La Guerra Nato-Russia, la UE “strozzinata” dal Gas USA

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Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Matteo Castagna offre alla vostra attenzione queste considerazioni di geopolitica. Buona lettura e condivisione.

La Guerra Nato-Russia, la UE “Strozzinata” dal Gas USA. Matteo Castagna

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di Matteo Castagna

Il vice ministro degli Esteri russo Mikhail Galuzin ha detto che gli Stati Uniti considerano, da tempo, il Caucaso meridionale come un possibile trampolino di lancio contro la Federazione Russa.

In quella zona, infatti, ci sono molti russofobi. Basti pensare alla Georgia, ma anche all’Armenia, che ha, recentemente, puntato la sua politica verso un riavvicinamento con l’Occidente. Inoltre, entrambi i Paesi sono desiderosi di entrare nella NATO. Cosa porterà questa posizione, in termini di sicurezza dell’Armenia e degli interessi del popolo armeno è, ovviamente, un punto interrogativo.

Quanto alla Russia, osserviamo un atteggiamento ammorbidito da parte della UE. Non figurano, infatti, nel 12° pacchetto di sanzioni ben 3 proposte, che sono state respinte: 1) il divieto di trasferimento fondi in Russia. 2) il divieto di vendita navi cisterna alla Russia. 3) l’ inserimento obbligatorio di clausole che vietino di ri-esportare, nelle vendite a paesi terzi.

Una recente analisi di “Sputnik” sui dati Eurostat ha scoperto che i Paesi dell’Unione Europea hanno dovuto pagare circa 185 miliardi euro in più per il gas naturale negli ultimi 20 mesi, dopo aver smesso di utilizzare i gasdotti russi, affidabili e a basso costo.

In compenso, la prestigiosa agenzia Reuters riporta che le esportazioni statunitensi di gas naturale liquefatto (GNL) hanno raggiunto livelli record mensili e annuali a dicembre, secondo i dati di monitoraggio delle navi cisterna, con gli analisti che affermano che ciò consentirà agli Stati Uniti di scavalcare Qatar e Australia, divenendo il più grande esportatore di GNL del 2023.

L’Europa è rimasta la principale destinazione delle esportazioni di GNL statunitense a dicembre, con 5,43 tonnellate, ovvero poco più del 61%. L’Asia è stato il secondo mercato di esportazione per il GNL statunitense a dicembre, assorbendo 2,29 milioni di tonnellate, ovvero il 26,6%, delle esportazioni. Sempre Reuters riporta che Il gigante energetico russo Gazprom ha annunciato di aver stabilito un nuovo record giornaliero per le forniture di gas alla Cina, attraverso il gasdotto Power of Siberia.

Gazprom ha detto che la cifra di esportazione del 2023 era di 700 milioni di metri cubi in più di quanto non fosse contrattualmente obbligata a spedire in Cina, attraverso il Potere della Siberia. Ha ribadito che il gasdotto raggiungerà la piena capacità di esportazione di 38 miliardi di metri cubi nel 2025. La Russia sta aumentando le forniture alla Cina per compensare la perdita della maggior parte delle sue vendite di gas in Europa, dall’inizio della guerra in Ucraina, aggirando, così, le sanzioni.

Il quotidiano britannico The Times riporta che i ministri britannici e della UE stanno “cercando disperatamente di aumentare la capacità produttiva in tutto il continente, per essere in grado di inviare armi e munizioni al fronte e contenere Vladimir Putin per almeno un altro anno, indipendentemente dal sostegno degli Stati Uniti”. Va notato che alcuni esperti americani che commentano l’articolo del Times osservano che, in assenza del sostegno degli Stati Uniti, una corsa agli armamenti con la Russia potrebbe essere fatale per l’UE, quanto una corsa simile lo fu con gli Stati Uniti, per l’economia dell’URSS. In effetti, la situazione generale degli USA di Joe Biden potrebbe destare qualche preoccupazione all’alleanza occidentale.

The Washington Post riferisce che il debito nazionale ha superato la soglia dei 34 mila miliardi di dollari. I principali acquirenti del debito pubblico americano sono i Paesi asiatici (Corea del Sud, Giappone e Cina) e se le loro quote venissero ridotte, in futuro, potrebbero avere ripercussioni sulla sicurezza nazionale e su molte sfere sociali degli Stati Uniti. “Washington ha speso soldi come se avesse risorse infinite, ma non ci saranno più pasti gratuiti, e le prospettive sono piuttosto cupe”, ha commentato l’economista Son Won-sung.

Per intenderci, in generale l’Occidente utilizza il denaro (o meglio il suo ritiro dalle economie di altri paesi) come leva nel quadro di una guerra economica internazionale. Il principale avversario degli Stati Uniti è la Cina, da dove vengono sistematicamente ritirati i soldi. Svendendo il loro debito nazionale a destra e a manca (e aumentandolo) gli Stati rischiano di mettere tutte le loro sfere sociali sull’orlo del collasso, se i “grandi attori” vogliono fare pressione su Washington, senza tener conto dell’aspetto materiale della questione (o, ad esempio, in caso di conflitto a Taiwan).

Quanto all’Ucraina, la situazione si fa sempre più difficile. Il giornale tedesco Der Spiegel riporta le parole del deputato ed economista dei Verdi Sebastian Schaefer, il quale ha affermato che a Kiev non è rimasto praticamente in servizio alcun moderno carro armato tedesco Leopard 2A6. Secondo Schaefer, al momento, dei 18 carri armati consegnati, quasi tutti sono gravemente danneggiati e tecnicamente usurati. Secondo Schaefer esiste “un’ urgente necessità” che la situazione delle riparazioni dei carri armati migliori il più rapidamente possibile. Altrimenti, Kiev rischia di rimanere senza carri armati, oltre che senza la possibilità di ripararli.

Il canale telegram ucraino Resident aggiunge: “La nostra fonte nell’ufficio del presidente ha affermato che il problema principale della mobilitazione è la scarsa motivazione degli ucraini, che sono pronti a rinunciare alla cittadinanza o a ricevere una vera pena detentiva, ma non ad andare al fronte. Il fallimento della controffensiva è diventato un catalizzatore di delusione nella società, e le grandi perdite hanno confermato l’incompetenza del comando.

Si è consolidata l’opinione che se vieni portato al fronte, nella migliore delle ipotesi tornerai invalido e nella peggiore delle ipotesi morirai”. Il Corriere della Sera sembra allinearsi a questa posizione, scrivendo di diminuzione del sostegno occidentale, popolarità in calo, crescita del pessimismo sulla situazione al fronte, crescita dell’opposizione interna. Il Corsera si riferisce a un sondaggio del KIIS, i cui risultati hanno mostrato un atteggiamento negativo nei confronti dell’attuale governo, dopo la sconfitta della controffensiva, che sta portando il Paese su una strada ostile alle decisioni della NATO.

Sulla stessa lunghezza d’onda, si colloca un pesante articolo del New York Times del 3 gennaio. Gli ucraini non si fidano più delle autorità e ritengono le trasmissioni televisive di Zelensky come propaganda. “Dopo quasi due anni di guerra”, scrive il NYT, “gli ucraini sono stanchi del Telethon. Quello che un tempo era considerato uno strumento fondamentale per unire il Paese, oggi è sempre più ridicolizzato…Gli spettatori lamentano che il programma dipinge un quadro troppo roseo, nascondendo eventi preoccupanti al fronte e il calo del sostegno occidentale all’Ucraina… e, infine, non riesce a preparare i cittadini per una lunga guerra”.

The Telegraph scrive che la difesa aerea ucraina non sarà in grado di respingere tutti gli attacchi russi, quest’inverno. E prosegue: “le forze armate ucraine sono costrette a conservare le munizioni per i sistemi di difesa aerea. Quest’inverno, secondo gli esperti, i sistemi missilistici di difesa aerea dovranno prendersi cura di loro ancora di più. Le forze di difesa aerea saranno costrette a non rispondere affatto ad alcuni obiettivi, poiché non avranno missili intercettori. Di particolare preoccupazione è la possibile carenza di missili intercettori per la difesa aerea Patriot”.

The Guardian scrive che il presidente Vladimir Putin ha detto che Mosca intensificherà gli attacchi contro obiettivi militari in Ucraina. Putin ha parlato dopo l’attacco ucraino di sabato scorso alla città russa di Belgorod, che secondo le autorità locali ha ucciso 25 persone, tra cui cinque bambini. Dal canto suo, Kuleba ha spiegato agli americani che devono pagare la guerra in Ucraina perché Kiev non ha un piano B.

John Kirby, coordinatore per le comunicazioni strategiche del Consiglio di Sicurezza Nazionale, ha specificato che il pacchetto di assistenza militare all’Ucraina, annunciato da Washington il 27 dicembre, è stato l’ultimo di quelli che gli Stati Uniti potranno fornire a Kiev, fino a quando il Congresso non avrà stanziato fondi aggiuntivi per questi scopi. Secondo lui, la Casa Bianca non sarà in grado di trovare fondi per l’Ucraina da fonti alternative, se il Congresso, con la maggioranza dei Repubblicani già scettica, non sarà d’accordo sulla richiesta di nuovi aiuti a Kiev.

L’escalation di violenza è proseguita dopo che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato all’Economist che l’idea che la Russia stesse vincendo la guerra, durata quasi due anni, era solo una “sensazione” e che Mosca stava ancora subendo pesanti perdite sul campo di battaglia. Zelensky non ha fornito alcuna prova delle sue affermazioni sulle perdite russe.

Putin ha indicato che l’”iniziativa strategica”, nel prolungato conflitto in Ucraina, è da parte russa, dopo il fallimento della controffensiva ucraina, in estate. Ha, anche, sottolineato che Mosca vuole porre fine al conflitto, che dura da quasi due anni, “il più rapidamente possibile”, ma “solo alle nostre condizioni”.

Secondo un sondaggio, prodotto da USA Today in collaborazione con l’Università di Suffolk, il sostegno al presidente degli Stati Uniti Joe Biden tra gli elettori neri e ispanici è diminuito in modo significativo, con le generazioni più giovani che preferiscono l’ex presidente Donald Trump. Nell’articolo si legge che “Biden ora rivendica il sostegno di appena il 63% degli elettori neri, in netto calo rispetto all’87% che aveva nel 2020”.

C’è già un retroscena, secondo il quotidiano statunitense “Politico”: il “Deep State” non può permettersi il ritorno di Trump, che scompaginerebbe molti piani dei globalisti liberal americani.  “Politico” ha scritto che tutto ruota attorno ai finanziamenti per l’Ucraina.

Vogliono usare Israele per giustificare il pacchetto di finanziamenti per l’Ucraina. Stanno promuovendo DeSantis e Haley, cercando disperatamente di convincere uno di questi due a battere Trump alle primarie, perché sostengono il finanziamento dell’Ucraina. Come previsto, il 2024 sarà un anno molto difficile, ma, forse, determinante, per gli equilibri globali.

California, scatta obbligo scaffali di giocattoli di “genere neutro”

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Il provvedimento non richiede l’eliminazione delle sezioni per maschio o femmina ma solo un’aggiunta. Chi non si adegua sarà soggetto al pagamento di una multa di 250 dollari la prima volta e fino a 500 dollari per le volte successive

 

In California entra in vigore la legge che obbliga i principali rivenditori di giocattoli ad avere una sezione dedicata al “genere neutro”, cioè a chi non si identifica nella tradizionale divisione dei sessi.

In particolare il provvedimento interessa i rivenditori dello Stato con almeno 500 dipendenti e la nuova sezione dovrà avere quella che è stata definita una “reasonable selection”, ossia una scelta ragionevole di giocattoli che possono essere commercializzati per i bambini di entrambi i sessi. La legge fu approvata nel 2021 dopo essere sponsorizzata dal deputato democratico dello stato, Evan Low.

Lo stesso Low fu ispirato da una bambina di 8 anni che chiese “perché un negozio deve dirmi se una maglietta o un giocattolo è per una ragazza?”. “La legge – spiegò Low – aiuterà i bambini ad esprimersi liberamente e senza pregiudizi”.

Il provvedimento non richiede l’eliminazione delle sezioni per maschio o femmina ma solo l’aggiunta di una sezione neutra. Chi non si adegua sarà soggetto al pagamento di una multa di 250 dollari la prima volta e fino a 500 dollari per le volte successive.

Fonte: https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/california-obbligo-scaffali-giocattoli-genere-neutro_75253804-202402k.shtml?utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR1Dl2qHLHkokH1U4sBesnaiaC3Nftt70npT4PlgZhOHIQwVP-E1bRH7qQE#Echobox=1704298101

Previsioni per il 2024

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di Malek Dudakov

Il 2024 è un anno elettorale. E promette di essere un successo per la destra in molti Paesi contemporaneamente. Il Partito Popolare di Modi si avvia alla terza vittoria elettorale consecutiva in India, consolidando la sua posizione in Parlamento. In Portogallo, i populisti di destra del partito Chega stanno facendo centro.

Ma ancora più critico per Bruxelles sarà l’esito delle elezioni in Austria, dove il Partito della Libertà, gli euroscettici e gli oppositori della guerra con la Russia hanno buone probabilità di vincere. Così come le elezioni in Sassonia, Brandeburgo e Turingia, con una vittoria schiacciante dell’Alternativa per la Germania.

Alle elezioni del Parlamento europeo del giugno 2024, il blocco della destra sistemica – i Conservatori e Riformisti – otterrà il terzo posto, mentre la destra non sistemica di Identità e Democrazia otterrà il quarto posto. Con loro dovranno condividere le posizioni dei commissari europei, il che aggraverà ulteriormente le disfunzioni di Bruxelles.

L’eccezione sarà la Gran Bretagna, dove i laburisti vinceranno e l’eurofilo Keir Starmer sostituirà Sunak. Le elezioni di gennaio a Taiwan saranno sorprendentemente tranquille. Ma una nuova escalation potrebbe iniziare alla fine del 2024, in mezzo all’instabilità politica con il passaggio del potere agli Stati Uniti.

Trump otterrà l’ammissione alle primarie e alle elezioni nella stragrande maggioranza degli Stati ma sarà ancora più attivamente sfidato da cause penali. Non si può escludere un verdetto di colpevolezza proprio alla vigilia delle elezioni. La situazione negli Stati Uniti sarà molto caotica: la probabilità di un attentato a uno dei candidati o di un grave attacco terroristico è piuttosto alta.
Nel caso in cui Trump riesca fisicamente ad arrivare alle elezioni e non finisca in carcere, vincerà contro Biden o Harris, qualunque di loro sia il candidato dei Democratici. I repubblicani, invece, otterranno la maggioranza al Senato, vincendo in Montana, Ohio e West Virginia. I Democratici non lo accetteranno, quindi possiamo aspettarci grandi rivolte e disordini nelle strade.

La squadra di Biden invierà attivamente emissari a Doha e Istanbul, cercando di negoziare con l’Iran sugli Houthi e con la Russia sull’Ucraina. Le tranche per Kiev saranno concordate entro la fine di gennaio ma in un volume minore. La situazione sul fronte di Kiev si deteriorerà costantemente, minando la posizione di Biden.

La FED inizierà a ridurre rapidamente il tasso di riferimento a febbraio, seguita dalla BCE e da altre banche centrali. Questo aiuterà gli Stati Uniti a evitare la recessione ma non la stagnazione. L’Europa sarà già saldamente in recessione, con la minaccia di una destabilizzazione politica nel 2025.

Russia-Ucraina: è il momento di negoziare

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L’EDITORIALE 

di Matteo Castagna – ripreso dal sito www.marcotosatti.it Stilum Curiae del vaticanista Marco Tosatti, che ringraziamo per la stima: https://www.marcotosatti.com/2023/11/25/russia-ucraina-e-il-momento-di-negoziare-con-putin-matteo-castagna/

L’informazione mainstream ci ha abituato all’utilizzo di notizie ripetute fino alla nausea, per un certo lasso temporale, al fine di distrarre l’opinione pubblica da altre questioni importanti, che vuole far passare in sordina. E’ il caso drammatico dell’assassinio della povera Giulia? Forse. Molti vorrebbero che prevalesse il silenzio, almeno fino agli esiti del processo nei confronti di Turetta, momentaneamente in galera a Verona, in attesa di un carcere che abbia una “sezione protetti”…
Lasciando che le indagini e la giustizia facciano il loro corso, augurandoci il massimo dell’equità, osserviamo che gli equilibri mondiali, in progressivo mutamento, sono determinati da fatti che l’opinione pubblica dovrebbe ben conoscere, perché i cambiamenti epocali non cadano addosso alle persone come fossero macigni, provocando disagio e disorientamento, più di quanto vi sia già, a causa dell’imposizione da parte del Sistema globale di ideologie sovversive dell’ordine naturale.
Il Ministero degli Esteri cinese ha annunciato, nell’ultima puntata di Osservatorio sui Mondi, a Pechino, che i Paesi Arabi e musulmani chiedono la fine delle ostilità a Gaza Il capo della diplomazia cinese, Wang Yi, ha avuto un colloquio con la delegazione congiunta dei ministri degli Esteri dei paesi arabi e musulmani, che hanno scelto la Cina come prima prima tappa del loro tour di mediazione internazionale sulla questione palestinese. Durante l’incontro, hanno chiesto un immediato cessate il fuoco a Gaza, sottolineando l’importanza di consentire l’accesso degli aiuti umanitari nell’enclave palestinese devastata. Inoltre, il capo della diplomazia cinese Wang Li ha sottolineato che qualsiasi accordo sul futuro e il destino della Palestina deve derivare dal consenso del popolo palestinese. Nonostante qualche intoppo, la mediazione cinese sta funzionando, nel senso che è in corso un breve periodo di tregua, con rilascio degli ostaggi.

Sul fronte russo, il Presidente Vladimir Putin ha partecipato al vertice di Minsk, in Bielorussia, del CSTO, che è un’ alleanza militare difensiva, composta da Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan. Lo zar ha detto che la Russia rigetta ogni forma di terrorismo, che l’Organizzazione dei Paesi membri CSTO si sta ampliando e che ha stipulato importanti accordi  commerciali e sulle imprese militari. Infine, il dato maggiormente significativo è la costituzione, nell’ambito del CSTO, di un Consiglio di coordinamento per la Sicurezza biologica. Un atto preventivo, che, seppur in un’ottica difensiva, riesce a tenere col fiato sospeso tutto il mondo.

Il New York Times del 23 novembre ha titolato: “Al vertice BRICS, i paesi divergono leggermente su Israele e sulla guerra a Gaza”. Non si capisce dove si trovi questa piccola divergenza, dato che l’articolo stesso riporta la notizia di una dichiarazione congiunta firmata dai BRICS martedì 21 Novembre che include, tra le richieste: “il rilascio di tutti i civili tenuti prigionieri illegalmente, nonché una tregua umanitaria che porterebbe alla cessazione delle ostilità”. Sempre il NYT precisava che, nel testo condiviso dai Paesi membri BRICS c’è scritto: “abbiamo condannato qualsiasi tipo di trasferimento e deportazione individuale o di massa dei palestinesi dalla propria terra”. Poiché nella dichiarazione vi è anche scritto che i BRICS (alleanza politico-strategica e commerciale tra Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e altri Paesi, cosiddetti in “via di sviluppo”) “condannano gli atti di brutalità contro i palestinesi e israeliani”, osserviamo come la diplomazia degli Stati non atlantisti stia lavorando separatamente, ma nella medesima direzione, rivolta a cercare percorsi adeguati per giungere alla pace, nei conflitti in corso, sia in Ucraina, che in Medio Oriente.
Ne consegue che l’Occidente, a trazione anglo-americana, rimane alquanto isolato nella volontà di proseguire con le guerre, per il mantenimento di un potere unipolare che non è più possibile conservare. Clamorosa, al riguardo, la dichiarazione all’agenzia Strana.ua del 24.11.23 di David Arakhamia, leader parlamentare ucraino del partito “Servitore del popolo” del Presidente Zelensky: “La guerra sarebbe potuta finire nella primavera del 2022, ma la Gran Bretagna ha imposto di proseguire a combattere”, perché l’accordo avrebbe previsto, per parte ucraina, l’accettazione della neutralità e la rinuncia all’ingresso della NATO.
La Russia avrebbe ritirato il proprio esercito ed il Donbass avrebbe dovuto ottenere ampie autonomie all’interno dell’Ucraina. Ciò era stato confermato anche dall’ex cancelliere tedesco Schroeder, il quale aveva partecipato ai negoziati (secondo lui, falliti a causa delle pressioni USA).
Ma poi – ha concluso Arakhamia – «Boris Johnson è arrivato a Kiev dicendo che non voleva firmare nulla con i russi e di continuare semplicemente a combattere».
Ora, il partito di Zelensky vede un’unica via d’uscita nell’apertura di negoziati con la Russia, perché la guerra è praticamente persa e la situazione generale del Paese è disastrosa. L’ex comico, però, non si rassegna e, da un’emittente televisiva ucraina, chiede 50 miliardi di dollari all’Occidente, per continuare il conflitto…
Sullo sfondo, gli Stati Uniti apprendono che l’Iran sta considerando di vendere missili balistici a corto raggio alla Russia. Lo ha annunciato il Rappresentante Ufficiale del Pentagono, Contrammiraglio della Marina John Kirby. Il tono molto preoccupato dell’ufficiale americano è più che giustificabile, dato che già l’anno scorso, al fronte, sono stati fotografati degli eccellenti PTRK iraniani, che sono le repliche dei russi Kornet, e militari russi che indossavano corazze iraniane.
La Russia, come gli Stati Uniti, è firmataria del “Trattato INF”, che vieta lo sviluppo di missili a corto raggio, in grado di viaggiare oltre i 500 chilometri. L’Iran non è tra i firmatari del Trattato. Perciò dispone di missili che potrebbero essere molto utili alla causa russa: Fateh-110 e Zolfaghar. Il raggio d’azione dei primi è di 300 chilometri (addirittura inferiore a quello dei missili Iskander 9M723), mentre i secondi hanno una gittata di 700 chilometri.
Nel settembre 2022, l’Iran ha mostrato i missili balistici Rezvan, a testata staccabile, con una gittata di 1.400 chilometri. Questo è già sufficiente per bombardare l’Ucraina, non solo da nord a sud, ma anche da ovest a est. Perciò, sarebbe da irresponsabili insistere nel rifiutare i negoziati con Putin, anche perché egli dispone di un alleato come l’Iran, che è molto forte e che potrebbe innescare, col suo intervento bellico, un’escalation che con gran facilità potrebbe velocemente proporsi anche in Medio Oriente.

Cina, non basta la politica dei crediti esteri per diventare grande potenza

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EDITORIALE DI MATTEO CASTAGNA 

Ripreso da: www.affaritaliani.itwww.marcotosatti.it www.informazionecattolica.it www.2dipicche.news.it 

La Cina non è ancora pronta a dominare il mondo
Non basta la politica dei crediti esteri manca una mentalità da “grande potenza”

di Matteo Castagna

La Cina e i nuovi equilibri geopolitici

Gli Stati Uniti hanno invitato tutti i membri della Cooperazione Economica Asia-Pacifico (APEC), compresa la Russia, al vertice di San Francisco, in California, tra l’11 e il 17 novembre, dal titolo “Costruire un futuro di sostenibilità e resilienza per tutti” – ha dichiarato Matt Murray, funzionario senior dell’APEC.”.

In questo momento storico, particolarmente tumultuoso, e di posizionamenti mirati a nuovi equilibri geopolitici, sembrerebbe la prima volta che gli Stati Uniti diano un segnale di apertura nei confronti della Russia di Putin e dei Paesi più importanti dell’Eurasia. Da un lato, è un atto strategico. Negli States si è compreso che sono emerse delle superpotenze nuove, con le quali è più conveniente, almeno per il momento, cercare diplomaticamente una forma di cooperazione, rispetto al braccio di ferro bellico. Dall’altro, alla luce del comportamento tradizionale degli Stati Uniti, potrebbe apparire il primo, grande segnale di debolezza sul piano globale, dalla nascita delle Nazioni Unite.

L’ex premier italiano Mario Draghi, ad un recente evento del Financial Time, dà conferma di quanto poc’anzi asserito, cogliendone i fatti principali: “…una lunga serie di arretramenti sui nostri valori fondamentali [il globalismo liberale unipolare, n.d.r.]: l’ammissione della Russia al G8, nonostante il mancato riconoscimento della sovranità ucraina, la promessa mancata di un intervento in Siria nel caso in cui Assad avesse usato il gas come arma, la Crimea, il ritiro dall’Afghanistan” sono stati indicazioni di profonda debolezza.

Draghi ha continuato, dicendo: “La lezione che se ne può trarre è che non dobbiamo mai scendere a compromessi sui nostri valori fondamentali su cui è stata costruita l’UE…” . Draghi afferma con decisione: “Dobbiamo combattere, ciascuno nella propria sfera personale ma anche collettivamente, per fare in modo che la negazione dei nostri valori [quelli delle democrazie liberal-capitaliste, n.d.r.] non prevalga”.

Nella grande scacchiera internazionale, l’economia, che da almeno due secoli ha, gradualmente, sostituito la politica, gioca un ruolo primario. I big della Terra dividono il mondo in due categorie: Paesi creditori netti e Paesi debitori netti, come base di partenza per creare, successivamente, le strategie di potere e muoversi nella difficile sfera geopolitica post-moderna.

Un rapporto pubblicato da AidData ci informa del fatto che la Cina è il maggior creditore dei confronti degli altri paesi della Terra, per un valore complessivo di 1.300 miliardi di dollari. Gli 8 principali Paesi debitori sono gli stessi da molti anni, ma l’ammontare del debito è in aumento: 63mila miliardi di dollari totali, per ora. I primi 8 grandi debitori sono: Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Paesi Bassi, Francia, Irlanda, Italia e Germania. Questi dati sono importantissimi perché non è possibile non tenerne conto nella strategia e nell’asset degli equilibri globali.

Se si vuole evitare un conflitto armato che potrebbe assumere connotazioni mondiali, serve riconoscere che la Cina è una grande e compatta Nazione, con una connotazione identitaria profonda, che sul piano finanziario è creditrice di tutte le altre potenze. Si aggiunga, però, che la sua aspirazione a dominare il mondo non è alla sua portata, perché non è pronta per svolgere tale ruolo. La fonte che dichiara questo è cinese ed autorevole: il Prof. Liang Xiaojun, docente alla China Foreign Affairs University di Pechino sostiene, già in un articolo su “East Asia Forum” del 13 settembre 2016, che alla Cina manca una mentalità da “grande potenza”, in grado di candidarsi a dominare il mondo. Il regime comunista è, spesso, chiuso e distaccato dal sentire comune e dalle necessità di una popolazione enorme. Inoltre, rimane ancora in ballo, la delicata questione Taiwan.

La logica multipolare non è ancora realmente dominante in Cina, perché la politica dei crediti esteri, di cui sopra, si basa esclusivamente su un rapporto “do ut des” di benefici reciproci, e, molte volte, questa politica produce enormi e gravissime opposizioni interne. Infine, la sempre maggiore comunità del web è divenuta molto più nazionalista e identitaria, quindi protesa a mantenere alta la tensione nei confronti di un rigido regime, che rischia di autoisolarsi, proprio per questa sua durezza e questo suo inquadramento ideologico, considerato, oramai, superato e da sostituire con maggiore libertà all’interno del ritorno di una forte nostalgia per il passato imperiale. Tutto ciò non pone Xi Jinping nelle condizioni di proporsi al resto del mondo come leader sufficientemente affidabile, credibile, che sia in grado di garantire stabilità e fiducia, prosperità, pace e tranquillità.

Fonte:https://www.affaritaliani.it/esteri/cina-non-basta-la-politica-dei-crediti-esteri-per-diventare-grande-potenza-886161.html 

JACK KEROUAC, TRA CRISTIANESIMO E NICHILISMO

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Riceviamo e pubblichiamo un articolo molto originale, cha fa riflettere. Si può non essere d’accordo con alcune affermazioni di Ferdinando, ma sicuramente gli va dato atto di saper sempre cogliere fattori cui spesso non si fa caso, ma che sono calzanti, graffianti e scritti con un bello stile. (n.d.r.)

di Ferdinando Bergamaschi*

E’ negli Stati Uniti che nasce e si sviluppa quella che è una delle più interessanti e importanti avventure esistenziali e culturali che la storia moderna ci ha offerto e cioè quel movimento che prende il nome di Beat Generation. Padre spirituale di questo movimento può essere considerato Jack Kerouac in quanto probabilmente egli, più di Allen Ginsberg, Neal Cassady, William Burroughs e altri, portò a consapevolezza l’entità stessa di questo movimento. Esso, che come realtà letteraria nasce tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta dello scorso secolo (solitamente si fa coincidere il suo inizio nel 1951, data della pubblicazione del più celebre romanzo del Kerouac, On the road) è probabilmente il più “arcaico” e meno attuale dei movimenti d’avanguardia dello scorso secolo; sia rispetto al futurismo che ebbe ed ha importanti risvolti in ambito artistico, sia rispetto al sessantottismo (e per estensione all’hyppismo) che ha avuto e in parte ancora ha risvolti in ambito artistico, sociale, culturale e talvolta perfino politico; sia rispetto al femminismo che ha inciso molto nella società da tutti i punti di vista.

Ciononostante il movimento beat contiene un fascino particolare perché, crediamo, il suo carattere così individualistico ed estremo (più individualistico ed estremo anche del futurismo che comunque ha espresso in parte, benchè in modo velleitario, anche esigenze politiche, quindi sociali) lo conduce direttamente alle soglie estreme dell’alienazione umana. Forse l’unico paragone che regge è quello con un fenomeno del secolo ancora precedente, quello dei “poeti maledetti”, che in altro modo, cioè in modo intimistico, ha portato a risultati simili da un punto di vista esistenziale;  benchè però questi poeti francesi abbiano lasciato un’impronta letteraria e artistica molto più incisiva di Kerouac e sodali ma senza arrivare agli estremismi esistenziali di questi ultimi. Nel vero beat non c’è una “teoria” o una “ideologia” come fu per gli altri movimenti d’avanguardia ma c’è solo una fiamma che brucia; la creatività del beat è quella di vivere bruciando: l’autodistruzione. Non scomoderemo dunque Bakunin o Stirner per dare una giustificazione teorica a questo movimento.

I temi principali dell’ “arsione esistenziale” del beat sono noti: il viaggio senza meta, la voglia irrequieta di totale libertà, l’insofferenza per ogni regola esteriore, il rifiuto della società materialistica e più in generale del materialismo, la disinibizione sessuale, l’uso di droghe e di alcool, talvolta la violenza; a ciò si aggiungeva l’ecologismo e l’interesse per le religioni orientali.

E’ vero che Kerouac propose anche istanze politiche qua e là ma esse furono da lui vissute in modo tutt’altro che organico e conseguente ad una chiara visione del mondo, ma solo come estremo gesto anticonformista; come quando, per provocazione, ad un’assemblea di beatnik nel 1967 egli citò in funzione celebrativa il discorso di Hitler al Reichstag nel 1937: “la volontà che unisce i nostri gruppi ci fa comprendere che gli uomini e le donne devono apprendere il sentimento comunitario al fine di difendersi contro lo spirito di classe, la lotta delle classi, l’odio di classe” e poi “Noi andiamo a vivere presto in comune la nostra vita e la nostra rivoluzione! Una vita comunitaria per la pace, per la prosperità spirituale, per il socialismo!”. In questo modo scioccò perfino il suo stesso pubblico composto ormai, nel 1967, più da hippy che da veri beat; pubblico il quale era giunto fin lì per osannarlo; e infatti questi giovani lo osannarono prima di scoprire che le parole che il loro precursore e “maestro” aveva pronunciato erano del Fuhrer.  O come quando proprio in Italia, a Napoli, assieme all’amica Fernanda Pivano, davanti a una folla pronta, anche qui, ad incensarlo rovinò deliberatamente la festa di questi suoi sedicenti discepoli definendosi un “patriota”; naturalmente fu insultato e gli fu gridato “fascista” dalla folla sconvolta. Ma tutto ciò, com’è evidente, è secondario rispetto al significato intrinseco dell’esperienza di Kerouac.

Egli rimane un isolato o trova un posto e quindi un nesso in questo mondo? Se da un lato sembra che Kerouac non riesca a collegare nessuna delle sue inclinazioni alla società in cui vive e quindi non riesca a creare nulla che gli sopravviva, d’altra parte, però, ciò che gli sopravvive lo ha dentro di sé, nella sua fede cristiana, nel suo intimo cristianesimo, in quella fiamma di devozione per il Cristo che rivendica fino alla fine. Un anno prima della sua morte, al suo intervistatore Ted Berrigan che gli chiedeva perché non aveva mai scritto di Gesù rispose: Tutto ciò che scrivo è Gesù”: dunque è proprio ciò che scrive, che “è Gesù”, quel qualcosa che gli sopravvive,  quel nesso con il mondo. Questa fiamma di devozione per il Cristo è proprio ciò che egli proietta all’esterno in quelle meravigliose e lunghissime strade americane a cui dedica la sua vita. In fondo il suo “bruciare, bruciare, bruciare è, forse, solo l’espressione scomposta ma genuina di un forte idealismo, quasi misticismo, che egli ha connaturato in sé; solo la scrittura ha permesso di trovare per questo idealismo o misticismo il canale di atterraggio quaggiù, fra gli altri uomini.

Infine vi è da considerare che solo la società statunitense poteva regalarci questa epopea, nel bene e nel male. Nel bene, perché gli States sono la più affascinante e bella possibilità che ha l’uomo di confrontarsi con la modernità e di sfidarla; nel male, perché l’uomo subisce la potenza materialistica degli States, una potenza materialistica che non ha avuto pari nella storia delle civiltà, persino al paragone con l’Unione Sovietica. Quest’ultima considerazione ci porta ad un interrogativo fulminante: le catene (non troppo lunghe né troppo corte, ma a giusta misura) della civiltà capitalistica statunitense sono come la gabbia del totalitarismo stalinista?  A questa domanda rispondiamo sì. Intendiamoci: Kerouac non è un Solzenycyn americano. Ma, se Solzenycyn può essere considerato figura compiuta di asceta, anche Kerouac possiede dei tratti ascetici. E se Solzenycyn ha vissuto da carcerato lottando per la vera libertà in un mondo dichiaratamente non libero (l’Unione Sovietica), Kerouac invece ha vissuto da “disadattato” e da “bruciato” bramando la libertà  in un mondo di finta libertà (gli Stati Uniti).

Nell’attesa (speriamo breve) che l’Occidente realizzi la sua vera natura di libertà e di socialità, e non sia più cavalcato dall’Alta Finanza che si presenta con il finto abito della liberaldemocrazia, possiamo guardare con un certo rispetto e una certa ammirazione alla figura di “bruciato” e “disadattato” quale fu Jack Kerouac.

 

*Ferdinando Bergamaschi fu il principale collaboratore di Matteo Castagna nella ricerca e nello studio durati oltre 2 anni, che portarono all’edizione del primo libro di Matteo: “Cattolici tra europeismo e populismo – la sfida al nichilismo” (Ed. Solfanelli, 2018) di cui egli curò la postfazione. Il testo, poi tradotto e utilizzato anche all’estero, soprattutto in ambiente universitario, è disponibile sulla home page di questo sito, presso l’editore, negli store online o, su ordinazione, nelle migliori librerie.

 

 

 

Casa Bianca 2024. Nuova tegola per Biden. Via libera alle indagini per l’impeachment

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L’accusa dei repubblicani: è coinvolto negli affari esteri del figlio Hunter. E la memoria del presidente fa cilecca anche sull’11 settembre. Assist di Putin all’amico Trump: “Donald è un perseguitato politico”

Washington, 13 settembre 2023 – I pompieri della Casa Bianca sono già in azione. Joe Biden continua a crollare nei sondaggi e da ieri rischia un processo di impeachment che ha avviato il presidente repubblicano della Camera McCharty. Il capo della Casa Bianca è accusato di aver mentito agli americani sui suoi affari di famiglia e di aver favorito i traffici poco chiari in Ucraina e Cina del disgraziato figlio cocainomane Hunter. Un’accusa non dimostrata è quella di aver nascosto o riciclato 20 milioni di dollari in diverse società di comodo. Hunter è stato indagato dall’Fbi per oltre 4 anni andrà di nuovo davanti al giudice il prossimo 29 settembre. Il patto con i procuratori nel quale si dichiarava colpevole di evasione fiscale e di acquisto illegale di una pistola, è stato annullato a giugno da un giudice e non vale più.

Donald Trump, che ieri ha incassato un assist (o forse uno sgambetto?) da parte di Putin (“Donald è un perseguitato politico”) gongola e continua a svettare nei sondaggi del suo partito. La corsa elettorale anche se siamo a 15 mesi dal voto si è fatta già rovente. Senza risparmio di colpi bassissimi.

I repubblicani non hanno portato alcuna prova in commissione, ma hanno la forza per chiedere l’impeachment, come avevano fatto i democratici 2 volte con Trump. Sanno benissimo che verrà bocciato al Senato e non sono nemmeno sicuri che passi alla Camera, perché la loro maggioranza è minima, ma nel bloccare Biden con lo scandalo di famiglia cercano di ottenere l’esaltazione della loro base e forse rafforzano anche le perplessità dei democratici e degli indipendenti. Molti di loro pensano con sempre maggiore insistenza che Biden non sia stato un cattivo presidente ma fisicamente è diventato troppo vecchio e fragile per continuare a farlo per altri 4 anni.

LA SINERGIA TRA LE FORZE DEL MULTIPOLARISMO

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Discorso alla 1° Conferenza europea sul multipolarismo del 4 settembre 2023

La transizione dall’amministrazione di Donald Trump a quella guidata da Joe Biden ha portato a un significativo cambiamento della politica estera statunitense.

Il miliardario newyorkese è stato formalmente issato alla Casa Bianca per soddisfare le richieste della classe media americana impoverita e delusa dall’eccessiva esposizione militare degli Stati Uniti nel mondo, sfruttando un sentimento di frustrazione che, non a caso, era già stato evidenziato da uno dei massimi analisti dei circoli di potere a stelle e strisce, Samuel Huntington.

In realtà, si è trattato dell’ennesimo “bait and switch” della geopolitica statunitense; Trump – il candidato ideale per raccogliere le proteste di questa componente risentita della società americana – è stato utilizzato per cercare di bloccare l’ascesa pacifica della Repubblica Popolare Cinese e soprattutto il suo progetto di Nuova Via della Seta terrestre e marittima che stava trasformando il processo di globalizzazione da unipolare a multipolare (facendo perdere agli Stati Uniti il loro dominio universale). Da qui la retorica della Casa Bianca sull’America First, sul protezionismo e sulle tariffe commerciali, metodi che si sono però rivelati inefficaci vista la stretta interconnessione tra le prime due economie del mondo.

Al protagonismo di Pechino, basato sui principi BRICS di non ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani, di rispetto delle differenze culturali-religiose dei singoli Paesi (anche per quanto riguarda il modello di sviluppo) e di sostegno all’economia reale ma non speculativa, si è ovviamente unita anche Mosca, soprattutto dopo le sanzioni euro-atlantiche del 2014 per la questione della Crimea; il Cremlino ha reagito ad esse con un più intenso riavvicinamento economico alla Cina e con un intervento militare in Siria che ha sconvolto i piani statunitensi per il “Grande Medio Oriente”, secondo una logica che si potrebbe definire di “divisione internazionale del lavoro eurasiatico”. (La Russia usa lo strumento militare, la Cina quello economico). Fallito il tentativo trumpiano di staccare la Russia dalla Cina, con il pretesto della pandemia si è via via riproposto il vecchio schema della “guerra fredda”, della divisione del mondo in blocchi, dello scontro anche ideologico tra “autocrazie” e “democrazie”. A quel punto, il candidato naturale per l’establishment statunitense è diventato Joe Biden, il presidente che più probabilmente recupererà l’Europa all’interno del blocco guidato da Washington attraverso la NATO dopo le tribolazioni dell’era Trump.

Prima di insediare la Cina – considerata dagli Stati Uniti il vero rivale strategico per la governance mondiale – Washington cerca di sbarazzarsi del principale alleato di Xi Jinping, ovvero Vladimir Putin, per sostituirlo con un “fantoccio” disposto ad accettare il ruolo marginale di Mosca all’interno dell’ordine unipolare statunitense e la frammentazione della Federazione Russa.

A questo punto è necessario un ulteriore chiarimento. Molti parlano già di multipolarismo come di un processo pienamente avviato, in realtà siamo ancora in una fase di transizione che la diplomatica russa Marija Chodynskaja Goleniščeva ha brillantemente definito qualche anno fa come “dualismo policentrico”: “L’unipolarismo e l’unipolarismo pluralista (quello che gli americani chiamano multilateralismo), modelli tipici degli anni Novanta e dei primi anni Duemila, cominciano a cedere il passo all’ordine mondiale policentrico. Questo processo, difficile e irregolare, incontra la resistenza di Stati abituati a dominare la scena mondiale e che hanno perso la capacità di negoziare per raggiungere compromessi che tengano conto degli interessi delle altre parti e presuppongano la disponibilità a fare concessioni. D’altra parte, la crescita del peso politico specifico degli “attori non convenzionali” (in primo luogo dei Paesi della regione) sulla scena internazionale, il loro desiderio di partecipare più attivamente al processo decisionale su questioni mondiali fondamentali porta a un profondo coinvolgimento di questi Stati nei conflitti che riguardano i loro interessi nazionali. Tutto ciò rende la situazione imprevedibile, porta alla “frammentazione” dei conflitti in aree di intersezione degli interessi degli attori politici globali e regionali e rende la risoluzione delle crisi mutevole in assenza di una metodologia adeguata alla realtà odierna.

Il filosofo geopolitico eurasiatico Aleksandr Dugin ha giustamente separato e distinto il concetto di multilateralismo – una comoda situazione di facciata che serve solo a distinguere la disuguaglianza tra l’egemone (gli USA) e i suoi vassalli (le nazioni dell’Alleanza Atlantica) – da quello di multipolarità, concetto caro a chi non accetta l’egemonia unipolare statunitense sul pianeta. Non ci possono essere compromessi tra i sostenitori dei due campi, tanto più che l’enunciazione di principi guida da parte di Putin e la sistematizzazione di strumenti militari ed economici alternativi (CSTO, Banca dei BRICS, OCS…) ha ulteriormente ampliato il divario tra le rispettive parti. Tornando a Dugin, egli sostiene che “un mondo multipolare non è un mondo bipolare perché nel mondo di oggi non c’è nessuna potenza che possa resistere con le proprie forze al potere strategico degli Stati Uniti e dei Paesi della NATO, e inoltre non c’è nessuna ideologia generale e coerente in grado di unire gran parte dell’umanità in chiara opposizione ideologica all’ideologia della democrazia liberale, del capitalismo e dei diritti umani, su cui gli Stati Uniti fondano ora una nuova, unica ideologia. Né la Russia moderna, la Cina, l’India o qualsiasi altro Stato possono pretendere di essere un secondo polo in queste condizioni. Il ripristino del bipolarismo è impossibile per ragioni ideologiche e tecnico-militari…”. In realtà, proprio il rispetto da parte dei BRICS e dei loro alleati dei principi condivisi di non ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani, unito all’affermazione delle specificità culturali, dei modelli economici specifici (produttivi contro finanziari) e delle diverse visioni del mondo (basti pensare al concetto di “famiglia”), ha già diviso lo scacchiere geopolitico tra due poli in costante competizione tra loro in tutte le aree del pianeta. L’accelerazione della competizione tra i due campi negli ultimi anni ha infatti costretto in un modo o nell’altro tutti gli Stati nazionali a schierarsi da una parte o dall’altra. In conclusione, se è vero che attualmente non viviamo ancora in un sistema geopolitico multipolare, è altrettanto vero che la conditio sine qua non del suo completamento è il passaggio a una nuova fase bipolare che, pur non basandosi più sulla storica contrapposizione ideologica tra capitalismo e marxismo, conserva comunque differenze epocali di visione del mondo. Non si tratta quindi solo di proporre una riorganizzazione delle relazioni internazionali o di interpretare l’attuale fase storica come il passaggio dalla competizione geopolitica a quella geoeconomica, ma di approfondire ulteriormente la sinergia già esistente tra le forze che tendono a favorire il multipolarismo per far capire che l’attuale precario equilibrio bipolare può essere rotto solo con il ridimensionamento strategico degli Stati Uniti d’America. Solo quando Washington accetterà o sarà costretta a rinunciare al suo tentativo di egemonia mondiale, di fronte all’evidenza della sua incapacità di guidare il pianeta, si realizzerà l’agognato sistema multipolare; nel frattempo, la fase intermedia non potrà che essere sempre più bipolare, come gli ultimi avvenimenti stanno evidenziando: il trinceramento del mondo atlantico, Europa compresa, a difesa della supremazia del dollaro statunitense.

Allo stesso tempo, la fine dell’eurocentrismo richiede una nuova idea-forza da parte dei sostenitori del mondo multipolare che imponga la fine dell’assunto di occidentalizzazione-modernizzazione-liberismo-democrazia-diritti umani/individuali come unico progresso possibile dell’umanità. Un processo di cambiamento culturale che dovrebbe essere coordinato con i Paesi BRICS, ai quali potrebbero presto aggiungersi almeno altre 20 nazioni di varie parti del globo.

Dovrebbero poi riconoscere il ruolo della Russia come Piemonte d’Europa e cercare di coagulare tutte quelle forze genuinamente antiamericane presenti all’interno del Vecchio Continente (tenendo presente la subordinazione e la complicità dell’Unione Europea con l’imperialismo statunitense).

Una transizione pacifica dall’unipolarismo al multipolarismo potrebbe essere più conveniente per tutti. Il mondo sarebbe diviso in zone d’influenza in cui le potenze regionali e vicine si attivano per risolvere eventualmente le varie questioni in modo pacifico: è il modello che ho definito globalizzazione multipolare, perché si basa su diversi attori-civiltà e sulla composizione possibilmente win-win degli interessi. Ma la vittoria militare russa in Ucraina e il completamento del processo di dedollarizzazione già in atto costituiscono le premesse indispensabili.

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/la-sinergia-tra-le-forze-del-multipolarismo

La CIA e il “cavallo di Troia” ucraino

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di Antonio Landini

Fonte: cese-m.eu

Dal 1948 al 1990 la CIA si è avvalsa di figure di spicco dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, accusata di aver collaborato con il Terzo Reich durante la Seconda guerra mondiale, per cercare di destabilizzare l’Ucraina e mettere in crisi l’Unione Sovietica. Un’operazione segretissima, denominata Aerodynamic, che può aiutare a comprendere gli avvenimenti dei nostri giorni.

In un passaggio chiave del lungo discorso alla nazione del 24 febbraio 2022, data in cui ha avuto inizio la cosiddetta “Operazione Speciale” in Ucraina, Vladimir Putin ha affermato: «I principali Paesi della NATO, al fine di raggiungere i propri obiettivi, sostengono in tutto i nazionalisti estremisti e neonazisti in Ucraina». Il presidente russo ha, quindi, sottolineato che il fine dell’operazione militare «è proteggere le persone che sono state oggetto di bullismo e genocidio da parte del regime di Kiev per otto anni. E per questo ci adopereremo per la smilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina». In sostanza, il Cremlino ha accusato l’Occidente, e in primis gli Stati Uniti, di aver agito con il preciso intento di destabilizzare l’Ucraina, appoggiando e finanziando movimenti ultranazionalistici e, allo stesso tempo, di favorire la formazione di un governo filoccidentale. In pratica, un colpo di Stato. È chiaro il riferimento alle proteste di Euromaidan che nel febbraio del 2014 hanno provocato la caduta del governo, democraticamente eletto, del Presidente Viktor Janukovyč. Ma è davvero così?

I fantasmi di Euromaidan

Oggi, in relazione ai tragici avvenimenti di Maidan, sappiamo che le manifestazioni di protesta, nate in maniera spontanea (come reazione alla decisione di Janukovyč di rimandare la firma dell’accordo di associazione dell’Ucraina all’Unione europea) sul finire di novembre del 2013, videro la partecipazione iniziale di vari movimenti politici liberali prima di essere monopolizzate e radicalizzate da forze di estrema destra ultranazionalistiche come Pravyj Sektor (Settore Destro) – alleanza di diversi gruppi nazionalisti ucraini e dell’Assemblea Nazionale Ucraina-Auto Difesa Nazionale Ucraina (UNA-UNSO) formatisi proprio all’inizio delle proteste – e Svoboda (Unione Pan-Ucraina “Libertà”), partito fondato nell’ottobre del 1991 con il nome di Partito Social-Nazionalista di Ucraina su posizioni di stampo neonazista (il nome fu cambiato in Svoboda nel febbraio 2004). In un articolo apparso sulla rivista progressista “Salon” dal titolo Ci sono davvero neonazisti che combattono per l’Ucraina? Beh, sì ma è una lunga storia, a firma Medea Benjamin e Nicolas Davies, gli eventi sono stati sintetizzati in questo modo: «Il partito neonazista ucraino Svoboda e i suoi fondatori, Oleh Tyahnybok e Andriy Parubiy, hanno giocato ruoli di primo piano nel colpo di Stato sostenuto dagli Stati Uniti nel febbraio 2014. L’assistente segretario di Stato Victoria Nuland e l’ambasciatore americano Geoffrey Pyatt hanno menzionato Tyahnybok come uno dei leader con cui stavano lavorando nella loro famigerata telefonata trapelata prima del colpo di Stato, anche se hanno cercato di escluderlo da una posizione ufficiale nel governo post-golpe». E poco dopo: «Mentre le proteste precedentemente pacifiche a Kiev lasciavano il posto a scontri con la polizia e a violente marce armate… i membri di Svoboda e la nuova milizia di Settore Destro, guidata da Dmytro Yarosh, combattevano contro la polizia, guidavano le marce e razziavano un’armeria…». In sostanza, verso la metà di febbraio, i militanti di queste formazioni erano diventati i veri leader delle proteste. C’è da chiedersi pertanto che tipo di transizione politica ci sarebbe stata in Ucraina se avessero prevalso le proteste pacifiche e, soprattutto, quanto differente sarebbe stato il governo se questo processo non violento avesse potuto fare il suo corso senza le interferenze degli Stati Uniti e la posizione radicale della destra ultranazionalista ucraina. E invece è stato proprio il fondatore di Settore Destro (Yarosh), dopo aver rigettato l’accordo del 21 febbraio, che era stato negoziato dai ministri degli esteri francese, tedesco e polacco con Yanukovych, e prevedeva lo scioglimento del governo e la possibilità di indire nuove elezioni entro l’anno, a rifiutarsi di abbandonare la piazza e abbassare le armi. Al contrario, si è messo alla testa della marcia contro il Parlamento che è finita in un bagno di sangue quando cecchini, appostati sui palazzi circostanti, hanno aperto il fuoco (i morti sono stati oltre cento tra i manifestanti e la polizia). Evento che ha fatto precipitare la situazione e provocato il rovesciamento del governo.

Ucraina, un obiettivo sensibile

La ricostruzione degli eventi fatta da Benjamin e Davies si basa su dati oggettivi e riscontri reali come la famosa telefonata tra Victoria Nuland, Assistente del Segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici, e l’ambasciatore americano in Ucraina Geoffrey Pyatt (fu intercettata dai servizi segreti russi e poi divulgata tramite il canale Youtube), che gli stessi interessati non hanno mai smentito; ma siamo ben lungi dall’aver un quadro completo degli eventi. Molti altri aspetti restano oscuri o di difficile interpretazione. Basti pensare alla difficoltà di appurare chi fossero i tiratori scelti che hanno aperto il fuoco. In assenza di una inchiesta governativa capace di fare luce sulla vicenda, il governo ucraino post-Janukovyč si è limitato ad accusare la polizia dell’ex presidente, sebbene quest’ultimo abbia sempre affermato di non aver mai dato l’ordine di sparare sui manifestanti. Che la cosa sia più complessa lo si comprende da diverse inchieste giornalistiche da cui emergerebbe come entrambi gli schieramenti avessero a disposizione fucili di precisione e molte immagini li immortalano mentre prendono la mira e fanno fuoco. Le conseguenze di quel drammatico cambio di regime provocarono, nei mesi successivi, forti tensioni tra la maggioranza ucraina e la popolazione russofona (concentrata perlopiù nel sud-est del paese), seguite dall’inizio della crisi in Donbass (e la decisione del Consiglio di Stato della Repubblica di Crimea di indire un referendum che ha sancito l’annessione alla Russia). Crisi che si è trascinata drammaticamente fino ai nostri giorni nel modo che tutti noi conosciamo. Al momento, quantificare la reale portata storica delle interferenze statunitensi sui fatti di Maidan e l’appoggio fornito da questi alle forze ultranazionalistiche ucraine non è possibile. Sarà necessario attendere a lungo (sempre che ciò avvenga) prima di poter consultare documenti ufficiali in grado di fare luce sugli eventi. È fuori di dubbio, tuttavia, che storici e analisti avevano già sottolineato la complessità del “caso ucraino” e che le prospettive future non erano per nulla rosee. Nel suo celebre Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Samuel Huntington, uno dei massimi esperti di politica estera americani, ha scritto nel 1996: «L’Ucraina… è un Paese diviso, patria di due distinte culture. La linea di faglia tra civiltà occidentale e civiltà ortodossa attraversa infatti il cuore del Paese, e così è stato per secoli. In passato, l’Ucraina ha fatto parte ora della Polonia, ora della Lituania, ora dell’Impero austro-ungarico. Un’ampia parte della sua popolazione aderisce alla Chiesa uniate, che segue il rito ortodosso ma riconosce l’autorità del Papa». Sul piano storico, afferma Huntington, gli ucraini occidentali hanno sempre parlato ucraino ed esibito un atteggiamento fortemente nazionalista, mentre la popolazione della parte orientale del Paese è in netta prevalenza di credo ortodosso e parla russo. Agli inizi degli anni Novanta, i russi ammontavano a circa il 22 per cento e i madrelingua russi al 31 per cento dell’intera popolazione. Nel 1993 nella maggioranza delle scuole primarie e secondarie le lezioni erano tenute in lingua russa. Un caso a parte è la Crimea. La sua popolazione era costituita per la maggioranza da russi, avendo fatto parte della Federazione russa fino al 1954, quando Chruščëv la concesse all’Ucraina. Le differenze tra queste due “anime” del Paese si manifestano negli atteggiamenti delle rispettive popolazioni: alla fine del 1992 un terzo dei residenti in Ucraina occidentale, a fronte del dieci per cento di quelli che abitavano nella capitale, mostravano sentimenti antirussi. Che l’Ucraina fosse un Paese diviso, e per tale ragione facilmente destabilizzabile, lo si comprende leggendo un documento della CIA, datato 1966, oggi reso pubblico: «Il processo di russificazione ha raggiunto in Ucraina orientale, soprattutto nelle città, un livello superiore a quello ottenuto da Mosca in ogni altro territorio dell’Urss, ma i sentimenti sciovinisti sono ancora molto forti nella campagne e nelle regioni occidentali lontane dai confini sovietici… Nel caso di una disintegrazione del controllo centrale sovietico, il nazionalismo ucraino potrebbe riaffiorare alla superficie e costruire un punto di riferimento per la nascita di un movimento organizzato di resistenza anti-comunista». Un’analisi precisa che, per quanto sia stata elaborata alla metà degli anni Sessanta, dimostra tutta la sua attualità alla luce di quanto avvenuto recentemente. E che i servizi segreti americani fossero sempre interessati a sondare il campo lo si percepisce da un altro documento – questa volta elaborato nel 2008 e poi pubblicato su Wikileaks – da cui emerge come «gli esperti sostengono che la Russia è preoccupata per le forti divisioni che esistono in Ucraina riguardo all’eventualità di entrare a far parte della NATO, a causa della nutrita componente etnica russa che è contraria all’adesione e che potrebbe portare a forti opposizioni, violenze o nel peggiore dei casi, alla guerra civile». Dal file si evince che gli americani sono consci che per la Russia la “questione ucraina” è un problema sensibile, che li potrebbe costringere a un intervento (militare?). Decisione che, tuttavia, non sono per nulla intenzionati a prendere. Questi due documenti dimostrano che la CIA ha monitorato gli eventi nel Paese, consapevole che avrebbero potuto essere uno strumento – una sorta di cavallo di Troia – con cui indebolire e destabilizzare l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, prima, e la Russia di Putin, poi. Non può essere una mera coincidenza il fatto che quel “nazionalismo ucraino”, paventato nel documento del 1966, si sia puntualmente materializzato nel 2014 con le conseguenze che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ma c’è di più.

Al soldo di Washington

La vasta mole di documenti resi pubblici dal governo americano grazie al Nazi War Crimes Disclosure Act del 1998 ha permesso di appurare come l’amministrazione a “Stelle e Strisce” abbia permesso ai suoi servizi segreti (prima il CIC e poi la CIA) di appoggiare e finanziare organizzazioni ultranazionalistiche e filonaziste ucraine in chiave antisovietica per l’intero corso della Guerra Fredda, ed esattamente dal 1948 fino agli inizi degli anni Novanta. Di che cosa stiamo parlando? E, in particolare, quali figure e organizzazioni furono cooptate? Vale la pena approfondire la questione perché di strettissima attualità. Dall’esame della documentazione resa pubblica emerge il ruolo dell’OUN-B, l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini di Stepan Bandera, che durante la Seconda guerra mondiale aveva collaborato con i nazisti (non va dimenticato che nei giorni di Euromaidan i manifestanti di Svoboda marciavano proprio sotto il vessillo dell’OUN-B). Cosa sappiamo di questa organizzazione? L’OUN fu fondata nel 1929 da ucraini occidentali della Galizia orientale che chiedevano una nazione indipendente ed etnicamente omogenea. Il nemico giurato era la Polonia che in quel periodo controllava la Galizia orientale e la Volhynia. Nel 1934 l’OUN si rese protagonista dell’assassinio del ministro degli interni polacco Bronislaw Pieracki. Tra coloro che vennero arrestati e condannati per l’omicidio figuravano Bandera e Mykola Lebed, figura che ci interessa direttamente per i rapporti che ha avuto con la CIA nel dopoguerra. Il tribunale li condannò a morte, ma la sentenza fu poi tramutata in prigione a vita. Non passarono molto tempo dietro le sbarre: Bandera fu liberato nel 1938 (Lebed riuscì a fuggire l’anno successivo), dopodiché entrò in trattativa con il Terzo Reich che gli garantì fondi e permise a ottocento dei suoi uomini di essere addestrati alla guerriglia. Poi nel 1940 l’organizzazione si scisse in due: da una parte l’OUN-M (il cui leader era Andriy Atanasovych Melnyk), collocato su posizioni più moderate, e dall’altra la ben più radicale OUN-B di Bandera. Quando nel giugno del 1941 ebbe inizio l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica, le forze dell’OUN-B ammontavano a circa settemila uomini, organizzati in “gruppi mobili” che si coordinavano con le truppe tedesche. Quindi, il colpo di scena. Il 5 luglio, le autorità, temendo che Bandera e l’OUN avessero intenzione di autoproclamare un’Ucraina indipendente per mezzo di una rivolta armata, lo arrestarono e lo condussero a Berlino (dopo una serie di interrogatori fu rilasciato ma obbligato a rimanere nella capitale tedesca). Sarà riarrestato nel gennaio del 1942 e condotto nel campo di concentramento di Sachsenhausen come prigioniero politico, godendo comunque di uno status speciale. In Germania il leader di OUN-B continuò a gestire il movimento. Lo dimostra il fatto che i suoi uomini continuarono a operare grazie all’appoggio di Berlino. Nel 1943 l’OUN-B prenderà parte alla campagna di sterminio di ebrei e polacchi. In questa fase fu proprio Lebed, comandante della Sluzhba Bespeki (l’organizzazione di polizia segreta della OUN-B), a gestire il programma di pulizia etnica. Con la fine della guerra, i leader dell’organizzazione finirono in vari campi per sfollati dell’Europa orientale e della Germania. Le loro vite presero strade diverse. Bandera, secondo quanto emerso dai documenti resi pubblici, nel 1948 fu reclutato dal servizio segreto inglese (MI6) per addestrare agenti che operassero in territorio sovietico per missioni di sabotaggio e assassinio. Nel 1956 Bandera fu quindi cooptato dall’Organizzazione Gehlen, una struttura segreta, nata nell’aprile del 1946 quando gli americani avevano dato il via all’Operazione Rusty, nome in codice dietro cui si celava la scelta di riattivare i vertici dell’FHO (Fremde Heere Ost), ovvero i servizi segreti militari del defunto esercito nazista sul fronte orientale, a cui era stato delegato (a partire dal 1942) l’attività di spionaggio contro l’Unione Sovietica. Con una sola differenza, ora questi ufficiali sarebbero stati sul libro paga degli Stati Uniti. Un progetto segretissimo (e rimasto tale almeno fino ai primi anni Cinquanta), attivo dal 1946 al 1956, prima che l’Organizzazione Gehlen si trasformasse nel Bundesnachrichtendienst (BND), l’agenzia di intelligence esterna della Repubblica federale tedesca. Ma questa è un’altra storia. Bandera, che in un rapporto dell’MI6 veniva definito come un «professionista con background terroristico e nozioni spietate sulle regole del gioco», sarà assassinato nel 1959 dal KGB nella Germania Ovest.

Operazione Aerodynamic

La “carriera” di Mykola Lebed avrà invece uno sviluppo sorprendente proprio per le relazioni con i servizi di intelligence statunitense. Sul suo conto la documentazione desegretata è voluminosa. Nel 1947, un rapporto stilato dal CIC (servizio segreto militare) definiva il soggetto un «collaboratore dei tedeschi». Eppure, ciò non impedì che finisse sul libro paga di Washington. Ciò avvenne nel 1948 quando, con l’inasprirsi della crisi con l’Unione Sovietica, la CIA decise che l’Esercito insurrezionale ucraino (UPA) di Lebed avrebbe potuto servire per operazioni di resistenza e intelligence dietro le linee sovietiche. La Central Intelligence Agency si occupò di tutto, fornendo denaro, armi e rifornimenti. Come ebbe modo di sottolineare Lebed più tardi: «Le… operazioni di lancio furono la prima vera indicazione… che l’intelligence americana era disposta a dare un sostegno attivo per stabilire linee di comunicazione in Ucraina». La sua carriera era a una svolta. L’operazione assunse fin da subito un ritmo significativo sotto il nome in codice di Cartel, presto mutato in Aerodynamic. Lebed fu fortunato in quanto la CIA decise di trasferirlo a New York dove acquisì lo status di residente permanente e di lì a poco la cittadinanza. Ciò gli permise di evitare possibili vendette e di prendere contatto con gli emigrati ucraini negli Stati Uniti. Quando era necessario si spostava in Europa per coordinare le operazioni sul campo. In America Lebed divenne il principale referente della CIA per Aerodynamic. Nei rapporti del tempo, come rimarcato dai ricercatori Richard Breitman e Norman Goda, autori di Hitler’s Shadow, Nazi War Criminals, U.S. Intelligence, and the Cold War, il soggetto viene definito «astuto» e «un operatore molto spietato». A quanto pare, non era molto popolare tra gli ucraini negli Stati Uniti per la brutalità mostrata durante la guerra, ma l’intelligence americana gradiva la sua efficienza. Allen Dulles, il futuro direttore della CIA dal 1953 al 1961, sottolineò come il soggetto fosse «di valore inestimabile». Aerodynamic prevedeva l’infiltrazione e l’esfiltrazione dall’Ucraina di agenti addestrati dagli americani. Secondo Breitman e Goda, le operazioni del 1950 rivelarono «un movimento clandestino ben stabilito e sicuro» in Ucraina che era anche «più grande e più pienamente sviluppato di quanto i rapporti precedenti avessero indicato». Washington era soddisfatta dell’alto livello di addestramento dell’UPA e del suo potenziale per azioni di guerriglia. Di fronte a questi risultati, la CIA decise di potenziare ulteriormente le attività dell’UPA al fine di sfruttare il movimento clandestino a fini di resistenza e di intelligence. Nei documenti veniamo a sapere che in caso di guerra l’UPA avrebbe potuto arruolare sotto le sue fila qualcosa come centomila combattenti. Ma i rischi della missione erano elevati. I sovietici fecero di tutto per mettere fine alla loro attività e, tra il 1949 e il 1953, un gran numero di militanti fu ucciso e catturato. Entro il 1954 l’organizzazione era stata fortemente indebolita.

La CIA fu costretta a interrompere la fase più aggressiva di Aerodynamic, ma non cancellò l’operazione. Fu riadattata. A partire dal 1953, Lebed e un gruppo di collaboratori iniziò a operare per realizzare giornali, programmi radio e libri che si ispiravano al nazionalismo ucraino. L’obiettivo era distribuirli di nascosto nel Paese. Poi nel 1956 questo gruppo di lavoro divenne un’associazione no-profit chiamata Prolog Research and Publishing, stratagemma che permetteva alla CIA di far giungere finanziamenti senza lasciare traccia. In un secondo tempo, per evitare che le autorità potessero scoprire cosa si celava dietro il progetto, l’Agenzia trasformò l’associazione nella Prolog Research Corporation, che aveva un ufficio anche in Germania chiamato Ukrainische-Gesellschaft für Auslandsstudien, EV. Sarà proprio questo a pubblicare la maggior parte della documentazione. Lo schema usato da Prolog era semplice: gli autori di origine ucraina, che avevano lasciato il Paese, venivano reclutati per realizzare i lavori senza sapere che stavano lavorando per l’intelligence statunitense. Solo un ristretto numero ne era al corrente. Ma come veniva fatto entrare in Ucraina il materiale? Nel 1955 un gran numero di volantini furono lanciati per via aerea, mentre una trasmissione radio chiamata Nova Ukraina andava in onda da Atene. Come ben spiegato da Breitman e Goda «queste attività diedero il via a campagne sistematiche di mailing in Ucraina attraverso contatti ucraini in Polonia ed… emigrati in Argentina, Australia, Canada, Spagna, Svezia e altrove. Il giornale Suchasna Ukrainia (Ucraina Oggi), bollettini informativi, una rivista in lingua ucraina per intellettuali chiamata Suchasnist (Il Presente), e altre pubblicazioni furono inviate a biblioteche, istituzioni culturali, uffici amministrativi e privati in Ucraina. Queste attività incoraggiarono il nazionalismo ucraino, rafforzarono la resistenza ucraina e fornirono un’alternativa ai media sovietici. Solo nel 1957, con il supporto della CIA, Prolog trasmise 1200 programmi radio per un totale di 70 ore al mese e distribuì 200mila giornali e 5mila opuscoli». Una campagna massiccia il cui fine, come sottolineato da un funzionario della CIA, era dettata dal fatto che «una qualche forma di sentimento nazionalista continua a esistere [in Ucraina] e c’è l’obbligo di sostenerlo come arma della Guerra Fredda». Prolog non disdegnava la raccolta di informazioni, cosa che fu facilitata dal fatto che, sul finire degli anni Cinquanta, i sovietici allettarono le restrizioni sugli spostamenti all’estero. Ogni occasione – conferenze universitarie, eventi culturali e sportivi (le Olimpiadi di Roma ad esempio) – servivano per avvicinare personalità ucraine residenti in Unione Sovietica e sondare i sentimenti della popolazione nei confronti dei russi. Ecco perché la CIA era così entusiasta di Aerodynamic. Nel corso degli anni Sessanta, Lebed e compagni fornirono un gran numero di rapporti sulla situazione politica in Ucraina, informazioni sensibili sulle attività del KGB e la dislocazione delle forze armate. Il fatto che Mosca reagisse bollando questi gruppi clandestini – erano definiti “Banderisti” – come nazisti al soldo degli americani fu interpretato dalla CIA come una prova dell’efficacia del progetto. Non stupisce che le nuove generazioni nel Paese siano state influenzate dall’attività di Prolog (alcuni viaggiatori occidentali riferirono di aver potuto consultare il materiale pubblicato in diverse case private). Lebed lavorò al progetto fino al 1975 quando andò in pensione, continuando però a fornire consulenza. Nel 1978 a capo della struttura fu nominato il giornalista ucraino Roman Kupchinsky. Nel corso degli anni Ottanta l’Operazione Aerodynamic cambiò nome in Qrdynamic, Pddynamic e poi Qrplumb. Va fatto notare che nel 1977 si interessò del progetto anche Zbigniew Brzezinski, il potente consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, tenendo conto del fatto che i risultati ottenuti erano significativi e raggiungevano un vasto pubblico in Ucraina. La conseguenza fu che le operazioni furono estese ad altre aree e nazionalità dell’URSS (gli ebrei sovietici ad esempio). In base a quanto è stato possibile appurare, agli inizi degli anni Novanta, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, Qrplumb non fu più finanziata, ma fu lasciata libera di operare. Difficile sapere come si sia mossa. I documenti non lo specificano.

L’ultimo atto

Nel 1985 Lebed venne menzionato da un rapporto governativo che indagava sulla presenza di nazisti e fiancheggiatori stabilitisi negli Stati Uniti grazie all’appoggio dei servizi segreti. In breve tempo l’OSI, l’Office of Special Investigations del Dipartimento di Giustizia, iniziò a indagare sul suo conto. Ancora una volta la CIA intervenne, temendo lo scandalo che ne sarebbe potuto derivare tra i membri della comunità ucraina negli Usa. Ma il grande timore era che l’Operazione Qrplumb potesse subire un contraccolpo. L’Agenzia negò categoricamente che Lebed avesse avuto a che fare con i nazisti e i crimini commessi in tempo di guerra, sostenendo che era stato un vero combattete ucraino per la libertà. Ma non è tutto. Fino al 1991 i funzionari della CIA fecero in modo di dissuadere l’Office of Special Investigations dal richiedere ai governi sovietico, polacco, tedesco informazioni sul suo conto. Alla fine, i funzionari del Dipartimento di Giustizia dovettero gettare la spugna. Lebed ebbe tutto il tempo di godersi la vecchiaia fino alla morte, sopraggiunta nel 1998.

La nuova campagna elettorale di Biden costerà molti aborti

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Come già fu per il primo mandato, anche l’eventuale rielezione di Joe Biden potrebbe costare molte vite umane. La sua campagna elettorale ha fatto dell’aborto, infatti, uno dei propri cavalli di battaglia. A colpi di spot, come quello intitolato «These Guys», lanciato lo scorso 1° settembre e programmato per due settimane in sette Stati americani ovvero Arizona, Georgia, Michigan, Pennsylvania, Nevada, Wisconsin e Carolina del Nord.

Forti le critiche giunte in merito dalle associazioni pro-life, che han definito, senza mezzi termini, «estreme» le politiche abortiste promosse da un Biden, che solo a parole ama proclamarsi “cattolico”. Laura Echevarría, portavoce di National Right to Life, ha evidenziato come Biden sia «il presidente più favorevole all’aborto nella storia della nostra nazione», al punto da coinvolgere l’intera amministrazione «per promuovere e proteggere l’aborto illimitato», oltre tutto a spese dei contribuenti.

D’altra parte, la lobby pro-choice negli Stati Uniti può contare su finanziatori potenti. E non si tratta solo della multinazionale dell’aborto, Planned Parenthood, che ovviamente è parte in causa, bensì anche di miliardari pronti a sostenere coi propri soldi la ferale causa. Come l’amministratore delegato della multinazionale Berkshire Hathaway, Warren Buffett, quinto uomo più ricco al mondo: ad un’età (93 anni), in cui bene sarebbe fare i conti con la propria anima, ha deciso invece di sponsorizzare la campagna abortista. Negli ultimi vent’anni ha destinato per questo decine di miliardi di dollari, convinto della necessità di ridurre la popolazione del pianeta, come ha rivelato un dettagliato reportage in due puntate, firmato da Hayden Ludwig per Restoration News. L’agenzia d’informazione InfoCatólica ha riportato anche le dichiarazioni della figlia di Buffett, Susie, che nel 1997 ha specificato come il controllo demografico sia «ciò che mio padre ha sempre ritenuto essere il problema più grande e più importante».

Quest’indagine giornalistica ha permesso di evidenziare come dal 2000 ad oggi Buffett abbia versato almeno 5,3 miliardi di dollari a favore di attivisti ed esecutori di aborti. Dal 2002 avrebbe elargito anche 41 miliardi di dollari a quattro fondazioni, impegnate a promuovere l’aborto all’estero. Assolutamente fittizio e fuorviante, dunque, quanto dichiarato dallo stesso Buffett nel 2003, quando annunciò che le azioni della Berkshire Hathaway non sarebbero più state donate a gruppi abortisti: in realtà, ha spiegato Hayden Ludwig nel proprio reportage, «migliaia di sovvenzioni sono state versate negli ultimi due decenni» dalla Howard G. Buffett Foundation, dalla NoVo Foundation e dalla Susan Thompson Buffett Foundation, tutti organismi gestiti da membri della famiglia Buffett. Da qui sarebbero usciti più di 3 miliardi di dollari, destinati tutti ad organizzazioni dichiaratamente pro-choice quali Planned ParenthoodMarie Stopes International, la National Abortion FederationNaralDKT International e molte altre. Con questi soldi sarebbero stati finanziati aborti non solo negli Stati Uniti, ma anche nel Regno Unito, in Africa ed altrove.

L’ideologia mortifera però si serve anche di altri strumenti, per imporsi come pensiero dominante ovunque, anche cancellando chiunque abbia un’opinione differente. Ed il web in questo torna a distinguersi una volta di più quale veicolo privilegiato dell’incubo orwelliano.YouTube, ad esempio, secondo quanto rivelato dalle agenzie InfoCatólica Zenit, starebbe predisponendo una nuova politica atta a censurare i contenuti pro-life od, in ogni caso, contrari all’aborto ed alle linee-guida dell’Oms in materia (linee-guida, che considerano l’aborto un “diritto umano”), con modalità ancora da definire, ma tali in ogni caso da vanificare i dubbi di quei pochi, che ancora ne nutrissero, circa l’imparzialità dei social media – come anche Meta (o Facebook, che dir si voglia) e Twitter nella moderazione dei contenuti.

 

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