Il WEF a Davos ha mascherato con l’arroganza le sue debolezze

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EDITORIALE

di Matteo Castagna per Stilum Curiae e Affaritaliani

Nel corso della settimana si è svolta la cinquantaquattresima edizione del World Economic Forum a Davos. Come da consolidata tradizione, è stato un inno al politicamente corretto e alla sua “religione” transumanista, guerrafondaia, gretina e zeppa di amene fantasie distopiche. L’approccio dovrebbe essere quello di non prendere quest’assemblea troppo sul serio, solo perché vi partecipano i grandi della Terra.

Spesso, le uscite più deliranti non si avverano, ma servono come metodo comunicativo del terrore, per assoggettare le masse. L’ANSA del 18/01/24 diceva che a Davos prevedono che “la crisi climatica potrebbe causare 14,5 milioni di morti entro il 2050”. Si tratta di una pianificazione artefatta da psicopatici, di un metodo terroristico per arricchirsi sulla balla del riscaldamento globale, o di uno studio argomentato che, però, non viene reso pubblico?

Il giornalista Massimo Balsamo, in un articolo del 16 gennaio sul blog di Nicola Porro, ci racconta qualche retroscena, a partire dalla chiusura, con una cena in sala LGBTQI+. “Secondo quanto reso noto, l’appuntamento era riservato ai leader arcobaleno e avrebbero partecipato, tra gli altri, Shamina Singh, responsabile del Centro per la crescita inclusiva di Mastercard e l’economista capo di Allianz, Ludovic Subran. Una trovata sicuramente al passo dei tempi, ma probabilmente il contributo ai temi principali del vertice non sarà significativo”.

Il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha avuto un colloquio con il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg per richiedere un po’ di tutto, oltre al armi e soldi, anche una particolare forma di difesa aerea, che sarà discussa al prossimo incontro di Washington dell’Alleanza Atlantica. La giornalista Olga Skabeeva riporta un virgolettato di Stoltenberg, che ammette: “la situazione sul campo di battaglia è estremamente difficile.

I russi stanno ora avanzando su molti fronti. E, naturalmente, le offensive su larga scala degli ucraini lo scorso anno non hanno prodotto risultati. Lo speravamo tutti. La Russia ora sta rafforzando le sue forze, acquistando droni dall’Iran, creando la propria fabbrica di droni e ricevendo missili dalla RPDC. Non dobbiamo sottovalutare la Russia. Non dovremmo mai sottovalutarla”.

In questo scenario, non appare propriamente opportuna la scelta condivisa dal ministro delle finanze belga Vincent van Peteghem, che ha dichiarato che l’Unione europea ha iniziato i lavori, a livello tecnico, per sequestrare i beni congelati della Banca di Russia. Parliamo di 300 miliardi di dollari. Quiradiolondra.tv comunica che il 6 gennaio 2024, il presidente dell’Ucraina ha invitato gli alleati ad accelerare il trasferimento dei beni a Kiev.

La discussione del disegno di legge, necessario a tal fine, è prevista per febbraio 2024. Ma potrebbe iniziare prima del secondo anniversario dell’inizio delle ostilità, sul territorio dell’Ucraina. Il trasferimento di beni potrebbe essere una misura presa come ulteriore assistenza finanziaria a Kiev. Il Cremlino, per parte sua, ha, evidentemente, promesso di rispondere allo stesso modo al sequestro dei suoi beni.

Zenit riassume l’intervento di Zelensky sul palco di Davos in questo modo: egli “vorrebbe un’escalation tra la NATO e la Russia e si rammarica del fatto che le occasioni che avrebbero potuto portare all’allargamento e all’aggravamento del conflitto non siano state sfruttate dall’Alleanza Atlantica, che invece – fortunatamente – ha finora preferito non colpire direttamente la Federazione Russa”.  Si è auto-convinto che «le possibili direzioni e persino la tempistica di una nuova aggressione russa oltre l’Ucraina diventino sempre più evidenti», nonostante, in quasi due anni di combattimenti, su larga scala, l’Armata Russa non abbia ancora neppure completato la conquista del Donbass.

Eppure il Presidente ucraino si dice convinto che Putin possa perdere la guerra, che possa essere sconfitto sul campo di battaglia e rifiuta l’idea di un nuovo congelamento diplomatico delle ostilità.

La redazione di Zenit conclude evidenziando che questa sia “un’assurdità, che, però, trova sponda nella Presidente della Commissione Europea – Ursula von der Leyen – la quale, intervenendo anche lei al Forum, sostiene che «l’Ucraina può prevalere in questa guerra», ignorando quanto le conseguenze economiche e politiche del conflitto stiano danneggiando l’Ucraina e le casse della UE.

Il Ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius – riferisce sempre la conduttrice televisiva russa, Olga Skabeeva –  ha detto che “la guerra tra la NATO e la Federazione Russa potrebbe iniziare tra 5-8 anni”, basandosi sulle recenti dichiarazioni bellicose dei russi verso i Paesi baltici, oramai considerati membri NATO di fatto. Stoltenberg si augura di riuscire a fiaccare la Russia con una “guerra di logoramento”: “ciò significa che ora non dobbiamo solo implementare nuovi sistemi, ma anche pensare di avere abbastanza munizioni e abbastanza pezzi di ricambio”.

Ma le parole del Segretario Generale NATO sono in netto contrasto con le recenti parole del Primo Ministro slovacco, Robert Fico, convinto che l’assistenza militare occidentale all’Ucraina porterà solo ad un aumento di vittime, e che il conflitto in sé, “non ha soluzione militare”, come riporta l’inviato di guerra Andrea Lucidi.

Parlando degli attuali legami tra Mosca e Pechino, Lavrov ha spiegato che “le relazioni Russia-Cina, come i nostri leader hanno ripetutamente sottolineato, stanno attraversando la migliore fase di sempre. Queste relazioni sono più durature, affidabili ed avanzate di qualsiasi alleanza militare all’interno del vecchio quadro dell’era della Guerra Fredda”, ha aggiunto. Questo “riflette il modo in cui stanno realmente le cose”, ha sottolineato il ministro degli Esteri russo, citando come esempio i dati del commercio bilaterale dello scorso anno, che hanno ampiamente superato la soglia dei 200 miliardi di dollari.

“E questa tendenza continuerà ad evolversi”, ha assicurato Lavrov, promettendo sforzi in direzione di meccanismi nella cooperazione commerciale e di investimenti con la Cina tali “da non essere soggetti ad alcuna influenza occidentale”, con l’uso del rublo e dello yuan negli accordi commerciali bilaterali, che si aggira già intorno al 90%.

Nonostante questo scenario, secondo quanto riferisce la Cina, l’ufficio stampa di Zelensky avrebbe evitato di avallare l’incontro con il premier cinese Li Qiang. Zelensky ha dichiarato: “il primo ministro cinese può essere incontrato dal nostro primo ministro. Io vorrei incontrare il leader della Cina. Per quel che ne so, Xi Jinping prende le decisioni in Cina, in Ucraina invece lo faccio io. Non mi serve un dialogo, mi servono decisioni importanti dai Leaders che possono prenderle”.

Pechino non ha commentato riguardo ad un possibile incontro con il presidente cinese. L’Agenzia IZ RU riferisce che la decisione della Cina di non incontrare gli ucraini sembra essere stata intenzionale e non il risultato di problemi di programmazione. Due alti funzionari statunitensi hanno detto a “Politico” che la delegazione cinese ha rifiutato l’offerta dell’Ucraina per un incontro.

Nel frattempo, il Parlamento europeo, con un impulso di chiara matrice democratica, ha approvato una risoluzione, raccogliendo 345 voti favorevoli, che condanna i tentativi sistematici del governo ungherese di minare i “valori fondamentali” dell’UE. I membri del Parlamento europeo (MEP) hanno esortato l’Euro consiglio a valutare se l’Ungheria abbia violato l’articolo 7, paragrafo 2, del trattato UE attraverso una procedura più diretta.

Lo scrittore conservatore russo Nikolay Starikov osserva la riunione del WEF a Davos e afferma: “Che bello. L’ideologo globalista Klaus Schwab, in una conversazione con Serghey Brin, il creatore di Google, afferma che le elezioni, in linea di principio, non sono più necessarie. C’è l’intelligenza artificiale, che già prevede correttamente chi vincerà.

Allora perché perdere tempo e spendere soldi in queste procedure inutili? Basta chiedere all’intelligenza artificiale chi vincerà e nominarlo. Brin è, comprensibilmente, d’accordo e afferma che Google dispone già di tali sviluppi.

I ragazzi non sono più timidi di fronte a nulla. È chiaro perfino allo sciocco, chi l’intelligenza artificiale consiglierà di scegliere. Per una felice coincidenza, questo sarà sempre un personaggio gradito a Schwab e Brin. Ad esempio, tra Trump e Biden, il saggio robot di Google consiglierà naturalmente Biden. Semplice matematica. Nessun imbroglio di sorta. Davvero”. Mentre in Italia si distrae il popolo trascorrendo le settimane a discutere sulla legittimità dei “saluti romani” alle cerimonie commemorative…

La reazione della Rappresentante Ufficiale del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa Maria Zakharova sull’esito del nuovo incontro svoltosi a Davos, non si è fatta attendere. “Una risoluzione pacifica che sia davvero completa, giusta e stabile è possibile solo attraverso il ritorno dell’Ucraina alle origini della sua integrità statale, ossia a una posizione di Paese neutrale, non allineato e denuclearizzato, che agisce nel totale rispetto dei diritti e delle libertà dei cittadini residenti sul suo territorio, qualunque sia la loro etnia di appartenenza. […] Ed ha concluso:

“Purtroppo, tali presupposti non rientrano né nella “Formula di pace” di Vladimir Zelensky, né nell’agenda degli incontri del “formato di Copenhagen”, come Davos e gli incontri che verranno, che sono insensati e dannosi ai fini di una risoluzione della crisi ucraina. I “principi di pace per l’Ucraina”, che i suoi organizzatori stanno tentando di elaborare sono impraticabili a priori”.

Chi sembra non accorgersi che equilibri, alleanze e rapporti di forza sono in totale cambiamento, continuando a comportarsi con l’arrogante presunzione di chi vive fuori dalla realtà, appaiono solamente gli USA e l’Occidente suo vassallo.

Fonte: https://www.marcotosatti.com/2024/01/20/il-wef-a-davos-ha-mascherato-con-larroganza-le-sue-debolezze-matteo-castagna/

Fonte: https://www.affaritaliani.it/esteri/davos-2024-il-solito-inno-al-politicamente-corretto-le-debolezze-del-wef-896797.html

L’anti-utopia di Klaus Schwab

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Le idee proposte dal presidente del World Economic Forum, Klaus Schwab, nel suo libro “La quarta rivoluzione industriale” (4IR) sono già state molto criticate per diversi motivi. Eppure, per alcune persone che non si identificano come sostenitori della globalizzazione, sembrano piuttosto attraenti. Dopo tutto, Schwab sostiene che l’innovazione digitale cambierà in meglio la vita, il lavoro e il tempo libero delle persone. Tecnologie come l’intelligenza artificiale e la robotica, il cloud computing quantistico e la blockchain fanno già parte della vita quotidiana. Utilizziamo telefoni cellulari e app, tecnologie intelligenti e l’Internet degli oggetti. Rispetto alle precedenti rivoluzioni industriali, sostiene Klaus, la 4IR si sta evolvendo a un ritmo esponenziale, riorganizzando i sistemi di produzione, gestione e governance in modi senza precedenti.

Tuttavia, un’analisi obiettiva delle ragioni di Klaus Schwab mostra che egli è in parte in errore e che la sua posizione è generalmente guidata dall’interesse di esercitare il controllo sulla società e di gestire il capitale che sta acquisendo nuove proprietà.

Tra i critici del concetto di 4IR c’è Nanjala Nyabola, che nel suo libro Digital Democracy, Analogue Politics analizza la narrazione con cui Schwab ha dato forma alla sua ideologia.

L’autrice sostiene che il concetto di 4IR viene utilizzato dalle élite globali per distogliere l’attenzione dalle cause della disuguaglianza e per facilitare i processi in corso di espropriazione, sfruttamento ed esclusione. Nyabola osserva astutamente che “il vero fascino di questa idea è che è apolitica. Possiamo parlare di sviluppo e progresso senza ricorrere a lotte di potere”.

La controreplica dell’Africa, dove Nyabola vive, non è casuale, dal momento che questa regione, insieme all’Asia e all’America Latina, è vista dai globalisti come favorevole a nuovi interventi sotto le vesti di assistenza tecnologica e 4IR. Dopotutto, l’evidenza suggerisce che la diffusione della tecnologia digitale è stata altamente disomogenea, guidata da innovazioni tecnologiche più antiche e utilizzata per riprodurre piuttosto che trasformare le disuguaglianze sociali.

Lo storico Ian Moll va oltre e si chiede se l’attuale innovazione tecnologica digitale rappresenti la 4IR in quanto tale.

Egli osserva che esiste un’interpretazione egemonica della 4IR che dipinge il rapido sviluppo tecnologico come una nuova e audace rivoluzione industriale. Tuttavia, non c’è alcuna prova di una simile rivoluzione nella totalità delle istituzioni sociali, politiche, culturali ed economiche, sia a livello locale che globale; di conseguenza, occorre prestare attenzione a come questa struttura ideologica funzioni per promuovere gli interessi delle élite sociali ed economiche di tutto il mondo.

Jan Moll sostiene che la cornice della “quarta rivoluzione industriale” rafforza il neoliberismo contingente del periodo successivo al consenso di Washington e serve quindi a nascondere il continuo declino dell’ordine mondiale globalizzato con una narrazione del “nuovo mondo coraggioso”. Schwab ha semplicemente compiuto una sorta di colpo di Stato ideologico con un insieme di metafore che narrano una rivoluzione immaginaria.

Allison Gillwald lo definisce “uno degli strumenti di lobbying e di influenza politica di maggior successo del nostro tempo… Mobilitandosi intorno all’incontro annuale d’élite di Davos, i progetti politici del WEF sulla 4IR colmano un vuoto per molti Paesi che non hanno investito pubblicamente in ciò che desiderano per il proprio futuro… Con visioni di prosperità globale, confezionate con convinzione futurista e previsioni economiche fantastiche di crescita esponenziale e creazione di posti di lavoro, sembrano fornire una tabella di marcia pronta in un futuro incerto. Ma la cautela è d’obbligo. Anche uno sguardo superficiale alle precedenti rivoluzioni industriali mostrerà che non sono state associate agli interessi delle classi lavoratrici o subalterne. Questo nonostante i benefici più ampi che la società ha tratto dall’introduzione del vapore, dell’elettricità e della digitalizzazione. Piuttosto, sono associate al progresso del capitalismo, attraverso la ‘grande’ tecnologia del momento”.

Anche in questo caso le nuove tecnologie lavoreranno per gli interessi dei capitalisti smanettoni, non per le società.

Moll scrive che il concetto di 4IR sembra convincente perché agisce come una sorta di formula:

  1. Elencare da 7 a 15 tecnologie, per lo più digitali, che sembrano intelligenti, ci fanno sentire obsoleti e ci ispirano soggezione per il futuro. Anche se non sono innovazioni del XXI secolo, dichiaratele come tali.
  2. Dichiarate che c’è un’incredibile convergenza senza precedenti tra queste tecnologie.
  3. Assumete che porteranno a cambiamenti che sconvolgeranno e trasformeranno ogni parte della nostra vita.
  4. Fare appello a ciascuna delle precedenti rivoluzioni industriali come modello per quella attuale.
  5. Indicate una o due delle principali tecnologie o fonti di energia delle precedenti rivoluzioni industriali. I suggerimenti provati sono il motore a vapore per la 1IR; il motore a combustione interna e/o l’elettricità per la 2IR; i computer e/o l’energia nucleare per la 3IR (avrete citato Internet al punto I, quindi evitatelo qui).

In questo modo, Schwab inculca in modo discreto la correttezza del concetto generale. Così facendo, “Schwab sfrutta con successo la nostra razionalità tecnologica interna. Proclama la velocità, le dimensioni e la portata senza precedenti della 4IR. Il tasso di cambiamento, dice, è esponenziale piuttosto che lineare; l’integrazione di più tecnologie è più ampia e profonda che mai; e l’impatto sistemico è ora totale, comprendendo tutta la società e l’economia globale. Per questo sostiene che ‘interruzione e innovazione […] si stanno verificando più velocemente che mai’”.

Allo stesso tempo, Schwab rifiuta gran parte della nostra esperienza storica in materia. Scrive di essere “ben consapevole che alcuni studiosi e professionisti considerano gli eventi che sto esaminando semplicemente come parte della terza rivoluzione industriale”.

Ma Moll propone di esaminare alcune delle conoscenze degli esperti che egli ignora. Ecco due esempi. Si tratta dei contributi del sociologo spagnolo Manuel Castells, che ha sottolineato come il ruolo critico delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione in rete sia “un’arma a doppio taglio”: alcuni Paesi stanno accelerando la crescita economica adottando sistemi economici digitali, ma quelli che falliscono stanno diventando sempre più marginali: “il loro ritardo sta diventando cumulativo”. Castells scrive ampiamente su quella che chiama “l’altra faccia dell’era dell’informazione: la disuguaglianza, la povertà, la miseria e l’esclusione sociale”, tutte eredità crescenti dell’economia dell’informazione globalizzata.

A differenza di Schwab, Castells non ha cercato di ideologizzare o politicizzare i dati sociologici. E la sua ricerca empirica non suggerisce una fondamentale trasformazione digitale della società nell’era moderna.

Un altro esperto che Schwab ignora è Jeremy Rifkin. Nel 2016, quando Schwab propose il suo concetto di 4IR, Rifkin stava già facendo ricerche sui luoghi di lavoro in cui la robotica aveva assunto ruoli strategici e manageriali nella produzione economica. C’è un notevole divario tra gli autori. Rifkin non crede che i cambiamenti drammatici associati alle tecnologie informatiche costituiscano una 4IR.

Nel 2016, Rifkin ha sostenuto che il WEF ha fatto “cilecca” con il suo intervento sotto l’apparenza di 4IR. Ha contestato l’affermazione di Schwab secondo cui la fusione di sistemi fisici, processi biologici e tecnologie digitali è un fenomeno qualitativamente nuovo:

La natura stessa della digitalizzazione […] sta nella sua capacità di ridurre le comunicazioni, i sistemi visivi, uditivi, fisici e biologici, a pura informazione, che può poi essere riorganizzata in vaste reti interattive che operano in molti modi come ecosistemi complessi. In altre parole, è la natura interconnessa delle tecnologie di digitalizzazione che ci permette di trascendere i confini e di “sfumare le linee tra i regni fisico, digitale e biologico”. Il principio operativo della digitalizzazione è “interconnessione e rete”. Questo è ciò che la digitalizzazione sta facendo con crescente sofisticazione da diversi decenni. È ciò che definisce l’architettura stessa della Terza rivoluzione industriale.

Uno studio delle “tecnologie” spesso annunciate come innovazioni convergenti chiave della 4IR – l’intelligenza artificiale, l’apprendimento automatico, la robotica e l’Internet degli oggetti – dimostra che non sono all’altezza della pretesa di una “rivoluzione” tecnologica moderna.

Moll conclude che la 4IR di Schwab non è altro che un mito. Il contesto sociale del mondo è ancora lo stesso della 3IR e si prevedono pochi cambiamenti. Non c’è nulla di simile a un’altra rivoluzione industriale dopo la terza. Il nuovo mondo di Schwab semplicemente non esiste.

Dopo tutto, le rivoluzioni non sono caratterizzate solo da cambiamenti tecnologici. Piuttosto, sono guidate da trasformazioni nel processo lavorativo, da cambiamenti fondamentali negli atteggiamenti sul posto di lavoro, da cambiamenti nelle relazioni sociali e da una ristrutturazione socioeconomica globale.

Naturalmente, le innovazioni tecnologiche possono essere positive per i lavoratori e per la società nel suo complesso. Possono ridurre la necessità di svolgere lavori pesanti, migliorare le condizioni e liberare più tempo per le persone che si dedicano ad altre attività significative.

Ma il problema è che i frutti dell’innovazione tecnologica sono monopolizzati da una classe capitalista globalizzata. Le stesse piattaforme di lavoro digitale sono finanziate per lo più da fondi di venture capital nel Nord globale, mentre le imprese vengono create nel Sud globale, senza che i fondi investano in attività, assumano dipendenti o paghino le tasse all’erario pubblico. Questo è solo un altro tentativo di catturare i mercati con una nuova tecnologia, approfittando della trasparenza delle frontiere, per fare profitto e non avere alcuna responsabilità.

Quindi la narrativa 4IR è più un’aspirazione che una realtà. Sono le aspirazioni di una classe ricca che anticipa la crisi del sistema economico occidentale e vuole trovare un porto sicuro in altre regioni. Ecco perché, data l’esperienza storica del capitalismo di tipo occidentale, il resto del mondo vede il 4IR come un’anti-utopia indesiderabile.

Fonte

Traduzione di Costantino Ceoldo

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/lanti-utopia-di-klaus-schwab

Draghi: riforma o dissoluzione dello stato?

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

Con l’avvento di Draghi, l’Italia si è scoperta paese leader in Europa e potenza geopolitica mondiale. Con la fine dell’era Merkel ed un Macron probabilmente prossimo al congedo, emerge Draghi, quale demiurgo mediatico della nuova Europa. Questa immagine virtuale è del tutto falsa e perfino tragicomica, ma è tuttavia idonea a legittimare nella politica italiana il processo riformatore messo in atto da una ristretta cabina di regia presieduta da Draghi, leader di un governo acquiescente, in virtù della espropriazione delle funzioni del Parlamento.

Il G20 di Roma, come tutti quelli che lo hanno preceduto, si è risolto in una scenografia mediatica senza alcuna decisione rilevante tra i grandi della terra. L’unico fatto politico degno di nota emerso dal G20, è la riaffermazione del primato americano sull’Occidente e la ricompattazione degli alleati europei nel contesto del multilateralismo geopolitico a guida americana. Biden ha infatti dichiarato nel suo colloquio con Draghi: “Stai facendo un lavoro straordinario qui! Dobbiamo dimostrare che le democrazie possono funzionare e che possiamo produrre un nuovo modello economico. Ci stai riuscendo”.

Draghi è dunque delegato da Biden a realizzare un nuovo modello di sviluppo neoliberista in Italia e in Europa. L’impianto delle riforme da attuare in Italia, in base alle condizionalità poste dalla UE con il varo del NGEU ne è la conferma.

Giustizia: una riforma lesiva dello stato di diritto

La prima riforma messa in atto dal governo Draghi è stata quella della giustizia. Una riforma della giustizia penale destinata ad incidere sulla struttura del sistema giudiziario, che tuttavia non ha suscitato dibattiti e contrapposizioni di rilievo in una politica ufficiale, ormai estranea alla realtà del paese e omologata alle direttive di una elite tecnocratica eurodiretta.

Sono note le inefficienze della giustizia italiana, specie riguardo alla durata dei procedimenti. Pertanto, nell’intento di velocizzare i processi, è stata introdotta come causa di improcedibilità il superamento dei termini di durata massima dei procedimenti penali. L’improcedibilità scatta qualora il giudizio d’appello non si concluda entro 2 anni e quello di cassazione entro 1 anno. Tali termini possono essere prorogati rispettivamente di 1 anno per l’appello e di 6 mesi per la cassazione, per gravi delitti e giudizi complessi. Ulteriori proroghe sono stabilite nei procedimenti per delitti riguardanti il terrorismo, eversione dell’ordinamento costituzionale, associazione mafiosa e altri reati di particolare gravità. Vengono inoltre ampliate le possibilità di accedere a riti alternativi, quali il patteggiamento e il giudizio abbreviato.

Si vuole istituire una giustizia rapida, spesso a discapito dei diritti fondamentali dei cittadini, quali il diritto alla difesa, con rilevanti lesioni ai principi dello stato di diritto.

La riforma Cartabia inoltre delega al Parlamento l’indicazione delle priorità dei reati da perseguire. Questa norma fa venir meno nei fatti l’obbligatorietà dell’azione penale, principio fondamentale nel nostro ordinamento. Vi è la concreta possibilità che l’orientamento politico di un governo possa prevaricare l’indipendenza della magistratura. Nulla esclude poi che in futuro una maggioranza governativa possa servirsi dell’arma giudiziaria a fini repressivi, allo scopo cioè di tacitare, se non di criminalizzare le opposizioni scomode.

Una giustizia rapida, secondo l’orientamento del governo Draghi e conformemente alle direttive della UE, avrebbe l’obiettivo di favorire gli investimenti e la crescita. L’ispirazione ideologica della riforma è evidente: la ragione economica, in un sistema neoliberista, prevale sui principi dello stato di diritto.

Riforma fiscale: verso l’imposizione patrimoniale

La legge di bilancio ha stanziato un fondo di 8 miliardi all’anno per ridurre la pressione fiscale. Sono state messe in campo 3 opzioni: ridurre le aliquote IRPEF relative al “cuneo fiscale nel lavoro e le aliquote marginali effettive”, agire sul sistema delle detrazioni per i redditi di lavoro dipendente, ridurre l’IRAP per i redditi d’impresa.

Secondo l’indirizzo seguito dalla Commissione finanze, la riduzione delle aliquote riguarderebbe il ceto medio, quei redditi cioè che si attestano tra i 28.000 e i 55.000 euro, lo scaglione oggi corrispondente all’aliquota del 38%, che potrebbe essere ridotta fino al 34%. Beneficerebbero quindi del taglio IRPEF i redditi medio – alti che costituiscono il 21,2% della platea dei contribuenti. Resterebbero pertanto esclusi dai benefici i redditi medio – bassi fino a 28.000 euro. L’iniquità di tale misura è evidente, in quanto l’effetto del beneficio sarebbe di maggiore consistenza per i redditi più alti. Infatti, mentre i contribuenti con reddito pari a 41.000 euro usufruirebbero di uno sconto di 500 euro, coloro che si collocano oltre i 75.000 euro godrebbero di una riduzione di 1.000 euro.

E’ stato più volte ribadito che il sistema fiscale debba ispirarsi al principio della progressività. Occorre però rilevare che l’imposta progressiva oggi grava esclusivamente sui redditi da lavoro, sia dipendente che autonomo. Redditi da capitale, imposta societaria (IRES), redditi fondiari, sono invece assoggettati ad imposte proporzionali, che nell’ultimo decennio hanno beneficiato di cospicue riduzioni di aliquote. Pertanto, si deve dedurre che il carico fiscale è stato sopportato in misura sempre più gravosa dai lavoratori, a vantaggio delle classi più abbienti, che hanno usufruito di benefici fiscali assai rilevanti.

Secondo le direttive della riforma Draghi, il governo metterà mano alle imposte sostitutive. E’ quindi prevedibile un aggravio della flat tax sul lavoro autonomo dei contribuenti minimi (5-10%), della cedolare secca sugli affitti (10-21%), dell’imposta sui premi di produttività (10%), dell’imposta sugli interessi sui titoli di stato (12,50%), onde adeguarle al primo scaglione d’imposta del 23%. In coerenza con tale principio, verrebbe però ridotta l’aliquota sui redditi finanziari, oggi al 26%, anche se tale ribasso produrrebbe un minor gettito di 1,4 miliardi. I grandi investitori commossi ringraziano!

Il taglio delle tasse per 8 miliardi, non sarà comunque adeguato per favorire una crescita stabile, né sarà sufficiente a colmare lo squilibrio di 5 punti tra il cuneo fiscale e contributivo che grava sui lavoratori italiani rispetto alla media UE. Non sarà raggiunto nemmeno l’obiettivo del superamento dell’IRAP, che grava sui fatturati delle imprese, il cui gettito è pari a 12 miliardi. E’ prevista solo una riduzione delle aliquote.

Questa manovra è comunque transitoria, in vista di riforme strutturali che coinvolgeranno il fisco italiano nei prossimi anni. La filosofia che informa l’impianto di una riforma imposta dalla UE, prevede il progressivo trasferimento della pressione fiscale dai redditi finanziari e di impresa al patrimonio immobiliare. In questo contesto si inquadra la riforma del catasto patrocinata da Draghi (e che figura tra le condizionalità del NGEU), che comporterà la revisione degli estimi catastali, al fine di adeguarli ai valori di mercato. La riforma del catasto produrrà inevitabilmente rilevanti aggravi delle imposte patrimoniali sugli immobili (IMU), valutabili per oltre il 60%. Draghi ha annunciato che tale riforma non comporterà aggravi fiscali fino al 2026. Si rileva comunque che tale riforma, che prevede l’istituzione di un sistema fiscale improntato alla tassazione patrimoniale, è in coerente continuità con la politica del governo Monti.

L’imposta patrimoniale è per sua natura una forma di tassazione straordinaria, a cui storicamente si è fatto ricorso in fasi emergenziali. L’imposta patrimoniale è stata introdotta in altre epoche quale strumento di politica fiscale che avesse la finalità di contrastare le concentrazioni di ricchezza nelle mani di pochi e in impieghi spesso improduttivi. Mediante l’imposta patrimoniale si sono infatti realizzate politiche di redistribuzione del reddito e di riequilibrio delle diseguaglianze sociali. Non a caso, l’imposizione patrimoniale era parte integrante dei programmi di politica sociale della sinistra del secolo scorso.

Ma è ormai definitivamente tramontata l’epoca del dominio di classe dei detentori delle rendite fondiarie, dei latifondi, dei padroni delle ferriere. Infatti l’imposizione patrimoniale è oggi parte integrante delle politiche neoliberiste imposte dal FMI, dall’OCSE, dalla UE. Il patrimonio immobiliare in Italia, è in larga parte detenuto dal ceto medio, quale forma di impiego del risparmio, consolidatosi per varie generazioni.

E’ peraltro una pura illusione, l’idea secondo cui con l’imposta patrimoniale e l’imposta di successione si andrebbero a colpire i grandi patrimoni e si possano combattere le diseguaglianze. Le classi dominanti, mediante l’uso e l’abuso dello strumento societario, il trasferimento dei capitali nei paradisi fiscali, il ricorso a pratiche di occultamento dei patrimoni su scala globale, sono del tutto immuni da tali forme di tassazione. La funzione dell’imposta patrimoniale, nel contesto di un sistema neoliberista è quella di trasferire il prelievo sul risparmio e sui patrimoni dei cittadini, al fine di smobilitare i capitali investiti nel comparto immobiliare per farli affluire nei mercati finanziari. La classe dominante persegue dunque una logica di accaparramento selvaggio della ricchezza a danno dei popoli.

Mediante l’imposizione patrimoniale, gli stati dovranno reperire le risorse finanziarie necessarie per realizzare la rivoluzione digitale ed energetica. I relativi costi sono imputati agli stati e quindi ai popoli. Le trasformazioni previste dal Grande Reset, sono state progettate dal World Economic Forum (WEF) di Davos, non dagli stati.

Riforma previdenziale: il ritorno della Fornero

La riforma previdenziale si renderebbe necessaria in base ad un ineludibile imperativo morale. La attuale insostenibilità del sistema previdenziale italiano, finirebbe per penalizzare i “senza quota” (giovani e non con impieghi precari e/o sottopagati), che sarebbero costretti a lavorare fino a 70 anni, con la prospettiva di percepire assegni pari al 50% dello stipendio. Le vecchie generazioni, usufruendo dei “privilegi” del welfare, avrebbero sottratto le risorse a quelle nuove. Al conflitto sociale del ‘900, si vuole sostituire quello generazionale, con l’effetto di istaurare l’ennesima guerra tra poveri. Il governo eurocratico di Draghi, sull’onda dell’emergenza sia sanitaria che previdenziale, vuole ripristinare, dopo l’abolizione di quota 100 e la transizione di quota 102 per il solo 2022, la famigerata legge Fornero.

La riforma pensionistica, prevista tra le condizionalità del NGEU, è stata imposta all’Italia sulla base dei dati OCSE sulla spesa pensionistica italiana che tuttavia si discostano dalla realtà. Il sistema pensionistico italiano è stato già oggetto di progressivi tagli con la riforma Dini, con i correttivi del governo Prodi e infine con la riforma Fornero nel 2011; tutte riforme imposte da direttive europee. Innanzitutto, si rileva che i dati di spesa dell’INPS sono compresivi della spesa per l’assistenza, che invece negli altri paesi è a carico della fiscalità generale. Secondo i dati di Eurostat del 2019, la spesa pensionistica italiana è pari al 16% del Pil, superiore cioè a quella della Germania (12%), della Francia (14,8%), della Spagna (12,7%). Tali dati però sono stati elaborati al lordo della imposizione fiscale sulle pensioni che è assai differenziata tra i paesi. Infatti, ad esempio, su una pensione di 1.500 euro, in Germania il carico fiscale è di 60 euro, mentre in Italia ammonta a 600 euro. Poiché l’imposizione fiscale, in termini di spesa pubblica costituisce una partita di giro, l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil, al netto del fisco (che grava per 1/4 del reddito), è del 12%, in linea quindi con l’Europa.

Nel 2020 la spesa pensionistica è stata di circa 215 miliardi, mentre le entrate contributive sono state di circa 200 miliardi. Il deficit dell’INPS è di circa 15 miliardi. Ma se si tiene conto del fatto che sulle pensioni è stato effettuato un prelievo fiscale di 53 miliardi, è facile comprendere che, con una pressione fiscale più ridotta, la gestione previdenziale sarebbe attiva. L’allarmismo mediatico è quindi infondato.

Non sarà rinnovata quota 100. Si è riscontrato il fallimento di quota 100 riguardo all’obiettivo di creare nuova occupazione. Quota 100 avrebbe solo favorito una riduzione del costo del lavoro delle imprese: a fronte di 3 pensionamenti ha fatto riscontro una assunzione. Il tasso di sostituzione è stato dello 0,40. Il 40% non sembra però una percentuale fallimentare, dato che nella Pubblica Amministrazione è rimasto in vigore il blocco delle assunzioni e non sono stati indetti nuovi concorsi. Nel corso della pandemia sono stati infatti richiamati in servizio medici anziani, data la carenza di personale sanitario dovuta alla mancanza di nuovi assunti. Negli ultimi 10 anni sono emigrati 10.000 giovani medici, data la mancanza di sbocchi professionali in Italia!

L’impatto della legge Fornero, ripristinata dal governo Draghi, si rivela devastante per le nuove generazioni. Il sistema contributivo puro applicabile per gli assunti dal 1996 e la diffusione generalizzata del precariato, con occupazione discontinua e sottopagata, determineranno l’innalzamento dell’età pensionabile a 70 anni, con assegni oltre che dimezzati. Inoltre, l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro è oggi tardivo, il turnover dei lavoratori di età media è sempre più precoce, a causa della rapida obsolescenza di tante figure professionali, dovuta alla continua avanzata del progresso tecnologico.

Da un report pubblicato su “La Repubblica” del 25/10/2021, emergono dati allucinanti circa il futuro dei “quota zero”. Secondo una simulazione che prende come base lavoratori che oggi hanno 25,30,35 e 40 anni, con stipendi con l’incremento annuale dell’1,5% e una crescita del Pil dello 0,3% annuo, emerge che ad una età pensionabile tra i 68 e i 72 anni i futuri pensionati percepirebbero assegni tra 55% e il 64% dell’ultimo stipendio. Tale simulazione è stata però effettuata sulla ipotesi di una carriera continuativa. Se invece la carriera è discontinua o la fuoriuscita è precoce, la pensione si ridurrebbe fino al 45% e sarebbe erogata solo dopo i 70 anni.

Gli effetti della Fornero comporterebbero inoltre ulteriori e progressivi innalzamenti dell’età pensionabile in base al parametro ISTAT sulla speranza di vita, coefficiente destinato ad aumentare. Infine, qualora la pensione non superi la soglia di 2,8 volte l’assegno sociale, non sarà possibile il pensionamento anticipato, mentre nei casi in cui non lo superi di 1,5 volte, non sarà erogato nemmeno l’assegno di vecchiaia e l’età pensionabile sarà innalzata di 4 anni. In conclusione, si andrà in pensione tra i 71 e i 77 anni. Questo sistema imposto dalle direttive europee, può produrre solo giovani precari, lavoratori sottopagati, esodati precoci e grandi masse di pensionati sotto la soglia di povertà.

L’impostazione delle riforme previdenziali susseguitesi fino ad oggi, ha una precisa matrice ideologica. Nell’economia neoliberista infatti, il progressivo smembramento dello stato sociale, si renderebbe necessario al fine di liberare risorse per la crescita. Ma è stata proprio la politica di austerity, in attuazione del patto di stabilità della UE, a determinare, oltre che un incremento della povertà conseguente alla devastante contrazione della spesa pubblica, anche il calo verticale degli investimenti e dei consumi e quindi l’avvento della recessione economica e della deflazione.

In tema di spesa previdenziale, gli squilibri del sistema sono emersi proprio a causa della bassa crescita. La depressione economica è stata inoltre una delle principali cause del calo della natalità nel nostro paese. Dal 2011 il Pil italiano registra una crescita inferiore al 9%, mentre la Germania è cresciuta di quasi il 30%, la Francia del 19%, la Spagna del 16%. Si rileva inoltre che in Italia il tasso di rivalutazione del montante contributivo è agganciato al Pil e quindi, in assenza di crescita, le pensioni hanno registrato ulteriori, rilevanti decurtazioni.

La precarietà e la compressione salariale hanno contribuito in misura rilevante a decrementare il montante contributivo. La mancata crescita è da imputarsi anche alla carenza di domanda interna, dovuta al basso livello retributivo dei lavoratori italiani. L’Italia è l’unico paese europeo in cui i lavoratori guadagnano meno di 30 anni fa. Tra il 1990 e il 2020 i salari medi sono aumentati in Germania del 33,7%, in Francia del 31,1%, mentre in Italia il calo è stato del 2,9%. Nel 1990 i salari medi italiani erano al 7° posto in Europa, nel 2020 sono precipitati al 13° posto. Secondo i dati dell’OCSE, nel periodo pandemico tra il 2019 e il 2020, la contrazione salariale, in Francia del 3,2% e in Spagna del 2,9%, in Italia è stata del 6%, dovuta alle ore non lavorate e alla perdita di occupazione.

Il governo Draghi non è davvero innovativo, è solo la reincarnazione del governo Monti .

Verso la dissoluzione dello stato?

Le riforme di Draghi hanno come finalità la trasformazione strutturale dello stato. Si vuole infatti realizzare un processo evolutivo di riforme di stampo neoliberista che comportino la progressiva estraneazione dello stato dalla società civile. Allo stato sovrano subentrerà uno stato di stampo neoliberista, le cui strutture siano funzionali alle strategie di trasformazione messe in atto dalle oligarchie economiche e finanziarie globali. L’azione del governo Draghi non mira alla riforma dello stato ma alla sua dissoluzione.

In tale contesto è del tutto risibile millantare come un successo del G20 di Roma l’aver imposto ai giganti del web e dell’e-commerce una minimum tax del 15% a favore degli stati in cui vengano realizzati i loro profitti. Saranno invece i popoli a sostenere i costi della ristrutturazione economica digitale ed ambientale su scala globale. Afferma a tal riguardo Diego Fusaro: “Mi siano concesse alcune riflessioni rapsodiche intorno al G20 che si è svolto in questi giorni a Roma. A partire dall’essenza stessa del G20, esso è il ritrovo periodico nel quale il padronato cosmopolitico sans frontières e i suoi maggiordomi governativi senza anima si danno convegno in località di volta in volta diverse e con un obiettivo molto chiaro: fare il punto sulla loro agenda e sui loro interessi di classe al di là dell’interesse nazionale dei ceti medi e delle classi lavoratrici, al di là delle specifiche sovranità nazionali. Come sappiamo lo stato nazionale, al tempo della globalizzazione in cui sovrano è soltanto il mercato, diventa semplicemente uno strumento nelle mani dei gruppi dominanti, diventa una nuova forma di gestione dell’economia globale per il mezzo dei governi locali. Vorremmo dirlo con Michel Foucault, lo stato neoliberale è quello che governa non il mercato bensì per il mercato”.