Mediterraneo: epicentro del conflitto tra civiltà e barbarie atlantica

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

Siamo alle soglie di un’epoca di transizione. La guerra tra USA e Russia in Ucraina, con la relativa crisi energetica, così come la pandemia, a cui ha fatto seguito l’incipit della quarta rivoluzione industriale e della transizione ambientale, sono eventi destinati a sconvolgere gli equilibri geopolitici preesistenti e con essi, il modello economico – politico neoliberista globale. L’area mediterranea, già emarginata nel contesto geopolitico mondiale, è destinata ad assumere un ruolo di protagonista nel futuro nuovo ordine mondiale multipolare, scaturito dal declino dell’unilateralismo americano.
Dopo la fine del bipolarismo della Guerra fredda, le sponde mediterranee del sud e dell’est, oltre ad essere sconvolte dalle guerre mediorientali e dai conflitti delle “primavere arabe”, sono divenute l’epicentro delle migrazioni di massa provenienti dall’Africa e dall’Asia. Il fenomeno migratorio è del tutto connaturato al modello di sviluppo neoliberista globale, che prevede la libera circolazione delle merci, delle persone e dei capitali. Pertanto, le migrazioni di massa, comprese le tragedie del mare, sono eventi che si inseriscono in un contesto socio – economico mondiale, in cui i paesi più arretrati vengono deprivati delle migliori risorse umane necessarie al loro sviluppo e i paesi più avanzati importano masse di lavoratori a basso costo al fine di comprimere i salari e rendere più competitive le loro economie nel mercato globale.
Con l’avvento della UE, l’asimmetria economica, culturale e politica tra l’Europa del nord e quella del sud si è accentuata. Allo sviluppo del nord Europa, ha fatto riscontro il depauperamento e la subalternità dell’Europa mediterranea e all’accentuarsi del sottosviluppo dei paesi del Nord Africa. Si è dunque determinata una scala gerarchica dello sviluppo e del potere politico tra il nord e il sud europeo in base ai parametri del sistema economico neoliberista.
Del resto, in virtù del primato dell’asse franco – tedesco in Europa, la UE è sempre stata concepita come una unificazione che avesse il suo baricentro economico e politico nell’Europa carolingia, con relativa marginalizzazione dell’area mediterranea e dei suoi rapporti con il MENA (Medio Oriente – Nord Africa). L’Europa ha sempre denunciato una grave carenza di visione strategica, nel concepire il Mediterraneo un’area integrata nelle logiche ideologiche e strategiche dell’Occidente, prima nel bipolarismo tra Oriente e Occidente scaturito dalla Guerra fredda e in seguito all’interno della divaricazione tra il Nord capitalista e il Sud sottosviluppato del mondo, sancita dall’ordine mondiale unilateralista americano.
La guerra russo – ucraina ha inciso profondamente anche nei rapporti di supremazia interni all’Europa. Con la fine della interdipendenza economica ed energetica tra la UE e la Russia, la Nato ha assunto il controllo politico e strategico dell’Europa, con il declassamento della potenza tedesca e la devoluzione della leadership europea all’Anglosfera britannico – scandinava e dei paesi baltici, con la Polonia assurta a prima potenza militare europea. Il baricentro strategico dell’Europa si è spostato a nord est, con il declassamento del Mediterraneo ad area marginale europea, anche a seguito del disimpegno americano nel MENA.
I mutamenti strategici della Nato in chiave russofobica, potrebbero favorire una maggiore libertà di azione dei paesi dell’Europa mediterranea, nella prospettiva di fuoriuscita dalla condizione post storica di irrilevanza geopolitica in cui oggi appare confinata. La subalternità europea alla Nato è sempre stata funzionale ai disegni imperialisti americani di estendere il proprio dominio assoluto nel Mediterraneo, concepito come lago atlantico. Ben altra configurazione geopolitica esso è invece destinato ad assumere nell’incipiente mondo multipolare. Attraverso il Mediterraneo transita il 28% delle forniture di idrocarburi del mondo ed il “Mare nostrum” è divenuto lo snodo strategico per l’accesso al Mar Rosso e all’area dell’Indo – Pacifico.
Il Mediterraneo è dunque destinato ad assumere il ruolo geopolitico di Medioceano, come ben descritto da Salvo Ardizzone nel suo saggio “Medioceano e Medio Oriente: appunti per un teatro cruciale”: “Il Mediterraneo è sempre stato area di scambi, mare di commerci e traffici per eccellenza ma, da alcuni anni, è evoluto a Medioceano, bacino allargato alle coste atlantiche del Maghreb e della Penisola Iberica a Occidente, fino al Corno d’Africa attraverso il Mar Rosso a sud-est, connessione fra l’area indo-pacifica e l’Atlantico. Di recente amputato del Mar Nero e delle crescenti connessioni con la Russia e l’Asia Centrale dal conflitto ucraino ma, a seguito di esso, elevato ad area di confronto-scontro fra Unipolarismo egemonico e Multipolarismo”.
Il Mediterraneo sarà infatti un’area di confronto tra gli USA e le potenze emergenti del BRICS, da cui dipende anche il suo destino di lago atlantico o di Medioceano. L’Occidente ha concepito il Mediterraneo come l’area dello “scontro di civiltà” teorizzato da Huntington, quale necessario conflitto per affermare il primato americano nel mondo. In realtà, il conflitto è assai più profondo e non è solo bellico, ma anche culturale ed esistenziale per i popoli dell’area: tra globalismo e sovranità degli stati, cosmopolitismo e identità dei popoli, tra individualismo e comunitarismo, tra materialismo e fedi religiose.

Il pluriverso mediterraneo scomparso

Il Mediterraneo evoca un insieme di tradizioni storico – culturali che sono parte integrante della nostra identità, una sensibilità, una estetica, una concezione della vita e dell’uomo quali valori unificanti dei popoli dell’area.
Le radici storiche della nostra civiltà hanno origine nell’area mediterranea. Il Mediterraneo fu certo teatro di guerre e contrapposizioni tra Islam e Cristianesimo, ma tuttavia fu anche epicentro del connubio tra civiltà diverse, di scambi commerciali e terreno di confronto culturale, religioso, scientifico. L’area mediterranea rappresentò un pluriverso di civiltà, il cui incontro / scontro contribuì alla evoluzione e all’arricchimento dei valori culturali e religiosi dei popoli. Affermò intorno al 1100 Fulcherio di Chartres, nella sua “Historia Hierosolymitana”: “Ora, noi che fummo occidentali, siamo diventati orientali. Chi fu latino o franco, in questa terra è diventato galileo o palestinese. Chi fu cittadino di Reims o di Chartres, ora è diventato cittadino di Tiro o di Antiochia. Ormai ci siamo dimenticati dei nostri luoghi natii: la maggior parte di noi non li ha mai visti, o addirittura mai sentiti nominare. C’è chi già possiede le proprie case e i propri servi come se fossero cose tramandategli in eredità, e c’è anche chi ha preso in moglie non una compatriota, ma una siriana, un’armena e talvolta addirittura una saracena”.
In questo mondo multietnico, aperto alla integrazione tra i popoli, si generò un processo di assimilazione tra due culture: quella islamica, erede delle culture greco – giudaiche e quella europea, dall’identità romano – cristiana. Questa moltitudine di popoli, civiltà, fedi religiose diverse e contrapposte, diede vita ad una particolare simbiosi identitaria identificabile con quel pluriverso mediterraneo, la cui memoria storica oggi è quasi scomparsa. L’era della globalizzazione ha ridotto il Mediterraneo ad una entità geografica, identificabile dalle masse dell’Occidente con le suggestioni virtuali orientalistiche e con l’immagine mediatica dei villaggi turistici.
La disgregazione del Mediterraneo ha origini lontane. Tra l’800 e il ‘900 il MENA fu oggetto delle conquiste coloniali europee e tale dominio si accentuò con la dissoluzione dell’Impero Ottomano alla fine della prima guerra mondiale. Il processo di frantumazione del MENA si perpetuò anche in epoca post – coloniale, in concomitanza della Guerra fredda: la Turchia e i paesi del Golfo Persico furono integrati nell’Occidente americano, mentre Egitto, Libia, Siria e Algeria aderirono al blocco sovietico. Aggiungasi, che la fondazione dello stato di Israele generò uno stato di guerra permanente nell’area mediorientale.
Ma fu soprattutto la trasformazione della Nato da alleanza strategica difensiva ad apparato militare aggressivo a determinare un’insanabile frattura tra l’Occidente e il mondo islamico che coinvolse il Mediterraneo, le cui opposte sponde divennero teatro di un conflitto geopolitico ancora in corso. Il nuovo atlantismo si affermò sulla scorta di disegni strategici espansionisti americani su scala globale. Con gli attentati dell’11 settembre, gli USA intrapresero una strategia aggressiva di “guerra al terrorismo” che, oltre alle guerre “preventive” in Afghanistan e Iraq (a cui fecero seguito le aggressioni alla Libia e alla Siria), comportò un espansionismo politico ed economico che si estese anche all’area mediterranea. L’Europa, già emarginata nello status post – storico di irrilevanza geopolitica, divenne, con il moltiplicarsi delle basi Nato sul proprio territorio, una piattaforma strategica per l’espansionismo americano, estesosi, oltre che nel MENA, anche ai confini con la Russia, che, ritenendosi assediata e minacciata nella sua sicurezza dall’Occidente, ha poi invaso l’Ucraina.
Le “primavere arabe”, quale strategia della Nato volta alla destabilizzazione degli stati islamici del MENA, sono fallite. Anzi hanno costituito l’occasione propizia per l’inserimento di nuovi attori dalle mire espansionistiche nell’area mediterranea, quali la Turchia, la Russia, gli Emirati arabi. L’estromissione dell’Europa dall’area è ormai un dato di fatto. La sola Francia mantiene una presenza neocoloniale nei paesi del Sahel e parzialmente in quelli del Maghreb, sempre più osteggiata dai popoli dell’area e contrastata dall’espansionismo in Africa di Russia, Turchia e Cina.

Al disimpegno americano nel MENA, ha fatto riscontro la creazione di una nuova alleanza filoccidentale tra Israele e alcuni stati arabi in funzione anti iraniana, denominata “Patto di Abramo”. E’ stata costituita infatti, una nuova Nato mediorientale, in conformità del mutamento della strategia americana nella geopolitica mediorientale, che prevede l’implementazione di un dominio americano indiretto nel MENA. Questa nuova Nato mediorientale è comunque destinata a sfaldarsi, data la diversificazione delle strategie politiche delle potenze del MENA. Israele e la maggioranza dei paesi arabi sono contrari alle politiche sanzionatorie messe in atto dagli USA nei confronti della Russia e l’Arabia Saudita ha concluso rilevanti accordi economici con la Cina.
L’espansionismo americano concepisce il Mediterraneo come un lago atlantico. Ma il mondo multilaterale avanza. E potranno anche ricomporsi le fratture interne al Mediterraneo, a condizione però che l’Europa possa assumere un ruolo autonomo dalla Nato nell’area. Così si espresse Danilo Zolo al riguardo nel suo saggio “La questione mediterranea”: “Ma tutto questo può diventare possibile solo a un’ultima condizione: che l’Europa, ritrovate le sue radici mediterranee, si mostri capace di erigersi a soggetto internazionale, dotato di una forte identità culturale e politica e perciò libero dai vincoli dell’atlantismo e aperto alla collaborazione con il mondo islamico e al confronto con le potenze asiatiche emergenti. Queste sono le condizioni di un rilancio dell’unità, della originalità e della grandezza civile del Mediterraneo che possono essere ragionevolmente pensate come un’ <alternativa>”.

Il divario economico incolmabile tra l’Occidente e il MENA

Tra le sponde nord e sud del Mediterraneo esiste una evidente asimmetria economica e tecnologica. I paesi europei della sponda nord detengono l’80% del Pil complessivo dell’area mediterranea. E tale divario nello sviluppo ha costituito il pretesto per i progetti di colonizzazione economica del MENA da parte dell’Occidente. Il fenomeno migratorio ne è una tragica conseguenza. Il debito dei paesi arabi nei confronti della UE è aumentato a dismisura negli ultimi decenni.
Alla fine del XX° secolo fu avviato un programma di partenariato economico e per la politica di sicurezza tra la UE e i paesi del MENA, denominato “processo di Barcellona”. Tali accordi avrebbero dovuto condurre all’integrazione economica dell’area mediterranea, con la prospettiva di creare una Zona di libero scambio. Tuttavia tali progetti fallirono, data l’impossibilità per i paesi arabi, dalle economie troppo deboli, di sostenere la competitività con le economie dei paesi più avanzati della UE. Tali forme di cooperazione, nel contesto del sistema neoliberista globale si sono sempre rivelate un capestro i paesi sottosviluppati. Comportano inevitabilmente un indebitamento insostenibile e quindi l’imposizione da parte del FMI di manovre di aggiustamento strutturale che conducono fatalmente i paesi meno sviluppati al default.
Occorre inoltre rilevare che il MENA è afflitto anche dalla dipendenza alimentare dal nord del pianeta, che peraltro si è gravemente accentuata con la guerra russo – ucraina. La UE ha adottato da sempre politiche protezionistiche nel settore agricolo nei confronti del MENA. L’agricoltura dei paesi del sud europeo è da decenni falcidiata dalla concorrenza selvaggia del mercato mondiale, eppure, impone paradossalmente un regime protezionistico alle importazioni dal sud del Mediterraneo.
Il dialogo e la cooperazione tra i popoli del nord e del sud del mondo sono oggi impossibili, dato il differenziale di potenza economica e politica tra l’Occidente e gli stati sottosviluppati. Ma, con l’affermarsi del multilateralismo e la dedollarizzazione dell’economia mondiale, tale divario potrà senz’altro ridursi e il Mediterraneo, trasformatosi in Medioceano, potrebbe divenire assai determinate nella costituzione di un nuovo ordine mondiale. Solo infatti in un ordine multilaterale, in cui a tutti i popoli viene riconosciuta pari dignità, potrà esserci tra gli stati dialogo, cooperazione, pacificazione.

Decostruire il fondamentalismo atlantico

Le due sponde del Mediterraneo sono oggi separate da un abisso socio – culturale incolmabile. Il dialogo è reso impossibile dal fatto che l’Europa si identifica con i valori dell’Occidente. Pertanto, considerando l’Occidente l’incarnazione di valori universali e irrinunciabili, quali i diritti del’uomo, lo Stato di diritto, la liberaldemocrazia, il libero mercato globale, sulla base di tale primato, gli USA e la UE pretendono di imporre i propri valori ai paesi islamici, come a tutto il mondo. L’Occidente americano è dunque da considerarsi un nuovo eurocentrismo atlantico, che, quale civiltà superiore, si ritiene legittimato alla colonizzazione culturale, economica e politica del mondo islamico. In virtù della sua autoreferenza, l’Occidente americano impone al mondo il suo sistema ideologico – politico con sanzioni, propaganda mediatica e guerre umanitarie. Tra l’altro, l’Occidente americano vuole esportare con le armi un sistema democratico ormai degenerato in oligarchia finanziaria e tecnocratica e pertanto assai lontano dal modello originario della democrazia rappresentativa.
Tra le sponde del Mediterraneo è in atto da decenni un conflitto politico – ideologico in cui si contrappongono le modernità occidentale e i paesi islamici, la cui cultura si è rivelata incompatibile con il processo di globalizzazione cosmopolita e neoliberista imposto dall’unilateralismo americano. Anzi, la civiltà islamica si è rivelata un elemento di resistenza al dominio globale della superpotenza americana.
Due visioni del mondo in conflitto, che si rivelano inconciliabili in quanto gli USA sono una potenza geneticamente unilaterale, incapaci di concepire “l’altro da sé”. Un mondo composto da una molteplicità di culture e identità differenziate è per gli USA inconcepibile. All’ordine mondiale unipolare fondato sui diritti dell’uomo, dovrebbe subentrare un mondo multipolare basato sul primato dei diritti dei popoli. In un ordinamento in cui l’uomo, anziché essere considerato un’entità astratta, secondo i dettami dell’ideologia liberale, ma come in individuo appartenente e partecipe di una comunità strutturata su valori culturali, politici e religiosi identitari, potrebbero essere maggiormente tutelate le liberà individuali, i diritti delle minoranze e delle classi subalterne. Allo stesso modo, nel contesto geopolitico, il primato dei diritti dei popoli, conferirebbe pari dignità a tutti gli stati e pertanto si affermerebbe un ordine che garantisca la sovranità e l’indipendenza degli stati e salvaguardi le loro identità culturali, affrancando i popoli più deboli e meno sviluppati dalla schiavitù del debito, che costituisce oggi il principale strumento del dominio occidentale.
Nel Mediterraneo si sono scontrati due fondamentalismi contrapposti. Quello islamico è infatti un fenomeno sorto come reazione esasperata al fondamentalismo del mercato, dei diritti umani, del “destino manifesto”, quale valore identitario degli USA di origine veterotestamentaria. Occorre dunque che l’Europa decostruisca il fondamentalismo dei “valori occidentali” imposto dalla occupazione americana del secondo dopoguerra. Per istaurare un dialogo occorre che ad entrambi gli interlocutori venga riconosciuta pari dignità. Attraverso il dialogo con i popoli del MENA, l’Europa potrebbe ritrovare e riconoscere se stessa, riappropriandosi della propria memoria storica, riscoprire le sue radici identitarie (in primis il cristianesimo), le origini della sua cultura premoderna. Secondo quanto afferma Franco Cassano nel suo saggio “Necessità del Mediterraneo”: “Dal divieto dell’usura al forte rilievo dato ai doveri di assistenza agli altri membri della comunità, l’Islam può essere una sponda importante per decostruire un gioco che è alla base del fondamentalismo dell’Occidente, il solipsismo dell’individualismo radicale, l’apologia di un soggetto totalmente sradicato da qualsiasi legame sociale, un’idea della libertà sempre più anomica, costruita sul modello del consumatore più che su quello del cittadino”.
Dal dialogo con l’Europa gli stessi paesi islamici potrebbero ricavare idee e progetti per creare un modello di sviluppo e modernizzazione compatibile con la propria identità culturale onde far emancipare le loro società dalle attuali condizioni di arretratezza e sottosviluppo che hanno costituito un humus assai fertile per la proliferazione del fondamentalismo islamico.
L’Europa dovrebbe dunque effettuare una decostruzione del fondamentalismo americanista che ha determinato la dissoluzione progressiva della sua identità culturale. Ossia, dar luogo ad una rivoluzione culturale al suo interno, per assumere un ruolo da protagonista nell’era del mondo multipolare ormai alle porte. Il fondamentalismo atlantico è in una fase di declino irreversibile e la UE, mai esistita come entità geopolitica autonoma dalla Nato, è in via di progressiva dissoluzione. Così si esprime al riguardo Serge Latouche nel suo saggio “La voce e le vie di un mare dilaniato”: “Tuttavia, è proprio vero che l’Europa può rinnegare la sua progenie e sciogliere il legame di solidarietà con il “mostro” che essa stessa ha generato? A dispetto delle rivalità e degli antagonismi di ogni sorta, l’Europa resta profondamente complice e solidale con gli Stati Uniti. Per affermare e rafforzare la sua differenza, l’Europa dovrebbe ricollegarsi alle sue radici premoderne e precapitaliste, come la visione mediterranea, e ritrovare la sua parentela con il suo versante orientale e ortodosso che è sempre rimasto ai margini. Queste due Europe, del sud e dell’est, confinano con l’altro: il vicino, il medio, l’estremo Oriente e, soprattutto, confinano con il mondo musulmano nelle sue varianti turca, persiana, curda, mongola, berbera e araba. Gli scambi incessanti, anche violenti, e le complicità di ogni sorta hanno preservato sempre (o almeno per lungo tempo) queste parti d’Europa dall’autismo dell’Europa atlantica che sconfina nella dismisura americana”.
Questa Europa, oggi scristianizzata e ridotta a periferia atlantica, dovrà fuoriuscire dall’Occidente e, onde liberarsi dal dominio dell’Anglosfera oggi imperante nella UE, dovrà riscoprire la sua vocazione mediterranea per poi proiettarsi nel Medioceano.
Non si riscontrano tuttavia ad oggi segni premonitori di una possibile resurrezione dell’Europa dal baratro atlantico della post storia in cui è precipitata. Ma chi farà riemergere dall’oblio secolare il pluriverso mediterraneo?

Nota: I saggi di Danilo Zolo “La questione mediterranea”, di Franco Cassano “Necessità del Mediterraneo” e di Serge Latouche “La voce e le vie di un mare dilaniato” sono stati pubblicati nel libro di AA. VV. “L’alternativa mediterranea” a cura di Franco Cassano e Danilo Zolo, Feltrinelli 2007.

La formula della via russa

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di Aleksandr Dugin

Il quadro è il seguente: le amministrazioni Clinton, Bush Jr. e Obama, così come l’amministrazione Biden, hanno sostenuto e continuano a sostenere il liberalismo nelle relazioni internazionali, vedono il mondo come globale e governato da un governo mondiale attraverso i capi di tutti gli Stati nazionali. Persino gli Stati Uniti non sono altro che uno strumento temporaneo nelle mani di un’élite mondiale cosmopolita; da qui l’avversione e persino l’odio dei democratici e dei globalisti per qualsiasi forma di patriottismo americano e per la stessa identità tradizionale degli americani.

Per i sostenitori del liberalismo nei Paesi del Medio Oriente ogni Stato nazionale è un ostacolo sulla strada del governo mondiale e uno Stato nazionale sovrano forte, che per di più sfida apertamente l’élite liberale, è un vero nemico da distruggere.

Dopo la caduta dell’URSS, il mondo ha cessato di essere bipolare ed è diventato unipolare, e l’élite globalista, gli aderenti al liberalismo nelle Relazioni Internazionali, si sono impadroniti delle leve di governo dell’umanità.

La Russia degli anni ’90, sconfitta e smembrata, come residuo del secondo polo, sotto Eltsin accettò le regole del gioco e si adeguò alla logica dei liberali delle Relazioni Internazionali. Mosca doveva solo rinunciare alla sua sovranità, integrarsi nel mondo occidentale e iniziare a giocare secondo le sue regole. L’obiettivo era quello di ottenere almeno un certo status nel futuro governo mondiale e i nuovi vertici oligarchici fecero di tutto per inserirsi nel mondo occidentale a qualsiasi costo, anche a livello individuale.

Da allora, tutti gli istituti di istruzione superiore e le università russe si sono schierati dalla parte del liberalismo in materia di relazioni internazionali. Il realismo è stato dimenticato (anche se conosciuto), equiparato al “nazionalismo” e la parola “sovranità” non è stata pronunciata affatto.

Tutto è cambiato nella realpolitik (ma non nell’educazione) con l’arrivo di Putin. Egli è stato fin dall’inizio un convinto realista nelle relazioni internazionali e un convinto sostenitore della sovranità. Allo stesso tempo Putin condivideva pienamente l’universalità dei valori occidentali, la mancanza di alternative al mercato e alla democrazia, considerava il progresso sociale e scientifico-tecnologico dell’Occidente l’unico modo per sviluppare la civiltà.

L’unica cosa su cui insisteva era la sovranità, da qui il mito della sua influenza su Trump. È stato il realismo a far incontrare Putin e Trump, per il resto sono molto diversi. Il realismo di Putin non è contro l’Occidente, ma contro il liberalismo nelle relazioni internazionali, contro il governo mondiale, come è il caso del realismo americano, del realismo cinese, del realismo europeo e di qualsiasi altro realismo.

L’unipolarismo che si è sviluppato dall’inizio degli anni ’90, però, ha fatto girare la testa ai liberali del Medio Oriente. Essi ritenevano che il momento storico fosse arrivato, che la storia come confronto di paradigmi ideologici fosse finita (tesi di Fukuyama) e che fosse giunto il momento di iniziare con nuova forza il processo di unificazione dell’umanità sotto il governo mondiale ma, per fare ciò, la sovranità residua deve essere abolita.

Questa linea è in contrasto con il realismo di Putin. Ciononostante, egli cercò di rimanere in equilibrio sul filo del rasoio e di mantenere a tutti i costi le relazioni con l’Occidente. Ciò è stato abbastanza facile con il realista Trump, che ha compreso la volontà di Putin in materia di sovranità, ma è diventato impossibile con l’arrivo di Biden alla Casa Bianca. Quindi Putin, da realista, ha raggiunto il limite del compromesso possibile. L’Occidente collettivo, guidato dai liberali delle Relazioni Internazionali, ha fatto sempre più pressione sulla Russia per smantellare definitivamente la sua sovranità invece di rafforzarla.

Questo conflitto è culminato nell’inizio dell’Operazione. I globalisti hanno sostenuto attivamente la militarizzazione e la nazificazione dell’Ucraina. Putin si è ribellato a tutto ciò perché ha capito che l’Occidente collettivo si stava preparando a una campagna simmetrica – per “smilitarizzare” e “denazificare” la Russia stessa. I liberali chiudevano un occhio sul neonazismo russofobico dilagante in Ucraina e, di fatto, lo promuovevano attivamente, favorendo al contempo la sua militarizzazione il più possibile, mentre accusavano la Russia stessa esattamente della stessa cosa – “militarismo” e “nazismo”, cercando di equiparare Putin a Hitler.

Putin ha iniziato la SMO come realista, niente di più, ma un anno dopo la situazione è cambiata. È diventato chiaro che la Russia era in guerra con la moderna civiltà liberale occidentale nel suo complesso, con il globalismo e i valori che l’Occidente impone a tutti gli altri. La svolta nella consapevolezza della Russia sulla situazione mondiale è forse il risultato più importante dell’intera Operazione Speciale.

La guerra si è trasformata da difesa della sovranità a scontro di civiltà. La Russia non si limita più a insistere su una governance indipendente, condividendo atteggiamenti, criteri, norme, regole e valori occidentali, ma agisce come una civiltà indipendente, con atteggiamenti, criteri, norme, regole e valori propri. La Russia non è più l’Occidente, non è un Paese europeo, ma una civiltà eurasiatica ortodossa.

Questo è ciò che Putin ha proclamato nel suo discorso del 30 settembre in occasione dell’ammissione delle quattro nuove entità costituenti la Federazione Russa, poi nel discorso di Valdai e ripetuto più volte in altri suoi discorsi. Infine, con il decreto 809, Putin ha stabilito un quadro politico statale per proteggere i valori tradizionali russi, un insieme che non solo è significativamente diverso dal liberalismo, ma per certi aspetti è l’esatto contrario.

La Russia ha spostato il suo paradigma dal realismo alla Teoria del mondo multipolare, ha rifiutato il liberalismo in tutte le sue forme e ha sfidato direttamente la moderna civiltà occidentale negandole apertamente il diritto di essere universale.

Putin non crede più nell’Occidente e definisce “satanica” la moderna civiltà occidentale. Questo è facilmente identificabile sia come un riferimento diretto all’escatologia e alla teologia ortodossa, sia come un’allusione al confronto tra il sistema capitalista e quello socialista dell’epoca staliniana. Oggi, è vero, la Russia non è uno Stato socialista, ma questo è il risultato della sconfitta subita dall’URSS all’inizio degli anni ’90, con la Russia e gli altri Paesi post-sovietici che si sono ritrovati ad essere colonie ideologiche ed economiche dell’Occidente globale.

L’intero regno di Putin, fino al 24 febbraio 2022, è stato una preparazione a questo momento decisivo. Ma è rimasto all’interno del quadro realista. Ovvero, la via occidentale dello sviluppo + sovranità. Ora, dopo un anno di durissime prove e terribili sacrifici subiti dalla Russia, la formula è cambiata: sovranità + identità civile. La via russa.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

4 marzo 2023

Snobbare la Cina è oggi un grande errore geopolitico

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Continua già da un mese la fruttuosa collaborazione con i giornalisti professionisti d’area cattolica dell’America Latina, che traducono in spagnolo gli editoriali settimanali di Matteo Castagna e li fanno pubblicare su media online in America Latina, Spagna e alcune volte sul sito del filosofo russo Alexander Dugin. Nel caso di questo articolo, è stato pubblicato, in versione un po’ diversa, anche da Arianna Editrice:

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna

GLI ANNI DI GUERRA IN UCRAINA SONO 9 E NON 1…

All’ultima seduta dell’ONU, il Ministro degli Esteri ucraino ha chiesto un minuto di silenzio in memoria delle vittime dell’aggressione russa del suo Paese. A stretto giro, gli ha risposto il rappresentante permanente all’ONU della Russia, Nebenzya: “vi chiediamo di onorare la memoria di tutte le vittime in Ucraina, dal 2014 in avanti!”. La memoria corta è, infatti, uno dei principali vizi dell’Occidente liberale, che non fa parte, invece, di quello sincero, che ama sempre la verità storica.

Gli anni di guerra sono 9 e non 1. Un anno fa, dopo aver riconosciuto ufficialmente le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, la Federazione Russa diede il via ad un’ operazione militare speciale per salvaguardare la popolazione del Donbass, che l’Ucraina attaccava da oltre otto anni e impedire all’esercito ucraino di costituire una minaccia per la sicurezza della Russia. Putin chiedeva colloqui con l’Occidente per delineare un piano di sicurezza europeo, rifiutato ad ottobre e dicembre 2021. Intendeva proporre di negare la richiesta di Kiev di entrare nella NATO, di bloccare la richiesta di Kiev di tornare ad avere armi nucleari, di porre fine al massiccio bombardamento della linea di contatto in Donbass. All’operazione speciale, l’Occidente rispose con una serie di misure e dichiarazioni già preparate: condanne, sanzioni, aiuti militari all’Ucraina.

L’Occidente ha gettato la maschera: ha ammesso di avere utilizzato, in questi anni, l’Ucraina e il conflitto in corso in Donbass dal 2014 come un cavallo di Troia in funzione antirussa. Ha ammesso di aver addestrato i soldati e miliziani ucraini. Ha ammesso di aver garantito il rispetto (si fa per dire) degli accordi di Minsk solo per preparare meglio l’Ucraina ad una guerra più grande contro la Russia che l’Occidente voleva già combattere, quasi nove anni fa. Ha dato il via alla più grande campagna russofoba dalla Seconda Guerra Mondiale.

Non serve essere “osservatori speciali” per notare che reali e concreti tentativi diplomatici, da parte della NATO per porre fine a questo conflitto non sono neppure all’orizzonte. I pacifisti nostrani tacciono e osservano i bombardamenti in televisione, esponendo fuori dalle sedi del Pd le bandiere ucraine. La linea assolutamente appiattita sugli Stati Uniti e la liason con Zelensky del premier Giorgia Meloni preoccupano parecchio, sembrano almeno imprudenti e così smaccate da rendersi grottesche. Nella maggioranza, sono poche e marginalizzate le voci di dissenso. I media sembrano quasi tutti allineati con Biden e Von der Leyen, in una propaganda che potrebbe rivelarsi un boomerang nel prossimo futuro.

Incredibilmente, è la Cina comunista, che politici italiani miopi, nani e ballerine non guardano colpevolmente come fattore fondamentale nell’attuale contesto, a proporre un piano di pace in 12 punti che mette al centro il dialogo e i negoziati come unica via d’uscita dalla crisi. La proposta appare molto equilibrata e da sviluppare nei contenuti più generici, assieme agli altri Stati. Particolarmente importante il punto 8: le armi nucleari non devono essere utilizzate e le guerre nucleari non devono essere combattute. La minaccia o l’uso di armi nucleari dovrebbe essere contrastata. La proliferazione nucleare deve essere prevenuta e la crisi nucleare evitata. il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, in una conferenza stampa a Tallin ha detto che «la Cina non ha credibilità perché non ha mai condannato l’invasione della Russia e ha firmato qualche tempo prima dell’invasione russa un accordo per una partnership senza limiti con Mosca». Gli USA non hanno preso neppure in considerazione il piano cinese. Anzi, la CNN informa che gli USA hanno informazioni per cui la Cina fornirà alla Russia droni e munizioni.

E’, perciò, estremamente difficile, intravvedere, umanamente, una soluzione pacifica. Perciò “ogni vero cattolico deve ricordarsi sopra ogni cosa di essere in ogni circostanza e di apparire veramente cattolico, accedendo agli Uffici pubblici ed esercitandoli con il fermo e costante proposito di promuovere a tutto potere il bene sociale ed economico della patria e particolarmente del popolo, secondo le massime della civiltà spiccatamente cristiana e di difenderne insieme gli interessi supremi della Chiesa che sono quelli della Religione e della giustizia” (San Pio X, Enciclica “fermo proposito” ai Vescovi d’Italia, 11/06/1905).

Fonte: Informazione Cattolica.it

Despreciar a China es, hoy, un gran error geopolítico

 

Por Matteo Castagna

En la última sesión de la ONU, el canciller ucraniano pidió un minuto de silencio en memoria de las víctimas de la agresión rusa en su país. Por su parte, el representante permanente de Rusia ante la ONU, Nebenzya, respondió brevemente: “¡Le pedimos que honre la memoria de todas las víctimas en Ucrania, desde 2014 en adelante!”.

La poca memoria es, en efecto, uno de los principales vicios del Occidente liberal, que no forma parte, sin embargo, del sincero Occidente que siempre ama la verdad histórica.

Los años de guerra son 9 y no 1. Hace un año, tras reconocer oficialmente las Repúblicas Populares de Donetsk y Lugansk, la Federación Rusa puso en marcha una operación militar especial para salvaguardar a la población de Donbass, que Ucrania atacaba desde hacía más de ocho años y evitar que el ejército ucraniano represente una amenaza para la seguridad de Rusia. Putin pidió conversaciones con Occidente para delinear un plan de seguridad europeo, que fue rechazado en octubre y diciembre de 2021. Moscú pretendía proponer negar la solicitud de Kiev de unirse a la OTAN, bloquear la solicitud de Kiev de volver a tener armas nucleares, poner fin al bombardeo masivo de la línea de contacto en Donbás. Occidente respondió a la Operación Militar Especial con una serie de medidas y declaraciones ya preparadas: sentencias, sanciones.

Occidente se ha quitado la máscara: ha admitido que en los últimos años ha utilizado Ucrania y el conflicto en curso en Donbass desde 2014 como un caballo de Troya con una función antirrusa. Admitió haber entrenado a soldados y milicianos ucranianos. Admitió que solo garantizó el cumplimiento de los acuerdos de Minsk (por así decirlo) para preparar mejor a Ucrania para una guerra más grande contra Rusia que  el Occidente liberal ya quería pelear hace casi nueve años e Inició la mayor campaña rusofóbica desde la Segunda Guerra Mundial.

No es necesario ser un “observador especial” para darse cuenta de que los esfuerzos diplomáticos reales y concretos de la OTAN para poner fin a este conflicto ni siquiera están en el horizonte. Nuestros pacifistas locales guardan silencio y observan los atentados por televisión, mostrando banderas ucranianas frente a la sede del Partido Demócrata. La línea absolutamente plana sobre los Estados Unidos y el enlace de la primera ministra de Italia, Giorgia Meloni, con Zelensky preocupan mucho, parecen, al menos, imprudentes y tan descarados como para volverse grotescos.

En su mayoría, las voces disidentes son pocas y marginadas. Los medios parecen casi todos alineados con Biden y Von der Leyen, en una propaganda que podría convertirse en un boomerang en un futuro cercano.

Increíblemente, es la China comunista, a la que los miopes políticos italianos no la ven como un factor fundamental en el contexto actual, la que propone un plan de paz de 12 puntos que apuesta por el diálogo y la negociación como única salida a la crisis.

Esta propuesta parece muy equilibrada y debe desarrollarse en términos más generales, junto con los demás Estados. El punto 8 es particularmente importante: no se deben usar armas nucleares y no se deben librar guerras nucleares. Se debe resistir la amenaza o el uso de armas nucleares.

Se debe prevenir la proliferación nuclear y evitar la crisis nuclear. el secretario general de la Alianza Atlántica, Jens Stoltenberg, en una conferencia de prensa en Tallin, dijo que “China no tiene credibilidad porque nunca condenó la invasión de Rusia y firmó, un tiempo antes de la invasion rusa, un acuerdo de asociación ilimitada con Moscú” Estados Unidos ni siquiera ha considerado el plan chino. De hecho, CNN informa que EE. UU. tiene información de que China suministrará a Rusia drones y municiones.

Es, por tanto, extremadamente difícil vislumbrar, humanamente hablando, una solución pacífica. Por lo tanto, “todo verdadero católico debe recordar, sobre todas las cosas, que, en toda circunstancia, debe promover el Bien social y económico de la patria y particularmente el del pueblo” con todo su poder, según las máximas de la civilización netamente cristiana y para “defender juntos los supremos intereses de la Iglesia que son los de la religión y la justicia” (San Pío X, Encíclica “Firme Propósito” a los obispos de Italia, 11/ 06/1905).

Fonte: La Voce del Periodista

Despreciar a China es, hoy, un gran error geopolítico

Photo of Matteo Castagna Matteo Castagna

En la última sesión de la ONU, el canciller ucraniano pidió un minuto de silencio en memoria de las víctimas de la agresión rusa en su país. Por su parte, el representante permanente de Rusia ante la ONU, Nebenzya, respondió brevemente: «¡Le pedimos que honre la memoria de todas las víctimas en Ucrania, desde 2014 en adelante!».

La poca memoria es, en efecto, uno de los principales vicios del Occidente liberal, que no forma parte, sin embargo, del sincero Occidente que siempre ama la verdad histórica.

Los años de guerra son 9 y no 1. Hace un año, tras reconocer oficialmente las Repúblicas Populares de Donetsk y Lugansk, la Federación Rusa puso en marcha una operación militar especial para salvaguardar a la población de Donbass, que Ucrania atacaba desde hacía más de ocho años y evitar que el ejército ucraniano represente una amenaza para la seguridad de Rusia. Putin pidió conversaciones con Occidente para delinear un plan de seguridad europeo, que fue rechazado en octubre y diciembre de 2021. Moscú pretendía proponer negar la solicitud de Kiev de unirse a la OTAN, bloquear la solicitud de Kiev de volver a tener armas nucleares, poner fin al bombardeo masivo de la línea de contacto en Donbás. Occidente respondió a la Operación Militar Especial con una serie de medidas y declaraciones ya preparadas: sentencias, sanciones.

Occidente se ha quitado la máscara: ha admitido que en los últimos años ha utilizado Ucrania y el conflicto en curso en Donbass desde 2014 como un caballo de Troya con una función antirrusa. Admitió haber entrenado a soldados y milicianos ucranianos. Admitió que solo garantizó el cumplimiento de los acuerdos de Minsk (por así decirlo) para preparar mejor a Ucrania para una guerra más grande contra Rusia que el Occidente liberal ya quería pelear hace casi nueve años e Inició la mayor campaña rusofóbica desde la Segunda Guerra Mundial.

No es necesario ser un «observador especial» para darse cuenta de que los esfuerzos diplomáticos reales y concretos de la OTAN para poner fin a este conflicto ni siquiera están en el horizonte. Nuestros pacifistas locales guardan silencio y observan los atentados por televisión, mostrando banderas ucranianas frente a la sede del Partido Demócrata. La línea absolutamente plana sobre los Estados Unidos y el enlace de la primera ministra de Italia, Giorgia Meloni, con Zelensky preocupan mucho, parecen, al menos, imprudentes y tan descarados como para volverse grotescos.

En su mayoría, las voces disidentes son pocas y marginadas. Los medios parecen casi todos alineados con Biden y Von der Leyen, en una propaganda que podría convertirse en un boomerang en un futuro cercano.

Increíblemente, es la China comunista, a la que los miopes políticos italianos no la ven como un factor fundamental en el contexto actual, la que propone un plan de paz de 12 puntos que apuesta por el diálogo y la negociación como única salida a la crisis.

Esta propuesta parece muy equilibrada y debe desarrollarse en términos más generales, junto con los demás Estados. El punto 8 es particularmente importante: no se deben usar armas nucleares y no se deben librar guerras nucleares. Se debe resistir la amenaza o el uso de armas nucleares.

Se debe prevenir la proliferación nuclear y evitar la crisis nuclear. El secretario general de la Alianza Atlántica, Jens Stoltenberg, en una conferencia de prensa en Tallin, dijo que «China no tiene credibilidad porque nunca condenó la invasión de Rusia y firmó, un tiempo antes de la invasión rusa, un acuerdo de asociación ilimitada con Moscú» Estados Unidos ni siquiera ha considerado el plan chino. De hecho, CNN informa que EE. UU. tiene información de que China suministrará a Rusia drones y municiones.

Es, por tanto, extremadamente difícil vislumbrar, humanamente hablando, una solución pacífica. Por lo tanto, «todo verdadero católico debe recordar, sobre todas las cosas, que, en toda circunstancia, debe promover el Bien social y económico de la patria y particularmente el del pueblo» con todo su poder, según las máximas de la civilización netamente cristiana y para «defender juntos los supremos intereses de la Iglesia que son los de la religión y la justicia» (San Pío X, Encíclica «Firme Propósito» a los obispos de Italia, 11/ 06/1905).

Photo of Matteo Castagna

Matteo Castagna

Analista geopolítico, escritor y líder del movimiento italiano Christus Rex, organización que defiende la Enseñanza Tradicional de la Iglesia Católica, el Orden Natural y la Soberanía de los Estados Nacionales.
Fonte: Info Hispania

DESPRECIAR A CHINA ES, HOY, UN GRAN ERROR GEOPOLÍTICO

01.03.2023

En la última sesión de la ONU, el canciller ucraniano pidió un minuto de silencio en memoria de las víctimas de la agresión rusa en su país. Por su parte, el representante permanente de Rusia ante la ONU, Nebenzya, respondió brevemente: “¡Le pedimos que honre la memoria de todas las víctimas en Ucrania, desde 2014 en adelante!”.

La poca memoria es, en efecto, uno de los principales vicios del Occidente liberal, que no forma parte, sin embargo, del sincero Occidente que siempre ama la verdad histórica.

Los años de guerra son 9 y no 1. Hace un año, tras reconocer oficialmente las Repúblicas Populares de Donetsk y Lugansk, la Federación Rusa puso en marcha una operación militar especial para salvaguardar a la población de Donbass, que Ucrania atacaba desde hacía más de ocho años y evitar que el ejército ucraniano represente una amenaza para la seguridad de Rusia. Putin pidió conversaciones con Occidente para delinear un plan de seguridad europeo, que fue rechazado en octubre y diciembre de 2021. Moscú pretendía proponer negar la solicitud de Kiev de unirse a la OTAN, bloquear la solicitud de Kiev de volver a tener armas nucleares, poner fin al bombardeo masivo de la línea de contacto en Donbás. Occidente respondió a la Operación Militar Especial con una serie de medidas y declaraciones ya preparadas: sentencias, sanciones.

Occidente se ha quitado la máscara: ha admitido que en los últimos años ha utilizado Ucrania y el conflicto en curso en Donbass desde 2014 como un caballo de Troya con una función antirrusa. Admitió haber entrenado a soldados y milicianos ucranianos. Admitió que solo garantizó el cumplimiento de los acuerdos de Minsk (por así decirlo) para preparar mejor a Ucrania para una guerra más grande contra Rusia que  el Occidente liberal ya quería pelear hace casi nueve años e Inició la mayor campaña rusofóbica desde la Segunda Guerra Mundial.

No es necesario ser un “observador especial” para darse cuenta de que los esfuerzos diplomáticos reales y concretos de la OTAN para poner fin a este conflicto ni siquiera están en el horizonte. Nuestros pacifistas locales guardan silencio y observan los atentados por televisión, mostrando banderas ucranianas frente a la sede del Partido Demócrata. La línea absolutamente plana sobre los Estados Unidos y el enlace de la primera ministra de Italia, Giorgia Meloni, con Zelensky preocupan mucho, parecen, al menos, imprudentes y tan descarados como para volverse grotescos.

En su mayoría, las voces disidentes son pocas y marginadas. Los medios parecen casi todos alineados con Biden y Von der Leyen, en una propaganda que podría convertirse en un boomerang en un futuro cercano.

Increíblemente, es la China comunista, a la que los miopes políticos italianos no la ven como un factor fundamental en el contexto actual, la que propone un plan de paz de 12 puntos que apuesta por el diálogo y la negociación como única salida a la crisis.

Esta propuesta parece muy equilibrada y debe desarrollarse en términos más generales, junto con los demás Estados. El punto 8 es particularmente importante: no se deben usar armas nucleares y no se deben librar guerras nucleares. Se debe resistir la amenaza o el uso de armas nucleares.

Se debe prevenir la proliferación nuclear y evitar la crisis nuclear. el secretario general de la Alianza Atlántica, Jens Stoltenberg, en una conferencia de prensa en Tallin, dijo que “China no tiene credibilidad porque nunca condenó la invasión de Rusia y firmó, un tiempo antes de la invasion rusa, un acuerdo de asociación ilimitada con Moscú” Estados Unidos ni siquiera ha considerado el plan chino. De hecho, CNN informa que EE. UU. tiene información de que China suministrará a Rusia drones y municiones.

Es, por tanto, extremadamente difícil vislumbrar, humanamente hablando, una solución pacífica. Por lo tanto, “todo verdadero católico debe recordar, sobre todas las cosas, que, en toda circunstancia, debe promover el Bien social y económico de la patria y particularmente el del pueblo” con todo su poder, según las máximas de la civilización netamente cristiana y para “defender juntos los supremos intereses de la Iglesia que son los de la religión y la justicia” (San Pío X, Encíclica “Firme Propósito” a los obispos de Italia, 11/ 06/1905).

Fonte: Geopolitika.ru – sito di Alexandr Dugin

 

Articolo in versione un po’ differente su Arianna Editrice:

Gli anni di guerra sono 9 e non 1: un errore rigettare la proposta di pace della Cina

di Matteo Castagna – 26/02/2023

Gli anni di guerra sono 9 e non 1: un errore rigettare la proposta di pace della Cina

Fonte: Matteo Castagna

All’ultima seduta dell’ONU, il Ministro degli Esteri ucraino ha chiesto un minuto di silenzio in memoria delle vittime dell’aggressione russa del suo Paese. A stretto giro, gli ha risposto il rappresentante permanente all’ONU della Russia, Nebenzya: “vi chiediamo di onorare la memoria di tutte le vittime in Ucraina, dal 2014 in avanti!”. La memoria corta è, infatti, uno dei principali vizi della propaganda, che si contrappone, sempre, alla verità storica.
Gli anni di guerra sono 9 e non 1.
Un anno fa, dopo aver riconosciuto ufficialmente le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, la Federazione Russa diede il via ad un’ operazione militare speciale per salvaguardare la popolazione del Donbass, che l’Ucraina attaccava da oltre otto anni e impedire all’esercito ucraino di costituire una minaccia per la sicurezza della Russia. Putin chiedeva colloqui con l’Occidente per delineare un piano di sicurezza europeo, rifiutato ad ottobre e dicembre 2021. Intendeva proporre di negare la richiesta di Kiev di entrare nella NATO, di bloccare la richiesta di Kiev di tornare ad avere armi nucleari, di porre fine al massiccio bombardamento della linea di contatto in Donbass. All’operazione speciale, l’Occidente rispose con una serie di misure e dichiarazioni già preparate: condanne, sanzioni, aiuti militari all’Ucraina.
L’Occidente ha gettato la maschera: ha ammesso di avere utilizzato, in questi anni, l’Ucraina e il conflitto in corso in Donbass dal 2014 come un cavallo di Troia in funzione antirussa. Ha ammesso di aver addestrato i soldati e miliziani ucraini. Ha ammesso di aver garantito il rispetto (si fa per dire) degli accordi di Minsk solo per preparare meglio l’Ucraina ad una guerra più grande contro la Russia che l’Occidente voleva già combattere, quasi nove anni fa. Ha dato il via alla più grande campagna russofoba dalla Seconda Guerra Mondiale.
Non serve essere “osservatori speciali” per notare che reali e concreti tentativi diplomatici, da parte della NATO per porre fine a questo conflitto non sono neppure all’orizzonte.
I pacifisti nostrani tacciono e osservano in pantofole i bombardamenti trasmessi nei tg, esponendo fuori dalle sedi del Pd le bandiere ucraine.
La linea assolutamente appiattita sugli Stati Uniti e la liason con Zelensky del premier Giorgia Meloni preoccupano parecchio, sembrano almeno imprudenti, e politicamente inutili perché l’Italia, in tutto questo contesto, conta zero. Nella maggioranza, sono poche e marginalizzate le voci di dissenso. La comunicazione sembra quasi tutta il megafono di Biden e Von der Leyen, in una propaganda che potrebbe rivelarsi un boomerang, nel prossimo futuro, sulla pelle dei popoli europei, già col conto corrente alleggerito dall’inflazione e dall’aumento del costo della vita.
Incredibilmente, è la Cina comunista, che politici italiani miopi, nani e ballerine non guardano, colpevolmente, come attore fondamentale nell’attuale situazione, a proporre un piano di pace,  in 12 punti, che mette al centro il dialogo e i negoziati come unica via d’uscita dalla crisi. La proposta appare molto equilibrata e da sviluppare nei contenuti più generici, assieme agli altri Stati. Particolarmente importante il punto 8: le armi nucleari non devono essere utilizzate e le guerre nucleari non devono essere combattute. La minaccia o l’uso di armi nucleari dovrebbe essere contrastata. La proliferazione nucleare deve essere prevenuta e la crisi nucleare evitata. il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, in una conferenza stampa a Tallin ha detto che «la Cina non ha credibilità perché non ha mai condannato l’invasione della Russia e ha firmato qualche tempo prima dell’invasione russa un accordo per una partnership senza limiti con Mosca». Gli USA non hanno preso neppure in considerazione il piano cinese, sottovalutando la più grande superpotenza economica e nucleare del mondo. Anzi, la CNN informa che gli USA hanno informazioni per cui la Cina fornirà alla Russia droni e munizioni.
E’, perciò, estremamente difficile, intravvedere, umanamente, una soluzione pacifica. Occorre prepararsi ad una guerra dagli esiti incerti. In questi momenti difficili torna in mente la saggia frase di Fedor Dostoevskji, secondo il quale “il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive”. Ovvero, quello che la società fluida vorrebbe far dimenticare.

 

L’Impero europeo

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QUINTA COLONNA

di Giorgio Agamben

Fonte: Quodlibet

Milosz ha osservato una volta che la condizione degli scrittori dell’«altra Europa» (così chiama la Mitteleuropa) era «appena immaginabile» per i cittadini degli stati dell’Europa occidentale. Parte di questa eterogeneità veniva dalla mancanza di stati nazionali e dalla presenza in loro luogo, per secoli fino alla fine della Prima guerra mondiale, dell’Impero asburgico. Per noi che siamo nati in uno stato nazionale e non distinguiamo l’essere italiano dall’essere cittadino italiano, non è facile immaginare una situazione in cui essere italiano, ungherese, ceco o ruteno non significava un’identità statuale. Il rapporto col luogo e con la lingua dei cittadini per i cittadini dell’impero era certamente diverso e più intenso, libero com’era da ogni implicazione giuridica e da ogni connotazione nazionale. L’esistenza di una realtà come l’impero asburgico era possibile solo su questa base.
È bene non dimenticarlo quando vediamo oggi che l’Europa, che si è costituita come un patto fra stati nazionali, non solo non ha né ha mai avuto alcuna realtà al di fuori della moneta e dell’economia, ma è oggi ridotta a un fantasma, di fatto integralmente assoggettato agli interessi militari di una potenza ed essa estranea. Tempo fa, riprendendo un suggerimento di Alexandre Kojève, avevamo proposto la costituzione di un «impero latino», che avrebbe unito economicamente e politicamente le tre grandi nazioni latine (insieme alla Francia, la Spagna e l’Italia) in accordo con la Chiesa cattolica e aperta ai paesi del mediterraneo. Indipendentemente dal fatto che una tale proposta sia o meno tuttora attuale, vorremmo oggi portare all’attenzione degli interessati che se si vuole che qualcosa come l’Europa acquisisca una realtà politica autonoma, ciò sarà possibile solo attraverso la creazione di un’Impero europeo simile a quello austro-ungarico o all’Imperium che Dante nel De monarchia concepiva come il principio unitario che doveva ordinare come «un ultimo fine» i regni particolari verso la pace. È possibile, cioè, che, nella situazione estrema in cui ci troviamo, proprio modelli politici che sono considerati del tutto obsoleti possano ritrovare un’inaspettata attualità. Ma per questo occorrerebbe che i cittadini degli stati nazionali europei ritrovassero un legame con i propri luoghi e con le proprie tradizioni culturali abbastanza forte da poter deporre senza riserve le cittadinanze statuali e sostituirle con un’unica cittadinanza europea, che fosse incarnata non in un parlamento e in commissioni, ma in un potere simbolico in qualche modo simile al Sacro Romano Impero. Il problema se un tale Impero europeo sia o meno possibile non c’interessa né corrisponde ai nostri ideali: nondimeno esso acquisisce un significato particolare se si prende coscienza che l’attuale comunità europea non ha oggi alcuna reale consistenza politica e si è anzi trasformata, come tutti gli stati che ne fanno parte, in un organismo malato che corre più o meno consapevolmente verso la propria autodistruzione.

Il mondo multipolare, vero incubo dell’élite di potere statunitense

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di Luciano Lago

L’ingerenza degli Stati Uniti e della NATO nell’Asia si va sviluppando in forma sempre più manifesta e pressante.

Washington, come una piovra, penetra nel sistema di sicurezza dell’Asia con i suoi tentacoli. La denuncia di questa ingerenza USA è stata sollevata nel corso di una un’intervista con il capo del dipartimento diplomatico russo, Sergei Lavrov.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov , in una conversazione con Dmitry Kiselev, amministratore delegato del gruppo di media internazionali Russia Today (censurato in Occidente), ha evidenziato uno dei problemi più urgenti nelle relazioni internazionali: il crescente coinvolgimento dei paesi occidentali nel sistema di sicurezza asiatico. Lo stesso segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, lo scorso 30 gennaio, durante una visita in Corea del Sud, ha affermato che “l’intensificarsi dei legami” con i Paesi della regione indo-pacifica è una prospettiva auspicabile e uno dei principali obiettivi dell’Alleanza. Risulta che il blocco occidentale guidato dal suo braccio militare, la NATO, stia insistentemente cercando una sponda in Asia e nella regione Indo Pacifico, per poter estendere il proprio controllo militare con l’obiettivo di contenere e mantenere sotto controllo le vie di collegamento strategiche della Repubblica Popolare Cinese.

Nonostante l’attività bellica di supporto all’Ucraina ed il coinvolgimento della NATO nel conflitto con la Russia, la volontà dell’egemone di estendere il proprio controllo militare sembra non abbia limiti e si voglia proiettare in tutto il pianeta.

La NATO non intende limitarsi all’area euro atlantica ma vuole proiettarsi verso l’Asia e l’Indo Pacifico nel suo costante sforzo di contenere la presunta minaccia della Cina. Quella della Cina come minaccia per l’Occidente non è una storia nuova, visto che è stata descritta come tale la scorsa estate nel documento descritto come “il Nuovo Concetto strategico della NATO 2022 ”.

In tale documento si sostiene che che la Cina usa la sua leva economica per creare dipendenze strategiche e aumentare la sua influenza. Oltre alla guerra commerciale a tutto campo, i paesi della NATO guidati dagli Stati Uniti conducono regolari esercitazioni tattiche e navali nella regione, come il “Super Garuda Shield” indonesiano, il più grande dal 2009, o esercitazioni congiunte USA-Canada nel Mar Cinese Meridionale.

Delegati statunitensi, fra cui l’influente vicesegretario di Stato, Victoria Nuland, si sono recati in visita in Nepal, ai confini della Cina, per cercare di influenzare questo paese con l’obiettivo di far allentare i legami con Pechino e proporre una forma di cooperazione ed alleanza con gli USA.

Instancabile è poi l’attività di informazione e propaganda mediatica su vasta scala: vengono regolarmente pubblicati articoli scientifici e giornalistici con il leitmotiv della “minaccia cinese”. Foreign Affairs, una delle maggiori riviste americane di studi internazionali, ha fatto di Xi Jinping e del sistema ideologico cinese i temi principali del numero di novembre/dicembre 2022. La frase di Mao Zedong è ben nota in tutto il mondo: “Il popolo cinese si è alzato in piedi”. Tanto che la NATO è entrata in allarme per il pericolo di una espansione del gigante cinese che possa mettere nell’angolo la presenza occidentale nel grande continente asiatico.

Per non parlare delle pressioni diplomatiche ed i ricatti economici che Washington sta esercitando sull’India per convincere questo grande paese asiatico a sostenere la campagna di sanzioni contro la Russia. Tutto però è stato inutile e l’India ha riaffermato e consolidato la sua partnership con la Russia di Putin.

In prospettiva non soltanto l’espansione della potenza cinese è una minaccia per l’egemonia USA ma il più grave pericolo è costituito dal diffondersi del multipolarismo e dagli equivalenti legami multilaterali, di cui Pechino è il centro di riferimento per molti paesi. Per contrastare tale pericolo si è costituito il partenariato strategico NATO-UE che deve affrontare le sfide sistemiche alla sicurezza euro-atlantica, che, come dichiara la NATO, oltre alla Russia, sono create dalla Cina.

Non è un mistero che Washington ha visto con molta preoccupazione l’incremento di cooperazione economica fra la UE e la Cina che ha fatto diventare quest’ultima il principale partner della UE mentre gli Stati Uniti sono di conseguenza passati al secondo posto, secondo Eurostat. Questa è considerata da Washington una sfida non soltanto economica ma anche una minaccia alla sicurezza euro-atlantica.

La perdita dell ‘”esclusività” americana e del ruolo dominante degli Stati Uniti è un vero incubo per la NATO, che sta cercando con tutte le sue forze di contenere l’influenza cinese nei paesi del continente asiatico e non soltanto in quello.

Di contro la Cina è riuscita in questi anni a tessere la sua tela ed a coinvolgere nella sua Belton Road di sviluppo e di cooperazione oltre 150 paesi. Con molti di questi la cooperazione non si limita all’ambito economico ma si estende anche ai settori dell’energia, delle sviluppo tecnologico e dell’ambito militare.

Questa competizione con gli Stati Uniti è considerata essenziale dalle autorità di Pechino che sono impegnate a creare una rete di protezione per evitare le trappole e i ricatti che costantemente le vengono tesi dagli incaricati di Washington.

D’altra parte il gruppo di potere che dirige la politica USA è ben convinto che il vero competitor degli Stati Uniti è la Cina e che quest’ultima si sta avvantaggiando del prolungarsi del conflitto in Ucraina che vede impegnati gli USA e la Russia, con la Cina in una posizione attendista.

Entra in gioco l’enigma cinese che vede nella questione ucraina un’opportunità non solo per aumentare la propria influenza nel sistema internazionale, ma anche per avvicinarsi a una posizione di leadership.

Per quanto non coinvolta nel conflitto, Pechino ha già deciso che assumerà la posizione secondo cui all’Occidente non dovrebbe essere permesso di mettere in ginocchio la Russia o sforzarsi di esaurirla. Per questo motivo la Cina non assisterà passivamente ad una possibile vittoria degli USA e della NATO in Ucraina perchè da questa Washington rafforzerebbe la sua leadership che oggi è fortemente messa in discussione.

Una cosa è certa: a prescindere dall’esito del confronto, il mondo unipolare a guida USA si avvicina al suo definitivo tramonto che piaccia o no agli strateghi della Casa Bianca.

Foto: Idee&Azione

5 febbraio 2023

Fonte: https://www.ideeazione.com/il-mondo-multipolare-vero-incubo-dellelite-di-potere-statunitense/

Un anno di guerra in Ucraina: il bilancio dalla prima alla quarta fase (“trasformativa”)

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di Roberto Buffagni

Fonte: L’Antidiplomatico

In questo scritto ripercorro, con la massima brevità e chiarezza, il percorso e le dinamiche strategiche che hanno condotto alla presente quarta fase della guerra in Ucraina, una fase che ritengo trasformativa. Non inserisco note tranne una, relativa a un significativo studio della RAND Corp., pubblicato mentre elaboravo questo testo, a fine gennaio 2023. Chi desidera informarsi sulle mie analisi precedenti, e trovare la documentazione dei fatti e delle interpretazioni a cui qui mi riferisco, può visitare i siti italiaeilmondo.com e l’antidiplomatico.it, inserendo nella funzione di ricerca il mio nome e la parola “Ucraina”, e/o le altre parole chiave presenti nel testo.
Ringrazio sentitamente il generale Marco Bertolini, lo storico Giacomo Gabellini, e il responsabile del sito italiaeilmondo.com Giuseppe Germinario, che mi hanno usato la bontà di leggere in bozza questo testo e consigliarmi. Ovviamente è solo mia la responsabilità dei difetti e dei limiti dell’articolo.

Eziologia della guerra in Ucraina. Natura e scopi della guerra dai punti di vista russo e occidentale.
Sull’eziologia della guerra in Ucraina condivido l’interpretazione storica del prof. John Mearsheimer. È la conseguenza dell’espansione a Est della NATO, e della volontà statunitense di creare un bastione militare occidentale alla frontiera russa, integrando l’Ucraina nella NATO: una strategia che la Federazione russa ha dichiarato assolutamente inaccettabile sin dal Summit NATO di Bucarest 2008 in cui venne annunciata l’intenzione di integrare nell’Alleanza Atlantica Georgia e Ucraina.
Negli anni tra il 2008 e il 2022, gli USA integrano gradualmente l’Ucraina nella NATO, sebbene de facto e non de jure. Nel 2014 danno impulso alla destabilizzazione del governo in carica e all’insediamento di un governo ucraino a loro favorevole, e negli anni seguenti portano a livello di preparazione e armamento NATO le FFAA ucraine. Nel 2014 la Federazione russa si annette la Crimea, senza conflitto militare. Il 2021 vede una significativa accelerazione del processo di integrazione de facto dell’Ucraina nella NATO: importanti forniture di armamenti, grandi esercitazioni militari in comune, e nel novembre 2022 rinnovo della convenzione bilaterale USA – Ucraina che ribadisce la comune intenzione di integrare l’Ucraina nella NATO anche de jure.
Secondo questa interpretazione eziologica, dal punto di vista russo la guerra in Ucraina è una guerra preventiva in difesa di interessi vitali russi, e non una guerra imperialistica di annessione/conquista che, se coronata da successo, può preludere a ulteriori espansioni territoriali russe in Europa. Quest’ultima è invece la definizione della natura e degli scopi dell’intervento russo adottata dagli Stati occidentali.

Prima fase della guerra (dal 24 febbraio alla primavera 2022). Escalation militare russa: invasione dell’Ucraina. Escalation politica occidentale: rifiuto di ogni trattativa diplomatica.
Nel dicembre 2022 la Federazione russa, che nei mesi precedenti ha schierato alla frontiera ucraina un contingente militare pronto all’intervento, propone agli USA una soluzione diplomatica, nell’insolita forma di bozza di trattato resa pubblica. Le principali richieste russe sono, in sostanza: Ucraina neutrale e applicazione effettuale degli accordi di Minsk per la tutela delle popolazioni russofone del Donbass, dove dal 2014 è in corso una guerra civile appoggiata ufficiosamente dai governi ucraino e russo. Gli Stati Uniti non rispondono alla proposta in forma ritenuta soddisfacente dai russi (rinviano, traccheggiano, ricorrono alla “strategic ambiguity”).
Il 24 febbraio 2022 la Federazione russa interviene militarmente in Ucraina. Non è possibile sapere con certezza perché abbia scelto proprio questo momento. Forse – ma è solo una mia inferenza logica – perché in base alle informazioni in suo possesso, la Federazione russa ritiene che l’esercito ucraino stia per intervenire in forze contro le milizie del Donbass, schierando poi il grosso delle truppe nelle postazioni difensive fortificate ivi costruite nel corso degli anni, in modo da prevenire il possibile intervento militare russo e renderlo molto più difficile, costoso, incerto.
I russi intervengono con un contingente militare di circa 180-200.000 uomini, in condizioni di inferiorità numerica di 3:1 circa rispetto all’esercito ucraino, sebbene i manuali tattici prescrivano una proporzione inversa attaccanti/difensori (almeno 3:1 a favore dell’attaccante, per compensare il vantaggio della difesa). Sviluppano attacchi su cinque direttrici, sia al Sudest, sia al Nordovest dell’Ucraina. Gli attacchi nel Nordovest sono attacchi secondari, un’ampia manovra diversiva volta a fissare truppe ucraine a difesa di Kiev e degli altri centri interessati dalla manovra, per modellare il campo di battaglia nel Sudest, nel Donbass, dove si dirigono gli attacchi principali. Così interpretando la manovra russa aderisco all’articolata interpretazione che ne ha dato “Marinus”, probabilmente pseudonimo del Ten. Gen. (a riposo) Paul Van Riper, Corpo dei Marines, nello studio pubblicato sui numeri di giugno e agosto 2022 della “Marine Corps Gazette”, che ho tradotto in italiano, commentato e pubblicato sui siti citati in apertura.
Nel giro di tre-quattro settimane la manovra diversiva russa ha successo. A fine marzo, le truppe russe che hanno sviluppato gli attacchi secondari nel Nordovest si ritirano, mentre il grosso delle forze russe si schiera in quasi tutto il Donbass, infliggendo pesanti perdite anzitutto materiali all’esercito ucraino grazie alla netta superiorità nella potenza di fuoco d’artiglieria e missilistico. L’azione militare russa evita accuratamente di coinvolgere i civili, non tocca le infrastrutture a doppio uso civile e militare (es., la rete elettrica) e si configura insomma come “diplomazia armata”: i russi tentano di ottenere, con una moderata pressione militare, gli obiettivi che non hanno raggiunto con la pluriennale, crescente pressione diplomatica.
Fino alla fine di marzo 2022 pare che la “diplomazia armata” russa possa avere successo: tra il 24 febbraio e la fine di marzo si tengono sette incontri diplomatici tra Russia e Ucraina, e a fine marzo il presidente Zelensky dichiara ufficialmente a media russi indipendenti di essere pronto a trattare la neutralità dell’Ucraina e la soluzione del problema delle popolazioni russofone del Donbass.

Prima escalation politica occidentale
Ma il 7 aprile 2022 il Premier britannico Boris Johnson fa visita al presidente ucraino Zelensky, e dichiara ufficialmente che “L’Ucraina ha rovesciato i pronostici [“defied the odds”] e ha respinto le forze russe alle porte di Kiev, realizzando il più grande fatto d’armi del 21° secolo “. Da quel momento in poi, cessa ogni rapporto diplomatico tra Ucraina e Federazione russa.
L’interpretazione conforme la quale la piccola Ucraina ha sconfitto sul campo la grande Russia si fonda su una lettura delle prime settimane di guerra radicalmente diversa da quella che ho proposto più sopra. Secondo questa interpretazione, obiettivo russo sarebbe stato la presa di Kiev e il “regime change”, il rovesciamento del governo ucraino e la sua sostituzione con un governo fantoccio favorevole alla Russia, e gli attacchi nel Nordovest sarebbero attacchi principali falliti, non attacchi secondari nel quadro di un’ampia manovra diversiva. È una interpretazione possibile, che se rispondente al vero denuncia una grave inadeguatezza militare e politica della Federazione russa: impossibile raggiungere obiettivi tanto ambiziosi con un dispiegamento di forze così ridotto e una così bassa intensità del conflitto.
Su questa interpretazione dei fatti militari, errata o corretta, in buonafede o strumentale che sia, fanno leva le fazioni più oltranziste nel campo occidentale e nel governo ucraino. Si cristallizza in Occidente la certezza ufficiale che sia possibile infliggere una sconfitta militare decisiva alla Russia, e che sia dunque realistico proporsi obiettivi strategici massimalisti, quali il dissanguamento della Russia e la sua destabilizzazione politica per mezzo sia della pressione militare, sia delle sanzioni economiche, sia dell’attivazione delle forze centrifughe. Obiettivo finale, l’espulsione della Russia dal novero delle grandi potenze, l’insediamento di un governo favorevole all’Occidente, eventualmente la frammentazione politica della Federazione russa.
Questi obiettivi massimalisti vengono rivendicati ufficialmente il 24 aprile dai Segretari alla Difesa e di Stato USA. I paesi europei e NATO, tranne la Turchia e l’Ungheria, si allineano senza fiatare e votano con maggioranze parlamentari schiaccianti durissime sanzioni economiche alla Russia e l’invio di armi all’Ucraina. Le storicamente neutrali Svezia e Finlandia annunciano la loro intenzione di chiedere l’adesione alla NATO.

La “diplomazia armata” russa è fallita.
Seconda fase della guerra (primavera – metà estate 2022). Conquista russa del Donbass. La condizione di possibilità di una vittoria ucraina.
Prosegue con successo la conquista russa del Donbass, con scontri urbani molto violenti, casa per casa, a Mariupol e altrove. Le truppe russe impegnate sulla linea di contatto col nemico sono principalmente le milizie del Donbass, le formazioni di volontari ceceni, e il gruppo Wagner. Le formazioni dell’esercito regolare russo agiscono anzitutto (non solo) in appoggio, con l’artiglieria, i missili e il comando operativo. L’azione militare russa continua a non interessare le infrastrutture a doppio uso, militare e civile, dell’Ucraina.
Il rapporto tra le perdite ucraine e le perdite russe è nettamente sfavorevole agli ucraini, sia per la superiorità della potenza di fuoco russa, sia perché le operazioni militari ucraine sono fortemente influenzate dalla necessità di giustificare, presso i governi e le opinioni pubbliche occidentali, il colossale e quasi unanime sostegno politico e finanziario all’Ucraina, che ha gravi ricadute politico-economiche sui paesi europei, anzitutto la Germania che si vede esclusa dalla fornitura di energia russa a basso prezzo sulla quale basa le sue fortune economiche da decenni.
In sintesi gli ucraini sono costretti a “vendere” con i risultati sul campo, con una inflessibile resistenza e una costante aggressività, la sostenibilità politica dell’indispensabile appoggio occidentale: deve essere e restare plausibile la prospettiva di una futura vittoria militare dell’Ucraina sulla Russia.
Ovviamente la valorosa resistenza ucraina non va ascritta a ciò soltanto: per un’ampia quota della popolazione, il conflitto con la Russia è divenuto una guerra di liberazione nazionale, che si integra con una guerra civile e con una guerra per procura tra Russia e Stati Uniti d’America – NATO.

La condizione di possibilità di una vittoria militare ucraina
La condizione di possibilità una vittoria militare decisiva dell’Ucraina sulla Russia, però, si fonda su un presupposto.
È il presupposto che fa da principio ordinatore della strategia di deterrenza du faible au fort elaborata dal gen. Gallois in vista della creazione della force de frappe nucleare francese: rendere sfavorevole, per il fort (la potenza più forte), il rapporto costi/benefici della vittoria sul faible (la potenza più debole). Impiegando a fondo le sue maggiori risorse, la grande potenza nucleare che aggredisse la Francia potrebbe senz’altro distruggerla totalmente, ma l’attivazione della force de frappe nucleare del faible infliggerebbe comunque al fort danni politicamente inaccettabili.
In parole povere ma chiare: per vincere, la potenza più debole deve fare in modo che per la potenza più forte, il gioco della vittoria non valga la candela di una guerra a oltranza. L’Ucraina è il faible, la Russia il fort.
Anche con l’aiuto occidentale, le risorse strategiche ucraine (popolazione, potenza latente economica, potenza manifesta militare, truppe mobilitate e mobilitabili, profondità strategica) restano di interi ordini di grandezza inferiori alle risorse strategiche russe, perché la Russia ha 145 MLN di abitanti, può mobilitare un massimo di 25 MLN di uomini, ha enormi risorse naturali e la capacità di trasformarle, un’ampia base industriale militare, e una profondità strategica di 11 fusi orari. (“Profondità strategica” è lo spazio amico entro il quale un esercito attaccato e respinto può ripiegare, riorganizzarsi, passare al contrattacco, come fecero appunto i sovietici dopo la devastante serie di sfondamenti della Wehrmacht all’esordio dell’Operazione Barbarossa, quando i sovietici trasferirono oltre la catena degli Urali milioni di uomini e numerose industrie strategiche situate nella Russia europea, e fecero affluire verso il fronte i reparti militari di stanza in Oriente, integrandoli con i reparti sfuggiti agli accerchiamenti tedeschi).
Ripeto: una potenza nettamente più debole può vincere contro una potenza nettamente più forte solo se rende il rapporto costi/benefici della vittoria sfavorevole per la potenza nemica. È una vittoria a caro prezzo (guerra del Vietnam: caduti USA 58.000, caduti Vietnam 849.000 + 300-500.000 dispersi, stime governative) ma è una vittoria possibile.
È così che Vietnam e Afghanistan hanno vinto contro USA e URSS, che disponevano entrambe di risorse strategiche di gran lunga superiori. Se le due potenze maggiori avessero deciso di impegnare a fondo le loro risorse strategiche, Vietnam e Afghanistan non avrebbero potuto evitare una sconfitta totale. USA e URSS non lo hanno fatto perché lo hanno ritenuto politicamente insostenibile: perdite troppo elevate, impegno politico, economico e militare a lunga scadenza inaccettabile, crescente opposizione interna alla guerra, etc. In sintesi USA e URSS hanno deciso di perdere perché hanno valutato che per loro, il rapporto costi/benefici della sconfitta fosse più vantaggioso del rapporto costi/benefici della vittoria.

La posta in gioco per la Russia
Ma gli obiettivi strategici dichiarati ufficialmente dal governo USA e rilanciati da NATO e paesi europei sono obiettivi massimalisti: dissanguamento e permanente indebolimento della potenza economica e militare russa, destabilizzazione del governo, attivazione delle forze centrifughe interne alla Federazione russa, espulsione della Russia dal novero delle grandi potenze, possibile sua frammentazione politica. Particolarmente temibile, per la Russia che si è formata storicamente come impero multietnico, multinazionale, multireligioso, la possibilità di un’attivazione delle forze centrifughe etniche, religiose, nazionali, in uno scenario analogo allo jugoslavo degli anni Novanta.
Gli obiettivi dichiarati dall’Occidente configurano insomma una minaccia esistenziale per il governo, lo Stato, la società e le nazioni russe. I dirigenti russi dunque si persuadono che nella guerra ucraina sia in gioco la posta assoluta, sono disposti letteralmente a tutto per vincerla, e lo dicono ripetutamente in forma ufficiale. Saranno dunque disposti, anzi costretti a impiegare a fondo tutte le risorse strategiche russe per vincere la guerra: per vincere l’Ucraina, ed eventualmente, se si arrivasse a un conflitto diretto, anche la NATO.
Viene così a cadere la condizione di possibilità di una futura vittoria ucraina: che per la Russia il gioco della vittoria sull’Ucraina non valga la candela della guerra a oltranza. Per vincere la Russia, l’Ucraina e i suoi alleati occidentali devono ottenere la vittoria decisiva su una Federazione russa disposta o meglio obbligata ad impegnare a fondo, per tutto il tempo necessario, tutte le sue risorse strategiche: in sintesi, farla capitolare.
Al contempo gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali, impegnandosi pubblicamente a raggiungere obiettivi massimalistici, si chiudono lo spazio di manovra diplomatica e fanno salire fino al cielo la posta politica in gioco per le loro classi dirigenti, che rischiano di essere spazzate via da una sconfitta; malgrado che un esito sfavorevole della guerra non danneggi, in quanto tale, gli interessi vitali delle loro nazioni, nessuna delle quali rischia la destabilizzazione o peggio in seguito a una sconfitta ucraina.
L’unica nazione del campo occidentale che rischia tutto è l’Ucraina, che da una prosecuzione della guerra a oltranza e da una probabile sconfitta può attendersi solo terribili sciagure.

Terza fase della guerra (fine estate – autunno 2022). Successo della controffensiva ucraina. Escalation politica russa: annessione di quattro oblast del Donbass. Escalation militare russa: bombardamento degli obiettivi a doppio uso militare e civile. Guerra di manovra e guerra d’attrito.
Le forze russe si attestano nel Donbass, occupando quasi il 20% dell’intero territorio ucraino e schierandosi su un fronte di 1.500 km circa. Il dispositivo militare ucraino si riorganizza, amplia la mobilitazione richiamando i riservisti ed estendendo la coscrizione obbligatoria fino ai 60 anni, viene rifornito di nuovi armamenti occidentali (in larga misura equipaggiamenti ex – sovietici) in sostituzione di quelli distrutti nelle fasi precedenti del conflitto, viene innervato da un più vasto e intenso coinvolgimento di personale di comando NATO e da una più capillare strutturazione delle funzioni ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), e nel settembre 2022 sferra una controffensiva in forze con direttrice principale su Kharkiv.
La controffensiva ucraina ha successo. I russi devono arretrare su tutto il fronte, ripiegando più o meno ordinatamente. Motivo: la coperta russa è troppo corta. I reparti russi hanno conquistato vasti territori che non sono in grado di tenere con l’esiguo numero di truppe impegnate nella “operazione militare speciale”. Essi dunque devono resistere ripiegando il più ordinatamente possibile, accorciare il fronte, ridurre i territori da difendere e fortificarli per attestarvisi, riconfigurare il dispositivo militare e rinforzarlo.
La Russia si adatta alla nuova realtà sul terreno. Viene nominato un comandante generale delle operazioni in Ucraina, il gen. Surovikin. Il governo propone alla Duma, che la vota all’unanimità, la mobilitazione parziale di 300.000 riservisti. Vengono mobilitate anche le industrie militari, che lavoreranno su tre turni di otto ore.

Escalation politica russa: annessione dei quattro oblast del Donbass
Il governo propone alla Duma, che nell’ottobre la vota all’unanimità, l’annessione di quattro oblast del Donbass: le regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhya e Kherson, previo plebiscito organizzato dalle autorità di occupazione russe.
È la più decisiva escalation politica di tutta la guerra, perché con essa la Russia si brucia le navi alle spalle e annuncia implicitamente la propria ferma volontà di impegnare a oltranza tutte le proprie risorse strategiche per ottenere la vittoria sull’Ucraina e sui suoi alleati. Per far recedere la Russia dall’annessione, riconsegnando all’Ucraina territori che per la Federazione russa sono formalmente divenuti territorio nazionale, l’Ucraina e i suoi alleati dovrebbero infliggere una sconfitta decisiva a tutta la Federazione russa, e farla capitolare.

Escalation militare russa. Bombardamento degli obiettivi a doppio uso militare e civile
Riconfigurato il dispositivo militare intorno all’unità di comando e consolidato il fronte, mentre si svolge tra varie difficoltà la mobilitazione dei riservisti (è la prima mobilitazione da ottant’anni e l’apparato amministrativo e logistico russo non è pronto; centinaia di migliaia di russi varcano le frontiere per evitare il richiamo) il comandante generale Surovikin decide l’escalation militare. Per la prima volta vengono interessati da una serie incessante di fitti bombardamenti missilistici gli obiettivi a doppio uso, civile e militare, in particolare la rete elettrica ucraina ma in generale le infrastrutture quali ferrovie, fabbriche, depositi di materiale militare e civile, etc. La Russia non prende di mira i civili, ma bersagliando le infrastrutture a doppio uso provoca gravi disagi alla popolazione, compromette il normale svolgimento della vita quotidiana, e ovviamente provoca “danni collaterali”, vittime civili colpite per errore dai suoi missili e dal fuoco contraereo ucraino.
Il gen. Surovikin prende anche la decisione, politicamente difficile e impopolare ma corretta, di abbandonare Kherson, importante centro testé formalmente annesso al territorio nazionale russo, e di far ripiegare le truppe che la occupano sulla sponda meridionale del fiume Dnepr. La decisione operativa consente di non sprecare forze per prevenire una controffensiva in un punto delicato, concentrando invece gli sforzi nel Donbass. Ne conseguiranno vantaggiosi risultati concreti sul campo di battaglia.

Guerra di manovra, guerra d’attrito. L’ esempio storico dell’Operazione Barbarossa
La “guerra di manovra”, in tedesco Bewegungskrieg, “guerra di movimento”, è l’opposto simmetrico della “guerra d’attrito”, Stellungskrieg, “guerra di posizione”. Ogni guerra combina, in percentuali diverse, manovra e attrito. La guerra d’attrito punta a logorare gradualmente le capacità di combattimento del nemico con l’applicazione prolungata e costante di una forza superiore; la guerra di manovra punta a distruggere rapidamente le capacità di combattimento del nemico trovando o creando, e sfruttando abilmente, lo Schwerpunkt, il punto decisivo vitale e debolmente difeso dello schieramento nemico, contro il quale sferrare un rapido, determinante attacco in forze.  Il vantaggio della manovra sull’attrito sembra ovvio: la manovra offre la possibilità di una vittoria rapida e decisiva, ma minaccia anche la possibilità di una sconfitta altrettanto rapida e decisiva, perché attaccare è sempre rischioso e il nemico può sempre dire la sua. Come sottolinea Clausewitz, non esiste la “scienza della vittoria”, e la logica che governa la guerra non è lineare ma paradossale, come illustra il detto romano “si vis pacem para bellum”. La guerra di manovra viene privilegiata degli eserciti che scontano un evidente svantaggio nella guerra d’attrito: eserciti meno numerosi, con capacità materiali o logistiche inferiori a quelle del nemico.
In questa fase il conflitto ucraino, che nelle due fasi precedenti ha visto una combinazione di manovra e attrito, si stabilizza in forma di guerra d’attrito, il tipo di conflitto dove pesa di più la disparità di risorse strategiche tra i contendenti. Nella guerra d’attrito, infatti, quel che più conta per la vittoria è la rispettiva capacità di generare durevolmente forze umane e materiali. È il campo in cui la Russia ha il maggior vantaggio relativo sull’Ucraina.
Accresce il vantaggio russo il fatto politico essenziale che l’Ucraina dipende in tutto e per tutto dall’appoggio occidentale, e che i dirigenti occidentali devono giustificare presso le opinioni pubbliche e l’elettorato il crescente costo politico-economico di questo appoggio. Dunque gli ucraini sono costretti dalla ragion politica a inviare costantemente truppe, anche insufficienti o impreparate, sulla linea di contatto con i russi, mantenendo vivo il conflitto, rinnovando in Occidente l’ammirazione per la loro capacità di resistenza, e alimentando la persuasione che la vittoria finale ucraina sia possibile.
Dal punto di vista militare, in realtà, agli ucraini converrebbe prendersi una pausa, riorganizzare le riserve, rinforzarle e addestrarle, e risparmiare uomini e mezzi in vista di controffensive future. Una potenza dotata di risorse strategiche nettamente inferiori al nemico, infatti, può sperare di vincerlo soltanto con un’abile, aggressiva e rapida, soprattutto rapida guerra di manovra: in una guerra d’attrito, il tempo lavora per la potenza con le maggiori risorse strategiche.
Furono queste considerazioni fondamentali a dettare la forma in cui si è sviluppata e ordinata la potenza militare prussiana prima e tedesca poi, ossia dei maestri di un’aggressiva e rapida guerra di manovra. Sia la Prussia sia la Germania, infatti, hanno dovuto fare i conti con la propria situazione geopolitica: esposizione su più fronti al centro d’Europa, frontiere indifese da ostacoli naturali, limitate risorse naturali e umane; e hanno tentato di risolvere la difficile equazione mettendo a punto un dispositivo militare altamente preparato a condurre con la massima aggressività e perizia rapide guerre di manovra. Esemplari dei successi dello stile germanico le magistrali Blitzkrieg contro Polonia e Francia nella IIGM.  Esemplare, però, anche il fallimento dell’Operazione Barbarossa. La Germania invade l’URSS, ottiene per sei mesi schiaccianti vittorie ma non riesce a provocare il collasso politico e sociale del nemico, e tocca il limite delle proprie capacità logistiche. L’URSS non capitola, si riorganizza, e comincia a generare forze umane e materiali in misura via via crescente e superiore rispetto alle forze che è in grado di generare la Germania.  Saranno necessari quattro anni di durissimo conflitto, ma il destino della Germania è segnato.
Si noti bene che al tempo dell’Operazione Barbarossa tutti gli Stati Maggiori del mondo, abbagliati dai precedenti, splendidi successi tedeschi, davano per scontata la vittoria della Wehrmacht. Essa però avrebbe potuto verificarsi soltanto se l’URSS fosse collassata in seguito ai primi mesi di devastanti sconfitte. L’Operazione Barbarossa è dunque stata un’azzardata scommessa strategica, in cui la vittoria finale dipendeva interamente dal crollo della coesione politica, militare e sociale del nemico. L’Alto Comando tedesco non ha invece tenuto nella dovuta considerazione sia le risorse strategiche attuali dell’URSS, sia, e soprattutto, la sua capacità di generare nuove forze, maggiori delle proprie, per tutto il tempo necessario a concludere vittoriosamente la guerra.
È lo stesso tipo di errore che hanno commesso gli Alti Comandi occidentali in questo conflitto ucraino.
Essi hanno gravemente sottovalutato le risorse attuali della Russia: da questo errore dell’intelligence militare i continui proclami che la Russia starebbe per terminare le sue scorte di missili, proietti d’artiglieria, etc., rivelatisi via via sempre più grotteschi e difformi dalla realtà; hanno gravemente sottovalutato la sua capacità di generare nuove forze umane e materiali nel breve, e nel medio-lungo periodo: di qui l’errata valutazione dell’impatto delle sanzioni economiche sulla Russia, a torto creduto rapidamente incapacitante; hanno gravemente sottovalutato la coesione politica e sociale della compagine russa, la sua volontà di combattere e di stringersi intorno alla bandiera: di qui gli annunci, via via più ridicoli, di un prossimo rovesciamento del governo russo in seguito al dissenso della popolazione e di decisivi settori della classe dirigente.
Quarta fase trasformativa della guerra (fine autunno 2022 – inverno 2022/23). Due fazioni nei centri direttivi statunitensi: escalation o de-escalation del conflitto? Tre fatti significativi. Stime delle perdite ucraine e russe. Previsioni. La doppia trappola strategica.
Ritengo trasformativa la presente fase della guerra perché soltanto in questa fase viene chiaramente in luce la sua natura di doppia trappola strategica.
Nella quarta fase della guerra si verificano tre fatti significativi.

Sabotaggio del Northstream 2
Nel novembre 2022 un sabotaggio subacqueo rende inutilizzabile il Northstream 2, il gasdotto costruito per trasportare il metano russo in Germania attraverso il Mar Baltico, senza passare per l’Ucraina. L’inchiesta entra subito in stallo, per l’impossibilità politica di individuarne gli autori: infatti la logica del cui prodest suggerisce che responsabili ultimi dell’attentato siano gli Stati Uniti. Probabilmente, l’operazione è frutto di una collaborazione tra Royal Navy britannica e forze speciali polacche. Motivo del sabotaggio: nella classe dirigente tedesca crescono le preoccupazioni per i disastrosi effetti a lunga scadenza (progressiva disindustrializzazione della Germania) della cessazione di forniture d’energia russa a buon mercato. Il sabotaggio del gasdotto è un vero e proprio atto di guerra contro la Germania, volto a intimidirla perché si allinei senza esitazioni alla strategia di contrapposizione frontale alla Russia decisa dagli USA. L’intimidazione ha successo. Intimidita la Germania, l’unico Stato europeo che non aderisca perinde ac cadaver alla linea statunitense è la piccola Ungheria; nella NATO, l’unico Stato con un elevato grado di autonomia politica è la Turchia.

Dichiarazioni pubbliche del gen. Milley, capo dello Stato Maggiore congiunto USA
Nel novembre e di nuovo nel dicembre 2022 il gen. Mark Milley, capo dello Stato Maggiore congiunto statunitense, rilascia irrituali dichiarazioni pubbliche, invitando all’apertura di una trattativa diplomatica con la Russia, e asserendo che “agli ucraini non si può chiedere di più”. Le dichiarazioni irrituali di Milley sono evidente indizio che nei centri decisionali statunitensi confliggono due grandi fazioni: una incentrata nell’establishment bipartisan che dirige la politica estera, favorevole alla prosecuzione a oltranza della guerra in Ucraina ed eventualmente a una sua escalation; e un’altra, incardinata nel Pentagono, favorevole a una de-escalation del conflitto. Il fatto che Milley comunichi pubblicamente le sue posizioni prova che nel dibattito interno all’Amministrazione USA la posizione del Pentagono è minoritaria e teme di restarlo, e che lo scontro tra le due posizioni è molto aspro.
A ulteriore riprova dell’esistenza di questi schieramenti interni alla direzione statunitense, il recentissimo studio pubblicato dalla RAND Corp., Avoiding a Long War: U.S. Policy and the Trajectory of the Russia-Ukraine Conflict[1], [in nota riferimento bibliografico e traduzione italiana dell’abstract] che analizza, dal punto di vista dell’interesse nazionale USA, i costi di un prolungamento della guerra ucraina, raccomanda la de-escalation, e la cauta instaurazione di un processo diplomatico che porti a una conclusione negoziata del conflitto. La RAND Corporation è un importante e prestigioso centro studi che sin dalla sua fondazione fornisce analisi e progetti soprattutto al Pentagono.

Riconfigurazione della struttura di comando russo, annuncio di riforma delle FFAA russe
Nel gennaio 2023, il governo russo riconfigura il comando militare delle operazioni in Ucraina, e annuncia una più generale riforma strutturale delle sue Forze Armate. Il militare russo più alto in grado, generale Gerasimov, Capo di Stato Maggiore delle FFAA russe, viene insignito del comando generale delle operazioni in Ucraina, mentre il gen. Surovikin riprende il suo precedente ruolo di Comandante delle Forze Aerospaziali. Il governo ristabilisce i distretti militari di Mosca e Leningrado, ordina la formazione di un nuovo gruppo d’armate in Carelia, alla frontiera finlandese, e la creazione di dodici nuove divisioni dell’esercito. Annuncia altresì che entro il 2026 aumenterà le dimensioni del suo dispositivo militare in servizio permanente effettivo, portandole a 1,5 MLN di uomini. Nel contempo, i massimi dirigenti russi iniziano a dichiarare pubblicamente che la guerra in corso in Ucraina è, in realtà, una guerra tra Russia e NATO. Queste inedite dichiarazioni pubbliche hanno anche – come sempre in guerra – una valenza propagandistica interna, ma interpretate alla luce delle riforme militari in corso suggeriscono con un elevato grado di plausibilità che i decisori russi si preparano per il caso peggiore, ossia per un intervento diretto delle forze occidentali nel conflitto ucraino.

Prosegue la guerra d’attrito. Stime delle perdite ucraine e russe
Nel frattempo, sul terreno ucraino la guerra d’attrito continua. Continuano gli attacchi missilistici alle infrastrutture ucraine a doppio uso, civile e militare. Il dispositivo militare russo si consolida sulle posizioni difensive occupate e rafforzate dopo il ripiegamento. Continua e si perfeziona l’addestramento dei riservisti richiamati, e la logistica si adegua gradualmente all’arrivo dei rinforzi e alla prosecuzione degli intensi, costanti attacchi missilistici. I reparti russi sferrano attacchi incrementali sulle linee difensive ucraine, con ridotto impiego di truppe e larghissima, prolungata preparazione d’artiglieria, per limitare il più possibile le proprie perdite. Gli ucraini, intrappolati dalla necessità politica di resistere sempre e comunque e appena possibile attaccare, per giustificare il sostegno occidentale, cordone ombelicale della prosecuzione della guerra, non sono in grado di contrattaccare in forze, ma resistono anche oltre i vantaggi militari della resistenza e subiscono gravissime perdite di uomini e di materiali.
È impossibile, finché dura la guerra, avere dati certi delle perdite. Mentre scrivo, a fine gennaio 2023, fonti occidentali quali Strategic Forecasting, un’importante agenzia di intelligence privata che abitualmente collabora con la CIA, parla di più di 300.000 morti ucraini, per un totale di perdite irrecuperabili intorno ai 400.000 uomini. Le più recenti valutazioni occidentali, non ufficiali, delle perdite irrecuperabili russe parlano di 20.000 morti e 30.000 tra dispersi e feriti gravi. Pur con tutte le necessarie cautele, è abbastanza verisimile che il rapporto tra perdite ucraine e perdite russe si situi tra 10:1 e 5:1. Nelle grandi battaglie della IIGM, il rapporto di perdite tra lo sconfitto e il vincitore fu intorno a 1,3 – 1,5: 1. L’esercito ucraino non sembra essere in grado di preparare, nel prossimo futuro, una controffensiva su grande scala: per l’elevatissimo numero di perdite, soprattutto di ufficiali e sottufficiali veterani; per la scarsità di materiale bellico, nonostante i rinnovati invii di armi occidentali; per la crescente disorganizzazione delle strutture di comando militare; per la crescente, progressiva degradazione delle condizioni economiche e sociali dell’intera Ucraina.

Scelte operative dell’Alto Comando russo. Previsioni.
In sintesi, nella quarta fase della guerra comincia a risultare chiaro che il dispositivo militare russo ha raggiunto, o è sul punto di raggiungere, le condizioni necessarie e sufficienti a imprimere al conflitto la direzione voluta dal suo comando militare e politico.
Ovviamente, solo l’Alto Comando russo sa, o saprà, quale sia questa direzione, ma attualmente esso pare in grado di:
proseguire la guerra d’attrito, applicando costantemente sul dispositivo militare ucraino, e sull’intera società ed economia ucraine, la sua forza superiore: così risparmiando la propria risorsa più preziosa, gli uomini. Gli uomini sono la risorsa russa più preziosa dal punto di vista politico, per evidenti ragioni rafforzate dall’approssimarsi delle elezioni presidenziali russe del 2024. Sono la risorsa più preziosa anche dal punto di vista militare, e in special modo lo sono i veterani, che devono addestrare e integrare nei reparti i riservisti richiamati, nessuno dei quali ha esperienza diretta di una guerra a così alta intensità (non ce l’ha nessuno al mondo tranne chi vi ha partecipato, nell’uno o nell’altro schieramento)
passare all’offensiva su grande scala, su una o più direttrici. Prevedibili obiettivi strategici, l’annientamento progressivo della capacità di combattere dell’esercito ucraino; la riconquista delle porzioni territoriali dei quattro oblast annessi alla Russia, e riprese dall’Ucraina in seguito al ripiegamento russo; l’occupazione e l’annessione alla Russia di Odessa e dell’intero territorio della Novorossiya, in modo da escludere l’Ucraina dall’accesso al mare.
Probabilmente, nelle valutazioni dell’Alto Comando russo sono presenti, e non in secondo piano, le previsioni sulla reazione occidentale all’una e all’altra decisione operativa russa. Proseguire la guerra d’attrito consente alle direzioni occidentali di rinviare le decisioni strategico-politiche su escalation o de-escalation, e probabilmente avvantaggia la fazione favorevole alla de-escalation, dandole il tempo di organizzarsi meglio, trovare alleati, diffondere pubblicamente i suoi argomenti. Passare all’offensiva le obbliga a scegliere in tempi brevi, brevissimi se l’offensiva ha presto un chiaro successo. La fazione statunitense favorevole alla de-escalation è tuttora minoritaria: la situazione sul campo la favorisce, ma le manca l’appoggio aperto di almeno uno tra i più importanti alleati europei.
A mio avviso, per la Russia è vantaggioso evitare un’accelerazione del conflitto, sia per i rischi di fallimento e i costi umani sempre associati alle azioni offensive su grande scala, sia per non servire una carta decisiva al “partito della guerra a oltranza” statunitense, che sull’onda dell’emozione potrebbe iniziare una diretta, formale implicazione di forze occidentali nella guerra; per esempio, il varo di una “coalizione dei volonterosi” come proposto nel novembre 2022 a dal gen. (a riposo) David Petraeus, ossia con truppe polacche, rumene, baltiche, etc. che intervengano sotto la propria bandiera, ma non in quanto membri della NATO, in seguito a una richiesta di aiuto militare del governo ucraino: un escamotage giuridico per evitare un aperto conflitto diretto NATO – Russia, che rischierebbe di interessare anche il territorio statunitense.
Quindi, se devo arrischiare una previsione, penso che la Russia continuerà ancora a lungo la guerra d’attrito.

Vittoria decisiva della sola Ucraina. Vittoria decisiva con intervento diretto occidentale. Possibilità e probabilità
In estrema sintesi, a un anno dall’inizio della guerra risulta chiaro che una decisiva vittoria militare ucraina sulla Russia è materialmente impossibile, per quanto possano proseguire, o anche aumentare, nelle forme attuali, gli aiuti occidentali. La situazione può cambiare solo con un diretto coinvolgimento di truppe occidentali.
Comincia però ad albeggiare il dubbio, anche nelle direzioni politico-militari occidentali, che un diretto coinvolgimento di truppe occidentali nella guerra non basti ad assicurare, o almeno a rendere altamente probabile, la vittoria decisiva sulla Russia. Dubbiosi sono soprattutto i militari: per questo la fazione statunitense favorevole alla de-escalation si incardina sul Pentagono. Motivi:
l’attuale dispositivo militare dell’intera NATO, Stati Uniti compresi, non è concepito e preparato per una guerra convenzionale ad alta intensità contro un nemico capace di condurla, come la Russia. Dalla fine della Guerra Fredda, tutte le nazioni NATO hanno fortemente ridotto i loro eserciti, dismesso gran parte delle strutture logistiche militari, indirizzato la struttura e l’addestramento delle loro FFAA, e la produzione delle loro industrie militari, a conflitti di breve durata contro nemici nettamente inferiori, in genere appartenenti al “Grande Sud del mondo”; una decisione tutto sommato ragionevole, finché la NATO non si è contrapposta alla Russia, che in effetti non la minacciava affatto.
La Russia, invece, ha strutturato le sue FFAA e la sua industria militare in vista di una guerra difensiva contro la NATO, come è nella tradizione storica di un paese che da sempre deve fronteggiare e respingere grandi invasioni del suo territorio. Sinora ha privilegiato la difesa di ultima istanza, la triade nucleare, ma come prova la guerra in Ucraina non ha abbandonato la preparazione convenzionale e la sta rafforzando. Essa ha inoltre guadagnato, in settori decisivi come la missilistica e la difesa contraerea, la superiorità relativa rispetto agli Stati Uniti. Per compensare lo svantaggio ci vogliono anni.
Un riarmo occidentale è molto arduo, il suo esito incerto, i tempi lunghi. I finanziamenti, anche massicci, non bastano: il denaro può comprare solo quel che già esiste, e quel che già esiste non basta. Per far esistere quello che manca, è necessario anzitutto determinare politicamente la strategia di sicurezza collettiva della NATO, un processo molto complicato e difficile anche per la frammentazione dei centri decisionali. Se il nemico principale della NATO è la Russia, è indispensabile, come minimo, e giusto per cominciare: costruire un alto numero di cacciabombardieri da impiegare in appoggio alla fanteria, e in grado di sopravvivere alle difese missilistiche russe; costruire le infrastrutture logistiche necessarie a un’ampia proiezione delle forze in caso di crisi, con la relativa pianificazione; varare un grande programma di difesa antiaerea integrata del territorio europeo; varare un vasto programma di reclutamento e addestramento truppe, in specie di ufficiali e sottufficiali. Al riguardo, è bene tenere presente che la rinuncia da parte di tutti i paesi NATO alla coscrizione obbligatoria ha provocato la perdita di ingenti riserve addestrate alle quali far ricorso in caso di necessità. In sostanza, in caso di una guerra che ci coinvolga, prenda tempi lunghi e sconti perdite rilevanti, mobilitazioni come quelle indette da Mosca e dall’Ucraina sono quasi impossibili, per i paesi dell’Europa Occidentale. Segue un lungo eccetera.
Ovviamente, un diretto coinvolgimento occidentale nella guerra impedirebbe agli Stati Uniti di concentrarsi sul contenimento della Cina, rinsalderebbe l’alleanza di quest’ultima con la Russia, esporrebbe gli USA a una possibile guerra su due fronti contro due grandi potenze nucleari, e aumenterebbe progressivamente il rischio che nel conflitto con la Russia facciano capolino le armi atomiche. Quanto più diretto e intenso il conflitto convenzionale tra due grandi potenze nucleari come Russia e USA, tanto più probabile che il contendente che si credesse esposto a una probabile sconfitta decisiva mediti seriamente di impiegare le armi nucleari.
Altrettanto ovviamente, in un conflitto diretto tra forze occidentali e Russia le perdite occidentali si conterebbero a decine di migliaia, un costo umano difficile da giustificare politicamente.

La doppia trappola strategica
Con l’allargamento a Est della NATO, e insistendo per includervi l’Ucraina, gli Stati Uniti hanno teso una trappola strategica alla Russia, costringendola a scegliere tra due alternative, entrambe molto pericolose nel medio-lungo periodo: accettare il divieto di avere una sfera d’influenza, e la minacciosa presenza di un bastione militare occidentale sulla soglia della Russia europea; oppure intervenire militarmente, assumendosi il grave rischio di un conflitto con la NATO, e compromettendo i propri rapporti politici ed economici con l’Europa. Questa è la prima ganascia della trappola strategica in cui la Russia è entrata ad occhi aperti, dopo aver tentato per quattordici anni di evitarla.
Gli Stati Uniti, però, hanno gravemente sottovalutato le capacità di resistenza e di reazione, militari, economiche, politiche e sociali della Federazione russa, e altrettanto sopravvalutato sia il prestigio deterrente della propria forza, sia le proprie attuali capacità e potenzialità militari ed economiche.  Si trovano dunque a dover scegliere tra due alternative, entrambe molto pericolose nel medio-lungo periodo.
La prima alternativa è la riduzione del danno, una de-escalation del conflitto ucraino che si risolve in una netta sconfitta politico-diplomatica, una pesante perdita di prestigio deterrente, la possibile apertura di faglie di crisi nel sistema di alleanze, e seri contraccolpi politici interni, es. una grave delegittimazione complessiva della classe dirigente.
La seconda alternativa è la fuga in avanti, una escalation a oltranza del conflitto, con l’eventuale – anzi probabile, perché necessario – coinvolgimento diretto di truppe occidentali; il rischio di una guerra convenzionale ad alta intensità per la quale gli USA e la NATO non sono preparati; il possibile futuro interessamento del territorio nazionale statunitense, e in prospettiva, la crescente possibilità di una degenerazione nucleare dello scontro.
Questa è la seconda ganascia della doppia trappola strategica, e ora si richiude sugli Stati Uniti che l’hanno tesa: ma vi sono entrati a occhi chiusi, e solo ora cominciano a vederla.
Ate, la dea che acceca, «da principio seduce l’uomo con amiche sembianze, ma poi lo trascina in reti donde speranza non c’è che mortale fugga e si salvi» (Eschilo, I persiani, 96-100)

[1] Charap, Samuel and Miranda Priebe, Avoiding a Long War: U.S. Policy and the Trajectory of the Russia-Ukraine Conflict. Santa Monica, CA: RAND Corporation, 2023. https://www.rand.org/pubs/perspectives/PEA2510-1.html

L’egemonia Usa va al tramonto

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di Massimo Fini

Fornendo i propri carri armati Leopard all’Ucraina e autorizzando alcuni paesi, Polonia, Finlandia, Danimarca, a fare uso di questi mezzi, per cui c’è bisogno del nulla osta tedesco, Scholz ha ceduto più che alle invocazioni di Zelensky al diktat Usa. Nella giornata in cui è stata presa questa decisione che coinvolge anche l’Italia, che dall’inizio della guerra ha fornito all’Ucraina circa un miliardo di dollari in armamenti, nessuno dei principali media ha ricordato a chi stiamo fornendo queste armi e questi soldi. Zelensky, quasi fuori tempo massimo, ha fatto una purga di sapore staliniano, dove cojo cojo, liquidando quindici alti dirigenti ucraini, vice ministri, governatori, membri della magistratura, accusati a vario titolo di corruzione e di aver speculato sulla guerra ai danni di chi stava combattendo sul campo (la cosa non è nuova, almeno alle orecchie di noi italiani: durante la prima guerra mondiale mentre i soldati contadini – vedi i Malavoglia di Verga – si battevano e morivano al fronte la borghesia faceva affari d’oro ai loro danni). Ma la corruzione dell’Ucraina non è cosa di oggi, secondi i dati dell’International Transparency l’Ucraina è al 122 esimo posto in questa poco commendevole classifica che vede al primo la virtuosa Danimarca (secondo lo stesso istituto l’Italia è al 42 esimo).

Secondo il presidente americano Joe Biden questo ulteriore innalzamento dello scontro “non è una minaccia offensiva nei confronti di Mosca”. E’ come mettere sul tavolo una pistola e dire a chi sta davanti: guarda che io non ce l’ho con te. Un metodo mafioso, alla Matteo Messina Denaro.

Ma i diktat di Washington nei confronti di quei Paesi europei che sono più riluttanti a partecipare a quest’orgia di armamenti e minacce non si fermano qui. Gli appetiti americani sull’Europa vanno ben oltre. Washington ha proposto di fare del G7 che comprende, oltre agli USA, Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e Italia un organismo permanente. La presenza del Giappone in questo organismo significa che gli americani vogliono coinvolgere alcuni dei principali Paesi europei nella loro politica aggressiva nei confronti del sud est asiatico, Cina, India, Vietnam, Indonesia, Malesia, Laos, Cambogia. Ma noi europei non abbiamo nessun contenzioso con la Cina o col Vietnam o col Laos. Al contrario abbiamo tutto l’interesse a mantenere buoni rapporti con la Cina che si presenta come un grande mercato, così come la Cina ha lo stesso interesse nel mercato europeo. Non per nulla Luigi Di Maio quando era ministro degli Esteri aveva aperto alla “via della seta”. Cosa che è risultata disastrosa per lo stesso Di Maio perché gli americani della “via della seta” non volevano neanche sentir parlare.

Insomma avendo le mani in pasta in quasi tutto il mondo gli americani vogliono che gli europei diano loro una mano anche in scacchieri che ci sono o indifferenti, o, peggio ancora, favorevoli. Questo è un segno di debolezza perché vuol dire che gli americani non sono così sicuri di avere ancora la leadership globale che detengono dalla fine della seconda guerra mondiale che hanno vinto con l’appoggio determinante degli inglesi e, anche se oggi è quasi proibito ricordarlo, dei russi, mentre l’Ucraina, quando in campo c’era la Gestapo, è stata protagonista di uno dei più gravi pogrom, proporzionalmente s’intende, antiebraico. Di qui l’iniziale freddezza di Israele nell’unirsi all’assalto alla Russia. Ma adesso Gerusalemme ha compiuto un rapido dietrofront bombardando, in appoggio all’Ucraina, una fabbrica iraniana per la produzione di missili e droni. Questa almeno la versione del Wall Street Journal perché è ovvio che Israele non ammetterà mai di essere alle spalle di questo attacco a un paese con cui, almeno formalmente, non è in guerra. Sarebbe la violazione di ogni norma di diritto internazionale anche se il Mossad è abituato ad operazioni molto disinvolte: a maggio dell’anno scorso ha assassinato in terra iraniana un alto ufficiale dei pasdaran. Che sarebbe successo a parti invertite, se cioè l’Iran avesse colpito in territorio israeliano? Ma, si sa, allo Stato ebraico è concesso tutto ciò che è vietato agli altri.

Il Novecento è stato “il secolo americano”, d’una America peraltro più umana di quella che è in campo oggi. Fu il presidente Usa Woodrow Wilson a proporre la Società delle Nazioni che, memori degli sfracelli della prima guerra mondiale, avrebbe dovuto impedire altri conflitti di questo genere e, per rimandare a un dettaglio, alla Liberazione fu il comandante americano della piazza a inorridire di fronte allo scempio di Piazzale Loreto con i corpi di Mussolini, della Petacci e di alcuni gerarchi appesi per i piedi alla famosa pensilina del distributore di benzina Esso e a ordinare al capo del CLN presente, mi pare fosse Pertini ma vado a memoria, di togliere immediatamente quei corpi. Disse: “Noi per queste cose abbiamo un posto che si chiama morgue, da voi, mi pare, obitorio”.

Abbiamo detto che il Novecento è stato il “secolo americano” ,gli anni Duemila saranno di altri, probabilmente della Cina o forse dell’India o forse del mondo islamico. Gli americani non si rassegnano e negli ultimi anni hanno disseminato di guerre o di tentativi di colpi di stato (Maduro) mezzo mondo, ma prima o poi dovranno cedere lo scettro.

Le quattro P dell’inflazione: Politica, Politiche, Priorità e Povertà

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di Alexander Azadgan

Vi racconto una storia: l’anno è il 1933. L’economia tedesca è in crisi. La guerra ha lasciato il Paese malconcio e ammaccato. Il Trattato di Versailles ha costretto Berlino a pagare le riparazioni di guerra. Quanto? 132 miliardi di marchi d’oro. Che corrispondono a circa 31,4 miliardi di dollari USA. La Germania ha un debito enorme. I tedeschi sono demoralizzati. Ci sono disordini sociali. Due successive tornate elettorali non sono riuscite a ripristinare la stabilità. C’è un’iperinflazione postbellica. C’è disoccupazione. Ci sono enormi incertezze sociali, politiche ed economiche. Adolph Hitler e il partito nazista decidono di sfruttare questa crisi. Il 30 gennaio 1933, Hitler giura come nuovo leader della Germania. Il resto, come si dice, è storia.

Morale della favola: la crisi finanziaria e l’inflazione hanno il potere di cambiare il corso della storia. In questo articolo cercherò di raccontarvi cosa sta accadendo nel mondo. Come le azioni stanno scendendo, come le valute stanno perdendo valore, come il carburante sta diventando più prezioso, come i prezzi dei beni di prima necessità stanno salendo. Cercherò di spiegarvi cosa significa realmente inflazione in termini più ampi. Non l’inflazione per il vostro potere d’acquisto o per il denaro che avete in banca. Ma per il mondo di oggi in cui viviamo.

Cosa significa l’inflazione per l’ordine mondiale? Il nostro mondo è un conglomerato di democrazie, regimi autoritari e monarchie costituzionali. Rimarrà così anche dopo questa situazione? Oggi il nostro mondo è interconnesso. È strettamente legato. C’è un libero flusso di scambi. Rimarrà così anche dopo la fine di questa crisi finanziaria?

L’inflazione influenza la politica, le politiche, le priorità globali e la povertà. Le quattro P: politica, politiche, priorità e povertà. Parlerò di tutte e quattro, iniziando dalla prima P: Politica. L’inflazione è spesso definita la madre dei cambiamenti politici. Ho spiegato brevemente cosa è successo nella Germania del dopoguerra. Con l’Europa di nuovo in guerra, queste ostilità hanno contribuito all’inflazione. Ci sono proteste in tutto il mondo a causa delle condizioni economiche. I manifestanti possono essere spietati. Chiedete all’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter. Quando era in carica, i prezzi del petrolio e dei generi alimentari erano saliti alle stelle. La disoccupazione e l’inflazione fecero cadere Carter. Perse la rielezione contro Ronald Reagan. Oggi i prezzi dei generi alimentari negli Stati Uniti sono aumentati del 20%, quelli del carburante del 10%, anche se stanno scendendo. E arrivò il novembre del 2022. Joe Biden dovette affrontare le elezioni di midterm. I Democratici hanno perso la Camera ma hanno conservato per poco il Senato. È probabile che l’inflazione possa sottrarre a Biden le elezioni presidenziali del 2024. Questo potrebbe cambiare il corso della politica americana!

Ora che avete capito cosa può fare l’inflazione ai governi, considerate questo: A seconda del luogo in cui si vive, l’inflazione globale supera il 15%. I prezzi aggregati dei generi alimentari sono aumentati di almeno il 13%, sempre a seconda del luogo in cui si vive. Circa 50 Paesi andranno alle urne quest’anno e il prossimo. Tra questi ci sono Stati Uniti, Brasile, Israele, Pakistan, Bangladesh, Turchia, ecc. Se i prezzi continueranno a salire, questi leader potrebbero trovarsi fuori dal loro incarico, perché l’aumento dei prezzi può far cadere i governi. Possono anche cambiare il destino di un Paese.

Si pensi al Venezuela. Ha le maggiori riserve di petrolio al mondo. Ma dove si trova sulla mappa globale? È in preda a una crisi politica e a un’insondabile iperinflazione. Tra il 1973 e il 2022, i prezzi in Venezuela sono aumentati del 3.729%. Lasciatevelo dire. Questo non è il dato peggiore. Secondo la Banca Mondiale, nel febbraio 2019 l’inflazione in Venezuela aveva raggiunto il 344.509%. A quel punto, la valuta venezuelana era ormai spazzatura. Dicevano che usare i contanti come carta igienica era più prudente che comprare un rotolo di carta igienica! Che cosa è successo? Più di sei milioni di venezuelani hanno lasciato la loro casa. Si tratta di quasi il 20% della popolazione del Paese.

Quello che una volta era il Paese più ricco dell’America Latina ora sta lottando per rimanere rilevante. Nessun Paese vuole andare incontro a questo destino. Nessun Paese vuole essere spazzato via dall’inflazione. Quindi cosa fanno?

Arriviamo alla seconda P: politiche. Le contee cambiano le loro politiche o, per meglio dire, l’inflazione costringe i Paesi a cambiare politica. Molti Paesi hanno vietato l’esportazione di alcuni prodotti alimentari. Dall’inizio del conflitto in Ucraina, l’Argentina ha vietato l’esportazione di soia, olio e carne. Algeria: pasta, derivati del grano, olio vegetale e zucchero. Egitto: olio vegetale, grano di base, farina, oli, lenticchie, pasta e fagioli. Indonesia: olio di palma e olio di palmisti. Serbia: grano, farina di mais, olio, mais, olio vegetale. Il mondo nel suo complesso ha aumentato i prezzi di tutte queste materie prime. Per i governi di tutto il mondo, la priorità è controllare i prezzi in patria per garantire la sicurezza alimentare, perché gli elettori affamati possono essere spietati e nessun governo vuole rischiare la loro ira. Quindi, con l’inflazione, le politiche commerciali diventano invariabilmente più nazionalistiche e protezionistiche. Il mercato interno diventa la priorità. A volte la diplomazia passa in secondo piano, e anche in questo caso l’inflazione tende a imporre un cambiamento nella diplomazia.

Consideriamo l’Europa. L’inflazione nell’Eurozona ha toccato un livello record. Cos’è l’Eurozona? È un’unione monetaria di 20 paesi dell’UE. Attualmente l’UE conta 27 Paesi. Sette di questi non fanno parte dell’Eurozona. Gli altri hanno l’euro come valuta principale e unica moneta legale. Attualmente l’inflazione nell’Eurozona è ai massimi livelli dalla creazione dell’Euro. Quando è stato? L’anno 1999. Significa che l’inflazione ha toccato un massimo di tre decenni, per gentile concessione del conflitto in Ucraina. Un sondaggio pubblicato nel giugno del 2022 ha chiesto agli europei [in 10 paesi] cosa pensassero del conflitto in Ucraina. Più di un terzo ha dichiarato di volere che finisca il prima possibile, anche se ciò significa che l’Ucraina cede un territorio. Questo conflitto ha influenzato la vita quotidiana di centinaia di milioni di europei. Oltre il 40% del gas europeo proviene dalla Russia. Così come il 26% del petrolio. Le sanzioni contro la Russia e i divieti sulle importazioni russe hanno colpito duramente gli europei. Quest’inverno, avranno bisogno di riscaldare le loro case e non tutti potranno permettersi un’energia alle stelle. La guerra ha fatto lievitare le spese per i pasti. In Italia, i prezzi della pasta sono aumentati del 40%! Non sorprende quindi che gli europei siano quasi equamente divisi quando si tratta del conflitto in Ucraina. Altri dicono di volere “giustizia”.

Ai recenti vertici della NATO e del G7, i leader europei si sono impegnati a sostenere l’Ucraina ad ogni costo. Ma non tutti gli elettori sono pronti a sostenere questo costo. Secondo i sondaggisti, il sondaggio influenzerà la politica europea prima che poi.

L’Europa deve ripensare le proprie priorità, il che ci porta alla terza P: priorità. L’inflazione costringe a spostare non solo le priorità nazionali, ma anche quelle globali. Si pensi al cambiamento climatico. Fare dell’azione per il clima una priorità globale non è facile. Ci sono voluti molti “poliziotti del clima” per convincere il mondo a diventare verde. L’inflazione ha invertito la tendenza. Il carbone diventa grande quando l’inflazione colpisce il settore energetico. L’Europa potrebbe tornare al carbone. L’Austria riapre le centrali a carbone nonostante gli obiettivi climatici. Gli esperti avvertono dei rischi climatici. Gli Stati Uniti fanno marcia indietro sulle promesse ecologiche. Quando l’inflazione colpisce l’energia, quando il gasolio e il gas diventano costosi, i Paesi si affidano a fonti energetiche più economiche come il carbone. Anche se questo significa inquinare la Terra e accelerare il cambiamento climatico.

Non avreste mai pensato che l’inflazione contenesse così tanto, vero? È questo il punto. Tendiamo a limitare la definizione di inflazione a una variazione del potere d’acquisto. L’aumento dei prezzi è sicuramente il significato fondamentale dell’inflazione, ma anche la prima conseguenza. L’inflazione cambia molto di più del denaro nel vostro conto in banca ed è questo il punto che sto cercando di sottolineare.

Concludiamo con l’ultima P: povertà. 1,1 miliardi di persone nel mondo non possono permettersi beni essenziali come il cibo. Vivono al di sotto della soglia di povertà. Con l’aumento dei prezzi, un numero maggiore di persone viene spinto verso la povertà, che comporta una serie di problemi sociali come la malnutrizione, l’aborto, la mortalità infantile, la criminalità, la mancanza di lavoro. L’inflazione scatena una reazione a catena che richiede anni per essere fermata. Questo è l’ABC dell’inflazione.

Foto: Idee&Azione

28 gennaio 2023

La Destra di governo: continuità o involuzione?

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di Redazione

Ogni cattolico e persona di buon senso dovrebbe inorridire di fronte al blocco di ogni azione contro la legge 194 sull’aborto. Il Governo più a destra che l’Italia abbia mai avuto sembra non avere il coraggio di abrogare una legge abominevole. In Ungheria la destra è molto più coraggiosa. In alcune zone degli Stati Uniti pure. Addirittura in Israele l’estrema destra si fa sentire in modo molto rumoroso. In Italia, l’impressione è che vi sia una destra ostaggio di alcuni poteri forti, che governa lo status quo, lanciando dei contentini per non essere paragonata del tutto a Draghi.

di Fabio De Maio – La Terra dei Padri

Gli analisti politici ed i media in generale sono piuttosto concordi nel ritenere che l’azione del governo italiano nel drammatico scenario creato dal conflitto  in Ucraina sia in sostanziale continuità con il governo Draghi e che la visione generale della politica estera italiana del governo Meloni  sia la logica prosecuzione dei governi precedenti, soprattutto nell’adesione agli interventi militari e di “ peacekeeping”  della Nato, adesione che l’Italia non ha mai fatto mancare dal 1999(Serbia) al 2004(operazione Antica Babilonia in Iraq) al 2011. Nel 1999 e nel 2011 la partecipazione  italiana fu fondamentale per la concessione delle basi di Aviano e di Sigonella la cui posizione strategica era essenziale per la conduzione di queste operazioni, è quasi  superfluo ricordare che non vi era nessun obbligo dal punto di vista dell’appartenenza all’Alleanza Atlantica, in quanto nessun membro della Nato era minacciato militarmente da terzi; la situazione attuale è comprabile, non vi è nessun automatismo che sancisca la fornitura di armi all’Ucraina ma si tratta di considerazioni politiche e strategiche  esterne ai criteri previsti dal Patto atlantico.

Eppure, se si entra dello specifico delle dichiarazioni e degli interventi del governo italiano, a partire da quelli di Giorgia Meloni, nei vari summit internazionali, si possono notare differenze anche sostanziali rispetto all’approccio comunicativo dei governi precedenti. Nel 1999 Massimo D’Alema che era arrivato alla Presidenza del Consiglio con un colpo di mano parlamentare studiato per defenestrare Romani Prodi e per portare lui a guidare il nuovo governo  , primo ex comunista a ricoprire tale carica, ebbe un approccio “soft” nel motivare la decisione di fornire basi ed aerei per l’attacco alla Serbia, si parlava di intervento necessario per evitare massacri della popolazione civile in Kossovo, di volontà della Comunità Internazionale (anche se la Nato si mosse senza l’avallo ufficiale dell’Onu), di impossibilità dell’Italia di sottrarsi all’impegno con gli alleati, con un pessimismo levantino di fondo sul “destino” dell’Italia e del suo ruolo strategico. Vale anche la pena di ricordare il pudore, venato certamente da una buona dose di ipocrisia, di Armando Cossutta, leader della fazione comunista fuoriuscita dal Prc di Bertinotti, fondamentale per la nascita del governo D’ Alema che durante un’intervista a Porta a Porta finse di restare sorpreso dalla notizia, data in diretta dal conduttore, sulla partecipazione degli aerei italiani al bombardamento di Belgrado, secondo un comunicato emesso dal Ministero della Difesa.

Nel 2011 il governo di Silvio Berlusconi che aveva concluso un importante Accordo di amicizia e cooperazione con Gheddafi due anni prima si trovò al solito  bivio tra l’interesse nazionale e la fedeltà/servilismo atlantici, ci fu un dibattito anche aspro all’interno della maggioranza che lo sosteneva, il Presidente della Repubblica Napolitano ebbe un ruolo fondamentale nel convincere il riottoso Berlusconi ad allinearsi alle richieste degli “alleati”, il Ministro della Difesa  La Russa, capofila degli ultras atlantici dichiarò sospeso il trattato con la Libia, nonostante le clausole dell’accordo non prevedessero sospensioni unilaterali ma solo concordate, a riprova, se mai ve ne fosse bisogno che spesso il Diritto Internazionale è una coperta molto corta che viene tirata da una parte all’altra senza troppe remore.

“Sic transit gloria mundi” fu la frase con cui Berlusconi commentò la notizia della barbara uccisione in diretta televisiva del leader libico Gheddafi che aveva lui stesso ricevuto in pompa magna pochi mesi prima, una cupa confessione dell’impotenza di un leader politico di un paese a sovranità molto limitata e una mesta  rassegnazione anche verso il proprio destino politico che lo avrebbe portato alle dimissioni, pochi mesi dopo che conclusero per sempre la sua esperienza governativa.

La novità della Destra di governo è l’orgoglio e la fierezza con cui vengono motivare le decisioni sulle forniture di armi all’Ucraina che chiaramente preludono ad un intervento diretto che andrà anche oltre il supporto logistico. Giorgia Meloni parla apertamente di difesa dei valori di libertà e democrazia, di Occidente come portatore unico di questi valori che vanno difesi ad ogni costo dall’attacco di coloro che ne rappresentano la negazione, vi è in un certo senso la rivendicazione di tutte le guerre per la democrazia che hanno caratterizzato le politiche atlantiche dal 1989 in poi.

Va anche sottolineato che la destra italiana ed il suo leader hanno in realtà sempre manifestato ammirazione e vicinanza alla  Russia di Vladimir Putin, dichiarandosi spesso vicini alle decisioni prese dalla Russia stessa, in particolare sul teatro siriano, nonostante il fatto che queste decisioni fossero  in contrasto frontale con gli interessi statunitensi che hanno cercato di provocare la caduta di Assad per un decennio, armando ogni sorta di gruppi di terroristi, spacciati spesso per “ribelli moderati”. Del resto la stessa Meloni aveva più volte appoggiato le scelte russe sul teatro ucraino nel periodo post- Maidan, a partire dallo stesso referendum in Crimea svoltosi nel 2014 che ne  sancì il ricongiungimento alla madrepatria.

Ma l’elemento chiave che rappresenta la rottura con il passato è la sconfessione della tradizionale  politica estera italiana della Prima Repubblica, improntata al dialogo con l’Europa dell’Est e con i paesi del Mediterraneo, Giorgia Meloni ha dichiarato testualmente “con la scelta di sostenere l’Ucraina noi possiamo dialogare con i nostri Alleati con pari dignità, noi non siamo più l’italietta  degli accordi sotto banco, la nazione che non mantiene gli impegni e che viene derisa nei consessi internazionali.”

Questa posizione segna una discontinuità reale con decenni di diplomazia “prudente”, bollata di fatto come rinunciataria e senza spina dorsale, non vi è nulla al di fuori del blocco atlantista che rappresenta il nostro immutabile destino, a poco servono i richiami alla figura di Enrico Mattei fatti durante la visita in Algeria, Giorgia Meloni sa perfettamente che Mattei nel dopoguerra  lottò proprio per  affrancare l’Italia dal gioco economico-militare dell’atlantismo e pagò questo suo sforzo realmente patriottico con la vita.

La conversione definitiva della destra italiana in un partito neo-con è arrivata al suo compimento proprio nel momento dell’assunzione delle  responsabilità di governo, del resto nella lotta dura contro il  reddito di cittadinanza, al di là delle evidenti storture attuative, sono evidenti i richiami alla visione dei cosiddetti  Padri fondatori del continente nord americano, in questo Giorgia Meloni ha sostituito egregiamente il Partito Democratico come forza che garantisce un Italia legata a doppio e triplo filo all’Alleanza Atlantica ed al suo dominus americano.

Ora le maschere hanno preso definitivamente forma, nel momento forse più drammatico vissuto dall’Italia dal dopoguerra ad oggi.

Foto: HuffPost

29 gennaio 2023 – fonte: https://www.ideeazione.com/la-destra-di-governo-continuita-o-involuzione/

La finzione della guerra per difendere l’Ucraina è definitivamente caduta

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di Luciano Lago

Le élite di Washington e di Bruxelles ammettono ormai il vero disegno progettato per la guerra in Ucraina istigata e pianificata dagli Stati Uniti.

L’obiettivo era ed è la distruzione dell’integrità della Federazione Russa come stato e la sua disarticolazione per permettere agli Anglo USA di prendere il controllo dell’Eurasia e accedere alle sue enormi risorse.

Questo piano emerge non solo dai documenti scritti nero su bianco almeno tre anni prima (vedi quanto scriveva la Rand Corporation), ma anche da quello che emerge dagli incontri di Davos, dove il linguaggio è ormai scoperto e si sono abbandonati gli ipocriti appelli a “salvare la democrazia ucraina”, quella dominata dai gruppi neonazisti che assassinano gli oppositori o li fanno sparire, mentre viene appiccato il fuoco alle chiese ortodosse e perseguitato il clero ortodosso. Una democrazia che vedono solo loro e che viene rivenduta come argomento di propaganda per coprire le nefandezze commesse in quel paese.

L’élite finanziaria anglo sassone dominante oggi parla apertamente della necessità di impadronirsi delle risorse della Russia che non devono essere lasciate soltanto nella disponibilità dei russi. I veri obiettivi celati dietro la pianificazione delle azioni aggressive di Washington, l’espansione senza fine della NATO, l’utilizzo dell’Ucraina come piattaforma di attacco contro la Russia, adesso sono scoperti. Il destino degli ucraini destinati a fare da carne da cannone nella guerra contro la Russia interessa poco o niente all’élite di Washington, come questa non si è mai interessata al destino degli iracheni, dei libici, dei siriani o degli afgani e di tutti gli altri sacrificati per gli interessi egemonici degli Stati Uniti.

Questo spiega l’accrescere progressivo della retorica bellica dei neocon e delle loro reggicoda europei della NATO che sono pronti a intensificare il conflitto fino alla terza guerra mondiale, e neppure la minaccia nucleare, paventata come inevitabile sviluppo dalla Russia, potrà fermarli. Sembra che tutto sia stato già deciso da tempo e il piano deve essere portato a compimento, costi quel che costi.

Si comprende quindi la mancanza di volontà politica dei governi europei per cercare di risolvere il conflitto o di trovare una formula di negoziati. Washington ha sabotato qualsiasi tentativo di mediazione e tiene per le palle l’ex comico Zelensky, divenuto ormai una patetica marionetta, che lancia continui appelli per ricevere altre armi e finanziamenti. Le sceneggiate continuano e si prevede anche una sua comparsata in Italia a Sanremo. La regia di Hollywood non gli basta più.

Tuttavia, il tempo sta scadendo anche per Zelensky ed è probabile che si avvicini il momento di un rimpasto a Kiev e questo non sarà indolore per l’ex comico, come di frequente accaduto per le marionette degli USA, sempre destinate a fare una brutta fine.

Da ultimo si sono udite le parole dell’altro personaggio che ha la stessa valenza dell’ex comico, Joseph Borrel, l’alto rappresentante della UE, quello che aveva dichiarato “l’Europa come giardino incantato mentre fuori c’è un jungla”. Borrel ha paragonato il conflitto in Ucraina alle guerre passate condotte contro la Russia da parte di Napoleone e di Hitler. ““La Russia è un grande Paese, è abituata a combattere fino alla fine, è abituata a quasi perdere e poi a ripristinare tutto. L’hanno fatto con Napoleone, l’hanno fatto con Hitler (……). Pertanto, è necessario continuare ad armare l’Ucraina”, ha dichiarato Borrel.

Inutile commentare quale sia la logica di tali dichiarazioni, sarebbe tempo perso.

Altri politici occidentali, come la vicepremier canadese, Chrystia Freeland, hanno espresso concetti simili nella enclave di Davos, affermando che la sconfitta della Russia “sarebbe un enorme impulso per l’economia globale”.

Non per niente il Canada (assieme agli USA) è stato uno dei paesi che storicamente hanno accolto e protetto i gruppi nazisti ucraini e li hanno poi trasferiti in Ucraina dopo il crollo dell’URSS per utilizzarli come massa di manovra antirussa.

Le sconfitte continue sul campo e le enormi perdite subite dall’esercito ucraino fanno innervosire i vertici della NATO che insistono presso i governi occidentali per ottenere più carri armati, più armi e più attrezzature mentre si rende evidente che Washington e la NATO non solo mantengono l’esercito ucraino, ma forniscono anche le necessarie informazioni di intelligence, comandano le truppe ucraine sul campo di battaglia e hanno preso il controllo del processo decisionale militare.

Mentre Washington prepara nuovi pacchetti di aiuti, l’ultimo da 2,5 miliardi di dollari (che finiscono nel pozzo senza fondo di Kiev), le forze ucraine vengono addestrate in Germania, Regno Unito ed in altri paesi della NATO per l’utilizzo degli armamenti occidentali.

Come riferito da tutti i rapporti, il comando USA/NATO è quello che pianifica per l’esercito ucraino le possibili controffensive sul campo, impartisce ordini, fornisce l’intelligence per localizzare gli obiettivi russi da colpire attraverso i suoi aerei da avvistamento che sorvolano costantemente nei pressi dello spazio aereo russo e ucraino. Ultimamente il comando USA incita apertamente le forze ucraine a colpire il territorio della Federazione russa e in particolare la Crimea.

Si aggiungono a tutto questo le farneticanti dichiarazioni di Stoltenberg, il segretario della NATO, il quale dichiara che “. è necessario accelerare la fornitura all’Ucraina di armi più pesanti e avanzate per far capire alla Russia che non vincerà sul campo di battaglia”. Dichiarazioni rilasciate dopo un incontro con il ministro della difesa tedesco, Boris Pistorius.

Fornire Kiev con sistemi d’arma avanzati può essere l’unica via per la pace, aggiunge Stoltenberg.
In sostanza, quelli che si considerano i “padroni del mondo” si sentono in diritto di affermare che la potenza nucleare per eccellenza, la Federazione Russa, debba rassegnarsi alla sconfitta alle porte di casa propria nel territorio che le appartiene. Una dichiarazione farneticante che rivela quale sia il livello di onnipotenza della élite occidentale.

La reazione della leadership russa è molto meno misurata di prima e altrettanto dura e decisa: si parla apertamente di misure di ritorsione che potranno colpire non solo l’Ucraina ma anche gli interessi occidentali con utilizzo di “nuove armi” mai prima utilizzate. Chi vuole capire capisca ma non è difficile intendere che sono saltate tutte le linee rosse che la dirigenza russa aveva posto già molto tempo prima della operazione speciale in Ucraina. Le autolimitazioni che Mosca di era data nell’utilizzo dell’offensiva in Ucraina stanno venendo meno di fronte all’aggressività dell’occidente.

Di fronte alla prospettiva di un attacco portato avanti dalla NATO contro le città russe in Crimea o in altri territori, l’atteggiamento cambia e le dichiarazioni dei vari membri della leadership russa lo fanno intendere. L’occidente sta portando il mondo verso una catastrofe globale. Se Washington e i paesi della NATO, con la fornitura di armi a lungo raggio, spingeranno le forze ucraine ad attaccare città sul territorio russo o peggio, a tentare di impadronirsi dei territori russi, questo porterà a misure di ritorsione che renderanno il conflitto totalmente diverso da come appare oggi.

Questa la sostanza degli avvertimenti lanciati dalla Russia all’occidente. Dietro l’angolo c’è un allargamento definitivo del conflitto con il coinvolgimento di altre potenze e possibile utilizzo di armi nucleari, sulla base della dottrina russa.

 

A questo risultato ha portato la caparbia volontà delle élite europee di assecondare il piano di attacco USA contro la Russia, mascherato dietro il conflitto in Ucraina.

Quello che traspare, dalle dichiarazioni e dai rapporti che arrivano da Mosca, è che il presidente Putin, nel suo prossimo discorso previsto a giorni, si accinge a cambiare l’impostazione del conflitto da “operazione speciale” a guerra patriottica”, sulla base delle esplicite minacce alla sicurezza della Russia ed alla volontà dichiarata dell’Occidente a guida USA di voler distruggere la Russia.

Questo significa che tutte le risorse e le forze dal paese saranno gestite in funzione dello sforzo bellico, in modo simile a quanto avvenuto ne 1942/45 quando la Russia fu attaccata dalla Germania e dai suoi alleati. La situazione è ormai paragonabile a quella della Seconda guerra mondiale e Putin si prepara a varare una economia di guerra con mobilitazione totale contro il nemico, senza guardare in faccia nessuno. Tale impostazione permetterà allo stesso Putin di effettuare i cambiamenti necessari (probabile nazionalizzazione delle grandi imprese) e soppressione delle varie quinte colonne interne dell’occidente.

In definitiva la Russia prende atto della sfida esiziale in corso da parte dell’Occidente collettivo sotto guida USA e si organizza per combattere con tutte le sue forze.

Lo scenario della catastrofe si avvicina sempre più….

Foto: Idee&Azione

27 gennaio 2023

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