Russia: legge che limita la libertà religiosa dei protestanti e dei testimoni di Geova

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LA NOTIZIA

di Leonardo Motta

Dallo scorso 3 ottobre è entrato in vigore in tutta la Federazione Russa uno degli emendamenti recentemente introdotti alla legge “Sulla libertà di coscienza e le organizzazioni religiose”, approvata il 5 aprile scorso.
Il provvedimento richiede la verifica della “formazione religiosa ricevuta” dai servitori di culto di tutte le religioni. In particolare saranno valutati coloro che hanno compiuto parte o tutti gli studi teologici all’estero.
La legge era stata approvata dopo lunghe consultazioni dei rappresentanti delle diverse comunità con la commissione per gli affari religiosi della Duma (la camera bassa del parlamento), guidata dal comunista Sergei Gavrilov. Tuttavia, i redattori non sono riusciti a rimuovere le restrizioni e i controlli, che sono diventati ancora più astrusi con la formulazione finale della legge. La nuova Duma avrà il potere di approvare o meno “l’attività dei servitori di religione e del personale religioso che per la prima volta partecipano a celebrazioni e riti, allo svolgimento di compiti missionari o all’insegnamento nel territorio della Federazione”.
Se ritiene che la formazione ricevuta sia “insoddisfacente”, il neoconsacrato dovrà partecipare a “corsi di formazione integrativa presso enti autorizzati, i cui programmi siano debitamente accreditati, secondo la normativa statale”. Migliaia di comunità protestanti sono a rischio, poiché l’educazione religiosa è in gran parte gratuita. Inoltre, in ambito teologico e spirituale non c’è una chiara distinzione tra clero e laici, né tra educazione “patriottica” e internazionale.
La nuova legge sostituisce anche la nozione di “membro” di una comunità con quella di “partecipante” , senza ulteriori precisazioni. Ciò attribuisce ancor più responsabilità ai capi delle associazioni religiose per il comportamento di tutti i ‘partecipanti’. Con questa sfumatura, i legislatori hanno attribuito ai gruppi dei Testimoni di Geova una serie di comportamenti “estremisti”, dichiarati poi illegali con il “decreto Jarovoj” – che porta il nome del deputato responsabile delle modifiche introdotte nel 2016.
Nelle ultime settimane altre associazioni religiose in Russia sono state condannate e bollate come estremiste. Spicca il caso di quattro comunità pentecostali fondate in Lettonia e Ucraina con il nome di “Nuova Generazione”, ora bandite in tutta la Federazione. Sotto i riflettori ci sono tutti i gruppi evangelici russi, già pesantemente vessati per la loro allergia ai “registri statali”. Il 16 settembre, un tribunale della città siberiana di Kemerovo ha condannato un libro del fondatore dei gruppi New Generation, definendolo estremista. L’autore è Aleksej Ledjaev, e il suo testo, intitolato The New World Order, che esprime visioni escatologico-spirituali che costituiscono “un’ideologia estremista molto pericolosa”, secondo le autorità.
La Corte ha invece condannato Ledjaev per ribellione, nonostante l’uomo fosse incluso nell’elenco delle persone a cui è impedito l’ingresso nel territorio della Federazione. Pertanto, l’autore lettone non ha avuto la possibilità di difendersi direttamente, né di impugnare la sentenza. Non è stato nemmeno ufficialmente informato della procedura giudiziaria, né all’estero, né ai suoi rappresentanti nel tribunale di Kemerovo.

L’alba di un nuovo Medio Oriente

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Segnalazione di Redazione Il Faro sul Mondo

di Salvo Ardizzone

Il radicale ribaltamento della situazione in Medio Oriente, già in corso da tempo e reso più celere dall’accordo sul nucleare iraniano, ha subito una nuova brusca accelerazione con la scesa in campo della Russia. Per comprendere la portata di eventi destinati a ridisegnare tutta l’area, ed avere ripercussioni globali, occorre fare un passo indietro alle radici degli equilibri di forza che hanno cristallizzato per un tempo lunghissimo quel quadrante a beneficio, più che di Stati, di centri di potere che ne hanno tratto utili immensi.

Il legame stretto che ha unito le enormi riserve energetiche del Golfo alle Major Usa del petrolio, ha determinato un interesse primario delle Amministrazioni che si sono succedute a Washington a tutelare quei petrostati, e più d’ogni altro l’Arabia Saudita. Un legame antico, reso “speciale” dai colossali interessi che ha coinvolto, creatosi oltre sessant’anni fa.

Allora, dopo aver espulso la tradizionale influenza inglese, tutta l’area era sotto il controllo Usa, che con un colpo di Stato, nel ’53, si erano liberati dallo scomodo primo ministro iraniano Mossadeq, reinsediando Reza Pahalavi e facendone il proprio gendarme nel Golfo.

Sembrava una situazione destinata a durare in eterno, ma la Rivoluzione Islamica del ’79 segnò la rottura di quegli equilibri consolidati, segnando la nascita di un forte polo di resistenza all’imperialismo Usa e di contrapposizione alla corrotta dinastia saudita.

Aggressioni in Medio Oriente

Gli eventi che nei decenni successivi si sono succeduti (l’aggressione dell’Iraq all’Iran, la prima e la seconda guerra del Golfo solo per rimanere ai più eclatanti), sono tutti figli del tentativo di mantenere l’assoggettamento dell’area da parte di Washington e Riyadh, eliminando l’unico vero ostacolo, appunto la Rivoluzione Islamica. E quando tutti sono falliti, si è pensato di colpirla con le sanzioni, per indebolirla e isolarla.

Ma la Storia non rimane ferma e le situazioni maturano: l’Amministrazione Obama, portatrice di interessi diversi da quelli dei centri di potere che sostenevano le precedenti, s’è mostrata assai meno incline ad assecondare Riyadh e le lobby ad essa legate. Per il Presidente americano il Medio Oriente era un pantano da cui gli Usa avevano ben poco da guadagnare e già nella campagna elettorale del 2007 si era dato l’obiettivo di districarsi da Iraq e Afghanistan.

Era ed è più che mai convinto che le sorti di potenza globale per gli Usa si decidano nel Pacifico, nella contrapposizione con la Cina. Praticamente una bestemmia per Riyadh, che ha visto nel progressivo allontanamento di Washington e nell’attenuarsi del suo ombrello protettivo un pericolo mortale, in questo pienamente accomunata da Tel Aviv.

Di qui le contromisure: scalzare Governi scomodi o comunque non allineati sostituendoli con altri manovrabili e spezzare quell’area di naturale collaborazione che si stava consolidando dall’Iran al Libano, attraverso Iraq e Siria. Ecco nascere il fenomeno delle “Primavere”, subito cavalcate e indirizzate; di qui il fiorire di conflitti per procura in quelle aree, sia per destabilizzare Stati considerati ostili o comunque non “amici”, che per suscitare zone di crisi in cui invischiare gli Usa impedendone il disimpegno.

Avvento delle Primavere

Ma le cose non sono andate così; dopo anni durissimi (ormai sta scorrendo il quinto), malgrado tutti gli sforzi per sviarla, la Storia ha continuato la sua strada. A parte il destino delle “Primavere”, che meritano un discorso tutto a parte, gli Stati sotto attacco non sono affatto caduti. Inoltre, presa in un pantano irrisolvibile e con in testa altre priorità, l’Amministrazione di Washington s’è mostrata sempre più svogliata nel sostenere il gioco via via più pesante dei suoi storici “alleati” locali: Arabia Saudita, appunto, ma anche Israele.

Quest’ultimo, con cieca arroganza e totale ottusità politica, non ha mancato occasione per scontrarsi con Obama (che, gli piacesse o no, era alla guida del suo tradizionale protettore d’oltre Atlantico) e compattare i suoi nemici, moltiplicando le provocazioni, le aggressioni, i crimini. Un insperato e stupefacente capolavoro politico per i suoi avversari.

È in questo clima che è maturato e ha preso il via l’accordo sul nucleare iraniano, evento di rilevanza storica perché infrange il muro dietro cui si voleva isolare Teheran, e per questo fino all’ultimo avversato invano da sauditi e israeliani.

L’accordo fortemente voluto da Washington non deve stupire. In esso non c’è nessuna resipiscenza per 40 anni di aggressioni ed ingiustizie, quanto il calcolo che l’Iran è indispensabile per la stabilizzazione del Medio Oriente, evitando il completo ed irreversibile collasso delle aree di crisi, come auspicato dagli “alleati” (Turchia, Arabia Saudita ed Israele), che le hanno create per spartirsene le spoglie. Nell’ottica dell’Amministrazione Obama, rinunciato ad un’egemonia Usa sulla regione (ormai impossibile), voleva però impedire che un’unica altra potenza la controlli.

Il disegno Usa in Medio Oriente

Da questo disegno discende tutta l’ambiguità e la contraddizione dell’operato Usa, soprattutto nei confronti dell’Isis, creato a tavolino per destabilizzare l’area e poi ingigantitosi e sfuggito al controllo. Washington sa bene che, spazzato via quel “nemico” tutt’altro che irresistibile (malgrado l’immagine che continuano a darne i media), si otterrebbe la stabilizzazione dell’Iraq ed a seguire della Siria; ma in questo modo si favorirebbe l’unità di un’area di collaborazione da Iran a Libano cementata ora da anni di lotte comuni; proprio quella che, quand’era ancora in embrione, è stata il bersaglio della destabilizzazione del Golfo.

Ed ecco la ridicola attività simbolica della coalizione internazionale a guida Usa che dovrebbe combatterlo, una forza che a volerlo avrebbe potuto incenerirlo in poche settimane, e che da più d’un anno fa poco o nulla. Di qui le resistenze a fornire ciò che serve all’Iraq per difendersi e il malumore nel constatare che quello Stato, un tempo un semplice vassallo, comincia a far da sé con gli aiuti (veri) di Teheran e di Mosca.

Ed ecco tutte le contraddittorie ambiguità sulla Siria, che è e resta il nodo dei problemi in Medio Oriente. In quel pantano sanguinoso, nella distorta logica avvalorata dai media, s’è giunti al paradosso di voler distinguere fra i tagliagole dell’Isis, cattivi perché sfuggiti al controllo di chi li manovrava, e quelli di Al-Nusra, ufficialmente affiliati ad Al-Qaeda ma “buoni” perché controllati da Riyadh. Secondo questa logica distorta, che Arabia Saudita, Turchia e Qatar, col pieno avallo e appoggio degli Usa, armino, finanzino ed aiutino in ogni modo bande di assassini ufficialmente prezzolati, perché destabilizzino uno Stato sovrano per poi spartirlo, sarebbe lecito quanto giusto.

Inserimento della Russia

Il fatto è che la posizione ambigua tenuta da Washington ha generato un colossale vuoto di potere, ed in quel vuoto s’è inserita la Russia, che è una storica alleata della Siria e di interessi in Medio Oriente ne ha eccome. La base navale di Tartus, i nuovi legami con l’Iran, il ruolo nella ricostruzione dell’area che diverrà il terminale della Via della Seta cinese, sono solo alcuni. Poi la possibilità di avere carte in mano da scambiare con Washington nell’altra area di crisi che a Mosca sta a cuore: l’Ucraina. Un intervento che ha sparigliato le carte, suscitando le inviperire reazioni di chi ha visto il proprio gioco irrimediabilmente compromesso, perché, in nome di un ulteriore paradosso sostenuto da tanti osservatori interessati, il fatto che un Governo legittimo sotto attacco chieda sostegno ad un alleato farebbe scandalo, quello che non c’è ad armare i terroristi che lo attaccano.

Sia come sia Putin ha rotto gli indugi e sta dando l’assistenza chiesta da Damasco. In buona sostanza sta fornendo cospicui aiuti militari e con l’aviazione sta colpendo le bande di assassini senza fare quelle distinzioni comprensibili solo alla luce degli interessi di chi la Siria voleva distruggerla per poi spartirsela.

L’intervento ha dato una fortissima accelerazione alla risoluzione delle crisi (peraltro già avviata); malgrado le strenue proteste dei sauditi e degli Stati nel loro libro paga (Francia in testa), non passerà molto che le famigerate bande del “califfo” verranno distrutte e con loro gli altri tagliagole che infestano Siria ed Iraq.

La completa sconfitta Usa

Anche Washington ha protestato con forza, ma nella realtà l’intervento di Putin ali Usa sta bene. Il Medio Oriente era già perduto per gli Usa e neanche considerato più prioritario; così i tempi sono stati solo accelerati. E piuttosto che esserne completamente esclusa, a Washington fa comodo che al centro ci sia la Russia, con cui ha molto da scambiare per la soluzione del problema ucraino e per le sanzioni inferte per la Crimea.

Per Riyadh è il crollo totale del disegno di mantenere potere e privilegi come sempre, in cui tanto aveva investito. È l’ennesimo fallimento che s’aggiunge a una pericolosa crisi finanziaria ed alla sciagurata aggressione allo Yemen, che si sta trasformando in un disastro; insieme potrebbero minare le stesse fondamenta del Regno.

La Turchia, frustrata nei sogni megalomani di Erdogan e con una guerra civile ritrovata con il Pkk che rischia di internazionalizzarsi, coinvolgendo le altre formazioni curde.

Israele è completamente solo, attorniato da nemici che lui stesso ha compattato; adesso può attendere solamente che la soluzione delle crisi che ha contribuito largamente ad attizzare indirizzi su di lui tutte le forze della Resistenza.

È un Medio Oriente allargato assai diverso che sta emergendo rapidamente. Un’area finalmente liberata da antichi imperialismi oppressivi: quello Usa, quello sionista e quello del Golfo. Un’area che dopo anni e anni di lotte sta conquistando il suo autonomo cammino di sviluppo.

In tutto questo spicca la totale assenza dell’Europa, che pure tanti interessi avrebbe ad essere presente, anche solo politicamente. L’ennesima dimostrazione d’inconsistenza, di pochezza e d’inutilità, di Istituzioni tali solo sulla carta. È l’ennesima manifestazione di totale sudditanza di Stati privi di sovranità o, più semplicemente, di una politica che non sia miope egoismo o totale asservimento.

Fonte: https://ilfarosulmondo.it/lalba-di-un-nuovo-medio-oriente/

L’azione dell’Iran rompe l’assedio USA su Siria e Libano

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di Elijah J. Magnier 

Fonte: controinformazione

L’effetto a catena delle petroliere iraniane che trasportano petrolio in Libano attraverso la Siria ha influenzato e amplificato generosamente l’influenza di Hezbollah in Libano e ha raggiunto gli Stati Uniti, la Russia e diversi stati arabi. Le conseguenze hanno accelerato importanti questioni regionali e internazionali, mettendole con forza sul tavolo della discussione e imponendo una revisione della politica statunitense in Asia occidentale, in particolare in Siria. I paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti, hanno iniziato a ripensare e contemplare le attuali riserve sul rapporto con la Siria e il suo ritorno alla Lega Araba e alla comunità internazionale. L’obiettivo – o forse il desiderio – è offrire al presidente Bashar al-Assad l’opportunità di ripensare alle sue relazioni globali e regionali e rimuovere i ruoli esclusivi dell’Iran e della Russia nel Levante.

Molti eventi hanno avuto luogo in Asia occidentale ea New York negli ultimi mesi. Gli incontri non dichiarati a Baghdad tra l’ Arabia Saudita e l’Iran , la Giordania e l’Iran e l’Egitto con l’Iran hanno contribuito a rompere il ghiaccio tra questi paesi regionali ea discutere di importanti questioni di grande preoccupazione. Inoltre, il vertice iracheno ha permesso ad Arabia Saudita, Qatar, Iran, Kuwait, Egitto, Giordania e Francia di incontrarsi e riscaldare le loro relazioni, creando un maggiore riavvicinamento tra gli stati regionali. L’Iraq sta svolgendo un ruolo positivo ma importante in cui tutti i paesi possono riunirsi e discutere le proprie differenze. Inoltre, ci sono stati importanti incontri tra il re giordano Abdullah con il presidente Joe Biden a Washington e il presidente Vladimir Putin a Mosca, e l’ incontro del presidente siriano Bashar al-Assad con il presidente Putin per parlare dell’unità del territorio siriano. Infine, l’attesa visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Mosca e New York . Questi incontri aprono le porte alla fase successiva, che apre la strada al ritorno della Siria nella sfera regionale e internazionale.

In effetti, lo sviluppo più importante è stata la dichiarazione del re giordano da Washington secondo cui “il presidente Bashar al-Assad resta al potere e deve essere trovato un modo per riguadagnare il dialogo con lui”. Ciò non significa che la Giordania abbia cessato le sue relazioni con la Siria nell’ultimo decennio. L’ambasciata giordana non ha mai chiuso i battenti a Damasco né l’ambasciata siriana ad Amman nonostante la Giordania ospitasse la sala del Military Operation Command (MOC). Il MOC ha ospitato comandanti militari arabi e occidentali, compresi gli Stati Uniti, per condurre operazioni di sabotaggio e attacco all’interno della Siria, con l’obiettivo di porre fine al governo del presidente siriano e creare uno stato fallito in Siria. Ha sostenuto e formato militanti e jihadisti in Giordania, tra cui Al-Qaeda organizzazioni, alla conoscenza dei tirocinanti e dell’amministrazione degli Stati Uniti.

Durante i decenni di guerra in Siria, i contatti tra Amman e Damasco a livello di sicurezza e politico non si sono fermati, sebbene abbiano variato di intensità. Le ultime comunicazioni ufficiali significative sono state duplici.

Il primo è stato un appello tra il ministro degli Interni giordano Mazen al-Faraya con il suo omologo siriano, Muhammad al-Rahmoun. I due ministri hanno affermato di aver concordato di coordinare il transito dei camion tra i due Paesi, il che significa che gli Stati Uniti devono escludere la Giordania e la Siria dalle sanzioni imposte attraverso il ” Cesar Civilian Protection Act “. I camion siriani potranno attraversare i confini senza scaricare il loro carico su altri camion sul lato giordano dei confini. Ciò ridurrà significativamente il costo siriano, aprirà la strada della merce siriana a molti paesi e porterà la tanto necessaria valuta estera.

Il secondo alto contatto ufficiale è stata la visita del ministro della Difesa e vice primo ministro siriano Ali Ayoub ad Amman e l’incontro con il capo di stato maggiore giordano, maggiore generale Yousef Al-Hunaiti, il primo incontro ufficiale a questo livello dopo dieci anni di guerra in Siria.

Non c’è dubbio che gli Stati Uniti abbiano aperto la porta al ritorno della Siria in Libano quando hanno accettato di rilanciare la linea del gas che trasportava il gas egiziano attraverso la Giordania in Libano. Questa linea di gas è stata offerta come alternativa nel disperato tentativo di limitare il flusso di gasolio e benzina iraniani in Libano attraverso Hezbollah. L’ambasciatore degli Stati Uniti in Libano, Dorothy Shea, ha annunciato la decisione sulla fornitura di gas in reazione all’annuncio del segretario generale di Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah. Sayyed Nasrallah ha promesso fornire al Paese petrolio iraniano attraverso la Siria per rompere il blocco non annunciato dagli Stati Uniti e soddisfare i bisogni del popolo libanese. Il Libano, assetato di forniture di petrolio (la cui perdita ha paralizzato il ciclo di vita del Paese, che sta attraversando una crisi economica senza precedenti), ha benedetto il petrolio iraniano mentre cadeva come manna sulla popolazione libanese. La popolarità dell’Iran e di Hezbollah è esplosa ed è stata acclamata da alleati, amici e (molti) nemici allo stesso modo.

Hezbollah, reparti in parata

Tuttavia, il petrolio iraniano non è l’unico problema che gli Stati Uniti ei paesi arabi devono affrontare. Sono molto preoccupati che la Siria rimanga nella sfera di influenza iraniana. L’Iran ha guadagnato una popolarità senza precedenti in Siria a causa della politica di Washington, che voleva creare uno stato fallito in Siria e rimuovere il presidente Assad dal potere. Inoltre, l’Iran ha raccolto più lodi quando gli Stati Uniti non sono stati in grado di destabilizzare Siria, Iraq e Libano. L’amministrazione statunitense pensava che imponendo dure sanzioni alla Siria e impedendo qualsiasi riavvicinamento tra Damasco e altre capitali regionali e occidentali, avrebbe potuto far leva sul presidente Assad e costringerlo a dettare le sue condizioni.

Sembra che l’amministrazione di Joe Biden stia iniziando a valutare le cose in modo più realistico, come espresso dal re giordano dopo aver incontrato Biden. Non è un caso che re Abdullah affermi da Washington che c’è la necessità del ritorno della Siria e dei rapporti con Assad, argomento tabù per le precedenti amministrazioni statunitensi. È davvero un passo piccolo ma significativo, anche se non significa che gli Stati Uniti riscalderanno presto le loro relazioni con la Siria. Invece, il ritorno del rapporto dei paesi arabi e occidentali con Assad è una preparazione per l’opinione pubblica a riconoscere che il presidente siriano è il leader eletto del suo paese, cosa che i paesi coinvolti nell’ultimo decennio di guerra non possono più ignorare.

Il presidente siriano ha detto ai suoi numerosi visitatori ufficiali regionali e occidentali che “gli Stati Uniti non hanno mai interrotto le loro relazioni di sicurezza con la Siria. Tuttavia, in Siria rifiutiamo qualsiasi dialogo politico a meno che le forze occupate dagli Stati Uniti non si ritirino dalla regione attiva del nord-est».

Gli Stati Uniti e molti stati europei hanno mantenuto una relazione di sicurezza e antiterrorismo con la Siria (Francia, Italia, Germania e altri). Tuttavia, la Siria ha stabilito che tutte le delegazioni europee riaprano le porte delle loro ambasciate prima di impegnarsi in relazioni politiche. Il governo di Damasco è più forte oggi che mai, in particolare quando il sud è tornato completamente sotto il controllo dell’esercito siriano.

Infatti, in queste ultime settimane , la Siria ha liberato Daraa e Tafas , assicurando più di 328 chilometri a partire dalla Badia a As-Suwayda e Daraa. Pochi giorni fa, tutte le città dell’area di Huran sono cadute sotto il controllo dell’esercito siriano. Gran parte del sud della Siria era sotto i ribelli che coesistevano con l’esercito siriano, a seguito di un accordo stipulato dalla Russia nel 2018 . Questi militanti hanno creato una “zona cuscinetto”, controllando il valico di frontiera con la Giordania e proteggendo gli israeliani che occupano le alture del Golan siriano e i confini di Israele. Gli israeliani hanno ripetutamente affermato di temere la presenza di Hezbollah e dell’Iran ai confini siriani e non sono riusciti a imporre una zona libera dalla presenza iraniana ovunque la leadership siriana desiderasse che fosse.

Tuttavia, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato : “La Russia non accetterà che la Siria venga utilizzata come piattaforma per operazioni contro Israele”. Pertanto, la Russia sta inviando il messaggio agli Stati Uniti e a Israele che le forze siriane ai confini siriani sono un garante della protezione di Israele e un’indicazione all’Iran che Mosca desidera che il fronte delle alture del Golan occupato rimanga freddo.

Il ministro russo Lavrov esprime senza dubbio la preoccupazione della Russia per l’incolumità e la sicurezza di Israele e offre la garanzia di Mosca per prevenire attacchi contro le alture del Golan occupate. Tuttavia, la Russia non ha impedito a Israele di violare la sovranità e il territorio siriano. Israele, infatti, ha compiuto più di mille attentati, violando la sovranità siriana, uccidendo molti civili e distruggendo molte postazioni e magazzini appartenenti allo stato siriano. Mosca ha offerto all’esercito siriano missili terra-aria per intercettare gli attacchi aggressivi e ripetitivi israeliani, ma non è riuscito a fermare questi attacchi anche quando Israele è stato responsabile dell’abbattimento dell’aereo Il-20 e dell’uccisione di 15 membri del servizio russo.

La Russia è presente nel sud dal 2018, a seguito di un accordo tra militanti locali e governo siriano. Questo accordo non è più necessario perché le forze di Damasco hanno preso il controllo completo del sud della Siria. Inoltre, la Russia non può impedire alla Siria di liberare il suo territorio (le alture del Golan) quando il governo centrale deciderà di farlo in qualsiasi momento in futuro.

Indubbiamente, l’influenza iraniana e la presenza militare in Siria sono state conseguenze della guerra globale contro la Siria e della sua richiesta di sostegno all’Iran. Anche se gli Stati Uniti stanno impedendo ai paesi del Medio Oriente di ristabilire i legami con la Siria, Damasco mostra la volontà di aprire una nuova pagina con i paesi occidentali e arabi. Pertanto, gli Stati Uniti sono il principale contributore alla crescente influenza iraniana nel Levante, quando la “Repubblica Islamica” è il principale sostenitore e fornitore di beni di prima necessità della Siria.

Gli Stati Uniti potrebbero cercare di compensare rivedendo la propria posizione sulla Siria e la propria autoviolazione della “Legge di Cesare” per creare nuovi equilibri nella regione e consentire alla Lega araba di includere nuovamente Damasco. Durante il recente vertice di Baghdad, il presidente francese Emmanuel Macron ha promesso al primo ministro iracheno Mustafa Al-Kadhemi di esaminare le relazioni dell’UE con Assad. Al-Kadhemi ha informato il presidente al-Assad in una conversazione telefonica privata di venti minuti subito dopo la fine della conferenza.

Il ritorno delle relazioni ufficiali tra Giordania e Siria è legato alla sicurezza delle frontiere, alla prevenzione delle vecchie e nuove strade di contrabbando tra i due paesi e alla lotta al terrorismo. La Giordania sta assumendo un ruolo guida come pioniere nell’aprire la porta ad altri paesi del Medio Oriente per attraversarlo e consentire all’amministrazione statunitense di preparare la sua futura politica per consentire alla Siria di tornare alle piattaforme regionali e internazionali e non essere più isolata. Questo non accadrà molto presto. Tuttavia, è l’inizio di un fondamentale spostamento di posizione verso la Siria.

La comunità internazionale non avrà altra scelta che abbracciare la Siria, prima è, meglio è, prima che venga attuato l’accordo nucleare con l’Iran e quando tutte le sanzioni saranno revocate. Quando ciò accadrà nei prossimi mesi, l’Iran dovrebbe diventare molto più forte finanziariamente e godere di un potere economico e finanziario senza precedenti. Il suo sostegno alla Siria sarà molto più significativo, rendendo inutile e inefficace l’embargo USA-UE.

La petroliera iraniana è attraccata in Siria e il gasolio è stato trasportato in Libano, proprio come lo è l’offerta di armi di Hezbollah. La presenza iraniana a Quneitra preoccupa anche Israele e gli Stati Uniti e sfida l’occupazione israeliana del Golan siriano. Inoltre, la guerra siriana sta volgendo al termine con la liberazione dei territori occupati dagli Usa-Turchi nel nord. Le forze statunitensi se ne andranno prima o poi, causando grave preoccupazione alle forze curde in quella parte nord-orientale del Paese.

Infatti, il rappresentante del “Consiglio democratico siriano” (la forza che protegge le forze di occupazione statunitensi) negli Stati Uniti, Bassam Saqr, ha affermato che “l’America dovrebbe avvertire i curdi siriani se viene presa la decisione di ritirare tutte le forze. Il ritiro, ogni volta che avverrà, dovrà essere graduale, passo dopo passo”.

È prevedibile un cambiamento nella politica degli Stati Uniti e nella sua revisione del futuro delle sue forze che occupano il nord-est della Siria. Ciò che ha sollevato gravi allarmi negli Stati Uniti e in altri paesi del Golfo è la forza che l’Iran ha raggiunto e il potere di cui gode come conseguenza involontaria della guerra siriana nel 2011. È giunto il momento di ammettere il fallimento degli obiettivi degli Stati Uniti e consentire al governo siriano di l’economia e il suo rapporto con il resto del mondo a fiorire. Le relazioni siriano-iraniane sono strategiche e il loro legame forte è abbastanza solido da non essere a rischio nonostante il futuro sviluppo in Siria.

Correzione di: Maurice Brasher

Traduzione : Gerard Trousson

Vaccino russo Sputnik V: primi lotti saranno distribuiti nelle regioni entro lunedì

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epa08600542 A handout photo made available by the Russian Direct Investment Fund (RDIF) shows containers with a new two-vector COVID-19 vaccine at Nikolai Gamaleya National Center of Epidemiology and Microbiology in Moscow, Russia, 06 August 2020 (issued 13 August 2020). Russia registered the new called Sputnik V vaccine against coronavirus Sars-Cov-2 and opens the stage of its massive testing. EPA/RDIF HANDOUT NO RESTRICTIONS, ALLOW TO USE IN SOCIAL NETWORK HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

 

Non è nostra intenzione addentrarci nella dialettica “vaccino sì – vaccino no” in questo momento, ma sottolineare un dato politico, o meglio geopolitico: la Russia di Putin, come già anticipato circa un paio di mesi fa, è davvero arrivata prima degli altri. Trump tace. E chi tace, spesso acconsente. L’Europa intesa come UE non pare affatto contenta ed esprime riserve o imbarazzi. La Via della Seta sembra in difficoltà…(N.d.R.)

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Il vaccino russo Sputnik V, il primo al mondo efficace contro il coronavirus SARS CoV-2, è stato registrato dal Ministero della salute.

Le prime partite del nuovo vaccino russo Sputnik V saranno distribuite nelle varie regioni della Federazione Russa entro il prossimo lunedì, 14 settembre.

A darne l’annuncio in mattinata è stato il ministro della Salute del governo russo Mikhail Murashko:

“I primi lotti del vaccino sono già stati scaricati per il testing e per la preparazione della catena logistica in tutte le regioni […] Entro lunedì saranno consegnati i primi campioni di vaccino”, sono state le sue parole ai giornalisti nel corso di una visita nella Regione di Leningrado.

In questo momento il vaccino russo Sputnik V si trova nella terza ed ultima fase delle sperimentazioni cliniche, alla quale prenderanno parte oltre 30.000 volontari.

Il vaccino Sputnik V

Lo scorso 11 agosto il governo russo aveva registrato ufficialmente Sputnik V come il primo vaccino al mondo contro COVID-19.

Sputnik V è stato sviluppato da specialisti del Centro Gamaleya con il sostegno del Fondo Russo per gli Investimenti Diretti (RDIF). Gli esperti hanno sottolineato che durante gli studi clinici, tutti i volontari hanno sviluppato livelli di anticorpi elevati, nessuno ha avuto gravi complicazioni.

Il capo dell’RDIF, Kirill Dmitriev, ha riferito che il fondo ha ricevuto richieste da più di 20 Paesi per l’acquisto di un miliardo di dosi del vaccino. Allo stesso tempo, ha osservato che la Russia ha acconsentito alla produzione di vaccini in cinque di essi. Secondo lui, le attuali capacità disponibili consentono di produrre 500 milioni di dosi all’anno.

Fonte: https://it.sputniknews.com/mondo/202009129522691-vaccino-russo-sputnik-v-primi-lotti-saranno-distribuiti-nelle-regioni-entro-lunedi/?utm_source=push&utm_medium=browser_notification&utm_campaign=sputnik_it

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Il vaccino SputnikV per la collaborazione globale contro la pandemia

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Questo articolo di opinione racconta la storia dietro la creazione del vaccino russo contro il COVID-19 e sottolinea la volontà della Russia di cooperare con la comunità internazionale

tratto da Sputnik News

Il «momento Sputnik» è arrivato. Il vaccino russo «Sputnik V» è stato lanciato diventando il primo vaccino COVID-19 registrato al mondo e rievocando i ricordi del lancio shock nel 1957 del satellite sovietico, che aprì lo Spazio all’esplorazione umana. Quella nuova portò non solo alla competizione ma anche a molti sforzi di collaborazione, inclusa la missione congiunta Apollo-Soyuz degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica.

Un vaccino COVID-19 è la priorità numero uno al mondo in questo momento e molti paesi, organizzazioni e aziende, affermano di essere vicine a svilupparne uno. Entro la fine di quest’anno alcuni altri paesi potrebbero avere i propri vaccini. È importante che le barriere politiche non impediscano che le migliori tecnologie disponibili vengano utilizzate a beneficio di tutte le persone di fronte alla sfida più grave cui l’umanità si trova a dover affrontare da decenni.

Sfortunatamente, invece di esaminare la scienza dietro la collaudata piattaforma di vaccini basata sui vettori adenovirali (virus a DNA) che la Russia ha sviluppato, alcuni politici e media internazionali hanno scelto di concentrarsi sulla politica e sui tentativi di minare la credibilità del vaccino russo. Crediamo che un tale approccio sia controproducente e chiediamo un ‘cessate il fuoco’ politico sui vaccini di fronte alla pandemia COVID-19. CONTINUA SU:  https://www.diariodelweb.it/esteri/articolo/?nid=20200811-547136

Il Nuovo Impero Britannico e l’ossessione del fascismo russo

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di Francy C.

Il londinese Financial Times avverte oggi che il “fascista Putin” sta usando la questione Coronavirus per destabilizzare UE. Ma che c’è di vero in tutto ciò? Ancora adesso, come spesso è avvenuto nella storia, l’Inghilterra sta fornendo una lezione al mondo. Darwinismo sociale? Sì e no. Johnson si è formato a Eton come la crema dell’aristocrazia politica britannica, è un uomo colto e scrittore di importanti libri, a differenza di Di Maio, Salvini, Conte e Trump, ma anche di politici sopravvalutati come Macron e Merkel. E’ un vero statista, in Occidente è l’unico che regge il confronto con leader politici come Assad, Putin, Ahmadinejad. Boris non è eurofobo ma non si fida dei tedeschi, non esiste nella visione britannista di Johnson una identità germanica in quanto i tedeschi o sono slavi o sono occidentali, dunque l’UE carolingia è un sogno divenuto incubo neo-sovietico. Continua a leggere

L’élite globale anglosassone e la Terza Guerra mondiale?

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Riceviamo e pubblichiamo questa analisi di una nostra amica ed assidua lettrice, che segue una teoria e trae conclusioni che non possiamo considerare definitive, ma degne di nota. E’ un’ opinione politicamente scorretta, con una sua logica, di cui tener conto. (Nota del Circolo Christus Rex) 

di Francesca Catanese

Carrol Quigley, professore alla Georgetown University, pubblicò nel 1966 un volume di 1348 pagine: Tragedy and Hope. Quigley non è accusabile di complottismo perché ha formato la classe dirigente angloamericana, a iniziare da Clinton. Il professore rivelava l’esistenza di una élite anglofila che puntava al dominio globale e che in parte lo aveva già conquistato. Ma prevedeva anche che, dopo il 2000, nuove forze, come la Cina, una Russia liberatasi dal Comunismo – che, dimostrava Quigley era per lo più uno strumento dell’élite globale britannica – avrebbero contrastato l’egemonia anglofila mondiale. Continua a leggere

Ivashov: i russi conoscono l’antidoto al COVID-19?

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Segnalazione di Giacomo Bergamaschi

QUINTA COLONNA

di Francy Rossini (Mosca)

Ivashov Leonid Grigorievich (nato nel 1943) – personaggio militare, pubblico e politico russo. Colonnello generale. Nel 1996 – 2001 Capo della direzione principale della cooperazione militare internazionale del Ministero della difesa. Dottore in scienze storiche, professore. Presidente dell’Accademia dei problemi geopolitici. Membro permanente del club Izborsk. Si è laureato presso la scuola di comando di armi combinate superiori di Tashkent nel 1964, l’Accademia militare. MV Frunze nel 1974. Ha prestato servizio nelle truppe in varie posizioni fino al vice comandante di un reggimento di fucili a motore. Dal 1976 ha prestato servizio nell’apparato centrale del Ministero della Difesa dell’URSS, è stato assistente del Ministro della difesa dell’URSS Maresciallo D. Ustinov. Dal 1987 dirige l’Ufficio del Ministro della Difesa; 1992-1996 – Segretario del Consiglio dei Ministri della Difesa della CSI; Nell’agosto 1999, è stato approvato come capo dello staff per il coordinamento della cooperazione militare tra gli stati membri della CSI. Nel luglio 2001, è stato sollevato dal suo posto di capo della direzione principale della cooperazione militare internazionale e messo a disposizione del ministro della difesa. Ivashov è stato decorato con l’Ordine al merito della patria (Beneficio, Onore, Gloria riprende il motto dell’ordine imperiale di San Vladimir). Per quanto sia un militare di scuola sovietica il Generale Ivashov è anticomunista, essendo già stato Presidente dell’Unione del Popolo russo che si ispira alla visione spirituale e sociale di Alexander Solzenicyn. Il momento di massima popolarità di Ivashov si ebbe nel ’99; fu lui, nei giorni dei bombardamenti NATO contro la Serbia, a guidare l’operazione Pristina e i soldati russi affrontarono le truppe britanniche; si ricorderà che poco prima, l’allora Premier Primakov si rifiutò di recarsi a Washington annullando la visita ufficiale prevista. Continua a leggere

Coronavirus, la Russia di Putin vieta l’ingresso ai cinesi

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Mosca è il primo paese al mondo ad intraprendere una iniziativa del genere che rischia, almeno potenzialmente, di mettere a dura prova le relazioni ufficiali con la Cina di Xi Jinping

La Russia di Putin teme il coronavirus e per questo motivo vieterà a tutti i cittadini cinesi di entrare nel paese da giovedì 20 febbraio.

Mosca è il primo paese al mondo ad intraprendere una iniziativa del genere che rischia, almeno potenzialmente, di mettere a dura prova le relazioni ufficiali con la Cina di Xi Jinping, uno stretto alleato dei russi.

Nella serata di martedì 18 febbraio il primo ministro Mikhail Mishustin ha firmato il decreto che vieta temporaneamente a tutti i cittadini cinesi di entrare in Russia per motivi di turismo, studio o lavoro. La notizia è poi stata riferita ai media dal ​​vice primo ministro Tatiana Golikova.

Mosca ha preso la decisione “in relazione al peggioramento della situazione epidemologica in Cina e alla continua presenza di cittadini cinesi sul territorio russo”, ha riferito l’Interfax.

Secondo le statistiche del ministero degli interni, la Russia lo scorso anno ha rilasciato oltre 2,3 milioni di visti ai cittadini cinesi, la maggior parte dei quali erano sul suolo dell’enorme paese per motivi turistici. Oggi l’epidemia di coronavirus in corso rischia di danneggiare i fiorenti legami di Mosca con Pechino. Solo nel 2019 il commercio tra i due paesi ha raggiunto, secondo il Financial Times, i 110 miliardi di dollari.

A mezzanotte di martedì 18 febbraio la Russia, quindi, smetterà di accettare, elaborare e rilasciare domande di visto per cittadini cinesi. La decisione non riguarderà i passeggeri in transito a Mosca, che è diventato un centro popolare per i turisti cinesi che visitano l’Europa. L’anno scorso, per esempio, 1,26 milioni di passeggeri cinesi in transito hanno attraversato l’aeroporto Sheremetyevo, il più grande di Mosca.

Dal ministero degli esteri russo hanno dichiarato di aver interrotto il rilascio di visti elettronici ai cittadini cinesi, sospendendo un permesso speciale che offre ai turisti un accesso a breve termine a San Pietroburgo, all’enclave del Mar Baltico di Kaliningrade a parti dell’estremo oriente del paese.

Lo scorso gennaio la Russia aveva chiuso il suo confine terrestre di 4 mila chilometricon la Cina, aveva vietato l’ingresso senza visto per i gruppi di turisti cinesi e sospeso tutti i voli tra i due paesi, eccetto quelli gestiti dai vettori statali Aeroflot e Air China. In seguito la Russia aveva iniziato a evacuare alcuni dei 300 russi che vivono a Wuhan, l’epicentro dell’epidemia, e altri 341 da altri luoghi nella provincia di Hubei.

Fino ad ora in Russia sono stati segnalati solo due casi di coronavirus, entrambi riguardanti cittadini cinesi in Siberia, nonché una donna russa a cui è stato diagnosticato il virus a bordo della nave da crociera Diamond Princess in quarantena in Giappone.

Da https://www.ilgiornale.it/news/mondo/coronavirus-russia-putin-vieta-lingresso-ai-cinesi-1828761.html

Omicidio Soleimani, Mosca: “il mondo affronta una nuova realtà”

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L’uccisione di Soleimani porta dietro di sé gravi conseguenze, hanno affermato al ministero degli Esteri russo.

Dopo l’operazione statunitense per l’eliminazione fisica del comandante delle forze speciali dei pasdaran iraniani (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica Irgc – ndr) Qasem Soleimani, il mondo ha dovuto affrontare una nuova realtà: l’uccisione di un funzionario da parte di un altro Paese, questa mossa intrapresa dagli Stati Uniti non rientra in alcun quadro giuridico, ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova.

“Naturalmente oggi ci troviamo di fronte all’apparizione di una nuova realtà, vale a dire l’eliminazione di un rappresentante del governo di uno Stato sovrano, un funzionario, senza alcuna base giuridica. E’ un avvenimento estremamente importante che porta l’intero contesto su un piano completamente diverso”, ha detto la Zakharova sul canale televisivo Rossiya-24.

Pentagono rivendica uccisione di Soleimani

In precedenza il Pentagono ha confermato che gli Stati Uniti hanno condotto l’operazione contro Soleimani. Secondo l’ambasciatore iraniano in Iraq Iraj Masjidi, a seguito dei raid nei pressi di Baghdad, sono rimaste uccise 12 persone.

Tra le vittime, oltre a Soleimani, c’era il vice comandante di un gruppo armato sciita Abu Mahdi al-Muhandis, che il segretario di Stato americano Mike Pompeo aveva accusato di aver attaccato l’Ambasciata americana a Baghdad il 31 dicembre. La massima carica dello Stato iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, ha promesso di vendicare la morte di Soleimani.

Assassinio generale pasdaran verrà discusso al Consiglio di Sicurezza Onu

Il tema dell’operazione americana in Iraq e dell’assassinio del generale Qasem Soleimani sarà discusso nella giornata di oggi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma il formato non è ancora noto, ha fatto sapere la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova.

“Certo, penso che questo argomento verrà discusso oggi a New York … Certo non verrà trascurato dalle Nazioni Unite”, ha detto la Zakharova sul canale televisivo Rossiya-24.

“Penso che il formato verrà ancora elaborato”, ha detto la rappresentante del ministero degli Esteri russo, rispondendo alla domanda se Mosca avrebbe richiesto la convocazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Ha notato che la bozza di risoluzione degli Stati Uniti sugli attacchi all’Ambasciata americana a Baghdad era stata precedentemente presentata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tuttavia Washington ha compiuto raid in Iraq senza discutere la questione e senza la presa di posizione in merito da parte della comunità internazionale.

Da https://it.sputniknews.com/politica/202001038482762-omicidio-soleimani-mosca-il-mondo-affronta-una-nuova-realta/

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