JACK KEROUAC, TRA CRISTIANESIMO E NICHILISMO

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Riceviamo e pubblichiamo un articolo molto originale, cha fa riflettere. Si può non essere d’accordo con alcune affermazioni di Ferdinando, ma sicuramente gli va dato atto di saper sempre cogliere fattori cui spesso non si fa caso, ma che sono calzanti, graffianti e scritti con un bello stile. (n.d.r.)

di Ferdinando Bergamaschi*

E’ negli Stati Uniti che nasce e si sviluppa quella che è una delle più interessanti e importanti avventure esistenziali e culturali che la storia moderna ci ha offerto e cioè quel movimento che prende il nome di Beat Generation. Padre spirituale di questo movimento può essere considerato Jack Kerouac in quanto probabilmente egli, più di Allen Ginsberg, Neal Cassady, William Burroughs e altri, portò a consapevolezza l’entità stessa di questo movimento. Esso, che come realtà letteraria nasce tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta dello scorso secolo (solitamente si fa coincidere il suo inizio nel 1951, data della pubblicazione del più celebre romanzo del Kerouac, On the road) è probabilmente il più “arcaico” e meno attuale dei movimenti d’avanguardia dello scorso secolo; sia rispetto al futurismo che ebbe ed ha importanti risvolti in ambito artistico, sia rispetto al sessantottismo (e per estensione all’hyppismo) che ha avuto e in parte ancora ha risvolti in ambito artistico, sociale, culturale e talvolta perfino politico; sia rispetto al femminismo che ha inciso molto nella società da tutti i punti di vista.

Ciononostante il movimento beat contiene un fascino particolare perché, crediamo, il suo carattere così individualistico ed estremo (più individualistico ed estremo anche del futurismo che comunque ha espresso in parte, benchè in modo velleitario, anche esigenze politiche, quindi sociali) lo conduce direttamente alle soglie estreme dell’alienazione umana. Forse l’unico paragone che regge è quello con un fenomeno del secolo ancora precedente, quello dei “poeti maledetti”, che in altro modo, cioè in modo intimistico, ha portato a risultati simili da un punto di vista esistenziale;  benchè però questi poeti francesi abbiano lasciato un’impronta letteraria e artistica molto più incisiva di Kerouac e sodali ma senza arrivare agli estremismi esistenziali di questi ultimi. Nel vero beat non c’è una “teoria” o una “ideologia” come fu per gli altri movimenti d’avanguardia ma c’è solo una fiamma che brucia; la creatività del beat è quella di vivere bruciando: l’autodistruzione. Non scomoderemo dunque Bakunin o Stirner per dare una giustificazione teorica a questo movimento.

I temi principali dell’ “arsione esistenziale” del beat sono noti: il viaggio senza meta, la voglia irrequieta di totale libertà, l’insofferenza per ogni regola esteriore, il rifiuto della società materialistica e più in generale del materialismo, la disinibizione sessuale, l’uso di droghe e di alcool, talvolta la violenza; a ciò si aggiungeva l’ecologismo e l’interesse per le religioni orientali.

E’ vero che Kerouac propose anche istanze politiche qua e là ma esse furono da lui vissute in modo tutt’altro che organico e conseguente ad una chiara visione del mondo, ma solo come estremo gesto anticonformista; come quando, per provocazione, ad un’assemblea di beatnik nel 1967 egli citò in funzione celebrativa il discorso di Hitler al Reichstag nel 1937: “la volontà che unisce i nostri gruppi ci fa comprendere che gli uomini e le donne devono apprendere il sentimento comunitario al fine di difendersi contro lo spirito di classe, la lotta delle classi, l’odio di classe” e poi “Noi andiamo a vivere presto in comune la nostra vita e la nostra rivoluzione! Una vita comunitaria per la pace, per la prosperità spirituale, per il socialismo!”. In questo modo scioccò perfino il suo stesso pubblico composto ormai, nel 1967, più da hippy che da veri beat; pubblico il quale era giunto fin lì per osannarlo; e infatti questi giovani lo osannarono prima di scoprire che le parole che il loro precursore e “maestro” aveva pronunciato erano del Fuhrer.  O come quando proprio in Italia, a Napoli, assieme all’amica Fernanda Pivano, davanti a una folla pronta, anche qui, ad incensarlo rovinò deliberatamente la festa di questi suoi sedicenti discepoli definendosi un “patriota”; naturalmente fu insultato e gli fu gridato “fascista” dalla folla sconvolta. Ma tutto ciò, com’è evidente, è secondario rispetto al significato intrinseco dell’esperienza di Kerouac.

Egli rimane un isolato o trova un posto e quindi un nesso in questo mondo? Se da un lato sembra che Kerouac non riesca a collegare nessuna delle sue inclinazioni alla società in cui vive e quindi non riesca a creare nulla che gli sopravviva, d’altra parte, però, ciò che gli sopravvive lo ha dentro di sé, nella sua fede cristiana, nel suo intimo cristianesimo, in quella fiamma di devozione per il Cristo che rivendica fino alla fine. Un anno prima della sua morte, al suo intervistatore Ted Berrigan che gli chiedeva perché non aveva mai scritto di Gesù rispose: Tutto ciò che scrivo è Gesù”: dunque è proprio ciò che scrive, che “è Gesù”, quel qualcosa che gli sopravvive,  quel nesso con il mondo. Questa fiamma di devozione per il Cristo è proprio ciò che egli proietta all’esterno in quelle meravigliose e lunghissime strade americane a cui dedica la sua vita. In fondo il suo “bruciare, bruciare, bruciare è, forse, solo l’espressione scomposta ma genuina di un forte idealismo, quasi misticismo, che egli ha connaturato in sé; solo la scrittura ha permesso di trovare per questo idealismo o misticismo il canale di atterraggio quaggiù, fra gli altri uomini.

Infine vi è da considerare che solo la società statunitense poteva regalarci questa epopea, nel bene e nel male. Nel bene, perché gli States sono la più affascinante e bella possibilità che ha l’uomo di confrontarsi con la modernità e di sfidarla; nel male, perché l’uomo subisce la potenza materialistica degli States, una potenza materialistica che non ha avuto pari nella storia delle civiltà, persino al paragone con l’Unione Sovietica. Quest’ultima considerazione ci porta ad un interrogativo fulminante: le catene (non troppo lunghe né troppo corte, ma a giusta misura) della civiltà capitalistica statunitense sono come la gabbia del totalitarismo stalinista?  A questa domanda rispondiamo sì. Intendiamoci: Kerouac non è un Solzenycyn americano. Ma, se Solzenycyn può essere considerato figura compiuta di asceta, anche Kerouac possiede dei tratti ascetici. E se Solzenycyn ha vissuto da carcerato lottando per la vera libertà in un mondo dichiaratamente non libero (l’Unione Sovietica), Kerouac invece ha vissuto da “disadattato” e da “bruciato” bramando la libertà  in un mondo di finta libertà (gli Stati Uniti).

Nell’attesa (speriamo breve) che l’Occidente realizzi la sua vera natura di libertà e di socialità, e non sia più cavalcato dall’Alta Finanza che si presenta con il finto abito della liberaldemocrazia, possiamo guardare con un certo rispetto e una certa ammirazione alla figura di “bruciato” e “disadattato” quale fu Jack Kerouac.

 

*Ferdinando Bergamaschi fu il principale collaboratore di Matteo Castagna nella ricerca e nello studio durati oltre 2 anni, che portarono all’edizione del primo libro di Matteo: “Cattolici tra europeismo e populismo – la sfida al nichilismo” (Ed. Solfanelli, 2018) di cui egli curò la postfazione. Il testo, poi tradotto e utilizzato anche all’estero, soprattutto in ambiente universitario, è disponibile sulla home page di questo sito, presso l’editore, negli store online o, su ordinazione, nelle migliori librerie.

 

 

 

Tendenze totalitarie odierne: la gender theory

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di Gennaro Scala

Fonte: Gennaro Scala

È soprattutto oggi il mondo cattolico ad accusare di totalitarismo la gender theory. Riteniamo che la consapevolezza dei pericoli che essa comporta debba essere patrimonio anche dei non cattolici. Pur non condividendo per nulla i principi su cui si basa l’educazione infantile cattolica, tuttavia essa non è definibile come totalitaria, perché non mira quella radicale ridefinizione dell’essere umano come invece vorrebbe la gender theory. Detto senza mezzi termini: voler cancellare l’identità maschile/femminile è un’aspirazione totalitaria. Ma vediamo quali sono le radici di tali tendenze.

Quanti hanno affrontato la questione del totalitarismo, in primo luogo Hannah Arendt, hanno effettuato un’omissione, non hanno indagato a fondo le radici del totalitarismo, che sono da ricercare nello stato liberale classico, trasformando il concetto di totalitarismo, nonostante gli elementi di verità, in uno strumento propagandistico del liberalismo. Il regime totalitario non è un nuovo regime (come vuole Arendt), ma è il funzionamento dello stato moderno in condizioni di crisi: in una fase di mobilitazione totale per la guerra totale, come nella Germania nazista; in una fase di modernizzazione accelerata come fu l’Unione Sovietica staliniana. La rivoluzione sovietica, vista con il senno di poi, non fu una rivoluzione “proletaria”, ma, per la classica eterogenesi dei fini, l’estensione dello stato moderno al di fuori dell’occidente, in seguito diventato egemone a livello globale come principale forma di organizzazione delle società. All’obiezione prevedibile secondo cui la rivoluzione sovietica nominalmente comunista intendeva proprio eliminare lo spazio dell’iniziativa privata, rispondiamo che vista nel ciclo lungo, ha portato, dopo la fase staliniana della costruzione dello stato russo moderno, al ripristino dello spazio privato dopo il crollo del comunismo. Non è questo il luogo per approfondire tali questioni, spero però sia sufficiente a mettere in discussione il modello propagandistico dei “due totalitarismi”, fascismo e comunismo, a cui si contrappone il regno della libertà liberale, perché tale modello ci rende ciechi rispetto alle tendenze totalitarie odierne che nascono dal seno del neo-libealismo.

Il totalitarismo ha come presupposto l’enorme concentrazione del potere coercitivo che caratterizza lo stato moderno, rappresentato dallo stato liberale classico. Abbiamo una polarizzazione tra concentrazione del potere coercitivo dello stato e individualismo: perché si affermi una sfera della libertà privata in cui l’individuo possa svolgere “liberamente” la sua attività è necessario che lo stato concentri il potere relativo alla sfera pubblica. È questa principalmente la ragione del successo dello stato moderno: dando vita ad una sfera della “libertà privata” ha dato grande impulso all’iniziativa economica privata, la quale si traduce in ricchezza, sviluppo economico, tecnico e scientifico e quindi in potenza dello stato.

Tale concentrazione del potere coercitivo che caratterizza lo sviluppo dello stato moderno dal ‘500 ad oggi (vedi in merito i fondamentali studi di Charles Tilly), comporta la progressiva distruzione delle “comunità intermedie”, quella “furia del dileguare” che Hegel attribuiva alla sola rivoluzione francese, ma che è in realtà una caratteristica propria dello stato moderno in quanto tale. La libertà nello stato moderno è essenzialmente libertà di perseguire il proprio interesse, a differenza della libertà nel mondo antico greco-romano che era la libertà di partecipare alla sfera pubblica, secondo l’intramontabile definizione di Benjamin Constant.

Il sistema parlamentare è interno alla concentrazione del potere dello stato, come osservò Tocqueville la rivoluzione francese conservò ed estese la concentrazione dei poteri ereditata dall’assolutismo. Come ebbe a scrivere Kant in un passo illuminante: “Che cos’è un monarca assoluto? È quello che, se dice: “Guerra sia”, è subito guerra. – Che cos’è viceversa un monarca limitato? Colui che prima deve chiedere al popolo se ci debba essere o no la guerra; e se il popolo dice “Non ci dev’essere guerra”, allora non viene fatta. – La guerra, infatti, è una condizione in cui tutte le forze dello stato devono stare agli ordini del suo capo supremo. Ora, le guerre che ha condotto il monarca britannico senza chiedere alcun consenso su ciò sono davvero molte. Perciò tale re è un monarca assoluto, cosa che in base alla costituzione egli non dovrebbe essere; la quale, invece, si può sempre aggirare, proprio perché attraverso quei poteri dello stato può assicurarsi il consenso dei rappresentanti del popolo, dato cioè che egli ha il potere di affidare tutti gli uffici e gli onori. Per avere successo, un tale meccanismo di corruzione non ha certo bisogno della pubblicità. Perciò rimane sotto il velo, molto evidente, del segreto.” A noi moderni sembra addirittura inconcepibile che la guerra possa davvero essere decisa democraticamente, ma così avveniva nella antica Roma repubblicana.

Pur restando formalmente democratica, con la democrazia parlamentare moderna, si afferma una relativa democratizzazione, che tempera le tendenze distruttive del sistema, dettata soprattutto dalla necessità di includere la popolazione a cui si richiede il servizio di leva, democratizzazione che riguarda soprattutto forme di garanzie sociale più che di effettiva partecipazione politica. Sono proprio queste forme di garanzie che mira a distruggere il neo-liberismo che si accompagna ad un evento che segna un cambiamento strutturale: l’abbandono della leva di massa.

La distruzione delle comunità intermedie è solo tendenziale, in quanto una vita a-comunitaria, cioè a-sociale non è vivibile, per cui da un lato abbiamo il sistema delle pseudo-comunità (come notava Costanzo Preve), altre forme comunitarie invece sussistono seppure in forme menomata e abnorme qual’è la famiglia “mononucleare” odierna. Ma se non contrastata da altre forze, la tendenza dello stato moderno, in quanto animato da un’illimitata volontà di potenza, è quella di distruggere ogni forma di comunità, e questo si verifica sia all’interno dello stato, che nei rapporti inter-nazionali dove l’imperialismo occidentale a guida statunitense mira virtualmente a distruggere ogni forma di aggregazione statuale.

Grande merito di Louis Dumont è l’aver mostrato (Saggi sull’individualismo) come la stessa ideologia razziale hitleriana vada vista come una delle multiformi manifestazioni dell’individualismo moderno (il quale, v ripetuto, è inseparabile dalla concentrazione del potere dello stato): al venir meno delle forme tradizionali di identità culturale e religiosa, l’ideologia razziale supplisce con una forma di identità meccanica, pseudo-scientifica, sulla base di creazione di “razze” pseudo-biologiche. Secondo Dumont, quindi, la teoria razziale è un modo per creare una pseudo-identità in un mondo in cui l’individualismo ha distrutto le identità religiose e culturali.

La polarizzazione tra concentrazione del potere coercitivo da parte dello stato e creazione di una sfera privata in cui l’individuo è libero di perseguire il suo interesse è il funzionamento normale del sistema. L’intrusione in questa sfera da parte dello stato è l’anomalia costituita dal totalitarismo, il quale è essenzialmente la rottura del patto che costituisce la sfera della libertà privata. Ma è proprio questa polarizzazione che crea la possibilità di questa intrusione, perché l’individuo è di fatto solo di fronte lo stato, e sta solo a quest’ultimo “rispettare il patto”. Dal momento che l’individuo ha consegnato (secondo il modello hobbesiano) ogni potere allo stato, di fronte a esso è di fatti senza difese.

Con l’egemonia del capitalismo manageriale statunitense abbiamo una trasformazione: oltre alla concentrazione del potere coercitivo abbiamo la concentrazione del potere spirituale o ideologico. Essa, secondo gli studiosi della Scuola di Francoforte e affini, come Bruno Bettelheim, comportava strutturalmente un intervento nella vita individuale che minava la sfera della libertà individuale, cioè una tendenza totalitaria insita nel sistema stesso.
Questa precisazione riguardo alle trasformazioni dello stato sul modello egemone statunitense è importante perché è nell’ambito dei mass media che le lobby gay hanno un deciso radicamento, mentre dal mondo accademico viene la definizione teorica del concetto di gender. Complessivamente si tratta di una teoria elaborata e diffusa dal ceto medio semicolto (su tale blocco sociale vedi il mio Origini del ceto medio semicolto). Dai media viene il martellamento per quanto riguarda il politicamente corretto, chi non è d’accordo in merito a determinate politiche viene additato come omofobo o femminicida, a seconda dei casi, per quanto riguarda la famiglia, o come razzista per quanto riguarda l’immigrazione.

Per evitare ogni equivoco “complottista”, chiariamo che non c’è nessun ufficio segreto che pianifica occultamente la distruzione della famiglia, si tratta di dinamiche che insorgono all’interno del sistema di rapporti sociali. Dal momento non vi è più una normale riproduzione del sistema, siccome la famiglia normale con prole richiede un livello di integrazione sociale che l’attuale sistema di rapporti occidentale non fornisce più, vengono propagandate le “famiglie alternative” (di conseguenza acquisiscono peso le lobby gay radicate nei vari media) e così al posto dei diritti sociali (garanzie sulla continuità del lavoro, sistema pensionistico, sanità, istruzione) abbiamo i diritti individuali, cioè un’espansione della sfera della libertà individuale, in special modo la sfera sessuale, nell’ambito della quale virtualmente l’individuo è libero di fare tutto. Una libertà a costo zero per lo stato che si espande a scapito della socialità dell’essere umano.
È in questa crisi di sistema che si manifestano le tendenze totalitarie che caratterizzano le teorie gender. Se il paragone tra il totalitarismo nazista e le tendenze totalitarie odierne può sembrare azzardato, invitiamo a considerare questo passo da Il cuore vigile di Bruno Bettelheim:

«Quando il controllo esterno, in una forma o nell’altra, raggiunge finalmente l’intimità dei rapporti sessuali, come avviene nello Stato di massa di Hitler, all’individuo non viene lasciato quasi nulla di personale, di diverso, di unico. Quando la vita sessuale dell’uomo è regolata da controlli esterni, come il suo lavoro o il suo modo di divertirsi, egli ha definitivamente e completamente perduto ogni autonomia personale; il poco di identità che gli rimane può solo risiedere nell’atteggiamento interiore verso una tale evirazione»

Bettelheim in questo passo paragona le tendenze totalitarie della “società di massa” statunitense alla Germania nazista. La gender theory segna un ulteriore passo rispetto al bombardamento propagandistico dei media che mira ad un pesante condizionamento individuale, la gender theory ha una dimensione non solo ideologica, ma fattiva, le pratiche ad essa ispirata mirano ad una esplicita trasformazione della psicologia dei bambini attraverso l’adozione di precisi programmi all’interno del sistema scolastico, i quali mirano al superamento degli “stereotipi di genere”, operando apertamente una manipolazione della personalità del bambino. Esse costituiscono un’inaudita intrusione nella vita del bambino, una manipolazione della sua psiche sulla base del presupposto che non esiste un’identità di genere che affondi le sue radici nella natura, ma che l’identità di genere è solo un costrutto culturale e in quanto tale modificabile a piacimento. Ma è solo uno degli orrori della gender theory: il bambino non avrebbe bisogno della figura di un padre e di una madre, dei ruoli differenziati di madre e padre presenti in tutte la storia delle società umane oggi non ci sarebbe più bisogno, e l’assenza di una figura materna o paterna non provocherebbe nessuna sofferenza al bambino.

Mentre la teoria della razza era una negazione della realtà su base biologista (riducendo l’essere umano al suo dato biologico si negava il fatto culturale, specifico dell’essere umano), l’ideologia gender è una negazione della realtà su base culturalista, essa nega il lato biologico dell’essere umano, astraendo il solo dato culturale che in tal modo diventa uno strumento per la manipolazione delle identità. L’ideologia gender nei suoi esponenti più estremisti arriva addirittura a negare la figura della madre, la maternità non sarebbe un fatto naturale ma solo culturale al fine di legittimare una pratica abominevole come il cosiddetto utero in affitto.
Quel sentimento naturale che farebbe sentire in colpa qualsiasi essere umano normale a strappare i cuccioli alla gatta o alla cagna che allatta non vale più per i cuccioli dell’essere umano. Il neonato non avrebbe nessun danno dall’essere privato del seno della madre, per cui la pratica dell’utero in affitto è lecita. Sergio Lo Giudice, senatore Pd, in un intervista televisiva ha dichiarato di aver effettuato la pratica dell’utero in affitto all’estero dove questa è consentita. Lo stesso riferisce che, al posto dell’allattamento, si faceva consegnare il latte dalla madre per darlo al bambino, perché doveva rompere il più precocemente possibile il legame con la madre. E queste pratiche infami, degne di durissima sanzione penale, perché violenza esercitata su un essere del tutto indifeso passano per comportamenti normali, accettabili. In un dibattito televisivo Dario de Gregorio, in un altro video che ha fatto il giro dei social media, per giustificare la sua pratica di utero in affitto, ha definito la madre un “concetto antropologico”, volendo dire che non esiste una dimensione naturale nell’essere madre, ma solo culturale. In questo modo la madre del bambino di cui egli si è appropriato è stata cancellata. Ecco i mostri, i nuovi Mengele che produce la gender theory.

Il totalitarismo odierno è diverso da quello del secolo scorso (ricordiamo che tendenze totalitarie si presentano in tutti gli stati impegnati nella guerra: vedi ad es. imprigionamento dei cittadini statunitensi sulla base della sola origine tedesca o giapponese durante la seconda guerra mondiale). La fine della leva di massa (e sarebbe tutto da approfondire il legame tra fine della leva di massa e precarizzazione) segna un cambiamento decisivo nello stato moderno (vedi in merito il mio articolo Ripensare la rivoluzione francese). Oggi lo stato, poiché ritiene di avere un enorme potere tecnologico, e date le trasformazioni dell’esercito che necessita dell’apporto di professionisti, non ricerca più l’inquadramento di massa come durante le guerre mondiali fecero le “democrazie liberali”, la Germania nazista, e la Russia sovietica, piuttosto intende governare tramite l’esclusione, e per questo persegue il caos, sia all’interno dello stato che nei rapporti inter-nazionali. Ma questo caos prevede un mondo da incubo. Chi saprà e vorrà opporsi non è ancora dato vedere. Considerata la situazione, il movimento cattolico contro la devastazione della famiglia sarebbe da sostenere, nonostante tutti i limiti del movimento italiano, molto meglio però il movimento francese che vuole essere “pour tous”.

Antifascismo ed ecomostri: chi era Riccardo Morandi, il progettista del ponte di Genova

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Genova, 15 ago – Cosa unisce il serpentone del Corviale a Roma, tentativo iniziato male e finito peggio di costruire in stile sovietico un “casermone” di edilizia residenziale pubblica al ponte sul Polcevera crollato ieri? Un nome, quello dell’ingegner Riccardo Morandi.

Nato a Roma nel 1902, comincia la sua attività negli anni ’30 sperimentando – fra i primi in Italia – l’utilizzo del cemento armato e del cemento armato precompresso. Agli albori della carriera progetta chiese e cinema, per poi specializzarsi sulla realizzazione di ponti.

Le competenze in materia di cemento armato gli valgono la chiamata nel squadra che progetterà e realizzerà il Corviale, dove Morandi affiancherà l’architetto Mario Fiorentino. Il risultato è drammatico: quasi un chilometro (e 11 piani in altezza) di vera e propria città dormitorio alle porte della capitale dove il boom edilizio di quegli anni crea ecomostri destinati a durare e a produrre effetti devastanti. L’ingegneria sociale applicata si risolverà in un fallimento, riuscendo a replicare in peggio tutte le storture importate dalla pianificazione totale e totalitaria che veniva sperimentata nello stesso periodo in Unione Sovietica.

Un aspetto di natura ideologica, quest’ultimo, che non può essere trascurato. Siamo nell’Italia del conflitto (anche armato), in cui restare inermi rispetto alla contrapposizione politica è pressoché impossibile. E Morandi la sua scelta l’aveva fatta: “I suoi familiari – scrive Repubblica nell’occasione della morte, er il 25 dicembre del 1989 – lo ricordano come un uomo che ha tenuto sempre a difendere la sua indipendenza da tutti i poteri, a cominciare da quello fascista di cui fu un oppositore”.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/antifascismo-ecomostri-chi-era-riccardo-morandi-91330/ Continua a leggere

Il Nuovo ordine mondiale americano è ufficialmente morto

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di Henry Tougha

Il Nuovo ordine mondiale americano è ufficialmente morto

Fonte: Voci dall’Estero

Una fonte mainstream quale il Bloomberg dichiara ufficialmente morto il sogno americano di imporre il proprio sistema di controllo mondiale. La Russia, dopo essersi ripresa dal crollo dell’Unione Sovietica, assieme a una nuova potenza come la Cina, sono sfuggite alla guida statunitense creando poli alternativi di influenza. Naturalmente Bloomberg assume un punto di vista assolutamente favorevole e roseo sul nuovo ordine mondiale pacifico e collaborativo che gli Stati Uniti avrebbero tentato di perseguire e considera negativamente la sua fine, gettandone la responsabilità sull’autoritarismo e le mire di potenza di Cina e Russia. In sostanza però questa rinuncia ufficiale all’ambizione di integrare questi paesi sotto l’impero americano non significa pace: secondo Bloomberg la conseguenza sarà che gli USA dovranno impegnarsi in maniera sempre più aggressiva a difendere militarmente l’impero americano finora consolidato. 

di Hal Brands, 27 settembre 2017

La politica estera americana ha raggiunto uno  storico punto di svolta, e qui è la sorpresa: non ha molto a che vedere con l’estenuante e controversa presidenza di Donald Trump. Continua a leggere