L’ex capo del Pentagono ha rivelato i piani di psico-guerra degli Stati Uniti contro la Russia

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di Andrew Korybko

È il massimo della “scorrettezza politica” riconoscere che gli Stati Uniti conducono una guerra psicologica (psywar) contro gli altri, poiché il dogma legato alla screditata convinzione suprematista del proprio “eccezionalismo” sostiene che tutti gli abitanti del mondo sono già presumibilmente attratti dai loro modelli, rendendo così superflua qualsiasi operazione di gestione della percezione. La realtà, tuttavia, è che gli Stati Uniti hanno sempre condotto guerre psicologiche contro i loro avversari geopolitici e continueranno a farlo.

Questo vale soprattutto per la Russia, come ha sorprendentemente ammesso l’ex direttore della Defense Intelligence Agency (DIA) David R. Shedd in un articolo per Politico su “Waging Psychological War Against Russia”, di cui è coautore insieme alla consulente del Barish Center for Media Integrity della Foundation for Defense of Democracies Ivana Stradner. Invece di aggrapparsi alla tattica collaudata e fallita di vendere il sogno americano ai russi, suggeriscono di manipolare il “nazionalismo” dei loro obiettivi.

In poche parole, ritengono che gli obiettivi strategici dell’America possano essere più efficacemente perseguiti facendo tutto il possibile per screditare gli impressionanti risultati ottenuti dal Presidente Putin negli ultimi due decenni, che hanno portato la Russia a ripristinare il suo storico status di potenza mondiale. A tal fine, i due propongono di enfatizzare l’”isolamento” della Russia dall’Occidente, di enfatizzare le sue presunte perdite in Ucraina, di ossessionare la corruzione, di alimentare il sentimento etno-separatista e di impiegare agenti di influenza.

Gli ultimi due sono particolarmente significativi perché si riferiscono alla fantasia politica di “balcanizzare” la Russia e al reclutamento attivo di influencer sui social media. Queste proposte inavvertitamente rivendicano la valutazione del Presidente Putin della scorsa settimana, secondo cui l’Occidente rappresenta una minaccia esistenziale per la sua civiltà-stato storicamente diversificata, e dimostrano anche il motivo per cui il Cremlino ha promulgato una legislazione di vasta portata contro gli agenti stranieri. Di conseguenza, si può concludere che i piani rivelati pubblicamente dai due sono controproducenti.

Non solo confermano tutto ciò che la Russia sospettava sul Miliardo d’oro dell’Occidente guidato dagli Stati Uniti, ma screditano anche ogni recente narrazione legata alle loro proposte, poiché chiunque sia a conoscenza del loro pezzo si chiederà se i dettagli siano veri o parte dei piani di psywar dell’ex capo della DIA. L’unico motivo per cui lui e il suo coautore si vantano di ciò che stanno facendo è perché pensano, arrogantemente, che nessuno, a parte gli esperti di politica occidentale, leggerà il loro articolo.

Il fatto è che hanno appena vuotato il sacco sui mezzi con cui il Miliardo d’oro sta conducendo la sua continua guerra psicologica contro la Russia, che va contro gli interessi strategici della loro parte e favorisce quelli di Mosca. Ricordando che “Tutti i sostenitori del Multipolarismo possono ancora aiutare la Russia anche senza unirsi alla sua mobilitazione parziale”, coloro che sono interessati a farlo dovrebbero condividere questo pezzo su tutti i social media che si allineano con questo complotto di psywar per smascherarlo.

Pubblicato in partnership su One World 

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

29 settembre 2022

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Il Sonno della Ragione genera idioti

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di Alfio Krancic

“La morte incrociava già le sue mani ossute sopra i calici dai quali noi bevevamo, lieti e puerili…” Joseph Roth “La Cripta dei Cappuccini

Ci sono cose, frasi, immagini che riaffiorano alla mente improvvisamente per strani e misteriosi meccanismi, e per quando uno cerchi di localizzarle temporalmente e dargli un volto, sfuggono. Mi pare di ricordare (o ho sognato?) che tempo fa un politico o forse un militare aveva previsto per il 28 Settembre una sorpresa. Ebbene la sorpresa c’è stata: il sabotaggio del Nordstream. Un avvenimento che per molti potrebbe avere ricadute disastrose per il nostro continente. Questo episodio si intreccia con le elezioni italiane che hanno portato, guardacaso, alla vittoria il partito “americano” della Meloni. Nonostante la portata potenzialmente devastante e catastrofica, da noi si continua tranquillamente a parlare di tutto e del nulla. Nessuno, politico, giornalista o intellettuale del mainstream che abbia il coraggio di indicare la Tempesta che si affaccia all’orizzonte. Leggo su Repubblica: “Giornata mondiale per l’aborto libero, oggi le donne scendono in piazza contro la Destra.”

Queste povere mentecatte pensano all’aborto libero. Non mettono nemmeno in conto che potrebbero crepare incenerite o con gli uteri sanguinanti a causa dell’esposizione alle radiazioni per una possibile guerra nucleare. Diciamo che il 90% degli italiani non ha capito niente e seguita a trastullarsi e ad assistere alle trasmissioni trash quali gli approfondimenti politici dei vari Floris, Formigli, Gruber che parlano del Nulla. Sono come gli abitanti di Costantinopoli che assistevano rapiti alle discussioni dei teologi sul sesso degli angeli, mentre i turchi erano alle porte o come l’orchestra del Titanic che seguitava a suonare mentre la nave iniziava ad affondare.

+++Break News+++

Ore 11, 20 : RUSSIA, LAVROV: “ORA USA SONO PARTE DEL CONFLITTO”

Gazprom chiude il gasdotto che va in Ucraina e che arriva in Italia.

Buon sonno a tutti!

Price cap, detto fatto: la Russia non ci venderà più nulla

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Il vertice del G7, che si terrà venerdì, discuterà la fissazione del price cap al greggio russo. Ma Mosca ci avvisa

 

Prosegue il dibattito, del tutto atlantico, sulla fissazione di un tetto massimo al prezzo delle esportazioni di petrolio russo. Le ultime dichiarazioni, favorevoli al price cap, sono state quelle della segretaria del Tesoro Usa, Janet Yellen, seguita dal cancelliere dello Scacchiere britannico, Nadhim Zahawi, definendosi “ottimista” per il raggiungimento di un accordo con i partner dell’alleanza occidentale.

Ormai dall’inizio di queste estate, l’istituzione di un limite di prezzo, contro Mosca, è al centro del tavolo americano ed europeo, di cui il governo Draghi ne risulta essere tra i principali portatori, tant’è che l’Italia riuscì a far entrare la proposta all’interno del vertice G7, svoltosi lo scorso giugno.

La risposta di Mosca al price cap

Immediata la risposta del Cremlino: la Russia sospenderà le forniture di petrolio a tutti i Paesi che attueranno la misura in questione. La dichiarazione viene direttamente dal vice premier russo, Alexander Novak, il quale pare non essere spaventato dalle sanzioni europee, visto il grande aumento delle esportazioni russe nell’enorme mercato interno cinese.

Un avvertimento che rischia di gelare le stanze dei bottoni a Bruxelles. La stessa Italia pare trovarsi in condizioni ben più critiche, rispetto a molti altri Stati membri. Solo il mese scorso, infatti, Roma ha aumentato del 400 per cento gli acquisti di greggio da Mosca, soprattutto per via della raffineria russa in provincia di Siracusa. Insomma, anche in tema di esportazione, vige un doppiopesismo inspiegabile: il gas può essere sanzionato, mentre il petrolio rimane un infinito tabù.

Ma non finisce qui. Germania e Francia hanno già azzerato la propria dipendenza da alcuni mesi; la Polonia l’ha ridotta del 72 per cento, contro il 45 dei Paesi Bassi. Il governo Draghi, al contrario, non sembra ancora porsi la questione. Anzi, presenta, in sedi internazionali, proposte autolesioniste, capaci di danneggiare radicalmente il nostro tessuto economico.

Il cortocircuito europeo

Paradossalmente, il nostro Paese è tra i primi ad aiutare e sostenere la Russia di Putin, con una beffa ulteriore: il rischio, serio e concreto, di rimanere a secco anche sul lato di greggio. Al di fuori delle oggettive difficoltà che l’Ue sta trovando per porre riparo alla dipendenza dal gas russo, ecco che il mondo petrolifero pare essere il secondo ostacolo da affrontare, causa le sanzioni applicate a partire dallo scoppio del conflitto in Ucraina.

Il cortocircuito per eccellenza, però, riguarda il “caso indiano”. Nuova Delhi è, infatti, uno dei Paesi a cui Mosca ha applicato sconti in tema di acquisto di petrolio russo. Ed ecco che gli Stati membri dell’Ue sono tra i principali acquirenti indiani. Ciò vuol dire che Putin vende il proprio greggio all’India, la quale poi lo rivende all’Occidente, ottenendo così guadagni sui margini di raffinazione.

Insomma, è la solita tragicommedia bruxelliana. Da una parte, dichiara di combattere al fianco di Kiev; dall’altra, alimenta, in modo paradossale, il mercato russo e quello dei suoi partner più stretti. Questo venerdì, il G7 discuterà definitivamente la possibilità di introdurre un tetto al prezzo del petrolio russo. Ma pare che, in questa partita, l’Occidente si sia già scottato da tempo.

Matteo Milanesi, 2 settembre 2022

https://www.nicolaporro.it/price-cap-detto-fatto-la-russia-non-ci-vendera-piu-nulla/

Ecco come la Russia aggira le sanzioni sul gas

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Segnalazione di Wall Street Italia

di Leopoldo Gasbarro

“Certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi ritornano”, cantava Antonello Venditti in “Amici mai”Lo stesso vale per il gas e per Vladimir Putin, alludendo ai giri immensi del gas, che porta nelle casse del capo di stato russo una quantità indicibile di miliardi, nonostante le sanzioni. Ma vediamo i numeri e le considerazioni sul “raggiro” della Russia anche da parte del “Financial Times”.

Secondo i dati doganali cinesi, nei primi sei mesi del 2022 la Cina ha comprato dalla Russia 2,35 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto (Gnl), per un valore di 2,16 miliardi di dollari. In questo modo, la Russia ha superato l’Indonesia e gli Stati Uniti ed è diventato il quarto fornitore cinese di Gnl per quest’anno.

A questo dato va aggiunto il gas che Gazprom fornisce giornalmente alla Cina attraverso il gasdotto Power of Siberia, che aveva raggiunto un nuovo massimo storico, con un balzo del 63,4% nella prima metà del 2022.

Il vero motivo dietro l’impennata del Gnl dalla Russia

La Cina ha tranquillamente rivenduto il Gnl russo agli unici che ne hanno un disperato bisogno: i Paesi europei. A caro presso, ovviamente. Come dal “Financial Times”, “i timori dell’Europa di una carenza di gas verso l’inverno potrebbero essere stati aggirati, grazie a un inaspettato cavaliere bianco: la Cina”. Non si tratta di surplus di Gnl dalla Cina. Il Gnl che sta vendendo all’Europa è russo.

Secondo la società di ricerca Kepler, le importazioni europee di Gnl sono aumentate del 60% anno su anno nei primi sei mesi del 2022. Il gruppo cinese Jovo, un grande commerciante di Gnl, ha recentemente rivelato di aver rivenduto un carico di Gnl a un acquirente europeo. Un trader di future a Shanghai ha dichiarato che il profitto ottenuto da tale transazione potrebbe aggirarsi attorno a decine, se non centinaia, di milioni di dollari. La più grande raffineria di petrolio cinese, Sinopec Group, ha ammesso ad aprile di aver incanalato l’eccesso di Gnl nel mercato internazionale.

I media cinesi hanno affermato che la sola Sinopec ha venduto 45 carichi di Gnl, ovvero circa 3,15 milioni di tonnellate. La quantità totale di Gnl cinese che è stata rivenduta è probabilmente superiore a 4 milioni di tonnellate, equivalenti al 7% delle importazioni di gas dall’Europa nel semestre fino alla fine di giugno.

La buona notizia è che i 53 milioni di tonnellate hanno permesso all’Europa di arrivare fino al 77% di riserve. Se continua così, è probabile che il Vecchio Continente raggiunga l’obiettivo dichiarato di riempire l’80% dei i suoi impianti di stoccaggio del gas entro novembre. E a quel punto non ci saranno più rischi di blocco per l’inverno.

L’Europa ora diventando dipendente dalla Cina per il gas, solo che questa volta passa per le importazioni dalla Cina, che così diventa il centro di un percorso del gas che indebolisce un po’, tutti visto che l’Europa paga un prezzo anche 3 volte più alto di quello ufficiale. Ma anche la Russia si indebolisce perché, come sottolinea il “Financial Times”:

“Se la Russia finirà per esportare più gas in Cina come mezzo per punire l’Europa, la Cina avrà più capacità di rivendere il gas in eccesso al mercato, aiutando indirettamente l’Europa”.

Ironia della sorte, l’Europa che cerca di affrancarsi dalla sua dipendenza dalla Russia per l’energia, sta diventando sempre più dipendente dalla Cina.

Alleanza franco mongola come possibile percorso per il futuro

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Riceviamo e pubblichiamo questa lettera del lettore

di Fabio Foresi

I tempi radicali richiedono scelte radicali e di polso; voglio proporre un’occasione mancata che poteva essere fondamentale per la cristianità.

L’alleanza franco mongola ovvero un’accordo tra la cristianità e l’impero mongolo che avrebbe cambiato le sorti del mondo e molto probabilmente in meglio, oserei dire; durante la 5 crociata iniziarono I contatti a circolare le voci dell’avanzata mongola, all’inizio si pensava fossero le forze del Prete Gianni venute dall’oriente a salvare la Terra Santa.

Durante la settima crociata cominciarono I contatti veri e propri, soprattutto le prime missive, I Papi chiedevano la conversione al cattolicesimo ed I Khan chiedevano la sottomissione dei governanti europei.

Il punto di questo articolo è cosa può insegnarci questa gigantesca occasione mancata?

Il nuovo blocco russo-cinese che si sta formando nell’emisfero orientale è praticamente l’impero di Gengis Khan rinato, I popoli dell’Asia stanno costruendo un loro sistema alternativo al sistema unipolare americano-occidentale.

Questo nuovo paradigma che si crea non è quello della Santa Romana Chiesa ma può essere un’aiuto in forma inaspettata; la Russia rappresenta il tentativo modero che più si avvicina al principe cristiano ( con tutti I distinguo ed gli errori umani) ma l’ostacolo per molti cattolici è l’avvicinamento di Putin alla Cina; intanto questo avvicinamento è stato dettato dalle condizioni e dalle sanzioni ( come l’avvicinamento dell’Italia Fascista a Hitler è stato dettato dalle sanzioni inglesi) ma forse il nostro odio e sospetto verso la Cina non è forse frutto della stessa propaganda che ci vuole far odiare Putin?

Intendiamoci la Cina è comunista e perseguita la Chiesa Cattolica Clandestina e lungi da me difendere il massacro abortista compiuto da loro govenro fino ad oggi ( sempre però infinitesimale rispetto a quello americanista liberale) ma attualmente sono uno dei pochi alleati su cui I sovranisti possono contare insieme alla Russia, il loro sistema economico gli ha portati a diventare in 30 anni la seconda potenza economica al mondo, perchè li vige il sacro primato della politica sull’economia, anche se la politica è più o meno comunista.

La Cina ha tutto l’interesse ad avere un governo italiano a loro vicino in politica estera, quindi non baderanno molto se esso sia cristiano o rosso, ed questo potrebbe girare a nostro vantaggio; per quanto riguarda la Chiesa clandestina il vero problema è questa specie di riedizione moderna della lotta delle investiture, è che il PCC vede la Chiesa come alleata con le potenze occidentali ed al NWO (come dargli torto vedendo l’antipapa Bergoglio), quindi forse una forza cattolica integrale ma non schierata a prescindere contro di loro potrebbe esercitare leva per una fine o almeno distensione della persecuzione.

Per concludere come l’opportunità di sconfiggere l’islam proposta dal Khan al Papa del tempo non venne colta per inconprensioni reciproche, non possiamo difronte alle forze sataniche permetterci lo stesso errore.

Che il Sacro Cuore di Gesù ci protegga

Se Vladimir Putin ci guarda negli occhi

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di Marco Bordoni

Fonte: lettere da Mosca

“Russia, dove stai volando, dà una risposta! Non dà risposta.” diceva a suo tempo Gogol. Non è proprio così. La risposta la dà eccome. Certo, non è una risposta che ci piace, quella di Putin. Ma il fatto che non siamo disponibili a considerarla seriamente non la rende meno chiara. Capire le intenzioni dei Russi è facile. Basta ascoltarli ed osservarli con attenzione. “Sappiamo che la disintegrazione del nostro stato è una possibilità e ne stiamo discutendo apertamente”, dice Sergej Karaganov, presidente del Consiglio di Difesa e Politica estera russo, e prosegue: “gli obiettivi [dei nostri avversari] sono cambiati: prima erano la deterrenza e il contenimento, ora il collasso della Federazione”. Il primo dato è, quindi, che le elite russe sono consapevoli della natura esistenziale dello scontro in atto.
Secondo: la Russia si prepara alla guerra almeno dal 2020. Letta retrospettivamente, la riforma costituzionale, specialmente nella sua componente ideologica, ha un senso chiaro: fornire lo strumento tecnico-politico necessario alla svolta securitaria e alla translazione del campo politico verso la blindatura patriottica indispensabile alla guerra. Anche la narrativa di Vladimir Putin, concentratasi in maniera quasi ossessiva sulla storia del Paese (non solo sulla Grande Guerra Patriottica, il cui culto civile è stato addirittura costituzionalizzato, ma anche sui grandi statisti e condottieri che ne hanno segnato le fortune, come Aleksandr Nevsky, Pietro, Alessandro III, Caterina…) è eloquente: si tratta di un appello alla nazione perché attinga alle esperienze e alle forze morali del passato per affrontare una prova decisiva.
Terzo: la Russia di oggi, politicamente parlando, è letteralmente un altro
Paese rispetto a quello che siamo stati abituati a conoscere dal 2000 ad oggi: l’equilibrio storico fra siloviki e oligarchi è rotto e il consenso della dirigenza si è ricomposto sulla scelta “epocale” dello scontro con gli ex partner occidentali: “L’era della cooperazione con l’Occidente è finita”, ha comunicato il ministero degli Esteri il 3 agosto scorso, “non ci sarà mai un ritorno alla situazione come era prima del 24 febbraio nelle relazioni con gli Stati Uniti e l’Europa”. Ponti bruciati alle spalle per esorcizzare lo spettro del ripensamento che potrebbe far vacillare una decisione coraggiosa ma anche azzardata. Forse temeraria.
Dopo il 24 febbraio il patriottismo è diventato mainstream e andare contro corrente per un funzionario è un suicidio politico. In una monografia uscita l’ anno scorso per ISPI, Andrey Kolensnikov (Carnegie Institute di Mosca) scorreva la lista degli esponenti liberali “superstiti” in posizioni potere in Russia (i cosiddetti sys-lib) dal titolo significativo: who is dead, who is alive? La rassegna comprendeva i soliti nomi che si fanno in questi casi: Elvira Nabiullina, governatrice della Banca Centrale; Aleksej Kudrin, presidente della Corte dei Conti; Sergey Kirienko, primo vicecapo dell’ Amministrazione Presidenziale (addetto alla supervisione del sistema politico), e il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Dmitry Medvedev. L’ analista concludeva sfiduciato che, pur ricoprendo incarichi di altissima responsabilità, questi “liberali” non avrebbero potuto esercitare un influsso (secondo lui) positivo sul corso politico russo essendo vittime della “trappola tecnocratica”: avendo accettato un ruolo puramente tecnico in un sistema di potere illiberale, hanno le mani legate.
Nel giro di pochi mesi l’analisi è diventata materiale di interesse archeologico. Oggi gli ex “campioni” liberali non si limitano certo a un ruolo passivo ma, con la sola possibile eccezione di Kudrin, sgomitano per conservare il posto e rilanciare la carriera nel nuovo clima politico, non senza gettare un’occhio alla carta di identità del Capo. A cominciare da Elvira Nabiullina, che “non fa quello che va fatto, ma quello che dice Putin”, osserva sconsolato l’economista Konstantin Sonin. Sonin, dalla sua cattedra di Chicago, discute con Radio Svoboda se la collega meriterebbe (dopo la caduta del “regime”, ovviamente) un processo come quello di Norimberga (risposta: sì perché, argomenta il docente, lei ora lavora attivamente per far funzionare l’economia di guerra russa).
L’ ex Presidente Dmitry Medvedev, logorato da anni di governo contrassegnati da crisi e stagnazione, sembrava finito non più tardi di sei mesi fa, ma ora cerca una seconda giovinezza politica reinventandosi falco. Per come la vede lui, la vicepresidenza del Consiglio di Sicurezza non è una casa di riposo dorata ma un trampolino dal quale rilanciarsi, postando sul canale Telegram e sui social dichiarazioni al vetriolo: dalla minaccia di risposta militare al blocco di Kaliningrad, alle mappe futuribili dell’ Ucraina dopo il conflitto (Kiev e dintorni),  alle vere e proprie invettive rivolte contro gli esecrati (ex) partner occidentali (“li odio, sono bastardi degenerati”). Era portato in palmo di mano da Biden e Brzezinski, che speravano in un suo secondo mandato, osserva maligno Aleksandr Dugin, ora “scarabocchia instancabilmente post ultra-patriottici e smaccatamente imperiali sui social network” concludendo: l’archeomodernità  del nuovo conservatorismo trionfa.
Quanto a Kinder Surprise (aka Kirienko Sergey), il protetto di Boris Nemtsov, l’uomo che da Primo Ministro nominò un certo Vladimir Putin a capo dell’ FSB e che in seguito (2005) venne salvato dal naufragio del cartello liberale Unione delle Forze di Destra da una mano (nemmeno tanto) invisibile che lo sollevò per porlo a capo di Rosatom: dal 2016 quest’uomo che tutti descrivono come gentile, preciso, efficiente e capace di creare gruppi di lavoro, che dà del tu a Putin quando parlano della comune passione per le arti marziali, questo funzionario apparentemente grigio ma segretamente ambizioso, ingegnerizza il consenso del corso putiniano nella veste di Primo Vicecapo dell’ Amministrazione Presidenziale con delega agli Affari Interni. È stato lui ad offrire al Sovrano il doppio + 70% (affluenza – approvazione) della Riforma Costituzionale. Oggi è il moderno Potemkin: sta a lui trasformare in Russia i territori ucraini occupati.
Oggi il Carnegie Institute di Mosca, per cui lavorava Andrey Kolensnikov, non esiste più. Kolesnikov continua a lanciare strali contro l’invasione su Foreign Affairs mentre il Direttore Dmitry Trenin si è schierato della parte delle autorità, attaccando “I russi che se ne sono andati e quelli contrari alla guerra” che “hanno scelto di opporsi al loro Paese, contro il loro popolo, in tempo di guerra”. Aggiungendo con rammarico: se Washington avesse acconsentito alle richieste di Putin di promettere che l’Ucraina non avrebbe mai aderito alla NATO, sostiene Trenin, la guerra avrebbe potuto essere evitata. Ora, il conflitto tra Russia e Occidente “probabilmente continuerà per il resto della mia vita“.
Tutto questo potrebbe stupire gli ingenui e i distratti che non abbiano notato quanto gli indirizzi politici generali siano potenti nel condizionare le traiettorie individuali. O non si sono forse visti, dalle nostre parti, dirigenti già “comunisti” e “rivoluzionari” tessere, dopo pochi anni, le lodi della “mano invisibile del mercato” e sindacalisti passare con disinvoltura della difesa dei lavoratori a quella, anche più appassionata, dei vituperati capitalisti? Gli uomini si chinano al soffiare del vento della Storia e il vento impetuoso della guerra ha trasformato in pochi mesi la Russia indurendo e impoverendo il panorama politico.
Tornando alle intenzioni russe, che stiamo ricostruendo. Resta da trattare il quarto e ultimo punto, che riguarda l’Ucraina. La posizione di Mosca è stata non solo teorizzata nella famosa “enciclica” del luglio 2021 ma anche ripetutamente illustrata (ne ho parlato qui) nelle sue più prosaiche implicazioni: “Se una repubblica” (è Putin che parla) “entrando a far parte dell’URSS, avesse ricevuto un’enorme quantità di terre russe, tradizionali territori storici russi, e poi avesse deciso di lasciare questa Unione, avrebbe dovuto andarsene con quello con cui è entrata. E non portarsi via i regali del popolo russo!”. In sostanza: Ucraina è l’Etmanato nei confini del Seicento, non le regioni meridionali e orientali strappate ai Turchi dagli zar. Quelle sono Russia.
Vanno evidenziati due dettagli molto importanti. Il primo: invadendo il Paese vicino la Russia non ha creato un Governo fantoccio. Nei primi giorni si parlò di riesumare Yanukovich, o di creare un governo provvisorio a Melitopol’ con a capo qualche figura di secondo piano come Oleg Zarev, e magari un “esercito ucraino” che si affiancasse alle forze russe. La propaganda avrebbe potuto lanciare al popolo ucraino il messaggio: non abbiamo nulla contro la vostra identità nazionale. Il nemico non siete voi, è il vostro Governo.
Come sappiamo, nulla di tutto questo si è realizzato. Non c’è una “Ucraina pro russa” nei piani di Putin. C’è (lo si è visto nella breve tornata negoziale di marzo) un’Ucraina sconfitta, ridimensionata territorialmente e militarmente. Ma quanto al Governo di quello che rimarrà a Kiev, Lavrov lo ha detto e ripetuto: non sono affari nostri. Secondo dettaglio: il referendum. Ormai sono troppi gli indizi  che indicano la volontà di tenere questa consultazione destinata a fornire una precaria cornice legale per la successiva annessione. Evgeny Balitsky, il “governatore” della parte controllata dai Russi della regione di Zaporozhye, ha già annunciato che il referendum si terrà, anche se non ha fissato la data.
Se le regioni del Sud verranno davvero annesse, questo porrà un macigno sulle possibilità di negoziare qualsiasi restituzione, essendo la cessione di territori nazionali vietata dalla riforma costituzionale del 2020. Inoltre, la necessità stessa di forzare Kiev alla resa ed all’accettazione del fatto compiuto indurranno Putin e i suoi a tentare ulteriori espansioni (ho cercato di spiegare questo meccanismo lo scorso marzo),  che allo stato non paiono possibili, ma che potrebbero divenire tali (nei calcoli russi) in seguito all’atteso collasso ucraino nella guerra di attrito: Kharkov e Odessa. Anche su questo punto, basta ascoltare i Russi, segnatamente Lavrov: “Non sono solo Donetsk e Luhansk, sono Kherson, Zaporizhzhia e una serie di altri territori. E questo è un processo continuo, coerente e costante”.
Manca un tassello importante, ed è: come convincere gli Ucraini delle zone occupate a farsi Russi. E qui la risposta può essere identificata in un programma più semplice a dirsi che a farsi: invertire il processo di “nazionalizzazione” portato avanti, prima timidamente, poi a marce forzate, dai Governi dell’Ucraina indipendente. La pratica di “acculturazione forzata, imposta da una società dominante a una più debole, la quale in tal modo vede rapidamente crollare i valori sociali e morali tipici della propria cultura e perde, alla fine, la propria identità e unità” ha un nome in antropologia: etnocidio. Ed è precisamente quello che abbiamo visto succedere in Ucraina negli ultimi anni. Putin ha torto (e, da giurista, non può non esserne consapevole) quando accusa gli Ucraini di genocidio  ma parlare, per il periodo 2014 – 2022 di tentativo di etnocidio dei Russi di Ucraina (e di bombardamenti terroristici a Donetsk) non è fuori luogo.
I valori di riferimento di chi si sentiva russo sono stati banditi da  ogni aspetto della vita pubblica (toponomastica, memorialistica, festività etc…) nell’istruzione e nel discorso pubblico: le espressioni culturali e politiche represse con efficienza, talvolta con brutalità. Menzione particolare, per la profondità dei sentimenti scossi, la creazione in vitro, da parte di Poroshenko, della chiesa “autocefala” nazionale, con tanto di “santa coercizione” per condurre all’ovile nuovo di zecca le pecorelle smarrite. Le comunità russofone sono state sottoposte ad uno shock culturale con appelli a (frase idiomatica) “uccidere il russo in loro” e politiche tese a “formattarle” per installarvi coordinate identitarie, politiche, etiche ed estetiche diverse. A chi non concordava una sola possibile alternativa: “valigia, stazione, Russia” (altra espressione idiomatica). Ora, nei territori occupati, la musica si inverte: i simboli non solo dei battaglioni “punitivi” ma anche della stessa statualità ucraina sono platealmente rimossi, sostituiti da statue di Lenin, bandiere “della vittoria” e russe, araldica dei tempi dello zar. Non c’è nemmeno bisogno di invitare i dissidenti ad andarsene, “valigia, stazione, Kiev”: ci hanno già pensato, a far terra bruciata, le bombe e la paura, ben fondata, per i patrioti ucraini, dell’arrivo dei Russi. Restano nelle retrovie unità di sabotatori, che creano alle truppe di Mosca non pochi problemi.
In un ambiente di frontiera permeabile come quello del Sud-Est ucraino, in cui l’humus cultural-identitario è neutro e fertile, in cui il senso di appartenenza nazionale è un costrutto recente, che interseca le linee di separazione sociali, linguistiche e religiose, e in cui solo una parte minoritaria della popolazione ha una identità ben polarizzata mentre la maggioranza “si adatta” per tirare a campare, facendo buon viso a cattivo gioco, il condizionamento ha funzionato tanto bene che alla fine i Russi (intesi come Stato) si sono sentiti costretti ad una scelta estrema: o perdere per sempre territori che considerano, a torto o a ragione, un loro retaggio ancestrale, o riprenderne il controllo con la violenza per (tentare di) invertire il processo. E pazienza se, nel tentativo, il pomo della discordia dovesse restare schiacciato.
All’ attuazione pratica di questa seconda guerra di conquista, diretta ai cuori e alle menti, deve pensare Sergey Kirienko, il manipolatore, che sta portando nella Novorussia l’approccio tecnocratico con il quale si è guadagnato la fiducia di Putin: uomini nuovi, specialisti, insegnanti russi, portati nelle terre controllate da Mosca dalle più remote regioni, assieme ad adeguati investimenti, in un clima di mobilitazione nazionale, per gestire la ricostruzione materiale ma soprattutto identitaria dei nuovi territori.  E l’odio della guerra? Le guerre si dimenticano, pensano (e dicono) i Russi. Si pensi ai Ceceni: venti anni fa nemici irriducibili, oggi in prima linea a fianco a noi. Si pensi a Giapponesi, Tedeschi, Italiani: a suo tempo bombardati dagli Americani, oggi vassalli fedeli. È un approccio brutale, che ricorda i tempi dell’assolutismo: “Gli uomini non meritano la verità”, scriveva Federico il Grande a Voltaire, proseguendo: “Sono un branco di cervi nel parco di un grande nobile, che non servono ad altro che a riprodursi, per popolare il parco”. Ma se vogliamo essere onesti fino in fondo dobbiamo ammettere che è la medesima logica messa in atto dai governi maidanisti e dai loro sponsor occidentali.
Identificate in questo modo, con pochi margini di errore, le caratteristiche e le modalità del programma russo, ci sarebbe da definire e calibrare le nostre possibili risposte. Nostre, dei Governi cosiddetti “occidentali”, fronte eterogeneo che comprende, ovviamente, chi i conti non sa o ha rinunciato a farli e altri che, invece, li sanno fare da tempo, e molto bene. Comunque è chiaro che alle iniziative russe ci opporremo. John Kirby lo ha già detto: le annessioni non rimarranno impunite. Benissimo. Del resto, in tutta questa faccenda, quando mai, da parte occidentale, si è vista un’ apertura?
Il 21 febbraio 2014 abbiamo rifiutato di ripristinare il quadro delle istituzioni democratiche ucraine, costringendo gli insorti a rispettare l’accordo con Yanukovich. L’inchiostro dell’accordo era ancora fresco, le firme dei garanti (Polonia, Francia, Germania), pure. Sarebbe stato un piccolo sacrificio, visto che l’ opposizione avrebbe comunque, di lì a poco, vinto le elezioni in un quadro legale, come era successo nel 2004. Poi abbiamo rifiutato di riconoscere i diritti all’autodeterminazione della comunità russa della Crimea e i diritti della Russia sulla penisola (che pure erano giuridicamente ben più fondati di quelli, da barzelletta, che Putin accampa per i nuovi territori occupati oggi). Sempre nella primavera del 2014 Mosca iniziò a soffiare sul fuoco della guerra civile in Donbass e chiese che venisse consentito il decentramento dell’Ucraina, una versione molto più blanda e incruenta di quello a cui aspira oggi. Richiesta respinta, non si sa bene perché.
Poi abbiamo rifiutato (“fermamente” come si dice in questi casi) di costringere Kiev ad applicare gli Accordi di Minsk, fingendo che fossero solo i Russi a violarli. La prima cosa da fare, trattato alla mano, dopo il cessate il fuoco, erano negoziati diretti fra Governo e separatisti. Kiev ha detto quasi subito che non ci pensava nemmeno. Eppure per anni i nostri politici hanno continuato a invitare Putin ad applicare gli accordi.
Ci avviciniamo ai giorni nostri. Poco prima dell’ inizio delle operazioni militari russe, quando già la diplomazia pattinava su un ghiaccio assai sottile, abbiamo respinto le richieste di Putin di accantonare la politica delle “porte aperte” per la NATO e di “finlandizzare” l’Ucraina (anzi, poco dopo l’inizio della guerra, praticamente senza alcun dibattito, abbiamo “ucrainizzato” la Finlandia). E oggi stiamo, nei fatti, assecondando le ardite speranze di Zelensky di vincere la guerra con Mosca, respingendo come folle questa soluzione “Coreana” che la Russia sembra preparare in punta di baionetta. Comprensibile, per carità: quello che stanno facendo i Russi non è uno spettacolo per stomaci delicati. Ma si noti: a ogni salto dell’escalation il prezzo (politico, economico e morale) del compromesso è sempre più alto. L’interlocutore sempre più ostile. Non ci piaceva parlare con la Russia del 2014, ancor meno ci piace farlo con quella di oggi. Ma non siamo a una festa, in cui si può parlare solo con quelli che ci stanno simpatici. Il tema è: non parliamo oggi perché pensiamo che la Russia di domani sarà più amichevole? Su quali basi? Oppure pensiamo si possa continuare a tirare dritto ignorando le loro richieste?
Gli Americani pensano di riuscire a controllare il processo, e pensano che fino a che non si va troppo in là, la cosa può anche fargli gioco. E va bene. Ma noi? Diseducati alla politica estera, avendo vissuto tutte le nostre vite sotto tutela, in un mondo in cui nessuna potenza ha mai avuto la forza di presentare all’alleanza occidentale il conto della sua intransigenza  e dei suoi errori, siamo diseducati all’ascolto e al compromesso. Ci facciamo spingere per inerzia verso il momento terribile in cui potremmo trovarci davanti alla prospettiva di un coinvolgimento diretto o a quella di una resa disonorevole in una guerra in cui abbiamo investito troppo, e perso moltissimo, senza nemmeno aver discusso se valesse la pena combatterla, e senza prendervi parte.
Eppure le dinamiche dei rapporti di potenza ci suggeriscono che almeno su questo punto Putin potrebbe aver ragione: la supremazia del “miliardo d’ oro” è agli sgoccioli. L’epoca delle scelte senza conseguenze, dell’intransigenza gratis come posa, dell’obbedienza docile e irriflessiva all’alleato, nella cieca fiducia del suo ombrello protettivo, sta per finire per sempre.

L’Occidente collettivo è sull’orlo del precipizio

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di Alexei Zotiev

Fonte: controinformazione

Negli ultimi anni molte persone, assolutamente sconnesse e seguaci
di piattaforme ideologiche completamente diverse, hanno la sensazione che tutto quello che sta accadendo, anche di scala seria, sia solo un precursore di qualcosa di più globale. Mentre le prime previsioni di una guerra mondiale su vasta scala erano percepite con più che scetticismo, oggi un potenziale “super-conflitto” non sembra più impossibile.

Il desiderio stesso di trascinare la Russia in un conflitto a tutti gli effetti sul territorio dell’Ucraina era già irto di un grande pericolo, poiché le possibilità che forze piuttosto serie sarebbero state trascinate in questa “guerra locale” erano massime. In linea di principio, questo è ciò che è successo.

Oggi, nonostante l’assenza di un contingente ufficiale di truppe della NATO, i rappresentanti di tutti i paesi del blocco occidentale sono presenti sul territorio ucraino e l’equipaggiamento europeo e americano viene utilizzato abbastanza apertamente sui campi di battaglia e viene persino utilizzato per bombardare città pacifiche nelle repubbliche del Donbas. In linea di principio, oggi nessuno ha paura di dire ad alta voce che la Russia e l’Occidente “democratico”, che cerca di rimodellare lo spazio post-sovietico a sua somiglianza, si sono uniti in una battaglia sul territorio della longanime Ucraina.

Il conflitto in Ucraina può trasformarsi in uno scontro su vasta scala tra i due mondi? Teoricamente, ovviamente, una tale possibilità esiste, poiché la Russia viene spinta a fondo in uno scenario del genere, ma la prudenza della leadership del nostro paese è ancora il principale ostacolo allo scoppio di una guerra mondiale su vasta scala. Sebbene, in linea di principio, in un diverso insieme di circostanze, potremmo ragionevolmente lanciare attacchi su quei territori dai quali armi, munizioni e mercenari vengono forniti all’Ucraina. Ma gli obiettivi dell’operazione militare speciale sono stati chiaramente definiti e negli ultimi cinque mesi Mosca non si è discostata da essi per gradi, per quanto chiunque lo desideri.

Missili USA in Ucraina

Dal punto di vista della logica mondana e attuale, l’Occidente collettivo deve essere felice di un tale scenario di sviluppi. La Russia è coinvolta nelle ostilità, non sono europei e americani ma ucraini a morire sul campo di battaglia, e tutto ciò che sta accadendo sta mettendo a dura prova l’economia russa, che ipoteticamente dovrebbe causare se non una profonda depressione, quindi abbastanza stabile e stagnazione persistentemente pronunciata. Non è lo scenario migliore per scoraggiare e logorare un potenziale avversario geopolitico?

Ma nonostante gli sviluppi positivi, in linea di principio, in Ucraina per l’Occidente, la minaccia di uno scontro su vasta scala tra due mondi, con la Russia come centro convenzionale dell’uno e gli Stati Uniti come l’altro, rimane più che realistica. E il motivo delle tensioni piuttosto stabili è proprio l’America e la sua politica difficile da analizzare.

Inondando l’Ucraina di armi e spingendola ad azioni più attive sui “fronti”, compresi quelli di natura offensiva, l’Occidente collettivo per qualche ragione ha spostato nettamente la sua attenzione verso l’Asia, sul cui territorio sta cercando di innescare un conflitto che in futuro, sia nella sua portata che nelle sue conseguenze, metterà in ombra il confronto tra Mosca e Kiev che si sta svolgendo sul territorio dell’Ucraina.

La guerra Cina-Taiwan, che gli alti funzionari statunitensi hanno cercato di provocare negli ultimi giorni, sarà più globale e distruttiva dell’operazione militare speciale della Russia in Ucraina. E sembra che questo conflitto, come quello tra Corea del Sud e Corea del Nord, che pure non sembra più improbabile, sia nei piani immediati del Campidoglio.

È difficile vedere come, in caso di scontro tra Cina e Taiwan, o addirittura tra Corea del Nord e del Sud, l’America possa restare in disparte e limitarsi all’assistenza militare, economica e consultiva in un territorio che la Cina considera suo possedimento. L’economia statunitense potrebbe essere in grado di resistere alla tensione di due grandi conflitti, ma chi può garantire che Russia e Cina si sentiranno a proprio agio in uno scenario in cui lo stato che ha innescato il conflitto globale non è un partecipante diretto?

Missili russi Iskander

Cercando di testare il potenziale militare ed economico di Russia e Cina, cercando di legarle ai conflitti locali, l’Occidente collettivo in generale, e gli Stati Uniti in particolare, stanno letteralmente camminando sull’orlo di un precipizio, non rendendosi conto che nell’attuale realtà sia Russia, Cina e Corea del Nord possono colpire punti decisionali, che non si trovano affatto sul territorio di Ucraina, Taiwan e Corea del Sud.

Il fatto che l’Occidente collettivo abbia deciso di alzare la posta e accendere qualche altro fuoco sulla mappa del mondo suggerisce che l’avventura in Ucraina non ha avuto i risultati prevedibili. Ma non è ovvio che questo gioco non sta andando secondo le regole inizialmente dichiarate dalla dirigenza statunitense? Non è ovvio che tali azioni conducano alla formazione di un nuovo blocco economico e militare che non è in alcun modo inferiore nella sua potenza alla coalizione filoamericana che, pur rivendicando il dominio del mondo, di fatto ha sopravvalutato le proprie capacità e collocato il mondo sull’orlo di un nuovo conflitto globale che sarà sicuramente vinto da una sola parte?

Segodnia. Ru (News Front)

Purga dopo purga Zelensky è sempre più solo

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di Gian Micalessin

Prima era un uomo solo al comando, ora è un uomo solo e basta. Più la guerra si prolunga e più Volodymyr Zelensky fa i conti con le divisioni di un’Ucraina che ha rinnegato Mosca, ma resta prigioniera della reciproca rete di connessioni, legami e infiltrazioni su cui si snoda sia il lavoro delle spie, sia la guerra per il controllo degli apparati di sicurezza interni. Da questo punto di vista la cacciata del capo dei Servizi di sicurezza interna (Sbu) Ivan Bakanov, incapace di prevenire le infiltrazioni russe, e del procuratore generale Iryna Venediktova, inadeguata a finalizzare le accuse di alto tradimento all’ex presidente Petro Poroshenko, rappresentano l’epilogo di una guerra intestina che ha eroso la credibilità di Zelensky. Anche perché Bakanov e la Venediktova rappresentavano il cerchio magico dell’attore-presidente.

Bakanov, amico d’infanzia e socio nelle produzioni televisive è stato, secondo i Pandora Papers, anche l’ideatore della rete di conti bancari con sede nei paradisi fiscali utilizzata da Zelensky per mettere al sicuro i finanziamenti degli oligarchi. Lo scontro in corso dietro le quinte di inchieste giudiziarie e azioni d’intelligence viene allo scoperto il 5 marzo quando un unità del Dipartimento di Controspionaggio dell’Sbu elimina il «banchiere» ucraino Denys Kireev. Dietro l’assassinio si celano le attività di un Kireev che oltre a lavorare per il Gur, l’intelligence militare di Kiev, mantiene ambigui rapporti con i russi e partecipa ai negoziati con Mosca del 28 febbraio in Bielorussia. Alle ambiguità di Kireev, considerato troppo vicino a Mosca, si aggiungono i retroscena dell’Operazione Speciale. Che, come suggerisce il nome, punta a prendere Kiev sfruttando non la forza militare ma le complicità di centinaia di agenti dell’Sbu. Un intreccio sventato non dall’inesperto Bakanov, ma dagli agenti dell’MI6 inglese.

Le «sviste» di Bakanov rappresentano il primo duro colpo alla credibilità del presidente. Non a caso Londra dopo aver scoperto i piani russi, taglia fuori Bakanov e inizia a coordinarsi con Oleksandr Poklad, capo del Controspionaggio dell’Sbu. Ed è proprio Poklad, detto lo «strangolatore» per i metodi poco ortodossi impiegati per reprimere i movimenti filo russi a Dniepro, a ordinare l’eliminazione di Kireev passando sopra la testa di Bakanov. Da quel momento l’autorità dell’ex socio di Zelensky diventa puramente formale. Anche perché all’eliminazione del banchiere-spia sospettato di lavorare per Mosca fanno seguito le indagini e le purghe interne all’Sbu che mostrano altre gravi sviste. Evidenziate dallo stesso Zelensky costretto domenica ad ammettere l’avvio di 651 inchieste sulle complicità con Mosca e l’individuazione di almeno 60 complici russi tra le fila dell’Sbu. Tra questi il Capo della Sicurezza Interna Anriy Maumov, fuggito all’estero prima dell’invasione e Serhiy Kryvoruchko, il generale a Capo del Direttorato Sbu di Kherson che il 24 febbraio ordina ai propri ufficiali di smobilitare la città. Mentre ieri il presidente ha annunciato il licenziamento di 28 funzionari del servizio di sicurezza.

Il tutto mentre il suo sottoposto Igohr Sadokhin segnala al nemico i campi minati e altri ufficiali dell’Sbu impediscono la distruzione del ponte Antonovskiv facilitando l’entrata delle truppe di Mosca e la conquista della città. Ma dietro la decisione di sacrificare Bakanov e Venediktova divampa uno scontro ancor più imbarazzante con i vertici delle forze armate, scoppiato ai primi di luglio quando il capo di Stato Maggiore generale Valery Zaluzhny ha puntato il dito contro il presidente colpevole di aver preteso la difesa ad oltranza di Severodonetsk e Lysychansk. Costata l’inutile sacrificio di migliaia di soldati.

Fonte: Purga dopo purga Zelensky è sempre più solo | Destra.it

Mosca saluta l’uscita di scena di Draghi: “Gazprom aumenta forniture in Italia del 71%“

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Segnalazione di Federico Prati

Da 21 a 36 milioni di metri cubi

(ANSA) – ROMA, 21 LUG – Tornano ad aumentare le forniture del gas dalla Russia verso l’Italia, con una crescita rispetto al giorno precedente del 71,4%.

A comunicare il cambiamento del flusso è l’Eni sul proprio sito.

“Gazprom ha comunicato per la giornata di oggi la consegna di volumi di gas pari a circa 36 milioni di metri cubi, a fronte di consegne giornaliere pari a circa 21 milioni di metri cubi effettuate nei giorni scorsi – afferma la società energetica italiana –

E’  evidentemente il modo in cui Mosca saluta l’uscita di scena di Draghi:  si unisce alla  notizia  di poche ore precedente: il Nord Stream 1 riapre dopo la manutenzione e torna con flusso regolare a fornire la Germania esattamente   come  prima.

“L’uso politico del gas da  parte di Putin”  di cui delirava Von der Leyen non si attua esercitando il ricatto della interruzione  “totale”   come ha ventilato lei,  ma  al contrario: attraverso l’abbondanza.

Ad attuare un taglio dei consumi – enorme, -15 per cento – è stata solo ieri  proprio la signora la Von der Leyen: razionamento “obbligatorio”, per la quale Ursula esige i pieni poteri dittatoriali: sarà la Commissione a decidere senza nemmeno consultare,  non si dice di far votare,- l’euro-parlamento.

Gas, piano d’emergenza Ue: verso taglio 15% consumi/ Von der Leyen vuole…

https://www.ilsussidiario.net/autori/silvana-palazzo/

Piano emergenza Ue gas: taglio 15% consumi per preservare forniture famiglie e settori essenziali. Von der Leyen…

La proposta di Putin significa   industrie  che restano aperte, posti di lavoro salvati,  riscaldamento invernale,  refrigerazione non interrotta e elettricità garantita.

La proposta della Kommissaria significa:  razionamento, interruzione della catena del freddo con spreco  di tonnellate di cibo andato a male,  industrie “energivore”  chiuse a comando e ad arbitrio del despota (questa sì quella no..),  disoccupazione, morti di freddo fame e miseria.

Putin   non ha di mira né gli italiani né i tedeschi ,  ma la UE: che  Gazprom, dando  con abbondanza,  rivela il vero  nemico e genocida dei suoi popoli.  Mi aspetto da parte del nemico UE reazioni …. che non riesco per il momento a immaginare: Bruxelles  ordinerà a  Eni   di stracciare il contratto che ha con Gazprom, e che – notiamo – come quello tedesco non è  mai cessato e è rimasto in vigore? Come giustificherà questa imposizione? Con la guerra in Ucraina  che “ci obbliga” ad  essere belligeranti?

Aspettiamo le mosse di Bruxelles e del governo Draghi, che resta   in carica “per gli affari correnti”

Allego Il discorso di Putin  alla sessione plenaria del forum “Le idee forti per i tempi nuovi”.

🔸 Il modello del dominio totale del cosiddetto miliardo d’oro è ingiusto. Ebbene, perché questo “miliardo d’oro” dell’intera popolazione del pianeta dovrebbe dominare tutti, imporre le proprie regole di condotta basate sull’illusione dell’esclusività?

🔸 Si ha l’impressione che l’Occidente semplicemente non possa offrire al mondo un proprio modello di futuro. Sì, certo, questo “miliardo d’oro” non è diventato “d’oro” per caso, ha ottenuto molto, ma ha preso posizione non solo grazie ad alcune idee implementate – in larga misura, ha preso posizione a causa della rapina di altri popoli sia in Asia che in Africa.

🔸 La sovranità è la libertà di sviluppo nazionale, e, quindi, di ogni persona individualmente: la fattibilità tecnologica, culturale, intellettuale, educativa dello Stato – ecco di cosa si tratta.

Fonte: МИД России ��

МИД России ��

� Владимир Путин принял участие в пленарном заседании форума «Сильные идеи для нового времени». Читать полност…

Testo del discorso completo: ASI forum Strong Ideas for a New Time

ASI forum Strong Ideas for a New Time

Vladimir Putin attended the plenary session of the forum Strong Ideas for a New Time organised by the autonomous…

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