“L’Architettura della Riscossa” – libro di riferimento del Circolo Christus Rex con “All’estrema destra del Padre”

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di Redazione

Alberto è un amico cattolico fedele alla Tradizione, sedeprivazionista da tanti anni, di Ferrara. Poiché si interessa anche di storia e di metapolitica collaboriamo in più ambiti. Questa recensione ad un testo importante ci sembra fondamentale per comprendere le nostre ragioni, perciò volentieri la pubblichiamo. Nel 2026 possiamo dire che i testi contemporanei di riferimento del Circolo Christus Rex sono: “All’estrema destra del Padre” di Matteo Castagna e “L’Architettura della Riscossa” di vari autori, tra cui Alberto Ferretti

di Alberto Ferretti

L’Architettura della Riscossa: un manuale operativo contro la dissoluzione simbolica Metapolitica oltre la filosofia: verso la ricostruzione dell’Europa dei popoli sulla roccia delle radici culturali.

Il dibattito culturale europeo non è più soltanto una questione di opinioni contrapposte, ma il terreno di una progressiva ristrutturazione simbolica. Fenomeni come la cosiddetta “cancel culture” e l’emergere di paradigmi antropologici sempre più sganciati da ogni riferimento ontologico segnalano il tentativo di ridefinire le categorie attraverso cui la nostra civiltà interpreta sé stessa.

È in questo contesto che si inserisce The Architecture of the Resurgence (L’Architettura della Riscossa), opera collettiva del Megasodalitium Group. Il volume non si limita a proporre una riflessione teorica, ma si presenta come un manuale di orientamento culturale, volto a fornire strumenti concettuali a quanti intendono confrontarsi con le trasformazioni in atto in un mondo sempre più segnato dall’astrazione normativa e dalla proliferazione dei cosiddetti “non-luoghi”.

La “cassetta degli attrezzi” contro la guerra delle parole. Elemento centrale e innovativo del libro è il metodo analitico messo a disposizione del
lettore: una vera e propria “cassetta degli attrezzi” per riconoscere e decostruire le dinamiche linguistiche del politicamente corretto. Si tratta di un’analisi dei meccanismi semantici che tendono a restringere il campo del dicibile, ridefinendo progressivamente il significato di concetti fondamentali per la convivenza sociale.

Il volume propone così un percorso di riappropriazione del linguaggio, restituendo al lettore la capacità di nominare la realtà senza ricorrere a categorie puramente funzionali o procedurali, scardinando i filtri ideologici che servono al sistema per censurare il libero pensiero critico.

Dalla teoria alla prassi: come posizionarsi nel caos moderno. L’opera indica una postura esistenziale precisa per il presente. Posizionarsi oggi significa, innanzitutto, esercitare una secessione mentale dai circuiti del consenso prefabbricato.

La “cassetta degli attrezzi” insegna a:
 Identificare le “parole-trappola” : smascherare i termini che il sistema usa per neutralizzare il dissenso (come l’uso ideologico di “inclusività” “tolleranza”).
 Abitare i luoghi, non i flussi: preferire la dimensione della comunità fisica e del territorio rispetto alla dispersione digitale e ai “non-luoghi” della globalizzazione.
 Costruire “Cittadelle del Senso”: edificare realtà (familiari, professionali, associative) che funzionino secondo le leggi del Vero, del Bello e del Giusto, dove la cancel culture non ha giurisdizione.

Riaffermare il Vero, il Bello e il Giusto
La crisi contemporanea — che vede il Vero subordinato al consenso, il Bello alla funzionalità e il Giusto alla procedura — richiede una risposta che si configuri come riallineamento alla realtà antropologica. Il volume articola questa tensione attraverso una contrapposizione simbolica ricorrente tra la “palude ideologica” — intesa come spazio dell’astrazione normativa — e la “roccia” delle radici culturali, quale fondamento di forme di appartenenza incarnate.

In tale prospettiva, il concetto di “Ontocrazia” viene proposto come ipotesi di riallineamento tra ordine dell’esperienza e sistemi di rappresentazione.
La vera Europa tra pluralismo organico e astrazione amministrativa. Il volume invita a distinguere tra differenti modelli storici di integrazione europea. Da un lato, forme di unità politica fondate su un pluralismo organico di popoli e comunità — il cui culmine storico può essere individuato nell’esperienza del Sacro Romano Impero — dall’altro, assetti contemporanei di governance caratterizzati da una crescente astrazione tecnocratica.

Il testo richiama inoltre la memoria delle grandi insorgenze popolari, dalla Vandea ai moti italiani, interpretandole come tentativi di difesa di un ordine incarnato di fronte a processi di omogeneizzazione. La “riscossa” evocata nel titolo non coincide con una reazione nostalgica, ma con la necessità di ricostruire un orizzonte entro il quale la Tradizione possa tornare a costituire il fondamento operativo di una libertà reale.

L’edizione italiana del volume è disponibile qui:
https://www.amazon.it/LARCHITETTURA-DELLA-RISCOSSA-Metapolitica-
Ontocratica/dp/B0GN2TVD6V

SCHEDA LIBRO
Editore: Independently published
Data di pubblicazione: 11 febbraio 2026
Lingua: Italiano
Pagine: 132
ISBN-13: 979-8248014811
ASIN: B0GN2TVD6V

Metapolitica: da Evola, Guénon, Spengler e Junger al Cattolicesimo Tradizionale

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di Matteo Castagna per https://www.2dipicche.news/da-evola-guenon-spengler-e-junger-al-cattolicesimo-tradizionale/

Già nel 1927 René Guénon parlava di una “crisi” della società occidentale a lui contemporanea inserendosi in modo del tutto particolare (come spiega approfonditamente Giovanni Sessa nel suo saggio nell’Appendice 2) in quella che sarebbe stata poi definita proprio “letteratura della crisi”, di cui fa parte tutta una lunga serie di autori, delle più varie origini culturali, e di cui Julius Evola, nella sua introduzione del 1937, cita quelli allora più noti.

Gianfranco De Turris, nella prefazione del libro di Guénon sulla crisi del mondo moderno, ed. Mediterranee scrive cose molto importanti:

Il punto di partenza è “spirituale”; quindi, si può ritenere che la descrizione della “crisi” della società effettuata nel 1927 sia ancora attuale, e dopo tanti decenni valida non soltanto – se vogliamo seguire la dicotomia di Guénon – per l’Occidente materialista, che si basa sull’ “azione”, ma ormai anche per l’Oriente spiritualista che si basa sulla “contemplazione”.

La situazione per quest’ultimo, essendosi viepiù deteriorata e rispetto al tempo di Guénon e rispetto al tempo in cui Julius Evola scriveva l’introduzione del 1972. Del resto, il filosofo italiano aveva pubblicato sin dal 1950 un articolo dal titolo simil-spengleriano de Il tramonto dell’Oriente, in cui si spiegavano esattamente i motivi di questo declino.

Due sono i fenomeni che sia Guénon che Evola non avevano previsto novanta e quarant’anni fa (del resto non ci pare che nemmeno altri vi avessero pensato, né filosofi né tantomeno scienziati), ma che comunque non solo non inficiano i loro ragionamenti, ma addirittura li rafforzano: uno di tipo spirituale e uno di tipo più pratico. Il primo, paradossalmente, è il peso crescente delle religioni. L’Islam nel Vicino e Medio Oriente, il Cristianesimo proprio nelle regioni più lontane, in Sud America e nell’Oriente Estremo. Ma in una società sempre più secolarizzata il peso che esse hanno è deviato rispetto alle origini.

L’Islam è deviato con lo sviluppo delle sue correnti fondamentaliste e le frange terroristiche, con la “guerra santa” non solo contro gli occidentali ma soprattutto contro coloro che nei loro territori professano religioni diverse o sono di fazioni islamiche da sempre contrapposte.

Il Cristianesimo, al contrario, con il suo ecumenismo (o para religiosità) che mette ogni cosa sullo stesso piano e poi non ne sa accettare le conseguenze quando viene strumentalizzato o perseguitato e martirizzato senza suscitare troppa indignazione internazionale.

Il secondo aspetto è la scienza che, anche qui paradossalmente, si va sempre più “smaterializzando” in alcuni suoi settori che peraltro sono pervasivi e totalizzanti e che contribuiscono alla tanto vituperata “globalizzazione”: si pensi soltanto alla Rete telematica mondiale attraverso la quale, in modo del tutto virtuale, si possono compiere azioni talmente “concrete” da poter destabilizzare intere nazioni dal punto di vista economico-finanziario senza muovere un solo elemento “materiale” e mettendo in crisi le principali Borse mondiali.

Tutto questo però non dimostra altro, anche se in termini diversi, che la decadenza spirituale si espande in maniera sempre più accelerata, come scrive Guénon nella sua prefazione, a esemplificazione del fatto che si sta andando verso la fine non del mondo (come allora si pensava e ancora oggi qualcuno pensa nella galassia apocalittica d’area cattolica o assolutamente di stampo orientale, tribale e atea), ma verso la fine di un mondo, l’attuale, quello della tarda modernità, la cui fine non sarà una apocalisse atomica (vi alludeva Evola nella conclusione della ed. 1951 di “Rivolta contro il mondo moderno”), ma qualcosa di molto più sottile: la perdita dell’anima, della cultura, della indipendenza intellettuale, delle radici individuali e collettive. Insomma, della persona, dell’etica tradizionale collettiva e plurisecolare del Vecchio Continente, per l’instaurazione di uno Stato neutro, che chiamano liberale perché è più fine di a-morale.

Ne “La crisi del mondo moderno” Guénon definisce la società dell’Occidente “materialista” nei confronti dell’Oriente. Questo vale per i suoi aspetti esteriori (il preoccuparsi soltanto della parte materiale dei suoi interessi) e interiori (le filosofie contemporanee e la scienza). Ma, a parte la “materializzazione” dell’Oriente stesso, già denunciata da Evola dopo la guerra, persa anche dal Giappone, e emblematicamente rappresentata dalla Cina, colosso ormai “comunista-capitalista” nutrito al fondo di confucianesimo, per ritornare a parlare di scienza qualcosa è cambiato rispetto agli anni Trenta del Novecento: il sempre più inoltrarsi nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo, spostando così i confini della Realtà verso le origini dell’universo e verso le origini della materia, ha portato al sorgere di varie concezioni, sia cosmogoniche che fisiche, le quali prendono in considerazione un Ente creatore e ordinatore, e molti scienziati a porsi la domanda se definirsi “atei” sia ancora corretto.

Ciò non significa però che gli effetti pratici della scienza, le sue ricadute tecnologiche siano meno “materiali” e che gli scopi siano mutati: gli effetti, come denunciava Guénon, restano sempre gli stessi: l’industria e il profitto. Pur “smaterializzandosi” nella Rete Globale, per accedere a essa sono sempre necessari degli strumenti concreti che le grandi industrie producono a getto continuo, quasi giornalmente, creando, come si vede a ogni novità, una vera dipendenza dei consumatori, specie giovani.

Infatti, in periodo di crisi economica calano le vendite di alimentari e libri, ma non certo le vendite di telefonini e simili. E poiché si tratta di mezzi di comunicazione di massa condizionanti e diffusi per l’intero orbe terracqueo il risultato è un appiattimento conformistico a pseudo-verità camuffato di “democrazia di base”. Al punto che qualche teorico pentito di Internet ha lanciato l’allarme ipotizzando la nascita di una “mente collettiva” sviluppata dalla Rete, ma indipendente dal meccanismo in sé.

E a essa si potrebbero applicare le considerazioni che oltre un secolo fa illustrò Gustave Le Bon nel suo “Psicologia delle folle”, cui lo stesso Guénon indirettamente fa riferimento. Sono mutati i mezzi, ma identico è sempre il fine. Siamo in un Caos, inutile negarlo ironizzandoci su, e in mano a quelle “guide cieche” evocate dal pensatore francese nelle ultime pagine di quest’opera. Sorge quasi spontanea alla mente l’immagine del famoso quadro di Peter Bruegel con la catena dei ciechi che, guidata da un altro cieco, precipita in un abisso senza rendersene conto…

La preveggenza di Guénon, possiamo dire la sua illusione, come anche Evola rileva nelle sue introduzioni alle tre edizioni del libro, quindi nell’arco di trentacinque anni, è aver pensato che un tentativo di reazione alla “crisi del mondo moderno” potesse venire dalla Chiesa cattolica. Poiché la reazione non potrebbe che venire da una élite spirituale (avendo quelle politiche dei limiti o avendo già fallito del tutto) il metafisico francese riteneva che l’unica esistente in Occidente in forma già organizzata fosse la Chiesa di Roma. 

Al termine delle letture di questi due testi metapolitici di Evola e di Guénon, sentii la spinta per tornare alla Chiesa, che abbandonai per circa dieci anni, perché dal 1990 favoriva una politica ultra-progressista, come se il Muro di cui in famiglia e a scuola festeggiammo il crollo, fosse ancora da erigere, contro i “nuovi barbari” della Lega Nord, i “vecchi fascisti” del MSI e del suo Fronte della Gioventù. Strano, perché io, all’epoca, a Verona ritrovavo molti principi riconducibili alla dottrina sociale della Chiesa più nella sede di Via Santa Chiara del partito di Bossi o al “Motta”, dove si trovavano i missini e gli extraparlamentari, più che all’oratorio. Aborto, droga, comunismo erano banditi, mentre in parrocchia erano diventati oggetto di dialogo ed apertura inclusiva.

Nel corso degli attuali 27 anni di conversione militante al Cattolicesimo fedele alla Tradizione, ho conosciuto varie persone, anche sacerdoti, che avevano compiuto il mio stesso percorso, magari con esperienze diverse. Lo stesso cui paradossalmente non giunsero mai né Guénon, né Evola, che nella pars costruens si sono persi nell’esoterismo, nella gnosi, nella magia e in un paganesimo assurdo, per l’evoluzione delle loro stesse riflessioni..

Ne “La crisi del mondo moderno” Guénon scrive che la Chiesa, con gli ultimi pontefici non ha fatto altro che “aprirsi al mondo moderno” sempre più, facendosi un vanto del venire incontro alle sue “istanze”, di accogliere le novità della cosiddetta “società civile” sui piani più diversi, di modificare un poco alla volta una sua “tradizione” millenaria che sembrava consolidata.

Quindi per così dire “materializzarsi” nel senso guénoniano del termine, nel senso di adeguarsi alla corrente del tempo, in pratica essere “al passo coi tempi”, seguire lo Zeitgeist, e così portare un suo contributo alla “crisi” stessa, seguendone la deriva, piuttosto che fare da ostacolo, barriera, freno, “insomma quel katechon paolino che era sempre stato una sua caratteristica spirituale. In tal modo, ha ottenuto una apparente popolarità mediatica e di massa, ma a caro prezzo: perdendo il carisma spirituale e conservando solo quello morale”, sfumando, progressivamente anche in quello, nei decenni successivi.

Era la stessa critica che trovai dai tradizionalisti, prima a Verona e, poi, agli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, predicati da uno dei migliori sacerdoti in quest’ambito. Mi rilessi alcuni brevi testi, che alcuni amici mi avevano consigliato, di cui erano gelosissimi perché praticamente introvabili, se non dal compianto Benizzi Ferrini, che li custodiva per la libera vendita, in un grande magazzino. Capii dopo perché dovevano restare così nascosti…Offrivano troppi tesori da esplorare e spunti per crescere liberi, conoscendo ciò che la modernità giacobina, borghese, liberale, progressista e cattocomunista voleva censurare.

Il Ribelle, di Ernst Jünger (1895-1998) fu uno di questi, illuminanti ed in linea con un pensiero, il mio, che stava procedendo verso la sua definizione. Questa figura, in un’epoca che anche io ritenevo di dittatura tecnologica e burocratica, decide di fare “passaggio al bosco”, ovvero di affermare la propria libertà interiore e agire autonomamente, rifiutando il conformismo. Per me rifiutarlo significava giungere all’essenza dell’identità italiana ed europea, ovvero alla Civitas Christiana ed Chiesa Cattolica, che era stata fino a Papa Pio XII quel katechon che il Concilio Vaticano II (1962-1965) aveva eclissato, oscurato, impoverito, trasformato sino a rendere gli inquilini dei Sacri Palazzi assolutamente ininfluenti, nella “civitate Homini” e assenti dalla “Civitate Dei”, come Sant’Agostino chiamerebbe la Società Temporale e quella Spirituale.

Jünger scrisse che “il Ribelle deve possedere due qualità. Non si lascia imporre la legge da nessuna forma di potere superiore né con i mezzi della propaganda né con la forza. Inoltre, è molto determinato a difendersi, non soltanto usando tecniche e idee del suo tempo, ma anche mantenendo vivo il contatto con quei poteri che, superiori alle forze temporali, non si esauriscono mai in puro movimento”. E chi sono costoro se non i vescovi e i sacerdoti sinceramente e integralmente cattolici, apostolici, romani?

Infine, sempre il grande filosofo tedesco ammoniva: “la resistenza richiede grandi sacrifici: il che spiega anche perché la maggior parte delle persone scelga la costrizione”, che è, a mio avviso, mediocrità. Cristo ci chiede sacrifici. La via per la Vita Eterna non è una passeggiata, ma un Calvario, il cui segreto è l’accettazione della Croce, grande o piccola che sia, perché redentrice, quanto il dolore è purificazione ed espiazione del male e dei peccati che commettiamo.

Metapolitica di un governo nascente

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L’OPINIONE

di Mario Bozzi Sentieri

Metapolitica di un governo nascente

Fonte: Mario Bozzi Sentieri
Di che è “figlio” il costituendo governo giallo-verde ? Certamente del consenso elettorale, raccolto dal Movimento Cinque Stelle e dalla Lega, oggi rappresentativi della maggioranza del popolo italiano,  perfino al di là dei meri numeri parlamentari. Il solo dato politico però non basta.
Ci sono  anche dei  fattori metapolitici, che vengono  a segnare la nascente esperienza di governo e ne rimarcano, ben oltre i programmi, i tratti  distintivi.  Essi rappresentano  la sintesi di visioni e tendenze ormai sedimentatesi a livello d’opinione pubblica, visioni e tendenze con cui tutti dovranno finalmente  iniziare a fare i conti, evitando le facili schematizzazioni e le tesi preconcette.
C’è intanto l’onda lunga dell’antipolitica, dispensata, in questi anni a piene mani, attraverso la cultura dell’anticasta e le semplificazioni televisive: quella  delle denunce sui finanziamenti pubblici quadruplicati nello spazio di pochi anni, sui “rimborsi elettorali” gonfiati, sui privilegi dei parlamentari, sulle spese di rappresentanza senza controllo, sulla corruzione, sulle dinastie politiche. Continua a leggere