Guerra in Ucraina: quale è la posta in gioco culturale?

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QUINTA COLONNA

di Roberto Buffagni

Fonte: L’Antidiplomatico

Qual è la posta in gioco culturale (spirituale, ideale, ideologica) del conflitto in Ucraina? Semplificando al massimo, cerco di rispondere alla domanda.
Se la Russia vince – se la Russia ottiene gli obiettivi politici limitati per conseguire i quali sta conducendo, con mezzi limitati, una guerra limitata, “vestfaliana” – segna l’inizio della fine dell’ordine internazionale unipolare liberal-democratico a guida USA.
L’ordine internazionale unipolare liberal-democratico a guida USA s’è inaugurato con la disgregazione dell’URSS. Trent’anni fa, sconfitta l’URSS, gli USA restano l’unica grande potenza al mondo: non hanno più nemici che possano minacciarne la sicurezza.
Esso è un ordine internazionale che ha un contenuto ideologico, il liberal-progressismo. È un contenuto ideologico obbligatorio perché sconfitti i suoi avversari storico-ideali (ancien régime, fascismi, comunismo) il liberalismo si conforma al suo concetto, e si manifesta come universalismo politico.
Il liberalismo è universalista perché si fonda sui “diritti inalienabili dell’individuo”. Postula dunque che l’intera umanità è composta da individui, tutti eguali in quanto dotati dei medesimi “diritti inalienabili”. La relazione di interdipendenza tra l’individuo e gli altri individui, tra l’individuo e la comunità politica, tra l’individuo e la dimensione trascendente (Dio) viene omessa o, nel linguaggio lacaniano, forclusa: anche perché famiglia, comunità politica, Dio sono le ragioni e le bandiere del primo avversario storico del liberalismo classico, l’alleanza Trono-Altare ossia la Cristianità europea.
Questa omissione o forclusione conforma il liberalismo alla logica capitalistica, nella quale esistono solo individui: individui produttori e individui consumatori, che si legano astrattamente tra loro mediante lo scambio di merci, compresa la merce-lavoro.
Esempio uno: “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità” (Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, 1776).
Esempio due: “I rappresentanti del popolo francese costituiti in Assemblea Nazionale, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi, hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo.” (Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, 1789).
Privo di avversari ideologico-politici che possano limitarne la manifestazione nell’effettualità storica, l’universalismo politico liberale, contenuto ideologico dell’ordine internazionale unipolare a guida USA, procede ad ampliarsi secondo la sua logica, e a estendersi all’universale umanità.
Esso tende ad estendersi all’universale umanità, intesa come collezione di individui, mediante la logica capitalistica (globalismo economico) e mediante la politica estera statunitense (globalismo politico). Il centro direttivo USA ritiene che politica estera statunitense e logica capitalistica siano perfettamente compatibili e operino a conseguire lo stesso scopo strategico finale.
La logica strategica dell’ordine internazionale unipolare a guida USA è la graduale creazione, prima de facto, poi de jure, di un governo mondiale. Esso controllerà un insieme di Stati, che gradualmente adotteranno sia la logica capitalistica, sia il regime sociale liberal-democratico dei quali gli Stati Uniti rappresentano il metro campione. Gli Stati Uniti d’America sono il “benign hegemon” mondiale.
La stessa logica strategica sarebbe stata adottata anche dall’URSS, qualora essa avesse vinto la Guerra Fredda e si fossero disgregati gli USA: perché anche il comunismo, come il liberalismo, è un universalismo politico. Ovviamente, il contenuto ideologico di un ordine internazionale unipolare a guida URSS sarebbe stato il comunismo, e non il liberalismo: la somiglianza che qui rilevo è puramente formale, logica.
Il postulato ideologico dell’ordine unipolare liberal-progressista a guida USA è che tutti gli individui componenti l’intera umanità non possono non desiderare che siano affermati nell’effettualità i “diritti inalienabili” di cui sono virtualmente titolari, anche se, magari, ancora non ne sono consapevoli.
Perché questi “diritti inalienabili dell’individuo” si realizzino nell’effettualità storica può essere sufficiente l’adesione alla logica capitalistica del loro sistema economico. Il premio che essa riserba a chi vi aderisca è il benessere, la ricchezza, la modernizzazione scientifica e tecnologica, e il conseguente “empowerment” degli individui, che nel settore politico conduce all’instaurazione di una liberal-democrazia, il regime storicamente e logicamente più conforme alla logica capitalistica.
Le liberal-democrazie sono per definizione pacifiche. Tra liberal-democrazie non si danno guerre. La competizione tra liberal-democrazie si limita alla competizione economica, un importante fattore di sviluppo i cui effetti collaterali indesiderati si possono ridurre con opportuni interventi politico-amministrativi.
Da questi postulati ideologici discende la scelta statunitense di una politica di “engagement” con la Cina.
Secondo logica capitalistica (teoria dei costi comparati di Ricardo) è perfettamente razionale integrare l’economia cinese con l’economia americana. Lo sviluppo economico cinese è poi destinato a trasformare anche la Cina in una liberal-democrazia, dunque in un pacifico partner della liberal-democrazia USA.
Secondo la logica di potenza, invece, con la disgregazione dell’URSS cessa ogni interesse USA all’alleanza con la Cina, che il presidente Nixon stipulò negli anni Settanta in funzione antisovietica. La scelta di favorire lo sviluppo economico della Cina è una scelta autolesionista, un errore strategico di prima grandezza perché la potenza economica è “potenza latente” destinata a trasformarsi in “potenza manifesta” ossia potenza militare.
Gli eventi storici dimostrano che la logica di potenza sconfigge la logica capitalistica. La Cina, già demograficamente fortissima, si sviluppa economicamente, inizia a sviluppare potenza militare, diviene una grande potenza nucleare, non si trasforma in una liberal-democrazia, e si profila come concorrente alla pari degli Stati Uniti, che dal 2017 in poi la designano come avversario principale. Essa può infatti divenire, in un futuro prossimo, egemone regionale dell’Asia Settentrionale.
Risalita dallo sfacelo impostole dalla sconfitta dell’URSS e dal susseguente “periodo di torbidi” provocato dalla introduzione della logica capitalistica nella sua forma più violenta e predatoria, la Russia si ritrova, si dà una direzione politica coesa ed efficace, si stabilizza come grande potenza. La sua “potenza latente” economica è insufficiente, la demografia manchevole, ma la sua “potenza manifesta” militare, convenzionale e nucleare, basta a garantirne l’autonomia politica rispetto all’egemone mondiale statunitense. Essa però, ad oggi, non è in grado di divenire egemone regionale, né lo sarà in futuro a meno che non riesca ad invertire la sua curva demografica e a sviluppare a ritmi cinesi la sua “potenza latente”.
Questa è la situazione odierna: con il sorgere di due grandi potenze politicamente capaci di autonomia, l’ordine internazionale unipolare liberal-democratico a guida USA è oggettivamente finito.
Nei decenni precedenti, e specialmente a partire dagli anni Duemila, gli Stati Uniti procedono ad attuare il loro progetto di uniformazione del mondo (globalizzazione o mondializzazione economico-politica). Vi impiegano tanto la persuasione (“soft power”) quanto la forza militare (“hard power”), combinandole.
L’episodio paradigmatico della combinazione tra soft e hard power nel perseguimento del progetto di uniformazione del mondo è la seconda invasione dell’Irak (2003). Essa si propone l’obiettivo di sconfiggere con le armi lo Stato irakeno, definito una “dittatura”, e di “esportarvi la democrazia”. L’operazione “Desert Storm” è intesa come primo passo di un progetto più ambizioso, che deve estendersi mediante la stessa combinazione di soft e hard power all’Iran e alla Siria, ridisegnando l’intero Medio Oriente.
Il testo che meglio illustra la ratio del progetto è “Shock and Awe: Achieving Rapid Dominance”, di Harlan K. Ullman and James P. Wade[1], 1996.
In estrema sintesi, il progetto Shock and Awe combina una dottrina militare operativa con una dottrina psicologico-culturale. “Shock” significa “trauma”, “Awe” significa “timore reverenziale”, una parola che designa l’emozione travolgente che si prova di fronte alla manifestazione del sublime naturale (tifoni, terremoti, eruzioni vulcaniche) o del divino (apparizioni miracolose della potenza divina). Una buona benché libera traduzione potrebbe essere “Sidera e converti”.
Nel testo di Ullman e Wade infatti si argomenta che l’effetto psicologico sulla volontà del nemico di una tempesta di fuoco che lo soverchi e travolga come un’eruzione vulcanica o una manifestazione del Dio degli eserciti sortisca un effetto di vera e propria “siderazione”. La siderazione traumatica induce “awe”, timore reverenziale, e consente di convertire il nemico: convertirlo al modello di uomo e società portato da chi sa dispiegare tanta inarrivabile potenza (ovviamente la potenza è un attributo divino). Un modello – la liberal-democrazia – che d’altronde, garantendo i “diritti inalienabili dell’individuo”, è conforme a ciò che tutti gli uomini non possono non desiderare per sé, non appena siano liberati dai modelli oscurantisti cristallizzati negli Stati “dittatoriali”, non liberal-democratici. Nel testo si fa espresso riferimento all’esperienza del Giappone, convertito alla liberal-democrazia dopo una campagna di bombardamenti a tappeto terrificante, e suggellata dal lancio di due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.
Il progetto del ridisegno del Medio Oriente si risolve in una catastrofe politica, o ovviamente in una catastrofe umana per l’Irak. L’Irak sconfitta sul campo precipita nel caos e nella guerra civile, ed entra nella zona di influenza iraniana.
Un ulteriore progetto di esportazione della democrazia mediante la combinazione di soft e hard power, l’invasione e occupazione dell’Afghanistan, dopo vent’anni finisce anch’esso in una catastrofe politica per gli Stati Uniti, umana per l’Afghanistan.
Il progetto di esportazione della democrazia in Siria si arresta a metà dell’opera per l’intervento russo che sostiene il governo di Bashar El – Assad, e termina con una sconfitta politica degli Stati Uniti, una catastrofe umana per la Siria.
L’unico progetto di esportazione della democrazia che si concluda con un successo politico americano è la frammentazione della Jugoslavia, con la creazione dello Stato del Kosovo, e l’integrazione nella NATO di Slovenia, Croazia e Montenegro. La catastrofe umana provocata dalla guerra civile jugoslava è terribile.
Tranne (forse, è discutibile) il caso jugoslavo, gli altri interventi di esportazione della democrazia USA non rispondono a interessi strategici americani. Secondo logica di potenza, gli Stati Uniti non avevano alcuna ragione di occupare l’Irak, sino ad allora cliente degli USA, o l’Afghanistan, che non poteva minacciare l’India o il Pakistan, o la Siria, che non poteva minacciare Israele e apparteneva invece, storicamente, alla sfera d’influenza russa. Si tratta di guerre puramente ideologiche, decise in quanto conformi a un progetto globale di riconfigurazione economica, politica, culturale dell’intero mondo. (Poi ovviamente nella dinamica della decisione pesano anche gli interessi economici e istituzionali di tutti i centri coinvolti).
Il fallimento catastrofico del progetto di riconfigurazione globale del mondo in un insieme di pacifiche liberal-democrazie capitalistiche guidate dal metro campione di tutte le liberal-democrazie capitalistiche, gli Stati Uniti d’America, e il sorgere delle due grandi potenze cinese e russa, impone una battuta d’arresto finale all’ordine internazionale unipolare liberal-democratico americano, e ne segna la fine nell’effettualità storica.
Inizia a sorgere l’ordine internazionale multipolare.
La guerra in Ucraina, che vede la vittoria militare della Russia e la sconfitta politica degli Stati Uniti, è la prima doglia del parto dell’ordine internazionale multipolare.
La guerra ucraina è tutta – dalle cause lontane, alla conduzione delle operazioni militari, all’esito politico – conforme alla pura logica di potenza. La Russia scende in campo per difendere un interesse vitale: negare a un’alleanza militare straniera la creazione di un bastione alle proprie frontiere. Essa conduce una guerra limitata per obiettivi politici limitati, una guerra “vestfaliana” che non si prefigge di convertire o uniformare a sé il nemico ma semplicemente di impedirgli di nuocere alla propria sicurezza. La Russia cerca la trattativa col nemico in parallelo alla conduzione delle operazioni militari, come da Westfalia al Vietnam si è sempre fatto.
La causa lontana della guerra in Ucraina è l’espansione a Est della NATO. Secondo logica di potenza, essa non è conforme all’interesse strategico degli Stati Uniti, perché provoca inutilmente la Russia, una potenza che non è in grado di diventare egemone regionale sul continente europeo; e perché getta la Russia nelle braccia della Cina, della quale sarebbe rivale naturale (4250 km di frontiera in comune). Nonostante i ripetuti, chiari moniti russi, gli americani perseguono l’espansione NATO sino all’Ucraina, integrandovela de facto se non de jure, e provocano le attuali ostilità.
Quest’ultima forzatura statunitense è anche l’ultima manifestazione della logica dell’ordine internazionale unipolare liberal-democratico.
L’Ucraina è un interesse vitale russo, ma non è un interesse vitale degli USA. Infatti, gli USA si guardano bene (e razionalmente) dall’intervenire militarmente a sostegno dell’Ucraina.
Però, la reazione statunitense all’invasione russa è, su tutti i piani tranne quello che conterebbe davvero ossia il piano militare, violentissima. Contro la Russia, USA e UE scagliano un vero e proprio anatema, quando sarebbe nell’interesse americano (per tacere dell’interesse europeo) limitare i danni provocati dal proprio errore strategico e, in vista del conflitto con la Cina, non alienarsi radicalmente la Russia.
Perché l’anatema? Qual è la posta in gioco, per gli USA?
Per gli USA, la posta in gioco è il prestigio della loro posizione di guida dell’ordine internazionale unipolare. Dico “il prestigio”, perché nei fatti, con il sorgere di due grandi potenze come Russia e Cina, l’ordine internazionale unipolare è già finito.
Quel che non è finito è “il prestigio” di guida di quell’ordine, che gli USA ancora detengono e vogliono conservare.
È infatti questo prestigio che consente agli USA di presentarsi nel mondo come Stato eccezionale, che non conosce né superiori né eguali, e che dunque può pretendere di presentarsi come “giudice terzo” nelle controversie internazionali. Da questo scranno inarrivabile gli USA possono decidere che cosa è giusto, che cosa sbagliato, che cosa bene e che cosa male; quale regime sociale sia accettabile (la democrazia liberal-progressista) e quale inaccettabile (tutti gli altri); possono chiamare le loro guerre “instaurazione dei diritti e della democrazia”, e se le perdono, “sfortunati errori”: mentre le guerre altrui, vinte o perse, sono sempre “crimini”; possono insomma, come Dio nella teologia islamica, decidere a piacer loro se il fuoco debba esser caldo o freddo.
Con la sconfitta politica che conseguirà alla guerra ucraina, questo prestigio degli Stati Uniti, o se si vuole la loro “investitura” di eccezionalità e superiorità, comincerà a logorarsi.
Non può essere “giudice terzo” nelle controversie internazionali uno Stato incapace di eseguire le proprie sentenze.
Non può essere “eccezionale” uno Stato che promette protezione a un suo cliente, lo spinge a confrontarsi con un’altra grande potenza minacciandone un interesse vitale, e poi lo abbandona al suo destino.
Non può realizzare universalmente nell’effettualità i “diritti inalienabili dell’individuo” se rifugge dal confronto militare con una “dittatura” come la Russia, che agisce in conformità alla pura logica di potenza, la quale è sempre particolare, mai universale: perché la ratio della logica di potenza è l’anarchia del sistema-mondo, nel quale ciascuna potenza è costretta a garantire da sé la propria sicurezza, nel conflitto permanente con le altre.
Il prestigio o investitura degli Stati Uniti come guida dell’ordine internazionale unipolare liberal-democratico è il garante, o se si vuole, nel linguaggio della finanza, “il sottostante”, di tutto il pensiero dominante occidentale: “diritti inalienabili dell’individuo”, liberal-democrazia, primazia dell’economico, cosmopolitismo, universalismo politico.
Logoratosi e poi spentosi questo prestigio, deposta questa investitura, il pensiero dominante occidentale smetterà di essere dominante. I luoghi comuni, i riflessi condizionati, le certezze che oggi il pensiero dominante dà per scontate non saranno più scontate. Chi pensa nel mondo occidentale, ossia tutti gli occidentali, pensatori o no che siano, dovranno di nuovo interrogarsi su che cosa è uomo, che cosa è mondo, che cosa è giusto, che cosa è sbagliato, che cosa male e che cosa bene: e dovranno chiedersi “da che punto di vista pensiamo e parliamo”: un punto di vista che non sarà mai più l’unico vero punto di vista da cui guardare il mondo e l’uomo.
Come diceva un orientale,” Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente.”

Guerra tra Russia e Ucraina: la proposta di Musk è intelligente e fattibile

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/10/10/guerra-tra-russia-e-ucraina-la-proposta-di-musk-e-intelligente-e-fattibile/

LA PROPOSTA DI PACE TRA RUSSIA E UCRAINA DI ELON MUSK FA DISCUTERE

Tra propaganda e minacce nucleari, la comunicazione mainstream ci dice che la Russia è guidata da un dittatore impazzito che vorrebbe usare l’atomica contro l’Ucraina. Come al solito, pare di essere in un film di Hollywood, ove i buoni sono i pacifisti americani, i loro alleati sono le vittime che i supereroi a stelle e strisce salveranno dal bruto di turno. La storia ci insegna che non è mai stato così, anche se ad alcuni piace fingere di crederlo e, soprattutto, ingannare i popoli nel darlo a bere.

Le persone oneste sanno che Zelensky è un ex comico, messo lì dagli Stati Uniti per farne gli interessi geopolitici, sfruttando, soprattutto, la posizione geografica di Kiev, rispetto alla Federazione Russa. Sanno anche dei 48 laboratori bio-chimici in territorio ucraino e delle basi coi missili puntati a 700 km dal Cremlino. Sanno che la Crimea e le altre quattro regioni annesse sono Russia e non Ucraina, sul piano storico, culturale, religioso. L’attacco terroristico al ponte di Kerch, rivendicato dal consigliere dell’ufficio di Zelensky, Podolyak, con un esplicito “tutto ciò che è occupato dalla Russia deve essere distrutto”, la manomissione del gasdotto Nord Stream e le costanti provocazioni dell’ex attore ebreo-ucraino, dimostrano che, fra i contendenti, c’è chi vuole alzare l’asticella dello scontro.

In questo scenario di guerra a lungo termine, il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden sembrerebbe disposto a tutto, senza escludere il nucleare. Ma il popolo americano ed occidentale lo seguirebbero in questa, eventuale, terribile decisione? A Novembre, alle elezioni di metà mandato, vedremo come si esprimeranno gli statunitensi nei confronti dell’amministrazione Biden. Sul fronte europeo, si va a ruota degli Stati Uniti, che dal 1945 esercitano una sovranità assoluta, qui da noi, anche se, spesso, sono stati capaci di mascherarla. Bettino Craxi, a Sigonella, tolse loro la maschera, ma poi la pagò a caro prezzo. In Italia, Giorgia Meloni ha già ricevuto i messaggi d’Oltreoceano, al di là dello spauracchio delle garanzie contro il ritorno fascista, che serve all’establishment da teatrino per spaventare la gente, per delle politiche completamente asservite al deep State progressista. Il primo governo politico dopo un decennio di tecnocrati dovrà operare come la sinistra, nascondendolo ai suoi elettori. In politichese, servirà essere democratici, ovvero servi degli Stati Uniti.

In questi giorni, ha fatto parecchio rumore la presa di posizione dell’imprenditore miliardario Elon Musk, americano, proprietario di Tesla e promotore di missioni nello spazio. Apparirà insolito, ma l’unica proposta di pace concreta, giunta finora, è quella formulata da lui su Twitter. Nello specifico, ha proposto di “rifare le elezioni nelle regioni annesse sotto la supervisione dell’Onu”, con la Russia che lascia le aree annesse “se questa è la volontà del popolo”; ricordando che “la Crimea è formalmente parte della Russia, come è stato dal 1738 (fino all’errore di Krusciov)”; “forniture d’acqua assicurate alla Crimea”; “l’Ucraina resta neutrale”. Oltre che concreta, tale proposta appare ragionevole per aprire un tavolo di negoziati.

Quasi immediata la risposta stizzita di Kiev, che rimanda al mittente, con particolare sarcasmo, ogni parola. “La maggioranza degli ucraini vuole certamente far parte dell’Ucraina, ma alcune regioni orientali sono a maggioranza russa e preferiscono la Russia”, ha scritto, poi, sempre su Twitter, Elon Musk, aggiungendo che “se la volontà della gente conta, dovrebbe essere sempre sostenuta, a prescindere da dove i conflitti hanno luogo”.

A differenza del presidente Zelensky e del suo braccio destro Podolyak, il sondaggio lanciato da Musk su Twitter, che ha sfondato il muro del milione e mezzo di votanti, è stato preso molto sul serio dalla Russia. È il caso, per esempio, di Mikhail Sheremet, deputato della Duma russa per la Crimea, il quale ha detto che “persone come Musk dovrebbero diventare presidente degli Stati Uniti, e non come Biden, che è diventato la vergogna del popolo americano, trasformando il Paese in un tiranno e assassino internazionale”.

Sheremet non sbaglia quando dice che “con persone come Musk si possono costruire relazioni pragmatiche e reciprocamente vantaggiose volte alla conservazione e allo sviluppo del mondo intero”. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha ribattuto: “Rispetto a molti diplomatici professionisti, Musk è ancora alla ricerca di modi per raggiungere la pace. E raggiungere la pace senza soddisfare le condizioni della Russia è assolutamente impossibile”.

In questo botta e risposta su Twitter, anche l’Ue è intervenuta rivendicando in maniera netta e chiara la sua posizione: “Non c’è Ucraina senza Crimea, così come non c’è Tesla senza batterie”. A dirlo è stato il commissario europeo all’Ambiente, Virginijus Sinkevicius, il quale ha contestato la proposta di Musk avvertendo che Kiev non può rinunciare alla penisola annessa dai russi nel 2014 e ha suggerito – con toni polemici – al “Signor Elon Musk” che “questa non è scienza dei missili: la Russia ha invaso l’Ucraina”.

Fino a quando la Politica internazionale non proporrà un tavolo di pace serio e concreto, il destino dell’umanità resterà “nelle mani di Dio”. Però Musk continua a lavorare e a trovare sostegno tra alcuni Repubblicani al Congresso e in Senato, oltre a quello, già espresso, di Newsweek. Nel mezzo di equilibri instabili, con all’orizzonte una guerra atomica, il silenzio della diplomazia diventa assordante e ottuso, quanto al contrario, la posizione di Musk si dimostra intelligente e fattibile. E, chissà, forse tutto ciò sarà prodromico alla sua candidatura alla Casa Bianca, che potrebbe cambiare gli orizzonti.

Elon Musk criticato (a torto!) per il suo piano di “pace” tra Russia e Ucraina

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Per noi ha ragione Elon Musk ! (n.d.r.)

di Alena Botros

Elon Musk si è preso una pausa dal suo lavoro quotidiano alla guida della casa automobilistica Tesla e della società di trasporto spaziale SpaceX per pubblicare un piano di “pace” per porre fine alla guerra in Ucraina. Ma la sua proposta è stata subito criticata, anche dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Musk ha pubblicato lunedì su Twitter un sondaggio con quattro proposte per porre fine alla guerra. Il primo: arruolare le Nazioni Unite per supervisionare la ripetizione dei recenti referendum relativi alle quattro regioni ucraine che la Russia ha formalmente annesso. Poi ha chiesto che la Crimea, invasa dalla Russia nel 2014 e attualmente occupata, diventi formalmente parte della Russia. Ha affermato che l’approvvigionamento idrico della Crimea dovrebbe essere garantito. Infine, ha sostenuto che l’Ucraina dovrebbe rimanere neutrale piuttosto che aderire alla NATO.

“È molto probabile che alla fine il risultato sia questo: si tratta solo di capire quanti moriranno prima di allora”, ha scritto Musk. “Vale anche la pena notare che un possibile, anche se improbabile, esito di questo conflitto è la guerra nucleare“.

Meno di tre ore dopo il primo tweet, Zelensky ha risposto a Musk con un proprio sondaggio, prendendo in giro il piano di Musk.

“Quale @elonmusk vi piace di più?” ha chiesto Zelensky. Le due scelte? Uno che sostiene l’Ucraina e uno che sostiene la Russia.

Musk ha poi risposto a Zelensky dicendo: “Sono ancora molto favorevole all’Ucraina, ma sono convinto che un’escalation massiccia della guerra causerà grandi danni all’Ucraina e forse al mondo intero“.

Anche l’ambasciatore dell’Ucraina in Germania, Andrij Melnyk, ha attaccato Musk in modo atipico per un diplomatico. “Fottiti è la mia risposta molto diplomatica”, ha scritto. Melnyk ha poi aggiunto che nessun ucraino avrebbe mai comprato una Tesla, augurando a Musk “buona fortuna”.

Musk, tuttavia, ha insistito.

“Proviamo questo allora: la volontà delle persone che vivono nel Donbass e in Crimea dovrebbe decidere se sono parte della Russia o dell’Ucraina”, ha scritto, chiedendo ai suoi follower su Twitter di rispondere “sì” o “no”.

Il corrispondente del Financial Times Christopher Miller ha risposto al tweet di Musk, riferendosi al referendum sull’indipendenza dell’Ucraina, quando gli ucraini sono stati chiamati a votare sull’indipendenza del Paese.

“Non proviamoci, @elonmusk”, ha scritto. “Il popolo del Donbass e della Crimea ha preso la sua decisione nel 1991, quando gli ucraini di quelle aree e di tutte le altre hanno votato liberamente e all’unanimità per far parte dell’Ucraina”.

Il Donbass, una regione dell’Ucraina orientale, è ora quasi completamente occupata dalla Russia. Ma l’Ucraina ha giurato di liberarla.

Nel suggerire che la Crimea – una penisola che è stata al centro dei conflitti tra Russia e Ucraina – dovrebbe formalmente diventare parte della Russia, Musk ha chiarito la sua convinzione che la regione appartenga alla Russia, aggiungendo che il trasferimento della Crimea all’Ucraina dalla Russia da parte del premier sovietico Nikita Krusciov è stato un “errore”.

Un importante consigliere di Zelensky ha risposto sarcasticamente alla diplomazia di Musk su Twitter dicendo che c’era un “piano di pace migliore”, che comprendeva la liberazione dei territori da parte dell’Ucraina, la smilitarizzazione e la denuclearizzazione della Russia in modo che non potesse più minacciare gli altri e la messa sotto processo dei criminali di guerra.

Non sono stati solo i funzionari ucraini a ribattere a Musk. Molti dei suoi follower su Twitter si sono scatenati nei commenti, definendolo una “delusione” e chiedendogli di astenersi dall’intervenire su un argomento che è al di fuori delle sue competenze.

Nonostante la risposta spesso ostile, Musk ha dato un’ulteriore spinta al suo piano di pace su Twitter.

“La Russia sta facendo una mobilitazione parziale. Passerà alla mobilitazione bellica completa se la Crimea è a rischio. La morte da entrambe le parti sarà devastante”, si legge nel tweet. “La Russia ha più di 3 volte la popolazione dell’Ucraina, quindi la vittoria dell’Ucraina è improbabile in una guerra totale. Se avete a cuore il popolo ucraino, cercate la pace”.

Starlink di Musk, che fornisce accesso a Internet via satellite, ha svolto un ruolo fondamentale nella guerra offrendo il suo servizio gratuitamente in Ucraina. Gestito da SpaceX, ha aiutato l’Ucraina a contrastare la disinformazione della Russia e ad aiutare gli ucraini e i militari ucraini a comunicare, collegando al contempo il Paese al mondo esterno.

“Il costo di SpaceX per attivare e supportare Starlink in Ucraina è stato finora di circa 80 mln di dollari”, ha dichiarato. “Il nostro sostegno alla Russia è pari a 0 dollari. Ovviamente, siamo a favore dell’Ucraina”.

L’articolo originale è su Fortune.com

Fonte: https://www.fortuneita.com/2022/10/04/musk-piano-pace-russia-ucraina/

Gli Usa: “C’è Kiev dietro l’attentato alla figlia di Dugin”

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Scoop clamoroso del New York Times sull’assassinio dello scorso agosto

di Matteo Milanesi

Dopo l’annessione delle quattro regioni ucraine, con referendum già ratificato dai deputati russi della Duma, arriva un nuovo decreto da parte di Vladimir Putin: la centrale nucleare di Zaporizhzhya è nella lista degli asset federali di Mosca. La città fa parte dell’omonimo oblast – uno dei quattro oblast del referendum di pochi giorni fa – ma ora il Cremlino ne ha ufficializzato la formale nazionalizzazione.

Nel frattempo, sul campo di battaglia, prosegue imperterrita l’offensiva ucraina. Parte delle forze russe avrebbe lasciato la città di Snigur Ivka, snodo ferroviario cruciale circa gli esiti del conflitto locale, nella regione di Mykolaiv, a cui si affianca l’inizio della “liberazione della regione di Lugansk”, così come riferito dal governo di Kiev.

Anche lo scenario internazionale continua a destare numerose preoccupazioni. Il portavoce alla presidenza di Putin, Peskov, ha affermato che gli Stati Uniti sono diventati “parte diretta del conflitto”, specificando la responsabilità della Casa Bianca nell’aver “creato una situazione molto pericolosa nel conflitto”.

Ed è proprio da Oltreoceano che arrivano clamorose notizie. Secondo l’intelligence americana, infatti, dietro all’omicidio di Daria Dugina, la figlia del filosofo nazionalista Aleksandr Dugin, da molti considerato l’ideologo di Putin, avvenuta poche settimane fa, ci sarebbe proprio l’esecutivo di Zelensky. “Parti del governo” di Kiev, stando a quanto riportato dal New York Times, avrebbero autorizzato l’attentato alla trentenne, che il 23 agosto è stata fatta saltare in aria nella sua macchina. Il quotidiano della Grande Mela ha però ribadito la totale estraneità di Washington all’assassinio, condannato anche dal Papa: “Gli Usa non hanno preso parte all’attacco, né fornendo informazioni, né altre forme di assistenza”, ma l’azione sarebbe un’operazione autonoma dei servizi segreti ucraini.

Il Nyt, inoltre, ha specificato come il reale obiettivo fosse il padre di Daria, Aleksandr. Intanto, il consigliere della presidenza ucraina ha ribadito la totale estraneità ai fatti del Paese, affermando: “In tempi di guerra, ogni omicidio deve avere un senso, tattico o strategico. Dugin non era un obiettivo tattico e strategico per l’Ucraina”.

Il giornale americano ha citato fonti dei servizi statunitensi; nei mesi scorsi, in effetti, si sono verificate alcune operazioni di Kiev, che sono state compiute all’oscuro degli alleati americani. A fine aprile, per esempio, Joe Biden contestò al governo Zelensky di non inviare i reali numeri del bollettino di guerra, sottostimando quelli ucraini e facendo il contrario con i feriti ed i decessi delle truppe russe.

Allo stesso tempo, rimane difficile pensare che membri dei servizi ucraini possano essere riusciti a raggiungere Mosca, in tempi di piena guerra, e programmare indisturbati un attentato nel fulcro della Federazione Russa. Sin da subito, il Cremlino ha incolpato il “regime nazista ucraino”; ma se la versione del New York Times fosse confermata, una della poche ipotesi plausibili potrebbe essere quella del tradimento da parte di una talpa russa, subordinata agli ordini del nemico di Kiev.

Il mistero continua a infittirsi. Ma non può essere escluso che la notizia venga poi utilizzata dai russi, come monito per azioni ben più “radioattive” di quelle attuate finora.

Matteo Milanesi, 6 ottobre 2022

La Germania esporta la sua crisi in una Europa in via di dissoluzione atlantica

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

La retorica dell’Europa unita, delle risposte comuni e della solidarietà europea indispensabile per affrontare le emergenze, si infrange dinanzi al piano di 200 miliardi stanziati dalla Germania per far fronte al caro energia e proteggere quindi famiglie ed imprese tedesche dagli effetti dei rincari energetici. I 200 miliardi di finanziamenti erogati dalla Germania contro il caro energia e l’inflazione (che si aggira attualmente intorno al 10%), costituiscono un programma di aiuti pubblici unilaterali. L’importo di 200 miliardi equivale al totale dei fondi del Pnrr concessi all’Italia in 6 anni e supera del 40% i 140 miliardi di entrate previsti per la tassa sugli extra profitti delle imprese energetiche. Tale manovra sarà finanziata dal Fondo di stabilizzazione dell’economia, ma sarà esclusa dal bilancio ordinario, così come gli investimenti di 100 miliardi stanziati dalla Germania per il riarmo. Pertanto, secondo la prassi tedesca ormai consolidata del ricorso agli artifici contabili, tali finanziamenti non costituiranno nuovo debito pubblico.

Chi sanzionerà la Germania?
Non si comprende tuttavia lo scalpore destato in sede europea dall’unilateralismo prevaricatore tedesco, da sempre praticato nella UE, in aperta violazione delle normative europee e a danno degli altri partner. Il ventennale primato tedesco in Europa si è potuto realizzare infatti solo mediante la sistematica violazione delle norme europee. La UE si è di fatto un’area unitaria di espansione economica tedesca.
L’export tedesco ha invaso l’Europa e destrutturato le economie degli altri paesi membri ignorando i limiti imposti ai surplus commerciali dai trattati europei. Le norme sulla concorrenza e sul divieto di aiuti di stato sono state da sempre eluse dalla Germania che, con il ricorso ai finanziamenti pubblici ha realizzato il salvataggio di un sistema bancario già inondato da titoli spazzatura e prossimo al default a seguito della crisi dei subprime del 2008. La Germania, con larghi sforamenti dei parametri di bilancio della UE, nel 2003 ha erogato sussidi a pioggia per sostenere la sua industria. La stessa Germania, con massicce concessioni di “credito facile” ai paesi del sud europeo ha provocato crisi del debito devastanti, salvo poi imporre alla Grecia politiche di austerity e rigore finanziario con annessa macelleria sociale, al fine di rientrare dei crediti insoluti.
La crescita esponenziale dell’export tedesco è inoltre dovuta alla adozione della moneta unica europea. Dato che la quotazione dell’euro sui mercati dei cambi dipende dall’andamento complessivo delle economie dell’intera Eurozona, l’export tedesco ha potuto giovarsi di un tasso di cambio assai favorevole, dal momento che il valore dell’euro è assai inferiore a quello che avrebbe avuto il marco. Al contrario la moneta unica penalizzato l’export dell’Italia, che con l’euro non ha più potuto giovarsi della flessibilità dei cambi.
La UE non ha prodotto crescita e stabilità in Europa, ma ha generato un trasferimento di ricchezza dal sud al nord dell’Europa e pertanto, alla crescita tedesca ha fatto riscontro il declassamento dei paesi più deboli.
Il primato tedesco è dunque frutto di una politica economica fraudolenta messa in atto dalla Germania. Ma chi, ieri come oggi, è in grado di sanzionare la Germania?

Il rapace nazionalismo tedesco e la dissoluzione prossima della UE
Lo stesso paradigma si ripropone nell’emergenza energetica. Il piano di finanziamenti tedesco di 200 miliardi è palesemente una erogazione di fondi pubblici a sostegno dell’economia tedesca in crisi, falcidiata dal caro energia e dall’inflazione. Si deve considerare che tutti i paesi della UE nelle fasi di crisi (sia pandemica che energetica), hanno fatto ricorso a programmi di sostegni pubblici. Emerge però una scandalosa sproporzione circa l’entità dei finanziamenti pubblici effettuati dai singoli paesi dal settembre 2021 al settembre 2022: la Germania ha stanziato 384,2 miliardi, la Gran Bretagna 238,4, la Francia 81,3, l’Italia 73,2, la Spagna 35,5.
Si rileva quindi che si è instaurata una vera e propria competizione tra gli aiuti di stato erogati dai singoli paesi, in cui gli effetti distorsivi della concorrenza hanno favorito le posizioni economiche dominanti della Germania e dei suoi alleati, a danno comunque dei paesi più deboli. L’Italia infatti ha ristretti spazi di manovra di bilancio a causa dell’elevato debito pubblico. L’economia italiana, inserita nella catena di valore dell’industria tedesca, si rivela particolarmente vulnerabile, dato che sarà penalizzata nella sua competitività, a causa dei più elevati costi energetici a carico delle imprese italiane. La Germania ha giustificato tale misura unilaterale di sostegno all’economia sulla base dei grandi spazi di manovra di bilancio, resi possibili dalla sua proverbiale virtuosità finanziaria rigorista. Ma certo è che la sua potenza finanziaria si è potuta realizzare mediante l’espansione dell’export e quindi in virtù di surplus commerciali prodottisi a discapito dell’Italia e di altri paesi.
La UE è dunque succube degli egoismi prevaricatori dei paesi economicamente più forti. La sua disunione è apparsa evidente nel rifiuto della Germania di aderire alla iniziativa dell’Italia, della Francia e di altri paesi per la fissazione di un tetto europeo al prezzo del gas. La Germania infatti, oltre a sostenere la sua economia con un gigantesco piano di aiuti pubblici, può giovarsi dei contratti a termine tuttora in vigore (ma in scadenza a fine anno), con la Russia per forniture di gas a basso prezzo.
L’Olanda ha espresso il suo rifiuto sia al price cup che alla proposta di disallineamento del prezzo del gas da quello dell’energia elettrica. L’Olanda è ovviamente intransigente, dati gli enormi profitti speculativi realizzati con il rialzo delle quotazioni dei titoli energetici alla borsa di Amsterdam. E la crisi energetica, come si sa, non è dovuta alla guerra ma alla speculazione finanziaria sul prezzo del gas.
La Norvegia, che non è membro della UE ma della Nato, ha innalzato il prezzo dell’esportazione di gas fino al 70% e il suo fondo sovrano ha ricavato profitti per circa 80 miliardi. Nella guerra e nella crisi esiste quindi una parte dell’Europa che si arricchisce a spese dell’altra.
E’ stata spesso esaltata la compattezza unitaria dimostrata dall’Europa dinanzi alla crisi pandemica, con la creazione di un debito comune europeo, con il varo cioè del Recovery fund. Ma sulla politica vaccinale della UE incombono ombre assai oscure. Si è rilevata la scarsa trasparenza delle trattative intercorse tra la Von der Leyen e il presidente della Pfizer Albert Bourla in merito all’acquisto dei vaccini, svoltesi attraverso una corrispondenza avvenuta tramite sms il cui contenuto è stato inspiegabilmente cancellato. Bourla non si è poi presentato per testimoniare dinanzi alla commissione sul Covid del parlamento europeo, che sta svolgendo indagini su tali trattative. E’ emerso altresì un palese conflitto di interessi che investe la Von der Leyen, il cui marito è dirigente della Orgenesis, società del settore biotech controllata dai fondi di investimento Vanguard e Black Rock, che a loro volta controllano anche la Pfizer. Il Recovery fund fu inoltre ostacolato dalla opposizione dell’Olanda e dei paesi frugali, che diedero il loro assenso in cambio della concessione nei loro confronti di sgravi fiscali da parte della UE.
Analoga politica non è stata invece replicata in occasione della crisi energetica. A causa della opposizione tedesca non verrà creato alcun fondo europeo a sostegno dei paesi in difficoltà per il caro energia. Dato che non verrà alla luce alcun fondo comune europeo per l’energia, ogni paese europeo dovrà far fronte alla crisi con le proprie risorse. I paesi della UE non sono produttori di materie prime né potenze finanziarie di rango mondiale. L’Europa ha costruito la sua potenza economica sull’industria manifatturiera. Quindi dovrà affrontare la crisi energetica mediante scostamenti di bilancio e manovre in deficit. Ma è evidente lo squilibrio di risorse finanziarie disponibili da parte della Germania rispetto agli altri paesi per implementare politiche fiscali atte a contrastare efficacemente l’impatto di questa crisi.
E’ dunque lecito definire la politica economica di Scholz come una forma di rapace nazionalismo fiscale che condurrà fatalmente alla dissoluzione di fatto della UE.

La Germania esporta la sua crisi
La guerra tra USA e Russia in Ucraina ha comportato un drastico ridimensionamento sia geopolitico e economico della Germania. La potenza economica tedesca ha potuto svilupparsi mediante la crescita del suo export, le forniture di gas russo a basso prezzo e le delocalizzazioni industriali nell’Europa orientale. La guerra e le successive sanzioni imposte alla Russia stanno determinando progressivamente la fine dei legami economici ed energetici tra la Germania e la Russia stessa. La guerra in Ucraina ha provocato parallelamente l’interruzione della via della seta su rotaia che collega la Cina con l’Europa (traversando l’Ucraina), e pertanto, sia l’export tedesco che le catene di approvvigionamento di semiconduttori, di materiali tecnologici e infrastrutturali per l’industria hanno subito un drastico tracollo. Il modello economico tedesco basato sull’export è in via di dissoluzione.
Questa guerra ha quindi indotto la Germania ad effettuare un suo riposizionamento sia economico che geopolitico nell’ambito della Nato. Scholz, in considerazione della scelta di campo atlantica e del ridimensionamento del ruolo economico e geopolitico della Germania, vuole tuttavia riaffermare il primato tedesco in Europa.
Con la crisi energetica la Germania ha imboccato la via della recessione. A causa dell’aumento dei prezzi del gas, l’inflazione si attesterà all’8,4% nel 2022 e all’8,8% nel 2023. Il Pil tedesco è in calo, la crescita si ridurrà nel 2022 all’1,4%, mentre nel 2023 è previsto un calo dello 0,4%. L’indice della fiducia dei consumatori (Esi), registra un calo di 3,5 punti ed ha raggiunto i minimi storici.
Scholz pertanto, dinanzi alla recessione incombente, al dissenso dilagante nell’opinione pubblica e alle scadenze elettorali prossime in alcuni laender tedeschi, ha varato questo piano di aiuti per 200 miliardi di fondi pubblici destinati alle imprese e ai cittadini onde far fronte al caro energia. Data la sperequazione dei costi energetici che si verificherà tra le imprese tedesche e quelle degli altri paesi della UE, la Germania ha messo in atto una manovra shock che si configura come una gigantesca operazione di dumping industriale e finanziario ai danni del resto dell’Europa. L’intento di Scholz è quello di arginare il declassamento economico della Germania scaturito dalla chiusura dei principali mercati dell’export tedesco e al rilevante calo di competitività subito dall’industria tedesca nei confronti del mercato americano. Il rafforzamento dell’export tedesco in Europa, realizzato manovre atte a produrre rilevanti distorsioni della concorrenza, sarà sufficiente a far fronte alla recessione interna e a colmare le perdite subite dall’export verso la Russia e i mercati asiatici? Certamente no. Il dumping tedesco infatti avrà solo l’effetto di esportare nella UE la sua stessa crisi. La recessione europea produrre solo decrementi della domanda che si ripercuoteranno negativamente anche sull’economia tedesca.
L’Italia è particolarmente esposta alla concorrenza sleale della Germania. In una Italia, già depauperata nella sua struttura industriale da decenni dalle manovre aggressive franco – tedesche, potranno verificarsi con la recessione incombente nuove crisi del debito, a cui faranno seguito rinnovate politiche di austerity. In tale contesto, si riproporranno nuove iniziative aggressive della Germania, da sempre ansiosa di appropriarsi del patrimonio immobiliare e del risparmio italiano, che è tra i più elevati d’Europa.

La strategia americana di aggressione all’Europa
L’Europa non sarà certo smembrata dalla politica di ricatto energetico di Putin, ma da un processo di decomposizione interna già in stato avanzato.
Occorre inoltre rilevare il silenzio doloso della Von der Leyen riguardo alle iniziative di nazionalismo predatorio della Germania. Si è solo limitata a retorici appelli all’unità della UE. Quella stessa Von der Leyen che ha sanzionato il sovranismo dell’Ungheria di Orban e si è resa responsabile di gravi ed indebite ingerenze nelle elezioni italiane affermando che “se le cose andranno in direzione difficoltosa, abbiamo gli strumenti per agire”, ora tace nei confronti del nazionalismo predatorio di Scholz.
In realtà, con la fine della Guerra fredda e l’espansione della Nato nell’est europeo, è venuta meno la rilevanza del ruolo strategico della Germania nel contenimento della Russia. Tale ruolo è oggi ricoperto dalla Polonia e dai paesi baltici che confinano direttamente con la Russia.
La guerra tra USA e Russia in Ucraina ha determinato il riposizionamento geopolitico dell’Europa nell’ambito della Nato in funzione russofobica. Ma, in perfetta coerenza con la strategia geopolitica americana, si sta verificando anche la decomposizione interna della UE. L’Europa, priva di una soggettività geopolitica autonoma nel contesto mondiale, ridimensionata nella sua potenza economica e resa dipendente dagli USA nel campo energetico, non potrà che frantumarsi progressivamente, dilaniata dalle conflittualità interne. Il declino dell’euro ne è una prova evidente. L’euro si sta svalutando nei confronti del dollaro a causa della politica antinflazionistica messa in atto dalla FED che comporta rialzi progressivi dei tassi di interesse. E i rialzi dei tassi deliberati dalla BCE avranno effetti devastanti su una economia europea in fase di recessione. Questa rincorsa della BCE ai rialzi dei tassi americani finirà col dissanguare l’Europa.
La strategia imperialista americana di aggressione all’Eurasia implica la destrutturazione dalla UE. La crisi economica incombente si tramuterà presto in crisi politico – istituzionale che coinvolgerà tutti i paesi europei. Esploderà anche una conflittualità sociale alimentata dall’accentuarsi delle diseguaglianze che si rivelerà insanabile. Emergeranno ben presto le responsabilità delle classi politiche riguardo alle suicide scelte atlantiste dell’Europa. Solo dalla dissoluzione interna della UE e dalla implosione del modello neoliberista potrà emergere la nuova Europa dei popoli e delle patrie europee. E’ questa una utopia? Ebbene, solo questa utopia può salvarci.

Guerra aperta

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di Lorenzo Merlo

Ora che i contendenti non sono più occultabili, e così la posta in gioco – egemonia mondiale americana, sopravvivenza della Russia e suo spazio nel mondo – anche le armi finora tenute a freno potrebbero avere occasione di uscire dal cassetto e far risuonare la loro voce in campo aperto.

Finora era stata una guerra chiusa. Nel senso che, agli angoli del quadrato, c’erano i contendenti chiusi entro il dibattito delle reciproche ragioni. Diritto internazionale, stato sovrano e questione interna per l’Ucraina, Accordi di Kiev, armamenti sul confine e nazismo antirussofono per la Russia.

Tra gli sfidanti, sul tappeto del ring, si sono succeduti diversi arbitri che non sono riusciti a ridurre lo scontro fino ad un accordo di pace.

In platea, a guardare l’incontro, il resto del mondo: inizialmente apparentemente estraneo e poi accalcatosi in curve opposte. Chi dava sostegno all’Ucraina e chi no. Chi si univa intorno all’idea della multipolarità e chi sbraitava per non perdere l’egemonia mondiale che – credeva – gli spettasse di diritto divino.

Agli angoli, la squadra americana sosteneva il proprio combattente, nonostante fosse più volte sembrato sul punto di cedere. Dall’altro lato, sapevano delle sostanze proibite che venivano somministrare all’uomo giallo-azzurro.

Il combattimento procedeva, il sangue versato non contava niente. Fuori dallo stadio, il tifo si diffondeva a macchia d’olio sull’irrefrenabile onda delle emozioni. Gli altoparlanti rivolti al mondo potevano dire qualunque cosa tornasse funzionale ai loro interessi, certi che sarebbero stati ascoltati e creduti. Lo scontro, che era praticamente globale, pareva procedere su un riff nel quale danzava la speranza che qualcuno o qualcosa potesse trovare come ridurre il conflitto, accontentare i contendenti e cessare di temere il peggio per loro e soprattutto per noi.

Alla faccia di quella speranza, neri assi sono usciti dalle maniche e ora sono sul tavolo.

Le corde che contenevano il ring hanno ceduto. Il campo che era chiuso ora è aperto. Le regole che valevano – o, per meglio dire, che erano presenti – non contano più nulla. Vale tutto.

I referendum delle repubbliche russofone – Crimea a parte, in quanto già consumato – e il sabotaggio dei gasdotti sono colpi sotto la cintola di uno scontro senza più spazio per alcun arbitro.

La mossa di Putin impone la legalizzazione del referendum per l’indipendenza del Kosovo del 17 febbraio 2008, finora ritenuto inaccettabile dalla Serbia, dalla Russia, dalla Cina e da molti altri paesi, europei e non (1). Permette, in linea teorica e legittima, un eventuale referendum per l’indipendenza di Taiwan e del Kurdistan, turco e non solo. Praticamente nuovi macelli potrebbero prendere la scena sul palco della storia.

Non a caso, Erdogan ha preso le distanze dalla scelta di Putin e Xin Pi: in stile confuciano, si è astenuto dal proferire parole a sostegno del presidente della Federazione russa.

Chi, a questo punto, volesse riconoscere i nuovi confini stabiliti dai referendum plebiscitari, contemporaneamente accenderebbe una miccia che altri popoli potrebbero raccogliere per dar fuoco alle loro polveri di autodeterminazione.

Dal lato opposto, i sabotaggi dei gasdotti non sono altro che un’azione già messa in conto dagli americani – chi storce il naso, spieghi bene cosa volessero dire le esplicite affermazioni del Sottosegretario di stato per gli affari politici Victoria Nuland e del presidente Biden (2) – per sparigliare la partita.

Questa, come la stampaccia di regime ha sempre negato, lasciando ai “miserabili del web” (3), antesignani inclusi (4), il dovere di farlo presente fin da subito, non è tra Ucraina e Russia. Riguarda l’egemonia sul mondo. Riguarda gli americani che, alla faccia delle critiche morali, hanno saputo elaborare e attuare una strategia di provocazioni a vario livello che, al momento, pare ancora valida.

Chi aveva pensato fin da subito che nei loro progetti, oltre all’indebolimento della Russia, c’era anche quello dell’Europa, forza industriale germanica in primis?

Un’Europa rivolta a Est non era mai stata così sconveniente per quella ontologica lotta egemonica a cui, fin dal Destino manifesto (5), gli americani non potevano rinunciare. Meglio prenderla al lazo.

Rompere i tubi a che altro potrebbe servire?

Note

(1)   Su 193 paesi facenti parte dell’ONU, 98 hanno formalmente riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. A questi si aggiungono Taiwan, le Isole Cook e il Niue, non membri dell’ONU. Hanno, invece, esteso e poi ritirato il loro riconoscimento i seguenti paesi: Suriname, Burundi, Papua Nuova Guinea, Lesotho, Comore, Dominica, Grenada, Isole Salomone, Madagascar, Palau, Togo, Repubblica Centrafricana, Ghana, Nauru, Sierra Leone.

Fra i 27 paesi dell’Unione Europea, 22 hanno riconosciuto l’indipendenza. Vi si oppongono ancora Spagna, Cipro, Grecia, Romania e Slovacchia.

(In caso di referendum che non dovessero ottenere l’indipendenza, il sostegno alla consultazione popolare da parte di stati terzi potrebbe sparigliare comunque il castello di carta dell’equilibrio geopolitico).

(2)   Nuland, 27 gennaio 2022: “Vorrei dire francamente: se la Russia invaderà l’Ucraina, in ogni caso, il Nord Stream 2 non funzionerà”. https://piccolenote.ilgiornale.it/mondo/il-sabotaggio-ai-gasdotti-e-la-profezia-della-nuland

https://www.youtube.com/shorts/igAfB8LdZaE

Biden, 7 febbraio 2022: “Se la Russia invade l’Ucraina, stop al gasdotto Nord Stream 2”.

https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/usa-biden-incontra-scholz-se-la-russia-invade-l-ucraina-stop-a-nord-stream-2_45480743-202202k.shtml

https://www.youtube.com/watch?v=b3fUd8hmgy8  https://www.youtube.com/watch?v=-pbMqY8xzfA

(3)   https://www.la7.it/otto-e-mezzo/rivedila7/guerra-di-bombe-e-di-propaganda-otto-e-mezzo-puntata-del-1632022-16-03-2022-429219 min. 5.21.

(4)   Giulietto Chiesa: Telegram, https://t.me/nonsiamoinvisibilicanale, 30/09/2022, h. 12.59.

(5)   Stephanson Anders, Destino manifesto – L’espansionismo americano e l’Impero del Bene, Milano, Feltrinelli, 2004

BIDEN ERA STATO CHIARO: “TOGLIEREMO DI MEZZO IL GASDOTTO NORD STREAM 2”

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Su segnalazione di alcuni lettori ed amici, ci sembra opportuno pubblicare questo articolo, molto interessante. Ovviamente non troverete traccia di tutto questo sui media mainstream. Per ascoltare e vedere i video, cliccare sul link della fonte a fine articolo.  (n.d.r.)

SULL’EUROPA SI STRINGE IL CAPPIO TRANSATLANTICO

Sull’attualità pesano come macigni gli equilibri scaturiti dalla seconda guerra mondiale. Lo scorso gennaio anche la diplomatica Victoria Nuland aveva dichiarato: “Se la Russia invaderà l’Ucraina, in ogni caso, il Nord Stream 2 non funzionerà”

di Jacopo Borgi per ComeDonChisciotte.org

Scrive ai suoi lettori la portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova:

Stai ancora cercando una risposta alla domanda, chi c’è dietro l’intero sanguinoso scenario ucraino, la distruzione della cooperazione europea e la crisi mondiale globale?

E sul suo canale Telegram allega un estratto video che ritrae la vice segretario di Stato Usa Victoria Nuland in una dichiarazione pubblica durante un briefing del 27 gennaio scorso (1):

Vorrei dire francamente: se la Russia invaderà l’Ucraina, in ogni caso, il Nord Stream 2 non funzionerà

27.01.2022. Il vice segretario di Stato Usa Victoria Nuland durante un briefing

Quando si sveglierà Bruxelles?” si chiede Zakharova, il giorno dopo che i gasdotti Nord Stream sono stati sabotati: un chiaro attacco al continente europeo, Germania in primis.

Separare la Germania dalla Russia e quindi l’Europa dal gigante eurasiatico, è sempre stato l’obiettivo primario degli Stati Uniti (e della Gran Bretagna), come confessò nel 2015, al Chicago Council on Global Affairs, il presidente della Stratfor George Friedman:

Il principale interesse per gli Stati Uniti, per cui per un secolo abbiamo combattuto le
guerre, Prima e Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda, consiste nella relazione
fra Germania e Russia, perché unite sono l’unica forza che ci possa minacciare e
dobbiamo assicurarci che questo non accada. (2)

Tramite le sanzioni contro Mosca e l’interruzione dei gasdotti che collegano direttamente la Germania alla Russia, si sta lavorando per l’isolamento dell’Europa e l’annientamento della sua industria: Germania e Italia su tutte.

A vantaggio di chi?

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden deve rispondere alla domanda se gli Stati Uniti abbiano messo in atto la loro minaccia il 25 e 26 settembre quando è stata segnalata un’emergenza su tre linee del Nord Stream 1 e del Nord Stream 2. (3)

La portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova ha chiesto quindi conto al presidente americano delle sue parole risalenti al 7 febbraio scorso, a pochi giorni di distanza dal discorso della Nuland. Quali?

Biden: “Se la Russia invade di nuovo l’Ucraina con truppe, carri armati, non esisterà più un Nord Stream 2. Lo toglieremo di mezzo per sempre“.

Giornalista: “Ma, esattamente, come farete, considerato che il progetto è sotto il controllo tedesco?”

Biden: “Le garantisco che siamo in grado di farlo”.

La sua dichiarazione di intenti era supportata da una promessa. Bisogna essere responsabili delle proprie parole. La mancata comprensione di ciò che si dice non esonera nessuno dalla responsabilità. L’Europa deve conoscere la verità!“. Ha concluso la portavoce del ministero degli esteri russo.

Già prima dell’attacco ai gasdotti, il capo della diplomazia di Mosca aveva rilasciato dichiarazioni di fuoco, proprio dalla sede Onu, a New York:

Adesso gli Stati Uniti sono parte del conflitto”. Quello che gli occidentali vogliono fare ”non è sconfiggerci. Vogliono toglierci dalle cartine, cancellarci dalle mappe”. ”Gli Stati Uniti e i loro alleati sono dei dittatori“. Quella di Washington ”è una dittatura pura o un tentativo di imporla”. (4)

Sergej Lavrov, 24 settembre 2022

Le ultime notizie riportano fonti governative tedesche che parlerebbero di “Nord Stream forse inutilizzabile per sempre” (5) dopo i danni che ha subìto nel tratto di mar Baltico tra Danimarca e Svezia.

Mentre il gigante eurasiatico ha avviato un’inchiesta per “terrorismo internazionale” e ottenuto per venerdì una riunione del Consiglio di sicurezza Onu in merito ai gravissimi fatti accaduti, ormai tutti parlano di sabotaggio. Ma il punto è: chi è stato?

Mosca e Washington si accusano a vicenda, mentre la Ue guidata dalla tedesca Ursula Van der Leyen supera ogni immaginazione: “La Russia deve pagare per questa ulteriore escalation“, dichiara mentre presenta l’ottavo pacchetto di sanzioni che rimbalzeranno contro gli europei. E mai verranno riconosciuti i “falsi” referendum organizzati nel Donbass (6).

La formazione di un oceanico mercato Usa/Ue è sempre stato l’orizzonte della costruzione europea, fortemente voluta da Washington (e Londra), formalizzato alla fine della Guerra Fredda con la Dichiarazione transatlantica del 22 novembre 1990.

Non solo interessi economici e valutari (l’euro è nato anche per fare da sparring partner al dollaro) ma anche una conformazione politica e militare – tramite la NATO – da sviluppare, perfezionare e mettere in comune.

Nel tempo, i tentativi per finalizzare sono stati tanti, in ultimo il famigerato TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership)  voluto da Obama e fermato da Trump nel 2018, anche se era stato avversato sia dalla Germania che dalla Francia. Di fatto, il trattato avrebbe significato fare del Vecchio Continente terra di deregolamentazione e business selvaggio modello Far West. Chi ha le multinazionali più potenti si sarebbe preso terre vergini e inesplorate attraverso la deregolamentazione della finanza, dell’alimentazione, dell’industria, dei servizi, che avrebbe ridotto le imprese ed i lavoratori europei alla stregua degli indiani d’America: vittime della conquista e dei voleri del più forte. Coi singoli Stati costretti ad arbitrati internazionali, portati in giudizio dalle Corporation, se non avessero provveduto opportunamente ad aprire le proprie economie secondo gli accordi sottoscritti in sede internazionale.

Di pari passo al governo Usa, il cui Segretario al Tesoro Janet Yellen ha molto di recente svelato i piani per la creazione di una CBDC (valuta digitale emessa da Banca Centrale), il potente think tank di Washington DC, Atlantic Council ha proposto “una nuova agenda transatlantica per il coordinamento economico” (27 settembre 2022), che non esclude scenari valutari comuni:

Stati Uniti e UE dovrebbero collaborare per creare un contesto normativo che consenta CBDC transfrontalieri che preservano la privacy. Washington e Bruxelles dovrebbero cogliere questa opportunità per stabilire finalmente un quadro transatlantico sulla privacy e chiarire come può consentire la prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo. Il lavoro transatlantico sulle CBDC, proprio come sulle sanzioni e sul commercio, dovrebbe sfruttare lo slancio dietro le risposte politiche immediate a grandi shock al fine di costruire una strategia a medio e lungo termine. Questa strategia non deve ignorare le sfide reali dell’inflazione e delle prospettive di bassa crescita; deve anche costruire ponti con le economie non allineate, piuttosto che costringerle a scegliere tra Cina e Occidente (7)

La CBDC ha lo scopo ultimo far aprire al cittadino il proprio conto corrente direttamente presso la Banca Centrale: diverrebbe così cliente di un sistema centralizzato “dove tutta la valuta emessa è disponibile soltanto attraverso flussi digitali su conti giacenti presso un’unica banca“, senza intermediari; ciò eliminerebbe quindi gli istituti di credito commerciali ordinari, e affiderebbe il controllo pressochè assoluto –  di quel conto corrente e quindi del denaro –  ad un’unica autorità.

L’attuale crisi europea scatenata dalle sanzioni anti russe, dall’aver liberalizzato il mercato dell’energia agganciandolo alle speculazioni di borsa, il recente sabotaggio ai gasdotti Nord Stream, stanno portando sempre più l’Europa ad aver bisogno degli Stati Uniti d’America, in termini di energia e di economia: magari non tardissimo ci proporranno un trattato. E stavolta, forse, non avremo alternative alla firma.

Formuliamo nuovamente al lettore il quesito iniziale, facendolo nostro:

“Stai ancora cercando una risposta alla domanda, chi c’è dietro l’intero sanguinoso scenario ucraino, la distruzione della cooperazione europea e la crisi mondiale globale?”

Se il contenitore geopolitico Ue era stato costruito principalmente in funzione antisovietica per tenere separate la Germania e l’Europa (dell’ovest) dalla Russia, oltrechè per favorire l’apertura dei mercati e l’atlantismo globalizzante e finanziarizzato, oggi – al solito – la Storia si ripete. Ma stavolta la Guerra sembra proprio più calda che mai.

Il sogno europeo e le missioni di pace sono i prodotti dell’Impero del Bene; per fortuna i cattivi stanno sempre e soltanto dall’altra parte.

Intanto l’Europa rischia di diventare l’altro giardino di casa degli Stati Uniti, una copia – un pò più sofisticata e attempata, ma non meno sofferente e saccheggiata – dell’America Latina.

Di Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org

29.09.2022

NOTE

(1) = https://t.me/MariaVladimirovnaZakharova/3820

(2) = https://www.youtube.com/watch?v=QeLu_yyz3tc

(3) = https://t.me/MariaVladimirovnaZakharova/3818

(4) = https://www.adnkronos.com/ucraina-lavrov-russofobia-grottesca_6FiQVMP8euMwfln1kaRf2n?refresh_ce

(5) = https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2022/09/28/berlino-nord-stream-forse-inutilizzabile-per-sempre_a71a0f13-897c-4f0c-8429-70380da6f6bf.html

(6) = Ibidem

(7) = https://www.atlanticcouncil.org/blogs/new-atlanticist/from-sanctions-to-digital-currencies-heres-a-new-transatlantic-agenda-for-economic-coordination/

 

 

Fonte: Biden era stato chiaro: “Toglieremo di mezzo il gasdotto Nord Stream 2”. Sull’Europa si stringe il cappio transatlantico – Come Don Chisciotte

LA GUERRA INUTILE DI WASHINGTON PER CONTO DI UNA FALSA NAZIONE

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QUINTA COLONNA

di David Stockman – AntiWar.com – 28 settembre 2022

I messaggi arrivano forti e chiari oggi: dal crollo della sterlina, al ripudio dei governi di establishment in Italia, Svezia e altri ancora, fino all’appello del Primo Ministro ungherese Orban a porre fine alla guerra delle sanzioni e a farlo subito.

Quindi, parliamoci chiaro: l’insensato intervento di Washington nella disputa intestina tra Russia e Ucraina e la guerra delle sanzioni globale che l’accompagna è sicuramente il progetto più stupido e distruttivo che sia nato sulle rive del Potomac nei tempi moderni. E gli architetti di questa perfida follia – Biden, Blinken, Sullivan, Nuland e altri – non possono essere condannati abbastanza duramente.

Dopo tutto, questa follia viene perseguita in nome di norme politiche astratte – lo Stato di diritto e la santità dei confini – che rendono Washington uno zimbello. Più di ogni altra nazione sul pianeta (e di gran lunga), negli ultimi decenni ha violato questi standard in modo grave e palese per decine di volte.

Tra le altre azioni, gli interventi di Washington in Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen, Siria, Somalia, ecc. non sono stati solo inutili, ma anche un’evidente violazione dello stesso Stato di diritto e della sacralità dei confini su cui Washington si batte sempre più strenuamente.

Inoltre, crogiolandosi in questa sguaiata ipocrisia, Washington ha abbandonato ogni parvenza di buon senso sul perché questo conflitto sia avvenuto e sul perché sia del tutto irrilevante per la sicurezza nazionale della nazione americana o, se vogliamo, anche dell’Europa.

Il fatto fondamentale è che, a parte il periodo storicamente breve del ferreo dominio comunista durante l’era sovietica, l’Ucraina non è mai stata uno Stato nazionale all’interno dei suoi confini post-1991. Infatti, per oltre 275 anni prima del 1918, gran parte dei suoi territori erano terre di confine, vassalli e vere e proprie province della Russia zarista.

Non abbiamo quindi a che fare con l’invasione di uno Stato di lunga data, etnicamente e linguisticamente coerente, da parte del suo aggressivo vicino, ma con il pot-pourri di lingue, territori, economie e storie separate che sono state tritate insieme da brutali governanti comunisti tra il 1918 e il 1991.

Di conseguenza, l’inverno buio e freddo del collasso stagflazionistico in Europa, che si avvicina rapidamente, non è fatto in eroica difesa dei grandi principi proposti da Washington e dalla NATO. Al contrario, si tratta di un’inutile e sporca attività di conservazione di un ignobile status quo ante che è stato creato nelle terre a nord del Mar Nero, non dal normale corso dell’evoluzione storica e dell’accrescimento degli Stati nazionali, ma dalle mani sanguinarie di Lenin, Stalin e Kruscev.

In ogni caso, i costi economici impressionanti per la gente comune d’Europa nel perseguire uno scopo così inconsistente ed illegittimo stanno iniziando ad essere avvertiti dalle vittime a lungo sofferenti dei governanti elitari di Bruxelles. Da qui il tuono delle elezioni italiane di questo fine settimana e l’appello parallelo di Viktor Orbán all’Unione Europea affinché elimini le sanzioni e quindi potenzialmente riduca i prezzi dell’energia della metà in un colpo solo.

Orbán non è nemmeno l’unico a chiedere la fine delle sanzioni: anche il primo ministro greco Kyriakos Mitsotaki ha chiesto l’abrogazione delle sanzioni russe. Altri leader politici, come Matteo Salvini, che guida il partito conservatore della Lega e sarà una forza importante nel nuovo governo italiano, affermano che l’Europa ha bisogno di un “ripensamento” sulle sanzioni alla Russia a causa delle pesantissime ricadute economiche.

Allo stesso modo, anche il partito conservatore Alternativa per la Germania (AfD) spinge per la fine delle sanzioni e per la riapertura dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 (ma che strano, i gasdotti sono saltati, N.d.T.) a causa dell’aumento dei costi energetici in Germania. Il membro dell’AfD al Bundestag, Mariana Harder-Kühnel, ad esempio, ha recentemente fatto eco all’appello di Orbán.

“La burocrazia dell’UE ha tirato fuori le sanzioni e ora siamo noi a pagare il conto”, ha dichiarato.

In questo contesto, il crollo della sterlina inglese, che si è verificato da venerdì sul mercato ForEx parla più di ogni altra cosa.

La sterlina britannica è rapidamente precipitata al livello più basso di sempre all’inizio di questa mattina, toccando 1,0349 dollari durante le ore di negoziazione asiatiche, superando il precedente minimo storico del 1985. Inoltre, il crollo odierno ha fatto seguito a quello del 3% di venerdì scorso, dopo che il nuovo governo Truss aveva annunciato ampi tagli alle tasse e un massiccio salvataggio energetico per imprese e privati.

Allo stesso modo, il prezzo del debito pubblico britannico è sceso di pari passo con la sterlina, con rendimenti in forte aumento anche oggi. Il titolo di Stato a 10 anni rendeva il 4,11%, con un aumento di 28 punti base rispetto a venerdì e uno sbalorditivo 342% rispetto al rendimento dello 0,93% di un anno fa.

uk_10_y_bondRendimento titolo di stato decennale britannico

A scanso di equivoci, ecco l’andamento della sterlina negli ultimi dodici mesi. Questo è un enorme “pollice verso” da parte dei mercati ForEx, se mai ce n’è stato uno.

uk_10_y_poundAndamento della sterlina inglese negli ultimi dodici mesi

Ma il punto rilevante non sono tutte le chiacchiere keynesiane “sull’errore” di abbassare l’aliquota fiscale massima del 45% e di eliminare altri disincentivi al lavoro e agli investimenti che portano le aliquote marginali britanniche al 60%. Queste riduzioni delle schiaccianti aliquote fiscali che i governi conservatori e laburisti hanno eretto in cima allo sfarzoso Welfare State del Regno Unito erano attese da tempo e, di fatto, stimoleranno un’attività economica compensativa.

Ciò che in realtà distruggerà i resti della sostenibilità fiscale del Regno Unito è il piano assolutamente folle della Truss di congelare tutti i prezzi dell’energia per tutti i cittadini e le imprese, con un costo di oltre 200 miliardi di dollari all’anno o del 5% del PIL.  Ma questa è una follia neocon galoppante.

Se Londra vuole alleviare ai propri consumatori i prezzi esorbitanti dell’energia e delle altre bollette, deve solo seguire il consiglio di Orban e porre fine alla sua guerra di sanzioni contro le esportazioni russe di energia, cibo e altre materie prime. E non costerebbe un centesimo all’erario.

In altre parole, il crollo della sterlina dovrebbe essere un campanello d’allarme generale per l’Europa e anche per Washington. Dichiarando guerra al commercio produttivo e pacifico con la Russia che prevaleva in precedenza, i leader europei – soprattutto il nuovo governo del Regno Unito – hanno sacrificato la propria prosperità e il tenore di vita dei loro cittadini a favore di un regime prodigiosamente corrotto e antidemocratico a Kiev, dedito a preservare intatto nulla di più nobile della mano morta del vecchio Presidium sovietico.

O come ha giustamente riassunto il nostro amico James Howard Kunstler:

“Accettiamo il fatto che il luogo chiamato Ucraina non è mai stato affare dell’America. Per secoli l’abbiamo ignorata, attraverso tutte le colorate cariche di cavalleria di turchi e tartari, il regno degli audaci cosacchi zaporoziani, i crudeli abusi di Stalin, poi di Hitler, e gli anni grigi e spenti da Krusciov a Eltsin. Ma poi, dopo aver distrutto l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, la Somalia e vari altri luoghi per un grande gioco egemonico, i guerrafondai professionisti della nostra terra e i loro catamiti a Washington hanno fatto dell’Ucraina il loro prossimo progetto speciale. Hanno architettato il colpo di Stato del 2014 a Kiev, che ha spodestato il presidente regolarmente eletto, Yanyukovich, per creare un gigantesco supermercato di truffe e di riciclaggio internazionale. L’altro obiettivo strategico era quello di preparare l’Ucraina all’adesione alla NATO, che l’avrebbe resa, di fatto, una base missilistica avanzata proprio contro il confine con la Russia. Perché, beh, Russia, Russia, Russia!”

Torniamo quindi alla questione in oggetto: ogni elezione presidenziale ucraina dal 1991 ha rivelato una nazione radicalmente divisa tra popolazioni filorusse a Est e a Sud e nazionalisti antirussi al centro e a Ovest. Quando il pugno di ferro del regime comunista è stato rimosso, infatti, l’Ucraina è diventata un territorio che anelava a essere suddiviso in giurisdizioni di governo più facilmente accessibili.

Per esempio, ecco i risultati delle elezioni del 2010 che hanno portato un politico filo-russo alla presidenza e che hanno dato origine al putsch di Washington durante la rivolta di Piazza Maidan che ha presto portato il Paese alla guerra civile.

2010_vote_ukraineRisultati delle elezioni del 2010 in Ucraina

La mappa sopra riportata rende a malapena giustizia alle cifre reali. In molte delle aree gialle, che sostenevano Julia Tymoshenko, il voto era stato dell’80% o più a favore della candidatura nazionalista di quest’ultima, mentre in gran parte dell’area blu la vittoria del filo-russo Viktor Yanukovych aveva le stesse percentuali.

Ma non si è trattato di un caso isolato di politica elettorale a breve termine: si tratta in realtà della recrudescenza del modo in cui la finta nazione ucraina è stata messa insieme negli ultimi tre secoli.

Prima della fine della prima guerra mondiale, non esisteva uno Stato ucraino. Come le politiche artificiali e insostenibili della Cecoslovacchia e della Jugoslavia, create a Versailles da politici che servivano i propri interessi (in particolare da Woodrow Wilson, in cerca di voti a casa propria), l’Ucraina era un prodotto dell’ingegneria geopolitica, in questo caso dei nuovi governanti dell’Unione Sovietica.

In effetti, la provenienza storica “dell’Ucraina” può essere descritta in poche parole. Quella che sarebbe diventata l’Ucraina si unì alla Russia nel 1654, quando Bohdan Khmelnitsky, un atamano dell’Armata Zaporozhiana (traduzione forzata dell’originale Zaporozhian Host, N.d.T.), presentò una petizione allo zar russo Alessio affinché accettasse l’Armata Zaporozhiana nella Russia. In altre parole, la Russia imperiale diede origine all’odierna aggregazione dell’Ucraina annettendo al suo servizio i temibili guerrieri cosacchi che abitavano la sua regione centrale.

L’esercito e il piccolo territorio allora sotto il controllo dell’atamano furono chiamati “u kraine”, che in russo significa “ai margini”, un termine che era nato nel XII secolo per descrivere le terre al confine con la Russia.

Nei 250 anni successivi, l’espansionismo degli zar aggiunse sempre più territori adiacenti, designando le regioni orientali e meridionali come “Novorussiya” (Nuova Russia), territori che includevano la Crimea che Caterina la Grande acquistò dagli Ottomani nel 1783.

In altre parole, all’epoca dell’indipendenza dell’America, il cuore dell’odierna Ucraina era governato dal lungo braccio dell’autocrazia zarista.

Dopo la rivoluzione bolscevica, naturalmente, la mappa cambiò radicalmente. Nel 1919 Lenin creò lo Stato socialista dell’Ucraina su parte del territorio dell’ex Impero russo. L’Ucraina divenne ufficialmente la Repubblica Popolare Ucraina con capitale Kharkov nel 1922 (spostata a Kiev nel 1934).

Di conseguenza, il nuovo Stato comunista fagocitò la Novorussiya per le porzioni orientali e meridionali dell’area verde nella mappa mostrata più sotto, comprese le regioni di Donetsk e Lugansk, nonché le regioni di Kherson e Zaporizhzhia che si affacciano sul Mar d’Azov e sul Mar Nero e che sono i luoghi degli odierni referendum di secessione sponsorizzati dalla Russia.

Successivamente, nel 1939, in seguito al famigerato Patto nazi-sovietico, Stalin poté annettere i territori orientali della Polonia, come indicato dalle aree gialle della mappa. In questo modo, il territorio storico della Galizia e la città polacca di Lvov furono incorporati nell’Ucraina con un decreto congiunto di Stalin e Hitler.

Nel giugno del 1940 la Romania ottenne da Stalin l’annessione della Bucovina settentrionale (area marrone). Infine, alla conferenza di Yalta del 1945, su insistenza di Stalin presso Churchill e Roosevelt, anche la Rutenia ungherese dei Carpazi fu incorporata nell’Unione Sovietica e aggiunta all’Ucraina.

L’insieme di queste confische staliniane è oggi noto come Ucraina occidentale, la cui popolazione comprensibilmente non va d’accordo con i russi. Allo stesso tempo, l’85% della popolazione di lingua russa che abita la zona viola (Crimea) fu regalata all’Ucraina da Kruscev nel 1954 proprio per prolungare la sua adesione alla dittatura comunista.

Ciò nonostante, dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, l’Ucraina ha ereditato questi confini confezionati dal comunismo, all’interno dei quali si trovavano circa 40 milioni di russi, polacchi, ungheresi, rumeni, tartari e innumerevoli altre nazionalità minori, tutti intrappolati in un Paese appena dichiarato in cui non desideravano particolarmente risiedere.

ukraine_territoryEvoluzione territoriale dell’Ucraina

In effetti, il motivo per cui lo sfortunato Stato “dell’Ucraina” ha bisogno di un aiuto nella divisione, non di una guerra per preservare il lavoro di zar e commissari, è stato ben riassunto da Alexander G. Markovsky su American Thinker:

“L’odierna guerra civile ucraina è quindi notevolmente aggravata dal fatto che, a differenza di società pluralistiche come gli Stati Uniti, il Canada, la Svizzera e la Russia, che sono tolleranti nei confronti di culture, religioni e lingue diverse, l’Ucraina non lo è. Non sorprende che la devozione al pluralismo non sia il suo forte. Anche se il regime di Kiev non aveva radici storiche nel territorio in cui si trovava, dopo aver dichiarato l’indipendenza ha imposto le regole ucraine e la lingua ucraina ai non ucraini.

Di conseguenza, i sentimenti filorussi – che vanno dal riconoscimento dello status ufficiale della lingua russa alla vera e propria secessione – sono sempre stati prevalenti in Crimea e nell’Ucraina orientale. L’Ucraina occidentale ha sempre gravitato verso le sue radici polacche, rumene e ungheresi. Enfaticamente anti-russa, la Polonia potrebbe non perdere questa opportunità strategica per riacquistare il proprio territorio e vendicare l’umiliazione inflitta dalla Conferenza di Yalta.

L’insistenza dell’Occidente nel mantenere lo status quo dei confini ucraini stabiliti da Lenin, Stalin e Hitler mette in luce lo scollamento tra dottrina strategica e principi morali. 

I polacchi non fanno mistero delle loro ambizioni. Il presidente polacco Andrzej Duda ha recentemente dichiarato: “Per decenni, e forse, Dio non voglia, per secoli, non ci saranno più confini tra i nostri Paesi – Polonia e Ucraina. Non ci saranno confini!”.

Neppure la Romania resta molto indietro, soprattutto alla luce del fatto che molti abitanti dell’ex Bucovina settentrionale hanno già il passaporto rumeno.

Il territorio dell’Ucraina è un mosaico di terre altrui. Se vogliamo fermare questa guerra folle e garantire la pace in Europa, invece di definire una farsa il referendum sponsorizzato dalla Russia nell’Ucraina orientale, dovremmo condurre un referendum onesto in tutti i territori contesi sotto l’egida delle Nazioni Unite e lasciare che il popolo decida quale governo vuole.”

Inutile dire che la spartizione del falso Stato ucraino non è neanche lontanamente nei pensieri di Washington. Dopo tutto, eliminerebbe l’ultima ragione neocon per diffondere la benedizione della guerra perenne alle zone più belle del pianeta.

dave_stockman David Stockman è stato per due mandati deputato del Michigan. È stato anche direttore dell’Ufficio di gestione e bilancio sotto il presidente Ronald Reagan. Dopo aver lasciato la Casa Bianca, Stockman ha avuto una carriera ventennale a Wall Street.

 

Link: https://original.antiwar.com/David_Stockman/2022/09/27/washingtons-pointless-war-on-behalf-of-a-fake-nation/

La Guerra è appena iniziata

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Segnalazione di Federico Prati

di Big Serge
bigserge.substack.com

Per diversi giorni ho cercato di raccogliere le idee sulla guerra russo-ucraina e di condensarle in un altro pezzo di analisi, ma i miei sforzi sono stati costantemente frustrati dall’ostinato rifiuto della guerra di stare ferma. Dopo un lento e progressivo rallentamento per gran parte dell’estate, gli eventi hanno cominciato ad accelerare, richiamando alla mente una famosa battuta di Vladimir Lenin: “Ci sono decenni in cui non succede nulla e ci sono settimane in cui succedono decenni.”

Questa è stata una di quelle settimane. È iniziata con l’inizio dei referendum in quattro ex oblast ucraini per decidere se aderire o meno alla Federazione Russa, accompagnati dall’annuncio di Putin che i riservisti sarebbero stati richiamati per aumentare il dispiegamento di forze in Ucraina. Un’ulteriore agitazione è scaturita dai fondali del Baltico con la misteriosa distruzione degli oleodotti Nordstream. Circolano voci sul nucleare, mentre la guerra sul campo continua.

Nel complesso, è chiaro che ci troviamo attualmente nel periodo di transizione verso una nuova fase della guerra, con un maggiore dispiegamento di forze russe, regole di ingaggio ampliate e un’intensità maggiore. La seconda stagione dell’Operazione militare speciale incombe, e con essa l’inverno di Yuri:

The Big Serge Pledge

Special Military Operation, Season 2: The Winter of Yuri pic.twitter.com/iKHrmTppV6

— Big Serge ☦️🇺🇸🇷🇺 (@witte_sergei) September 27, 2022

Cerchiamo di elaborare gli sviluppi delle ultime settimane e di fare il punto sulla possibile evoluzione della situazione in Ucraina.

Annessioni

L’evento chiave al centro della recente escalation è stato l’annuncio di indire referendum in quattro regioni (Donetsk, Lugansk, Zaporizhia e Kherson) per decidere sulla questione del loro ingresso nella Federazione Russa. L’implicazione era ovviamente che se i referendum fossero andati a buon fine (una questione che non è mai stata in dubbio), queste regioni sarebbero state annesse alla Russia. Sebbene siano circolate alcune voci secondo cui la Russia avrebbe ritardato l’annessione, ciò non è mai stato realmente plausibile. Consentire a queste regioni di votare a favore dell’adesione alla Russia per poi lasciarle fuori al freddo sarebbe enormemente impopolare e solleverebbe seri dubbi sull’impegno della Russia nei confronti della popolazione ucraina.

L’annessione formale è una certezza, magari non il 30 settembre come si dice, ma entro la prossima settimana.

Tutto questo è piuttosto prevedibile e completa il primo livello di annessioni di cui avevo discusso nelle analisi precedenti. Il ragionamento non è particolarmente complesso: liberare il Donbass e mettere in sicurezza la Crimea erano gli obiettivi minimi assoluti della Russia per la guerra, e mettere in sicurezza la Crimea richiede sia un ponte terrestre con collegamenti stradali e ferroviari (oblast di Zaporizhia) sia il controllo delle fonti d’acqua della Crimea (Kherson). Questi obiettivi minimi sono stati ora formalmente designati, anche se, naturalmente, l’Ucraina mantiene alcune attività militari su questi territori e dovrà essere sloggiata.

La mappa di annessione di Big Serge: Fase 1 completata

Penso, tuttavia, che la gente abbia perso di vista il significato dei referendum e delle conseguenti annessioni. I discorsi occidentali si sono concentrati sull’illegittimità del voto e sull’illegalità di qualsiasi annessione, ma questo non è molto interessante o importante. La legittimità dell’annessione deriva dal fatto che l’amministrazione russa possa o meno avere successo in queste regioni. La legittimità, in quanto tale, è solo una questione di efficacia del potere statale. Lo Stato è in grado di proteggere, estrarre e giudicare?

In ogni caso, ciò che è molto più interessante dei tecnicismi dei referendum è ciò che la decisione di annettere queste regioni dice sulle intenzioni russe. Una volta annesse formalmente, queste regioni saranno considerate dallo Stato russo come territorio russo sovrano, soggetto a protezione tramite l’intera gamma delle capacità russe, comprese (nello scenario più terribile e improbabile) le armi nucleari. Quando Medvedev lo aveva sottolineato, la cosa era stata bizzarramente interpretata come una “minaccia nucleare,” ma ciò che in realtà stava cercando di comunicare è che questi quattro oblast diventeranno parte della definizione minima di integrità dello Stato russo – in altre parole, non saranno negoziabili.

Credo che il modo migliore per formulare la questione sia il seguente:

L’annessione conferisce una designazione formale del fatto che un territorio è stato ritenuto esistenzialmente importante per lo Stato russo e [ogni minaccia nei suoi confronti] sarà interpretata come se l’integrità della nazione e dello Stato fosse a rischio.

Chi si fissa sulla “legalità” dei referendum (come se esistesse una cosa del genere) e sul presunto ricatto nucleare di Medvedev non coglie questo punto. La Russia ci sta dicendo dove si trova attualmente il limite delle sue condizioni minime di pace. Non se ne andrà senza almeno questi quattro oblast e considera la possibilità di utilizzare l’intera gamma di capacità dello Stato per raggiungere questo obiettivo.

Generazione di forze

La mossa di indire i referendum ed eventualmente annettere il territorio di sud-est è stata accompagnata dall’atteso annuncio di Putin di una “mobilitazione parziale.” In apparenza, l’ordine iniziale richiama solo 300.000 uomini con precedenti esperienze militari, ma la porta è stata lasciata aperta per ulteriori incrementi a discrezione dell’ufficio del presidente. Implicitamente, Putin può ora aumentare la mobilitazione come meglio crede senza dover fare ulteriori annunci o firmare ulteriori documenti. Questo è simile al Lend-Lease americano o all’”Autorizzazione all’uso della forza militare” in America, dove la porta viene aperta una volta sola e il presidente è poi libero di muoversi a piacimento, senza nemmeno informare il pubblico.

Era sempre più chiaro che la Russia doveva aumentare il proprio dispiegamento di forze. Il successo dell’Ucraina verso il fiume Oskil è stato reso possibile dalla scarsità di truppe russe. L’esercito russo aveva completamente svuotato l’oblast di Kharkiv, lasciando solo una sottile forza di controllo composta da guardie nazionali e milizie dell’LNR. Nei luoghi in cui l’esercito russo aveva scelto di schierare consistenti formazioni regolari, i risultati sono stati disastrosi per l’Ucraina: la famigerata controffensiva di Kherson si è trasformata in un poligono di tiro per l’artiglieria russa, mentre l’esercito ucraino ha continuato inutilmente a far affluire uomini in una testa di ponte senza speranza ad Andriivka.

Un tiro al bersaglio

Finora, in questa guerra, l’Ucraina ha ottenuto due grandi successi nella riconquista del territorio: il primo in primavera, intorno a Kiev, e ora la riconquista a fine estate dell’oblast di Kharkov. In entrambi i casi, i Russi avevano preventivamente svuotato i settori. Non abbiamo ancora visto un’offensiva ucraina di successo contro l’esercito russo in posizione difensiva. La soluzione più ovvia, quindi, è quella di aumentare il dispiegamento di forze in modo che non sia più necessario sottopotenziare sezioni del fronte.

L’aumento iniziale di 300.000 uomini inganna un po’. Non tutti i richiamati saranno inviati in Ucraina. Molti resteranno in Russia in servizio di presidio, in modo da poter far ruotare in Ucraina le formazioni già pronte. Pertanto, è probabile che vedremo più unità russe arrivare nel teatro bellico molto prima del previsto. Inoltre, molte delle unità originariamente impegnate in Ucraina sono state allontanate dal fronte per essere reintegrate e fatte riposare. L’entità e il ritmo della nuova generazione di forze russe sarà probabilmente sconvolgente. Nel complesso, la tempistica dell’aumento degli effettivi russi coincide con l’esaurimento delle capacità ucraine.

L’Ucraina ha trascorso l’estate inviando i suoi coscritti di secondo livello sul fronte del Donbass, mentre raccoglieva amorevolmente le armi donate dalla NATO e addestrava le unità [di primo livello] nelle retrovie. Con il generoso aiuto della NATO, l’Ucraina è stata in grado di accumulare forze per due offensive su larga scala: una a Kherson (che è fallita in modo spettacolare) e una a Kharkov (che è riuscita a superare la forza di protezione russa e a raggiungere l’Oskil). Gran parte della potenza di combattimento accuratamente accumulata è ora scomparsa o degradata. Sono circolate voci di una terza offensiva verso Melitipol, ma l’Ucraina non sembra avere la potenza di combattimento per realizzarla e forti forze russe sono nella regione dietro linee difensive già pronte.

Nel complesso, quindi, la finestra per le operazioni offensive dell’Ucraina si è chiusa e quel poco che rimane si sta chiudendo rapidamente. L’ultima zona di intense operazioni ucraine è quella intorno a Lyman, dove gli aggressivi attacchi ucraini non sono finora riusciti né a prendere d’assalto né a circondare la città. È ancora possibile che l’Ucraina prenda Lyman e consolidi il controllo di Kupyansk, ma questo rappresenterebbe probabilmente il culmine della capacità offensiva ucraina. Per ora, l’area intorno a Lyman è una zona mortale che espone le truppe ucraine attaccanti al fuoco aereo e terrestre russo.

La visione su larga scala dei rapporti di forza è la seguente:

L’Ucraina ha esaurito gran parte della potenza di combattimento accumulata con l’aiuto della NATO durante l’estate e avrà urgente bisogno di ridurre l’intensità dei combattimenti per rifornirsi e riarmarsi, proprio nel momento in cui la potenza di combattimento russa nel teatro bellico inizierà ad aumentare.

Contemporaneamente, la capacità della NATO di armare l’Ucraina sta per esaurirsi. Analizziamo questo aspetto più da vicino.

L’esaurimento della NATO

Uno degli aspetti più affascinanti della guerra in Ucraina è la misura in cui la Russia è riuscita a distruggere l’hardware militare della NATO senza combattere una guerra diretta contro le forze della NATO. In una precedente analisi avevo descritto l’Ucraina come una forza vampiresca che ha invertito la logica della guerra per procura; è un buco nero che risucchia l’equipaggiamento della NATO per farlo distruggere.

Le scorte a cui attingere per continuare ad armare l’Ucraina sono ormai molto limitate. La rivista Military Watch ha notato che la NATO ha svuotato il vecchio parco carri armati del Patto di Varsavia, rimanendo priva di mezzi corazzati sovietici da donare all’Ucraina. Una volta che queste scorte saranno completamente esaurite, l’unica opzione sarà quella di fornire all’Ucraina carri armati occidentali. Questo, tuttavia, è molto più difficile di quanto sembri, perché richiederebbe non solo riaddestrare completamente le squadre dei carristi, ma anche una selezione completamente diversa di munizioni, pezzi di ricambio e strutture di riparazione.

I carri armati non sono però l’unico problema. L’Ucraina sta ora affrontando una grave carenza di artiglieria convenzionale a tubo. All’inizio dell’estate, gli Stati Uniti avevano regalato un certo numero di obici da 155 mm, ma con le scorte di cannoni e proiettili in diminuzione, di recente [gli Ucraini] sono stati costretti a ricorrere a pezzi trainati di calibro e qualità inferiore. Dopo l’annuncio di un’altra tranche di aiuti il 28 settembre, gli Stati Uniti hanno ora messo insieme cinque pacchetti consecutivi che non contengono proiettili convenzionali da 155 mm. I proiettili per l’artiglieria sovietica ucraina si stavano esaurendo già a giugno.

In effetti, lo sforzo per mantenere in funzione l’artiglieria ucraina ha attraversato diverse fasi. Nella prima, le scorte di proiettili sovietici del Patto di Varsavia sono state svuotate per rifornire i cannoni in possesso dell’Ucraina. Nella seconda fase, all’Ucraina sono state fornite capacità occidentali di medio livello, in particolare gli obici da 155 mm. Ora che i proiettili da 155 mm si stanno esaurendo, l’Ucraina deve accontentarsi dei cannoni da 105 mm, che sono nettamente surclassati dagli obici russi e saranno, in una parola, condannati alla distruzione in qualsiasi tipo di azione di controbatteria.

In sostituzione di un’adeguata artiglieria a tubo, l’ultimo pacchetto di aiuti include altri 18 esemplari dell’arma preferita dai meme di internet: il sistema di razzi a lancio multiplo HIMARS. Ciò che non viene esplicitamente menzionato nel comunicato stampa è che i sistemi HIMARS non sono presenti negli attuali inventari statunitensi e dovranno essere costruiti ex-novo, quindi è improbabile che arrivino in Ucraina prima di diversi anni.

Le crescenti difficoltà nell’armare l’Ucraina coincidono con la rapida chiusura della finestra di opportunità operativa dell’Ucraina. Le forze accumulate durante l’estate sono ormai degradate e logorate e ogni successiva ricostruzione delle forze ucraine di primo livello diventerà più difficile a causa della distruzione degli effettivi e dell’esaurimento degli arsenali della NATO. Questo esaurimento arriva proprio quando la generazione di forze russe sta aumentando, preannunciando l’inverno di Yuri.

La guerra d’inverno

Chiunque si aspetti che la guerra rallenti durante l’inverno avrà una sorpresa. La Russia lancerà un’offensiva nel tardo autunno/inverno e otterrà guadagni significativi. L’arco di generazione delle forze (sia l’accumulo crescente di forze da parte della Russia che il degrado dell’Ucraina) coincide con l’avvicinarsi del freddo.

Facciamo una breve nota sul combattimento invernale. La Russia è perfettamente in grado di condurre operazioni efficaci nella neve. Tornando alla Seconda Guerra Mondiale, l’Armata Rossa era stata più che in grado di ottenere successi offensivi durante l’inverno, a partire dal 1941 con la controffensiva generale a Mosca, di nuovo nel 1942 con la distruzione della Sesta Armata tedesca a Stalingrado e, nel 1943-44, con due offensive di successo su larga scala iniziate in pieno inverno. Naturalmente la Seconda Guerra Mondiale non è direttamente applicabile in tutti i sensi, ma possiamo stabilire che, da un punto di vista tecnico, esiste una capacità chiaramente consolidata di condurre operazioni in condizioni invernali.

Abbiamo anche esempi più recenti. Nel 2015, durante la prima guerra del Donbass, le forze della LNR e della DNR avevano lanciato un’operazione a tenaglia che aveva accerchiato un battaglione ucraino [distruggendolo poi] nella battaglia di Debaltseve. E, naturalmente, la guerra russo-ucraina è iniziata a febbraio, quando gran parte dell’Ucraina settentrionale era sotto zero.

Bella mossa

Il clima invernale favorisce un’offensiva russa per molteplici ragioni. Uno dei paradossi delle operazioni militari è che il gelo, in realtà, migliora la mobilità: i veicoli possono rimanere bloccati nel fango, ma non sul terreno ghiacciato. Nel periodo 1941-43, le truppe tedesche festeggiavano l’arrivo della primavera, perché il disgelo avrebbe impantanato l’Armata Rossa nel fango e rallentato il suo slancio. La caduta invernale del fogliame riduce anche la copertura disponibile per le truppe in posizione difensiva. E, naturalmente, il freddo favorisce chi ha un accesso più affidabile all’energia.

Per quanto riguarda la scelta della Russia di impegnare le sue nuove forze, ci sono quattro possibilità realistiche, che elencherò in ordine sparso:

1. Riaprire il Fronte settentrionale con un’operazione intorno a Kharkov. L’attrattiva di questa opzione è evidente. Un attacco russo in forze verso Kharkov vanificherebbe immediatamente tutti i guadagni dell’Ucraina verso l’Oskil, compromettendo le loro retrovie.

2. Un’offensiva su Nikolayev dalla regione di Kherson. Questo si avvicinerebbe ulteriormente all’obiettivo di un’Ucraina senza sbocchi sul mare e sfrutterebbe il fatto che le forze ucraine in questa regione sono malridotte dopo il fallimento della loro offensiva.

3. Un impegno massiccio nel Donbass per completare la liberazione del territorio della DNR catturando Slovyansk e Kramatorsk. Questo è meno probabile, poiché la Russia ha dimostrato di essere a suo agio con il ritmo lento delle operazioni su questo fronte.

4. Una spinta a nord dall’area di Melitopol verso Zaparozhia. Questo salvaguarderebbe la centrale nucleare e porrebbe fine a qualsiasi minaccia credibile per il ponte terrestre verso la Crimea.

Altre possibilità le considero improbabili. Una seconda avanzata su Kiev avrebbe poco senso dal punto di vista operativo, poiché non sosterrebbe nessuno dei fronti esistenti. Mi aspetterei un’azione intorno a Kiev solo se la nuova generazione di forze fosse significativamente maggiore di 300.000 unità. Altrimenti, è probabile che le offensive invernali della Russia si concentrino su fronti che si sostengono a vicenda. Ritengo probabile qualche movimento per riaprire il fronte nord, in quanto vanificherebbe i guadagni dell’Ucraina in direzione di Izyum-Kupyansk. Si dice che si stiano spostando forze in Bielorussia, ma in realtà penso che l’asse Chernigov-Sumy sia più probabile di una nuova operazione a Kiev, in quanto potrebbe essere di supporto ad un’offensiva su Kharkov.

Potenziali assi dell’avanzata invernale (Base Map Credit: @War_Mapper)

A livello generale, è chiaro che la finestra di manovra dell’Ucraina per le operazioni offensive si sta rapidamente chiudendo e che i rapporti di forza sul terreno si sposteranno decisamente a favore della Russia durante l’inverno.

Nordstream ed escalation

Mentre stavamo riflettendo su questi sviluppi sul terreno, è emersa un’altra trama sottomarina. Il primo indizio che qualcosa non andava era stata la notizia che la pressione nel gasdotto Nordstream 1 stava misteriosamente calando. Si è poi saputo che il gasdotto, insieme al Nordstream 2 non operativo, aveva subito gravi danni. I sismologi svedesi avevano registrato esplosioni sul fondo del Mar Baltico e si è scoperto che le condutture sono state fortemente danneggiate.

Siamo franchi su questo punto. La Russia non ha fatto esplodere i propri gasdotti ed è ridicolo insinuare che lo abbia fatto. L’importanza del gasdotto per la Russia risiedeva nel fatto che poteva essere attivato o chiuso, fornendo un meccanismo di leva e di negoziazione nei confronti della Germania. Nella classica formulazione del bastone e della carota, non si può muovere l’asino se la carota viene fatta saltare in aria. L’unico scenario possibile in cui la Russia potrebbe essere responsabile del sabotaggio sarebbe se qualche fazione integralista all’interno del governo russo avesse ritenuto che Putin si stava muovendo troppo lentamente e avesse voluto forzare un’escalation. Una cosa del genere, tuttavia, implicherebbe che Putin stia perdendo il controllo interno e non ci sono prove a sostegno di questa teoria.

Quindi, torniamo all’analisi elementare e chiediamoci: Cui bono? Chi ci guadagna? Beh, considerando che la Polonia ha festeggiato l’apertura di un nuovo gasdotto dalla Norvegia solo pochi giorni fa e che un certo ex parlamentare polacco ha ringraziato cripticamente gli Stati Uniti su Twitter, è lecito fare qualche ipotesi.

La prima regola del delitto perfetto è non vantarsene su Twitter

Meditiamo brevemente sulle reali implicazioni della scomparsa del Nordstream.

1. La Germania perde quel poco di autonomia e flessibilità che aveva, diventando ancora più dipendente dagli Stati Uniti.

2. La Russia perde un punto di influenza sull’Europa, riducendo gli incentivi al negoziato.

3. La Polonia e l’Ucraina diventano nodi di transito ancora più critici per il gas.

La Russia percepisce chiaramente questa iniziativa come una mossa di sabotaggio da parte della NATO, volta a metterla all’angolo. Il governo russo ha dichiarato che si tratta di un atto di “terrorismo internazionale” e ha affermato che le esplosioni sono avvenute in aree “controllate dalla NATO” – la concatenazione di queste dichiarazioni è che incolpano la NATO di un atto di terrorismo, senza dirlo esplicitamente. Ciò ha provocato un’altra riunione del Consiglio di Sicurezza nazionale russo.

Molte nazioni occidentali hanno consigliato ai loro cittadini di lasciare immediatamente la Russia, facendo capire di essere preoccupate per un’escalation (questo coincide con la folle affermazione dell’Ucraina secondo cui la Russia potrebbe essere sul punto di usare armi nucleari). Per il momento, mi aspetto che l’escalation russa rimanga confinata alla sola Ucraina, probabilmente in coincidenza con il dispiegamento di ulteriori forze di terra russe. Se la Russia si sentirà costretta ad intraprendere un’escalation fuori da questo teatro, l’opzione più probabile resta quella di colpire i satelliti americani, le infrastrutture digitali [cavi sottomarini] o le forze in Siria.

Sull’orlo del precipizio

Sono pienamente consapevole del fatto che, dopo i guadagni dell’Ucraina nell’oblast di Kharkov, le mie opinioni saranno interpretate come un “farsene una ragione,” ma sarà il tempo a dirlo. L’Ucraina è allo stremo – ha prosciugato tutto ciò che era utilizzabile dalle scorte della NATO per costruire una forza di primo livello durante l’estate e quella forza è stata distrutta e degradata in modo irreparabile, proprio quando la generazione di forze della Russia è destinata ad aumentare in modo massiccio. L’inverno porterà non solo l’eclissi dell’esercito ucraino, la distruzione di infrastrutture vitali e la perdita di nuovi territori e centri abitati, ma anche una grave crisi economica in Europa. Alla fine, tutto ciò che rimarrà agli Stati Uniti sarà dover governare su un’Europa deindustrializzata e degradata e su un residuo di Ucraina, una sorta di bidone della spazzatura senza sbocchi al mare ad ovest del Dnieper.

Per ora, però, siamo nell’interregno, mentre si spengono le ultime fiamme della potenza combattiva dell’Ucraina. Ci sarà una pausa operativa e poi un’offensiva invernale russa. Ci saranno diverse settimane in cui non succederà nulla, e poi succederà tutto.

Durante questa pausa operativa, potreste essere tentati di chiedere: “È finita, Yuri?

No, compagno Premiere. È solo l’inizio.”

Big Serge

Fonte: bigserge.substack.com
Link: https://bigserge.substack.com/p/the-war-has-just-begun
29.09.2022

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