I Magi nel commento del biblista Salvatore Garofalo

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Segnalazione del Centro Studi Federici
Dal Vangelo secondo Matteo
Cap. 2 – 1 Nato Gesù in Bethlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco che dei Magi, venuti da Oriente, si presentarono a Gerusalemme dicendo: 2 « Dov’è il re dei Giudei ch’è nato? Poichè abbiamo veduto la sua stella ad oriente e siamo venuti ad adorarlo ». 3 Udito ciò, il re Erode si turbò, e tutta Gerusalemme con lui; 4 e radunati tutti i gran sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro dove dovesse nascere il Messia. 5 Ed essi gli risposero: « In Bethlemme di Giudea; così, difatti, è stato scritto dal profeta:
6 E tu, Bethlemme, terra di Giuda,
in nessun modo sei minima fra le grandi città di Giuda:
da te, infatti, nascerà un capo,
che sarà pastore del mio popolo, Israele ».
7 Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece precisare il tempo dell’apparizione della stella e, inviandoli a Bethlemme, disse: 8 « Andate e informatevi accuratamente del bambino; e, quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinchè anch’io venga ad adorarlo ». 9 Udito il re, quelli partirono. Ed ecco la stella che avevano veduta all’oriente li precedeva, finchè, giunta sul luogo dov’era il bambino, si fermò. 10 La vista della stella li rallegrò di grandissima gioia. 11 Ed entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre e, prostratisi, lo adorarono; poi, aperti i loro scrigni, gli presentarono in dono oro, incenso e mirra. 12 E, divinamente avvertiti in sogno di non tornare da Erode, ritornarono per altra via al loro paese.
Note di Salvatore Garofalo
Cap. 2 Nel racconto dei Magi, l’attenzione dell’evangelista si concentra sulle prime reazioni ufficiali dell’ambiente ebraico alla nascita di Gesù, che viene indicata appena di scorcio (cfr. invece Lc. 2, 1-20). Erode morì nel 27 marzo-11 aprile del 750 di Roma, cioè nel 4 a. C. L’èra cristiana che fissa il primo anno d. C. al 754 di Roma procede da un errore di calcolo dovuto al monaco Dionigi il Piccolo del VI sec. Le antiche fonti greche parlano con molta stima dei Magi, di origine persiana. Dal sec. II d. C. essi cominciano ad esser confusi con gli indovini e gli astrologhi di provenienza babilonese ed egiziana (cfr. Atti 13, 6 ss.; 8, 9), considerati come fattucchieri e imbroglioni. Nell’antica tradizione persiana i Magi erano i più fedeli ed intimi discepoli di Zoroastro e custodi della sua dottrina; nei tempi più vicini al Cristo essi avevano una parte di primo piano nella religione ed anche nella politica. Mt. parla solo vagamente del loro paese di origine e nulla dice nè del loro numero esatto nè del nome nè della loro dignità regale. Sulla loro patria, gli studiosi non sono concordi; le preferenze si dividono tra l’Arabia (praticamente la regione ad est del mar Morto e del Giordano) e la Persia. Su Bethlemme cfr. Lc. 2, 4 nota.
2 Il fatto che i Magi si rivolgano alla corte di Gerusalemme può essere un indice del loro alto rango sociale. Re dei Giudei è un titolo spontaneamente inteso come corrispondente a Messia (v. 4; cfr. 27, 37). La stella del Messia (sua) è un segno nei cieli in relazione con l’attesa e la venuta del redentore. Una vera e propria stella non può assolvere le funzioni dell’astro veduto dai Magi (v. 9), perciò viene intesa piuttosto come un fenomeno verificatosi nella zona dell’atmosfera ma di tale natura che, ovviamente, non poteva essere indicato che come una stella. La tradizione religiosa persiana parlava di un « soccorritore » destinato a portare nel mondo la definitiva perfezione e il cui avvento era messo in relazione con fenomeni astronomici. Per il Messia-stella cfr. Num. 24, 17. Adorare, nell’antichità, indica in genere rendere omaggio, alla maniera orientale, con la prostrazione al suolo; se questa sia ispirata anche a un motivo religioso dipende dal contesto.
3 Erode fu sempre ferocemente geloso della sua corona acquistata a gran prezzo e non dubitò di sopprimere chiunque gliela insidiasse, fossero anche uomini del suo sangue. Il turbamento di Gerusalemme è dovuto all’entusiasmante annunzio dato dagli stranieri dell’avvenuta nascita del Messia aspettato da secoli.
4 Il re convoca l’assemblea competente in questioni religiose. I gran sacerdoti possono essere o i sommi sacerdoti scaduti di carica o i membri delle grandi famiglie sacerdotali fra le quali si sceglieva il sommo sacerdote o i rappresentanti delle ventiquattro classi sacerdotali (cfr. Lc. t, 5). Gli scribi erano i dottori, gli esperti della legge. Insieme con gli anziani del popolo, notabili laici, queste tre classi costituivano il gran consiglio o sinedrio, supremo tribunale ebraico. Poichè l’espressione « scribi del popolo » è insolita, si pensa che il testo primitivo del Vangelo sia stato: « i gran sacerdoti, gli scribi e gli anziani del popolo ».
5 La tradizione ebraica aveva sempre visto nel testo di Michea (5, 1 testo ebr.) una profezia messianica. Bethlemme è detta di Giudea per distinguerla da un omonimo villaggio di Galilea.
9 La stella non guidò i Magi dal loro paese alla Giudea ma riapparve solo sulla strada da Gerusalemme a Bethlemme, che distava dalla capitale ca. due ore di cammino. La direzione è nord-sud, contraria, quindi, al moto delle stelle.
11 La casa suppone che Giuseppe abbia provveduto a ricoverare in luogo più proprio (cfr. Lc. 2, 7) Gesù e Maria; tanto più che il tempo della visita dei Magi distava notevolmente da quello della nascita del Bambino (v. 16). Il racconto del Vangelo lascia intendere che l’« adorazione » dei Magi ebbe un contenuto anche religioso, dal momento che Dio non aveva risparmiato prodigi per condurre i sapienti alla culla del Messia. L’etichetta orientale esigeva che la visita a un personaggio di riguardo fosse accompagnata da doni proporzionati alla dignità di chi visitava e di chi era visitato. I Magi scelgono doni di grande valore in quel tempo. L’incenso e la mirra erano profumi adibiti ad usi sia sacri che profani. La tradizione cristiana attribuisce ai doni un significato simbolico: l’oro indica la regalità, l’incenso la divinità e la mirra l’umanità del Messia; quest’ultima, infatti, era usata in modo particolare nella imbalsamazione dei cadaveri.
12 Per potersi portare fuori del territorio soggetto ad Erode, i Magi ebbero certamente bisogno di due o tre giornate di marce forzate in direzione del mar Morto.
Tratto da: La Sacra Bibbia, vol. III, Marietti, Torino 1961, pagg. 14.15.

L’Adorazione dei Magi

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Segnalazione di Schola Palatina

a cura della Prof. Sara Magister

Tra le splendide collezioni nobiliari seicentesche, che contribuiscono alla gloria della città di Roma, quella della Galleria Borghese spicca su tutte. Perché è stata una delle prime, generando poi un processo di imitazione – emulazione. E soprattutto perché con le scelte coraggiose e geniali del suo ideatore, il cardinal nipote Scipione Borghese, ha svecchiato il panorama romano del primo Seicento, offrendo anche ad altri collezionisti l’occasione di aprire i loro orizzonti di interesse a nuovi linguaggi e ambiti di produzione artistica.

E così scorrono nelle sale della Galleria non solo le opere del divino Raffaello, di Botticelli e dei grandi classici toscani e romani esaltati nelle Vite di Giorgio Vasari, ma anche di pittori inusuali per le collezioni dell’epoca. Come alcuni artisti attivi nel Nord Italia, scovati dall’occhio attento e curioso del cardinale non solo nelle grandi città, ma anche nella fiorente provincia.

Un ruolo rilevante, ad esempio, è svolto da quel territorio posto al confine tra il ducato di Milano e la Repubblica veneta, che pur nelle continue contese politiche è stato in grado di generare un linguaggio originale, ben distante dalle sublimi idealizzazioni dei grandi del Rinascimento, ma non per questo meno denso di significato.

Jacopo da Ponte, detto il Bassano per il paese di origine – Bassano del Grappa –, è un artista che si era ben inserito in questo modo di guardare alla realtà, con un certo successo di pubblico. Si era formato a Venezia, dove aveva appreso la potenza emotiva del colore e della luce e la poetica dei sentimenti espressa attraverso i gesti e gli sguardi, mentre dagli artisti nord-europei aveva tratto quell’interesse per i dettagli, per la natura e per la trasposizione di soggetti sacri in contesti di vita quotidiana, che amplificherà nelle sue opere, fondando una scuola che sarà fondamentale per la formazione del filone naturalista dell’arte barocca, primo fra tutti Caravaggio.

Non un Re, ma un bimbo

Esemplare in questo senso è la tela dell’Adorazione dei Magi, databile attorno al 1576 circa, e prima versione di un soggetto ripetuto in almeno una ventina di altri esemplari simili, a conferma del suo ampio apprezzamento.

La composizione non è centralizzata ma spostata tutta sulla destra, verso la Sacra Famiglia, che è posta al margine di una tela molto affollata di persone, ma anche di oggetti e di animali. La fantasia dell’artista ha voluto immaginare, oltre ai protagonisti citati nelle Sacre Scritture, anche il corteo ricco ed esotico dei re persiani, talmente imponente che gli ultimi sono ancora in cammino, mentre i magi in primo piano hanno già deposto la corona ai piedi del Salvatore.

Un corteo dove tutti i suoi partecipanti, paggi, inservienti, animali da soma, cammelli, asinelli, cavalli, una scimmietta e persino qualche cagnolino subito si danno da fare per tirare fuori dai bauli oggetti preziosi di ogni genere: vasi dorati, ciotole e piatti tintinnanti, pietre preziose. Ma sono molto confusi, su quale sia il migliore regalo da offrire.

Si erano preparati bene, infatti, pensando che sarebbero giunti al cospetto di un re potente, seduto su un trono. E invece ora non sanno che fare, perché quella meta che hanno a lungo inseguito è in realtà un semplice bambino nudo, protetto solo dal tetto di una stalla diroccata, seduto sulle gambe della mamma e con gli occhi tutti per lei. Il contrasto tra le loro aspettative e la realtà è fortissimo e suscita la curiosità dei locali. Un bimbo sbuca da dietro il muro della stalla per guardare, ma senza capire molto.

In ginocchio di fronte al Mistero rivelatoChi capisce tutto sono invece i saggi persiani. Il primo a dimostrarlo è il più anziano dei tre che, deposta la corona a terra, s’inginocchia di fronte al Mistero rivelato, e offrendogli l’ampolla d’oro ne riconosce la dignità regale. Il broccato della mantella dell’anziano saggio riflette la luce divina, che brilla attorno al capo del piccolo Gesù. Gli altri due magi attendono il loro turno, stringendo i doni prescelti, quelli che denoteranno Gesù come Sacerdote (incenso) e Unto del Signore (mirra) e, confermandosi reciprocamente a bassa voce che era proprio quel piccolo bambino, colui che avevano a lungo cercato nel loro viaggio.

Come è tipico dell’arte veneziana, anche Jacopo Bassano gioca sui contrasti. In questo caso tra il lusso delle suppellettili e delle stoffe di seta e damasco delle vesti dei Magi e dei loro paggi e, di contro, la povertà estrema della Sacra Famiglia e del contesto architettonico che la ospita. Ma è proprio in quella povertà così disarmante che si manifesta il vero re e che si concentra una luce che poi si espande fino in lontananza, investendo anche gli elementi naturali, oltre che le persone.

Un denso simbolismoLa tradizionale attenzione per la natura, tipicamente veneziana, viene amplificata da Bassano a tal punto da far dire al biografo Raffaello Borghini, nel 1584, che nelle sue tele i protagonisti sembrano essere «spezialmente gli animali e le varie masserizie della casa». Ma quella che al primo impatto sembra essere un’umile scena pastorale, si carica invece di un denso simbolismo.

Gli animali presenti in questa scena, infatti, non servono solo a denotare il carattere esotico del corteo o il contesto campestre, ma segnalano ulteriori livelli di significato. La scimmia indica l’incapacità di comprendere dei paggi inutilmente indaffarati, il pavone in primo piano sul tetto della stalla, invece, indica la superbia della ricchezza, letteralmente deposta, insieme alla corona, dal saggio anziano, di cui spicca il capo nudo, come è nudo il corpo del piccolo Gesù.

FONTERadici Cristiane n. 140

È permesso dire Befana?

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Ma si potrà nominare la Befana invano, almeno per oggi, o si rischia di urtare la suscettibilità di qualcuno, che so, le femministe, l’Anpi, la Murgia, il Colletivo Lesbiche? Si potrà parlare di un personaggio che certamente non ispira Bella Ciao? È un insulto alle donne rappresentarla in quel modo indecente, con la scopa tra le gambe, le scarpe tutte rotte e il sacco gravoso sulle spalle? Penderà sui bambini l’accusa di molestie sessuali e sfruttamento femminile per la petulante richiesta di prestazioni alla suddetta vegliarda e la pretesa di estorcerle calze piene di regali? E gli adulti consenzienti rischieranno l’imputazione di tentato befanicidio perché lei è costretta a mettere a repentaglio la sua incolumità volando a rischio smog su mezzi molto precari, nella fascia notturna e calandosi in canne fumarie e camini accesi? Si risentirà il Sindacato Trasporti Aerei, che so, la Cgil-Befane? O una volta all’anno, almeno, è lecito restare nella tradizione senza nessuna regolamentazione politicamente corretta e sindacalmente protetta?

Si potranno poi citare, almeno oggi, i Re Magi o si devono prima dimettere dal regno e sottoporsi alle primarie? E se insistono a rivendicare la loro regalità dovremo subito seppellirli a Vicoforte? Si potrà dire che i suddetti tre regnanti vanno al presepe seguendo la stella cometa o devono per forza scaricare l’app col navigatore e lasciare le corone ai metal detector e proseguire a piedi perché la grotta è nella ztl? E non rischiano di essere fermati ai controlli doganali, uno per contrabbando di valuta (l’oro), l’altro per detenzione stupefacenti (incensi) e passa solo il terzo perché nessuno sa cosa sia la mirra? Ma soprattutto la loro presenza offende i migranti perché sono facoltosi e non bisognosi, portano doni e non chiedono aiuti, arrivano con mezzi autonomi e non con barconi di fortuna e accorrono per adorare il nostro Dio e non per imporne uno loro? E il Papa cosa dice, che dobbiamo trasformare i Re Magi in Poveri Migranti, di religione islamica magari, accolti nel presepe non da spaesati angeli ma da Organizzazioni non governative?

E il presepe, già il presepe, si potrà smantellare domani con l’idea di usarlo l’anno prossimo o si dovrà farlo esplodere gridando Allah Akbar e l’anno prossimo sostituirlo con una struttura polivalente, un po’ moschea, un po’ museo dell’olocausto, un po’ centro ricreativo per non credenti? Si potrà salvare solo l’albero per ragioni ambientaliste? E Gesù Bambino dovrà prima passare dall’anagrafe, Erode permettendo, per registrarlo come Perù Bambino e per escludere ogni paternità surrogata, anche divina, e ogni intrusione dello Spirito Santo? E la Madonna dovrà denunciare San Giuseppe perché lei è minorenne e lui maneggia seghe e bastoni e dunque è un potenziale violento? Tra i pastori adoranti dovremmo prevedere anche una quota gay e trans, più una percentuale di neri e di clandestini? Nel presepe sarà obbligatorio un insediamento rom? E tra i Re Magi almeno uno dovrà essere disabile? E come la mettiamo con tutte quelle pecore, quelle mucche e quegli agnelli che gremiscono il presepe, di cui è prevedibile la brutta fine, non teniamo conto dei vegani e degli animalisti? Il prossimo presepe si dovrà fare solo con i cereali? Apprensioni legittime soprattutto perché, come è noto, l’Epifania ogni festa porta via e da domani si torna alla realtà, che pressapoco è questa qua.