Covid, addio restrizioni. E le viro-star frignano

Condividi su:

di Matteo Milanesi

Eliminato il bollettino Covid e reintegrati i medici no vax. Ecco i primi segnali del nuovo governo di Giorgia Meloni

Il governo cambia, la pandemia è tramontata, gli italiani vaccinati sono oltre il 90 per cento del totale, ma le viro-star non sembrano voler mollare. Il monito rimane sempre lo stesso: avvertimento spargi-panico sull’arrivo di nuove ondate (puntualmente senza portare alcun incremento della pressione ospedaliera), che andrebbero a legittimare ulteriori chiusure, restrizioni e limitazioni.

Il grande preso di mira di queste ultime ore è, senza alcun dubbio, il governo Meloni. Il neoministro della Salute, Orazio Schillaci, ha disposto l’abolizione del bollettino Covid giornaliero ed il reintegro del personale sanitario non vaccinato, sospeso precedentemente da Mario Draghi e Roberto Speranza. Inutile dire la reazione delle viro-star: attacchi isterici, previsioni apocalittiche, rispolvero della formula che associa il negazionismo pandemico alla destra.

“Bollettino ogni mezza giornata”

Primo su tutti, come sempre, è stato il virologo Massimo Galli, secondo cui l’eliminazione del bollettino sarebbe una “misura immotivata”, applicata da chi vuole “calcare la mano per motivi che non sono scientifici e che di questo fanno un po’ una bandiera” (ed eccolo qui il rispolvero negazionista di cui abbiamo appena parlato). Da neoeletto ed esponente del Partito Democratico, non può mancare lo zanzarologo Andrea Crisanti, il quale si supera, affermando come la sua idea (e quella dei dem) sarebbe quella dell’istituzione di un bollettino ogni mezza giornata. Un memento mori ogni poche ore, tanto per terrorizzare la fascia popolare più anziana, sicuramente più fragile, ma che si avvia alla somministrazione della quinta (quinta!) dose di vaccino anti-Covid.

“Gestione ordinaria”

Nonostante le posizioni di qualche mese fa, rigorosamente pro-green pass, pro-restrizioni, pro-lockdown, è l’Ordine dei Medici che sembra aver invertito la rotta: “Mi pare che il ministro abbia un’idea caratterizzata dal senso di responsabilità e da un ragionamento che tiene conto dell’andamento della pandemia. Si va verso una gestione ordinaria, di normalizzazione, e in questo senso rendere il bollettino settimanale mi pare coerente”, ha affermato il medico Anelli. Eppure, qualche rimasuglio ideologico della politica dirigista di Roberto Speranza è ancora presente: “Se succede come in Germania, dove i casi e i decessi sono aumentati, potremmo tornare ad avere una percezione più frequente di quello che sta succedendo”. Insomma, è il classico “fine emergenza mai”: a seconda dell’andamento del trend pandemico, indipendentemente dalle dosi di vaccino somministrate, gli italiani dovranno essere sempre pronti a vedersi limitate le proprie libertà personali.

Accoglie con estremo favore, invece, il virologo Matteo Bassetti parlando di “decisione giustissima”; mentre è un’altra viro-star a rimanere scettica sull’intervento di Schillaci: l’ex consigliere di Speranza, Walter Ricciardi, il quale ha confessato di essere “perplesso” sulle nuove misure adottate dalla coalizione di centrodestra.

Addio viro-star

Ma la vera bomba è arrivata dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che nella giornata di ieri ha lanciato un monito al governo Meloni, quasi a voler indicare un proprio dissenso rispetto al cambia di rotta adottato dopo l’addio di Roberto Speranza: “Mantenere alta la sicurezza soprattutto dei più fragili, dei più anziani, di coloro che soffrono per patologie pregresse”, ha specificato ieri il titolare del Quirinale.

In questa fase, almeno sul lato della lotta al Covid, Giorgia Meloni pare essere un fiume in piena, contro tutto e tutti, abbattendo la frangia viro-star che vorrebbe tenerci serrati in casa, chiusi in nome del tanto sbandierato “modello cinese” di questi due anni emergenziali. La musica sembra essere definitivamente cambiata. Finalmente, si è arrivati alla consapevolizzazione di una malattia trasformata a semplice influenza, imparagonabile rispetto a quella che era la sua rilevanza pochi mesi fa. Ed anche i chiusuristi, prima o poi, se ne dovranno fare una ragione.

Matteo Milanesi, 29 ottobre 2022 https://www.nicolaporro.it/covid-addio-restrizioni-e-le-viro-star-frignano/

Senza alternative i Popoli finiscono male

Condividi su:

QUINTA COLONNA

Che fare, oltre a denunciare? Sarebbe bello suonare la carica, invocare il risveglio dei popoli e della politica, ma sarebbe ipocrita: in sede politica puoi fare poco, nelle piazze puoi fare ancor meno, l’estremismo è il miglior alleato del potere perché ne legittima le restrizioni; le rivoluzioni e le guerre non si usano più, nessuno è disposto a rischiare nulla e se pure potesse, sarebbe destinato solo a soccombere, a prendere mazzate. Qualcuno cerca perlomeno di capitalizzare i dissensi, ricavare profitti personali o politici ma spaccia illusioni. Perché poi il contraccolpo dei fallimenti è la diserzione, la disaffezione, la fuga nel privato o nel velleitario radicalismo.

di Marcello Veneziani

Qual è la password del potere vigente nella nostra società, italiana, europea e globale? Ha il nome casereccio di una signorina, Tina, ma è in realtà un acronimo lanciato dai leader liberisti degli anni ottanta, poi ripreso dai socialdemocratici, dall’intero establishment e da tutti quelli che non ammettono altre possibilità: Tina, anzi T.I.N.A. è la sigla per dire There Is Not Alternative, non c’è alternativa. Abbiamo imboccato una strada a senso unico, la direzione è obbligata e non si può sgarrare. Vi faccio tre esempi diversi della sua applicazione. A livello europeo, se non accetti i dogmi dell’Europa, se ti appelli alla civiltà, alla tradizione, al diritto nazionale e non ti pieghi agli editti imperativi, sei considerato fuori: è il caso della Polonia che per aver difeso con argomentazioni giuridiche di buon senso, la sovranità nazionale e la tradizione giuridica dello Stato libero e democratico, è messa fuori dal consesso europeo e se non rientra sarà punita sospendendo ogni fondo. Non è un caso a sé, come taluni s’illudono di pensare; già c’era stato il precedente con l’Ungheria, con un governo legittimo, rieletto con più voti di prima, libero e democratico, guidato da un signore che era nel partito popolare, d’ispirazione cristiana. E c’è il caso dei dodici paesi europei che vogliono fortificare i confini ma l’UE non lo permette. Ma soprattutto vale come minaccia, spada di Damocle e avvertimento a tutti i popoli europei e a tutte le forze politiche: se provate a sgarrare, a votare in direzione non conforme, sappiate che vi taglieremo i fondi e l’ossigeno. Messaggio diretto per l’Italia, la Francia e chiunque coltivi intenzioni “sovraniste” di fuoruscita dall’alveo consentito, la forbice tecnocratica e sinistro-progressista.

Secondo esempio, globale. L’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per comunicare col suo popolo e far conoscere la sua azione politica è stato costretto a farsi un suo network alternativo, che ha chiamato la Verità (Trump è passato da Bannon al nostro Belpietro); perché Facebook e Twitter lo hanno oscurato, “bannato”, insomma censurato. Ma lui può permettersi d’investire 875 milioni di dollari.

Terzo esempio, locale. Chi critica il green pass non può manifestare senza essere da un verso assimilato a frange estremiste di destra, di sinistra o anarchiche e dall’altro verso castigato e colpito, a volte anche fisicamente. Perché la politica è ormai la continuazione della sanità con altri mezzi: e se ti opponi, devi vedertela con i protocolli sanitari e con gli obblighi previsti per protrarre lo stato d’emergenza anche in tempi ordinari e in ambiti che poco o nulla hanno a che vedere con la prevenzione e la salute. Potrei continuare e soffermarmi sui diritti civili, il dogma globale dell’aborto e l’impossibilità di sottrarsi ai nuovi obblighi e alle nuove censure.

In tutta onestà reputo sterile e puerile il ribellismo di piazza e inadeguata e inefficace l’opposizione politica a questo andazzo; non sono un seguace di Trump e penso che vi siano altre priorità sociali, economiche, vitali, spirituali e ideali rispetto ai pass o i muri. Ma resta il problema di fondo: siamo entrati, senza accorgercene, in modo asettico, neutrale, in una  sfera totalitaria. Perché TINA si traduce così: non è ammesso nulla che non sia dentro quell’alveo. Non c’è alternativa, non può essere nemmeno pensata, se consideriamo la censura estesa anche alle opinioni.

Certo, il populismo sgangherato che ha governato il nostro Paese ha offerto un alibi formidabile per invocare il rigore e il passaggio di testimone a più credibili e affidabili “governance”. Ma il problema resta, ed è un problema strutturale con inquietanti prospettive future. Dopo aver vissuto la fase espansiva della globalizzazione in termini di mercato, economia, tecnologia e assimilazione dei modelli di vita e di consumo, ora siamo nella fase repressiva della globalizzazione, intesa come un orizzonte totalitario a cui non puoi sottrarti. Globale si traduce con Totale. Eppure la vita, l’intelligenza, la libertà hanno bisogno di alternative, altrimenti soffocano.

Che fare, oltre a denunciare? Sarebbe bello suonare la carica, invocare il risveglio dei popoli e della politica, ma sarebbe ipocrita: in sede politica puoi fare poco, nelle piazze puoi fare ancor meno, l’estremismo è il miglior alleato del potere perché ne legittima le restrizioni; le rivoluzioni e le guerre non si usano più, nessuno è disposto a rischiare nulla e se pure potesse, sarebbe destinato solo a soccombere, a prendere mazzate. Qualcuno cerca perlomeno di capitalizzare i dissensi, ricavare profitti personali o politici ma spaccia illusioni. E quindi? Si, denunciare, pensare altrimenti, criticare, sottrarsi, proporre alternative, seminare contraddizioni in campo avverso, inserirsi nei varchi incustoditi, insomma fare la propria parte fino in fondo, ma senza atteggiamenti infantili o rancorosi e senza aspettative di salvezza. Perché poi il contraccolpo dei fallimenti è la diserzione, la disaffezione, la fuga nel privato o nel velleitario radicalismo.

È molto difficile ma è necessario provarci, a lasciar tracce del proprio dissenso e della propria visione alternativa; magari i tempi cambiano, gli equilibri mutano, nuovi fattori col tempo potranno cambiare verso alla storia, la realtà prima o poi insorge… Di più, onestamente, non è dato fare o sperare.

I misteri del covid, dieci domande senza risposta

Condividi su:

di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Con la bella stagione l’Italia sta finalmente ritrovando un po’ di vita, di libertà e di fiducia. Ma restano irrisolti molti dubbi sulla pandemia che ci trasciniamo da mesi e che rischiamo di ritrovarci in futuro. Senza mettere in discussione le vaccinazioni, ci sono almeno dieci domande senza una risposta compiuta.

1. Come è nato e da dove è partito il covid?

Si fa sempre più strada la tesi che il covid non sia un errore della natura ma un errore di laboratorio; e non è fugato il sospetto che non sia un errore involontario. Dalla pandemia che ha patito in anticipo sugli altri e fronteggiandola coi mezzi efficaci di un regime totalitario e militarizzato, la Cina esce rafforzata, leader mondiale non solo nel commercio. E resta un mistero che le varianti siano identificate per nazione – variante inglese, indiana, brasiliana – mentre il virus originario non sia definito cinese.

2. Oltre il racconto dei media quali sono stati in realtà i paesi più colpiti?

Se usiamo tre parametri, ovvero il numero di vittime in rapporto alla popolazione, il rapporto tra ricoverati e deceduti e la durata dell’emergenza pandemia, dobbiamo tristemente concludere che l’Italia è tra i paesi al mondo più colpiti e più a lungo, mentre i media puntavano su Inghilterra e Stati Uniti al tempo di Trump, poi su India e Brasile. Ci evidenziano, per esempio, il numero di contagi in India ma considerando che la popolazione è 22 volte superiore all’Italia, avere – poniamo – da noi 100mila malati equivale a più a 2,2 milioni d’ammalati in India.

3. Quanti sono davvero i morti di covid?

Manca una distinzione almeno fra tre categorie di decessi: a) chi è morto a causa del covid; b) chi è morto col covid come fattore scatenante di altre gravi patologie; c) chi era già in condizioni terminali o in assoluta fragilità, e il covid è sopraggiunto al più come colpo di grazia. Più ardua e penosa sarebbe invece la domanda su quanto abbiano inciso gli errori, i ritardi, i piani e i protocolli sbagliati, le mancate cure a domicilio, tempestive ed efficaci.

4. Era proprio necessario il regime di restrizioni, i lockdown e le chiusure?

Paragonando i dati dei paesi con norme più restrittive e più a lungo vigenti e altri con norme minime e più transitorie, non c’è conferma che le restrizioni siano state più efficaci, anzi. In più si è testato un regime di sorveglianza che non ha precedenti in democrazia, con la sospensione delle libertà più elementari, dei diritti primari. Una prova generale e inquietante per eventuali dispotismi futuri.

5. Quante vittime stanno mietendo i vaccini?

Non disponiamo di studi e statistiche attendibili, conosciamo solo casi e denunce episodiche. Probabilmente sono sottostimati i dati; funziona a rovescio il meccanismo applicato per il covid: chi è deceduto dopo il vaccino per una complicanza, si attribuisce solo a quella la causa della morte, non al vaccino. Qui non vale la regola post hoc propter hoc usata per le vittime di covid.

6. Come stanno funzionando i vaccini, i contagi calano solo per questo?

Se paragoniamo i dati di ora a quelli del giugno scorso ci accorgiamo che anche l’anno scorso, senza vaccino, ci fu lo stesso drastico calo. E quindi si vorrebbe capire quanto incidano realmente i vaccini e quanto concorra il clima stagionale. Resta poi indeterminata l’incidenza e la durata d’efficacia dei vaccini, se il vaccinato può essere ancora contagioso, se il vaccino stesso innesca varianti. Non sarebbe poi necessario dopo il vaccino prescrivere il test seriologico per sapere come stiamo con gli anticorpi?

7. La gente si è davvero convertita in massa alla necessità dei vaccini?

In realtà si è rassegnata in massa a vaccinarsi, per istinto di gregge, pur diffidandone e pur sapendo di fare da cavia nel buio. Si vaccina per stanchezza, per conformarsi a un obbligo socio-sanitario, per timore di sanzioni, per levarsi quanto prima la mascherina, per disporre del passaporto, circolare liberamente e tornare alla vita normale. Pur vaccinandosi sono molti gli scettici, convinti che non serva o produca danni, soprattutto nel tempo e non ci copra da ulteriori varianti. E che saremo costretti a rifare ancora.

8. È davvero necessario vaccinare in massa anche in giovane età?

I giovani hanno un rischio molto basso di contagi e ancora più basso di un’infezione in forma pericolosa. Si usa il generico alibi che sono veicoli di contagio in famiglia e si usa il loro desiderio di avere un pass per sentirsi di nuovo liberi. Non si conoscono poi gli effetti nel lungo tempo di vaccini mai testati che potranno avere sulla loro salute, fertilità, genetica.

9. A che punto sono le cure per debellare o rendere innocuo il covid?

Proiettando tutta la profilassi e le aspettative sul vaccino, si sta trascurando la via di curare il covid con cure appropriate e tempestive, abbassando al minimo i rischi di ricoveri, complicanze e letalità. Eppure ci sono ormai medicinali e terapie che potrebbero abbattere il pericolo e mutare le strategie sanitarie.

10. Al di là del virus e delle vittime, quale effetto globale ha prodotto il covid?

Innanzitutto, più isolamento, più dipendenza e più sorveglianza; quindi una ripresa di potere dello Stato non solo sulla salute ma anche sul lavoro, il controllo e l’economia; poi di fatto ha penalizzato i governi outsider e rafforzato il modello cinese. Ha ingigantito la dipendenza dal circuito info-mediatico-sanitario e l’insicurezza. E non sappiamo ancora quante sono, e a che livello, le vittime dell’isolamento indotto dal covid, in termini di depressioni, suicidi, vite peggiorate, rapporti deteriorati e cure mancate per altre malattie gravi.

Le domande qui sollevate, circolano sparse da tempo, aprono dubbi e possibili risposte o interpretazioni. Dal covid siamo usciti più vulnerabili e più esposti ai rischi di altre pandemie; spontanee, indotte o manipolate. Ed è cresciuta l’incertezza, come dimostrano queste domande che non hanno avuto risposta.