“Friedrich Nietzsche e il nazionalsocialismo, e altre questioni nietzschiane” di Matteo Martini

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LA RECENSIONE

di Matteo Castagna

“Friedrich Nietzsche e il nazionalsocialismo e altre questioni nietzscheane” è un saggio di Matteo Martini, pubblicato nel 2020 dalla casa editrice Controcorrente. Il testo si può suddividere in due parti principali: la prima affronta il controverso rapporto tra la filosofia di Nietzsche e il nazionalsocialismo, mentre la seconda fornisce dettagli su altre tematiche legate al pensiero nietzscheano, come la presunta manipolazione dei suoi scritti da parte della sorella Elisabeth Förster-Nietzsche e le cause del suo crollo psichico.

Il saggio di Martini si distingue per un approccio chiaro e originale, rendendo accessibili anche ai lettori comuni concetti complessi della filosofia di Nietzsche. L’autore analizza criticamente come le idee nietzscheane siano state distorte per giustificare ideologie totalitarie, sottolineando la necessità di contestualizzare correttamente il pensiero del filosofo. Inoltre, Martini discute la manipolazione degli scritti di Nietzsche da parte della sorella, evidenziando come queste alterazioni abbiano influenzato la ricezione del suo pensiero, nel corso della storia.

Il libro è apprezzabile per la sua capacità di mettere assieme rigore accademico e accessibilità, risultando utile sia a chi si avvicina per la prima volta alla filosofia di Nietzsche, sia a chi desidera approfondire aspetti specifici del suo pensiero. La prefazione e la postfazione, a cura dei professori Francesco Ingravalle e Marina Simeone, offrono ulteriori spunti di riflessione e contestualizzazione.

Martini parte da una solida base storica e filosofica per decostruire il mito di un Nietzsche “precursore” ideologico del nazismo. Spesso, scrive Martini, si tende a leggere Nietzsche in modo semplicistico, attribuendo ai suoi concetti un valore politico esplicito, senza considerare il carattere complesso e paradossale della sua filosofia.

La volontà di potenza: Martini spiega come Nietzsche concepisse questo concetto non tanto come una spinta polemica per il dominio, ma come un principio vitale universale che coinvolgeva la crescita, la trasformazione e la creatività. La volontà di potenza, infatti, per Nietzsche è profondamente differente dalla volontà di dominio politica e autoritaria proposta dal nazionalsocialismo.

Il superuomo (Übermensch): Martini sottolinea che la figura dell’Übermensch non rappresenta in alcun modo un ideale di razza superiore o di leader autoritario. È piuttosto un simbolo della capacità dell’individuo di oltrepassare le convenzioni morali, per affermare nuovi valori individuali e autentici.

Resta, però, a mio personale avviso, il fatto che con la celebre dichiarazione “Dio è morto”, ciò che la storia ha recepito è la necessità del filosofo di affermare il modello dell’ “Uomo-Dio” di se stesso contrapposto al Dio che si fa uomo, ovvero Gesù Cristo. Martini non si sofferma su questa questione di stampo illuminista, hegeliano, se vogliamo, che si conclude con un sogno utopistico ed ateo che ha favorito la nascita della filosofia politica del “rosso-brunismo”, perché nel suo paganesimo, giunge a toccare in senso gnostico ed esoterico certo marxismo-leninismo.

Quanto alle manipolazioni operate dalla sorella Elisabeth, che fu attiva promotrice di una versione “nazionalista” e “arianizzata” del pensiero nietzscheano, Martini mette in evidenza come Elisabeth alterò la selezione e la pubblicazione degli scritti di Nietzsche, soprattutto nel cosiddetto “Testamento di Nietzsche”, inserendo modifiche ideologiche che piegarono il pensiero del filosofo a scopi politici.

Il ruolo di Elisabeth nel legare la figura di Nietzsche al nazionalismo tedesco e all’antisemitismo, pur essendo Nietzsche stesso critico nei confronti di tali idee. Questo capitolo diventa fondamentale per comprendere come la ricezione postuma dell’opera nietzscheana sia stata condizionata da interessi estranei alla filosofia stessa.

Esiste un’intera letteratura che indaga la natura ambivalente e spesso aforistica di Nietzsche, dove concetti come “volontà di potenza” o “superuomo” sono sfaccettati e spesso contraddittori. Molti studiosi, come Julián Young o Walter Kaufmann, hanno cercato di separare la filosofia di Nietzsche dagli usi politici fatti dal nazismo, sostenendo l’autonomia radicale del pensiero filosofico.

Martini si addentra anche nell’analisi del grave crollo mentale di Nietzsche nel 1889, opponendosi a letture fantasiose o ideologiche che attribuiscono a questo evento cause “politiche” o “morali” che non trovano riscontro nei fatti. ll filosofo soffrì di una grave malattia neurologica (probabilmente sifilide o altre patologie) che ne compromise irrimediabilmente le facoltà.

Lo scrittore mette in guardia dal legare il destino personale di Nietzsche a interpretazioni ideologiche, mantenendo la distinzione tra la vita privata del filosofo e i contenuti filosofici.

Una parte centrale del libro riguarda la ricezione del pensiero di Nietzsche nel contesto del Novecento, con un focus su: la riduzione strumentale di Nietzsche a “filosofo del potere” da parte dei nazisti per legittimare la loro ideologia. Poi, il contrasto tra il pensiero autentico di Nietzsche e l’interpretazione nazionalsocialista che ne fece un mito per la politica e la propaganda. Infine, il lavoro di ripulitura e di studio critico successivo alla Seconda Guerra Mondiale, che ha cercato di rimettere le cose al loro posto, con particolare attenzione alle edizioni critiche e alle ricerche storiche.

Martini non si limita a un’analisi storica, ma invita a riflettere anche sulle implicazioni etiche e culturali di questo caso. Il suo lavoro è un invito a considerare con estrema cautela come si interpretano e si usano le idee dei filosofi, specie quando queste idee vengono impiegate in contesti politici fortemente polarizzati.

L’autore fa un lavoro minuzioso nello svelare le distorsioni che hanno trasformato Nietzsche in uno dei filosofi “simbolo” del nazismo, sottolineando come questa connessione sia più il frutto di usi propagandistici che di affinità effettive. Il nazionalsocialismo ha voluto sfruttare alcuni concetti di Nietzsche riducendoli a slogan ideologici, esaltando un malinteso “superuomo” come ariano supremo e giustificando una violenta politica di potere e razzismo.

Nietzsche, al contrario, rifiutava ogni forma di nazionalismo e antigiudaismo, e la sua critica alla “razza ebraica” era principalmente una critica ai modi di pensare dominanti e non un’attitudine razzista.

Il libro evidenzia come nel contesto storico della Germania tra le due guerre mondiali, la percezione di Nietzsche sia stata forzatamente associata a un’ideologia totalitaria e autoritaria, dilatando la portata delle sue idee.

Matteo Martini spiega dettagliatamente i concetti filosofici principali, evidenziandone la complessità e il carattere spesso paradossale, che rendono impossibile una loro riduzione semplicistica a ideologie politiche rigide. Il suo pensiero si afferma come:

  • Dionisiaco e apollineo: Martini mostra come Nietzsche vede la vita come una tensione tra ordine e caos, non come un’imposizione autoritaria, elemento spesso ignorato dai nazisti.
  • Eterno ritorno: Contrariamente a un’idea di destino fatalistico, è per Nietzsche un esercizio etico di immersione totale nella vita, da cui si evince la volontà di affermare sé stessi.

Martini conclude con una riflessione sul pericolo dell’appropriazione politica delle idee filosofiche, mettendo in guardia dal rischio di semplificazioni e delle conseguenti distorsioni.

Il libro invita a una maggiore consapevolezza critica nell’interpretare pensieri complessi come quello di Nietzsche, evitando semplificazioni pericolose.

La filosofia, spiega Martini, deve muoversi nel terreno della libertà interpretativa, ma anche della responsabilità intellettuale e storica.

Questa riflessione ha un carattere particolarmente attuale, proprio perché mette in luce il rischio della strumentalizzazione ideologica nella società contemporanea.

Nel complesso, l’opera si rivela uno strumento prezioso per chi vuole comprendere Nietzsche oltre gli stereotipi, e per chi desidera un quadro chiaro e ben documentato del rapporto problematico tra filosofia e politica nel Novecento.

La manipolazione del potere e gli antidoti

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QUINTA COLONNA

di Matteo Castagna

Gianluca Magi è uno storico delle idee e delle religioni ed un filosofo particolarmente prolifico di scritti e opere interessanti. E’ alla VI ristampa 2021 di Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura per quelli di “Piano B Edizioni”.

“La propaganda è un’arte, non importa se questa racconti la verità” – Joseph Goebbels.

Il desiderio di dominio dell’uomo sull’uomo, le strategie di manipolazione, il controllo sociale e l’arte dell’inganno sono antiche quanto la storia dell’umanità. Per molti rappresentano l’arma più potente nel gioco del potere. L’essere umano contemporaneo è ridotto ad un soggetto passivo e il pensiero critico è sacrificato alla claustrofobia digitale.

Dalle 30.000 pagine che costituiscono i Diari (Tagebucher) di Joseph Goebbels, scritti dal 1923 al 1945, dalla sua vasta produzione pubblicistica, Gianluca Magi ha desunto 11 principi operativi di propaganda e manipolazione, assieme ad altri insigni collaboratori. L’attualità delle tecniche utilizzate dal Prof. Goebbels paiono molto simili a quelle del mainstream odierno e di molta controinformazione prezzolata, funzionale al Sistema di potere, perché controlla e mantiene nel recinto le masse, fingendo un’opposizione fittizia e, quindi, completamente inutile e priva di risultati.

Queste tattiche si basano sul presupposto dell’incapacità di giudizio delle masse. Se leggiamo il famosissimo testo di Gustave Le Bon Psicologia delle folle che ebbe gran successo tra il 1910 e il 1930, ci rendiamo conto che esse sono caratterizzate da: 1. Impulsività, mutevolezza, irritabilità. 2. Suggestionabilità e credulità tanto da poter osservare completa uguaglianza del dotto e dell’imbecille nella folla. 3.Esagerazione e semplicità dei sentimenti delle masse. Esse non conoscono né il dubbio, né l’incertezza e si pongono sempre agli estremi. 4. Intolleranza degli avversari e obbedienza assoluta a capi carismatici, mancanza di senso critico personale fino all’adulazione e all’idealizzazione di chi si identifica come leader.

Goebbels, così come tutti gli esperti di comunicazione, propaganda e manipolazione sono consapevoli delle dinamiche e delle caratteristiche indicate dallo studio del medico Gustave Le Bon e, pertanto, si possono scorgere in loro almeno una delle 11 caratteristiche che sono state individuate da Gianluca Magi:

  1. Semplificazione e nemico unico: adottare una sola idea, un unico simbolo. Scegliere un avversario e insistere sull’idea che sia lui la fonte di tutti i mali. nei mass media l’applicazione di questo principio consiste nel giocare la carta della confusione, amplificando ed enfatizzando una presunta dichiarazione o gesto, così da renderli “criminali” e creare nell’ascoltatore il convincimento che quello sia il vero male dei mali.
  2. Unanimità. Condurre la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti. Creare l’illusione che siano opinioni approvate, universalmente diffuse e professate. In tal modo si crea una falsa impressione di umanità.
  3. Volgarizzazione. Tutta la propaganda deve essere popolare, semplice, chiara, stereotipata, fare appello ai sentimenti e alla fantasia, adattandosi al meno intelligente degli individui ai quali è diretta. Quanto più grande è la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. la capacità ricettiva delle masse è molto limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.
  4. .Orchestrazione. La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e slogan e ripeterli instancabilmente, senza dubbi né incertezze. Uniformi nei principi e multiformi nelle sfumature: presentarli sotto diverse prospettive e forme, però convergendo sempre sullo stesso concetto. Una menzogna, tanto più è sfrontata e ripetuta, tanto più risulta convincente. La parola propaganda fu usata per la prima volta da papa Gregorio XV, allorché istituì nel 1622 la Sacra Congregazione De propaganda fide (“sulla fede da diffondere”) un’eccellente organizzazione che servì a contrastare la crescente minaccia protestante.
  5. Continuo rinnovamento. Occorre pubblicare costantemente informazioni e argomenti nuovi, anche non strettamente pertinenti, per denigrare l’avversario a un tale ritmo che, quando eventualmente risponderà, il pubblico sarà già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse. Questo metodo è utilizzato, fin dalla Riforma luterana, con i mezzi del progresso, contro la Chiesa Cattolica, accusata di ogni peggior crimine come l’Inquisizione, il processo a Galileo Galilei, le Crociate, la morale sessuale.L’addetto stampa di Goebbels, il dott. Wilfred Von Oven disse che “Propaganda significa combattere su tutti i campi di battaglia dello spirito, generare, moltiplicare, distruggere, sterminare, costruire, abbattere”. Se ci pensiamo è ciò che dal Concilio Vaticano II i “papi conciliari” ed i loro collaboratori stanno facendo nei confronti della Tradizione Cattolica e della liturgia.
  6. Contagio psichico. Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo. “L’uomo se non è percosso, non apprende” – Menandro – Epigrafe greca dei Diari di Goebbels 17/10/23 – 25/06/24 La propaganda è sempre un mezzo in vista di un fine. La propaganda che ottiene i risultati desiderati è buona. Così, la propaganda è il primo passo verso l’organizzazione.
  7. Trasposizione e contropropaganda. Scaricare costantemente sull’avversario i propri errori, difetti e responsabilità. Rispondere all’attacco con l’attacco. Surrogarsi all’avversario nelle sue vittorie. Se non è possibile negare le cattive notizie, se ne inventino di nuove per distrarre e incolpare qualcun altro. nel mondo moderno i media spesso fungono da “arma di distrazione di massa” da un vero problema verso uno più futile ma di interesse.
  8. Esagerazione calcolata e travisamento. Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave. Il continuo “allarme fascismo”, a seguito di futili episodi di cronaca da parte  di certi giornalisti e di alcuni media è giunto al grottesco ma su una fascia di popolazione che si vuole coccolare per mantenerne certo il voto, la tessera o l’acquisto del quotidiano, fa ancora presa. Nella cosiddetta falsa controinformazione, invece, prende piede un altro inganno: “stiamo assumendo al nostro servizio tutti gli esperti di profezie occulte – scriveva Joseph Goebbels nei suoi Diari – che riusciamo a trovare. Nostradamus dovrà rassegnarsi una volta di più ad essere citato”. E non solo lui. Pur di eccitare le passioni del volgo per crearsi una “pétite Eglise” o un piccolo orto ove raccogliere generosi oboli, o una visibilità personale a causa di frustrazioni, si scomodano i santi, i profeti e l’Apocalisse al fine di accalappiare creduloni e persone generalmente in disagio sociale o crisi religiose.
  9. Silenziamento. Passare sotto silenzio le cattive notizie e le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare con diversivi le notizie che potrebbero favorire l’avversario. Tipico delle sètte non solo religiose. “Non voltarti, continua a marciare”! – direbbe Goebbels, perché non deve giungere all’adepto alcun dubbio sulle persone o sui loro comportamenti poco ortodossi.
  10. Verosimiglianza. Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie, o calunnie e presentare questi argomenti come confermati da fonti solide, autorevoli e diversificate, se necessario, anche prezzolate. Il lettore contemporaneo faccia da sé il parallelismo più adeguato.
  11. Trasfusione. Diffusione di argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti emotivi e primitivi, tra cui pregiudizi, odi, amori.

E’ chiaro che per non cadere nelle trappole della propaganda e della manipolazione sono necessari degli anticorpi. Il primo è la ragionevolezza, il secondo è la prudenza, il terzo è lo studio, il quarto è l’informazione diretta, il quinto è una vita sociale attiva ed eterogenea, il sesto è il confronto con persone assolutamente fidate, il settimo è un’esperienza di vita personale in più ambienti, l’ottavo è il retto discernimento che proviene da un buon senso critico basato sui dati fattuali e sulla logica, il nono è la capacità di comprendere le menzogne e smascherarle, il decimo è costruirsi una rete di informatori ampia e molto credibile, l’undicesimo, che racchiude tutte le altre è la Fede, che se ben conosciuta, dà le risposte corrette ad ogni incertezza.

Hitler: perché ho perso la guerra

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LETTERE DEL LETTORE
Riceviamo da Federico Prati e pubblichiamo per mero interesse storico (n.d.r.)
di Paolo Germani

Adolf Hitler: perché ho perso la guerra. Paolo Germani – www.altreinfo.org

Il perché Adolf Hitler ha perso la guerra potrebbe avere molte risposte, basate su errori, battaglie perse, deci…

Se Hitler avesse usato le armi chimiche avrebbe vinto. E invece le vietò

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Se Hitler avesse usato le armi chimiche a base di gas nervino, avrebbe vinto la guerra. E invece le vietò. Paolo Germani – www.altreinfo.org

di Paolo Germani

Se Hitler avesse usato le armi chimiche a base di gas nervino, avrebbe v…

Pochi sanno che i tedeschi possedevano un enorme arsenale di armi chimiche basato sul gas nervino che, se utiliz…

Hitler non volle la guerra

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di Emilio Giuliana

Adolf Hitler non ha voluto la guerra! Il professor Barbero e Orsini, similmente ad altri eminenti storici Carroll Quigley, Anthony Cyril Sutton, Eustace Mullins, Benjamin Freedman, Stephen Zarlenga, Victor Suvorov (per citare i più noti), hanno dimostrato, con i loro lavori, che la tragica svolta nel corso della storia del Novecento, chiamata Seconda Guerra Mondiale, non fu determinata dai Nazionalsocialisti.

Sommessamente aggiungo, che il vero motivo che portò alla seconda guerra mondiale lo esterna senza mezzi termini Winston Churchill“Il delitto imperdonabile della Germania prima della seconda guerra mondiale fu il suo tentativo di sganciare la sua economia dal sistema di commercio mondiale, e di costruire un sistema di cambi indipendente di cui la finanza mondiale non poteva più trarre profitto. ”– The Second World War, I960 .

A ribadire le stesse motivazioni il connazionale britannico del fu primo ministro della corona, il generale e storico John Frederick Charles Fuller.

“Quel che ci spinse in guerra contro Hitler non fu la sua dottrina politica; la causa stavolta fu il suo tentativo coronato da successo di dare vita a una nuova economia. La prosperità della finanza internazionale dipende dall’emissione di prestiti a interesse a nazioni in difficoltà economica. L’economia di Hitler significava la rovina della finanza internazionale.

Se ad Hitler fosse stato permesso di mantenere in funzione il sistema economico che egli aveva ideato e posto in attuazione con successo (in Germania), altre nazioni avrebbero certo seguito il suo esempio, e sarebbe venuto il momento in cui tutti gli Stati senza riserve auree si sarebbero scambiati beni contro beni; così non solo la richiesta di prestiti sarebbe cessata e l’oro avrebbe perso valore, ma i prestatori finanziari avrebbero dovuto chiudere bottega. Questa pistola finanziaria era puntata in modo particolare alla tempia degli Stati Uniti”.

“Passo per passo, sono giunto alla convinzione che le mire del comunismo in Europa sono sinistre e letali. Al processo di Norimberga, io e il mio collega russo, abbiamo condannato l’aggressione tedesca. Credo ora che Hitler e il popolo tedesco non hanno voluto la guerra. Ma noi, (inglesi) abbiamo dichiarato guerra alla Germania, con l’intento di distruggerla, in accordo col nostro principio di equilibrio del potere, e siamo stati incoraggiati dagli ebrei americani vicini a Roosvelt. Abbiamo ignorato le suppliche di Hitler, che chiedeva di non entrare in guerra. Ora siamo obbligati a riconoscere che Hitler aveva ragione. Ci ha offerto la cooperazione della Germania: invece, dal 1945, abbiamo dovuto far fronte all’immenso potere dell’impero sovietico. Mi vergogno e mi sento umiliato nel vedere che gli obbiettivi per i quali Hitler è stato accusato, sono validi e perseguiti ora, solamente sotto un’etichetta differente.”- Avvocato generale britannico, Sir Hartley Shawcross, conferenza di Stourbridge, 16 marzo 1984.

Forse diverrebbe più facile comprendere i fatti della Storia di quel periodo ricordando avvenimenti poco conosciuti, vedi le pesantissime sanzioni punitive a scapito della Germania sancite con il Trattato di Versailles, come conseguenza della sconfitta della prima guerra mondiale. A tal proposito espressero perplesse contrarietà eminenti persone di quel periodo. A seguito dell’inascoltata (tranne l’Imperatore Carlo I d’Asburgo) Nota di Pace, scritta da papa Benedetto XV, La pace di Versailles, siglata al termine del conflitto fu la pace dei vincitori. «Non era questa, no, la pace che i popoli si aspettavano – si legge nell’Osservatore Romano a commento del trattato – che era stata loro promessa per trascinarli al macello». E la colpa era, a detta del Vaticano, delle «voci degli imperialismi, delle ambizioni egemoniche, degli egoismi commerciali, del nazionalismo sopraffattore dei vincitori», mentre «debole e inascoltata è stata la voce dell’umanità». Papa Pio XI nella sua Enciclica Ubi arcano Dei del dicembre 1922 aveva affermato in merito al Trattato di Versailles: “La sostanza ultima di quei 440 articoli è sostanza di guerra e non fattore di pace; una pace artificiale stabilita sulla carta e che invece di svegliare nobili sentimenti aumenta e legittima lo spirito di vendetta e di rancore”.

Non diversamente si esprimerà, a ragion veduta, lo storico comunista inglese Eric John Hobsbawn, di origini ebraiche, che senza mezzi termini ha accusato il Presidente americano Wilson di avere aperto un gigantesco contenzioso fra nazionalità ed etnie diverse fornendo giustificazione alle successive pulizie etniche e financo all’esasperato nazionalismo tedesco e di conseguenza all’olocausto.

«Questa non è una pace, è un armistizio per vent’anni.» – (Ferdinand Foch, ufficiale francese al comando delle forze dell’Intesa sul fronte occidentale nella prima guerra mondiale; 1920.)

David Lloyd George: <<se la Germania ritiene che sia stata trattata ingiustamente nella pace del 1919, troverà i mezzi per esigere la giusta punizione dai suoi conquistatori… Per queste ragioni, pertanto, sono fortemente contrario al trasferimento di tedeschi dal dominio tedesco al controllo di qualche altra nazione, e che eventualmente può essere aiutata. Non riesco a concepire una causa maggiore di una futura guerra, diversa da quella del popolo tedesco, che ha certamente dimostrato di essere una delle razze più vigorose e potenti del mondo, che verrebbe circondato da una serie di piccoli Stati, molti dei quali costituiti da popoli che non hanno mai istituito in precedenza un governo stabile da sé stessi, ma ciascuno di essi ospitano grandi masse di tedeschi, che chiedono a gran voce il ricongiungimento con la loro terra natia, ha proposta della commissione polacca, che vorrebbe porre 2.100.000 tedeschi sotto il controllo di un popolo di religione diversa e che non ha mai dimostrato una capacità di autogoverno stabile in tutta la sua storia, a mio giudizio, porterà prima o poi a una nuova guerra nell’Europa Orientale>>. Essi se l’aspettavano la guerra perché erano consapevoli di averla scientemente provocata.

Altri fatti poco noti la Dichiarazione di Guerra degli Ebrei alla Germania, avvenuta il 23 marzo 1933 quando 20.000 ebrei protestarono al New York’s City Hall (Municipio) e furono organizzati assembramenti all’esterno del North-American German Lloyd e delle Linee di Navigazione Hamburg-American. Picchetti di boicottaggio furono organizzati contro i prodotti della Germania nei negozi, nei magazzini e nelle attività commerciali di New York City. Secondo il quotidiano britannico The Daily Express di Londra il 24 marzo 1933 gli ebrei avevano già proclamato d loro boicottaggio contro la Germania e d suo governo, eletto dal popolo. Il giornale titolò “Judea Declares War on Germany – Jews of All thè World Unite – Boycott of German Goods – Mass Demonstrations” (La Giudea dichiara guerra alla Germania – Ebrei di tutto d mondo unitevi – Boicottaggio dei prodotti tedeschi – Dimostrazioni di massa). L’articolo di fondo descrisse un’imminente “guerra santa” e proseguì implorando gli ebrei di ogni luogo a boicottare t prodotti tedeschi e a partecipare in massa a dimostrazioni contro gli interessi economici della Germania. Secondo l’Express: <<L’ insieme di Israele nel mondo è unito nel dichiarare una guerra economica e finanziaria alla Germania. L’apparizione dello Svastica come simbolo della nuova Germania ha riportato a nuova vita i vecchi simboli di guerra di Giuda. Quattordici milioni di Ebrei sparsi in tutto d mondo>>[nel 1933]. Sempre l’ Express scrisse che la Germania <<si trova ora di fronte ad un boicottaggio internazionale del suo commercio, delle sue finanze e della sua industria … A Londra, New York, Parigi e Varsavia, uomini d’affari ebrei sono uniti per intraprendere una crociata economica.>>

Nell’ opera che reca il titolo ” Ledokol” (termine russo che significa Rompighiaccio), Victor Suvorov, alias Vladimir Rezun, già ufficiale del sovietico GRU (Glavnoe Rayzvedyvatelnoye)vatclnoye Upravlenie -Direzione delle Informazioni Militari), sostiene che le intenzioni bellicose di Stalin, del resto confermate dall’occupazione sovietica dei territori polacchi orientali e, poco dopo, dall’attacco sferrato dall’Armata Rossa contro la Finlandia, sarebbero state chiaramente espresse dallo stesso leader sovietico all’indomani dell’accordo stipulato con i nazionalsocialisti il 23 agosto del 1939. Quando negl’ambienti riservati del Cremlino egli volle discutere con i propri fidati subalterni, segreti risvolti del patto stesso, evidentemente ignorati dalla controparte germanica. L’autore di Ledokol (l’unica edizione italiana è stata pubblicata nel 2000 col titolo “Stalin, Hitler la Rivoluzione Bolscevica Mondiale”), sottolinea infatti gli aspetti della singolare relazione stabilita tra Hitler e Stalin, utile soprattutto a semplificare il compito che l’ Unione Sovietica avrebbe dovuto svolgere. Secondo Suvorov, il patto di non aggressione avrebbe permesso al leader sovietico di ordinare la mobilitazione generale fin dal settembre del 1939 e di predisporre il dislocamento di 160 divisioni dell’Armata Rossa lungo ì confini occidentali dell’URSS (Carelia, Repubbliche Baltiche e territorio polacco situato a est della Vistola), in attesa del colossale attacco che Stalin avrebbe poi sferrato contro la Germania. A tale scopo, il Capo supremo del Cremlino avrebbe ordinato, nel gennaio del ’40, il richiamo di un milione di riservisti, portando a 3.500.000 il numero dei soldati effettivi dell’Annata Rossa, giunta così a costituire, con i 7.500 carri armati e i 6.000 caccia bombardieri a sua disposizione, una potenza bellica senza uguali nel mondo. Il maresciallo Georghy Zhukov avrebbe dovuto definire al più presto il piano di invasione della Germania, detto anche Operazione Groza ( Tempesta), da attuarsi non appena lo schieramento delle armate naziste avesse raggiunto la massima concentrazione sul fronte occidentale, lasciando il fronte opposto sufficientemente indifeso da un possibile attacco proveniente da Est, che, nel calcolo dello Stato Maggiore sovietico, Hitler non avrebbe avuto alcun modo di prevenire. A sostegno delle tesi esposte nel suo “Rompighiaccio” e ribadite nei successivi lavori (M-Day, The Chief Culprit, The – Last Republic), Suvorov cita più volte il discorso (pubblicato da Isvestja nel 1994) che Stalin tenne nel maggio del 1941 ai neo ufficiali dell’Accademia militare di Mosca. Occasione in cui il leader sovietico manifestò l’intento di dare attuazione al più presto al piano di conquista dell’Europa, attaccando per prima la Germania.

Le opere di Suvorov, che tarda accoglienza avrebbero trovato nell’editoria anglosassone, nonostante storici russi del calibro di Boris Sokolov, Alla Paperno e scrittori come Alexander Solzhenytzyn ne raccomandassero una rapida divulgazione in occidente, avrebbero invece destato vasta eco in Germania (ovviamente), ottenendo conferme e sostegno da Joachim Hoffmann, autore dell’opera Stalins Vernichtungskrieg (Stalin’s War of Extermination — The Stalins Pian To conquer Europe), lettura essenziale per la comprensione delle cause del secondo conflitto mondiale, insieme a quella dei libri scritti sullo stesso argomento dall’austriaco Ernst Topitsch. Tutto ciò avrebbe permesso, se non altro, di avanzare seri dubbi sulla tradizionale immagine, artificialmente costruita, di una pacifica Unione Sovietica, vittima della criminale aggressione nazionalsocialista.

Sebbene la storia ufficiale inviti a guardarsi dalle facili speculazioni, la stessa vicenda di Dunkerque, può essere riletta alla luce delle su esposte considerazioni, sufficienti a convincere che quanto avvenne nei pressi di questa città nel nord della Francia, prospicente al Passo di Calais, segnalava la volontà di pace del Fuhrer, e il suo invito a ricercare le condizioni per una sospensione delle ostilità fra la Germania e la Gran Bretagna. A Dunkerque infatti, nel maggio del 1940, stavano ripiegando ben 400.000 soldati francesi e britannici, diretti verso navi alleate, per essere trasportati al sicuro sulle coste inglesi. Il ripiegamento avveniva al cospetto di cinque Panzer Divisionen che, schierate nelle vicinanze, avrebbero potuto facilmente distruggere gli anglofrancesi. Hitler, con grande sorpresa del comando tedesco, si astenne dall’ordinare l’attacco per lanciare a Londra (e al gruppo di pace inglese) un altro avviso della propria disponibilità a concordare un armistizio.

Hitler non volle la guerra.

Fonte:https:/emiliogiuliana.com/2-uncategorised/90-hitler-non-volle-la-guerra.html

Azovstal, Capuozzo mostra il video dei miliziani di Azov: “Sapete cosa stanno cantando?”

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QUINTA COLONNA

Si combatte dentro l’acciaieria trasformata in un “inferno”. Asserragliati i soldati del Battaglione Azov

Una combattente di Azov asserragliata all’Azovstal. Il video ripreso da un cellulare. I “resistenti” all’assalto russo che intonano una canzone, l’odierna “Bella Ciao” come scrive qualcuno. È il video, pubblicato sui social e raccontato anche dai media italiani, su cui si sta discutendo in queste ore. Ovvero il canto dei soldati che difendono l’ultima postazione ucraina a Mariupol.

Perché se ne discute? Lo spiega Toni Capuozzo, molto critico sulla posizione che i media occidentali hanno preso rispetto al Battaglione (ormai un reggimento) accusato in passato di simpatie neonaziste. “Non so se sia vero che i “resistenti” dell’Azovstal abbiano chiesto una tonnellata di cibo per ogni quindici civili da rilasciare: la fonte è russa, e ovviamente non farebbe loro onore – scrive lo storico inviato di guerra sui suoi canali social – So quel che leggo sul Corriere della Sera di oggi, che li descrive come dei soldati Ryan da salvare, e paragona la loro canzone a Bella Ciao. Peccato che inneggi a Stepan Bandera, eroe del collaborazionismo con i nazisti. Non è l’unico equivoco: il Primo maggio dal concertone di Roma hanno spedito i saluti a Kiev, senza accorgersi che quella festività è abolita in Ucraina dal 2014″. La seconda strofa della canzone infatti dice: “L’Ucraina è la nostra madre e Stepan Bandera è nostro padre”.

Su Stepan Bandera molto si è detto e scritto. Ucciso a Monaco nel 1959, questo nazionalista ucraino divide la società: amato nella parte occidentale, viene considerato un fondamentalista nazista nelle zone ad Est. Quelle a maggioranza russofona. Nel 2018 vi furono non poche polemiche quando il Parlamento di Kiev decise di festeggiare come festa nazionale il compleanno del discusso combattente. Il leader dell’Oun, Organizzazione dei nazionalisti ucraini, è infatti accusato di aver collaborato con Hitler anche se oggi per il Corriere diventa “patriota dell’Ucraina libera, irredenta e democratica”.

Secondo quanto riporta ilGiornale, “a partire dal febbraio del 1943 i nazionalisti ucraini cominciarono ad attaccare la popolazione polacca dell’oblast di Volyn’. L’Upa e l’Oun attaccarono oltre cento villaggi polacchi sterminando oltre centomila persone, in maggioranza donne, bambini e anziani”. Per questo in Polonia viene considerato un criminale, così come le attività dei due movimenti nazionalisti. Non solo. Anche il Parlamento europeo, in una risoluzione approvata il 25 febbraio del 2010, scrisse di “deplorare profondamente la decisione del Presidente uscente dell’Ucraina, Viktor Yushchenko, di attribuire a Stepan Bandera, uno dei leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN), che ha collaborato con la Germania nazista, il titolo postumo di «Eroe nazionale dell’Ucraina»; auspica, a questo proposito, che la nuova dirigenza ucraina riveda tali decisioni e mantenga il suo impegno nei confronti dei valori europei”

Fonte: https://www.nicolaporro.it/azovstal-capuozzo-mostra-il-video-dei-miliziani-di-azov-sapete-cosa-stanno-cantando/

È gradita la camicia nera, Berizzi no: Verona sbatte la porta in faccia al giornalista

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di Matteo Castagna

Avevo garantito ai miei 4 lettori una recensione del libro in questione, dopo averlo letto. Non potrò farla perché la gente della mia città sta dimostrando che non è interessata a questo testo. Sarà per un’altra volta.

 

di Valerio Benedetti

Roma, 28 ott – A quanto pare, a Verona Paolo Berizzi è ospite non gradito. Il giornalista di Repubblica, infatti, sta facendo una fatica del diavolo a trovare un luogo dove presentare il suo ultimo gioiello, È gradita la camicia nera: Verona, la città laboratorio dell’estrema destra tra l’Italia e l’Europa (Rizzoli). Come denuncia Repubblica, «gli addetti della casa editrice, in queste settimane, hanno cercato una sistemazione per organizzare l’evento ma non è emersa alcuna disponibilità. Nessuno a Verona si prende la responsabilità di ospitare la presentazione di un libro che parla di estrema destra, o almeno questo è ciò che emerge dopo le prime ricerche».

Perché Verona non vuole Berizzi?

Per Repubblica, insomma, nessuno vorrebbe presentare un «libro che parla di estrema destra», lasciando intendere che la città scaligera non sarebbe interessata a questo tema. Ma siamo sicuri che l’ostracismo di Verona nei confronti dell’irreprensibile Berizzi derivi proprio da questo? Forse no. Forse i colleghi di Repubblica hanno dimenticato che il loro inviato non si è comportato molto bene con i veronesi. Nessun problema, ci pensiamo noi a rinfrescar loro la memoria.

Chiagni e fotti

Nell’agosto del 2020 un violento nubifragio aveva duramente colpito Verona (nonché Vicenza e Padova), e Berizzi pensò bene di pubblicare questo tweet: «Sono vicino a Verona e ai veronesi per il nubifragio che ha messo in ginocchio la città. I loro concittadini nazifascisti e razzisti che da anni fomentano odio contro i più deboli e augurano disgrazie a stranieri, negri, gay, ebrei, terroni, riflettano sul significato del karma». In sostanza, l’«umano» Berizzi disse che Verona, novella Sodoma dell’internazionale nera, si era meritata il nubifragio.

Come potete ben immaginare, il Comune scaligero non gradì affatto l’uscita del prode inviato di Repubblica. E lui, ovviamente non pentito, non si è mai sognato di chiedere scusa. Anzi: ha addirittura rilanciato pubblicando un libro sulla Gomorra dell’Adige. Davvero strano che Verona non muoia dalla voglia di accogliere Berizzi tra le sue mura. Sarà il karma.

Valerio Benedetti  

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/gradita-camicia-nera-berizzi-no-verona-sbatte-porta-in-faccia-a-giornalista-212518/

I nemici della civiltà cristiana

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Un articolo magistrale di chi cattolico non è, ma giunge con l’osservazione della realtà, la ragione e la cultura, a descrivere la verità. (n.d.r.)

di Marcello Veneziani

La civiltà cristiana ha oggi tre nemici: l’invasione islamica, il materialismo ateo e la chiesa di Bergoglio. In modi e gradi differenti stanno sradicando dalla nostra vita il seme della cristianità, il legame coi suoi simboli, con la sua fede e la sua tradizione. Detestano ogni tentativo di dare visibilità e centralità al messaggio cristiano, non sopportano il crocifisso nei luoghi pubblici, s’indignano se qualcuno si pone il problema di salvaguardare il suo spazio vitale, le sue città, i suoi riti e le sue liturgie.

I primi vogliono sostituire una religione che avvertono declinante con la loro e sottomettere la cristianità all’Islam. Il secondo vuol cancellare ogni traccia di spiritualità e di presenza religiosa dall’orizzonte pubblico per ridurre l’uomo alle sue voglie e al suo egoismo. La terza vuole ridurre la civiltà cristiana a luogo d’accoglienza, corridoio umanitario, fino a perdere ogni traccia vivente di cristianità. Il primo viene dal basso, dal sud del mondo, dai barconi e dalle ong. Il secondo scende dall’alto, dalle grandi fabbriche d’ateismo e di nichilismo che si annidano nei media, nella società dei consumi, nei santuari della finanza e dell’ideologia. Continua a leggere

Quel villaggio in mano ai neonazi: “Siamo i contadini del Reich”

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Si tratta di un piccolo paese della Germania dell’est completamente in mano all’estrema destra. Un esempio di un fenomeno sempre più in crescita che spaventa i servizi segreti tedeschi

di Eugenia Fiore

Il villaggio di Jamel, nell’estremo nordest della Germania, sembra un’isola felice di hippie.

Le persone, il verde, le mucche che pascolano e gli uccellini. Ma il villaggio di Jamel, in realtà, è uno dei più grandi covi di neonazisti del Paese. E forse uno di quelli che spaventa di più. Tutto ruota attraverso una cooperativa agricola specializzata nella coltivazione di frutta e ortaggi biologici non trattati e nell’allevamento di razze suine e bovine. Continua a leggere