“Dio, aiutami a odiare i bianchi”: il libro di preghiere della teologa nera è bestseller in Usa

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La “dittatura del pensiero unico”: odiare i bianchi è cosa buona e giusta? (n.d.r.)

di Cristina Gauri

Roma, 16 apr — “Buon Dio, aiutami a odiare i bianchi”. Inizia così uno dei capitoli di A Rhythm of Prayer: A Collection of Meditations for Renewal, il libro scritto dalla teologa protestante afroamericana Chanequa Walker-Barnes, uscito a febbraio e disponibile presso i principali siti di e-commerce come Target, Barnes & Noble e Amazon. Razzismo antibianco a portata di click, supportato dalle più grosse piattaforme di commercio online.

“Aiutami a odiare i bianchi” 

“Per favore aiutami a odiare i bianchi”, scrive Walker-Barnes. “O almeno a volerli odiare. O almeno a smetterla di preoccuparmi di loro, individualmente e collettivamente. Voglio smetterla di preoccuparmi delle loro anime deviate e razziste, per smettere di credere che possono essere migliori, che possono smettere essere razzisti”. Nessun bianco quindi si salva dalle lamentazioni della Barnes, che continua nella preghiera chiedendo aiuto anche per odiare i bianchi moderati, “gentili” che mascherano il loro razzismo con la gentilezza nei confronti dei neri ma che non fanno nulla per combattere la supremazia bianca.

“La mia preghiera è che tu mi aiuti a odiare gli altri bianchi — sai, quelli gentili”, scrive Walker-Barnes. “Gli elettori di Trump” a cui non importa del colore della pelle “ma che fanno commenti sottilmente razzisti. Le persone felici di invitarmi a cena, ma che allertano il vicinato ogni volta che una persona di colore sconosciuta passa davanti a casa loro”. La Barnes continua snocciolando una serie di stereotipi contro i bianchi: “Risparmiami le loro chiacchiere bianche e le lacrime delle donne bianche”.

E’ pure un bestseller

A Rhythm of Prayer è il numero 1 nella sezione Christian Meditation Worship & Devotion di Amazon e figura tra i bestseller del New York Times. Il libro, secondo la descrizione fornita dalle piattaforme che lo vendono, è una “raccolta di commoventi, tenere preghiere per una gioiosa resistenza e una chiamata all’azione. […] queste preghiere profondamente dolci  ma sovversive offrono ai lettori uno sguardo intimo sulla una diversa forma di preghiera”. Target descrive la raccolta come “uno spazio sicuro in cui le persone possono cercare aiuto, speranza e pace”. Pensa se avessero cercato guerra…

“In verità, la mia famiglia e le mie esperienze personali mi hanno dato milioni di motivi per odiare i bianchi”, spiega la Barnes a Newsweek. “L’odio è giustificato. Potrei persino trovare un precedente biblico per questo”, s’allarga la “teologa”. C’è speranza, redenzione e misericordia per tutti, tranne che per i bianchi, insomma. Il Regno dei cieli per la Barnes diventa un club privé per soli afroamericani.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/dio-odiare-bianchi-libro-preghiere-189856/

Draghi apre: vince la Lega, perde Speranza

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La svolta del premier: contagi ancora alti ma serve un segnale contro il malcontento

A Palazzo Chigi allarme per le tensioni sociali I timori di Gabrielli: preoccupati dalle piazze

di Adalberto Signore

L’accelerazione arriva in tarda mattinata, quando durante la cabina di regia sulle aperture in corso a Palazzo Chigi va in scena l’ennesima sfida tra «rigoristi» e «aperturisti». Con Mario Draghi che alla fine ribalta le previsioni della vigilia, visto che giovedì sera da entrambi i fronti si dava per «altamente improbabile» un allentamento delle misure restrittive. Il premier, invece, decide di sposare la linea portata avanti dai ministri di Forza Italia e Lega, Mariastella Gelmini e Giancarlo Giorgetti, supportati per l’occasione dalla renziana Elena Bonetti. Con buona pace del titolare della Salute Roberto Speranza, costretto peraltro ad illustrare le novità seduto in conferenza stampa a fianco del premier. Tra gli sconfitti anche il ministro M5s Stefano Patuanelli e, in parte, il dem Dario Franceschini. Il titolare dei Beni culturali, infatti, pare che durante la cabina di regia di ieri sia stato meno granitico del solito, preoccupato di riuscire a concedere qualcosa al mondo dello spettacolo che non ha gradito di rimanere chiuso mentre il governo dava il via libera al pubblico per le quattro partite dell’Europeo che si giocheranno allo stadio Olimpico di Roma dall’11 giugno.

In privato, Draghi definisce la sua una «mediazione». E in pubblico sottolinea come la cabina di regia abbia deciso «all’unanimità e non a maggioranza», perché si parte da «punti di vista che non sono uguali» ma «la strada è comune». Ma è di tutta evidenza che nei fatti la linea che passa è sostanzialmente quella di Forza Italia e Lega. Per non dire della percezione complessiva del messaggio, un’indicazione generica in chiave di normalità. Una ripartenza che inizierà il 26 aprile e non il 3 maggio, come ipotizzato fino a giovedì. Ma che Draghi sceglie di annunciare con dieci giorni di anticipo, perché l’obiettivo è quello di sminare il malcontento che va montando nelle piazze in queste ultime settimane. Il premier, infatti, è rimasto molto colpito dalle manifestazioni di protesta di questi giorni. Come dalla relazione fatta mercoledì scorso davanti al Copasir da Franco Gabrielli, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega ai Servizi. L’ex capo della Polizia, infatti, ha relazionato il Comitato di controllo non nascondendo la sua preoccupazione per le tensioni sociali di questi giorni. Che, nel caso le chiusure delle attività economiche dovessero continuare ancora, potrebbero subire una vera e propria escalation ed arrivare a diventare focolai di rivolta. Un campanello d’allarme, quello di Gabrielli, che ha molto preoccupato il presidente del Consiglio. Che ha dunque deciso di «dare un segnale» per cercare di spegnere le polemiche e togliere tensione al Paese. E questo nonostante i numeri che monitorano l’andamento della pandemia non siano oggi «particolarmente differenti» rispetto a «quelli di un anno fa». Questo, almeno, ha detto il premier incontrando nel tardo pomeriggio la delegazione di Forza Italia, guidata da Antonio Tajani. Non è un caso, dunque, che in conferenza stampa Draghi abbia parlato di «rischio ragionato» mentre annunciava l’inversione di rotta sulle riaperture. Un «rischio» che va di pari passo alla «scommessa» fatta sull’economia con il Def: accumulare negli anni a venire altro «debito buono» così da spingere la crescita del Paese.

Politicamente, la via intrapresa dal presidente del Consiglio si porta dietro vincitori e sconfitti. Una riflessione, questa, che deve fare i conti con il fatto che il centrosinistra – non si comprende bene con quale ragionamento di prospettiva – ha sempre ergersi a paladino delle chiusure. A perdere, infatti, è soprattutto il ministro della Salute Speranza. Che non solo nelle ultime settimane ha messo in atto una sorta di conversione a «U», iniziando per la prima volta a parlare con toni concilianti delle varie ipotesi di riaperture. Ma che ieri era al fianco di Draghi in conferenza stampa, a mettere – suo malgrado – la faccia a una linea aperturista che fino a poche ore prima considerava scellerata e inconcepibile.

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/politica/svolta-premier-contagi-ancora-alti-serve-segnale-contro-1939472.html

Il “Buscetta” della ‘ndrangheta ora collabora

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di Redazione

Avevamo iniziato a studiare questi fenomeni, riferiti soprattutto alle ramificazioni in Veneto ed a Verona, sin dal lontano 2014. Ora sembrano giungere notizie confortanti che, probabilmente, nei prossimi mesi potrebbero rivelarsi degli tzunami per alcuni ambienti legati alla politica, al mondo imprenditoriale, ai colletti bianchi, alla massoneria deviata e, addirittura a uomini di Chiesa. Ce lo rivela un altro collaboratore di giustizia… (n.d.r.)

Nicola Grande Aracri decide di parlare col procuratore anti mafia Gratteri

di Felice Manti

«Nicolino Grande Aracri si è pentito? Che bella notizia. Ora spero lo proteggano mandandolo all’estero con una nuova identità, a lui e alla sua famiglia. Perché presto le Regioni rosse esploderanno». Al telefono con il Giornale c’è Luigi Bonaventura, pentito di ‘ndrangheta dell’omonima cosca, colui che fece scattare la prima condanna all’ergastolo per il capo del clan che dettava legge a Cutro, nell’intera Calabria centro-settentrionale e soprattutto tra Toscana, Umbria ed Emilia Romagna. L’annuncio della collaborazione della giustizia del potente boss da oltre un mese – notizia che ha colto di sorpresa il suo legale Gregorio Aversa («Decisione personale, ne ero all’oscuro») è decisiva nella lotta alla ‘ndrangheta soprattutto nelle sue ramificazioni nel Centro Italia, come confermano le sentenze del processo AEmilia per cui Grande Aracri è all’ergastolo al 41bis e i guai giudiziari del braccio destro del governatore toscano del Pd Eugenio Giani, sfiorato da un’indagine per ‘ndrangheta.

Nella potente organizzazione calabrese, ramificata ormai in tutto il mondo, il boss crotonese Nicolino ha (anzi, aveva) un ruolo fondamentale. Ha deciso di consegnarsi al suo peggior nemico, Nicola Gratteri, l’unico forse in grado di soppesare e valutare gli indicibili segreti che Nicolino detto manu i gumma custodisce da più di 40 anni. «Era il capo delle ‘ndrine di Catanzaro, Cosenza, Crotone e di una parte di Vibo – dice Bonaventura al telefono – il suo pentimento rischia di distruggere buona parte del potere dei clan. Soprattutto per quanto riguarda i rapporti con massoneria, colletti bianchi, Chiesa e politica». Continua a leggere

I sovranisti nell’era Draghi

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Come sarà il sovranismo nel tempo di Mario Draghi alla guida di un governo per metà sostenuto e per metà osteggiato dai sovranisti? Ne uscirà sano, con le ossa rotte o rafforzato? Partiamo da un doppio paradosso. Il primo è che hanno fatto bene sia Salvini che Meloni a scegliere le rispettive strade. Non siamo mai stati avari di critiche o compiacenti con loro, ma tutto sommato è stata una scelta saggia per entrambi. Non potendo ottenere il voto anticipato, con Draghi si può puntare ad avere almeno due risultati: far cadere il governo grillo-sinistro che era una calamità innaturale, aggravata da un illusionista vanesio come collante, scongiurando che fosse quella banda inadeguata a gestire il piano del recovery; e avviare una stagione di decantazione in cui viene a cadere la demonizzazione dei sovranisti e si forma un governo bilanciato dalla presenza di forze del centro-destra. Scommessa rischiosa ma andava fatta.

Dall’altra parte, la Meloni ha ben capito che entrando nel governo avrebbe avuto un raggio minimo d’incidenza per via dei numeri ancora esigui del suo partito (avrebbe avuto un ministero di serie b e un paio di sottosegretari) e avrebbe perduto la ghiotta occasione di brillare da sola all’opposizione. Dunque, facile, accorta e lineare la sua scelta di starne fuori.

La divergenza tra Lega e Fratelli d’Italia, anche se non è tattica ma effettiva e competitiva, per chi vede l’insieme con lungimiranza, è utile alla causa comune perché riflette la divaricazione dell’opinione pubblica sovranista e consente di recuperare con l’una i consensi perduti dall’altro; e di ricompattarsi poi. Già quando Salvini scelse la via della spericolata alleanza coi grillini si separò dagli alleati ma poi li ritrovò dopo l’esperienza di governo. Insomma, per i sovranisti è stata positiva la doppia opzione, marciando divisi per poi unirsi quando si andrà al voto. Il sovranismo è sempre al 40 per cento dei consensi, con qualche travaso fra le due forze; aggiungendo l’apporto di Forza Italia e dei centristi resta la maggioranza in pectore del paese.

L’altro paradosso investe invece Draghi al governo. Considerando la sua storia, la sua provenienza, il suo stesso discorso d’investitura, Draghi è l’antitesi del sovranismo. È l’uomo dell’Europa, dell’euro, della finanza transnazionale, del predominio dell’economia sulla politica, della cessione di sovranità all’Unione Europea. Insomma il contrario di un sovranista. Lo ha ben detto Magdi Allam in una lettera aperta a Draghi, a cui non ha fatto sconti nel nome dell’amor patrio e della sovranità.

Ma, ferme restando tutte le inquietudini che genera la premiership di Draghi, c’è da fare un discorso realista e disincantato. Se fosse rimasto Conte e il suo governo col partito più omogeneo all’establishment europeo, il Pd, avremmo avuto una variante furba, doppiogiochista, ingannevole della stessa subalternità all’Europa. E saremmo stati esposti ancor più al rischio di sprecare le risorse dei prestiti ricevuti tra mance, regalie, redditi e bonus, col risultato di trovarci presto indebitati in modo inverosimile senza aver reso produttivi gli investimenti, ma solo puramente assistenziali (a scopo clientelare ed elettorale). A questo punto, anziché andare a trattare con l’Europa mandandoci i parvenu e gli inservienti, proni a tappetino pur di salvaguardare se stessi, meglio andarci con uno dei soci fondatori del club, uno dei leader più ascoltati e accreditati per i ruoli precedentemente coperti. Uno che, a differenza dei Gentiloni, dei Gualtieri &C., non rappresenta un partito di sinistra, ma è una personalità di spicco del nostro paese e dei vertici dell’eurocrazia. Al rischio di una troika straniera è preferibile un alto commissario interno come Draghi.

I rischi ci sono tutti, guai a esultare; ma val la pena correrli considerando l’alternativa. E se un domani alle elezioni dovesse vincere, come ancora le proiezioni dicono, l’alleanza imperniata sui sovranisti, avere un garante e un contrappeso come Draghi al Quirinale potrebbe essere forse l’unico modo per poter avere un governo attento alla sovranità e all’interesse prioritario nazionale e popolare, senza entrare in conflitto con l’Europa.

Naturalmente sono ipotesi, il cammino è impervio, le variabili possono essere tante e imprevedibili. Però tra le insidie e le incognite che si aprivano comunque sul nostro domani, quella con Draghi a Palazzo Chigi e forse dopo al Quirinale, può essere un rischio calcolato a fronte di un progetto politico. Intanto è tornata un po’ di serietà nelle istituzioni, un po’ di sobrietà e di senso dello stato; meno vanterie, meno narcisismi, meno raggiri della popolazione con annunci irreali, potenze di fuoco e giochi d’artificio.

Si deve però considerare anche un’altra ipotesi: che alla lunga si sgonfi il fenomeno sovranista, che i due leader perdano vigore con Draghi al governo e col clima più soft che si respira. Ma questo sarebbe accaduto con almeno pari probabilità, anche nel caso avesse continuato il governo giallorosso. Perché un movimento che galvanizza in permanenza il suo elettorato nella prospettiva dell’ordalia elettorale, l’attesa messianica del giudizio divino e liberatore delle urne, alla lunga si logora se poi non si va mai a votare.

Qui si lascia lo scenario generale per spostare il focus sui movimenti sovranisti: se mettessero a frutto questo periodo di decantazione per selezionare strategie, ranghi, classi dirigenti, per studiare e mettere a fuoco linee, contatti, relazioni, allora sì che potrebbero presentarsi al voto con le carte in regola per governare l’Italia. Raccomandazione inutile, visto come abitualmente si muovono. Tutto resta così imponderabile: che il sovranismo sopravviva a Draghi, che gli succeda al governo, o viceversa che imbocchi la via del tramonto e dell’assimilazione, stemperandosi in quella vaga area del centro-destra. Su tutto veglia minaccioso il demone della pandemia.

MV, Il Borghese (aprile 2021)

Fonte: http://www.marcelloveneziani.com/articoli/i-sovranisti-nellera-draghi/

«Gravidanza solidale», il nome ganzo della barbarie

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Utero in affitto, in effetti, suonava male. Soprattutto, suonava vero. E siccome da mo’ le pratiche più devastanti vengono promosse sotto falso nome – l’aborto procurato è diventato «interruzione volontaria di gravidanza», la produzione dei figli in laboratorio «procreazione assistita», l’omicidio del consenziente «interruzione volontaria di sopravvivenza» (ddl del 14.11.2001) – ecco che la sottrazione ad un bimbo di sua madre, previa transazione, diventa «gravidanza solidale». L’alchimia è merito degli onorevoli Guia Termini, Doriana Sarli, Riccardo Magi, Nicola Fratoianni ed Elisa Siragusa, che hanno depositato in Parlamento un «lavoro dell’associazione Coscioni e Certi Diritti».

Prima che vi riempiano le orecchie di marmellata per farvi ingoiare il rospo, vi rivelo una notizia: la «gravidanza solidale» non esiste. In nessuna parte del mondo. Perfino dove formalmente è legale da anni ed anni – come nel Regno Unito – trattasi di truffa in piena regola, di volgare gioco di prestigio. Parola di Julie Bindel, scrittrice femminista radicale ed attivista britannica che da decenni assiste le donne processate per aver ucciso i loro partner violenti. Non parliamo, insomma, d’una bigottona, bensì di una intellettuale impegnata e de sinistra. Ebbene, nell’ottobre 2020, sul londinese Evening Standard, la Bindel ha firmato un intervento che fa a pezzi la bufala proprio della «gravidanza solidale», ciò che vogliono rifilare pure a noi.

«Parlare di “maternità surrogata altruistica” ossia di un accordo per cui la madre surrogata può agire solo liberamente e dietro rimborso spese», ha infatti scritto la Bindel, «è fuorviante. In Gran Bretagna una madre surrogata può richiedere fino a 15.000 sterline di rimborsi spese, che equivalgono allo stipendio annuale per molte donne con un lavoro a bassa retribuzione». A seguire, la celebre femminista riporta testimonianze forti e che sarebbe eufemistico definire da brivido. «Ho parlato con una donna britannica», ricorda, «che è stata costretta dal marito violento a stipulare un accordo di maternità surrogata per saldare i suoi debiti» Non è abbastanza per capire quale inganno si celi in pratica dietro i nastrini arcobaleno della «gravidanza solidale»? No? Andiamo avanti.

«A un’altra donna, con peraltro già due figli suoi», continua sempre l’insospettabile Bindel, «è stato chiesto di portare un bambino per una coppia gay; e non appena è rimasta incinta, i genitori committenti hanno tentato di controllare la sua vita, dettando cosa poteva mangiare e bere, mandandole messaggi costantemente. “Ero considerata una loro proprietà”, mi ha confidato». Ora, se questo accade non nel Terzo Mondo ma nella civilissima Gran Bretagna, dove la maternità surrogata “non commerciale” è legale dal 1985, perché mai dovremmo farci prendere per il naso noi, con la storiella della «gravidanza solidale»? Il fatto che nel Regno Unito, ma anche negli Usa, in Francia e nella stessa Italia, ad opporsi a tale pratica siano femministe storiche – da Luisa Muraro a Marina Terragni -, dice niente? Pensiamoci bene, prima di diventar imbecilli solidali.

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«Gravidanza solidale», il nome ganzo della barbarie

Utero in affitto diventa proposta di legge

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Roma, 14 nov – Pressing sull’utero in affitto: dopo la finta priorità del Ddl Zan, arriva un’altra proposta di legge che va a tutelare gli interessi di pochi con il paravento delle donne malate.

Utero in affitto, la proposta di legge 

Sulla proposta di legge che vuole normare la pratica dell’utero in affitto ha lavorato la bergamasca Guia Termini, passato nelle fila del M5S (poi espulsa) in tandem con l’Associazione Luca Coscioni, nota per le sue battaglie a favore dell’eutanasia. Come ben sappiamo in Italia (per ora … ) la maternità surrogata è vietata dalla  40 del 2004. Per questo molte coppie omosessuali, o per meglio dire, quelle che se lo possono permettere, si rivolgono all’estero poiché in alcuni Paesi è legale o non espressamente vietata. Questa pratica ha permesso, ad esempio, ad una coppia omosessuale di vedere entrambi i genitori riconosciuti dalla Cassazione tramite una “scappatoia“: il bimbo, infatti, era nato negli Usa.

“Legalizzare la pratica”

“La legge 40 del 2004, con i suoi inopportuni divieti, è uno dei più grandi errori commessi dal legislatore italiano – spiega Termini – È ora di alzare la voce contro la criminalizzazione di chi ricorre alla gda. Per questo ho deciso di depositare una proposta per la legalizzazione della maternità surrogata solidale, frutto del prezioso lavoro dell’ Associazione Luca Coscioni con giuristi, esperti e associazioni insieme per le libertà civili e la salute riproduttiva”.

Ma chi sarebbero i veri beneficiari?

La proposta di legge sull’utero in affitto, maternità surrogata o gravidanza per altri che dir si voglia viene spinta senza menzionare mai chi ne usufruirebbe maggiormente, ovvero le coppie gay. La Termini si spertica a parlare di donne rese sterili dal cancro o patologie congenite, ma il suo discorso, come era inevitabile, arriva invocare “un istituto che garantisca pienamente il supremo interesse dei bambini delle famiglie omogenitoriali”. Insomma, un cavallo di Troia.

Tra i firmatari anche Fratoianni

“Questo lavoro mira a predisporre una legge finalizzata ad evitare che coppie o persone singole siano esposte ai rischi spesso connessi alle pratiche ‘low cost’ o che mettano le persone nella condizione di cercare e affidarsi a intermediari non autorizzati e con dubbia credibilità”: insomma, secondo la ex grillina, se uno va all’estero per affittare un utero attraverso mezzi e/o organizzazioni poco serie è lo Stato italiano a dover normalizzare una pratica quantomeno controversa. Tra i firmatari della prposta di legge, Doriana Sarli, Riccardo Magi, Nicola Fratoianni ed Elisa Siragusa.

La proposta Carfagna / Meloni

E pensare che Mara Carfagna e Giorgia Meloni hanno presentato alla Commissione Giustizia un articolo che vorrebbe modificare la la legge 40 del 2004 per rendere più agevole alle Procure l’agire contro chi ricorre a questo mezzo, anche quando l’intera pratica viene “sbrigata” all’estero. Poiché si parla di bambini e non di bruscolini, è logico andarci col pugno di ferro coi furbetti che mettono a rischio il benessere di un nascituro pur di bypassare le leggi italiane. Se le coppie omogenitoriali o chi per loro vogliono portare avanti una battaglia che ritengono di civiltà per il bene “collettivo” non avrebbero dovuto aggirare la legge italiana per poi sottoporre i giudici e le commissioni ad un ricatto. E usare le donne malate o sterili come paravento per favorire le coppie omossessuali  è ipocrita e violento tanto quanto la pratica dell’utero in affitto.

Ilaria Paoletti

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/politica/utero-in-affitto-diventa-proposta-di-legge-in-italia-norma-liberticida-189553

Cure domiciliari, un primo passo del Parlamento

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Il Senato ha approvato con 212 sì (2 no e 2 astenuti) un ordine del giorno con primo firmatario il leghista Romeo che impegna il Governo ad aggiornare i protocolli per le cure domiciliari dei pazienti con Covid-19. Si chiede di superare la logica della “vigile attesa” e tenere conto dell’esperienza sul campo dei medici con l’uso di farmaci già esistenti. Un primo passo, che va oltre la strategia vaccinocentrica.

Ogni tanto ci è concessa la grazia anche di qualche buona notizia. È stato approvato dal Senato, con 212 voti favorevoli, 2 contrari e 2 astensioni, un ordine del giorno, a prima firma Massimiliano Romeo, presidente del gruppo della Lega a Palazzo Madama, che impegna il Governo ad aggiornare i protocolli e le linee guida per le cure domiciliari dei pazienti Covid-19, tenendo conto di tutte le esperienze dei professionisti impegnati sul campo.

Finalmente si comincia a parlare in modo serio di cure e non solo di prevenzione vaccinale. Finalmente la politica è giunta alla conclusione – come si legge nel documento approvato – «per cui una corretta gestione dei pazienti affetti da Covid-19 presuppone, da un lato, l’immediata adozione delle cure maggiormente idonee e specifiche per il singolo individuo, dall’altro, l’esigenza di non affollare in maniera non giustificata gli ospedali e soprattutto le strutture di pronto soccorso». Per questo, secondo il documento approvato in Senato, «appare necessario, alla luce delle esperienze sul territorio, superare la previsione della “vigile attesa” prevedendo l’aggiornamento dei protocolli e delle linee guida dando la possibilità̀ per i medici di prescrivere i farmaci ritenuti più̀ opportuni tenuto conto del singolo caso, nel quadro delle indicazioni della comunità̀ scientifica validate dagli organi preposti».

Interessante anche il fatto che nel citato documento si riconosca espressamente «un ruolo cruciale ai membri della famiglia o ai conviventi del paziente», e si identifichi «la casa come luogo primario di cura» e quale «punto cardine di una nuova visione della medicina di prossimità̀ che attenua il senso di allontanamento e di perdita delle relazioni quotidiane e apporta una dimensione non solo farmacologica ma anche relazionale al trattamento sanitario».

L’ordine del giorno approvato al Senato ha anche il merito di rimediare all’assenza di linee guida aggiornate e univoche volte a fornire protocolli generali di cura domiciliare dei pazienti Covid-19, circostanza che ha fatto registrare «sul territorio nazionale rilevanti diversificazioni tra i protocolli sanitari regionali».

Il Senato ha quindi impegnato il Governo ad attuare un’azione articolata in cinque punti. Primo, «aggiornare, per il tramite dell’Istituto Superiore di Sanità, Agenas ed AIFA, i protocolli e linee guida per la presa in carico domiciliare da parte di MMG, PLS e medici del territorio, dei pazienti COVID-19 tenuto conto di tutte le esperienze dei professionisti impegnati sul campo». Secondo, «istituire un Tavolo di monitoraggio ministeriale, in cui siano rappresentate tutte le professionalità̀ coinvolte nei percorsi di assistenza territoriale, vista la crescente complessità̀ gestionale e la necessità di armonizzare e sistematizzare tutte le azioni in campo». Terzo, «attivare, per una efficace gestione del decorso, fin dalla diagnosi, interventi che coinvolgano tutto il personale presente sul territorio in grado di fornire assistenza sanitaria, accompagnamento socio-sanitario e sostegno familiare». Quarto,  «attivarsi affinché́ le diverse esperienze e dati clinici raccolti dai Servizi Sanitari Regionali confluiscano in un protocollo unico nazionale di gestione domiciliare del paziente Covid-19». Quinto e ultimo punto, «affiancare all’implementazione del protocollo nazionale per la presa in carico domiciliare dei pazienti Covid-19 un piano di potenziamento delle forniture di dispositivi di telemedicina idonei ad assicurare un adeguato e costante monitoraggio dei parametri clinici dei pazienti».

Si sta finalmente andando verso quella direzione più volte coraggiosamente indicata da alcuni medici, e formalizzata in un interessante documento intitolato La gestione dei pazienti COVID-19 in ambito domiciliare, redatto l’1 aprile 2021 e contenente alcuni indirizzi operativi proposti dal gruppo di lavoro promosso da Luca Coletto, capo del dipartimento Sanità della Lega. Finalmente si può parlare di cure. Si può parlare di farmaci. Si può parlare di vitamina D, di prebiotici, di N-acetilcisteina, di ASA, di idrossiclorochina, di corticosteroidi, di antibiotici, di eparine a basso peso molecolare, senza essere tacciati di negazionismo.

Forse la medicina, ovvero l’antica τέχνη (téchne) istituita da Ippocrate nel V secolo a.C., ha ritrovato la propria originaria e fondamentale finalità: quella della θεραπεία (therapèia), della cura. Piuttosto che pensare ad un’eventuale prevenzione attraverso controversi vaccini sperimentali, dalle incalcolabili prospettive di guadagno per le case produttrici. Si tratta, infatti, del maggior business di tutta la storia dell’umanità. Questa è l’unica cosa su cui tutti, negazionisti e non, concordano.

DA

https://lanuovabq.it/it/cure-domiciliari-un-primo-passo-del-parlamento

Obiezioni e risposte: Il dolore

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Sul sito è disponibile il numero 226 del giorno 11 aprile 2021. Il settimanale si può scaricare gratuitamente nella sezione download dedicata ai soli Associati e Sostenitori.

Ricordiamo che è possibile rinnovare la quota associativa per il 2021 cliccando qui. Per le nuove iscrizioni cliccare quiSursum Corda non accetta finanziamenti pubblici.

Comunicato numero 226. Obiezioni e risposte: Il dolore;
– Quando Papa San Pio X insorse contro Ernesto Nathan;
– Orazione a San Dionigi, Vescovo (8.4);
– Orazione a San Guglielmo di Eskill, Abate (6.4);
– Orazione a San Marcellino di Cartagine, Martire (6.4);
– Orazione a Sant’Egesippo, Confessore (7.4);
– Orazione a Sant’Ezechiele, Profeta e Martire (10.4);
– Orazione a Santa Maria di Cleofa (9.4);
– Preghiere a San Leone Magno, Papa (11.4).

Baffino tirato in ballo su più fronti nei pasticci Covid 19

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Che questa volta Baffino D’Alema, il politico più sottile della sinistra, finisca veramente in trappola? Ieri è passato dai margini della politica e da un dorato esilio, al cuore della cronaca, e per due fatti non positivi.

Prima di tutto la vicenda, narrata da La Verità,  dei 140 ventilatori cinesi Aeonmed vg70 per terapia intensiva acquistati da Borrelli quando era ancor commissario alla protezione civile nel 2020 e risultati non idonei, privi dei marchi di conformità,  e quindi ritirati dalla Regione Lazio. L’azienda che li ha venduti alla Protezione Civile ha esibito necessaria raccomandazione da parte di un membro noto della sinistra, in questo caso D’Alema, senza la quale è impossibile fare affari con lo stato, il tutto sotto forma di lettera:

Carissimi”, scrive in inglese il fornitore, “abbiamo appena ricevuto informazioni dall’onorevole D’Alema Massimo che il vostro governo acquisterà tutti i ventilatori nella lista che ho allegato a questa e-mail. E accettiamo i termini del pagamento che avete concordato. Quindi acquisteremo tutti i 416 set di ventilatori per voi il prima possibile. Grazie per la vostra fiducia in noi. Faremo del nostro meglio per servire i vostri interessi”. In Germania diversi deputati CDU han dato le dimissioni per meno.

Però non è finita: ieri sera a Report viene reso noto un tentativo di D’Alema per intervenire sul OMS e nascondere le malefatte del ministro Speranza e dei suoi predecessori nella nota vicenda che vede coinvolti Speranza , Ranieri Guerra, Brusaferro ed il capo di gabinetto Zaccardi sui piani pandemici. Il tutto per evitare che l’Italia “De Sinistra” mostrasse la sua vera faccia di superficialità ministeriale e d’inadempimento dei propri doveri.

D’Alema e la sinistra “Sottile” in trappola? Il nostro si è dimostrato politico molto abile, e finora è sopravvissuto a innumerevoli vicende, dimostrandosi inattaccabile quanto il mitico “Teflon” Rutte, il politico olandese passato quasi indenne in mezzo a miriadi di scandali. Però questa volta potremmo essere giunti a fine corsa. L’Italia ha vermente bisogno un cambiamento, ed il primo passo dovrebbe essere la fine del “Mi manda Picone”, che così tanti disastri addusse al nostro Paese. Iniziamo mandando Baffino in una definitiva pensione e con lui i vari amici suoi, Arcuri compreso.

 

 

DA

https://scenarieconomici.it/baffino-in-trappol-dalema-tirato-in-ballo-su-piu-fronti-nei-pasticci-covid-19/

Lorenzo Fontana: “Il Mediterraneo è casa nostra. Questione di potenza nazionale”

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L’ex ministro e responsabile Esteri della Lega spiega quali saranno le mosse del Carroccio sul piano internazionale

Tra le personalità più influenti nella Lega, Lorenzo Fontana ha un lungo percorso di militanza alle sue spalle che lo ha portato a scalare i ranghi del partito senza mai perdere di vista i valori identitari e cristiani. Dagli inizi nella Lega Veneta con i Giovani Padani fino alla nomina nel 2016 a vicesegretario federale (carica che ricopre ancora oggi), passando per l’incarico di Ministro per la famiglia e la disabilità, poi di Ministro per gli affari europei, si è fatto strada con spirito di abnegazione e dando battaglia sui temi a lui più cari. Nel mezzo l’elezione ad eurodeputato e a deputato al parlamento italiano. È di pochi giorni fa l’annuncio del nuovo importante ruolo affidatogli da Matteo Salvini come responsabile esteri della Lega e Fontana non ha perso tempo svolgendo un ruolo di primo piano nell’incontro a Budapest tra Salvini, Orban e il premier polacco Morawiecki.

Onorevole Fontana, da poco è stato nominato responsabile esteri della Lega, su quali temi si muoverà la sua attività nei prossimi mesi? Quale saranno le priorità per la Lega in Europa?

“L’obiettivo è creare massa critica per avere il più possibile un’unità di intenti a livello europeo ed extra Ue: difesa dell’identità, delle tradizioni, della famiglia, una base comune dei valori cristiani per fare da contraltare all’agenda globalista e politicamente corretta sempre più aggressiva. Dietro alle buone intenzioni c’è il rischio di una nuova forma di totalitarismo che può diventare alla lunga pericolosa. Bisogna muovere le forze identitarie per creare una visione diversa di civiltà e un’alternativa al globalismo”.

Di recente ha partecipato a Budapest all’incontro tra il leader della Lega Salvini, il primo ministro ungherese Orbàn e il primo ministro polacco Morawiecki, nei prossimi mesi è prevista la nascita di un nuovo gruppo al parlamento europeo?

“Si potrà avere qualche sviluppo in tal senso ma non è questo il punto centrale. Inizialmente la battaglia è culturale e politica, occorre creare organismi internazionali che non si limitino al gruppo al parlamento ma serve un’alternativa in senso identitario fondamentale nell’Ue in particolare in un momento in cui il Ppe si è spostato a sinistra dando il via libera ad un’agenda socialista”.

L’Ecr si è detto disponibile a ragionare un ingresso della Lega nel suo gruppo, è un’ipotesi plausibile?

“Non appena sarà possibile, occorre creare un gruppo il più grande possibile che ci ponga come alternativa all’attuale maggioranza nel parlamento europeo. Bisogna coinvolgere ciò che rimane di destra nel Ppe verso una grande alleanza. L’obiettivo deve essere più ampio di una semplice entrata nell’Ecr, servono ambizioni importanti. O onor del vero, già da prima delle elezioni europee auspicavo la nascita di una grande alleanza in Ue ma ora i tempi sono maturi”.

Il percorso avviato a Budapest coinvolgerà anche think tank, fondazioni e mondo culturale, in quali forme e modalità? Ritiene sia importante il contributo della cultura identitaria per il “Rinascimento europeo”?

“In ogni Paese è raccontata una visione dei partiti identitari in modo negativo con un’idea folle e lontana da realtà, il mondo culturale è importante per spiegare cosa succede nei vari paesi europei. In tal senso i think tank hanno un ruolo fondamentale, dovranno essere la nostra arma per scardinare questa propoganda mediatica. Da una parte c’è la politica e in parallelo l’attività delle fondazioni e dei think tank”.

Alla luce del dibattito di questi giorni, quale dovrebbe essere secondo lei l’approccio dell’Italia e dell’Unione europea nei confronti della Turchia?

“Da sempre la Lega sostiene che la Turchia non c’entri nulla con l’Ue. I tentativi di pre adesione (che ci sono costati miliardi di euro) erano basati su un approccio ideologico. La Turchia porta avanti una politica aggressiva nel Mediterraneo fastidiosa non solo per l’Italia ma anche per altre nazioni europee come la Francia. L’Italia deve ritrovare centralità nel Mediterraneo che è un fulcro di sviluppo sopratutto per il mezzogiorno. Occorre avere la volontà di impegnarsi per considerare i nostri confini come una cosa che ci interessa direttamente, sia nell’area dei Balcani sia in Libia e nord Africa. Il Mediterraneo è casa nostra e non possiamo permetterci una politica aggressiva della Turchia, è una questione di potenza nazionale”.

È da sempre molto attivo nella difesa dei cristiani perseguitati, a suo giudizio cosa dovrebbe fare l’Italia per aiutare i cristiani perseguitati nel mondo?

Basterebbe che l’Italia e l’Unione europea, ogni volta che siglano un trattato internazionale, inseriscano il rispetto delle minoranze cristiane. Non ci dobbiamo dimenticare che quella cristiana è la minoranza più perseguitata al mondo con migliaia di morti ogni anno e anche in Europa assistiamo a un crescente numero di atti contro il cristianesimo e contro i fedeli. Avvengono episodi di cristianofobia in tutta Europa, è una problematica che esiste e dobbiamo farci sentire. In futuro ci sarà una contrapposizione non solo in termini economici ma anche su valori e questioni religiose, è notizia di pochi giorni fa un attentato sventato in Francia. Una parte del mondo è in guerra contro il cristianesimo, ci hanno dichiarato guerra ma noi chiudiamo gli occhi”.

Venendo alla politica interna, come giudica questi primi mesi di governo Draghi?

“È ancora presto per giudicare l’operato del governo e per fare bilanci, mi auguro ci possa essere sempre di più discontinuità con Conte ma sembra che Draghi voglia farlo a piccoli passi”.

La Lega sta molto insistendo sul tema delle riaperture, qual è la sua posizione a riguardo? È possibile coniugare diritto al lavoro e diritto alla salute?

“Bisogna cambiare passo sulle riaperture. Vengo da una regione, il Veneto, in cui il turismo ha una massima importanza, così come l’artigianato, ed oggi ci sono aziende e persone in gravi difficoltà. È sbagliato l’approccio per cui lo stato ti chiude e non ti sostiene in modo adeguato. Non ci possono impedire di lavorare, capisco l’emergenza iniziale ma dopo un anno è incomprensibile perché si continua a impedire alle persone di lavorare. Per molti il lavoro è una ragione di vita, bisogna riaprire in sicurezza perché stanno subentrando gravi patologie anche di carattere psicologico. Lo stato non può impedirti di lavorare senza garantirti una sopravvivenza. Mi auguro davvero ci sia un netto cambiamento di passo”.

Uno degli argomenti principali dell’attuale governo è l’ambiente, con il Recovery fund verranno destinati numerosi miliardi al tema ambientale, pensa sia possibile un ecologismo identitario? Se sì, basato su quali aspetti?

“L’ecologismo ha un lato identitario positivo e uno globalista negativo. Il vero ecologismo è di stampo identitaria, se riusciamo a usare i fondi del recovery nel giusto modo, possiamo vivere in un ambiente migliore e privo di tendenze ideologiche tipiche di una visione antiumana”.

DA

https://www.ilgiornale.it/news/politica/lorenzo-fontana-mediterraneo-casa-nostra-cosa-faremo-turchia-1938156.html

“Domani un prete di meno”: Rolando Rivi, vittima dei partigiani rossi

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Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 35/21 del 13 aprile 2021, Sant’Ermenegildo

“Domani un prete di meno”: Rolando Rivi, vittima dei partigiani rossi

Ricordiamo il martirio del seminarista Rolando Rivi, ucciso il 13 aprile 1944, a 14 anni, da una banda di partigiani comunisti in Emilia in odio alla fede. I responsabili del crimine, il commissario partigiano Giuseppe Corghi, che materialmente sparò, e il capitano Delciso “Narciso” Rioli, comandante della Brigata Garibaldi, entrambi trentenni, furono condannati per l’omicidio ma trascorsero solo 6 anni di carcere. Dopo l’esecuzione commentarono compiaciuti: “Domani un prete di meno”. La frase è da correggere: un prete in meno sulla terra, un martire in più in Cielo.

Il martirio di Rolando Rivi
https://www.centrostudifederici.org/il-martirio-di-rolando-rivi/

Crimini comunisti: il martirio del seminarista Rolando Rivi
https://www.centrostudifederici.org/crimini-comunisti-martirio-del-seminarista-rolando-rivi/

Testimonianza di don Alberto Camellini
Don Alberto Camellini (1920 – 2009) nel 1944, novello sacerdote, sostituì a San Valentino di Castellarano il parroco Don Olinto Marocchini, che una notte del luglio 1944 subì un‘aggressione da parte di partigiani comunisti. Fu lui a ritrovare la salma di Rolando Rivi e salvaguardare la memoria storica del martirio.

da

“Domani un prete di meno”: Rolando Rivi, vittima dei partigiani rossi

La più grande minaccia per il Segretario alla Difesa USA? L’estremismo nell’esercito

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L’EDITORIALE DEL LUNEDÌ

di Leonardo Motta

Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, ha
dichiarato che la massima priorità dell’amministrazione militare è …
combattere l’estremismo e le ideologie estremiste nell’esercito. Ha
anche ordinato alle unità, nei prossimi due mesi, di dedicare un
giorno alla ricerca della forma che questa minaccia assume nelle loro
strutture.
Naturalmente Lloyd J. Austin ha dichiarato guerra agli estremisti di
destra e ai “suprematisti” nell’esercito americano. A seguito
dell’ordinanza, i comandanti di tutte le strutture trascorreranno una
giornata indagando sul problema, ascoltando le opinioni del personale,
rivedendo le procedure per la segnalazione degli incidenti e
monitorando i fenomeni di disturbo.
Il portavoce del Pentagono John F. Kirby ha spiegato che questo
problema tocca una questione di leadership militare ed è per questo
che deve essere affrontato a tutti i livelli esistenti.
Secondo Kirby le attività intraprese sono volte a stimare la portata
di questo fenomeno. In una nota spedita per posta, Austin (il primo
segretario alla difesa nero nella storia degli Stati Uniti) ha
sottolineato che tutti i soldati, i comandanti e i lavoratori civili
meritano di lavorare in un ambiente “libero da discriminazioni, odio e
molestie”.
Allo stesso tempo, il Dipartimento della Difesa ha annunciato una
revisione dell’efficacia delle procedure e degli standard che vietano
ai soldati di appartenere o appoggiare gruppi e organizzazioni
estremisti, suprematisti o criminali. Questi standard sono stati
aggiornati l’ultima volta nel 2012, ma i funzionari dicono che il
problema principale risiede nel definire quale tipo di attività
estremista è regolamentata e rimane proibita.
Nel 2020, l’FBI ha informato il Pentagono che stava indagando su 143
soldati attuali o ex e 68 casi relativi ad attività estremiste. A loro
volta, i comandanti dei Marines hanno rivelato di aver affrontato
negli ultimi 3 anni 16 casi di estremismo, la maggior parte dei quali
riguardava… l’attività dei soldati su Internet. A sua volta, nel
2019, il 36 per cento dei lettori del Military Times, in genere
persone che hanno prestato servizio nell’esercito, hanno affermato in
un sondaggio che nello svolgimento dei loro compiti hanno incontrato
manifestazioni di “supremazia bianca” e “ideologie razziste”. Nel
2018, una tale risposta è stata data dal 22% degli ex soldati.
È incredibile notare come non sia una priorità per Austin la difesa
degli Stati Uniti dalle minacce esterne. Ed è altrettanto incredibile
notare come i democratici stiano già chiedendo un esame delle opinioni
e delle attività dei riservisti e dei membri della Guardia nazionale
come parte della lotta contro l’estremismo. Fino ad ora, i membri di
queste formazioni erano considerati più civili, potevano candidarsi a
cariche pubbliche e prendere parte alla politica, il che non aveva
alcun effetto sul loro servizio temporaneo.
La tradizione dei cittadini soldato, ora resa possibile dalla legge e
dalla Costituzione, sopravviverà sotto il Segretario Austin, si chiedo
in molti. Secondo molti commentatori repubblicani degli Stati Uniti
l’attuale uso dell’FBI per studiare la vita civile e l’attività sui
social media di 25mila soldati riservisti della Guardia Nazionale,
l’appello dei Democratici a simili ricerche sui social media e sulle
vite di possibili reclute sono segnali preoccupanti!

Leonardo Motta

Italia patria di tolleranza. Altro che «ultimi in Europa»

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DI GIULIANO GUZZO

Una delle tesi che l’onorevole Alessandro Zan e, più in generale, i sostenitori del suo disegno di legge rilanciano con maggiore insistenza è quella secondo cui una norma contro l’omobitransfobia è urgente perché è «una legge che esiste in ogni paese civile dell’Europa, esiste anche in Paesi come Cipro, la Bulgaria e Montenegro ma non in Italia». Ora, l’argomento è in sé non solo molto debole – già a scuola le maestre sconsigliavano di scopiazzare dagli altri – ma addirittura falso nella misura in cui lascia intendere che sussista un legame causale tra legislazione antidiscriminatoria ed effettivo contrasto ai crimini d’odio. Ebbene, fior di rilevazioni smentiscono anzi ribaltano questa tesi, evidenziando come l’Italia sia un Paese estremamente tollerante: già oggi.

Possiamo iniziare con i dati raccolti da OSCE/ODIHR che dicono come, di crimini d’odio per orientamento sessuale ed identità di genere ogni 100.000 abitanti, nel 2019 se ne siano verificati 0,6 in Spagna, 0,9 in Finlandia, 1,4 in Belgio e un numero incredibile – 27,2 – nel Regno Unito, che pure ha la fama d’essere Paese «gay friendly». E l’Italia? Da noi, il tasso di tali crimini d’odio è assai più basso altrove: appena 0,2 ogni 100.000 abitanti. Davanti a questo dato, i sostenitori del ddl Zan potrebbero obiettare che ciò è dovuto al fatto che in Italia, assente una legge contro l’omobitransfobia, chi è vittima di crimini per orientamento sessuale li denuncia meno che altrove. Ora, a parte che trattasi di mera congettura, va detto che le citate rilevazioni trovano insospettabile conferma in altre indagini a cura di associazioni Lgbt.

Basti considerare il Global Attitudes Survey on LGBTI 2016, maxi indagine dell’ILGA – acronimo che sta per International Lesbian and Gay Association, non proprio una sigla tacciabile di omofobia – effettuata a livello globale in oltre cinquanta Stati per un totale di 96,331 persone, ha per esempio messo in luce che l’idea della punibilità dell’essere Lgbti – che dovrebbe accomunare «i più omofobi fra gli omofobi» – vede solo l’11% degli Italiani favorevoli, contro il 13% degli spagnoli, il 15% degli olandesi, il 17% dei francesi e il 22% degli inglesi. Questa indagine è interessante per almeno due motivi: perché conferma, descrivendo gli atteggiamenti, i dati OSCE/ODIHR – che invece descrivono i crimini -, e perché descrive il nostro Paese prima delle unioni civili del 2016, e quindi quando doveva essere più intollerante di oggi.

Ora, una curiosità è lecita: come mai l’Italia risulta più tollerante di altri Paesi? Posto che singoli casi di violenza e discriminazione avvengono pure qui (ma ben meno che altrove e sempre sanzionati), la spiegazione è di carattere storico e riguarda la depenalizzazione della sodomia. Nella nostra penisola, infatti, l’omosessualità fu depenalizzata nel lontano 1889, ben prima della Svizzera (1942), dell’Inghilterra (1967), dell’Austria (1971) della Norvegia (1972), della Spagna (1978), della Francia (1982), d’Israele (1988) e della Germania (1994). Nella sua svolta tollerante, la cattolica Italia, insomma, ha anticipato di oltre mezzo secolo il resto d’Europa. Ciò spiega i dati prima esposti e fa capire che non siamo noi a doverci ammodernare; semmai, son gli altri dover prender ad esempio dall’Italia. Che del ddl Zan non ha nessun bisogno.

DA

Italia patria di tolleranza. Altro che «ultimi in Europa»

L’Amore è una discriminazione

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di Matteo Castagna*

 
L’Amore è il vulnus della storia. Tutto è sempre ruotato attorno ad Esso. La rivelazione di Cristo è fondata sull’Amore. Per questo, sembrerebbe inopportuno che se ne parli così tanto a sproposito. Mi riferisco al ddl Zan, che, laddove intende punire con la reclusione l’ “istigazione alla discriminazione” dimostra di essere una proposta ideologica che mira a educare ad una “cultura del Pensiero Unico”, inaccettabile in un Paese civile.
Perché chi predica e professa il Catechismo della Chiesa Cattolica, ritenendo la pratica sodomita un peccato grave o l’utero in affitto una violazione contro il diritto naturale, potrebbe beccarsi 4 anni di galera? O la rieducazione nei “campi di lavoro” delle associazioni LGBT? Manco ai tempi di Stalin, che, peraltro, deportava gli omosessuali nei gulag…
Amore per il prossimo non significa assecondarne ogni volontà o capriccio. Nessun buon padre di famiglia dà sempre ragione al figlio, senza rischiare che questi cresca privo di educazione, etica e di una dirittura morale. Significa, altresì insegnargli la Verità, chiamando Bene il Bene e Male il Male, secondo gli ancestrali principi tradizionali, che affondano le radici nella bimillenaria civiltà classico-cristiana.
Ecco che, allora, come giustamente osserva Julien Langella nel suo bel libro “Cattolici e identitari” (ed. Passaggio al Bosco, 2021) l’Amore non è riferibile solamente al rapporto di coppia, ma anche alla Nazione. Il patriottismo nasce dal quarto dei dieci comandamenti: “Onora tuo padre e tua madre”. Il Catechismo ricorda che questo comandamento “indica l’ordine della carità”. “Quest’ordine di prerogativa è la conseguenza diretta del limite dato da Dio alla natura umana, che non può amare tutti allo stesso tempo. “…se non ti è possibile intervenire a vantaggio di tuttti – scrive Sant’Agostino -, devi di preferenza interessarti di coloro che ti sono strettamente congiunti per circostanze di luogo, di tempo o di qualsiasi altro genere, che la sorte ti ha per così dire assegnato” (De Doctrina Christiana, I, paragrafo 29).
Nel 1939, nell’enciclica Summi Pontificatus, Papa Pio XII conferma e richiama questo principio affermando che nell’esercizio della carità esiste un ordine stabilito da Dio, per cui si deve portare un amore più intenso e fare del bene di preferenza a coloro cui siamo uniti da legami speciali. Lo stesso Divin Maestro diede l’esempio di questa preferenza verso la sua Terra e il suo popolo quando pianse per l’imminente distruzione della città santa”. Quindi sì – prosegue Langella – anche nell’amore esiste una gerarchia.
Al giorno d’oggi nulla ripugna più alla mentalità globalista, mondialista ed egualitaria delle nozioni di gerarchia e di preferenza perché tutto deve essere massificato. Il Catechismo passa dall’Amore verso i genitori, a quello verso i nonni, poi a quello verso i connazionali e, quindi, verso la Patria. “Nel senso cristiano della parola, “preferenza” è la definizione stessa di patriottismo. Del resto, patriottismo e amore filiale sono così vicini, che la parola “Patria” significa “terra dei padri” in latino. Non si tratta di amare solo le persone con la stessa origine, ma di preferirle. E’ una sfumatura importante. La priorità non è esclusività, non si oppone alla carità per lo straniero in difficoltà incontrato sul cammino. Non siamo “tenuti ad essere spinti per affetto” verso lo straniero, precisa San tommaso d’Aquino, “se non forse a seconda del tempo e del luogo, perché lo vediamo in qualche necessità da cui non potrebbe essere soccorso senza di noi” (Compendio di Teologia, di fra Agostino selva OP, ESD, Bologna, 1995, pagine 380)”. In tal modo, dando priorità ai “nostri”, saremo, comunque, sempre buoni Samaritani verso coloro che veramente fuggono dalla guerra.
E’ necessario chiarire una volta per tutte anche questa parabola di Gesù, spesso strumentalizzata politicamente dai soloni dell’immigrazionismo. Il buon Samaritano, dopo aver curato lo straniero ferito, non gli fa la residenza sotto casa, non lo invita a chiamare moglie e figli per ritrovarsi tutti assieme appassionatamente mantenuti dalla Patria, non lo porta neppure in casa sua a condividere il pranzo con la sua famiglia ed il letto con la figlia. Una volta rimesso in piedi, l’abitante di Gerusalemme è tornato a casa, nella sua Patria. Ci sono, pertanto, anche qui, dei limiti: in primo luogo, la pace e la sicurezza dei nostri, per i quali i nostri doveri sono più grandi che per gli altri, e in secondo luogo, lo straniero ha già una Patria in cui ha più che altrove inclinazione a realizzarsi.
“L’amore, quindi – conclude Langella – si basa sull’affinità. Rifiutare questo limite posto dalla natura umana è il segno di un estremo orgoglio, paragonabile a quello dei costruttori di Babele. Solo il Padre Nostro può amare simultaneamente ogni creatura in questa terra con la stessa intensità. Noi uomini, se vogliamo aiutare tutti, finiamo automaticamente per abbandonare i nostri fratelli, perché gli altri sono sempre più numerosi dei membri della nostra famiglia”. A tal proposito, lo Stato rettamente ordinato, non dimentichi di incentivare il biblico “crescete e moltiplicatevi”, attraverso politiche che favoriscano la natalità, anche per evitare problematiche sociali ed economiche che rischiano di distruggere l’armonia e l’identità europea.
 
*Pubblicato su Informazione Cattolica del 12.04.2021

Il “Covid-20” sarà l’inculturazione globalista

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Quando l’estrema sinistra usa i media per esprimere concetti totalitari di massa, nessuno fiata. Dev’essere quel complesso di inferiorità politico-culturale di cui soffrono ancora troppi buoni intellettuali ed osservatori non allineati al pensiero unico globalista.

A “Di Martedì”, Michela Murgia, comparsa come “guru” del più sinistro snobismo radical chic, se n’è uscita così: “La parte interessante del disegno di legge Zan” riguarda i “progetti di formazione nelle scuole, che diventino curriculari […]. Il punto è cominciare a modificare la cultura. Nelle scuole”. Vogliono “cambiare la cultura nelle scuole”. Cioè, fare il lavaggio del cervello ai nostri figli.

L’inculturazione non è stata sufficiente, già dal ’68. Ora la si proclama candidamente come obiettivo, quasi che i ragazzi appartenessero allo Stato, che avrebbe il compito/dovere di educarli.

Non sarebbe pura ideologia vetero-comunista questa? E’ la simulazione, in salotto mediatico, del primo principio della dittatura: plasmare le coscienze dei piccoli perché crescano i globalisti del domani. Che sono, sostanzialmente, delle amebe, consumatori e lavoratori in smart working, dipendenti dei social e privi di mente critica, amorali e appassionati delle mode, tutti arcobaleno, global e senza identità o religione, nichilisti Antifa’, molto gretini, al totale servizio del Sistema.

Intaccare la scuola per fare i globalisti del domani è il virus Covid-20 che ci attende?

La signora Murgia non ha inventato nulla perché, già nel 1918, in Russia prevaleva questo:

“Noi diciamo che nel settore della scuola la nostra causa è la stessa lotta per rovesciare la borghesia e dichiariamo apertamente che la scuola estranea alla vita e alla politica è una menzogna e un’ipocrisia” (Lenin, Dal discorso al 1° Congresso panrusso dell’istruzione, 29 agosto 1918).

Il fine aberrante è mettere le mani su chi non si è ancora formato le sue convinzioni. Sono le menti ancora malleabili, che bisogna plasmare. E, se oggi, le famiglie hanno qualche strumento per sottrarsi ai già frequenti tentativi di manipolare i più piccoli, domani bisognerà toglierglielo.

Sono questi i democratici della post pandemia. Non facciamoci trovare impreparati.

Matteo Castagna, Responsabile Nazionale del Circolo Christus Rex-Traditio 

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Ricevuto e pubblicato il 10 Aprile 2021

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Il Covid-20 sarà l’inculturazione globalista di Matteo Castagna

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