L’Europa, dunque, è la grande perdente

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di Daniele Perra

Fonte: Daniele Perra

Ai primi di giugno, il Center for Strategic and International Studies di Washington (Think Tank assai vicino al Dipartimento della Difesa USA ed all’industria statunitense degli armamenti dal quale viene copiosamente finanziato) ha pubblicato un articolo, a firma Antony H. Cordesman e dal titolo “The longer-term impact of the Ukraine conflict and the growing importance of the civil side of the war”, che ben descrive il nuovo approccio nordamericano al conflitto nell’Europa orientale.
In esso si legge: “sembra ora possibile che l’Ucraina non riconquisterà i suoi territori nell’est e che non otterrà rapidamente gli aiuti di cui ha bisogno per la ricostruzione”. Aiuti che sarebbero stati stimati, molto ottimisticamente, in 500 miliardi di dollari (cifra che non tiene in considerazione la perdita territoriale della sua regione più ricca). Inoltre, l’Ucraina dovrà fare i conti con una continua minaccia russa che limiterà la sua capacità di ricostruzione delle aree industrializzate e che, soprattutto in considerazione delle suddette perdite territoriali, comporterà non pochi problemi in termini di commercio marittimo (il rischio che la Russia, una volta terminate le operazioni in Donbass, possa dirigersi verso Odessa escludendo completamente Kiev dal Mar Nero rimane reale).

L’articolo riporta anche come il conflitto abbia evidenziato, da parte russa, un utilizzo coordinato ed assai flessibile di mezzi militari, politici ed economici al confronto del quale, il mero ricorso alla guerra di propaganda ed al regime sanzionatorio da parte occidentale è sembrato sostanzialmente inefficace. Fattore che, in un modo o nell’altro, ridisegnerà il sistema globale visto che l’eventuale fine dei combattimenti non significherà la fine dei suoi impatti economici e geopolitici di lungo periodo. Senza considerare che Russia e Cina stanno sviluppando una notevole capacità di attirare verso il proprio lato i Paesi africani ed asiatici (il caso recente del Mali che ha optato per l’espulsione dei contingenti francese ed italiano, in questo senso, è emblematico).
Inoltre, contrariamente a quanto sostenuto dalla propaganda occidentale fino ad oggi, Cordesman afferma che solo una “minuscola porzione” (tiny portion) delle azioni russe in Ucraina possono essere formalmente definite come “crimini di guerra” nonostante il loro impatto sulla popolazione civile.
Ora, a prescindere dalle considerazioni dell’Emeritus Chief in Strategy del Think Tank nordamericano (con le quali si può essere in accordo o meno), ciò che appare evidente è il cambio di paradigma nel racconto del conflitto da parte del centro di comando dell’Occidente.

Gli Stati Uniti (quelli che, secondo Kissinger, hanno solo interessi e non alleati) non sono nuovi a simili operazioni di abbandono dell’“amico” quando hanno raggiunto il loro scopo o non lo ritengono più utile (dal Vietnam all’Afghanistan, passando per Panama  e Iraq, la storia è piena di esempi simili). Resta da valutare se gli Stati Uniti abbiano realmente raggiunto i loro obiettivi per ciò che concerne il conflitto in Ucraina o se questo cambio di paradigma possa essere interpretato come una “ritirata strategica”.
In precedenza si è sottolineato come il conflitto in Ucraina stia portando a cambiamenti profondi nella struttura economica, finanziaria e geopolitica esistente a livello mondiale. Si può parlare di evoluzione verso un sistema multipolare? La rispostà è sì, anche se gli stessi Stati Uniti stanno cercando di rallentarla. Come? Oggi sono tre (in futuro potrebbero essere quattro con l’India) le principali potenze globali: Stati Uniti, Russia e Cina (considerate come potenze revisioniste del sistema unipolare). Tuttavia, il principale concorrente del dollaro sul piano globale è l’euro. Ergo, l’obiettivo nordamericano, per guadagnare tempo nella parabola discendente dell’impero nordamericano, è il suo costante indebolimento. Oltre l’Ucraina, chi è la grande sconfitta del conflitto in corso nell’Europa orientale? L’Unione Europea. L’obiettivo USA, almeno dal 1999 in poi, è quello di rendere artificialmente competitiva la propria industria distruggendo quella europea mantendo, al contempo, il Vecchio Continente in una condizione di cattività geopolitica. Questo l’élite politica europea lo sa bene ma è troppo impegnata a seguire i suoi interessi di portafoglio.

Si prenda ad esempio il caso limite dell’Italia la cui strategia energetica di lungo periodo è andata a farsi benedire con l’aggressione NATO alla Libia. Da quel momento in poi, i governi Monti, Letta e Renzi sono stati i principali responsabili della quasi totale subordinazione della politica energetica italiana al gas russo. Oggi, gli stessi Partiti che hanno sostenuto prima la necessità dell’intervento in Libia e poi i governi successivi a quello Berlusconi (responsabile del tradimento nei confronti di Tripoli) sono gli stessi che chiedono e plaudono all’embargo alle importazioni di idrocarburi dalla Russia, ancora una volta in totale spregio dell’interesse nazionale italiano. In questo contesto, l’unica soluzione per l’Italia non può che essere quella di liberarsi il prima possibile dal draghismo.
L’Europa, dunque, è la grande perdente sul piano economico e geopolitico. L’eventualità di una crisi alimentare in Africa e nel Vicino Oriente a causa del protrarsi del conflitto e, di conseguenza, della riduzione delle esportazioni di grano russe ed ucraine in queste regioni potrebbe causare nuove ondate migratorie che investiranno direttamente un’Europa in cui il problema delle forniture energetiche determinerà un’inflazione sempre più alta, una crisi economica strutturale ed un relativo abbassamento della qualità generale della vita.

Da non sottovalutare, infine, il fatto che l’àncora di salvezza per l’Europa (almeno nel breve periodo, visto che la diversificazione via Africa e Israele appare assai lontana nel tempo) sarebbe dovuto essere il gas naturale liquefatto nordamericano. Bene, una strana esplosione ha recentemente messo fuori uso l’HUB della Freeport LNG in Texas da dove partono le navi che portano il gas in Europa. L’infrastruttura sarà nuovamente operativa a partire dalla fine del 2022. Il tutto mentre Gazprom taglia le sue esportazioni in Europa come rappresaglia nei confronti dell’approvazione dell’ennesimo pacchetto suicida di sanzioni.

Si veda:
The longer-term impact of the Ukraine conflict and the growing importance of the civil side of the war, www.csis.org.
L’utopia di chi spera nel GNL di USA, Africa e Israele, www.ilsussidiario.net.
L’UE ed il suo settore energetico, www.eurasia-rivista.com.

Gas, Russia dimezza le forniture all’Italia. Stop per la Francia

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di Luca Losito

Continuano a preoccupare i prezzi in continuo aumento dell’energia. Oggi l’allarme per l’Italia è doppio: da un lato c’è la Russia che con Gazprom ha tagliato del 50% le forniture di gas all’Eni, dall’altro c’è lo studio di Confcommercio e Nomisma che ha stimato rincari di oltre il 100% rispetto al 2021 per le imprese sui costi dell’energia. Ma non se la passa bene neppure la Francia.

Nuovo taglio del gas russo all’Italia
Stop al gas russo per la Francia

La Francia non riceve più il flusso dal gasdotto dalla Germania dal 15 giugno. Lo ha reso noto stamattina l’operatore GRTgaz, citando gli effetti della riduzione dei flussi tra Russia e Germania. “Dal 15 giugno, GRTgaz ha notato un’interruzione del flusso fisico tra Francia e Germania. Questo flusso era di circa 60 GWh/giorno (gigawattora al giorno) all’inizio del 2022, che è solo il 10% della capacità del punto di interconnessione”, si legge nella nota. “GRTgaz rimane vigile per il prossimo inverno e invita a continuare a riempire il più possibile i loro impianti di stoccaggio nazionali”, ha affermato in una nota l’operatore di rete, un’unità del principale fornitore di gas francese Engie.Tuttavia, non vi è alcuna preoccupazione per il prossimo inverno, perché la riduzione dei flussi dalla Germania è compensata dall’aumento di quelli dalla spagna e dalla maggiore capacità nei terminal del metano.

Il prezzo dell’energia sale del 110-140% in Italia

Come se non bastasse, prosegue la crescita senza sosta quella del prezzo dell’energia per le imprese del terziario: tra gennaio e aprile 2022, infatti, il prezzo delle offerte di elettricità è salito mediamente del 61%, mentre il prezzo delle offerte gas è aumentato del 21%. Gli aumenti della spesa annuale di elettricità e gas per il terziario sono ancora maggiori raggiungendo una “forchetta” che va da +110% a +140%. Le stime allarmanti emergono dall’Osservatorio Confcommercio Energia, un’analisi trimestrale realizzata in collaborazione con Nomisma Energia.

Secondo le stime del rapporto, per tutte le categorie del settore terziario i dati parlano chiaro: nel mese di aprile 2022, rispetto alle rilevazioni dello scorso gennaio, si stima un incremento del costo delle forniture di energia elettrica che oscilla tra il 50% fino ad oltre l’80%. In particolare, i dati del primo trimestre 2022 (31 gennaio/30 aprile) testimoniano che la spesa annua per il 2022 in elettricità per un albergo tipo può arrivare fino a circa 137.000 euro, con un incremento del 76%, per un ristorante fino a oltre 18.000 euro (+57%), mentre per un negozio alimentare passerà da 23.000 euro a 40.000 euro (circa il 70% in più), per un bar il conto annuale aumenta del 54%, mentre per i negozi non alimentari il rincaro può arrivare addirittura all’87%.

Insomma, se il 2020 sarà ricordato come l’anno della pandemia, il 2022 passerà senz’altro alla storia come l’anno della crisi energetica. I numeri parlano chiaro, e il taglio alle forniture di gas imposto dalla Russia non potrà che peggiorare la situazione.

Suicidio occidentale

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di Franco Cardini

Necessario viatico alla lettura di queste brevi righe (e del libro che esse commentano) è quella dell’Editoriale del presente numero dei “Minima Cardiniana”. Difatti, questo libro denso d’informazioni e di considerazioni intelligenti, nella stragrande maggioranza dei casi del tutto condivisibili al di là dell’impianto generale “filostatunitense-occidentalista” per il quale del resto l’Autore è ben noto e ch’egli stesso manifesta con decisione sempre accompagnata peraltro da equilibrio e da humour, sembra manifestare disagio o quanto meno reticenza proprio sul punto qualificante: la declinazione di quei “nostri valori” che oggi sarebbero in pericolo, oggetto di un assalto teso a cancellarli.
Molto apprezzabile, in queste pagine nelle quali Rampini ci dà prova ulteriore di quelle qualità non solo di eccellente giornalista ma anche di fine scrittore che tutti volentieri gli riconosciamo, il frequente ricorso a esempi ispirati a una world history ben conosciuta e sempre chiamata in causa con misura, senza ostentazione. Ma proprio su ciò si potrebbe attentamente e pacatamente discutere. Il paragone ad esempio con gli imperi cinese e romano, quando ci si riferisce al “nostro Occidente”, sembra fondarsi su una normativa analogica data per naturalmente scontata: al contrario, sembra a molti ormai che quella “occidentale”, che per la prima e l’unica volta nella storia ha spezzato gli equilibri di un “mondo a compartimenti stagni” imponendo la braudeliana “civiltà emisferica”, l’”economia-mondo”, sia una eccezione unica e irreversibile. Proprio per questo motivo stridente risulta il contrasto tra quelli che l’Occidente moderno sente come i valori più propriamente “suoi” (e sui quali forse Rampini sorvola un po’ troppo, dopo averli presentati nel titolo come i protagonisti) e che esso pretende di aver diffuso nel resto del mondo e la realtà obiettiva. Esattamente al contrario di quello che, nel goethiano Faust, il diavolo Mefistofele rivendica per sé (come spirito “che eternamente vuole il Male e sempre genera il Bene”), l’Occidente ha sostenuto di conquistare il mondo per avviarlo ai valori di umanità, di progresso, di giustizia, di pace: ma di fatto esso ha seminato – con la pratica imperialista e lo sfruttamento sistematico delle risorse mondiali dettato dal proprio bisogno crescente di beni e di forza-lavoro – esattamente il contrario delle sue premesse e promesse. Da qui la ribellione forse non generalizzata, ma senza dubbio corale e diffusa, contro il suo predominio, per quanto la lotta tesa a scalzarne l’egemonia sfocerà forse nel “tramonto dell’Occidente”, inteso però come fine dell’egemonia delle élites occidentali accompagnate però dell’imporsi di altre élites, a loro volta occidentalizzate, che vi si sostituiranno fatalmente mantenendo, sia pur metabolizzata, la sua cultura. E ciò, probabilmente, non risolverà affatto i problemi posti dallo sviluppo della nostra civiltà ma si limiterà a un cambio della guardia dei padroni del pianeta: i grandi problemi – dall’inquinamento ambientale che ha prodotto una sorta di “neoreligione” al concentramento della ricchezza e quindi dall’impoverimento generale del genere umano – non cambieranno.
Qui il discorso di Rampini, che preferisce non attardarsi sugli errori dei governi statunitensi dell’ultimo trentennio e solo una volta, a p. 177, cita lo scandalo di Guantanamo quasi per liquidarlo con una generica formula minimizzante, si caratterizza per una tendenza assolutoria forse eccessiva. Il che non toglie nulla né alla qualità del volume, né alle prospettive che egli ci apre sulla società statunitense contemporanea, né alle sacrosante critiche a proposito della crisi della “cultura del limite”, dei guai commessi dal politically correct, delle insufficienti prestazioni del mondo politico europeo. L’assenza dell’Europa nel mondo coevo è senza dubbio una delle nostre colpe più grandi. Di noi propriamente “europei”, non velleitaristicamente “occidentali”.

Federico RAMPINI, Suicidio occidentale. Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori, Milano, Mondadori, 2022, pp. 245, euri 19

Liste di putiniani e veri problemi

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QUINTA COLONNA

di Fulvio Scaglione

Chiedo scusa a tutti quelli coinvolti ma le varie e ormai famose “liste dei putiniani”, al netto delle miserie giornalistiche, sono una vera fregnaccia. Ci sono, per quanto riguarda l’informazione e la propaganda, problemi ben più seri di cui occuparsi. Faccio una premessa personale: ho scritto spesso, fino alla vigilia dell’invasione russa in Ucraina, che non ci sarebbe stata alcuna guerra. Era l’epoca in cui moltissimi, me appunto incluso, pensavano (io ancora lo penso) che una guerra sarebbe stata (anche) contro gli interessi della Russia e che per questo un leader razionale e cinico come Vladimir Putin non l’avrebbe intrapresa.  Lo scrivevo in settimane in cui a dirlo e ripeterlo, oltre a tantissimi ucraini e russi, c’erano anche osservatori più o meno insigni e, per fare solo un paio di nomi, leader politici come Macron (“Non ci sarà alcuna escalation militare”, disse il presidente francese dopo la visita a Mosca) e Volodymyr Zelensky. Previsione sbagliatissima, come si vede.
C’è però un’enorme differenza tra sbagliare una previsione e distorcere i fatti. Perché di questo dovremmo occuparci, altro che delle liste dei putiniani. Per tre mesi il sistema mediatico italiano ci ha raccontato una guerra in cui i russi, crudeli e imbecilli, non ne azzeccavano una e venivano ridicolizzati e massacrati sul campo dagli ucraini. Ci è stato detto e ripetuto che le armi occidentali avrebbero spezzato le reni ai russi. Che Putin sarebbe stato presto spodestato dalle contestazioni, da un golpe o da una malattia. Che Putin non sapeva più quale ministro (Shoigu, quello della Difesa) o comandante (quello di stato maggiore Gerasimov, quello delle operazioni sul campo Dvornikov) silurare. Che le sanzioni avrebbero ridotto la Russia a pezzi. Tutto può ancora succedere. Ma dopo tre mesi la realtà è una sola: la Russia, che PRIMA della guerra controllava (tra Crimea e Repubbliche del Donbass) il 7% del territorio ucraino, OGGI ne controlla più del 20%. Le armi occidentali stanno finendo e quelle russe no. Le sanzioni colpiranno ma per ora non bastano a fermare la Russia. Putin sembra saldo in sella. E per dirla tutta, Zelensky e i suoi sembrano invece sull’orlo della disperazione.
Altro che quattro veri o presunti putiniani. Truppa in cui peraltro ogni tanto gli zeloti in cerca di visibilità e collaborazioni provano ad arruolare a forza e a mettere nelle liste anche rispettabilissimi personaggi come Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, o Lucio Caracciolo, direttore di Limes, colpevoli solo di essere un poco più intelligenti della marmaglia. È di tutto il resto che dovremmo preoccuparci.
Ma se a pontificare su Ucraina e Russia ci sono gli stessi (e con gli stessi argomenti) che nel 2003 pontificavano su quanto fosse bella e buona l’invasione dell’Iraq, un problema ci sarà o no? Se il 95% di quelli che partecipano ai talk show non sono mai stati in Ucraina, un problema ci sarà o no? Se il 99% di quelli che ce la spiegano non sono mai stati in Ucraina negli anni Novanta, e non hanno quindi visto il nazionalismo montante a Ovest e l’eredità sovietica vivissima a Est, un problema ci sarà o no? Se il 90% di quelli che “raccontano” la Russia oggi non sono mai usciti da Mosca, e quando sono a Mosca parlano (quando va bene) solo con i circoli della borghesia liberale e occidentalizzata, è un problema o no? Se la stampa italiana per mesi ha riportato come se nulla fosse le notizie selezionate dalla stampa ucraina, cioè dai media di un Paese che già prima della guerra era al 106° posto (su 180) nella classifica della libertà di stampa, dove le Tv dell’opposizione venivano chiuse per decreto (7 in un anno e mezzo) e dove dall’inizio dell’invasione russa tutti i media (comprensibilmente) sono stati di fatto accorpati in un solo organismo alle dipendenze del Presidente e dei suoi collaboratori, un problema l’abbiamo o no? Se uno che va nel Donbass è ipso facto “putiniano” e uno che che ha passaporto americano, casa e incarichi retribuiti negli Usa è un osservatore obiettivo, un problema ce l’abbiamo o no?
Che il sistema mediatico abbia deciso di schierarsi per la vittima contro l’aggressore, per il piccolo contro il grande, insomma per l’Ucraina contro la Russia, peraltro in perfetta coincidenza con il mandato politico di un premier che fin dal primo discorso disse che l’ancoraggio agli Usa e alla Ue era per l’Italia fondamentale, ci sta pure. Ma che il risultato reale, a prescindere dagli schieramenti, sia un’inaffidabile pseudo-informazione è sotto gli occhi di tutti. Per cui, delle liste dei presunti “putiniani” bisogna altamente fregarsene. Al massimo considerarle per ciò che sotto sotto sono, cioè un modo per buttare la palla in tribuna, per parlar d’altro, per mimetizzare il clamoroso scollamento tra la realtà e la sua narrazione.

Cavalieri d’America: i “valori dell’Occidente”

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di Franco Cardini

Forse non tutti lo sanno, ma gli Stati Uniti sono uno dei paesi al mondo nei quali la letteratura cavalleresca medievale e i suoi succedanei di ogni tipo hanno il massimo successo. Dagli studi accademici alle pubblicazioni scientifiche, ma anche dalla letteratura popolare ai “giochi di ruolo” la passione per le gesta dei paladini di Artù dilaga: del resto, la Disney Co. ne è uno dei maggiori veicoli a livello mondiale. E il fenomeno sta tracimando da oltre due secoli in tutte le possibili direzioni: dall’architettura neoromanica e neogotica ai “ristoranti medievali” dove si fanno anche i tornei, dal cinema alla TV, dal “teutonismo” come fenomeno antropologico-giuridico e antropologico-militare (l’Accademia di West Point) alle infinite derivazioni del tolkienismo ai continui revivals del mito del Santo Graal.
Argomenti di questo genere sono ormai da tempo anche oggetto di seri studi specialistici. Il fenomeno del “medievalismo” è accuratamente indagato da ottimi specialisti: basti pensare, in Italia, ai lavori di Maria Giuseppina Muzzarelli, di Francesca Roversi Monaco, di Tommaso di Carpegna Falconieri e di moltissimi altri.
Questa passione collettiva è radicata in aspetti non trascurabili della stessa “mentalità collettiva” (e ci rendiamo conto della problematicità di questa espressione). Nello “spirito americano”, nel “manifesto destino” degli Stati Uniti, la componente cavalleresca ha un rilievo del tutto speciale. Pensiamo al mito del Lontano Occidente, ricalcato su quello antico e diffuso dell’Antico Oriente. E “Lontano Occidente”, com’è ben noto, si traduce in inglese con l’espressione Far West. Il “mito della Frontiera” rigurgita di elementi cavallereschi, sia pure semplicizzati e stereotipati: l’Avventura anzitutto, dimensione com’è noto basilare della Weltanschauung arturiana; la ricerca della ricchezza e dell’amore, appiattimento banale ma fascinoso dei fini ultimi dell’Avventura stessa; la difesa dei deboli e degli oppressi, anche se spesso non correttamente identificati; il parallelo odio contro tutte le personificazioni del Male, a cominciare dai “Pellerossa”. La destra ha elaborato e sviluppato al riguardo una decisa categoria etico-antropologica, incarnata dai cosiddetti Libertarians che anni fa riempivano le fila dei neoconservative impegnati contro l’Islam e che sembrano aver trovato oggi una loro nuova Isola Felice nella lotta contro tutto quello che sa di russo.
Nella “cultura libertarian” (da non confondersi con liberal: fra i due concetti esiste una fitta rete di elementi di affinità e di opposizione che li rende complementari ed opposti al tempo stesso) il mito della Frontiera ha un ruolo fondamentale: la libertà dell’eroe western, che al di sopra di sé ha solo il cielo stellato e Dio e dentro di sé una legge morale intima infallibile e indiscutibile, è autoreferenzialmente riconosciuta da chi vi s’identifica come una libertà cavalleresca. Col risultato paradossale che l’individualismo assoluto, questo caratteristico fondamento primario della Modernità occidentale, viene identificato con la figura archetipica del cavaliere medievale che è invece l’uomo della dedizione a Dio e al prossimo, miles pacificus nella definizione agostiniana passata ai rituali di addobbamento.
D’altronde un uomo libero non è tale se non è armato, se non è un guerriero. Si tratta di un principio di base del diritto germanico, ben riconoscibile in tutte le leges barbariche la raccolta delle quali occupa vari volumi dei Monumenta Germaniae Historica, i leggendari M.G.H. D’altronde un cavaliere non è solo un guerriero: è molto di più. Il guerriero è libertà e ferocia; il cavaliere è spirito di servizio, disposizione al martirio.
Ed ecco uno degli elementi di base che oggi osta al riconoscimento della “cultura europea” come “cultura occidentale”, anzi del carattere sinonimico delle due espressioni, che ha viceversa conosciuto un’allarmante diffusione mediatica. La giovane America (ormai non più giovanissima) dei self-made men, degli illimitati diritti individuali, del “diritto alla ricerca della felicità” di ciascuno conseguita – forse – da pochissimi a scapito di troppi, quella che ha fondato la “prima democrazia del mondo” la quale coincide con il paese della più profonda disuguaglianza e della più tragica ingiustizia sociale è divenuta il modello trainante di un mondo strettamente connesso a quello dei paesi del Commonwealth e della sua stessa antica Madrepatria, l’Inghilterra, dalla quale provenivano i Pilgrim Fathers calvinisti per i quali la ricchezza era il segno del favore divino e la povertà quello della Sua maledizione: quelli che bruciavano le streghe e consideravano i native Americans dei barbari preda di Satana. Su queste premesse si conquistò la frontiera sempre più spinta vero ovest: sulle canne delle Colt ch’erano le spade dei Nuovi Cavalieri e sulle rotaie dei treni coast to coast.
La nostra vecchia Europa è stata profondamente invasa, negli ultimi tre quarti di secolo, da quest’Occidente iperindividualista e predatore: ma, attraverso la sua antica storia di guerre e di sofferenze, ha saputo costruire un’altra Weltanschauung. Anch’essa si è resa responsabile di aver seminato conversione al cristianesimo e democrazia parlamentare raccogliendo però, nel mondo, i ricchi frutti dello sfruttamento coloniale e delle ingiustizie del capitalismo: mantenendo però nel contempo fede anche a una dimensione di progressiva giustizia sociale e di costante solidarismo. Ecco perché nella felice America chi non ha una carta di credito in ordine non ha accesso agli ospedali mentre l’umiliata e decaduta Europa, pur equivocamente rappresentata da un’Unione Europea ormai fallimentare, continua a far di tutto per tenere in piedi uno straccio di quel welfare state alla base del quale c’è anche il contributo di pensiero di studiosi e di statisti americani. Noialtri europei abbiamo assicurazioni obbligatorie ma ci è difficile poter tenere legittimamente in casa un’arma; gli americani possono comprarsi interi arsenali da guerra, ma se si ammalano e non hanno abbastanza soldi in banca sono fottuti. Ecco la differenza, punto d’arrivo di altre più profonde e significative differenze. Ed è il caso di dirlo: Vive la difference!
Ecco perché, parafrasando il vecchio Kipling, West is West, Europe is Europe. L’America è la patria d’infiniti diritti riconosciuti a tutti ma conseguiti e goduti da pochissimi; l’Europa è la patria di popoli che non hanno ancora del tutto dimenticato che a qualunque diritto corrisponde un dovere, e che soprattutto sul piano sociale i doveri vengono prima dei diritti. E le radici di Europa e di Occidente possono ben essere anche le stesse: ma l’albero si riconosce dai suoi frutti. Ecco perché, da oltre due secoli almeno – ma a causa di un processo avviato circa mezzo millennio fa, con il decollo della globalizzazione –, noialtri europei non possiamo più dirci occidentali.
Qualcuno ha detto e scritto, su organi mediatici della “destra”, che io sono “antiatlantista” e “antiamericano” e che all’“Euramerica” preferisco l’“Eurasia”. Sia chiaro che non sono un eurasiatista, ammesso che un eurasiatismo come valore politico esista. Certo, all’Euramerica e al suo cane da guardia, la NATO, preferisco l’Eurasia: ma proprio in quanto ostinatamente credo alla possibilità che l’Europa ritrovi le sue autentiche radici e che sappia costruire in futuro una solida compagine indipendente dai blocchi che si vanno configurando e fra loro mediatrice in funzione di una politica di pace. Nel loro sistema di costruzione dell’America come grande potenza nel contesto dei blocchi contrapposti, gli USA non ci lasciano sufficiente autonomia: né, pertanto, ci lasciano scelta. Se non vogliamo restar subalterni (e uso un eufemismo) bisogna stare dall’altra parte nella prospettiva di rimanere autonomi e sovrani: sarà poi loro compito rimediare agli errori fatti e recuperare la nostra fiducia, ma per questo momento non c’è spazio. In questo momento sostengo pertanto la necessità che l’Occidente à tête americaine non consegua il disegno della Casa Bianca e/o del Pentagono di stravincere sul mondo eurasiatico reimponendo un’egemonia ch’è storicamente tramontata in modo irreversibile e attuando le strategie e le tattiche del totalitarismo liberista, il più subdolo ma non il meno infame dei totalitarismi (e ce lo sa dimostrando nell’Europa d’oggi: tentando di fare strame di qualunque libertà di pensiero degradandone sistematicamente le espressioni a forme di fake news, facendo il deserto su qualunque differenza di giudizio e chiamando tale deserto “democrazia”). Certo che, al limite, una tirannia lontana è un male minore rispetto a una tirannia vicina e incombente. Ma il fatto che il totalitarismo occidentale sia quello del “pensiero unico” e della negazione di troppi diritti sostanziali dei più (a cominciare non dalla ricchezza, bensì dalla dignità civile e sociale) nel nome del diritto di sfruttamento da parte delle lobbies conferisce alla “tirannia vicina” che ci minaccia un carattere particolarmente odioso: e il fatto che essa, almeno per il momento, possa permettersi il lusso di forme di “libertà” nella sostanza irrilevanti se non addirittura socialmente illusorie e pericolose anche perché utilizzate come anestetico morale di massa la rende ancora più infame.
Federico Rampini, ch’è un giornalista di rara intelligenza ed efficacia, ha di recente pubblicato un “best seller annunziato” – 70.000 copie vendute ancor prima dell’uscita, annunzia l’Editore: potenza dei media, specie se Zio Sam veglia sulla buona riuscita di qualcosa… – dal titolo Suicidio occidentale (Mondadori) il cui sottotitolo, illuminante, recita: “Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori”. Si tratta di un libro da leggere con la massima attenzione, cercando nelle sue pagine l’esposizione (o la non-spiegazione) dei tre grandi temi che il suo titolo propone usando l’aggettivo “occidentale” e le espressioni “nostra storia” e “nostri valori”.
Occidente: che cosa significa, quali sono i suoi confini cronologici, geografici, antropologici, culturali? È un valore immobile, metastorico, o dinamico, soggetto quindi ai mutamenti? E quanto vi ha inciso, nella seconda ipotesi, la Modernità quale trionfo dell’individualismo e del primato di economia-finanza e di tecnologia su altri valori, a cominciare da quelli religiosi ed etici?
Nostra storia: nostra di chi? Valutata alla luce di quali parametri, di quali giudizi? E poi, chi siamo noi? Quali sono i confini e i contorni etnici, culturali, etici, geostorici del nostro “essere noi stessi”? Da che momento in poi possiamo considerarci “noi” trascurando o superando dinamiche e addirittura soluzioni di continuità? Siamo tutti gli stessi, tutti concordi, tutti uguali?
Nostri valori: nostri di chi? Quali sono? Fino a che punto sono universalmente condivisi? Sono davvero perfettamente condivisibili? Sono perfetti o suscettibili di perfettibilità? Li enunziamo con chiarezza, li pratichiamo con coerenza e fedeltà? O sono più spesso alibi per quella che Nietzsche definiva “Volontà di Potenza” o, per altri versi, papa Francesco definisce “cultura dell’indifferenza” e “dello scarto”? E Rampini, questi valori, li riconosce e li accetta in blocco oppure opera delle selezioni, delle esclusioni?
Muniti di questo companion per affrontare una lettura che oggi si presenta come ineludibile, cerchiamo di renderci conto di quali siano questi valori in ordine a una questione civile ed etica fondamentale: la violenza, che da noi in Europa sia pure in modo e in grado diverso abbiamo deciso di negare ai singoli cittadini espropriandone il diritto – nel nome del bene comune – per trasferirlo al monopolio della società costituita in quanto tale, quindi dello stato.
“Da noi” in Europa, da Lisbona e Mosca e da Oslo ad Atene con molte diversità, articolazioni e sfumature, la “violenza privata” è stata messa con chiarezza da circa due secoli e mezzo al bando in tutte le sue forme (comprese la “vendetta” e la “difesa privata” entro certi limiti): nel nome dello stato di diritto, che garantisce a tutti la libertà ma perciò stesso la limita per mezzo di leggi miranti alla sicurezza pubblica e alla garanzia contro la possibilità che un eccesso di libertà esercitato da qualcuno (in forza per esempio della sua superiorità civile o economica) si risolva con un danno di libertà altrui. Da noi, salvo precise eccezioni quali forze armate o forze dell’ordine, il disarmo è regola generale cui possono essere esentati solo pochi cittadini in possesso di requisiti speciali.
“Altrove” nell’Occidente, non è così: questo, che potrebbe essere valutato – e senza dubbio con ragione – un grave limite alla libertà individuale, viene respinto. Le armi private sono considerate beni lecitamente commerciabili. I risultati di tutto ciò, associati con evidenza ad altri fattori, hanno determinato autentiche tragedie: ultima in ordine di tempo quella di Uvalde in Texas della quale in questo numero dei MC parla David Nieri. Subito dopo la tragedia gli affiliati della NRA (National Rifle Association), ricchissimo e potentissimo sodalizio che contribuisce costruire l’imponente fatturato delle industria che producono armi e che è soggetto privilegiato nella stessa scelta del presidente degli USA con il suo massiccio intervento finanziario e mediatico in sede elettorale, si sono riuniti a Houston, dove in un applaudito intervento di venerdì 27 scorso Donald Trump ha difeso anzi esaltato tanto i costruttori quanto i possessori di armi, entrambi “paladini della libertà”. Al pari della spada al fianco degli aristocratici d’ancien régime, l’arme sarebbe per molti cittadini americani – solo conservative?… – simbolo di libertà di chi la porta e garanzia di sicurezza per la società civile tutta, dal momento che tale è lo spirito secondo il quale la costituzione degli USA consente ai cittadini di armarsi privatamente.
Ma la realtà è ben diversa da queste rosee intenzioni. L’articolo di Nieri lo documenta con puntualità impressionante (Minima Cardiniana 380/4 | I valori dell’Occidente (francocardini.it)).
Si delinea qui un confine preciso tra la società civile della nostra Europa e quella del “nostro” Occidente, che tale per fortuna non è o non è ancora del tutto. Noi europei preponiamo la libertà e la sicurezza comunitarie alla libertà e alla possibilità d’arbitrio dei singoli. La nostra libertà è concettualmente infinita, ma strutturalmente e fenomenologicamente si arresta là dove comincia la libertà altrui.
Allo stesso modo ci comportiamo in modo differente per quanto concerne altre forme di libertà: sia quella “di”, sia quelle “da”. Nella nostra vecchia Europa siamo sensibili da molto tempo nei confronti della libertà di parola, di stampa, di pensiero, di associazione: e ciascuna di queste libertà è definita nei suoi limiti in quanto non deve nuocere alla libertà di nessuno dei nostri concittadini. Ma i risultati conseguiti fino ad oggi dalla “libertà di” sono comunque sempre soggetti a minacce (nelle ultime settimane, troppi sono stati minacciati da attentati alla loro libertà d’opinione da parte di censori che ai sensi della legge hanno loro impedito di diffondere notizie ch’essi giudicavano fake news); mentre a nostro avviso è ancora troppo carente – a livello europeo e, a maggior ragione, in tutto il mondo – la lotta contro le “libertà da”: dalla fame, dalla miseria, dalla malattia, dalla paura. Una corretta società civile deve lottare per il conseguimento della liberazione da questi mali; così come deve difendere il suo passato, ma ha pieno diritto di denunziarne quegli aspetti che hanno condotto, oggi, al pubblico instaurarsi di un regime solidamente fondato sulla giustizia sociale. Il ricorrere allo “strumento dell’oblio”, cioè per esempio alla cancel culture, non è né civicamente, né culturalmente, né moralmente corretto: ma la condanna storica di modelli che hanno condotto al manifestarsi o all’instaurarsi di sistemi politici fondati sull’ingiustizia e sull’ingiusto privilegio, questo sì. Non si giustificano le violenze e i soprusi commessi nel nome della conversione dei popoli alla fede cristiana o di quella che grottescamente venne a suo tempo definita “esportazione della democrazia”; non si nega il diritto alla libertà, al rispetto delle tradizioni, all’autodeterminazione, nel nome di quelli che a nostro avviso sono soluzioni migliori e “più civili”. Anche perché di solito non lo sono. L’aggressione del 2001 all’Afghanistan controllato dai fondamentalisti di al-Qaeda ha condotto a una “esportazione della democrazia” che ha finito con una prospettiva di occupazione straniera e di un progressivo deterioramento che ha sfociato un ventennio più tardi all’instaurazione di un regime fondamentalista ancora peggiore di quello sradicato.

Il multilateralismo al centro del meeting dei BRICS

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di Mario Lettieri e Paolo Raimondi – 29/05/2022

Il multilateralismo al centro del meeting dei BRICS

Fonte: Arianna editrice

Lo scorso 19 maggio i ministri degli Esteri dei Paesi BRICS si sono incontrati, in via telematica, per discutere della situazione strategica globale e per promuovere il loro processo di cooperazione e d’integrazione.
Si tratta di un evento degno di grande attenzione da parte dell’Occidente e in particolare dell’Unione europea. E’ opportuno sempre ricordare che i BRICS rappresentano più del 40% della popolazione mondiale e ben il 20% del Pil del pianeta.
Ovviamente la guerra in Ucraina è stata affrontata. Al punto 11 della Dichiarazione finale si afferma: ”I ministri hanno ricordato le loro posizioni nazionali sulla situazione in Ucraina espresse nelle sedi appropriate, segnatamente il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e l’Assemblea Generale dell’Onu. Essi sostengono i negoziati tra Russia e Ucraina. Hanno anche discusso le loro preoccupazioni per la situazione umanitaria in Ucraina e dintorni ed hanno espresso il loro sostegno agli sforzi del Segretario generale delle Nazioni Unite, delle agenzie Onu e del Comitato Internazione della Croce Rossa per fornire aiuti umanitari in conformità con la risoluzione 46/182 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.”.
Importanza grande ha assunto la sessione separata del gruppo “BRICS Plus”, che ha incluso l‘Argentina, l’Egitto, l’Indonesia, il Kazakistan, la Nigeria, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, il Senegal e la Tailandia in rappresentanza dei Paesi emergenti e di quelli in via di sviluppo.  E’ in considerazione un possibile allargamento dei BRICS. Se ne discuterà a giugno in Cina al 14° summit annuale, dedicato a una “Nuova era di sviluppo globale”.
Il presidente cinese Xi Jinping, definendo la situazione attuale di grande “turbolenza e trasformazione”, ha chiesto un rafforzamento della cooperazione, della solidarietà e della pace attraverso la Global Security Initiative per una “sicurezza comune” da affiancare alla sua Global Development Initiative (Gdi). Egli ha rilevato che lo scontro tra blocchi contrapposti e la persistente mentalità della guerra fredda dovrebbero essere abbandonati a favore della costruzione di una comunità globale di “sicurezza per tutti”. E’opportuno ricordare che la Gdi è stata valutata positivamente da più di 100 Paesi e da molte organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite.
La Dichiarazione fa del multilateralismo l’idea portante della politica dei BRICS. Ribadisce il ruolo guida del G20 nella governance economica globale e sottolinea che esso “deve rimanere intatto per fronteggiare le attuali sfide globali.”. Evidentemente l’aggettivo “intatto” indica la volontà di avere anche la Russia nei meeting del G20, che, dopo l’Indonesia, nei prossimi tre anni saranno presieduti rispettivamente dall’India, dal Brasile e dal Sud Africa.
Un certo disappunto è stato manifestato nei confronti dei Paesi ricchi che nella pandemia Covid non hanno dato una giusta attenzione ai bisogni dei Paesi in via di sviluppo.
In sintesi, di là del dramma della guerra, nel mondo ci sono segnali per realizzare iniziative miranti a un nuovo ordine mondiale. Per esempio, l’ex presidente brasiliano Lula Da Silva, candidato alle elezioni di ottobre, propone esplicitamente la creazione di una nuova valuta, il Sur, da usare nel commercio latinoamericano per non continuare a dipendere dal dollaro.
A marzo diverse società cinesi hanno acquistato carbone russo pagando in yuan.

E’ il primo acquisto di merci russe pagate in valuta cinese dopo che la Russia è stata sanzionata dai Paesi occidentali.
Crediamo che sia il momento non solo di valutare meglio gli interessi dell’Unione europea ma anche di accentuare il ruolo di maggiore autonomia per contribuire a realizzare un assetto multipolare.
*già sottosegretario all’Economia **economista

L’Europa è ormai soltanto un vassallo degli USA (in italiano e francese)

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di Laurent Mucchielli

Fonte: Come Don Chisciotte

“Lo spirito critico è come anestetizzato. La sottomissione all’autorità è totale.” sono queste le parole che il dottor Mucchielli ha utilizzato in questa intervista per caratterizzare cosa è successo in Francia negli ultimi due anni. Partendo dall’analisi di come le autorità francesi hanno gestito la pandemia, comprenderemo infatti quanto la storia nostra e quella dei nostri cugini d’oltralpe abbia seguito la stessa traiettoria. Due anni in cui il destino dell’Europa è stato segnato da profondi cambiamenti, in cui le ultime certezze sulla speranza di vivere in stati democratici sono crollate e in cui abbiamo visto nascere nuove modalità di sottomissione dei popoli. 

Ovunque abbiamo assistito a proteste contro i lockdown, le restrizioni e le chiusure. L’intero mondo è stato messo agli arresti domiciliari grazie a una narrazione mediatica che, per la prima volta nella storia a reti unificate, ha prima imposto il problema e poi ci ha donato la soluzione…i vaccini. Continuano a crescere i gruppi di persone che non hanno accettato di vedere i loro diritti calpestati e ogni giorno nuovi inganni vengono svelati…eppure, come dice Mucchielli “quando lo dico in giro, penso che mi prendano per pazzo” poichè in questi due anni la paura ha prevalso sulla ragione.

Tirando le somme, oggi scopriamo finalmente a cosa è servita l’Unione Europea, lo abbiamo visto con la pandemia e ne abbiamo la conferma con la guerra. Siamo ufficialmente tutti una colonia continentale della talassocrazia americana. 

Per molto tempo ho creduto anch’io che la costruzione europea fosse una grande cosa. Ma cerco di tenere gli occhi aperti e quello che vedo oggi non ha nulla a che vedere con questo. Vedo un’Europa che è diventata un mero vassallo degli Stati Uniti e che è dominata da interessi economici e finanziari, con grandi problemi di corruzione.

Intervista di Massimo A. Cascone al noto sociologo francese Laurent Mucchielli (vedi la sua pagina professionale) per ComeDonChisciotte.org


Versione italiana dell’intervista

– Salve dottore, la ringrazio di aver accettato di rilasciare un’intervista alla nostra Redazione. Per iniziare può presentarsi brevemente e spiegare il suo lavoro d’analisi sugli ultimi due anni di pandemia in Francia?

Ho 54 anni. Sono un sociologo francese, noto per i miei lavori sulla storia e l’epistemologia delle scienze sociali, nonché sulla sociologia del crimine e delle istituzioni penali. Statutariamente, sono direttore di ricerca presso il Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) e insegno all’Università. Nella mia carriera ho diretto un laboratorio di ricerca, diversi programmi di ricerca nazionali e internazionali, ho fondato una rivista scientifica, ho pubblicato una ventina di libri e più di 200 articoli in riviste scientifiche e capitoli in libri collettivi. Ma devo avvertirvi che se vi limitate a leggere la stampa su Internet (invece di leggere ciò che scrivo…), probabilmente verrete a sapere che sono un “teorico della cospirazione”, “anti-vax”, “di estrema destra”, “antisemita” e persino “scienziato del clima”. Si tratta di una propaganda falsa e diffamatoria. Sono un intellettuale e ambientalista di sinistra da sempre, e ho persino pubblicato un intero libro contro le ideologie razziste di estrema destra poche settimane prima dell’inizio di questa crisi (vedi qui).

Nei primi mesi del 2020, ero ovviamente uno spettatore dell’inizio della pandemia, come tutti gli altri. Durante le settimane ho notato che rapidamente  venivano prese decisioni politiche e mediche così strane che ho deciso di sospendere il mio lavoro in quel periodo per avviare un’indagine. Vedrete che la mia analisi critica della gestione della pandemia è completa. Ma prima di spiegarlo, devo dire ancora alcune cose essenziali. La prima è che rispetto l’etica scientifica, la cui prima regola è il disinteresse. Cerco la verità per amore della verità. Non ho assolutamente nulla da guadagnare in questa faccenda: nessun interesse finanziario, nessun interesse di carriera, nessun secondo fine politico. La seconda cosa è che bisogna mobilitare un’ampia gamma di strumenti intellettuali per comprendere questa crisi, che è medica, scientifica, politica, giuridica, economica e sociale. Ho quindi condotto uno studio multidisciplinare collaborando con una cinquantina di colleghi universitari e medici. La terza cosa che voglio dire è che questa crisi è una terribile sconfitta per la scienza e per gli intellettuali. Perché il dibattito di idee è quasi inesistente. Ogni giorno possiamo leggere una marea di commenti sulla crisi nei media e sui social network, oltre che su riviste e giornali generalisti. Ma questi sono solo commenti e opinioni. In realtà, non esiste un vero e proprio dibattito sostanziale su ciò che è accaduto negli ultimi due anni e mezzo. Anche all’università, la maggior parte dei miei colleghi evita l’argomento, a volte pensa addirittura che non esista. Sembrano pensare che tutto vada bene, che tutto quello che è successo sia normale e che non ci sia bisogno di guardare oltre quello che dicono le autorità politiche e i media. Lo spirito critico è come anestetizzato. La sottomissione all’autorità è totale. È impressionante. È la prima volta che lo vedo nella mia carriera. La paura, che è stata instillata nelle menti e nei cuori delle persone fin dall’inizio, è ovviamente una spiegazione importante. L’emozione ha prevalso sulla ragione.

– Come hanno gestito la pandemia le autorità francesi? Quale denuncia vuole portare alla nostra attenzione?

La gestione della pandemia è stata catastrofica, in Francia come nella maggior parte dei Paesi europei, ad eccezione dei Paesi scandinavi. In Francia, il presidente Macron ha dichiarato nel marzo 2020 che eravamo in guerra. Dobbiamo allora valutare la sua strategia militare e abbiamo scoperto alcuni errori incredibili.

Il primo errore è quello di aver detto alla fanteria di rimanere nelle caserme. In tutte le epidemie, la prima linea di difesa è sempre la medicina locale, i medici di base, supportati da infermieri privati. Ma il governo sosteneva che non c’era nulla da fare, che i malati dovevano solo prendere il paracetamolo e rimanere a casa, per poi chiamare i servizi di emergenza per essere portati in ospedale in caso di difficoltà respiratorie.

Il secondo errore è stato quello di sabotare la più grande arma che avevamo. A Marsiglia esiste un “Istituto Ospedaliero Universitario” (che è sia un ospedale che un centro di ricerca universitario) specializzato in malattie infettive ed epidemie. Si tratta del più grande e migliore centro francese (e probabilmente anche europeo) per queste situazioni, costruito dal 2009 con molti fondi pubblici. Il giorno in cui è arrivata la pandemia, hanno alzato le mani per dire “siamo qui, possiamo testare la popolazione generale per identificare le persone infette, possiamo isolarle e trattarle con antivirali e antibiotici perché conosciamo già i coronavirus”. Ma invece di affidarsi alla loro esperienza, i politici e i media hanno cercato di dipingerli come “ciarlatani”. Come è potuto accadere?

Il terzo errore è stato quello di non reclutare mercenari per aiutarsi a vincere la guerra. In primo luogo, i veterinari, che avrebbero potutoo eseguire test PCR e quindi aiutare a identificare le persone infette. Poi le cliniche private, che avevano capacità di posti letto. Dovete sapere che in Francia, in alcune città, la televisione mostrava ospedali stracolmi costretti a smaltire i malati, mentre a poche centinaia di metri c’erano cliniche private molto ben attrezzate con letti vuoti. Perché non li hanno requisiti?

Nel mio libro mostro infatti che il governo aveva una strategia totalmente “ospedalocentrica” che consisteva nel lasciare che alcuni pazienti si deteriorassero a casa (o nelle case di riposo) senza essere curati, per poi ricoverarli in emergenza quando spesso era troppo tardi. Visto che eravamo “in guerra”, allora devo sottolineare che il nostro personale è stato incompetente e ci ha portato alla sconfitta. E sono anche costretto a dire che, oltre alla questione della competenza, c’è anche il classico problema della corruzione della medicina da parte dell’industria farmaceutica. È stato fatto di tutto per screditare il trattamento precoce basato su farmaci generici quasi gratuiti (idrossiclorochina, azitromicina, ivermectina, ecc.) a favore di farmaci brevettati che costano molto (come il Remdesivir) e naturalmente a favore di vaccini prodotti in fretta e furia per tutto il pianeta, con un’efficacia in realtà molto bassa e con effetti collaterali a volte molto gravi (incidenti cardiaci, incidenti vascolari cerebrali, gravi disturbi del ciclo mestruale, paralisi, vari disturbi neurologici, ecc.)

– Com’è cambiata la vita in Francia in questi due anni di restrizioni?

Invece di organizzare uno screening nella popolazione generale, isolare temporaneamente le persone infette e lasciare che i medici le curassero, i nostri governi (in Francia come in Italia) hanno inventato una politica che non è mai esistita nella storia della Repubblica: il confino generale. Si sono ispirati al modello cinese (il che dovrebbe già far sorgere delle domande), hanno sostenuto che ciò avrebbe salvato le nostre vite e ci hanno infantilizzato, fatto sentire in colpa e fatto sorvegliare dalla polizia affinché rimanessimo saggiamente chiusi in casa. Ma la realtà è che nessuno ha mai valutato seriamente le conseguenze del confino. Si tratta di un compito complesso, perché ci sono impatti individuali e impatti collettivi, impatti economici e finanziari, ma anche impatti psicologici e sociali. Ci sono poi impatti immediati e altri che si manifesteranno solo con il tempo. Ad esempio, nella sociologia dell’educazione, sappiamo che l’abbandono e l’insuccesso scolastico sono fenomeni che segnano l’intera traiettoria di vita dei giovani. Se fossimo seri, tutto questo sarebbe stato preso in considerazione. Ma non è affatto così.

– Oltre al confino generale, la politica ha inventato un altro strumento di controllo molto importante: il Green Pass. Per lei è uno strumento di controllo della popolazione?

Si tratta di una quesito del tutto legittimo, soprattutto quando vediamo il forte e rapido aumento degli strumenti di sorveglianza digitale. Ma prima vorrei discutere il principio. I governi sostengono che questa politica di introdurre un “pass sanitario” e poi un “pass vaccinale” sia basata sulla scienza. Ma ancora una volta, come scienziato libero e disinteressato, sono obbligato a dire che questa è una menzogna. La realtà è che le persone vaccinate possono contrarre e trasmettere il virus. Pertanto, logicamente, questa nuova discriminazione tra vaccinati e non vaccinati è una misura puramente politica, non scientifica. Tutto questo parlare di vaccinazione “altruistica” (per proteggere gli altri) è propaganda bigotta basata su nulla di scientifico. L’unico interesse della vaccinazione è eventualmente individuale: per le persone che sarebbero a rischio di gravi forme di Covid, cioè persone il cui sistema immunitario è molto indebolito dall’età avanzata e/o da altre malattie di vecchia data (ad esempio, tumori). E a condizione che le persone abbiano dato il loro consenso “libero e informato”, come richiesto da tutte le norme nazionali e internazionali di etica medica. Ciò non ha nulla a che vedere con questa propaganda politico-industriale il cui principale beneficiario non è la salute pubblica, ma i conti bancari dell’industria farmaceutica e dei suoi azionisti.

– Rimanendo allora sul discorso politico, secondo lei questi due anni di pandemia hanno aiutato quale schieramento/partito politico maggiormente? Macron, Le Pen, Mélenchon?

Come ho detto all’inizio della nostra intervista, non faccio politica. Ascolto e osservo ciò che le persone dicono e fanno. In Francia, quasi tutti i partiti politici sono stati ingannati da questa enorme propaganda politico-industriale. Solo un piccolo partito di estrema destra ha denunciato chiaramente questa manipolazione, ma non so se per sincera convinzione o per calcolo politico. Il partito di Mélenchon ha criticato il fatto che la democrazia sia stata addormentata (tutti i poteri sono stati concentrati nelle mani dell’esecutivo, senza alcun controllo), ma non è stato in grado di fare una vera controanalisi e di formulare controproposte in termini di salute pubblica. Lo stesso vale per i sindacati. Sono tutti caduti nella trappola retorica del governo di Macron, che consisteva nel dire: se non siete d’accordo con noi, allora siete per l’estrema destra. È un disastro politico. Ed è anche un disastro per la legge, per le libertà individuali e per le libertà pubbliche. Spero che il sistema giudiziario si svegli e guardi con attenzione a tutto ciò che è accaduto negli ultimi due anni e mezzo.

– Da sociologo esperto, ha potuto costatare il sorgere o il radicarsi di comportamenti sociali particolarmente interessanti e/o pericolosi?

Ho visto forme di solidarietà improvvisate e mobilitazioni cittadine originali e creative, ma purtroppo ho visto anche fenomeni di denuncia che ricordano le ore buie della storia dei nostri Paesi. E soprattutto, questa crisi è stata un modo (triste) per osservare e confermare la pertinenza di tutto il lavoro di psicologia sociale svolto a partire dagli anni Trenta sui fenomeni del conformismo, della propaganda e della sottomissione all’autorità. Siamo nel XXI secolo eppure abbiamo sperimentato fenomeni collettivi e comportamenti sociali molto simili a quelli osservati durante le guerre del XX secolo.

– Parlando allora di mobilitazioni cittadine, quanta opposizione c’è in Francia e quanta consapevolezza c’è tra le persone che scendono in piazza a protestare?

Nel 2020 non ci sono state quasi proteste perché la paura ha paralizzato più o meno tutti. Credo sia importante capire che tutto questo si basa sulla paura e sul senso di colpa, che sono emozioni estremamente forti che bloccano la ragione. Le prime reazioni importanti si sono avute a partire dall’estate del 2021, quando Macron ha annunciato ufficialmente (in realtà lo aveva detto da tempo) che tutti dovevano essere vaccinati, per obbligo o per ricatto. Probabilmente all’inizio c’erano diversi milioni di manifestanti, ma sono stati stigmatizzati dal governo e dai media che lo obbediscono. Ancora una volta, l’intera propaganda consiste nel dire: “se non sei con noi, allora sei per l’estrema destra”. È così semplice. E funziona abbastanza bene in Francia.

– Dopo due anni di paura per generalizzata per un virus, adesso il nuovo tema è la guerra. Crede che questo conflitto Russia-Ucraina possa essere utilizzato dai governi europei per continuare sulla strada dell’autoritarismo interno? Che percezione c’è della guerra?

Non ho indagato su questo conflitto, quindi non ho un’opinione da esprimere pubblicamente. L’unica cosa che posso dire, perché è evidente, è che questo conflitto viene presentato alle popolazioni dei nostri Paesi con gli stessi meccanismi di propaganda moralistica e manichea (i buoni contro i cattivi). Per semplificare un po’ le cose, il discorso politico e mediatico consiste nel dire: 1) la guerra “non è buona”, 2) Putin è un terribile dittatore. Mi dispiace dire che questo è il livello di pensiero di bambini di 7 o 8 anni. Le cose sono ovviamente più complicate.

– Tra crisi politica e asservimento dei media mainstream, che futuro vede per i giovani e per l’Europa?

Sono preoccupato per il futuro dei giovani che sono vittime della propaganda e delle tecniche di manipolazione di massa, da un lato, e della graduale scomparsa del pensiero critico e della riflessione politica nel senso nobile e generale del termine, dall’altro. Sono anche preoccupato per il futuro della democrazia. La democrazia è una costruzione molto recente su scala storica e possiamo constatare la sua fragilità. Lo abbiamo già visto con la questione della sicurezza negli ultimi vent’anni: con il pretesto del rischio terroristico, i governi non hanno esitato  a introdurre leggi liberticide. Più che mai lo vediamo oggi con la questione della salute: con il pretesto di un rischio epidemico, i governi sospendono tutte le libertà e creano nuove forme di discriminazione tra i cittadini. Per quanto riguarda l’Europa, appartengo alla generazione i cui genitori hanno vissuto la Seconda Guerra Mondiale e sono stati segnati dall’entusiasmo della costruzione europea tra il 1950 e il 1980. Per molto tempo ho creduto anch’io che la costruzione europea fosse una grande cosa. Ma cerco di tenere gli occhi aperti e quello che vedo oggi non ha nulla a che vedere con questo. Vedo un’Europa che è diventata un mero vassallo degli Stati Uniti e che è dominata da interessi economici e finanziari, con grandi problemi di corruzione.

Qual è stato il “grande merito” dell’Europa in questa crisi? La risposta è che la Commissione europea ha organizzato l’acquisto e la distribuzione di miliardi di dosi di vaccini anglo-americani (Pfizer, Moderna, AstraZeneca, Johnson&Johnson) a condizioni molto dubbie. Ricordo che la Presidente della Commissione europea, Ursula Van der Leyen, ha negoziato di persona e in privato contratti segreti con gli amministratori delegati delle industrie (la principale delle quali è la Pfizer), pur avendo un marito che lavora in un’azienda farmaceutica che si occupa della produzione di vaccini e un figlio che lavora nel gabinetto commerciale McKinsey. Da parte mia, quando lo dico in giro, penso che mi prendano per pazzo. Ma ognuno può farsi un’idea propria.

– Dottor Mucchielli la ringrazio nuovamente, l’intervista termina qui.



Laurent Mucchielli vient de publier La doxa du Covid, en 2 volumes (voir la présentation des tomes 1 et 2 sur le site de l’éditeur). Deux de ses précédents livres ont déjà été traduits en Italien.

“L’esprit critique est comme anesthésié. La soumission à l’autorité est totale” : ce sont les mots utilisés par le Dr Mucchielli dans cette interview pour caractériser ce qui s’est passé en France au cours des deux dernières années. En partant de l’analyse de la gestion de la pandémie par les autorités françaises, nous comprendrons en effet combien notre histoire et celle de nos cousins transalpins ont suivi la même trajectoire. Deux années au cours desquelles le destin de l’Europe a été marqué par de profonds changements, au cours desquelles les dernières certitudes quant à l’espoir de vivre dans des États démocratiques se sont effondrées et au cours desquelles nous avons assisté à l’émergence de nouvelles manières de soumettre les peuples.

Partout, nous avons vu des protestations contre les verrouillages, les restrictions et les fermetures. Le monde entier a été assigné à résidence grâce à un récit médiatique qui, pour la première fois dans l’histoire sur les réseaux unifiés, a d’abord imposé le problème, puis nous a donné la solution… des vaccins. Les groupes de personnes qui n’ont pas accepté de voir leurs droits bafoués continuent de s’agrandir, et chaque jour de nouvelles tromperies sont dévoilées… pourtant, comme le dit Mucchielli, “quand je le dis aux gens, je pense qu’ils me prennent pour un imbécile”, car au cours de ces deux années, la peur l’a emporté sur la raison.

En résumé, aujourd’hui nous découvrons enfin ce à quoi l’Union européenne a servi, nous l’avons vu avec la pandémie et nous en avons la confirmation avec la guerre. Nous sommes tous officiellement une colonie continentale de la thalassocratie américaine.

J’ai donc longtemps cru moi aussi que la construction européenne était une chose formidable. Mais j’essaye de garder les yeux bien ouverts et ce que je vois aujourd’hui n’a plus de rapport avec ça. Je vois une Europe qui est devenue un simple vassal des Etats-Unis et qui est dominée par des enjeux et des intérêts économiques et financiers, avec des problèmes de corruption importants.

Interview de Massimo A. Cascone avec le célèbre sociologue français Laurent Mucchielli (voir sa page professionnelle) pour ComeDonChisciotte.org

Version française de l’interview

– Bonjour Docteur, merci d’avoir accepté une interview avec notre rédaction. Pour commencer, pouvez-vous vous présenter brièvement et expliquer votre analyse des deux dernières années de la pandémie en France ?

J’ai 54 ans, je suis un sociologue français, connu notamment pour des travaux sur l’histoire et l’épistémologie des sciences sociales, ainsi que sur la sociologie de la criminalité et des institutions pénales. Statutairement, je suis directeur de recherche au Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS), et j’enseigne à l’Université. Dans ma carrière, j’ai dirigé un laboratoire de recherche, plusieurs programmes de recherche nationaux et internationaux, j’ai fondé une revue scientifique, j’ai publié une vingtaine de livres et plus de 200 articles de revues scientifiques et chapitres de livres collectifs. Mais je dois vous avertir que si vous lisez simplement la presse sur Internet (au lieu de lire ce que j’écris…), vous apprendrez sans doute que je suis un « complotiste », « antivax », « d’extrême droite », « antisémite » et même « climato-septique ». Ceci constitue une propagande mensongère et diffamatoire. Je suis un intellectuel de gauche et un écologiste depuis toujours, et j’avais même publié un livre entier contre les idéologies racistes d’extrême droite quelques semaines avant le début de cette crise (ici).

Au début de l’année 2020, j’ai bien sûr été spectateur du démarrage de la pandémie, comme tout le monde. Mais j’ai rapidement constaté aussi des décisions politiques et médicales tellement étranges que j’ai décidé de suspendre mon travail du moment pour commencer une enquête. Vous verrez que mon analyse critique de la gestion de la pandémie est globale. Mais avant de l’expliquer, je dois dire encore quelques petites choses essentielles. La première est que je respecte la déontologie scientifique dont la première règle est le désintéressement. Je cherche la vérité pour la vérité. Je n’ai absolument rien à gagner dans cette affaire : ni intérêt financier, ni intérêt de carrière, ni arrière-pensées politiques. Ce n’est pas le cas de tout le monde… La deuxième chose est qu’il faut mobiliser des outils intellectuels très variés pour comprendre cette crise qui est à la fois médicale, scientifique, politique, juridique, économique et sociale. J’ai donc mené un travail pluridisciplinaire en travaillant avec une cinquantaine de collègues universitaires et de médecins. La troisième chose que je veux dire est que cette crise est une défaite terrible pour la science et pour les intellectuels. Car le débat d’idées est quasiment inexistant. Nous pouvons lire chaque jour une avalanche de commentaires sur la crise dans les médias et sur les réseaux sociaux, ainsi que dans des revues généralistes et des magazines. Mais ce ne sont que des commentaires et des opinions. En réalité, il n’y a aucun véritable débat contradictoire de fond sur ce qui se passe depuis deux ans et demi. Même à l’université, la plupart de mes collègues évitent le sujet, parfois même ils estiment qu’il n’y a pas de sujet. Ils semblent penser que tout va bien, que tout ce qui s’est passé est normal et qu’il n’y a pas à chercher plus loin que ce que racontent le pouvoir politique et les médias. L’esprit critique est comme anesthésié. La soumission à l’autorité est totale. C’est impressionnant. C’est la première fois que je vois ça dans ma carrière. La peur, qui est instillée depuis le début au plus profond des esprits et des cœurs, en est évidemment une explication importante. L’émotion a pris le pas sur la raison.

– Comment les autorités françaises ont-elles géré la pandémie? Quelles erreurs souhaitez-vous porter à notre attention?

La gestion de la pandémie a été catastrophique, en France comme dans la plupart des pays européens, à l’exception des pays scandinaves. En France, le président Macron a déclaré en mars 2020 que nous étions en guerre. Pourquoi pas. Mais alors nous devons évaluer sa stratégie militaire. Et on découvre alors des erreurs incroyables.

La première erreur est d’avoir dit à l’infanterie de rester à la caserne. Dans toutes les épidémies, la première ligne de défense est toujours la médecine de proximité, les médecins généralistes, appuyés par les infirmiers libéraux. Or le gouvernement a prétendu qu’ils n’avaient rien à faire, que les malades devaient seulement prendre du paracétamol et rester à la maison, puis appeler les services d’urgence pour être amenés à l’hôpital s’ils avaient des difficultés respiratoires.

La deuxième erreur est d’avoir saboté la plus grosse arme dont nous disposions. Il existe à Marseille un « Institut hospitalo-universitaire » (qui est donc à la fois un hôpital et un centre de recherche universitaire) spécialisé dans les maladies infectieuses et les épidémies. C’est le plus grand et le meilleur centre français (et sans doute même européen) dans cette spécialité, construit depuis 2009 avec énormément d’argent public. Le jour où est arrivé la pandémie, ils ont levé la main pour dire « nous sommes là, nous pouvons faire des tests en population générale pour repérer les personnes infectées, nous pouvons les isoler et les soigner avec des antiviraux et des antibiotiques car nous connaissons déjà les coronavirus ». Mais au lieu de s’appuyer sur leur expertise, le pouvoir politique et les médias ont cherché à les faire passer pour des « charlatans ». Comment est-ce possible?

La troisième erreur a été de ne pas recruter des mercenaires pour aider à gagner la guerre. D’abord les vétérinaires, qui pouvaient faire des tests PCR et ainsi aider à repérer les personnes contaminées. Ensuite les cliniques privées, qui avaient des capacités d’accueil. Il faut savoir que, en France, dans certaines villes, la télévision mettait en scène des hôpitaux débordés qui étaient obligés de trier les malades, alors que, à quelques centaines de mètres de là, il y avait des cliniques privées très bien équipées avec des lits vides. Pourquoi ne pas les avoir réquisitionnées?

En réalité, je montre dans mon livre que le gouvernement a eu une stratégie totalement « hospitalo-centrée » qui a consisté à laisser certains malades se dégrader à la maison (ou dans les maisons de retraite) sans être soignés, pour ensuite les hospitaliser en urgence alors qu’il était souvent trop tard. Puisque nous étions « en guerre », alors je dois dire que notre état-major est incompétent et qu’il nous a mené à la défaite. Et je suis également obligé de dire que, à côté de la question de la compétence, se pose aussi le problème – classique – de la corruption de la médecine par l’industrie pharmaceutique. Tout a été fait pour discréditer les traitements précoces basés sur des médicaments génériques presque gratuits (hydroxychloroquine, azithromycine, ivermectine, etc.), au profit de médicaments brevetés qui coûtent très cher (comme le Remdesivir) et bien entendu au profit des vaccins fabriqués en urgence pour la planète toute entière, avec une efficacité en réalité très faible et avec des effets secondaires parfois très graves (accidents cardiaques, accidents vasculaires cérébraux, graves perturbations du cycle menstruel, paralysies, troubles neurologiques divers, etcetera).

– Comment la vie a-t-elle changé en France pendant ces deux années de restrictions?

Au lieu d’organiser le dépistage en population générale, d’isoler temporairement les personnes infectées, et de laisser les médecins les soigner, nos gouvernements (en France comme en Italie) ont inventé une politique qui n’a jamais existé de toute l’histoire de la République : le confinement général. Ils se sont inspirés du modèle chinois (ce qui devrait déjà nous poser question), ils ont prétendu que cela allait nous sauver la vie et ils nous ont infantilisé, culpabilisé et fait surveiller par la police pour que nous restions bien sagement enfermés dans nos domiciles. Mais la réalité est que personne n’a jamais évalué sérieusement les conséquences des confinements. Ce serait un travail complexe car il y a des impacts individuels et des impacts collectifs, des impacts économiques et financiers, mais aussi des impacts psychologiques et sociaux. Et puis il y a des impacts immédiats et d’autres qui ne se verront seulement avec le temps. Par exemple, en sociologie de l’éducation, nous savons bien que le décrochage et l’échec scolaires sont des phénomènes qui marquent toute la trajectoire de vie des jeunes. Si nous étions sérieux, tout ceci devrait être pris en compte. Or ce n’est pas du tout le cas.

– Outre l’enfermement général, la politique a inventé un autre instrument de contrôle très important : le passeport vert. Le voyez-vous comme un instrument de contrôle de la population ?

C’est une question politique, qui est tout à fait légitime, surtout quand on voit l’augmentation très forte et très rapide des outils de surveillance numérique. Mais je voudrais d’abord discuter du principe. Les gouvernements prétendent que cette politique d’instauration d’un « passe sanitaire », puis d’un « passe vaccinal », repose sur la science. Or, à nouveau, en tant que scientifique libre et désintéressé, je suis obligé de dire que ceci est un mensonge. La réalité est que les personnes vaccinées peuvent attraper et transmettre le virus. Dès lors, en toute logique, cette nouvelle discrimination entre vaccinés et non-vaccinés est une mesure purement politique, et non scientifique. Tous ces discours sur la vaccination « altruiste » (pour protéger les autres) constituent une propagande moralisatrice qui ne repose sur rien de scientifique. Le seul intérêt de la vaccination est éventuellement individuel : pour les personnes qui risqueraient de faire des formes graves de Covid, c’est-à-dire les personnes dont le système immunitaire est très affaibli par le grand âge et/ou par d’autres maladies anciennes (les cancers, par exemple). Et à condition que les personnes aient donné leur consentement « libre et éclairé », comme le prévoient toutes les règles nationales et internationales d’éthique médicale. Ceci n’a rien à voir avec cette propagande politico-industrielle dont le principal bénéficiaire n’est pas la santé publique mais le compte bancaire des industriels pharmaceutiques et de leurs actionnaires.

– Pour en rester au discours politique, à votre avis, ces deux années de pandémie ont aidé quel côté/parti politique le plus important ? Macron, Le Pen, Mélenchon ?

Comme je l’ai dit au début de notre entretien, je ne fais pas de politique. J’écoute et j’observe de que dise et ce que font les uns et les autres. En France, la quasi-totalité des partis politiques ont été dupés par cette énorme propagande politico-industrielle. Seul un petit parti d’extrême droite a dénoncé clairement cette manipulation, mais je ne sais pas si c’est par conviction sincère ou par calcul politique. Le parti de M. Mélenchon a critiqué la mise en sommeil de la démocratie (tous les pouvoirs ont été concentrés entre les mains du pouvoir exécutif, sans aucun contrôle) mais n’a pas été capable d’avoir une véritable contre-analyse et de formuler des contre-propositions en termes de santé publique. Même chose pour les syndicats. Tous sont tombés dans le piège rhétorique du gouvernement de M. Macron qui consistait à dire : si vous n’êtes pas d’accord avec nous, alors c’est que vous êtes pour l’extrême droite. C’est un désastre politique. Et c’est aussi une catastrophe pour le droit, pour les libertés individuelles et pour les libertés publiques. J’espère que la justice va se réveiller et étudier de près tout ce qui s’est passé depuis deux ans et demi.

– En tant que sociologue expérimenté, avez-vous observé l’émergence ou l’enracinement de comportements sociaux particulièrement intéressants et/ou dangereux ?

J’ai constaté des formes de solidarités improvisées et des mobilisations citoyennes originales et créatives, mais j’ai hélas constaté aussi des phénomènes de délation qui rappellent les heures sombres de l’histoire de nos pays. Et puis surtout, cette crise a été une façon (triste) d’observer et de confirmer la pertinence de tous les travaux de psychologie sociale menés depuis les années 1930 sur les phénomènes de conformisme, de propagande et de soumission à l’autorité. Nous sommes au 21ème siècle et pourtant nous avons vécu des phénomènes collectifs et des comportements sociaux qui ressemblent beaucoup à ceux que l’on observait durant les guerres du 20ème siècle.

– En parlant ensuite des mobilisations dans les villes, quelle est l’ampleur de l’opposition en France et quelle est la sensibilisation des personnes qui descendent dans la rue pour protester ?

En 2020, il n’y a eu quasiment aucune protestation car la peur a paralysé presque tout le monde. Je crois qu’il faut bien comprendre que tout ceci repose sur la peur et la culpabilisation, qui sont des émotions extrêmement fortes et qui bloquent la raison. Les premières grandes réactions ont eu lieu à partir de l’été 2021, lorsque M. Macron a annoncé officiellement (il l’avait dit en réalité depuis longtemps) qu’il fallait vacciner tout le monde, par obligation ou par chantage. Il y a eu au début sans doute plusieurs millions de contestataires mais qui ont été stigmatisé par le gouvernement et par les médias qui lui obéissent. Encore une fois, toute la propagande consiste à dire : « si vous n’êtes pas avec nous, alors c’est que vous êtes pour l’extrême droite ». C’est aussi simple que cela. Et ça marche assez bien en France.

– Après deux ans de peur généralisée d’un virus, le nouveau thème est la guerre. Pensez-vous que ce conflit Russie-Ukraine peut être utilisé par les gouvernements européens pour continuer sur la voie de l’autoritarisme interne ? Quelle est la perception de la guerre ?

Je n’ai pas mené d’enquête sur ce conflit, donc je n’ai pas d’avis à exprimer publiquement. La seule chose que je peux dire, car elle est évidente, c’est que ce conflit est présenté aux populations de nos pays avec les mêmes mécanismes de propagande moralisatrice et manichéenne (les gentils contre les méchants). En simplifiant à peine, le discours politico-médiatique consiste à dire : 1) la guerre « c’est pas bien », 2) Poutine est un affreux dictateur. Je suis désolé de dire que c’est le niveau de réflexion des enfants de 7 ou 8 ans et que ce n’est pas sérieux. Les choses sont évidemment plus compliquées.

– Entre la crise politique et l’asservissement des grands médias, quel avenir voyez-vous pour les jeunes et pour l’Europe ?

Je suis inquiet pour l’avenir des jeunes qui sont victimes d’une part des techniques de propagande et de manipulation des masses, d’autre part de la disparition progressive de l’esprit critique et de la réflexion politique au sens noble et général du terme. Je suis également inquiet pour l’avenir de la démocratie. Cette dernière est une construction très récente à l’échelle historique et on voit combien elle demeure fragile. On le voyait déjà avec la question sécuritaire depuis une vingtaine d’années : sous prétexte d’un risque terroriste, les gouvernements n’hésitaient plus à instaurer des lois liberticides. On le voit aujourd’hui avec la question sanitaire : sous prétexte d’un risque épidémique, les gouvernements suspendent toutes les libertés et créent de nouvelles formes de discrimination entre les citoyens. Quant à l’Europe, j’appartiens à la génération dont les parents ont connu la guerre de 39-45 et ont été marqués par l’enthousiasme de la construction européenne des années 1950-1980. J’ai donc longtemps cru moi aussi que la construction européenne était une chose formidable. Mais j’essaye de garder les yeux bien ouverts et ce que je vois aujourd’hui n’a plus de rapport avec ça. Je vois une Europe qui est devenue un simple vassal des Etats-Unis et qui est dominée par des enjeux et des intérêts économiques et financiers, avec des problèmes de corruption importants.

Quel a été le « grand mérite » de l’Europe durant cette crise? La réponse est que la Commission Européenne a organisé l’achat et la distribution de milliards de doses de vaccins anglo-américains (Pfizer, Moderna, AstraZeneca, Johnson & Johnson) dans des conditions plus que douteuses. Je rappelle que la présidente de la commission européenne, madame Ursula Van der Leyen, a négocié en personne et en privé des contrats tenus secrets avec les PDG des industries (le principal étant Pfizer), tout en ayant un mari qui travaille dans une société pharmaceutique impliquée dans la production des vaccins et un fils qui travaille dans le cabinet McKinsey. Pour ma part, lorsque je découvre ça, je me dis qu’on me prend vraiment pour un imbécile. Mais chacun se fera son opinion.

– Docteur Mucchielli merci encore, l’interview se termine ici.


Massimo A. Cascone per ComeDonChisciotte.org

Neurovision

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Che succede se in ogni gara o selezione non vengono premiati i migliori ma chi rappresenta un popolo colpito o una minoranza offesa?

C’è un Mostro travestito di Bontà che si aggira nel mondo occidentale e rischia di alterare la realtà e la verità. E’ un mostro che sostituisce la vita reale col moralismo correttivo; l’intelligenza, il valore, la bellezza, l’eccellenza con la retorica del vittimismo. Ne abbiamo avuto un esempio recente. Il trionfo della canzone ucraina all’Eurovision, in seguito a una richiesta di Zelensky, è l’effetto di una tendenza che serpeggia da tempo nel mondo dello sport, dello spettacolo, del cinema, della cultura e della letteratura, fino a propagarsi nella scuola e nella vita. Investe le competizioni, le gare, i premi letterari. E’ la sostituzione dell’eccellenza con l’emergenza, della bravura con la solidarietà, del Migliore con la Vittima, del Competere col Compatire. Finisce lo spirito della sfida e lo sprone a dare il meglio di sé: l’importante è partecipare perché a vincere sarà comunque la vittima del momento, secondo i canoni umanitari del politically correct. Naturalmente non si verifica la stessa mobilitazione per tante altre tragedie che si sono consumate in questi anni. Quanti premi e quanti campionati avrebbero dovuto vincere i paesi invasi e le popolazioni massacrate e bombardate nel mondo?

Immaginate cosa accadrebbe se alle Olimpiadi, ai Mondiali di Calcio, di Tennis o di qualunque altro sport, al Giro d’Italia, ma anche ai festival del cinema, del teatro, della canzone, ai premi letterari, non vincessero i migliori, i più meritevoli, i più forti, ma il riconoscimento fosse assegnato alle nazioni invase, agli atleti che hanno patito violenza, fame e sofferenza, agli scrittori disabili o agli artisti di paesi dove ci sono genocidi, agli attori, ai cantanti o alle miss che provengono da paesi sinistrati, che hanno subito sopraffazioni, eccidi, terremoti, calamità di ogni genere, miseria inclusa. Il criterio umanitario applicato ovunque produce mostri e uccide gli ambiti a cui si applica. E quel criterio minaccia pure la scuola, l’università, il mondo del lavoro: il riconoscimento non deve più andare a chi esprime il meglio, ma a chi se la passa peggio; non a chi ha meritato per il suo impegno e le sue capacità ma a chi è ritenuto vittima di qualcosa, di una guerra o di una discriminazione, vera o presunta.

Se si sa già in anticipo chi premiare per ragioni umanitarie, che senso ha gareggiare, cercare di dare il meglio, raggiungere primati, battere avversari, se poi non viene riconosciuto alcun talento ma tutto è prestabilito a tavolino in nome della solidarietà?

Qualcuno dirà che comunque nel caso dell’Eurovision ha votato una giuria popolare: ammesso che il voto elettronico sia davvero attendibile, ammesso pure che non sia manipolabile, ammesso perfino che non vi siano pressioni psicologiche o d’altro tipo per incanalare verso quella scelta, il problema non cambia. Se in qualunque competizione prevalgono motivazioni estranee al campo di gioco, è finita ogni gara, ogni premio, ogni campionato. Finiremo col premiare solo i danneggiati, gli emarginati, i discriminati, allora addio gara e addio riconoscimento a chi vince sul campo. Già da tempo ormai una corsia preferenziale, un trattamento privilegiato è assegnato al Nero, alla Donna, al Gay, al Migrante,e via dicendo; ancor più se accede allo statuto di vittima di violenze, abusi, ingiustizie. La bravura conta sempre meno, la qualità è sottoposta alla correttezza etica.

Quando ho scritto un tweet sulla vittoria “corretta” dell’Ucraina all’Eurovision, il presidente della Regione Emilia-Romagna, il piddino Stefano Bonaccini, è insorto dicendo che in Ucraina ci sono migliaia di vittime e di profughi, e dunque è doverosa la solidarietà. Non ha capito o ha finto di non capire che non si tratta di dimenticare i fatti tragici di questi giorni e nemmeno la solidarietà alle vittime. Ma tutto questo non può ricadere su una competizione canora, sportiva o letteraria. L’ottundimento ideologico non riesce a vedere la realtà, a capire le differenze, a distinguere gli ambiti. E’ una deviazione mentale, anzi una mentalità totalitaria e propagandistica travestita da bigottismo morale. Ma si manifesta anche in altri ambiti. Per esempio se stai parlando di argomenti religiosi, filosofici, culturali, c’è sempre un’anima bella che dice: mentre voi state discutendo di queste cose, c’è gente che muore, qualcuno sta invadendo l’Ucraina, qualche donna viene stuprata, o stanno abbattendo alberi in Amazzonia. Ma che c’entra, che nesso c’è?

Ogni giorno sulla terra ci sono delitti, catastrofi, brutture; che facciamo, smettiamo di vivere e di fare altro, per pensare al male del giorno? E ammesso che l’assurda prescrizione sia adottata, quando abbiamo pensato a questo, abbiamo parlato e solidarizzato con le vittime anziché occuparci del resto della vita, del mondo, del pensiero, cambia qualcosa per le vittime, abbiamo realmente mutato il corso degli eventi, abbiamo impedito violenze e catastrofi? Allo stesso modo, pensate che la vittoria all’Eurovision aiuterà l’Ucraina a vincere la guerra e a scacciare l’invasore russo? E’ un modo stupido e falso di solidarizzare, del tutto infruttuoso, subdolamente propagandistico, che cancella ogni differenza fondata sul merito, il talento, le capacità. Se diventa il nuovo metro di giudizio, il nuovo metodo di valutazione universale, allora scivoliamo per troppo buonismo nella barbarie, per troppo umanitarismo nella morte della civiltà. Attenti alla neurovision.

Kissinger complice dei crimini contro l’Ucraina?

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/05/30/kissinger-complice-dei-crimini-contro-lucraina/

ESISTONO ALMENO 3 “ELEMENTI CHE DURANO NEL TEMPO” ALL’INTERNO DI UN PAESE, CHE NON MUTANO MAI E VANNO SEMPRE PRESI IN CONSIDERAZIONE NEL MOMENTO DI COMPIERE SCELTE STRATEGICHE: TERRA, STORIA E TRADIZIONI

L’inglese Halford Mackinder (1861-1947), uno dei padri della moderna geopolitica, definiva l’Eurasia come cuore geopolitico e geostrategico del mondo, unità organica nata dal rapporto stretto tra i mondi russo e turco-musulmano. La sua celebre teoria dell’Heartland (traducibile come Terra-Cuore), cioè un’area geografica il cui controllo avrebbe consentito di dominare l’intero mondo, veniva individuata al centro del supercontinente eurasiatico.

Nella sua prima pubblicazione sul “The Geographical Journal” nel gennaio del 1904, Mackinder sosteneva che esistessero degli “elementi che durano nel tempo”, all’interno di un Paese, che non mutano mai e vanno sempre presi in considerazione nel momento di compiere scelte strategiche. Pena la sconfitta. Esse sono: 1) il luogo geografico, 2) il contesto storico, 3) le tradizioni di un popolo.

Mackinder individuò nella zona della Russia tra Europa ed Asia, il nuovo fulcro geopolitico mondiale. Si tratta della pianura che si estende dall’Europa centrale fino alla Siberia occidentale, che ha una posizione strategica sul Mar Mediterraneo, Medio Oriente, Asia meridionale e Cina. Egli individuò in questa zona l’Heartland (zona centrale, cuore della terra), perché, da allora in avanti, chi l’avesse controllata, avrebbe guadagnato il dominio di Eurasia ed Africa, blocco da lui chiamato “Isola mondiale”. Mackinder, di fatto, fa proprie le parole di Sir Walter Raleigh che si era espresso così: «Chi possiede il mare, possiede il commercio mondiale; chi possiede il commercio, possiede la ricchezza; chi possiede la ricchezza del mondo possiede il mondo stesso».

Negli Stati Uniti, Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Carter, fece uscire The Great Chessboard (La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana), un libro che influenzò come pochi altri le analisi e le strategie statunitensi per l’Eurasia alle soglie del XX secolo. Lo studioso italiano Davide Rognolini scrive, già il 18 Aprile 2017 sull’Istituto di Politica, che il pensatore di origini polacche fornì il quadro entro cui da allora è stata pensata la continuità della politica estera statunitense all’epoca aurorale del “momento unipolare”, fornendo le coordinate di medio e lungo periodo con cui si sono misurati analisti e studiosi di politica internazionale di ogni orientamento.

A partire dal suo Out of Control: Global Turmoil on the Eve of the 21st Century (Il mondo fuori controllo), pubblicato nel 1993, all’indomani della dissoluzione dell’URSS, il suo pensiero geostrategico era connotato da un’insoddisfazione teorica verso due opposte teorie occidentali dominanti: quella ottimistica espressa da Fukuyama da un lato, e quella pessimistica di impronta neo-conservatrice sul destino di collisione dell’Occidente coi suoi nemici dall’altro. Né il determinismo di una felice globalizzazione delle democrazie liberali, né il fatalismo di una politica della forza, avrebbero consentito di plasmare adeguatamente un ruolo egemone mondiale per gli Stati Uniti. Come avrebbe riconosciuto ex post 10 anni dopo nel suo Second Chance. Three Presidents and the Crisis of American Superpower, alla leadership globale americana serviva una legittimazione morale, senza remore verso alcuna accusa di strumentalità: i diritti umani e civili sarebbero stati elevati perciò a priorità globale. Ogni impero abbisogna di un mito fondativo originario; ogni aspirante impero di una giustificazione mitizzante per la sua azione storica presente. Ecco il perché di questa ossessiva propaganda occidentale sui cosiddetti “diritti civili”, a costo della compressione dei diritti fondamentali e naturali, declassati a vecchiume retrogrado e reazionario.

Nella seconda metà degli anni 90’, la posizione geostrategica classica di Mackinder veniva con Brzezinski restaurata per farne la base materiale della leadership globale statunitense. A seguito della prima guerra del Golfo, l’Heartland mackinderiano, esteso dal Golfo Persico alla regione siberiana, diventava la scacchiera su cui sfidare i suoi principali attori aspiranti al rango di egemoni regionali o globali: Russia e Cina, con i loro pedoni, alfieri e torri, ne rappresentavano i giocatori avversari. Dal punto di vista di Brzezinski, la vittoria su questa “Grande Scacchiera” sarebbe dipesa dalla capacità degli Stati Uniti di compiere alcune mosse verso il cuore del continente eurasiatico.

L’Europa, come avrebbe ribadito in un articolo apparso su “Foreign Affairs” pochi mesi dopo la pubblicazione del libro, altro non era che “la testa di ponte” dell’America sul continente, consentendo a Washington di avanzare sulla “Grande Scacchiera” attraverso il rafforzamento dei rapporti euro-atlantici e l’allargamento della NATO. L’ancoraggio dell’Ucraina all’Unione Europea era già riconosciuto come parte integrante di tale mossa, scongiurando il ritorno di Kiev nelle braccia di Mosca, temuto dal giocatore statunitense. Infine, la grande mossa per conseguire uno scacco matto nella regione eurasiatica: la prevenzione geostrategica e diplomatica dello scenario descritto come “più pericoloso” per la partita egemonica statunitense, rappresentato da una coalizione tra Russia, Cina ed Iran, che avrebbe de facto preso forma attraverso un rafforzamento della SCO e il “Pivot verso l’Asia” della Russia a seguito dello scoppio della “Seconda Guerra Fredda”. Oggi gli Stati Uniti cessano di essere un “potere imperiale globale” a fronte dello smottamento tettonico in corso nel Medio Oriente e in Eurasia; secondariamente, la crescita costante della Cina rappresenta la più solida minaccia estera all’egemonia statunitense sul lungo periodo quale suo “eventuale pari e probabile rivale”. Le mosse sulla “Grande scacchiera” appaiono dunque meno prevedibili che ai giocatori e osservatori di 25 anni fa.

È a buona ragione che lo stesso politologo polacco-statunitense, entusiasta sostenitore anti-comunista dello smembramento dell’URSS, diceva di aver tratto da Marx un’importante lezione: la coscienza arranca di fronte alla realtà storica in mutamento. Di fronte agli stessi attori, i giochi geopolitici sullo scacchiere eurasiatico sono oggi in balìa di un confronto epocale per gli equilibri dell’‘Isola-Mondo’, inediti rispetto a quelli delineati in The Great Chessboard.

In questo nuovo scenario, mutato in grande debolezza statunitense, a fronte di un’ Eurasia divenuta Superpotenza globale, è l’anziano ex Segretario di Stato Henry Kissinger a completare l’opera, in linea con il pensiero di Mackinder e Brzezinski, adeguandolo all’era presente. Intervenuto al World Economic Forum e citato da diversi media internazionali, fra cui il britannico Telegraph, Kiev deve “avviare negoziati prima che si creino rivolte e tensioni che non sarà facile superare“.

Kissinger ha aggiunto che, “idealmente, il punto di caduta dovrebbe essere un ritorno allo status quo ante” di prima del conflitto. “Continuare la guerra oltre quel punto non riguarderebbe più la libertà dell’Ucraina, ma una nuova guerra contro la stessa Russia“, ha aggiunto l’anziano politico e diplomatico Usa. Kissinger ha ricordato come la Russia sia parte dell’Europa e che sarebbe un “errore fatale” dimenticare la posizione di forza che occupa nel Vecchio continente da secoli e che l’Occidente non deve perdere di vista il rapporto di lungo termine con Mosca, pena un’alleanza permanente e sempre più forte di quest’ultima con la Cina. “Spero che gli ucraini siano capaci di temperare l’eroismo che hanno mostrato con la saggezza“.

La risposta al discorso del 98enne diplomatico americano, è arrivata a stretto giro: il sito ucraino Mirotvorets ha definito Kissinger come “complice dei crimini contro l’Ucraina“. Saggezza vorrebbe, invece, come sottende Kissinger, l’accettazione di un mondo multipolare da porre sullo scacchiere globale, per continuare il “gioco”, in pace.

 

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