“Friedrich Nietzsche e il nazionalsocialismo, e altre questioni nietzschiane” di Matteo Martini

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LA RECENSIONE

di Matteo Castagna

“Friedrich Nietzsche e il nazionalsocialismo e altre questioni nietzscheane” è un saggio di Matteo Martini, pubblicato nel 2020 dalla casa editrice Controcorrente. Il testo si può suddividere in due parti principali: la prima affronta il controverso rapporto tra la filosofia di Nietzsche e il nazionalsocialismo, mentre la seconda fornisce dettagli su altre tematiche legate al pensiero nietzscheano, come la presunta manipolazione dei suoi scritti da parte della sorella Elisabeth Förster-Nietzsche e le cause del suo crollo psichico.

Il saggio di Martini si distingue per un approccio chiaro e originale, rendendo accessibili anche ai lettori comuni concetti complessi della filosofia di Nietzsche. L’autore analizza criticamente come le idee nietzscheane siano state distorte per giustificare ideologie totalitarie, sottolineando la necessità di contestualizzare correttamente il pensiero del filosofo. Inoltre, Martini discute la manipolazione degli scritti di Nietzsche da parte della sorella, evidenziando come queste alterazioni abbiano influenzato la ricezione del suo pensiero, nel corso della storia.

Il libro è apprezzabile per la sua capacità di mettere assieme rigore accademico e accessibilità, risultando utile sia a chi si avvicina per la prima volta alla filosofia di Nietzsche, sia a chi desidera approfondire aspetti specifici del suo pensiero. La prefazione e la postfazione, a cura dei professori Francesco Ingravalle e Marina Simeone, offrono ulteriori spunti di riflessione e contestualizzazione.

Martini parte da una solida base storica e filosofica per decostruire il mito di un Nietzsche “precursore” ideologico del nazismo. Spesso, scrive Martini, si tende a leggere Nietzsche in modo semplicistico, attribuendo ai suoi concetti un valore politico esplicito, senza considerare il carattere complesso e paradossale della sua filosofia.

La volontà di potenza: Martini spiega come Nietzsche concepisse questo concetto non tanto come una spinta polemica per il dominio, ma come un principio vitale universale che coinvolgeva la crescita, la trasformazione e la creatività. La volontà di potenza, infatti, per Nietzsche è profondamente differente dalla volontà di dominio politica e autoritaria proposta dal nazionalsocialismo.

Il superuomo (Übermensch): Martini sottolinea che la figura dell’Übermensch non rappresenta in alcun modo un ideale di razza superiore o di leader autoritario. È piuttosto un simbolo della capacità dell’individuo di oltrepassare le convenzioni morali, per affermare nuovi valori individuali e autentici.

Resta, però, a mio personale avviso, il fatto che con la celebre dichiarazione “Dio è morto”, ciò che la storia ha recepito è la necessità del filosofo di affermare il modello dell’ “Uomo-Dio” di se stesso contrapposto al Dio che si fa uomo, ovvero Gesù Cristo. Martini non si sofferma su questa questione di stampo illuminista, hegeliano, se vogliamo, che si conclude con un sogno utopistico ed ateo che ha favorito la nascita della filosofia politica del “rosso-brunismo”, perché nel suo paganesimo, giunge a toccare in senso gnostico ed esoterico certo marxismo-leninismo.

Quanto alle manipolazioni operate dalla sorella Elisabeth, che fu attiva promotrice di una versione “nazionalista” e “arianizzata” del pensiero nietzscheano, Martini mette in evidenza come Elisabeth alterò la selezione e la pubblicazione degli scritti di Nietzsche, soprattutto nel cosiddetto “Testamento di Nietzsche”, inserendo modifiche ideologiche che piegarono il pensiero del filosofo a scopi politici.

Il ruolo di Elisabeth nel legare la figura di Nietzsche al nazionalismo tedesco e all’antisemitismo, pur essendo Nietzsche stesso critico nei confronti di tali idee. Questo capitolo diventa fondamentale per comprendere come la ricezione postuma dell’opera nietzscheana sia stata condizionata da interessi estranei alla filosofia stessa.

Esiste un’intera letteratura che indaga la natura ambivalente e spesso aforistica di Nietzsche, dove concetti come “volontà di potenza” o “superuomo” sono sfaccettati e spesso contraddittori. Molti studiosi, come Julián Young o Walter Kaufmann, hanno cercato di separare la filosofia di Nietzsche dagli usi politici fatti dal nazismo, sostenendo l’autonomia radicale del pensiero filosofico.

Martini si addentra anche nell’analisi del grave crollo mentale di Nietzsche nel 1889, opponendosi a letture fantasiose o ideologiche che attribuiscono a questo evento cause “politiche” o “morali” che non trovano riscontro nei fatti. ll filosofo soffrì di una grave malattia neurologica (probabilmente sifilide o altre patologie) che ne compromise irrimediabilmente le facoltà.

Lo scrittore mette in guardia dal legare il destino personale di Nietzsche a interpretazioni ideologiche, mantenendo la distinzione tra la vita privata del filosofo e i contenuti filosofici.

Una parte centrale del libro riguarda la ricezione del pensiero di Nietzsche nel contesto del Novecento, con un focus su: la riduzione strumentale di Nietzsche a “filosofo del potere” da parte dei nazisti per legittimare la loro ideologia. Poi, il contrasto tra il pensiero autentico di Nietzsche e l’interpretazione nazionalsocialista che ne fece un mito per la politica e la propaganda. Infine, il lavoro di ripulitura e di studio critico successivo alla Seconda Guerra Mondiale, che ha cercato di rimettere le cose al loro posto, con particolare attenzione alle edizioni critiche e alle ricerche storiche.

Martini non si limita a un’analisi storica, ma invita a riflettere anche sulle implicazioni etiche e culturali di questo caso. Il suo lavoro è un invito a considerare con estrema cautela come si interpretano e si usano le idee dei filosofi, specie quando queste idee vengono impiegate in contesti politici fortemente polarizzati.

L’autore fa un lavoro minuzioso nello svelare le distorsioni che hanno trasformato Nietzsche in uno dei filosofi “simbolo” del nazismo, sottolineando come questa connessione sia più il frutto di usi propagandistici che di affinità effettive. Il nazionalsocialismo ha voluto sfruttare alcuni concetti di Nietzsche riducendoli a slogan ideologici, esaltando un malinteso “superuomo” come ariano supremo e giustificando una violenta politica di potere e razzismo.

Nietzsche, al contrario, rifiutava ogni forma di nazionalismo e antigiudaismo, e la sua critica alla “razza ebraica” era principalmente una critica ai modi di pensare dominanti e non un’attitudine razzista.

Il libro evidenzia come nel contesto storico della Germania tra le due guerre mondiali, la percezione di Nietzsche sia stata forzatamente associata a un’ideologia totalitaria e autoritaria, dilatando la portata delle sue idee.

Matteo Martini spiega dettagliatamente i concetti filosofici principali, evidenziandone la complessità e il carattere spesso paradossale, che rendono impossibile una loro riduzione semplicistica a ideologie politiche rigide. Il suo pensiero si afferma come:

  • Dionisiaco e apollineo: Martini mostra come Nietzsche vede la vita come una tensione tra ordine e caos, non come un’imposizione autoritaria, elemento spesso ignorato dai nazisti.
  • Eterno ritorno: Contrariamente a un’idea di destino fatalistico, è per Nietzsche un esercizio etico di immersione totale nella vita, da cui si evince la volontà di affermare sé stessi.

Martini conclude con una riflessione sul pericolo dell’appropriazione politica delle idee filosofiche, mettendo in guardia dal rischio di semplificazioni e delle conseguenti distorsioni.

Il libro invita a una maggiore consapevolezza critica nell’interpretare pensieri complessi come quello di Nietzsche, evitando semplificazioni pericolose.

La filosofia, spiega Martini, deve muoversi nel terreno della libertà interpretativa, ma anche della responsabilità intellettuale e storica.

Questa riflessione ha un carattere particolarmente attuale, proprio perché mette in luce il rischio della strumentalizzazione ideologica nella società contemporanea.

Nel complesso, l’opera si rivela uno strumento prezioso per chi vuole comprendere Nietzsche oltre gli stereotipi, e per chi desidera un quadro chiaro e ben documentato del rapporto problematico tra filosofia e politica nel Novecento.

Hitler non volle la guerra

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di Emilio Giuliana

Adolf Hitler non ha voluto la guerra! Il professor Barbero e Orsini, similmente ad altri eminenti storici Carroll Quigley, Anthony Cyril Sutton, Eustace Mullins, Benjamin Freedman, Stephen Zarlenga, Victor Suvorov (per citare i più noti), hanno dimostrato, con i loro lavori, che la tragica svolta nel corso della storia del Novecento, chiamata Seconda Guerra Mondiale, non fu determinata dai Nazionalsocialisti.

Sommessamente aggiungo, che il vero motivo che portò alla seconda guerra mondiale lo esterna senza mezzi termini Winston Churchill“Il delitto imperdonabile della Germania prima della seconda guerra mondiale fu il suo tentativo di sganciare la sua economia dal sistema di commercio mondiale, e di costruire un sistema di cambi indipendente di cui la finanza mondiale non poteva più trarre profitto. ”– The Second World War, I960 .

A ribadire le stesse motivazioni il connazionale britannico del fu primo ministro della corona, il generale e storico John Frederick Charles Fuller.

“Quel che ci spinse in guerra contro Hitler non fu la sua dottrina politica; la causa stavolta fu il suo tentativo coronato da successo di dare vita a una nuova economia. La prosperità della finanza internazionale dipende dall’emissione di prestiti a interesse a nazioni in difficoltà economica. L’economia di Hitler significava la rovina della finanza internazionale.

Se ad Hitler fosse stato permesso di mantenere in funzione il sistema economico che egli aveva ideato e posto in attuazione con successo (in Germania), altre nazioni avrebbero certo seguito il suo esempio, e sarebbe venuto il momento in cui tutti gli Stati senza riserve auree si sarebbero scambiati beni contro beni; così non solo la richiesta di prestiti sarebbe cessata e l’oro avrebbe perso valore, ma i prestatori finanziari avrebbero dovuto chiudere bottega. Questa pistola finanziaria era puntata in modo particolare alla tempia degli Stati Uniti”.

“Passo per passo, sono giunto alla convinzione che le mire del comunismo in Europa sono sinistre e letali. Al processo di Norimberga, io e il mio collega russo, abbiamo condannato l’aggressione tedesca. Credo ora che Hitler e il popolo tedesco non hanno voluto la guerra. Ma noi, (inglesi) abbiamo dichiarato guerra alla Germania, con l’intento di distruggerla, in accordo col nostro principio di equilibrio del potere, e siamo stati incoraggiati dagli ebrei americani vicini a Roosvelt. Abbiamo ignorato le suppliche di Hitler, che chiedeva di non entrare in guerra. Ora siamo obbligati a riconoscere che Hitler aveva ragione. Ci ha offerto la cooperazione della Germania: invece, dal 1945, abbiamo dovuto far fronte all’immenso potere dell’impero sovietico. Mi vergogno e mi sento umiliato nel vedere che gli obbiettivi per i quali Hitler è stato accusato, sono validi e perseguiti ora, solamente sotto un’etichetta differente.”- Avvocato generale britannico, Sir Hartley Shawcross, conferenza di Stourbridge, 16 marzo 1984.

Forse diverrebbe più facile comprendere i fatti della Storia di quel periodo ricordando avvenimenti poco conosciuti, vedi le pesantissime sanzioni punitive a scapito della Germania sancite con il Trattato di Versailles, come conseguenza della sconfitta della prima guerra mondiale. A tal proposito espressero perplesse contrarietà eminenti persone di quel periodo. A seguito dell’inascoltata (tranne l’Imperatore Carlo I d’Asburgo) Nota di Pace, scritta da papa Benedetto XV, La pace di Versailles, siglata al termine del conflitto fu la pace dei vincitori. «Non era questa, no, la pace che i popoli si aspettavano – si legge nell’Osservatore Romano a commento del trattato – che era stata loro promessa per trascinarli al macello». E la colpa era, a detta del Vaticano, delle «voci degli imperialismi, delle ambizioni egemoniche, degli egoismi commerciali, del nazionalismo sopraffattore dei vincitori», mentre «debole e inascoltata è stata la voce dell’umanità». Papa Pio XI nella sua Enciclica Ubi arcano Dei del dicembre 1922 aveva affermato in merito al Trattato di Versailles: “La sostanza ultima di quei 440 articoli è sostanza di guerra e non fattore di pace; una pace artificiale stabilita sulla carta e che invece di svegliare nobili sentimenti aumenta e legittima lo spirito di vendetta e di rancore”.

Non diversamente si esprimerà, a ragion veduta, lo storico comunista inglese Eric John Hobsbawn, di origini ebraiche, che senza mezzi termini ha accusato il Presidente americano Wilson di avere aperto un gigantesco contenzioso fra nazionalità ed etnie diverse fornendo giustificazione alle successive pulizie etniche e financo all’esasperato nazionalismo tedesco e di conseguenza all’olocausto.

«Questa non è una pace, è un armistizio per vent’anni.» – (Ferdinand Foch, ufficiale francese al comando delle forze dell’Intesa sul fronte occidentale nella prima guerra mondiale; 1920.)

David Lloyd George: <<se la Germania ritiene che sia stata trattata ingiustamente nella pace del 1919, troverà i mezzi per esigere la giusta punizione dai suoi conquistatori… Per queste ragioni, pertanto, sono fortemente contrario al trasferimento di tedeschi dal dominio tedesco al controllo di qualche altra nazione, e che eventualmente può essere aiutata. Non riesco a concepire una causa maggiore di una futura guerra, diversa da quella del popolo tedesco, che ha certamente dimostrato di essere una delle razze più vigorose e potenti del mondo, che verrebbe circondato da una serie di piccoli Stati, molti dei quali costituiti da popoli che non hanno mai istituito in precedenza un governo stabile da sé stessi, ma ciascuno di essi ospitano grandi masse di tedeschi, che chiedono a gran voce il ricongiungimento con la loro terra natia, ha proposta della commissione polacca, che vorrebbe porre 2.100.000 tedeschi sotto il controllo di un popolo di religione diversa e che non ha mai dimostrato una capacità di autogoverno stabile in tutta la sua storia, a mio giudizio, porterà prima o poi a una nuova guerra nell’Europa Orientale>>. Essi se l’aspettavano la guerra perché erano consapevoli di averla scientemente provocata.

Altri fatti poco noti la Dichiarazione di Guerra degli Ebrei alla Germania, avvenuta il 23 marzo 1933 quando 20.000 ebrei protestarono al New York’s City Hall (Municipio) e furono organizzati assembramenti all’esterno del North-American German Lloyd e delle Linee di Navigazione Hamburg-American. Picchetti di boicottaggio furono organizzati contro i prodotti della Germania nei negozi, nei magazzini e nelle attività commerciali di New York City. Secondo il quotidiano britannico The Daily Express di Londra il 24 marzo 1933 gli ebrei avevano già proclamato d loro boicottaggio contro la Germania e d suo governo, eletto dal popolo. Il giornale titolò “Judea Declares War on Germany – Jews of All thè World Unite – Boycott of German Goods – Mass Demonstrations” (La Giudea dichiara guerra alla Germania – Ebrei di tutto d mondo unitevi – Boicottaggio dei prodotti tedeschi – Dimostrazioni di massa). L’articolo di fondo descrisse un’imminente “guerra santa” e proseguì implorando gli ebrei di ogni luogo a boicottare t prodotti tedeschi e a partecipare in massa a dimostrazioni contro gli interessi economici della Germania. Secondo l’Express: <<L’ insieme di Israele nel mondo è unito nel dichiarare una guerra economica e finanziaria alla Germania. L’apparizione dello Svastica come simbolo della nuova Germania ha riportato a nuova vita i vecchi simboli di guerra di Giuda. Quattordici milioni di Ebrei sparsi in tutto d mondo>>[nel 1933]. Sempre l’ Express scrisse che la Germania <<si trova ora di fronte ad un boicottaggio internazionale del suo commercio, delle sue finanze e della sua industria … A Londra, New York, Parigi e Varsavia, uomini d’affari ebrei sono uniti per intraprendere una crociata economica.>>

Nell’ opera che reca il titolo ” Ledokol” (termine russo che significa Rompighiaccio), Victor Suvorov, alias Vladimir Rezun, già ufficiale del sovietico GRU (Glavnoe Rayzvedyvatelnoye)vatclnoye Upravlenie -Direzione delle Informazioni Militari), sostiene che le intenzioni bellicose di Stalin, del resto confermate dall’occupazione sovietica dei territori polacchi orientali e, poco dopo, dall’attacco sferrato dall’Armata Rossa contro la Finlandia, sarebbero state chiaramente espresse dallo stesso leader sovietico all’indomani dell’accordo stipulato con i nazionalsocialisti il 23 agosto del 1939. Quando negl’ambienti riservati del Cremlino egli volle discutere con i propri fidati subalterni, segreti risvolti del patto stesso, evidentemente ignorati dalla controparte germanica. L’autore di Ledokol (l’unica edizione italiana è stata pubblicata nel 2000 col titolo “Stalin, Hitler la Rivoluzione Bolscevica Mondiale”), sottolinea infatti gli aspetti della singolare relazione stabilita tra Hitler e Stalin, utile soprattutto a semplificare il compito che l’ Unione Sovietica avrebbe dovuto svolgere. Secondo Suvorov, il patto di non aggressione avrebbe permesso al leader sovietico di ordinare la mobilitazione generale fin dal settembre del 1939 e di predisporre il dislocamento di 160 divisioni dell’Armata Rossa lungo ì confini occidentali dell’URSS (Carelia, Repubbliche Baltiche e territorio polacco situato a est della Vistola), in attesa del colossale attacco che Stalin avrebbe poi sferrato contro la Germania. A tale scopo, il Capo supremo del Cremlino avrebbe ordinato, nel gennaio del ’40, il richiamo di un milione di riservisti, portando a 3.500.000 il numero dei soldati effettivi dell’Annata Rossa, giunta così a costituire, con i 7.500 carri armati e i 6.000 caccia bombardieri a sua disposizione, una potenza bellica senza uguali nel mondo. Il maresciallo Georghy Zhukov avrebbe dovuto definire al più presto il piano di invasione della Germania, detto anche Operazione Groza ( Tempesta), da attuarsi non appena lo schieramento delle armate naziste avesse raggiunto la massima concentrazione sul fronte occidentale, lasciando il fronte opposto sufficientemente indifeso da un possibile attacco proveniente da Est, che, nel calcolo dello Stato Maggiore sovietico, Hitler non avrebbe avuto alcun modo di prevenire. A sostegno delle tesi esposte nel suo “Rompighiaccio” e ribadite nei successivi lavori (M-Day, The Chief Culprit, The – Last Republic), Suvorov cita più volte il discorso (pubblicato da Isvestja nel 1994) che Stalin tenne nel maggio del 1941 ai neo ufficiali dell’Accademia militare di Mosca. Occasione in cui il leader sovietico manifestò l’intento di dare attuazione al più presto al piano di conquista dell’Europa, attaccando per prima la Germania.

Le opere di Suvorov, che tarda accoglienza avrebbero trovato nell’editoria anglosassone, nonostante storici russi del calibro di Boris Sokolov, Alla Paperno e scrittori come Alexander Solzhenytzyn ne raccomandassero una rapida divulgazione in occidente, avrebbero invece destato vasta eco in Germania (ovviamente), ottenendo conferme e sostegno da Joachim Hoffmann, autore dell’opera Stalins Vernichtungskrieg (Stalin’s War of Extermination — The Stalins Pian To conquer Europe), lettura essenziale per la comprensione delle cause del secondo conflitto mondiale, insieme a quella dei libri scritti sullo stesso argomento dall’austriaco Ernst Topitsch. Tutto ciò avrebbe permesso, se non altro, di avanzare seri dubbi sulla tradizionale immagine, artificialmente costruita, di una pacifica Unione Sovietica, vittima della criminale aggressione nazionalsocialista.

Sebbene la storia ufficiale inviti a guardarsi dalle facili speculazioni, la stessa vicenda di Dunkerque, può essere riletta alla luce delle su esposte considerazioni, sufficienti a convincere che quanto avvenne nei pressi di questa città nel nord della Francia, prospicente al Passo di Calais, segnalava la volontà di pace del Fuhrer, e il suo invito a ricercare le condizioni per una sospensione delle ostilità fra la Germania e la Gran Bretagna. A Dunkerque infatti, nel maggio del 1940, stavano ripiegando ben 400.000 soldati francesi e britannici, diretti verso navi alleate, per essere trasportati al sicuro sulle coste inglesi. Il ripiegamento avveniva al cospetto di cinque Panzer Divisionen che, schierate nelle vicinanze, avrebbero potuto facilmente distruggere gli anglofrancesi. Hitler, con grande sorpresa del comando tedesco, si astenne dall’ordinare l’attacco per lanciare a Londra (e al gruppo di pace inglese) un altro avviso della propria disponibilità a concordare un armistizio.

Hitler non volle la guerra.

Fonte:https:/emiliogiuliana.com/2-uncategorised/90-hitler-non-volle-la-guerra.html