Torniamo a vivere da cristiani e offriamo le sofferenze in espiazione dei peccati

Condividi su:

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per Informazione Cattolica https://www.informazionecattolica.it/2022/01/03/torniamo-a-vivere-da-cristiani-e-offriamo-le-sofferenze-in-espiazione-dei-peccati/

LA CALAMITÀ, LA PANDEMIA, LE DISGRAZIE, GLI INCIDENTI NON SONO MAI “COLPA DI DIO

 Il 31 dicembre abbiamo cantato il te Deum in ringraziamento al Signore per l’anno trascorso. Il 1° gennaio abbiamo festeggiato la Circoncisione di Gesù, che scelse di versare, fin da subito, un po’ del Suo sangue per noi miseri peccatori e ieri il Santissimo Nome di Gesù, che significa Salvatore, attribuito al Messia, al Figlio del Dio vivente, su indicazione dell’Arcangelo Gabriele alla Santa Vergine Maria, nel giorno dell’annunciazione. Tre grandi misteri, da meditare e contemplare in questo inizio dell’anno liturgico, soprattutto attraverso la preghiera.
Ci sono cristiani che si chiedono cosa mai vi sia da ringraziare per un anno difficile, se non addirittura tragico per molti, come quello trascorso. Non è facile, umanamente parlando, dare una risposta ragionevole e convincente. Sul piano meramente naturale, verrebbe da dire che c’è ben poco da ringraziare. Sul piano soprannaturale, invece, pur apparendo ad occhio superficiale o indifferente alla Fede un assunto assurdo, dobbiamo ringraziare anche per il dolore e per le sofferenze. Partendo dal presupposto che Dio, Somma Potenza, Giustizia e Misericordia, trae sempre un bene anche dal male, del quale, nella nostra limitatezza e finitezza, ci accorgeremo a tempo debito, ogni pena che patiamo in questa valle di lacrime va in espiazione dei peccati personali e del prossimo. Diviene, dunque, una enorme Grazia, se pensiamo che attraverso la sofferenza alleggeriamo il peso delle nostre miserie agli occhi di Dio.
La calamità, la pandemia, le disgrazie, gli incidenti non sono mai colpa di Dio, che non può volere il male per le Sue creature. Altresì lo permette, perché ci ha voluti liberi e noi, troppo spesso, abusiamo di tale facoltà per fare ciò che piace a noi, non ciò che si deve per piacere a Lui. Ci facciamo leggi contro la natura creata da Lui, ci creiamo regole in contrasto con le Sue Leggi ed i Suoi Comandamenti, oltraggiamo la Chiesa, Suo Corpo Mistico, creandoci una religione di comodo, tramite un “fai-da-te” che significa sostituirsi a Dio, decidendo a prescindere da Lui, dal Suo insegnamento e dai Suoi precetti. Dopo il peccato originale, abbiamo continuato a peccare e oggi, a distanza di XXI secoli dall’Incarnazione del Verbo, abbiamo addirittura rinnegato l’essenziale per la salvezza dell’anima, e nella secolarizzazione ci stiamo comportando da pagani. Molti adorano il loro Vitello d’Oro e vivono solo per questo. Siamo nella grande apostasia, foriera di caos, disordine e morte, in ogni ambito della vita. Qualcuno ha forse l’ardire di chiedere un premio per tutto questo? Non sappiamo utilizzare il libero arbitrio indirizzandolo, con un semplice esercizio della volontà, in una vita integralmente cristiana. Quindi offriamo le nostre sofferenze, soprattutto le peggiori, ai piedi di Gesù Bambino perché abbia pietà di noi!
Apriamo questo nuovo anno, accettando ciò che verrà, riscoprendo il significato della preghiera, quotidiana e costante. S. Giovanni Damasceno, nel suo trattato De Fide Orthodoxa, ci ha dato due definizioni della preghiera: “Elevazione della mente a Dio”, oppure “petizione a Dio di cose oneste” (c. 24).

La prima cosa da notare del trattato di Tommaso d’Aquino sulla preghiera è la sua adozione della definizione propria della preghiera: la preghiera è la petizione a Dio di cose oneste. La preghiera per antonomasia per S. Tommaso non è una cosa complicata, ma sommamente semplice: è la preghiera di una madre che accende una candela davanti ad un crocifisso per la salute dei suoi figli; è la preghiera di un eremita nella sua solitudine per la salvezza del mondo; è la preghiera di un drogato che chiede di poter uscire dal ciclo vizioso in cui si è intrappolato: è la preghiera di tutti. Disse Padre Garrigou-Lagrange: «Il più miserabile, dal fondo dell’abisso in cui è caduto, può alzare un grido verso la misericordia, e questo grido è la preghiera».

Dio, nella sua somma sapienza, ha deciso fin dall’eternità che le preghiere degli uomini saranno indispensabili per l’ordine dell’universo, e per ottenere certi effetti. La nostra preghiera, quindi, non ha lo scopo di cambiare le disposizioni divine, ma di impetrare quanto Dio ha disposto di compiere mediante la preghiera (S. Th. II-II, q. 83, a. 2). Pertanto, secondo la disposizione di Dio, la preghiera ha una vera causalità ed efficacia indispensabile, in tal modo che è vano pensare a ricevere alcuni benefici da Dio senza chiederli a Lui nella preghiera.

Perché Dio ha voluto che dobbiamo pregare per ottenere certi benefici? Anzitutto, in senso generale, Dio, nella sua somma Bontà, ha voluto associare a sé l’uomo nel suo governo dell’universo, e così conferire a lui la dignità di causa (S. Th. I, q. 22, a. 3). Poi, l’atto stesso di pregare porta numerosi benefici all’uomo.
Per esempio, pregando per certi bisogni, ricordiamo esplicitamente che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio. Questo atteggiamento, non solo ci insegna l’umiltà (S. Th. II-II, q. 83, a. 2, ad 1), ma la preghiera stessa diventa una forma di culto a Dio: nella preghiera, Dio è glorificato ed è riconosciuto come fonte di bontà, onnipotente e misericordioso (cfr. S. Th. II-II, q. 83, a. 3). Essendo un atto di riverenza a Dio, essa ci fa tornare anche alla definizione generica della preghiera, in quanto elevazione: «La preghiera è l’elevazione a Dio, come a un superiore, come al supremo superiore, al di sopra del quale non c’è nulla; è l’atteggiamento di venerazione e riverenza, che non può già prescindere dall’umiltà».

Al centro della riflessione sulla preghiera, S. Tommaso inserisce la preghiera del Padre Nostro. Questa preghiera, semplice e conosciuta da qualsiasi buon cristiano, è il modello di tutte le preghiere, in primo luogo, perché è la preghiera che Gesù Cristo, Dio-Uomo, ci ha insegnato. La sua eccellenza si trova, inoltre, nel fatto che «non solo vengono domandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell’ordine in cui devono essere desiderate: cosicché questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma plasma tutti i nostri affetti.» (S Th. q. 83, a. 9). Iniziando con le parole Padre nostro che sei nei cieli, ci ricordiamo della sua cura per noi e la sua onnipotenza: quindi, vengono suscitati in noi sentimenti di fiducia e di speranza. Poi, il Padre Nostro ci insegna tutto ciò che possiamo onestamente desiderare nella vita.

Ri-impariamo a vivere da cristiani e ad instaurare omnia in Christo – come insegna S. Pio X – perché la Sua Gloria sia la nostra prima felicità e la nostra salvezza eterna sia l’unico Fine e obiettivo della vita, da ottenere con le buone opere.

 

Scontri in USA: avanza il “deep State”, ma chi lo combatte?

Condividi su:

L’EDITORIALE

di Matteo Castagna

Il 2021 si apre con il botto: stavolta non è il Covid a spadroneggiare ma la notizia, incontrovertibile, per cui il popolo americano si è, per la prima volta, reso conto di non essere nella democrazia perfetta in cui ha sempre creduto di vivere. Milioni di persone, nel giorno dell’Epifania, si sono riversate nelle strade di Washington, hanno sonoramente protestato contro quella che riconoscono come una palese violazione della loro libertà: la vittoria di un presidente con l’imbroglio.

Ebbene, anche negli USA, si può sedere alla Casa Bianca, grazie a dei brogli elettorali. E’ questo concetto che gli statunitensi hanno in testa e non riescono proprio a digerire. Trump è la vittima di un raggiro e di un’ingiustizia ordita e preordinata dal deep State, per farlo fuori. Quindi non è il fautore di un tentato golpe – come cialtronescamente hanno fatto intendere alcuni dei soliti allineati, leccaculo dei potenti di turno – ma colui che lo subisce. Intollerabile, inaccettabile, immorale per un repubblicano americano, innamorato della sua democrazia. Da ieri, non sarà più come prima, perché la vittoria con voto, considerato farlocco, non è minimamente nelle more della mentalità di almeno la metà degli americani. Ieri, il popolo USA ha sancito la morte del mainstream e gli ha dichiarato guerra. Quanto durerà non possiamo saperlo, ma sappiamo che la figura di Trump è uscita comunque vincitrice, perché ha dimostrato d’avere un seguito, che non ha precedenti e che i Dem non si aspettavano, fin dai tempi dei sondaggi. Cosa farà il miliardario tycon nelle prossime settimane non possiamo saperlo, ma possiamo immaginare che avrà tutto il tempo ed i mezzi per tirar fuori dal cilindro delle sorprese poco piacevoli per gli avversari. I quali non sono, però, né sprovveduti né privi di potere. 

In Italia, invece, ai brogli ed agli imbrogli siamo assuefatti da troppo tempo. I “plebisciti truffa” del periodo risorgimentale hanno annesso al Regno d’Italia Stati che volevano rimanere fedeli ai loro legittimi sovrani. Nel 1866 il Veneto è stato annesso con l’inganno. Ma anche il Regno delle due Sicilie e lo Stato Pontificio ebbero di che recriminare. Secondo buona parte della storiografia contemporanea anche il Re sarebbe stato deposto a seguito di un referendum taroccato. Il 2 giugno 1946 avrebbe vinto la monarchia di oltre due milioni di voti. Ma alcune manine avrebbero cambiato il risultato e, di conseguenza, la storia d’Italia. Ad ogni elezione si leggono cronache di scatoloni di schede elettorali trovate qua e là, di matite copiative che si cancellano, di schede bianche “che si possono colorare” – come direbbe Cetto Laqualunque. Sembra che per l’italiano medio non vi sia più nulla di cui scandalizzarsi e per cui protestare. Neanche se gli mettono le mani nel conto corrente, di notte, come fece nel 1992 l’esecutivo guidato dal socialista Giuliano Amato. In compenso sa ragliare bene sui social, nei bar (fino alle 18.00) e di nascosto da orecchie indiscrete. I governi, anche i peggiori, come quello attuale, possono dormire sonni tranquilli perché non ci sarà nessun impellicciato con elmo cornuto che gli guasterà la festa, né persone comuni che si riuniranno sotto il palazzo del potere a gridare “Libertà” issando la croce e pregando, a migliaia, il Padre nostro come avvenuto fuori dal Campidoglio di Washington.  Continua a leggere

Il “Padre nostro” nella versione sacrilega di Bergoglio

Condividi su:

del Prof. Luciano Pranzetti

Nell’intervista al cardinal Giuseppe Betori – Avvenire 10/7/2017 – si ha conferma di una prossima correzione del testo evangelico, così come voluta dal Papa Francesco I, d’intesa con i più dotti biblisti in circolazione. “Un Lavoro di squadra”, osserva compiaciuto il presule fiorentino, che ha stabilito essere, il passo di Matteo 6, 13 “E non ci indurre in tentazione” del tutto inaccettabile poiché – ragionano Papa Francesco, il cardinal Betori e la squadra dei biblisti – Dio, che è somma bontà ed infinita misericordia, non può mai ‘indurre’ in tentazione. Pertanto, posta tale ‘verità’, il verbo incriminato va sostituito con altro più corrispondente alle predette divine bontà e misericordia.

Ed ecco, allora, uscire dal cilindro del vocabolario conciliare la magica soluzione sostitutiva: “Non ci abbandonare alla tentazione”, formula che, pur non essendo – al settembre 2018 – stata sancita in AAS, vien recitata qua e là. Una formula, come abbiam detto sopra, che determina una doppia nefasta deriva: teologica e semantica e di cui ci apprestiamo a rendere conto e ragione.

Il N. T., come si sa, è scritto in lingua greca che, pur diversa essendo dall’aramaico parlato da Gesù, è testo canonico su cui si fondano l’intera Rivelazione e il ‘Depositum fidei’. Ciò per dire che, greca o aramaica la versione, niente cambia ai fini della inerranza della Parola di Dio fattosi uomo. Continua a leggere

INDURRE E ABBANDONARE – Chiosa semantica

Condividi su:

Risultati immagini per Pater Nosterdel Prof. Luciano Pranzetti

Non è nostra intenzione intervenire, con argomentazioni biblico/teologiche, sull’annunciato e ribadito proposito bergogliano di modificare, nel Pater Noster, l’espressione “Non ci indurre in tentazione” a favore di altra meno allusiva – secondo i supponenti teologi della neochiesa vaticansecondista  – a un Dio che si compiace di voler il male delle sue creature. E, per questo, senza attendere una definitiva deliberazione da parte della Gerarchìa, già in alcune diocesi francesi, così come in molte chiese italiane, si prega con la nuova sostitutiva formula “Non ci abbandonare alla tentazione”. Sull’argomento sono stati prodotti autorevoli interventi che, senza ombra alcuna di dubbio, han dimostrato quanto inopportuna e scorretta sia siffatta nuova traduzione del testo greco “kai mè eisenègkes emàs èis peirasmòn “ (Mt. 6, 13) che, data essere autentica Parola di Gesù immodificabile (Mt. 24, 35), corrisponde al latino “et ne nosinducas in tentationem”, come bene intese San Girolamo nella canonica versione della ‘Vulgata’. Noi vorremmo dimostrare, invece, come la nuova formula, lungi dal proposito di rendere la figura del Padre lontana da ogni qual che sia connotazione di malevolenza e di ingiustizia ma solo disegnata di misericordia, la indurisca e l’aggravi consegnando alla Cattolicità l’idea di un Dio perfido, distante e disinteressato alle vicende e alle sorti delle proprie creature. Perciò, con la sola analisi etimo/logico/semantica dei due verbi INDURRE e ABBANDONARE, si potrà realizzare una visione che, riferita al secondo, si manifesta per essere più forte del primo e, addirittura, sacrilega. Vediamo, allora, perché i due verbi esprimono opposte semantiche.

1– INDURRE: verbo che, nelle varie e molteplici circostanze in cui viene flesso, sta a significare un dinamismo col quale un soggetto spinge e/o viene spinto a comportamenti, ad atteggiamenti disdicevoli, come: “indurre in errore, indurre a delinquere”. Ora, se bene si consideri l’etimo e la semantica, si può notare come, nel composto in-durre, sia presente un iniziale moto a cui il soggetto collegato, non viene necessariamente obbligato a cedere, tanto che si può parlare di un’induzione a delinquere non concretizzatasi per opposta volontà. La Scrittura ci informa che Dio mette alla prova, ma ciò non vuol dire che l’uomo sia tenuto a corrispondere alla tentazione, termine questo che, tra l’altro configura una circostanza in cui viene esperito un tentativo, operazione, cioè, che prova a sollecitare un alcunché ma non necessariamente a condurlo a termine. Continua a leggere