Ucraina, piatto ricco mi ci ficco

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di Fabrizio Casari

Fonte: Altrenotizie

La trattativa per un cessate il fuoco in Ucraina non sembra nemmeno sul punto di nascere ma in realtà tutti gli addetti ai lavori sanno che da tempo ormai gli Stati Uniti, di fronte all’insostenibilità militare e finanziaria del confronto tra Ucraina e Russia, hanno dato luce verde alla CIA per dare vita ad una ipotesi di negoziato con mediazioni varie, ultima arrivata quella indiana.

C’è da essere fiduciosi sull’apertura di un negoziato? Tutto il sistema politico e mediatico scommette sulla sua impraticabilità, pur se in qualche momento di lucidità ne ravvisa l’improcrastinabilità, dato che Kiev è allo stremo e ancor più lo sono le finanze europee. A sostegno deciso di un’ipotesi che vorrebbe la fine della guerra in Aprile, arriva ora una notizia di assoluto interesse.

Il più grande fondo speculativo del mondo, Blackrock, il cui peso è dato dal volume dei suoi affari (ottomila miliardi di Dollari in portafoglio) e dalla rinomata influenza sulla politica statunitense, lavora alla raccolta fondi per la ricostruzione post-bellica dell’Ucraina. Le stime minori per rimettere in piedi il Paese arrivano a 350 miliardi di Dollari, quelle più pesanti si spingono a mille miliardi di Dollari.
Per la Blackrock sarebbe uno dei più colossali affari di questo decennio e, di fronte a questa prospettiva, non c’è afflato ideologico statunitense che tenga il confronto.

L’eventualità che ciò si realizzi rappresenterebbe una nuova applicazione sul campo della strategia “distruggi e terrorizza” poi divenuta “distruggi e ricostruisci”, iniziata con la prima guerra in Irak. La strategia prevede la distruzione dei paesi ostili a Washington, che oltre a liberarsi di avversari politici che questionano la sua legittimità di dominare il mondo a loro esclusiva convenienza, produce prima un gran guadagno per il settore bellico, volano centrale dell’economia statunitense, poi un business altrettanto grande per la ricostruzione di quello che prima si è distrutto.

Infatti, la fine delle ostilità si chiude sempre con in allegato un contratto che favorisce le multinazionali estrattive e le aziende di costruzione statunitensi, ai quali si aggiungono poi succosi contratti che il Pentagono firma con le società di mercenari incaricata di vegliare sul personale civile e diplomatico statunitense durante tutti gli anni della ricostruzione. I becchini si fanno medici: il tritolo di ieri diventa il cemento di domani.

La strategia del “distruggi e ricostruisci” è quindi portatrice per gli USA di grandi successi economici, oltre che geopolitici, ed è appunto legata ai successi militari a stelle e strisce. Infatti è fallita solo in Afghanistan e Siria, dove gli Stati Uniti hanno raccolto figuracce e disseminato il campo di mine e fughe. A Kabul sono stati letteralmente cacciati da alcune migliaia di uomini in ciabatte e turbante, a Damasco invece – aiutati da Iran e Hezbollah, oltre che dai siriani – ci hanno pensato i russi, che sono intervenuti ed hanno sbaraccato in poco tempo l’Isis e tutta la Nato.

Le tasche piene dei soliti noti

Dal punto di vista politico, economico e militare gli USA non usciranno comunque dall’Ucraina. La Monsanto (ora Bayern) resterà proprietaria della quota enorme di terra ucraina ottenuta praticamente in forma gratuita. Si è fantasticato in propaganda sull’impatto che l’assenza di grano ucraino sul mercato avrebbe sulla crisi alimentare africana, ma era una colossale fake news. I raccolti ucraini vanno per il 95% in Europa, in Africa solo va il 5% degli stessi.

L’acquisizione di campi coltivabili fu semplice, non certo un ricordo nobile per la sovranità ucraina. Monsanto ha preso le terre, i diritti di sfruttamento e persino i finanziamenti internazionali per la produzione, che l’Ucraina richiedeva e gli statunitensi incassavano. Secondo una interrogazione parlamentare di Die Linke al Bundestag, ci fu una linea di credito da  17,000 milioni di dollari concessa all’Ucraina nel 2014 da parte delle istituzioni finanziare internazionali guidate dal Fondo monetario internazionale e il denaro utilizzato da Kiev per far ripartire le coltivazioni. Se le accuse di Die Linke fossero vere, saremmo al paradosso di un governo che riceve finanziamenti che poi dà alle imprese straniere per fare landgrabbing in casa propria.

Idem dicasi per i 37 laboratori biologici per la guerra batteriologica aperti e gestiti dai militari USA in territorio ucrainoSecondo il Cremlino il Pentagono ha finanziato la modernizzazione di almeno sessanta laboratori biologici segreti lungo i confini cinese e russo e il ministero degli Esteri cinese afferma che dispone dei dati che mostrano che Washington ha 336 laboratori sotto il suo controllo in 30 stati al di fuori della giurisdizione nazionale.

Si ricordi che gli esperimenti sul guadagno di funzione, cioè gli studi che permettono di modificare geneticamente un virus animale al fine di trasformarlo in un patogeno che possa essere trasmesso da uomo a uomo, sono vietati negli Stati Uniti dal 2014. In questo l’Ucraina è una cuccagna: agli statunitensi i risultati degli esperimenti, agli ucraini i rischi di possibili contaminazioni.

I laboratori resteranno saldamente nelle mani statunitensi, così come saranno gli Stati Uniti i maggiori creditori dell’Ucraina, che dovrà passare l’eternità a risarcire Washington per le forniture di armamenti, che tutti fanno finta di credere siano aiuti quando in realtà sono contratti di vendita.

Dovranno rinunciare, forse, alle ricche miniere del Donbass ed ai relativi affari di Hunter Biden, che andrà a tirare crack altrove. Del resto il potere d’interdizione del Presidente Biden non sarà più quello avuto fino ad ora; le elezioni di middle term e la sua demenza avanzata lo rilegano ormai a un puro ruolo raffigurativo. La stessa ridicola cerimonia di Zelensky al Congresso con l’esultanza di congress-man democratici ormai scaduti e la presenza di solo 70 dei 238 senatori repubblicani, è stata in qualche modo il canto del cigno di Biden più che l’inizio di una nuova era. La pagliacciata sulla minaccia russa è servita soprattutto a sostenere l’enorme aumento del budget per le spese militari, portate alla stratosferica somma di 858 miliardi di Dollari (addirittura 45 in più di quelli richiesti dalla Casa Bianca!), record assoluto nella storia statunitense e indicatore di direzione per la prossima guerra alla Cina.

Un simile aumento di budget sembra anche ignorare i risultati di un audit interno, che rivela come il Pentagono non sappia dove siano andati a finire 6500 miliardi di Dollari, circa il 40% del PIL degli USA. Denari dei cittadini di cui mancano i rendiconti, che risultano “dispersi in azione”.

E se la lobby delle armi viene soddisfatta anche quella del petrolio avrà soddisfazione. La guerra voluta dagli USA ha ottenuto il principale risultato che si prefiggeva: bloccata la partnership commerciale tra Russia ed Europa, fine delle forniture energetiche che consentivano lo sviluppo dei paesi UE, blocco delle attività finanziarie e rottura delle relazioni politiche. La dipendenza europea dalla Russia è diventata dipendenza dagli Stati Uniti e dal loro gas liquido, di scarsa quantità, minor qualità e maggior prezzo.

Firmare una pace ma continuare la guerra

A questo punto, il proseguimento della guerra così com’è non avrebbe senso, i risultati che si volevano ottenere si sono ottenuti. Mosca è lontana dall’Occidente ed è sempre più ancorata ad Oriente. La pressione militare della Nato sulla Russia resterebbe alta e, anche se gli accordi di pace dovessero prevedere Crimea e Donbass come territori russi, il risultato sarebbe quello di mettere altri 300, utilissimi, chilometri tra Mosca e la linea del fronte ucraino. L’addio scontato alla nato da parte di Kiev potrà essere sostituito dall’abbraccio mortale della UE, così i drammi sociali e i costi del ripristino dell’economia ucraina verranno pagati dagli europei.

Continuare una guerra convenzionale sarebbe un enorme onere per Washington e Bruxelles senza nessuna possibilità di vittoria sul campo. Di contro, addestrare, armare e finanziare i gruppi neonazisti incaricati di continuare le azioni militari anche dopo il raggiungimento di un accordo di pace, costerebbe poco e renderebbe molto. Un po’ quello messo in opera dal 2014 al 2022 con gli Accordi di Minsk, il cui rispetto è stato una burla, serviva solo ad avere tempo per costruire l’esercito ucraino, come ha candidamente confessato Angela Merkel.

Nelle teste d’uovo del Pentagono e di Langley si prospetta uno scenario nel quale l’Ucraina viene ridotta sensibilmente nelle sue dimensioni, creando così una corrente politico-militare che non riconosce gli accordi e sceglie la via del conflitto. Si creerebbe così un modello di guerriglia permanente come quello dei mujaheddin afghani e dei ceceni, che tennero Mosca impegnata militarmente per anni, senza altro scopo che fiaccarla e metterla nelle condizioni di dirottare le risorse del comparto bellico orientato sulla guerra a bassa intensità, più che su quella convenzionale e nucleare che preoccupa USA e UE.

Perché come sempre avviene dopo un conflitto che ha radici lontane, la pace non comporta la pacificazione. Soprattutto se gli sponsor della guerra continuano a soffiare sul fuoco del terrore.

No green pass, cosa ci dicono davvero le piazze piene

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DENTRO LA NOTIZIA

Il commento pubblicato sui social da parte del Responsabile Nazionale di Christus Rex Matteo Castagna:

RISPETTO PER PIAZZA DEL POPOLO
È incredibile come certa comunicazione possa diventare faziosa nel distorcere la realtà e come, certa politica istituzionale si dimostri priva di capacità d’analisi e suddita del mainstream di sinistra.
È assurdo che oggi i principali quotidiani non titolino: “A ROMA, UNA MAREA UMANA, COME DA ANNI NON SI VEDEVA, SI È RITROVATA SPONTANEAMENTE PER DIRE NO AL GREEN PASS”. Invece, il leitmotiv si è trasformato in una nenia per riesumare un anacronistico antifascismo, che serve solo a deviare l’attenzione dall’oggetto di una protesta, che non andrebbe snobbato ma ascoltato e rispettato, prima che, alla lunga, possa diventare un problema sociale ingestibile.
La politica non sia miope ed ipocrita, inseguendo bolse retoriche o questioni funzionali allo status quo, ma dia risposte serie e concrete alla rabbia e disperazione di tantissime persone.

di Eugenio Palazzini

10 Ott. – Da Milano a Roma, ieri migliaia di persone sono scese in piazza contro il green pass. Una mobilitazione impressionante condita da pesanti scontri, soprattutto nella capitale. Tentare però di bollare la protesta semplicemente come violenta è sciocco e riduttivo, perché non corrispondente al vero. Si rischia insomma di distorcere la realtà senza ottenere alcun risultato effettivo se non quello di acuire una rabbia sempre meno latente. Non sappiamo con esattezza quante persone abbiano gridato la propria netta contrarietà al certificato verde reso obbligatorio dal governo anche sui posti di lavoro – darsi al gioco dei numeri esatti in questi casi lascia il tempo che trova –, ma le foto di Piazza del Popolo piena ci dicono che erano più di 10mila a urlare “no green pass“.

Piazze no green pass: ma quale “fascismo”

Viceversa è chiaro a tutti che chi ha devastato la sede della Cgil e si è scontrato con la polizia ha fatto più rumore – come sempre accade quando vanno in scena gli scontri – ma rappresentava una netta minoranza dei manifestanti. Chi ha interesse a stroncare sul nascere le montanti proteste ricorre allora al solito metodo comunicativo: fare di tutta l’erba un fascismo montante. Eppure basterebbe osservare attentamente immagini e video delle manifestazioni di ieri per capire che quelle piazze erano intergenerazionali e politicamente inclassificabili. Lo erano perché  insolitamente riunivano giovani e meno giovani, Forza Nuova e centri sociali, nuovi e vecchi cittadini disillusi dalla politica. Un magma del tutto insolito.

La campanella della rabbia

La campanella del disincanto diffuso era già suonata e per sentirne il suono sarebbe stato sufficiente soffermarsi sul dato più emblematico delle elezioni amministrative dello scorso fine settimana: l’astensionismo. Quasi il 50% degli italiani ha scelto di disertare le urne, segno di un distacco totale dalla proposta politica. Stavolta quindi non servirà etichettare la piazza con i soliti termini tirati fuori dal cilindro dello sdegno. Non sarà lo spauracchio “squadrista” a riportare la palla al centro del confronto civile, perché quel confronto è stato troppo a lungo negato alla gran parte di coloro che protestano e si sentono abbandonati dalle istituzioni.

Lo ha parzialmente compreso anche il Corriere della Sera, che stamani apre così: “Manifestazioni no green pass, i timori di un’escalation. Volti mai visti tra i «soliti noti»: chi era in piazza”. Quei volti “mai visti” sono l’emblema di un’inafferrabile contestazione, a cui gettare addosso un colore piuttosto che un altro è un’operazione ben poco utile a contenerla. Il governo lo sa bene, ma ritiene che per stringere le maglie della repressione del dissenso, sia più funzionale negare l’evidenza.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/no-green-pass-cosa-ci-dicono-piazze-roma-milano-210262/