Quanto ci è costato davvero il buco Mps

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IN MENO DI CINQUE ANNI MONTE DEI PASCHI DI SIENA COSTERÀ PIÙ DI UNDICI MILIARDI AI CONTRIBUENTI ITALIANI

di Antonio Mastropasqua

Nascondersi dietro il “più antico marchio di banca del mondo” è una delle ultime invenzioni che la politica italiana (o almeno una sua parte) si è proposta per giustificare la permanenza dello Stato nel capitale di Mps. A questo punto non ci sarebbe da stupirsi se qualcuno teorizzasse la necessità di una banca a capitale pubblico per gestire meglio il Pnrr. Le follie dello Stato imprenditore generano mostri. Non da oggi. Non solo per le sorti del Monte dei Paschi di Siena. C’è una costante in tutto ciò: lo sperpero di denaro pubblico, cioè la metodica dissipazione delle risorse drenate dalle tasche dei cittadini attraverso l’imposizione fiscale, invece che la loro conversione su obiettivi di interesse nazionale.

Liquidate le richieste di Unicredit (che per accollarsi il sistema Mps aveva chiesto al Mef circa 8 miliardi) c’è la certezza che ai 5,4 miliardi “spesi” dallo Stato nel 2017 per il “salvataggio” della banca più antica del mondo, se ne aggiungeranno entro l’anno altri 2 per ricapitalizzare l’Istituto, e altri 4 almeno per rendere appetibile la banca a un altro interlocutore, meno rigoroso nella richiesta dei tagli al personale (circa un terzo degli attuali 21mila dipendenti). Sempre che la Commissione europea non sanzioni il nostro Paese che si era impegnato a restituire al mercato Mps entro la fine del 2021. La scadenza dovrà comunque essere rinegoziata.

In meno di cinque anni lo scherzetto Mps costerà poco più di undici miliardi ai contribuenti italiani. Più o meno quanti ne sono stati buttati – negli ultimi dieci anni – nel buco nero di Alitalia, prima di far decollare Ita. Con buona pace di commissari (da Luigi Gubitosi a Daniele Discepolo, Enrico Laghi e Stefano Paleari fino a Giuseppe Leogrande) – e decine di consulenti dei commissari – che si sono succeduti con analoghi insuccessi (ma con personali soddisfazioni retributive) nella cabina di pilotaggio della ex compagnia di bandiera.

Altri 5-6 miliardi mal contati sono le risorse bruciate negli altoforni dell’Ilva, durante la stagione dell’esproprio dai Riva fino all’acquisizione della maggioranza del capitale da parte dello Stato italiano (con Invitalia), attraverso le cure di 5 governi diversi (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte), 4 commissari (Enrico Bondi, Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi) e un sub commissario (Edo Ronchi). Con il risultato di non avere più la siderurgia italiana. Così come non possiamo più contare alcuna leadership nel trasporto aereo. E per le banche, meglio tacere per carità di patria.

Poco meno di 30 miliardi che gli italiani hanno pagato più o meno a loro insaputa. Avremmo potuto finanziare una manovra più incisiva di quella immaginata per quest’anno, con una riduzione del cuneo fiscale che avrebbe prodotto sensibili aumenti nelle tasche di milioni di lavoratori e un alleggerimento dei costi di impresa per migliaia di aziende. Per gli amanti del genere, avremmo potuto avere risorse per pagare per quasi quattro anni il reddito di cittadinanza a meritevoli e profittatori.

Avremmo avuto le risorse per finanziare Quota 100 per altri tre anni. Avremmo potuto costruire più o meno quattro ponti sullo Stretto di Messina. Avremmo potuto ammodernare tutta la rete stradale di interesse provinciale e quella autostradale. Avremmo potuto ricostruire Amatrice, Norcia e tutta l’Italia centrale che da cinque anni aspetta di vedere rimosse anche le macerie del sisma del 2016. Avremmo potuto…

Antonio Mastrapasqua, 29 ottobre 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/quanto-ci-e-costato-davvero-il-buco-mps/

Mps rovinata dalla sinistra che ora fa finta di nulla

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di Nicola Porro

CASO MPS, INTERROTTA LA TRATTATIVA CON UNICREDIT

Alla fine il nuovo amministratore delegato di Unicredit ha alzato l’asticella ad un livello tale che il Tesoro ha dovuto rompere le trattative per la cessione del Monte dei Paschi di Siena. Andrea Orcel è un manager che viene del mercato, e della politica evidentemente se ne infischia. Arrivato all’Unicredit gli hanno spiegato che la banca doveva salvare il Monte. Ha guardato le carte e, con un ristretto numero di fedelissimi, ha fatto quella che in gergo si chiama due diligence: insomma, si è fatto i conti al centesimo. Ebbene, per prendersi la banca senese ha preteso quasi dieci miliardi di euro. È inutile in questa sede specificare esattamente per cosa, basti sapere che dentro ci sono gli esuberi del personale in eccesso, l’irrobustimento del capitale di Siena perché non affondasse Milano e la pulizia totale dei crediti dubbi.

Una dote che il governo non si poteva permettere di pagare. Solo di aumenti di capitale andati in porto e lanciati negli ultimi due lustri, il Monte ha bruciato 13 miliardi (su quasi trenta totali). Senza tener conto di obbligazioni, prestiti e garanzie pubbliche. Quando una banca affonda, non si scherza.

Il Monte non è un fallimento del mercato, ma neppure solo dello Stato. È il fallimento di un gruppo di potere, legato prima al Partito comunista e poi al Partito democratico toscano. Non esiste una storia di fallimento pubblico così targato e così poco denunciato. Il ministro che ha realizzato l’ultimo prestito per la banca è stato eletto nel collegio di Siena per la sinistra e poi ha lasciato il Parlamento per diventare presidente di Unicredit e avrebbe dovuto ripulire i pasticci. Ma che, come abbiamo visto, ha preteso di farlo solo a condizione che la dote coprisse tutti i buchi.

Ora il premier deve usare la sua credibilità europea per una battaglia di retroguardia: comprare più tempo per privatizzare la banca. Avrebbe dovuto farlo entro quest’anno ma così non sarà.

Politicamente è un pasticcio: come spiegare in Consiglio dei ministri che non si finanziano misure assistenzialiste che piacciono ad esempio alla Lega, come Quota 100, e si bruciano altre risorse per pulire la scena del delitto finanziario?

In ultimo Orcel non si è piegato alla politica. Ma, in un paese di relazioni, rischia di pagarne un prezzo per le prossime mosse di aggregazione che volesse fare su banche ora in vendita. Il Partito democratico potrà continuare a fischiettare, come se la vicenda non lo riguardasse, come se il Monte fosse una banca come le altre. È un paradosso.

Nicola Porro, Il Giornale 25 ottobre 2021 e https://www.nicolaporro.it/mps-rovinata-dalla-sinistra-che-ora-fa-finta-di-nulla/