L’inizio dell’anno liturgico: il Tempo d’Avvento
Segnalazione del Centro Studi Federici
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di don Francesco Ricossa
Sono disponibili i filmati della conferenza tenutasi a Roma il 1 Marzo 2014: Mons. Benigni con San Pio X contro il modernismo
relatore: Don Francesco Ricossa
Nacque a Perugia nel 1862, fu ordinato sacerdote nel 1884 e subito dopo iniziò la collaborazione ad alcuni giornali cattolici locali.
Nel 1892, dopo la promulgazione della Rerum Novarum, insieme a don Cerruti, promotore delle Casse Rurali, fondò la prima rivista cattolica sociale d’Italia, Rassegna Sociale e divenne caporedattore de L’Eco d’Italia di Genova.
Nel 1895 si trasferì a Roma, dove per dieci anni si occupò di storia ecclesiastica, prima come addetto alla Biblioteca Vaticana e poi come professore al Seminario Romano.
Dal 1900 al 1903 fu anche direttore del quotidiano intransigente La Voce della Verità.
Dal 1902 curò la pubblicazione della Miscellanea di storia e cultura ecclesiastica, primo periodico italiano consacrato alla storia ecclesiastica, che uscirà sino al 1907.
È possibile che gli studi pubblicati sulla Miscellanea siano stati alla base della sua monumentale Storia Sociale della Chiesa, in sette volumi, che si interrompe purtroppo all’età medioevale.
Nel 1904, dopo l’elezione di Pio X, per don Umberto si aprirono le porte dei vertici della Curia vaticana: divenne infatti Sottosegretario degli Affari ecclesiastici straordinari, ritrovandosi ad assumere la quinta carica d’importanza all’interno della Segreteria di Stato.
Si deve al genio di Benigni la paternità della sala stampa vaticana. Per invogliare i quotidiani laici (“indipendenti”) a occuparsi correttamente delle vicende ecclesiastiche, Benigni pensò di ingraziarsi una parte di giornalisti (che oggi chiamiamo “vaticanisti”), riunendoli quotidianamente (ecco la “sala stampa”) e fornendo loro esaurienti (e ben impostate) informazioni, che il giorno seguente erano poi pubblicate su tutti i giornali. La strategia risultò efficace per preparare sulla stampa laica il terreno alla pubblicazione dell’enciclica Pascendi e per neutralizzare, almeno in parte, le successive campagne denigratorie della fazione modernista. Nacque così l’agenzia di stampa Corrispondenza di Roma (il n. 1 uscì il 23/5/1907, il 1282° e ultimo numero il 31/12/1912), che ebbe presto un’edizione francese, Corrispondance de Rome (dall’ottobre 1907). Bollettino “né ufficiale né ufficioso”, rifletteva gli orientamenti della Segreteria di Stato e non tardò a suscitare grandi polemiche negli ambienti cattolici e in quelli politici, come le aspre reazioni del governo massonico della III Repubblica francese.
Dal 1910 al 1912 un settimanale in lingua francese, Cahiers contemporaines, riportava gli articoli più importanti della Corrispondenza.
Nel 1912, pochi mesi prima della chiusura della Corrispondenza, mons. Benigni aprì una seconda agenzia d’informazioni, l’A.I.R. (“Agenzia Internazionale Roma”), col bollettino quotidiano Rome et le monde e il settimanale Quaderni romani, che usciva anche in edizione francese.
Le notevoli capacità organizzative di mons. Benigni diedero vita ad altri organi di stampa, come il Borromeus, per i componenti romani del SP, e il Paulus, indirizzato agli amici giornalisti.
All’estero SP disponeva di alcune pubblicazioni come La Vigie in Francia, la Correspondance Catholique nel Belgio, la Mys Katolycka in Polonia.
Inoltre Benigni era in stretta collaborazione con altre riviste antimoderniste indipendenti da SP, come La Riscossa dei fratelli Scotton e La Critique du libéralisme del sacerdote Barbier, in Francia.
Per dedicarsi maggiormente e più liberamene all’opera intrapresa, don Benigni lasciò l’incarico agli Affari ecclesiastici, sostituito da mons. Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, che nel processo per la canonizzazione di Pio X rimase indifferente alle pressioni di coloro che dipinsero Benigni come l’anima nera di Papa Sarto per impedire che il Pontefice fosse elevato agli altari.
Nel 1911 san Pio X creò per don Umberto un’ottava carica di Protonotario Apostolico Partecipante, il più alto titolo prelatizio, che sino ad allora era limitato a soli sette membri. Il prestigioso titolo fece capire al novello monsignore due cose: innanzitutto la preclusione a una eventuale futura nomina episcopale, ma anche l’incoraggiamento papale a continuare sulla strada intrapresa.
Fin dal 1909 Benigni lasciò l’appartamento in Vaticano e aprì in Via del Corso la “Casa san Pietro”, sede delle sue attività. Qui nacque il Sodalitium Pianum, di cui si è parlato diffusamente nella prima parte di questo numero.
Dopo lo scioglimento definitivo del SP, avvenuto il 25/11/1921, mons. Benigni, seppur amareggiato, seppe trovare la forza d’animo per proseguire le battaglie per l’integralità della Fede. Nel 1923 rilanciò l’AIR con il nome di Agenzia Urbs, che continuò le attività sino al 1928, curando la pubblicazione del bollettino settimanale Veritas e poi del mensile Romana.
Nel 1928 fondò l’Intesa Romana per la Difesa Sociale (IRDS), col motto “Religione, Patria, Famiglia”. È la fase fascistizzante della vita di mons. Benigni, certamente la meno originale e rappresentativa: Benigni cercò di usare il Fascismo in chiave anti-democristiana nello stesso modo in cui il regime usava in modo strumentale la Religione.
Mons. Benigni, calunniato e perseguitato dai suoi nemici, condusse gli ultimi anni della sua vita nella povertà più assoluta. Nella Disquisitio uno dei testimoni, il padre Saubat, intimo collaboratore di Benigni assicurò che Mons. Benigni, pur non avendo la cura delle anime, celebrava ogni giorno la Messa e si confessava ogni settimana nella chiesa di S. Carlo al Corso da un padre mercedario.
Mons. Benigni si spense a Roma il 27 febbraio 1934, “abbandonato e disprezzato dal clero”: al funerale presenziarono “7 o 8 senatori, da 12 a 15 deputati, una legione di giornalisti e persino 12 carabinieri in alta uniforme” ma furono presenti solamente due sacerdoti: il padre Saubat e il padre Jeoffroid.
Quasi 50 anni dopo la sua morte, il pensiero e l’opera di mons. Benigni divennero il punto di riferimento per la nostra rivista Sodalitium (fondata nel 1983).
[Estratto da Sodalitium n. 61]
Segnalazione del Centro Studi Federici
L’EDITORIALE DEL LUNEDI
di Matteo Castagna per Informazione Cattolica https://www.informazionecattolica.it/2022/01/03/torniamo-a-vivere-da-cristiani-e-offriamo-le-sofferenze-in-espiazione-dei-peccati/
LA CALAMITÀ, LA PANDEMIA, LE DISGRAZIE, GLI INCIDENTI NON SONO MAI “COLPA DI DIO“

La prima cosa da notare del trattato di Tommaso d’Aquino sulla preghiera è la sua adozione della definizione propria della preghiera: la preghiera è la petizione a Dio di cose oneste. La preghiera per antonomasia per S. Tommaso non è una cosa complicata, ma sommamente semplice: è la preghiera di una madre che accende una candela davanti ad un crocifisso per la salute dei suoi figli; è la preghiera di un eremita nella sua solitudine per la salvezza del mondo; è la preghiera di un drogato che chiede di poter uscire dal ciclo vizioso in cui si è intrappolato: è la preghiera di tutti. Disse Padre Garrigou-Lagrange: «Il più miserabile, dal fondo dell’abisso in cui è caduto, può alzare un grido verso la misericordia, e questo grido è la preghiera».
Dio, nella sua somma sapienza, ha deciso fin dall’eternità che le preghiere degli uomini saranno indispensabili per l’ordine dell’universo, e per ottenere certi effetti. La nostra preghiera, quindi, non ha lo scopo di cambiare le disposizioni divine, ma di impetrare quanto Dio ha disposto di compiere mediante la preghiera (S. Th. II-II, q. 83, a. 2). Pertanto, secondo la disposizione di Dio, la preghiera ha una vera causalità ed efficacia indispensabile, in tal modo che è vano pensare a ricevere alcuni benefici da Dio senza chiederli a Lui nella preghiera.
Perché Dio ha voluto che dobbiamo pregare per ottenere certi benefici? Anzitutto, in senso generale, Dio, nella sua somma Bontà, ha voluto associare a sé l’uomo nel suo governo dell’universo, e così conferire a lui la dignità di causa (S. Th. I, q. 22, a. 3). Poi, l’atto stesso di pregare porta numerosi benefici all’uomo.
Per esempio, pregando per certi bisogni, ricordiamo esplicitamente che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio. Questo atteggiamento, non solo ci insegna l’umiltà (S. Th. II-II, q. 83, a. 2, ad 1), ma la preghiera stessa diventa una forma di culto a Dio: nella preghiera, Dio è glorificato ed è riconosciuto come fonte di bontà, onnipotente e misericordioso (cfr. S. Th. II-II, q. 83, a. 3). Essendo un atto di riverenza a Dio, essa ci fa tornare anche alla definizione generica della preghiera, in quanto elevazione: «La preghiera è l’elevazione a Dio, come a un superiore, come al supremo superiore, al di sopra del quale non c’è nulla; è l’atteggiamento di venerazione e riverenza, che non può già prescindere dall’umiltà».
Al centro della riflessione sulla preghiera, S. Tommaso inserisce la preghiera del Padre Nostro. Questa preghiera, semplice e conosciuta da qualsiasi buon cristiano, è il modello di tutte le preghiere, in primo luogo, perché è la preghiera che Gesù Cristo, Dio-Uomo, ci ha insegnato. La sua eccellenza si trova, inoltre, nel fatto che «non solo vengono domandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell’ordine in cui devono essere desiderate: cosicché questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma plasma tutti i nostri affetti.» (S Th. q. 83, a. 9). Iniziando con le parole Padre nostro che sei nei cieli, ci ricordiamo della sua cura per noi e la sua onnipotenza: quindi, vengono suscitati in noi sentimenti di fiducia e di speranza. Poi, il Padre Nostro ci insegna tutto ciò che possiamo onestamente desiderare nella vita.
Ri-impariamo a vivere da cristiani e ad instaurare omnia in Christo – come insegna S. Pio X – perché la Sua Gloria sia la nostra prima felicità e la nostra salvezza eterna sia l’unico Fine e obiettivo della vita, da ottenere con le buone opere.
Segnalazione del Centro Studi Federici
EDITORIALE DEL LUNEDI per https://www.informazionecattolica.it/2021/11/22/un-grande-movimento-conservatore-da-contrapporre-al-globalismo-progressista/
di Matteo Castagna
L’APPELLO DI MARCELLO VENEZIANI ALL’UNITÀ DELLA “MAGGIORANZA SILENZIOSA” IN UN GRANDE MOVIMENTO CONSERVATORE
L’astensionismo come diffidenza o addirittura repulsione verso la politica, da parte di molte persone, costituisce il grande partito di massa di tutti i periodi decadenti. L’Italia non fa eccezione. Persino nei sondaggi vediamo ridursi drasticamente la disponibilità a rispondere, tanto la gente è stufa.
Alle ultime elezioni amministrative, si è presentata alle urne la metà degli aventi diritto. Il nostro è, fondamentalmente, un Paese conservatore, ove oggi la maggioranza fatica a trovare chi lo rappresenti. Il grillismo, col suo abbondante ed ipocrita decennio di antipolitica ha implementato, in maniera decisiva, questa tendenza alla disaffezione verso la cosa pubblica.
L’appello all’unità in un grande movimento conservatore, proposto da Marcello Veneziani in una recente intervista a Destra.it, ove l’orizzonte valoriale sia sempre chiaro e ben definito, ancorato nella tradizione e nell’identità classico-cristiana dell’Europa, nella difesa e nella riappropriazione del diritto naturale e negli intenti comuni su principi morali, non in contrasto con la Dottrina sociale della Chiesa, è da guardare con grande interesse. Soprattutto perché, sul fronte progressista e globalista, si stanno muovendo in nome del mero diritto positivo per un transumanesimo sistemico cui va assolutamente contrapposto un forte blocco che non sia mai subalterno né culturalmente, né idealmente, né politicamente e neppure economicamente. Altrimenti, vinceranno sempre loro.

Oggi si tende a confondere “politica” con “partitica” o “parlamentarismo”. La metafisica classica greca (Socrate, Platone, Aristotele), la filosofia morale e il diritto romano (Cicerone e Seneca) vengono perfezionati dalla patristica (da S. Agostino a S. Bernardo di Chiaravalle), dalla metafisica dell’essere scolastica e particolarmente tomistica (da S. Tommaso d’Aquino a Cornelio Fabro) e dal Diritto Pubblico Ecclesiastico (da Papa Gelasio I a Pio XII) costituiscono la “filosofia perenne” che definisce le radici dell’Europa come greco-romane e, poi, cattolico-romane.
Da essa traiamo la linfa vitale per depurarci degli errori della modernità e della post-modernità. Il vero inquinamento, quello da combattere con una vera politica green, è il veleno del “politicamente corretto”, che fa risalire tutto alla Rivoluzione francese, a Machiavelli, al luteranesimo, all’umanesimo ed al rinascimento.
Il catto-liberalismo ed il modernismo-democristiano ci presentano un’ immagine deformata della Dottrina politica cattolico-romana. “La Civiltà Cristiana è esistita. Non occorre inventarla, ma bisogna instaurarla e continuamente restaurarla contro gli assalti dell’utopia malsana” (San Pio X, Notre charge apostolique, 25/12/1910).

Quando Veneziani parla di un ritorno alle origini, vuol dire che non dobbiamo essere passatisti, ma imparando dal nostro glorioso passato, pensare il presente e guardare al futuro in linea di continuità. Per cui, l’uomo deve vivere coi piedi per terra, con la mente e il cuore rivolti al Cielo e con l’azione a fianco dei propri simili, ovvero la “comunità di destino”, di cui parla Gustave Thibon, in Diagnosi (1940).
Per S. Tommaso d’Aquino la politica o “morale sociale” è la scienza di ciò che l’uomo, come animale socievole, deve fare, orientandosi verso un determinato fine (De Regimine Principum, lib. I, cap. 1 e In Ethicorum, lib. I, lect. 1, n.3) che è il benessere comune materiale subordinato al fine ultimo spirituale.
Per S. Tommaso la Politica è la parte sociale della filosofia morale. La filosofia politica è una scienza pratica, che dà i principi per agire al cittadino che vive in una Società e che deve operare da uomo sociale. In breve, essa è riflessione razionale, seguita da azione concreta, sulla e nella vita sociale. La morale sociale o politica si fonda sulla metafisica, che ci fa conoscere: a) la vera natura dell’uomo, creatura immortale, e quindi il Fine ultimo al quale è destinato, che è Dio, per rapporto al quale gli atti umani sono moralmente buoni o cattivi, secondo che vi conducano o no (Summa contra Gentiles, lib. III, cap. 25); b) l’esistenza di un Dio personale e trascendente il mondo, maestro. legislatore e giudice dell’umanità, autore della legge morale, naturale e rivelata, oggettiva ed obbligatoria per tutti. (liberamente tratto da “La Sintesi del Tomismo”, Ed. Effedieffe, 2017).

Leggendo l’Etica Nicomachea (I, 1106b 36; ivi, I, 1099a, ivi, II, 1107a22-23; ivi, X, 1174a2-8) comprendiamo che da Aristotele in poi si parla di di politica come di una scienza architettonica, che regge, coordina e dirige tutte le altre scienze pratiche, quali il diritto, l’economia, la medicina, l’edilizia, ecc., che essa applica per regolamentare l’effettiva convivenza della comunità. Per Aristotele il fine dell’uomo è nella felicità che non consiste nei piaceri dei sensi, “che rendono l’uomo simile alle bestie” (G. Reale, Introduzione a Aristotele, cit., p. 129), né nell’onore fine a se stesso, né nell’accumulo di ricchezze ma nella vita virtuosa che il Cristianesimo ha portato a compimento con il rispetto dei Comandamenti e dei precetti della Chiesa Cattolica, che è Una, Santa, Apostolica e Romana.
La Regalità Sociale di Nostro Signore Gesù Cristo è la sublimazione del ritorno alla Civitas Christiana, che è l’unica risposta metafisica e pratica alle crisi contemporanee.
La massa del XXI secolo appare anestetizzata, materialista, priva di un fine ultraterreno da raggiungere. Si osservano persone vivere alla giornata, non in funzione di un Aldilà, come era proprio delle generazioni passate, quando l’Italia era profondamente cattolica.
Oggi, ciascuno per sè, senza più alcun senso comunitario, sceglie di sopravvivere come un pagano, senza prospettive trascendenti, come se Dio non esistesse. L’hanno ucciso le ideologie intrinsecamente perverse e oltre tre secoli di cultura liberale, ovvero l’apogeo del soggettivismo e del relativismo, che non ammettono verità oggettive.
Nel nichilismo che ne deriva, ogni forma di pensiero non ha cittadinanza e la religione diviene come un insieme di norme sulla carta o un’ ipocrita abitudine. I media plasmano le coscienze con un’informazione viziata all’origine dal cosiddetto mainstream per annichilire ogni libera espressione di un giudizio critico e circostanziato. Siamo ridotti a degli automi del pensiero o della prassi altrui.
La filosofia, salvo rare eccezioni, è considerata una materia inutile. La teologia è una cosa imperscrutabile, da preti intellettuali. L’esempio evangelico e la Tradizione cattolica sono costantemente irrisi, laddove non palesemente occultati, per non urtare la suscettibilità di altri credi. Gesù non si pose mai questo problema, predicando a tutti e pagando gli strali lanciati ai sacerdoti del Suo tempo, con la morte infame di croce, vinta con la Resurrezione e la redenzione del mondo dal peccato.
Oggi, chi vive in funzione della vita eterna, con le buone opere? Siamo uomini razionali diretti dalla fede, oppure consumatori che hanno accettato la fine di tutto con la morte? Ammettiamo che siamo sempre meno. Il gregge rimasto fedele è ampiamente ridotto.
Il disaccordo delle opinioni sulla persona di Gesù Cristo e sul suo insegnamento, che erano già diffuse quando Egli era su questa terra, fa del mondo una specie di Babele. La gente, oramai, ritiene illusoria la Rivelazione cristiana oppure c’è chi pensa di dover interpretarla a piacimento. Ma non può essere così perché Dio ha parlato chiaramente. Ad un’anima di buona volontà, ad un’anima che cerca la verità con desiderio di trovarla e senza essere schiava di istinti malvagi… ad un’anima che creda ancora alla possibilità per l’intelligenza di trovare la verità…è possibile, con la grazia di Dio, conoscere con certezza la divinità di Gesù Cristo, uniformando, per diretta conseguenza, la propria volontà alla Sua, guardando all’unico fine che non è di questo mondo ma in Paradiso, alla Sua destra, per sempre.
Gesù stesso ci ha avvertiti: “Io sono la via, la verità, la vita, e nessuno può venire al Padre mio se non per mezzo di me” (Gv. XIV,6). San Pietro in Atti IV davanti al Sinedrio ha proclamato che “non c’è salvezza in alcun altro”. San Giovanni Apostolo ci avverte nell’Apocalisse: “per gli schiavi del rispetto umano, per gli increduli, per gli uomini di cattivi costumi, …la loro sorte sarà lo stagno ardente di fuoco e di zolfo” (Ap. XXI,8).
Papa Leone XIII estende la conversione personale alla società: “o il mondo ritornerà alle istituzioni cristiane, o il mondo non si rialzerà” (Rerum novarum). il Santo Padre fu così profetico da rispondere a coloro che perdono tempo nel cercare risposte meramente umane come la creazione del partito dei cattolici o altre simili amenità, scrivendo: “ce ne sono e in gran numero, che spinti dall’amore della pace, vale a dire la tranquillità dell’ordine, si associano e si raggruppano per formare ciò che essi chiamano il partito dell’ordine.
Oh! Vane speranze, fatiche sprecate! Di partiti d’ordine capaci di ristabilire la tranquillità in mezzo alla perturbazione delle cose ce n’è uno solo: il partito di Dio…Tuttavia, venerabili fratelli, questo ritorno delle nazioni al rispetto della maestà e della sovranità divina, non avverrà che mediante Gesù Cristo. L’Apostolo in effetti ci avverte che “nessuno può porre altro fondamento al di fuori di quello che è stato posto e che è Gesù Cristo” “. (1 Cor. III; San Pio X, E supremi apostolatus)
“Non vi potrebbe essere vera pace – questa pace di Cristo così desiderata – intanto che non seguiremo fedelmente i principi e gli esempi di Cristo, nell’ordine della vita pubblica come della vita privata” (Pio XI, Ubi arcano).
Pio XII fu realmente profetico nel messaggio di Natale del 1956: “i Cristiani sono sicuri che la contraddizione di cui soffriamo oggi (da una parte: progresso tecnico inebriante, e dall’altra parte: insicurezza) costituisce la prova di una grande rottura tra la vita e la Fede cristiana e che è questo male che bisogna innanzitutto guarire“.
L’unione tra la piena conversione personale alla Regalità Sociale di Gesù Cristo costruisce il motto di San Pio X: “Instaurare omnia in Christo“. Non possono esserci compromessi con l’errore e col peccato, come prevedrebbe la politica politicante. Perché la Verità ha plasmato il mondo, prima d’essere rifiutata, bestemmiata e detronizzata.
Come diceva S. Agostino: “delle due l’una: o il mondo è stato convertito dai miracoli che noi reclamiamo esser stati fatti in favore della Religione Cristiana, ed allora Essa è divina; o il mondo è stato convertito senza miracoli: in questo caso l’insediamento del cristianesimo è per se stesso il più grande dei miracoli“.
La nostra soluzione a tutti i guai del momento presente sta qui: “io credo in Gesù Cristo, Figlio di Dio“, come predicava con ardente fervore padre Ludovic Marie Barrielle (1897-1983).
Segnalazione del Centro Studi Federici
Segnalazione del Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Come tutti sanno, il 16 luglio 2021 è stata pubblicata la “lettera apostolica sotto forma di motu proprio” Traditionis custodes accompagnata da una lettera dell’attuale occupante della Sede Apostolica ai suoi Vescovi (i “custodi della Tradizione” di cui sopra) con la quale – con inusuale fretta, promulgando immediatamente il documento con la sola pubblicazione sull’Osservatore Romano – vengono revocate le concessioni fatte dal suo predecessore con il “motu proprio” Summorum Pontificum cura del 7 luglio 2007.
A proposito di questo nuovo “motu proprio” valgono da parte nostra le riflessioni e le conclusioni già da noi espresse in occasione del precedente ora parzialmente revocato: https://www.sodalitium.biz/comunicato-riflessioni-sul-motu-summorum-pontificum-2/
I due documenti sono in evidente opposizione, e forse non solo nelle scelte pastorali (uno revoca le concessioni dell’altro) ma anche su di una questione di principio: sapere cioè se il Rito Romano avrebbe due forme liturgiche (quella ordinaria e quelle straordinaria, per utilizzare l’espressione del documento del 2007) o se la sua unica espressione è quella del rito riformato (come afferma l’attuale documento riprendendo le dichiarazioni di Paolo VI nel concistoro del 24 maggio 1976).
Essi hanno tuttavia un fondamentale punto comune:
sia il m.p. Summorum Pontificum sia il m.p. Traditionis custodes impongono a chi utilizzasse il messale romano del 1962 (di Giovanni XXIII) il riconoscimento della legittimità, della validità e della santità della riforma liturgica in applicazione del Concilio Vaticano II. Su questo punto i due documenti differiscono solo in questo: il m. p. del 2007 presume l’accettazione del Concilio e della Riforma liturgica da parte di chi si avvarrà delle sue concessioni, mentre il m. p. del 2021 revoca dette concessioni perché pretende constatare una diffusa non accettazione di quanto sopra.
Ora, di due cose l’una: o coloro che si avvalgono del messale romano (del 1962) riconoscono l’autorità degli occupanti della Sede Apostolica dal 1965 in poi, e conseguentemente la legittimità, la validità e la santità del messale riformato, ed il valore magisteriale dei documenti del Vaticano II, oppure no.
Nel primo caso, non si vede perché essi provino delle difficoltà a celebrare con il rito riformato, o ad assistere al medesimo, in spirito d’obbedienza a colui che reputano essere Vicario di Cristo e Successore di Pietro, il quale ha tra l’altro espresso il voto che tutti finiscano con l’adottare il messale di Paolo VI: un rito della Chiesa, promulgato dall’autorità della Chiesa, d’altronde, non può essere che legittimo, valido e santo. Nel secondo caso, il m.p. Traditionis custodes avrebbe ragione in questo (l’inconciliabilità dei due riti) ed i sacerdoti e fedeli alla tradizione cattolica dovrebbero coerentemente rifiutare ogni concessione fondata sull’accettazione del Vaticano II e dei nuovi riti, e non dovrebbero avvalersi dei due motu proprio, né quello del 2007 né quello attuale.
Ora, il nuovo rito della messa (e dei sacramenti) è stato redatto esplicitamente nello spirito del movimento ecumenista avallato dal Vaticano II: si propone cioè non di difendere le verità della Fede, specie il sacrificio della Messa, il sacerdozio, la Transustanziazione, quanto piuttosto di andare incontro a chi queste verità di fede rigetta, al seguito di Martin Lutero (l’eresiarca omaggiato dagli ultimi occupanti della Sede Apostolica, in particolare dall’autore di Traditionis custodes); non può quindi essere un rito della Chiesa, né pertanto venire da una legittima autorità della Chiesa.
Insomma: la chiave di tutto consiste nel riconoscere la legittimità di Paolo VI che ha promulgato la “costituzione apostolica” Missale romanum, riconosciuta la quale (come fa la stessa Fraternità San Pio X, beneficiata come mai prima, paradossalmente, proprio dall’autore di Traditionis custodes) ne segue inevitabilmente il dover riconoscere la legittimità, la validità e la santità della riforma liturgica nel suo insieme, e la necessità, al di là delle astuzie dei canonisti, di uniformarsi alle disposizioni del m. p. Traditionis custodes.
In base a queste considerazioni, concludiamo:
Verrua Savoia, 21 luglio 2021.
Omelia del 18 luglio 2021 sul medesimo argomento:
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