Malaparte contro i giovani sporchi e arrabbiati

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di Marcello Veneziani

La seconda guerra mondiale era finita da poco e l’Europa era piena di macerie e di vitalità. Per tutti quello fu il tempo della Ricostruzione, dell’operosa voglia di rinascita. E invece, uno scrittore curioso e un po’ cialtrone, a volte inattendibile ma acuto nel penetrare col suo sguardo le profondità latenti di un’epoca, annuncia che nel dopoguerra sta succedendo qualcosa: sta nascendo una razza globale. Che prima chiama razza europea e la definisce “giovane, nervosa, più bella e più delicata”, poi la definisce “razza marxista” fino a denunciare la sporcizia della nuova razza marxista che non ha nulla a che vedere con la sporcizia dei poveri, per esempio nei bassi di Napoli. È generata dalla “decadenza del capitalismo, dalla corruzione della democrazia, dal sabotaggio sociale comunista, dalla contaminazione dei costumi”. Anche le ragazze sono “scarmigliate, mal lavate, mal vestite, imbronciate”. È una nuova razza che sorge in Europa, invade le nazioni, sommerge ogni cosa, fatta da giovani piccolo borghesi che hanno il disgusto della borghesia, spezzano ogni legame di classe e di provenienza, vivono “una nuova bohème artificiale”; una generazione di spostati e di finti proletari. E così li descrive: “la moda dei capelli lunghi, dei visi mal rasati, delle unghie sporche” e altro ancora… Curzio Malaparte nel 1947 ha visto in anteprima esclusiva a Parigi un trailer del Sessantotto. Prima che nascesse la gioventù bruciata americana. Lo annota sul suo Journal, che scrive in francese, ora ripubblicato da Adelphi col titolo “Giornale di uno straniero a Parigi”. Il loro maestro è Jean-Paul Sartre, ma ai suoi occhi appare già démodé, antiquato. Malaparte non descrive solo “la pelle” di quella razza, e di quella generazione, ma si inoltra nelle loro idee: non sanno che farsene, scrive, dell’ordine capitalista, comunista, cattolico, non vogliono servire nessuna chiesa, non credono più in niente. Sono nichilisti. Qui la diagnosi di Malaparte oltrepassa pure il Sessantotto e sembra riguardare i nostri giorni. Malaparte non è un pensatore ma annusa l’aria, coglie i movimenti tellurici, è sismografo del suo tempo, coglie gli umori nascosti dell’epoca.

Il nichilismo che aveva profetizzato Nietzsche è diventato fenomeno di massa, oltre che generazionale; e Malaparte lo coglie, lo nomina e ne dà perfino una data di nascita: “Dopo il 1945”. Lo dice da osservatore, non da nostalgico dell’epoca precedente e dei fascismi: Malaparte è stato arcifascista e antifascista, è finito in carcere durante il regime, è stato dissidente, finirà in odore di comunismo e innamorato della Cina comunista di Mao. Ma in queste note sostiene che l’unica salvezza per l’Europa sia l’individualismo, idea a suo dire occidentale e latina (ma anche dí derivazione cristiana). Insomma Malaparte è acuto come radar ma quando deve indicare una via dice tutto e il contrario di tutto, è dongiovanni e poligamo, come nella vita intima. In tema di resistenza, pur definendosi un resistente, mostra insofferenza verso la sorgente retorica della resistenza, i suoi tabù e i suoi mostri sacri e arriva a dire che la resistenza, perlomeno in Italia e nell’Europa occidentale, è stata “uno strumento di guerra forgiato dallo straniero”, con capi, armi, mezzi stranieri. E con la geniale cialtroneria che ama esibire per colpire l’uditorio e spiazzare tutti, si avventura in una spericolata ipotesi di fanta-storia: se Mussolini nel settembre del ’43 si fosse dato alla macchia, anziché farsi liberare dai tedeschi, avrebbe potuto assumere lui la guida della resistenza italiana contro i tedeschi. Immaginate cosa sarebbe successo con Mussolini a capo della resistenza! La gente lo ascolta perplesso, alcuni protestano, ma lui, Malaparte, si compiace, si diverte, ride perfino, e poi lamenta che “l’ironia è morta in Europa, nessuno sa più giudicare”.

È un piacere leggere Malaparte, i suoi racconti, la sua prosa; incuriosisce, sorprende, anche se spesso ti chiedi: ma sarà vero, dice sul serio o sta pazziando? Si susseguono incontri, giudizi, situazioni, storie e ritratti. E continui paragoni tra francesi e italiani.

A proposito di Mussolini, Malaparte racconta un gustoso episodio, che spunta misteriosamente, non facendo parte né del corpus del Journal né in generale dell’Archivio Malaparte. Lo scrittore, ancora un giovanotto, viene convocato dal Duce a Palazzo Chigi, dove si era insediato da poco tempo. Quando varcò la soglia della stanza di Mussolini, le gambe gli tremavano, ma l’ansia non gli impedì di osservare molti dettagli e di notare il cattivo gusto di una lampada, un abat jour, che illividiva la faccia del duce, il suo viso pallido, le sue profonde orbite e l’ombra del naso, grosso e carnoso. Dopo aver firmato varie carte, Mussolini gettò la penna, si buttò indietro sulla spalliera della poltrona, lo fissò con i suoi occhi tondi grandissimi, scuri e Malaparte si sentì ghiacciare il sangue nelle vene.

Mussolini si sorprese della sua giovane età, chiese che studi avesse fatto, e poi cominciò a rimproverarlo, accusandolo di essersi abbassato a dire su di lui malignità degne di una portiera pettegola. Malaparte arrossì. Poi scoprì il capo d’accusa: Malaparte al caffè Aragno a Roma aveva sparlato delle “brutte cravatte” di Mussolini. Malaparte ammise di averlo detto, ma aggiunse che era un’osservazione senza cattiveria e malignità, e gli chiese scusa. Mussolini accolse le scuse e lo ammonì per l’avvenire. Ma era terribile, scrive Malaparte, cadere in disgrazia del dittatore all’inizio della carriera (lui dice che aveva allora 20 anni, in realtà ne aveva 25). Poi, però, l’ambasciatore Paulucci de’ Calboli che era presente al colloquio, raccontò che Mussolini, quando lui uscì, si era messo a ridere; ma subito dopo, si fece portare uno specchio da Navarra, il suo capo usciere, per vedere la sua cravatta. Io la trovo bellissima, diceva lisciandosela, non trovate? L’ambasciatore non poté che dargli ragione. Malaparte si vendica nelle righe seguenti descrivendo lo strano odore di oca selvatica di Musoslini, anzi un odore di pelle di pollo bagnato; l’indole morbosamente femminile del duce, benché così maschio, la sua voce che “ha radici nelle mammelle”, le sue mani da “vecchia monaca morta”. Malaparte amava stupire con effetti speciali, la sua prosa è godibile anche quando racconta l’inverosimile.

E per restare in tema, in questo suo diario, Malaparte confessa un vizio: ama abbaiare di notte. “Chiamare i cani la notte e parlare con loro, è il mio unico piacere della vita. Ho imparato a parlare coi cani a Lipari, durante il confino, non avevo altri con cui parlare”. Saliva sulla terrazza nella casa di fronte al mare, nella Salita di Santa Teresa, vicino alla chiesetta, e abbaiava. Gli fu perfino proibito dai carabinieri di abbaiare di notte, i pescatori ne erano intimoriti, molti lo chiamavano “il pazzo”. Anche sugli scogli di Capri o sulla spiaggia di Forte dei Marmi, confessa Malaparte, continuò ad abbaiare di notte; ma non più per solitudine e disperazione; lo faceva quando si sentiva giovane, libero, felice. Per una vita Curzio Malaparte ballò coi lupi.

La Verità – 26 novembre 2025 –  https://www.marcelloveneziani.com/articoli/malaparte-contro-i-giovani-sporchi-e-arrabbiati/

Ma quanto piace la razza agli antirazzisti

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di Adriano Scianca

Dal caso di Amanda Gorman alle censure sui Simpson: il politicamente corretto si vuole cosmopolita, ma chissà perché finisce per parlare solo del colore della pelle

Uno dei paradossi della storia dell’Occidente è che, dal 1945 a oggi, in esso non si è mai parlato tanto di razza quanto se ne discute nell’epoca dell’antirazzismo al potere. Non si è mai classificato il reale in base a criteri razziali tanto quanto sta avvenendo nella tarda postmodernità che stiamo attraversando. Non male, per una categoria – la razza, appunto – che «non esiste».

La storia, già molto nota, della poetessa nera americana Amanda Gorman, spiega bene l’isteria in corso. Dopo aver letto la poesia The Hill We Climb alla cerimonia di insediamento di Joe Biden, la scrittrice è diventata famosa in tutto il mondo, generando richieste di traduzione un po’ ovunque nel globo. Nei Paesi Bassi e in Spagna, tuttavia, i traduttori scelti originariamente sono poi stati sostituiti (nel primo caso per un ritiro spontaneo, nel secondo su decisione della casa editrice) dopo un dibattito relativo a – pensate un po’ – il colore della pelle di questi ultimi. Ebbene sì: nel 2021 un bianco non può tradurre un nero. A farne le spese è stata la ventinovenne olandese, bianchissima e biondissima, benché gender fluidMarieke Lucas Rijneveld, che nel 2020 ha vinto l’International booker prize con il romanzo Il disagio della sera.

Bianchi discriminati: questione di «razza»?

La scelta, tuttavia, non sembra essere piaciuta all’ormai leggendario «popolo del Web», che sui social ha cominciato a chiedere una traduttrice di analoga pigmentazione. Non solo: il giornalista Janice Deul, in un commento sul quotidiano olandese Volkskrant, ha scritto: «Senza nulla togliere alle qualità di Rijneveld, perché non scegliere una scrittrice che è – proprio come Gorman – famosa, giovane, donna e impenitentemente nera?». Alla fine la Rijneveld ha annunciato la marcia indietro: «Sono scioccata dal clamore causato dal mio coinvolgimento nella divulgazione del messaggio di Amanda Gorman e capisco le persone che si sono sentite ferite dalla scelta dell’editore Meulenhoff», ha scritto su Twitter, peraltro implicitamente avallando l’assurda logica censoria. Stessa cosa è accaduta in Spagna, ma in modo meno consensuale…

L’avventura di un povero cristiano

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Risultati immagini per Fontamaradi Roberto PECCHIOLI

L’avventura di un povero cristiano fu l’ultima opera letteraria di Ignazio Silone, l’autore di Fontamara. Uscita con grande successo nel fatidico 1968, racconta i convulsi mesi romani e napoletani di Pietro di Morrone, il monaco asceso al papato nel 1294 con il nome di Celestino V dopo lotte intestine di una chiesa corrotta, tornato dopo pochi mesi al suo eremo tra le montagne della Maiella a seguito dell’abdicazione che Dante chiamò “il gran rifiuto”. Silone intese rappresentare nel suo conterraneo abruzzese l’opposizione tra il singolo e la Chiesa, più ancora la divaricazione irriducibile tra l’uomo onesto e il potere.

Avventura quotidiana di poveri cristiani è diventata seguire i percorsi del cattolicesimo in disarmo. Credevamo che nulla potesse più stupirci di quanto esce dalla bocca di esponenti della gerarchia, ma ci sbagliavamo. Nelle ultime settimane hanno suscitato nuovo turbamento e rinnovato sconcerto due episodi significativi. Il primo è la telefonata tra Gianni Vattimo, filosofo marxista, conclamato omosessuale, alfiere del nichilismo postmoderno nell’insidiosa forma del cosiddetto pensiero debole, e l’inquilino di Santa Marta Jorge Mario Bergoglio. Tra i due, il cui approccio è stato forse favorito dalla comune condizione di coscritti della classe 1936, il più concreto è stato il pensatore torinese, il quale, stando alle ricostruzioni, avrebbe proposto al successore (o meglio, all’impostore, n.d.r.) di Pietro di mettersi a capo di una sorta di internazionale contro lo strapotere del denaro. Vasto programma, lodevole e largamente condivisibile, ma certamente distante dalla missione religiosa. Continua a leggere