliore dei casi
indifferenti dei vertici del regime. Non so quello che stabilirà in futuro la storia,
ma è un fatto evidente che la maggior parte dei militari dell’11 settembre
’73 si considerarono i continuatori degli anticomunisti “nazionali” e dei
rivoluzionario-conservatori del ‘900 e appena presero il potere liberarono i
militanti peronisti di destra nazionale arrestati e perseguitati sotto quella che loro stessi definirono “la dittatura comunista ebraica” di Allende.

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