La Santa Messa Cattolica Tradizionale è l’unica forma dell’unico rito romano della Chiesa

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di don Anthony Cekada 1

Vi siete mai chiesti perché ci sono alcuni cattolici che vanno alla Messa in latino?

Questo articolo spiega con parole semplici e chiare:

w Perché l’assistenza alla Messa in latino non è solo una questione di «nostalgia»;
w Perché la Messa è stata riformata negli anni ’60;
w Quali differenze ci sono tra il vecchio e il nuovo rito;

w In che senso il nuovo rito sminuisce gli elementi essenziali della dottrina cattolica sulla Messa;

w Perché i cattolici fedeli alla Tradizione non vanno alla Messa di Paolo VI.

 

  Qualche parola di benvenuto

A chi è capitato tra le mani questo libretto avrà senz’altro qualche domanda da fare sulla Messa romana e sul perché ci siano dei cattolici che vi assistono. Magari voi stessi avete appena finito di sentirne una, forse per la prima volta. Magari avete già discusso con un vostro amico che va alla Messa in latino sulla situazione attuale della Chiesa, o vi siete trovati a passare per caso là dove si celebrava in rito antico. Certo, per la gente quello che colpisce di più è la lingua, il latino. Ma si rimane colpiti anche dalla bellezza delle cerimonie che evoca ormai l’immagine di un tempo lontano.

 Al di là della nostalgia

Ma il latino, le belle cerimonie e la nostalgia per «i bei tempi andati» non sono in realtà le ragioni principali per cui noi abbiamo deciso di conservare il vecchio rito. Le nostre intenzioni erano piuttosto quelle di conservare lintegrità della dottrina cattolica e di offrire a Dio un culto buono e rispettoso. A questo proposito risponde bene la Messa romana, al contrario del rito moderno. Da quello che leggerete qui, speriamo che veniate a conoscere le ragioni dei «tradizionalisti», e da parte nostra vi assicuriamo nelle preghiere alla Santa Vergine perché vi ottenga la grazia di perseverare «saldi e forti nella fede che avete appreso» (2 Ts 2, 14).

 Due immagini contrastanti

nuova messa di paolo VI

messa di san pio V

Nuova Messa Messa romana

Queste due fotografie dicono un sacco di cose. Chiedetevi quali delle foto seguenti rappresenti al meglio l’esatto significato della Messa. Se siete d’accordo con noi che sia quella di destra a rendere meglio l’esatto significato della Messa, allora avete molto in comune con i cattolici «tradizionalisti». Le due foto mostrano i cambiamenti radicali introdotti nella liturgia a partire dagli anni ’60. La foto a sinistra mostra come centro della cerimonia un uomo; al contrario, quella di destra mostra un sacrificio e un atto di adorazione che ha come suo centro naturale Dio. Vi sono comunque tantissime altre differenze da apparire evidenti anche al più occasionale degli osservatori.

 Una tipica Messa moderna

In una tipica Messa moderna di una comune parrocchia, l’intero rito si svolge in lingua volgare. Il celebrante si trova seduto o in piedi di fronte ai fedeli e spesso si rivolge loro con richiami spontanei durante lo svolgimento del rito. Nel coro, i fedeli possono aggiungere i loro commenti o leggere le Sacre Scritture. Una parte del rito si svolge attorno ad un altaretavola. Il tabernacolo non si trova quasi mai sull’altare, ma alle spalle del sacerdote, o relegato in un angolo. Il «segno di pace» è un’occasione per applausi, emozioni o conversazioni personali. Il celebrante dà alla maggior parte dei fedeli la Comunione nella mano, assistito in questo da uomini e donne laici. Il prete fà pochissime genuflessioni. É raro comunque che due celebrazioni del nuovo rito siano esattamente uguali; variano infatti da sacerdote a sacerdote e da parrocchia a parrocchia. Da qualche parte sono stati addirittura introdotti degli elementi bizzarri come la «messa dei pagliacci», «dei pupazzi» o «dei palloncini», mentre in altre si proiettano diapositive, si fanno scenette o si suona la musica popolare.

tavola-altare

segno di pace

comunione data nella mano

Tavola-altare Segno di pace Comunione in mano

 La Messa romana

Tutto ciò contrasta con la Messa in latino celebrata da sempre nell’antica e venerabile lingua della Chiesa. Il celebrante sta di fronte a Dio sacramentato nel tabernacolo; non fà commenti personali, ma recita esattamente quelle stesse preghiere che i sacerdoti hanno usato per secoli, e solo lui può toccare con le mani l’Ostia consacrata. Al momento della Comunione, i fedeli si inginocchiano di fronte al Signore e lo ricevono soltanto in bocca. Non ci sono applausi e conversazioni prima della Comunione. I fedeli seguono la Messa con i loro messalini che traducono le parole del celebrante. I gesti del sacerdote sono rispettosi e composti, e prevedono molte genuflessioni come atto di rispetto per il Santissimo Sacramento. Il testo e il rito della Messa romana sono gli stessi ovunque e non variano da celebrante a celebrante o da parrocchia a parrocchia, poiché tutto è governato da ruoli uniformi e molto specifici.

altare cattolico

comunione in ginocchio

elevazione dell'ostia

Altare cattolico Comunione in ginocchio Elevazione


 La liturgia esprime la dottrina

papa pio XIIAnche il più fortunato degli osservatori può concludere che il rito moderno e quello antico sembrerebbero mandare due tipi di «segnali» radicalmente diversi su ciò che la Messa sia, a cosa serva o cosa ci chieda di credere. Il nuovo rito ci lascia l’impressione che la Messa non sia altro che un banchetto conviviale; il vecchio rito, invece, che la Messa sia un’azione diretta ad adorare Dio. Ciò ci porta a quel principio che è la chiave per capire il perché ci siano dei cattolici che vanno alla Messa romana: per sua stessa natura, la liturgia esprime la dottrina; ne parlò Sua Santità Papa Pio XII (che ha felicemente regnato dal 1939 al 1958) nella Lettera Enciclica Mediator Dei (1947): «Il culto che la Chiesa offre al Signore è una continua professione della fede cattolica […]; nella liturgia si esprime apertamente e chiaramente la dottrina cattolica». La liturgia non solo esprime la dottrina, ma esplicita anche ciò che i fedeli devono credere. Le preghiere e i gesti liturgici che esprimono riverenza verso la Presenza Reale di Cristo nell’Eucarestia, ad esempio, rafforzano e raffermano la nostra comune fede nella dottrina. Se dal culto pubblico si tolgono tutte quelle preghiere e quei gesti rituali che alludono a quella particolare verità (come la Presenza Reale), si può ben stare sicuri che nel tempo i fedeli cesseranno di crederci.

 La Messa romana e la dottrina cattolica

Poiché la Messa romana esprime la dottrina e nello stesso tempo esplicita ciò che i fedeli devono credere, la Chiesa, nei secoli passati, ha sempre vigilato attentamente sui testi liturgici in modo da assicurarsi che essi riflettessero pienamente la fede cattolica ed escludendo tutto ciò che potesse comprometterla. La Chiesa ha sempre parlato della Messa innanzitutto come di un sacrificio. É insegnamento infallibilmente rilevato che Gesù Cristo ha lasciato alla Chiesa un sacrificio visibile «in modo che il Suo sacrificio, già offerto una volta sulla Croce, potesse nuovamente essere reso attuale» 3. La dottrina secondo cui la Messa è prima di tutto un sacrificio offerto a Dio, è magnificamente e chiaramente espresso nella Messa romana. E così pure tantissimi altri punti dell’insegnamento cattolico come la Presenza Reale, la natura del Sacerdozio, l’esistenza del Purgatorio, l’identificazione della vera Chiesa di Cristo con quella cattolica e l’intercessione dei Santi.

 Protestantizzare i cattolici

martin luteroAnche i protestanti sono sempre stati al corrente di quanto la Messa cattolica esprima bene la dottrina della Chiesa. Infatti, quando vollero diffondere i loro insegnamenti fasulli e innovativi, cominciarono col cambiare la liturgia. Nel XVI secolo, Martin Lutero (1483-1546) riuscì a protestantizzare i cattolici cominciando proprio dal culto, come si legge in una sua biografia: «E venne quindi la riforma liturgica, che colpì il fedele più a fondo poiché ne intaccò la devozione personale: lo si invitò infatti a bere il vino del sacramento, a prendere la particola con le proprie mani, a comunicarsi senza prima essersi confessato, a sentire le parole della consacrazione nella sua stessa lingua e a prendere parte attiva nel coro sacro. Lutero elaborò quei principî teorici che furono poi alla base dei suoi cambiamenti più innovativi, il più importante dei quali era che la Messa non fosse un sacrificio» 4. I cambiamenti liturgici introdotti divennero quindi un mezzo per sminuire la dottrina cattolica e per diffondere al suo posto una dottrina rivoluzionaria. A dispetto di tutto questo, le riforme liturgiche che Lutero apportò nel XVI secolo per distruggere l’idea cattolica che la Messa fosse un sacrificio, assomigliano in maniera impressionante a quelle introdotte negli anni ’60! Come si spiega tutto ciò? E quali sono i principî che stanno dietro a queste innovazioni? Per rispondere a tali interrogativi dobbiamo risalire al Concilio Vaticano II.

 Le riforme del Vaticano II

Il Concilio Vaticano II 5 fu convocato da Giovanni XXIII (1881-1963). Egli disse di voler «aprire le porte» al mondo moderno e di voler «aggiornare» la Chiesa per rendere la sua presenza più «incisiva» per quei tempi e per richiamare più gente nel suo seno. Il Papa convocò i Vescovi per discutere su grandi riforme della liturgia, della disciplina ecclesiastica e della dottrina. Dopo la morte di Giovanni XXIII, i lavori del Concilio proseguirono sotto Paolo VI (1897-1978) e sfociarono in radicali cambiamenti. I cattolici si ritrovarono così di fronte alle riforme in ogni fase della propria vita religiosa. Su queste riforme si sono spese milioni di parole. I fedeli si sentirono ripetere centinaia di volte che «l’essenza della fede non era stata toccata» e che il Vaticano II avrebbe apportato «un vero rinnovamento» all’interno della Chiesa.

concilio vaticano II

giovanni XXIII

paolo VI

Da sinistrail Concilio Vaticano IIGiovanni XXIII e Paolo VI.

 I frutti del Vaticano II

D’altronde, Nostro Signore Gesù Cristo ci disse che avremmo potuto riconoscere un albero dai propri frutti, e che un albero buono avrebbe prodotto dei frutti buoni e che uno cattivo frutti cattivi. Ebbene, quali sono stati i frutti del Vaticano II? I preti e le suore hanno abbandonato in massa la loro sacra vocazione, i seminari, che una volta erano pieni, ora sono semivuoti o chiusi, l’assistenza alla Messa della domenica è calata drammaticamente, i teologi si sono posti dubbi o hanno rifiutato la dottrina cattolica, gli insegnamenti della Chiesa sulla morale vengono apertamente combattuti e ignorati di proposito sia dal clero che dai laici. Si possono chiamare buoni tali frutti? La maggior parte dei cattolici direbbe certamente di no. E siccome i frutti sono cattivi, ciò porta a concludere che l’albero che li ha prodotti, il Vaticano II, sia anch’esso cattivo!

 I principî del Vaticano II

Il Vaticano II ha prodotto tali effetti disastrosi perché si è fondato su due principî pericolosi: l’ecumenismo e il modernismo:

w L’ecumenismo cerca di fondere il cattolicesimo con le religioni non cattoliche. Tutte quelle dottrine e pratiche liturgiche che i protestanti o gli altri non cattolici trovano sgradite, devono, di conseguenza, essere eliminate, sminuite o rese ambigue.

w Il modernismo insegna che le verità cambiano di epoca in epoca e che, di conseguenza, anche la Chiesa debba cambiare in modo da essere così «incisiva» nel mondo secolare. Il clero modernista assimila il culto, la dottrina e la moralità tradizionale filtrandola attraverso la filosofia relativista moderna e i «principî» e i «valori» della società secolare. I modernisti spogliano così la fede da tutte quelle dottrine e pratiche liturgiche che alla mentalità moderna possono apparire troppo intransigenti, esclusiviste, difficili, oscurantiste, fanatiche o imbarazzanti. Come risultato, la nozione stessa di verità oggettiva viene a cadere, la religione viene così ridotta a poco più di un sentimento o di un simbolo, mentre gli stessi principî della morale divengono vaghi. Fu la politica ecumenica e modernista del Vaticano II che portò alla creazione della nuova Messa.

 La nascita della nuova Messa

Poiché tutti quei concetti e pratiche liturgiche rifiutate dai non cattolici e dalla mentalità moderna abbondavano nella Messa romana, i riformatori nella Chiesa del postconcilio decisero di gettare a mare il vecchio rito e di crearne uno nuovo che potesse rimpiazzarlo. Questo avrebbe dovuto soddisfare due propositi:

w Per soddisfare i protestanti, nel nuovo rito bisognava eliminare, o almeno sminuire, la dottrina cattolica secondo cui la Messa fosse un sacrificio propiziatorio 6, celebrata da un ministro consacrato, in cui Cristo diviene presente sotto le Specie del pane e del vino mediante la «transustanziazione».

w Per soddisfare l’uomo moderno occorreva invece abolire o stemperare parole forti come «inferno», «pena», «punizione eterna», «miracolo», «anima» e «separazione dal mondo».

Il compito di formulare un tale rito fu affidato ad una commissione chiamata Consilium (Consilium ad exequendam Costitutionem de Sacra liturgia). Tra gli osservatori non cattolici vi erano sei pastori protestanti: Ronald JasperMassey ShepherdRaymond GeorgeFriedrich KunnethEugene Brandt e Max Thurian in rappresentanza degli anglicani, del Consiglio Ecumenico delle Chiese, dei luterani e della comunità calvinista di Taizé.

osservatori protestanti con paolo VI

Il 10 maggio 1970, in occasione dell’udienza concessa ai sei pastori protestanti che hanno collaborato all’elaborazione del Novus Ordo Missæ, Paolo VI, parlando del loro contributo ai lavori del Consilium liturgico, ebbe a dire: «Vi siete particolarmente sforzati di dare più spazio alla Parola di Dio contenuta nella Sacra Scrittura; di apportare un più grande valore teologico ai testi liturgici, affinché la “lex orandi” (“la legge della preghiera”) concordi meglio con la “lex credendi” (“la legge della fede”)» (cfr. R. Coomaraswamy, Les problèmes de la nouvelle messe, Editions L’Age d’Homme, Losanna 1995, pag. 36). Non si capisce proprio come dei protestanti che negano la Presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucarestia, l’essenza sacrificale della Messa, il sacerdozio ministeriale, la mediazione universale di Maria SS.ma e dei Santi, e altre verità di fede possano aver apportato «un più grande valore teologico ai testi liturgici».

 

Sul loro ruolo all’interno del Consilium, il Vescovo William Baum (creato Cardinale nel 1976 da Paolo VI) disse: «Essi non si trovavano lì solo come osservatori, ma anche come consulenti che parteciparono attivamente al rinnovamento liturgico. Non avrebbe rappresentato molto se si fossero limitati ad ascoltare; essi vi contribuirono pienamente». E il risultato finale fu la promulgazione della nuova Messa nell’aprile del 1969.

 Un documento rivelatore

Nel 1969, l’Institutio Generalis Missalis Romani introdusse per primo i testi ufficiali della nuova Messa. Gli estensori ne presentarono i principî dottrinali che erano alla base del rito che avevano elaborato. Esso costituisce un documento rivelatore. Eccone i punti salienti:

w Definizione di Messa: l’Institutio Generalis si riferisce alla Messa come alla «Cena del Signore», termine questo gradito ai protestanti, e la definisce come «sacra assemblea o riunione del popolo di Dio volta alla celebrazione del memoriale del Signore sotto la presidenza del sacerdote». Lutero stesso avrebbe potuto scrivere una definizione del genere! Don Luca Brandolini (Vescovo dal 1987), che partecipò alla creazione del nuovo rito, disse di questo passo: «Si parte dal concetto di assemblea per dare una definizione alla Messa».

cardinale william baum

mons. luca brandolini

Card. William Baum Mons. Luca Brandolini

w Il banchetto comunitario: l’Institutio presenta la Messa anzitutto come un banchetto comunitario o un memoriale, piuttosto che come un sacrificio.

w La presenza di Cristo: l’Institutio non fà alcuna menzione della Presenza Reale di Gesù Cristo nell’Eucarestia e della Transustanziazione. Insegna invece che Cristo è presente nell’assemblea, nella lettura delle Sacre Scritture, nel sacerdote, e che l’Ultima Cena viene così resa presente.

w Il ruolo del celebrante: é l’assemblea che «offre» la Messa e il sacerdote si limita a «presiederla» perché il suo ruolo ora non è più quello del sacrificatore e mediatore, ma quello di un semplice «presidente dell’assemblea».

w La Consacrazione: ciò che nel vecchio rito veniva definita «consacrazione», nella nuova Messa è ora chiamata narratio institutionis («racconto dell’istituzione»). Questo termine viene usato dai protestanti per significare che l’Eucaristia, invece di essere un sacrificio, è un mero richiamo al racconto dell’Ultima Cena. Ma quando il sacerdote recita le parole della Consacrazione in modo puramente narrativo, la sua intenzione viene considerata insufficiente e la Messa è così invalida: Cristo non diviene realmente presente e il sacrificio non ha luogo. Ma quando i fedeli avvertirono l’allarme su come il nuovo rito promuovesse idee così pericolose, i creatori della nuova Messa cercarono di occultare le proprie intenzioni. Nel 1970, infatti, gli innovatori elaborarono una seconda edizione dell’Institutio che aboliva la maggior parte del linguaggio fatto oggetto di obiezioni e che includeva invece termini tradizionali. Ma d’altra parte lasciarono completamente invariato il nuovo rito che avevano creato basandosi sui falsi principî enunciati nel 1969. Il nuovo rito resta adesso l’unico usato nelle chiese del mondo.

 Un rito ecumenico e modernista

Mettendo a confronto le preghiere e le cerimonie della Messa romana con quelle del nuovo rito, è facile constatare come i principî teorici vengano messi in pratica e come la dottrina cattolica tradizionale sia stata, per così dire, «depennata» per ingraziarsi i protestanti e la mentalità moderna. Ecco alcuni esempi:

w Il comune rito penitenziale: la Messa romana comincia con il sacerdote che recita delle preghiere di riparazione a Dio chiamate «preghiere ai piedi dell’altare». La nuova Messa comincia invece con un «rito penitenziale» che il celebrante e i fedeli recitano in comune. E chi fu il primo ad introdurre un rito penitenziale in comune? I protestanti del XVI secolo che volevano promuovere l’insegnamento che il sacerdote non differiva dai semplici fedeli.

messa dei bambini

messa dei bambini

Ecco come viene presentata la Messa ai bambini

w Loffertorio: le preghiere dell’Offertorio nella Messa romana contengono allusioni specifiche a molti punti della dottrina cattolica: che la Messa è offerta in riparazione dei peccati, che i Santi devono essere onorati, ecc… I protestanti rifiutavano tali dottrine e abolirono le preghiere dell’Offertorio. «Quell’abominio chiamato “offertorio” – diceva Lutero – con tutto ciò che sa di oblazione». Dopo essere stato abolito, nella nuova Messa l’Offertorio è stato sostituito con una cerimonia chiamata «presentazione dei doni». Le preghiere ritenute offensive dai protestanti sono state dunque rimosse. Al loro posto vi è adesso la vaga preghiera: «Benedetto sei Tu Signore, Dio dell’universo. Dalla Tua bontà abbiamo ricevuto…», tratta da un ringraziamento ebraico recitato prima dei pasti.

w Le preghiere eucaristiche: la Messa romana ha un’unica preghiera eucaristica, l’antico Canone romano. Il Canone è sempre stato il bersaglio favorito delle polemiche luterane e protestanti. Al posto di un unico canone, la nuova Messa ha un numero diverso di preghiere eucaristiche delle quali ne riporteremo qui soltanto una: la Preghiera Eucaristica n° 1. La sequela dei Santi, tanto aborrita dai protestanti, è ora resa facoltativa, e quindi raramente usata. I traduttori ne hanno fatto diverse versioni: tra l’altro, l’idea di offrire Cristo-Vittima nella Messa (una nozione condannata da Lutero) è scomparsa. Tutte le preghiere eucaristiche prevedono ora pratiche liturgiche tipicamente protestanti: sono pronunciate ad alta voce invece che in silenzio e seguono tutte un’impostazione narrativa piuttosto che essere una vera e propria Consacrazione. I vari segni di riverenza verso il Santissimo Sacramento (genuflessioni, segni di Croce, campane, incenso, ecc…) sono stati ridotti, resi facoltativi o eliminati.

w La Comunione nelle mani: un protestante del XVI secolo, Martin Butzer (1491-1551), condannò l’uso della Chiesa di dare ai fedeli l’Ostia nella bocca come un qualcosa che giustificava una doppia superstizione:

– il falso onore tributato al Sacramento Sacramento;

– la deplorevole arroganza dei sacerdoti chiamati sempre a maggior santità nel popolo di Dio in virtù dell’olio della consacrazione.

L’uso protestante della Comunione nella mano rappresenta quindi un rifiuto della Presenza Reale di Cristo e dell’idea del sacerdote-sacrificatore. D’altronde, l’introduzione di tale pratica nella nuova Messa (un rito dove Gesù Cristo «è presente nell’assemblea» e dove il sacerdote non fà altro che presiederla) rappresenta ancora un ulteriore allontanamento dalla dottrina bimillenaria della Chiesa. Ma chi ha creato il nuovo rito ha fatto di meglio rispetto ai protestanti: un laico non solo è ammesso a ricevere la Comunione nelle mani, ma anche a distribuirla, magari anche in pantaloncini o in minigonna (se si tratta di una laica). L’uso della Comunione nella mano fà appello anche all’uomo contemporaneo che ama sentirsi «autonomo» e «adulto» e non soggetto a nessuno (concetti questi peraltro estranei al patrimonio cattolico tradizionale).

martin butzer - bucero

comunione nella mano

Martin Butzer Comunione in mano

w Il culto dei Santi: le orazioni nella Messa romana di frequente invocano il nome dei Santi e ne chiedono l’intercessione. Il culto che la Chiesa riserva ai Santi è sempre stata bollato dai protestanti come «superstizioso» 7. Il nuovo rito ha abolito la maggior parte di queste invocazioni, oppure le ha rese facoltative e, in più, ha riscritto in un’ottica protestante tutte quelle preghiere recitate durante le ricorrenze: sono state infatti tolte tutte quelle allusioni al «merito dei Santi», al «trionfo della vera fede», alla «Chiesa cattolica come unica vera Chiesa», al «peccato d’eresia» e alla «conversione degli eretici».

w Il culto delle anime purganti: come cattolici, sappiamo che quando un nostro fratello ci lascia, si prega per il riposo della sua anima. Questa dottrina si riflette nelle «Preghiere per i defunti» della Messa romana: «Possiate essere Voi, o Signore, misericordioso verso N. N.». I protestanti rifiutano la dottrina per cui si debba pregare per i defunti, e i modernisti rifiutano la posizione tradizionale sull’anima e sul Purgatorio. Il nuovo rito prevede 114 preghiere per i defunti: in tutte, tranne che in due, la parola «anima» è stata eliminata. Una semplice svista? Don Enrico Asworth, che collaborò nel 1970 alla stesura del nuovo rito, ammise che tali omissioni erano intenzionali!

w La teologia «negativa»: la mentalità moderna è inconciliabile con l’aspetto «severo» della religione cattolica, e i teologi del postconcilio hanno fatto del loro meglio per nasconderlo. Gli estensori del nuovo rito hanno quindi sistematicamente rimosso dalle preghiere della nuova Messa tutti quei concetti «negativi» come «inferno», «giudizio», «ira di Dio», «punizione eterna», «gravità del peccato» e «malvagità del mondo». A tal proposito, chiedetevi quando è stata l’ultima volta che avete sentito parlare di queste cose durante una Messa moderna.

w Le parole di Cristo: quando Gesù Cristo istituì l’Eucarestia durante l’Ultima Cena, disse che il Suo Sangue sarebbe stato «versato per voi e per molti in remissione dei peccati». Questo è ciò che dicono esattamente le parole della Consacrazione nel rito romano. Nella versione ufficiale del nuovo rito, per la maggior parte delle lingue occidentali (inglese, tedesco, italiano, portoghese e spagnolo), il «molti» è scomparso ed è stato rimpiazzato da un «per tutti». Una versione delle parole della Consacrazione che non ha il minimo riscontro nella storia della liturgia eucaristica della cristianità. La giustificazione teorica data per una simile traduzione, veniva fornita dagli scritti di un protestante tedesco e modernista, Gioacchino Geremia. Il vero punto della fraudolenta traduzione stava nel fatto di voler dipingere il Salvatore come un capo ecumenico che vuol salvare tutti gli uomini, senza preoccuparsi eccessivamente della loro fede. Il cambiamento nelle parole di Cristo suscita inoltre dei dubbi sulla validità della Consacrazione del Calice e si aggiunge già a quello suscitato dalla trasformazione della Consacrazione Eucaristica in una versione narrativa dal sapore protestante.

w Irriverenza sacrilega: oltre a promuovere una falsa dottrina, la nuova Messa è anche sacrilega. Un sacrilegio è qualcosa che offende il carattere di ciò che è sacro. Considerate il fatto di come i riti della nuova Messa offendano o sminuiscano il carattere sacro dell’Eucaristia. Le stesse parole di Cristo per la Consacrazione del Suo Preziosissimo Sangue sono state falsate. La Comunione nella mano, dove si mette l’Ostia in mani non consacrate, è una pratica ufficialmente approvata; gli uomini e le donne laiche possono ora maneggiare le Sacreministro straordinario dell'eucarestia Particole; si può usare anche un pane friabile con le briciole che cadono sul pavimento; in maniera distratta i fedeli si portano la Comunione alla bocca come se si trattasse di un biscotto; quando l’Ostia cade nessuno provvede più a raccoglierla con le dovute cautele; il sacerdote non provvede più a purificarsi le dita dai frammenti nel Calice; un applauso scrosciante vien fatto quando i fedeli dovrebbero essere in raccoglimento per prepararsi a ricevere la Comunione; la genuflessione dei fedeli è stata quasi dappertutto abolita; si usano adesso come calici e pissidi delle coppe di vetro e ceramica di aspetto comune e non consacrati; alla Comunione ora ci vanno ormai tutti senza essersi prima confessati. Dove si celebra il nuovo rito vi è un’atmosfera generale di irriverenza che porta all’idea che non tutto sia poi così importante e sacro. I fedeli conversano tranquillamente in chiesa, prima o dopo la Messa. Il modo di parlare del sacerdote è di proposito familiare e banale e il celebrante si comporta spesso come un attore dilettante che deve recitare la sua parte drammatica. I fedeli vestono casualmente come se fossero andati a far compere e a divertirsi, o in maniera immodesta con pellicce e abiti scollati. La musica, che spesso è accompagnata con chitarre e tamburelli, crea il più delle volte un’atmosfera mondana e popolare. Le chiese sono state spogliate delle statue dei Santi e degli arredi, e a guardarle non sembrano più «sacre» della stazione dei treni. Tutto questo converge ad un’idea soltanto: la Messa e la Presenza Reale di Cristo non sono poi «cose importanti». Di conseguenza la nuova Messa degrada ciò che esiste di più sacro sulla Terra: il rinnovamento incruento del sacrificio della Croce, e insulta direttamente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del Nostro Redentore. La nuova Messa è gravissimamente blasfema e il fatto stesso che tanti cattolici di buona volontà siano stati costretti ad accettarla fà parte di quel sottile piano diabolico sotto la falsa bandiera dell’obbedienza.

 La perdita della fede

La liturgia, di per sé, come già abbiamo detto, influenza la fede di coloro che vi partecipano. Quindi, i frutti della nuova Messa non dovrebbero costituire per noi una sorpresa. I cattolici hanno smesso di credere al dogma principale della Messa, che cioè il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo con la Transustanziazione. In un sondaggio condotto dal New York Times, nell’aprile del 1994, fu chiesto ai cattolici americani se il pane e il vino nella Messa fossero:

– «cambiati nel Corpo e nel Sangue di Gesù Cristo» (secondo la dottrina tradizionale);

– «ricordi simbolici di Cristo» (secondo il credo protestante).

Ebbene, il 70% degli intervistati, nella fascia di età tra i diciotto e i quarantaquattro anni, rispose che il pane e il vino nella Messa erano solamente «ricordi simbolici». Anche nella fascia di età tra i quarantacinque e i sessantaquattro anni, il 58% rispose in tal modo, e solo il 38% ribadì la dottrina tradizionale. Negli intervistati di età superiore ai sessantacinque anni, solo un sofferto 51% optò per l’insegnamento tradizionale, mentre il 45% rispose nella maniera succitata. Nel passato, i martiri cattolici avrebbero scelto di morire piuttosto che affermare che la Presenza Reale di Cristo non era altro che simbolica! Adesso, invece, la posizione cattolica sull’Eucarestia in linea di massima non si distingue più da quella luterana, presbiteriana o metodista. La causa principale di questo «crollo» è da ricercarsi nella nuova Messa, la quale ha propagato i suoi errori dottrinali e le sue pratiche sacrileghe per decenni. É riuscita a trasmettere il messaggio del nuovo rito… e ha fatto perdere la fede.

 Cosa fare allora?

messa cattolicaRisulta quindi facile capire perché alcuni cattolici, con esplicita rinuncia, hanno deciso di non frequentare il nuovo rito e di andare solo alla Messa romana. Questa Messa è fedele alla dottrina che la Chiesa cattolica ha sempre ribadito e proclamato; al contrario, la Messa moderna annacqua e cancella la dottrina a vantaggio degli eretici. La Messa romana offre a Santissimo Sacramento un trattamento di grandissima riverenza, mentre il rito moderno gli riserva quello di un banalissimo pezzo di pane! Il rito romano affonda le proprie radici nella tradizione degli Apostoli; al contrario del nuovo, che è filo-protestante, modernista e corruttore della fede. L’atteggiamento che i cattolici dovrebbero avere verso la nuova Messa, potrebbe essere riassunto da queste tre parole: «Stiamone alla larga»! Se queste parole possono suscitare sorpresa e indignazione, si consideri questo: il fine principale della Messa è quello di onorare e servire Dio; e un rito che corrompe la dottrina della Chiesa, spaccia eresie come verità di fede, falsa le parole stesse del Signore, si mostra blasfemo contro il Suo Corpo ed è in combutta con i protestanti e con i modernisti, non di certo serve ad onorare Dio. Può al massimo disonorarlo. Nessun cattolico, ovviamente, vuol dispiacere al Signore; per questa ragione tutti i cattolici che rifiutano gli errori del nuovo rito e del Vaticano II non vanno a Messa tutte le domeniche, se non c’è il rito romano al quale possano assistere. Piuttosto che prendere parte ad un rito che possa offendere Dio, i cattolici (come gli inglesi del XVI secolo quando i protestanti introdussero le loro riforme liturgiche) cercano di assistere alla Messa romana e, non potendo assistervi, restano a casa loro, leggendo i messalini e unendosi spiritualmente alle Messe di vecchio rito celebrate nel mondo.

 La Messa con lindulto (o con il Motu Proprio)

I cattolici che rifiutano gli errori del Vaticano II e la nuova Messa, hanno tenuto in vita il rito antico dal 1969. Ma in alcune città, a partire dal 1984, certi Vescovi hanno cercato di guadagnarsi le simpatie dei «tradizionalisti» (cercando di ricondurli alla religione conciliare 8) permettendo che nella loro diocesi si potesse celebrare saltuariamente (o regolarmente) il vecchio rito «in maniera ufficiale»: queste Messe vengono comunemente chiamate «Messe con l’indulto». Grazie all’indulto, molti cattolici hanno così potuto riassistere al vecchio rito o vederlo per la prima volta. Questo è senza dubbio un grande passo avanti. Ma ci sono comunque dei seri problemi con la Messa con l’indulto. Le Ostie tolte dal Tabernacolo, consacrate prima in maniera dubbia e sacrilega con il nuovo rito, potrebbero essere distribuite durante la Comunione; il celebrante (o il Vescovo da cui ha ricevuto la nomina sacerdotale) potrebbe essere stato ordinato con i nuovi riti conciliari la cui validità è fortemente dubbia; le Ostie consacrate e riposte nel Tabernacolo nel vecchio rito, potrebbero poi esser dopo distribuite nelle mani dei fedeli durante la nuova Messa!

Si potrebbero citare tantissimi altri problemi analoghi. In ultima analisi, d’altronde, la Messa con l’indulto è solo un trucco per neutralizzare la protesta contro la nuova Messa e il Vaticano II. La nuova Messa, come abbiamo visto, trasuda errori dottrinali ed è sacrilega. Ma i preti e i fedeli che promuovono tali Messe con l’indulto, per ottenere l’approvazione dal loro Vescovo, devono impegnarsi a tacere sui mali del nuovo rito e del Concilio. Questo risulta molto più evidente da alcune «direttive» del Vaticano, che permettono il rito tradizionale sotto certe precise condizioni. Queste direttive obbligano il sacerdote che celebra queste funzioni, ad aderire alle riforme del Vaticano II, così come a promuovere «il loro adeguamento ai valori liturgici, disciplinari e dottrinali indicati dal Concilio». La Messa viene così degradata ad un mero esercizio di nostalgia, di estetica, di antiquariato, di preferenza e di dolce sentimentalismo. D’altronde, con la Messa dei bambini, delle ragazze all’altare e della Comunione nella mano, il grande banchetto conciliare può così offrire una scelta in più tra tante pietanze considerate buone e dove tutto è una questione di gusto personale. I cattolici che vanno alla Messa con l’indulto possono così anche sedersi a destra (la sezione della «Chiesa Alta») nel grande parlamento ecumenico del Vaticano II.

 Ricordati di santificare le feste

Talvolta i preti modernisti dicono che andare alla Messa «tradizionalista» in una chiesa non riconosciuta dalla diocesi, non costituisce adempimento del precetto festivo o, peggio ancora, rappresenta un peccato. In queste parole sembra implicita l’idea che si sia obbligati aelevazione del calice seguire il nuovo rito! Questo non è assolutamente vero. Il nostro primo obbligo è quello di onorare Dio e di salvare la nostra anima e nessuno può legittimamente obbligarci a seguire un rito che disonora il Signore e nello stesso tempo pregiudica la nostra salvezza falsando la fede cattolica. Per quanto riguarda il peccato, chi ha frequentato anche solamente per un po’ la Messa nuova sa bene quale alto concetto di peccato abbiano ancora i preti moderni! Comunque, se andare alla Messa «tradizionalista» è un peccato, questo è l’unico forse ancora rimasto nel postconcilio! Ironicamente, è proprio il nuovo Codice di Diritto Canonico a contraddire le loro esternazioni sul precetto festivo. Il Codice del 1983 stabilisce infatti che il precetto festivo «viene adempiuto dall’assistenza alla Messa celebrata in qualsiasi luogo secondo il rito cattolico» (can. § 1248.1), e la Messa che la Chiesa ha sempre celebrato per secoli non ha certo nessuna difficoltà ad essere qualificata come cattolica. La nostra situazione è come quella dei cattolici inglesi del XVI secolo quando i sacerdoti e i Vescovi adottarono il nuovo credo riformato e cercavano di imporre un rito nuovo ai fedeli. I cattolici ignorarono i precetti e le leggi dei novatori, che comandavano di adempiere al precetto festivo con la Messa eretica, e cercarono invece di trovare dei sacerdoti che potessero provvedere così a celebrare la vera Messa risonante di dottrina cattolica. E così pure ai nostri giorni. Le chiese e le cattedrali si trovano occupate da un clero che promuove una falsa dottrina e una forma eretica di culto. Come i cattolici del XVI secolo, anche noi non abbiamo nessun obbligo di seguire i dettami di un clero che ha pubblicamente apostatato dalla fede. E ancora, come siamo obbligati a seguire la vera dottrina e il culto cattolico, così dobbiamo ricercare quei preti fedeli che possano provvedere alla salvezza dell’anima.

 Un invito

Dopo il Concilio Vaticano II, i cattolici sparsi nel mondo hanno serrato i ranghi per salvare la Messa e i Sacramenti. Da qualche parte sono riusciti anche ad allestire delle splendide chiese per dare degna dimora al Signore; da qualche altra parte, invece, il Santo Sacrificio della Messa viene offerto in camere prese in affitto, proprio come la prima Messa (l’Ultima Cena) che si celebrò in una stanza affittata. Ad ogni modo, ciò che importa è la Messa, «grazie alla quale il Sole può sorgere e tramontare», come diceva San Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751). Se quello che abbiamo detto fin qui vi ha instillato nell’anima il lodevole desiderio di venire alla Messa romana, vi invitiamo ad unirvi a noi alla prossima celebrazione. Questo libretto ha voluto essere solo una breve esposizione delle ragioni di quei cattolici rimasti «saldi e forti nella fede che avete appreso» (2 Ts 2, 14). Vi invitiamo comunque ad approfondire le nostre posizioni con la lettura e con lo studio. Esistono diversi libri e riviste che offrono una spiegazione e una difesa delle nostre ragioni. Infine, vi invitiamo alla preghiera e a ricercare l’intercessione della Madonna e dei Santi perché vi facciano ottenere la grazia di perseverare nell’unica vera fede, fino alla morte.

 Letture raccomandate

w Don A. Cekada, Non si prega più come prima, Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia.

w Cardinali A. Bacci e A. Ottaviani, Breve esame critico del Novus Ordo Missæ, Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia.

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NOTE

1 Traduzione dall’originale in lingua inglese Welcome to the Traditional Latin Mass («Benvenuti alla Messa tradizionale in latino»), Catholic Restoration, Troy (Michigan) 1995, a cura di Luca Schiano.

2 La forma liturgica celebrata fino al Concilio Vaticano II viene spesso chiamata in diversi modi: «Messa tradizionale», «Messa di San Pio V», o «Messa tridentina»; tuttavia, a nostro avviso, l’aggettivo più corretto e che più le si addice è quello di «Messa romana», che noi utilizzeremo nel corso di questo libretto (N.d.R.).

3 Sacrosanto Concilio di Trento.

4 Cfr. R. Bainton, Here I Stand («Io resto qui»), Ed. Mentor, pag. 156.

5 Tenutosi dall’11 ottobre del 1962 all’8 dicembre 1965.

6 Offerto in riparazione dei peccati.

7 La conferma che questo, purtroppo, sia ancora oggi il pensiero del mondo protestante a riguardo del cattolicesimo romano – nonostante ormai cinquant’anni di sciagurati tentativi ecumenici, messi in atto dai soli cattolici, per avvicinarsi ai «fratelli separati» – viene da diverse opere scritte da autori riformati. Tra i tanti ne citiamo alcuni: nel suo libro Gli occhi aperti sulle astuzie di Satana (Ed. La Buona Novella, Brindisi 1988), il protestante tedesco Emil Kremer include tra le forme di superstizione (che egli definisce «peccati d’abominio») anche «il culto reso ad immagini e statue»«le preghiere indirizzate ai santi» (pag. 95), oppure il «ripetere un certo numero di preghiere o di “Pater” con lo scopo di ottenere da Dio qualche cosa» (pag. 96). Un altro autore protestante, l’italiano Carlo Fumagalli, nel suo libretto Magia: sua vera natura e conseguenze (Ed. La Buona Novella, Brindisi s.d.), rincara la dose includendo tra le forme di «idolatria religiosa» anche il «portare addosso reliquie di santi, scapolari, ecc… e venerarli», e aggiuge: «Le preghiere indirizzate ai Santi, a Madonne e a morti nascondono un grosso pericolo: possono aprire un collegamento diretto con demoni» (pag. 24).

8 Al di là delle varie considerazioni che si possono fare sulla vera ragione per cui le autorità che seguono il Vaticano II hanno concesso questo «permesso» per celebrare la Messa romana (un’abile espediente per convogliare su un binario morto, costruito ad arte, la protesta «tradizionalista»), c’è poi da dire che coloro che chiedono di usufruire di tale concessione al loro Vescovo devono firmare un documento in cui si dice di accettare la «bontà» del nuovo rito. 

 solo la superficialità che regna a proposito di questo argomento nel milieu cattolico, ma soprattutto la più completa ignoranza a riguardo dei veri motivi che stanno alla base delle preferenze in materia liturgica di certi cattolici. Non volendo rubare altro tempo prezioso al lettore, invito quindi a leggere questo articolo con animo sereno, tenendo però sempre l’occhio fisso alle verità immutabili della dottrina cattolica, l’unica che può condurci al porto sicuro della salvezza eterna.

Paolo VI, 24 maggio 1976: “Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico”

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Celebriamo oggi la Patrona (insieme ai SS. Pietro e Paolo e a San Pio V) del Sodalitium Pianum, associazione fondata da monsignor Umberto Benigni nel 1909 per contrastare i nemici interni ed esterni della Chiesa, in particolare per applicare il programma antimodernista tracciato da san Pio X (programma del Sodalitium Pianum: http://www.sodalitium.biz/documenti/programma-del-sodalitium-pianum/ ).

In tale occasione il Centro Studi don Paolo de Töth intende rendere gloria alla SS. Madre di Dio, Aiuto dei Cristiani, proponendo la lettura e la riflessione di un Discorso tenuto durante un Concistoro da ‘San Paolo VI’ (per noi card. G.B. Montini) proprio il 24 maggio 1976, nel quale imponeva la ‘Nuova Messa’ e vietava conseguentemente la precedente.

Chi colpevolizza oggi Bergoglio di vietare la Messa ‘in latino’ sappia che ‘Francesco’ è in perfetta continuità ed armonia con un suo Santo predecessore e chi accusa quello accusa anche questo, accusando così un Santo Papa della Chiesa, che avrebbe promulgato una Messa cattiva, insegnato errori, imposto Riti inaccettabili, etc. E l’assurdo è che tutto questo sarebbe affermato da veri Cattolici…

Anche il semplice Sagrestano nella famosa Tosca di pucciniana memoria, affermava più volte, rimbrottando il Cavaradossi, con la sua peculiare voce da basso: “Scherza coi fanti, ma lascia stare i Santi!!”, che sono tali, ovviamente, solo se canonizzati da Legittimi Successori di san Pietro, aggiungiamo noi.

 

Dal DISCORSO AL CONCISTORO
DEL SANTO PADRE PAOLO VI
(lunedì, 24 maggio 1976):

 

«…coloro che, col pretesto di una più grande fedeltà alla Chiesa e al Magistero, rifiutano sistematicamente gli insegnamenti del Concilio stesso, la sua applicazione e le riforme che ne derivano, la sua graduale applicazione a opera della Sede Apostolica e delle Conferenze Episcopali, […] si allontanano i fedeli dai legami di obbedienza alla Sede di Pietro come ai loro legittimi Vescovi; si rifiuta l’autorità di oggi, in nome di quella di ieri. E il fatto è tanto più grave, in quanto l’opposizione di cui parliamo non è soltanto incoraggiata da alcuni sacerdoti, ma capeggiata da un Vescovo, da Noi tuttavia sempre venerato, Monsignor Marcel Lefebvre.

È tanto doloroso il notarlo: ma come non vedere in tale atteggiamento – qualunque possano essere le intenzioni di queste persone – porsi fuori dell’obbedienza e della comunione con il Successore di Pietro e quindi della Chiesa?

Poiché questa, purtroppo, è la conseguenza logica, quando cioè si sostiene essere preferibile disobbedire col pretesto di conservare intatta la propria fede, di lavorare a proprio modo alla preservazione della Chiesa cattolica, negandole al tempo stesso un’effettiva obbedienza. E lo si dice apertamente! Si osa affermare che il Concilio Vaticano II non è vincolante; che la fede sarebbe in pericolo altresì a motivo delle riforme e degli orientamenti Post-conciliari, che si ha il dovere di disobbedire per conservare certe tradizioni. Quali tradizioni? È questo gruppo, e non il Papa, non il Collegio Episcopale, non il Concilio Ecumenico, a stabilire quali, fra le innumerevoli tradizioni debbono essere considerate come norma di fede! Come vedete, venerati Fratelli nostri, tale atteggiamento si erge a giudice di quella volontà divina, che ha posto Pietro e i Suoi Successori legittimi a Capo della Chiesa per confermare i fratelli nella fede, e per pascere il gregge universale (Cfr. Luc. 22, 32; Io. 21, 15 ss.), che lo ha stabilito garante e custode del deposito della Fede.

E ciò è tanto più grave, in particolare, quando si introduce la divisione, proprio là dove congregavit nos in unum Christi amor, nella Liturgia e nel Sacrificio Eucaristico, rifiutando l’ossequio alle norme definite in campo liturgico. È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “Ordo Missae” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populoIl nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino.

La stessa disponibilità noi esigiamo, con la stessa autorità suprema che ci viene da Cristo Gesù, a tutte le altre riforme liturgiche, disciplinari, pastorali, maturate in questi anni in applicazione ai decreti conciliari. Ogni iniziativa che miri a ostacolarli non può arrogarsi la prerogativa di rendere un servizio alla Chiesa: in effetti reca ad essa grave danno».

(https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1976/documents/hf_p-vi_spe_19760524_concistoro.html)

Invocazione di San Giovanni Bosco a Maria Ausiliatrice

O Maria, vergine potente, tu sei grande e sublime difesa della Chiesa; tu mirabile aiuto dei cristiani; tu sei terribile come una schiera ordinata a battaglia; tu che da sola sbaragliasti tutte le eresie nel mondo intero; tu nelle afflizioni, nella guerra, nelle difficoltà difendici dal nemico e nell’eterna gioia accoglici nell’ora della morte. Così sia.

La devozione per il Papa, secondo S. Giovanni Bosco

Infine riportiamo, in questo giorno così caro a don Bosco, i suoi insegnamenti e le testimonianze della sua vita a riguardo del Papa. Allora come adesso se un Papa è un vero Papa, Legittimo Successore di San Pietro, Vicario di Cristo etc, ecco come dobbiamo rapportarci a lui, se siamo veri cattolici e non un qualsivoglia protestante.

 

Tratto da: San Giovanni Bosco, meditazioni per la novena, le commemorazioni mensili e la formazione salesiana. Autore: Sac. Domenico Bertetto SDB

Il grande amore e la indefettibile fedeltà di Don Bosco verso il Papa sono fondati sulla viva fede che lo illuminava, circa la dignità e le prerogative del Papa, facendogli vedere in lui il Vicario di Gesù Cristo, il Maestro infallibile, il supremo Pastore a cui Gesù ha affidate tutte le pecorelle del suo mistico Gregge, e che lo Spirito Santo assiste e dirige con specialissima provvidenza nel governo della Chiesa, affinché non abbia ad errare, ma invece assolva fedelmente al suo altissimo ufficio.

Un giorno Pio IX domandò a Don Bosco: «Mi amano i vostri giovani?». «Santo Padre, se vi amano? — rispose Don Bosco — vi hanno nel cuore. Il vostro nome lo portano intrecciato con quello di Dio». (VIII , 719).

La frase è ardita, ma vera. Infatti il Papa è Dio sulla terra. Gesù, dopo aver compiuta la sua missione redentrice, se ne partì, ma al suo stesso posto lasciò il Papa. E’ vero che Gesù torna e rimane in mezzo a noi nell’Eucaristia, ma in essa resta muto; ci nutre, ma non parla e non ci governa in modo visibile. A parlarci e a governarci lasciò il Papa, «il dolce Cristo in terra».

Gesù ha posto il Papa:

al di sopra dei profeti: perché questi preannunziano Gesù, mentre il Papa è la voce di Gesù;

al di sopra del Precursore: perché S. Giovanni Battista diceva: «Io non sono degno di sciogliergli i calzari», mentre il Papa deve dire: «Deo exhortante per nos, Dio parla per mezzo nostro»;

al di sopra degli angeli: a quale degli angeli ha detto: Siedi alla mia destra? A S. Pietro invece ed agli apostoli Egli ha detto: Voi sederete a giudicare le dodici tribù d’Israele.

Gesù ha collocato il Papa al livello stesso di Dio. Egli infatti dice a Pietro e ai suoi successori: «Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me; e chi disprezza me, disprezza Colui che mi ha mandato». (Luca, 10, 16).

Perciò al Papa non si deve solo rispetto, ma venerazione, tenendo conto della sua eccelsa dignità e delle sue prerogative di Maestro infallibile e Pastore supremo, di cui Gesù lo ha insignito.

Se i fedeli genuflettono alla sua presenza, non fanno che tradurre all’esterno il sentimento che domina la loro anima: rendere omaggio a Gesù Cristo, presente nel suo Vicario in terra.

Conoscere il Papa, far conoscere il Papa: ecco l’impegno costante di Don Bosco nei suoi studi teologici, nei suoi scritti (basta pensare ai numerosi fascicoli delle Letture Cattoliche dedicati a questo argomento), nelle sue prediche e parlate ai giovani. Ho lo stesso interesse per il Papa? Mi dò premura di conoscere i documenti pontifici? I giovani trovano in me anzitutto un maestro illuminato e convinto, che fa loro conoscere il Papa?

Amare il Papa

Ecco i sentimenti professati costantemente da Don Bosco verso il Romano Pontefice: «Se mai la mia voce potesse giungere a quell’angelo consolatore: Beatissimo Padre, io direi, ascoltate e gradite le parole di un figlio povero, ma a Voi affezionatissimo. Noi vogliamo assicurarci la via che ci conduce al possesso della vera felicita; perciò tutti ci raccogliamo intorno a Voi come Padre amoroso e Maestro infallibile. Le Vostre parole saranno guida ai nostri passi, norma alle nostre azioni. I Vostri pensieri, i Vostri scritti, saranno accolti con la massima venerazione e con viva sollecitudine diffusi nelle nostre famiglie, fra i nostri parenti, e se fosse possibile, per tutto il mondo. Le Vostre gioie saranno pur quelle dei Vostri figli e le Vostre pene e le Vostre spine saranno parimenti con noi divise. E come torna a gloria del soldato, che in campo di battaglia muore per il suo sovrano, così sarà il più bel giorno di nostra vita, quando per Voi, o Beatissimo Padre, potessimo dare sostanza e vita, perché morendo per Voi, abbiamo sicura caparra di morire per quel Dio che corona i momentanei patimenti della terra con gli eterni godimenti del cielo». (XII, 171).

«Confesso altamente che fo miei tutti i sentimenti di fede, di stima, di rispetto, di venerazione, di amore inalterabile di S. Francesco di Sales verso il Sommo Pontefice». (XVIII, 277).

L’amore di Don Bosco verso il Papa si effondeva in fervide esortazioni per suscitare tale amore anche negli altri.

«Amiamoli i Romani Pontefici — egli diceva con convinzione ed ardore — e non facciamo distinzione del tempo e del luogo in cui parlano; quando ci danno un consiglio e più ancora quando ci manifestano un desiderio, questo sia per noi un comando». (V, 573).

«Volete voi essere forti per combattere contro il demonio e le sue tentazioni? Amate la Chiesa, venerate il Sommo Pontefice». (VI, 347).

Il programma di Don Bosco fu sempre questo: tutto col Papa, pel Papa, amando il Papa. (I, 12).

Con ragione gli stessi giornali liberali scrivevano: «In Don Bosco l’arte di innamorare al Papato è tutto e si può dire che in ciò vale mille maestri clericali». (XIV, 189).

Ecco quindi il programma che Don Bosco mi affida: far ardere nel mio cuore i grandi amori che hanno infiammato il suo: Gesù Sacramentato, Maria Ausiliatrice e il Papa.

Che cosa posso fare per amare di più il Papa? Come adoperarmi per suscitare nelle anime a me affidate l’amore al Papa. Con l’occhio agli esempi di Don Bosco e il cuore dilatato dai palpiti d’amore che da essi si sprigionano, non avrò certo difficoltà a regolare pensieri, affetti e opere, in modo che risulti chiaro il mio amore al Papa e divampi dal mio nel cuore di quanti da me dipendono.

Servire il Papa

L’amore al Papa si deve tradurre nella piena e incondizionata fedeltà a tutte le sue direttive.

«Il mio sistema — afferma Don Bosco — è quello di professare la Dottrina Cattolica, e seguire ogni detto, ogni desiderio, ogni consiglio del Romano Pontefice». (XV, 251).

«Io sottometto ogni detto, scritto o stampa a qualsiasi correzione, decisione o semplice consiglio della Santa Madre, la Chiesa Cattolica», ossia al suo capo, il Papa. (XVII, 265).

«Io sono attaccato al Papa più che il polipo allo scoglio». (VIII, 862). «Col Papa intendo rimanere da buon cattolico fino alla morte». (VI, 679).

In questa nobilissima consegna Don Bosco ha impegnato tutti i suoi figli, avendo fondata la Congregazione salesiana per la difesa del Papa. «Scopo fondamentale della Congregazione… fin dal suo principio fu costantemente sostenere e difendere l’autorità del Capo supremo della Chiesa nella classe meno agiata della società e particolarmente della gioventù pericolante». (X, 762).

«Intendo che gli alunni dell’umile Congregazione di S. Francesco di Sales non si discostino mai dai sentimenti di questo gran Santo verso la Sede Apostolica; che raccolgano prontamente e con semplicità di mente e di cuore, non solo le decisioni del Papa circa il dogma e la disciplina, ma che nelle cose stesse disputabili abbraccino sempre la sentenza di Lui». (XVIII, 277).

«Siccome è un cattivo figlio quello che censura la condotta di suo padre, così è un cattivo cristiano colui che censura il Papa, che è padre dei fedeli cristiani che sono in tutto il mondo». (IV, 55).

Con ragione Pio XI in un pubblico discorso chiamò Don Bosco «un grande, fedele e veramente sensato servo della Chiesa Romana, della S. Sede… perché tale egli fu sempre veramente».

Anche di ogni Salesiano si deve poter dire, sempre ed ovunque, che è un fedele e convinto figlio della Chiesa e del Papa. Solo a questa condizione Don Bosco lo riconosce come suo figlio, vivente nel suo stesso spirito.

Aiutami dunque, o buon Padre, ad imitarti sempre meglio nel conoscere, amare ed obbedire al Papa.

Mi devo impegnare in modo speciale a conoscere meglio gli insegnamenti del Papa. Con mirabile e continuo magistero Egli diffonde perennemente la luce del Vangelo nei vari settori della vita e dell’attività individuale, familiare e sociale. Debbo quindi attingere ai suoi insegnamenti per rendere sicuro e aggiornato il mio magistero catechistico e la mia predicazione.

I nemici di Dio spargono le più infami calunnie contro il Papa, che presentano come istigatore di guerra, nemico degli operai, oppressore della libertà. Il Papa deve trovare in me un soldato valoroso che sa prendere con competenza le Sue difese per far trionfare la verità.

Conoscendo e divulgando l’insegnamento del Papa ne promuoverò certamente anche l’amore e la fedeltà.

Fonte: https://www.paolodetoth.it/paolo-vi-24-maggio-1976-il-nuovo-ordo-e-stato-promulgato-perche-si-sostituisse-allantico/

Dove Gesù dice Bianco, Ratzinger dice Nero

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Riportiamo qui questo articolo pubblicato dal blog “Chiesa e post Concilio” il 26/02/2018 perché ci sembra di vivere l’epoca della confusione dottrinale e l’identificazione nelle sciocchezze di alcuni falsi pastori, che si spacciano per conservatori o tradizionalisti, ma che sono o sette di bastian contrari trombati da Bergoglio o personaggi funzionali al sistema di potere che occupa i Sacri Palazzi dal Concilio Vaticano II (1962 – 1965) per contenere entro i loro recinti il legittimo dissenso di fedeli disorientati. Specifichiamo che non c’è assonanza né vicinanza tra le posizioni del succitato sito e viceversa. Dissenso che andrebbe, altresì, sorretto da una buona preparazione dottrinale e teologica, che, però, forse non a caso, è deficitaria o assente. Questo contributo del Prof. Radaelli, discepolo del Prof. Romano Amerio, è autorevole e competente. Ovviamente vi sono molti altri aspetti concretizzatisi durante l’occupazione del Soglio da parte di Ratzinger, come ad esempio le visite amichevoli nei templi delle false religioni (Moschea di Istanbul, scalzo, in preghiera con l’imam per l’unico Dio (sic!), visita alla Sinagoga di Roma nel solco di Wojtyla, tra baci e abbracci coi rabbini, Cortile dei Gentili, in cui atei, agnostici e anticlericali di ogni risma avevano un liberale diritto di parola, visita alle chiese protestanti, riabilitazione di Lutero, abrogazione del Limbo, massima collegialità, l’incontro demonolatrico denominato Assisi III, la parificazione del rito di Montini con la Messa Cattolica di San Pio V e sua sottomissione in nome dell’inesistente ermeneutica della continuità di un’unica Fede, che è falsa e bestemmia, l’ invenzione del “papato emerito” che ha scandalizzato nelle modalità e nella sostanza ma indebolito l’immagine del Primato di Pietro, ecc. ecc.). Ratzinger non è mai stato Papa perché modernista, aderente al Conciliabolo Vaticano II e mente di tutte le riforme ereticali del post-conciliabolo. La sua elezione era invalida perché fatta da altri modernisti (“ipso facto et sine ulla declaratione” decaduti da ogni Autorità nella Chiesa ex can. 188,4 del CDC 1917 per eresia manifesta) così come tutti i suoi predecessori fino a Roncalli. Una crisi senza precedenti, figlia di un castigo per l’umanità incredula e peccatrice, che Dio risolverà quando e come riterrà opportuno. (Il Circolo Christus Rex)

di Enrico Maria Radaelli

1. PREMESSA. DIO (IN SAN PAOLO, GAL 1,8) STABILISCE:
SOLO CIÒ CHE VIENE DA DIO È “SPIRITO”.
TUTTO CIÒ CHE INVECE VIENE DALL’UOMO È “CARNE”.
Tutti noi conosciamo le parole con cui san Paolo mette in guardia gli errabondi cristiani della Galizia (i celebri Gàlati) dall’accogliere una dottrina diversa da quella da lui insegnata: « Se anche noi stessi, o un Angelo del Cielo, venisse ad annunciarvi un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato noi, sia egli anàtema » (Gal 1,8).

Con queste parole l’Apostolo stabilisce un principio potente, diciamo anche il principio dei princìpila Parola divina è da più del parlante umano che la proferisce, fosse pure esso – come nel suo iperbolico paradosso l’Apostolo chiama il più venerabile annunciatore che gli uomini possano aspettarsi – « un Angelo del Cielo »: la Parola divina non può essere cambiata da nessuno: essa è quella che è e tale deve a ogni costo e assolutamente restare e permanere in eterno.
Per san Paolo, ossia per Dio attraverso san Paolo, il Logos, il Verbo rivelato nel Vangelo, va annunciato. Poi non importa chi lo annuncia, ma solo e unicamente la perfetta fedeltà dell’annunciatore al messaggio annunciato: la verità è il primum, poi è l’unicum, e infine è il supremum. Il resto è nulla.
Che è a dire, come si esprime l’Apostolo: solo ciò che viene da Dio è “Spirito”. Ciò che viene dall’uomo è solo “carne”.
Questo principio è potente. E imprescindibile: è il perno solo in base al quale l’Apostolo potrà apostrofare Cefa, Pietro, il suo Superiore, senza contravvenire all’obbedienza e al rispetto dovutigli. Infatti, con i due paradossi più estremi che si possano concepire: « se anche noi stessi » e « o un Angelo del Cielo », egli afferma che non c’è annunciatore che tenga: la Parola divina è una e una sola: quella annunciata da Gesù Cristo, e, a partire da Lui, dai santi Apostoli.
Dunque, per stare a noi, non è importante per un fedele essere “papalino” o non “papalino”, per usare una parola di recente utilizzata da un riverito cardinale da poco scomparso, ma essere cristiano o non cristiano, perché, anche se la Parola di Dio fosse oggi, per assurdo, annunciata da « un Angelo del Cielo », cioè da qualcuno che potrebbe magari anche sembrare un angelo, come di certo lo sembra, p. es., una personalità molto e da tutti apprezzata, amata, venerata per la sua mitezza e bontà, ma tale Parola venisse però annunciata da tale pur amabilissima persona diversamente da quella che è, ossia deviata da qualche cambiamento, ebbene: « egli sia anàtema », ossia venga respinta, venga rigettata, sia quella parola, sia chi la propaga (se pur respinte e rigettate, l’una e l’altro, con somma carità e massima giustizia, naturalmente, come peraltro esorta a fare lo stesso Apostolo in altri testi), perché quella tal parola, in ogni caso in qualche modo variata, non essendo più la Parola divina, ma un’altra purchessia, non salva più nessuno, non serve più a nulla, anzi danna irrimediabilmente: e danna sia chi l’ascolta, sia, e ancor più, chi l’annuncia, perché anche a quest’ultimo non bastano mitezza, bontà, dolcezza e ogni altra virtù, poiché, come dice sant’Ignazio d’Antiochia agli Efesini, « la fede è il principio, la carità il fine », ossia, come spiega san Bonaventura nel Breviloquio, « è per mezzo della fede che Cristo abita nei nostri cuori », ma una fede mal riposta, ossia riposta nella parola sbagliata, non è più riposta in Cristo, e la carità che ne discende non è più la carità di Cristo, divina, ma una semplice carità umana.
Fra poco vedremo poi le conseguenze di tutto ciò fino in fondo. In ogni caso, ora si è ben visto il motivo per cui l’Apostolo è così veemente. E se l’Apostolo fosse presente ora, se fosse presente nella Chiesa di oggi, probabilmente lo sarebbe dieci volte di più.

 

* * *

 

Detto ciò, qui si vogliono offrire ora almeno cinque dei numerosi esempi di totale inconciliabilità, da una parte, degli insegnamenti dati da Sacre Scritture e Dogmi della Chiesa, dall’altra, degli insegnamenti di Joseph Ratzinger, esposti in un suo celebre libro del 1968, quand’era professore di Teologia a Tubinga e ancor oggi vero e unico paradigma del suo pensiero, Introduzione al cristianesimo, venduto da cinquant’anni in tutto il mondo, mai smentito, anzi confermato nel 2000 da un nuovo Saggio introduttivo vergato dal suo stesso Autore, all’epoca Prefetto della sacra Congregazione per la dottrina della fede, e, nella sua linea dorsale, ancora la lui ribadito in un’intervista pubblicata su L’Osservatore Romano il 17-3-16, dunque solo due anni fa, persino dopo tre anni dalla sua Rinuncia al Papato. Libro dunque ancora attualissimo.
Esso costituisce l’oggetto dell’analisi del mio Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondopro manuscripto, Aurea Domus, Milano novembre 2017, pp. 370, disponibile nelle librerie Àncora (Milano e Roma), Coletti (Roma), Hoepli (Milano), Leoniana (Roma), oltre che sul sito Aurea Domus.
Si vuole altresì rassicurare il lettore della più ampia contestualizzazione, in questo mio lavoro, delle citazioni del pensiero ratzingeriano, così da poter garantire allo studioso il più largo aiuto per afferrare, di quelle pagine, oltretutto, il loro non sempre limpido ma piuttosto implesso significato.
Si ritiene urgente la massima diffusione di Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, affinché sia evidente che il sottoscritto, potendo cominciare a lavorarvi solo dal settembre del 2015, ha fatto di tutto per arrivare in tempo a tentare – quantomeno a tentare – di convincere l’esimio e mite Autore di Introduzione al cristianesimo della necessità di riflettere su tutti quei suoi molto pericolosi assunti prima che sia troppo tardi.
In questo mio lavoro ho però anche voluto proporre quattro paragrafi (76-79) in cui espongo all’apprezzamento del lettore anche cinque pregevoli pensieri dell’esimio Teologo, la cui presenza, pur nell’oceano delle più biasimevoli dottrine fuori strada, permette di capire quanto la mia disamina su quel suo scritto sia scevra da ogni apriorismo personale, ma dettata, come si diceva all’inizio, solo dalla divina e a tutti superiore Norma normans del Logos.

Questi i cinque esempi.

2. PRIMO “PECCATO DELLA CARNE” DI JOSEPH RATZINGER,
O Ia INCONCILIABILITÀ TRA I SUOI SCRITTI E IL VANGELO.

Nel 2005, salito da poco al papato col nome di Benedetto XVI, colui che era stato il Professor Joseph Ratzinger insegnava che quella di Dio « rimane l’ipotesi migliore, benché sia un’ipotesi » (Joseph Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Cantagalli, Siena 2005, p. 123).
Ma dire che Dio è « l’ipotesi migliore » significa comunque fondare la fede in Dio – credere Deum – su un’ipotesi, se pur la migliore, ossia su un dubbio, il che però significa fondare la fede su un atto umano: è l’uomo che ipotizza l’esistenza di Dio, è l’uomo che, nella sua mente, “produce Dio”.
Ma la fede è una conoscenza per testimonianza, e la testimonianza è quella del Cristo, che dice, proclama e afferma: « Dio nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato » (Gv 1,18), e infatti san Bonaventura – contro il futuro storicismo –, ancora nel Breviloquio, afferma: « L’origine della Sacra Scrittura non è frutto di ricerca umana, ma di rivelazione divina ». Sicché è Dio che si muove per primo verso l’uomo, e non l’uomo verso Dio.
E dato che san Paolo con i Galàti è andato fino in fondo, questo è il momento per andare fino in fondo anche noi.
Dice l’Apostolo: « Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito, o per aver creduto alla predicazione? » (Gal 3,2). E precisa, affondando il coltello fino all’elsa, senza alcun riguardo: « Siete così privi di intelligenza che, dopo aver cominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne? » (Gal 3,3), ossia: Siete così privi di luce spirituale che, dopo aver accolto la mia Parola spirituale, e spirituale perché fondata sulla Rivelazione di Dio compiuta dal Figlio, ora volete basare la vostra ragione per credere sulla base di una tutta umana ‘carne’, ossia sulle opere umane?”
San Paolo chiama ‘carne’, nei Galàti, ciò che essi elaborano a partire dalle opere della Legge, e chiama ‘Spirito’ la Grazia della terza Persona della ss. Trinità che discende nei cuori se essi credono alla Rivelazione data loro da Gesù Cristo e dai suoi Apostoli.
Analogamente, oggi san Paolo chiamerebbe ‘carne’ ‘l’ipotesi Dio’, il percorso compiuto dall’uomo Joseph Ratzinger col metodo storicistico per individuare l’esistenza di Dio.
Nell’uno e nell’altro caso ‘carne’ è infatti tutto ciò che origina dall’uomo. ‘Spirito’ invece è ciò che viene da Dio. Uomo e Dio sono nettamente e irriducibilmente divisi. E la fede – virtù squisitamente soprannaturale, non c’è alcun dubbio – viene da Dio e solo da Dio. Se invece viene dall’uomo non è fede, è ragionamento, è un sillogismo qualsiasi: è carne.
Si noti che questo pensiero ipotetico drammaticamente errante anche del più recente Ratzinger, che conferma come si debba cercare di correggerne il fideismo di fondo, lo si è potuto raccogliere proprio da chi credeva, con l’improvvida citazione di quelle sue parole, di difenderlo dal mio dire (v. http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/01/04/joseph-ratzinger-teologo-non-modernista-ma-moderno).
Nelle prime settantatre pagine del suo libro il Professor Ratzinger, ben trentadue anni prima, aveva già steso il concetto fondante della sua fede “ipotetica”, e l’aveva steso con plurime e sempre molto drammatiche espressioni, di cui qui si riportano solo le tre più esemplari e struggenti: « …il credente può vivere la sua fede unicamente e sempre librandosi sull’oceano del nulla, della tentazione e del dubbiotrovandosi assegnato il mare dell’incertezza come unico luogo possibile della sua fede,… » (Introduzione al cristianesimo, p. 37);
« È la struttura fondamentale del destino umano poter trovare la dimensione definitiva dell’esistenza unicamente in questa interminabile rivalità fra dubbio e fede, fra tentazione e certezza » (Introduzione al cristianesimo, p. 39);
« Il credente sperimenterà sempre l’oscura tenebra in cui lo avvolge la contraddizione dell’incredulità, incatenandolo come in una tetra prigione da cui non è possibile evadere,… » (Introduzione al cristianesimo, p. 73).
Ma Gesù, a proposito di certezza e solidità della fede, ci dice: « …e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli » (Lc 22,32); « Io sono la via, la verità e la vita » (Gv 14,6), e: « beati quelli che pur non avendo visto crederanno » (Gv 20,29).
E san Paolo ricorda che « ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto [è manifesto agli uomini]; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa » (Rm 1,19-22).
Conclusione: « Senza la fede è impossibile piacere a Dio » (Eb 11,6). Su tali inerranti Scritture la Chiesa dogmatizza (con affermazione cui è dovuta obbedienza de fide): « Dio, principio e fine di ogni cosa, può essere conosciuto con certezza mediante la luce naturale della ragione umana a partire dalle cose create » (Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, cap. 2, Denz 3004).
Bisogna qui aprire una parentesi di ordine generale che ci permette di notare come il postulato iniziale generalissimo del Professor Ratzinger, secondo cui: « …il credente può vivere la sua fede unicamente e sempre librandosi sull’oceano del nulla, della tentazione e del dubbio », nullifica tutto il libro nonché se stesso medesimo, in quanto circolarmente contradditorio. Se infatti, per principio, tutto è incerto, allora sarà incerto, per principio, anche il postulato medesimo, che quindi potrebbe essere falso, e saranno comunque incerte, forse false, per principio, tutte le proposizioni del libro e, allora, a che pro non solo scriverlo, ma anche leggerlo? (v., in Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, i §§ 11-21 sul dubbio socratico, giusto, e su quello scettico, da rigettare, pp. 51-82).

3. SECONDO “PECCATO DELLA CARNE” DI JOSEPH RATZINGER,
O IIa INCONCILIABILITÀ TRA I SUOI SCRITTI E IL VANGELO.

In un’intervista del 2016 a Jacques Servais s.j., pubblicata sull’Osservatore Romano, l’augusto Teologo, già Papa, tornato cardinale pur ricusandone la qualifica, riconfermava la dorsale del suo pensiero ribadendo la convinzione che la Redenzione come ‘riparazione dell’« offesa infinita fatta a Dio »’ è solo una dottrina medievale, dovuta, secondo lui, unicamente a un vescovo, peraltro santo, il vescovo Anselmo d’Aosta, la cui « ferrea logica » resta « difficilmente accettabile dall’uomo moderno », così mantenendo inalterato il pensiero formulato cinquant’anni prima in Introduzione al cristianesimo, per il quale essa « ci appare come un crudele meccanismo per noi sempre più inaccettabile » (Introduzione al cristianesimo, p. 221).
Ma Gesù stesso parla di “ira di Dio”: « Chi rifiuta di credere nel Figlio – dice, riferendosi a Sé – non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui » (Gv 3,36). Quale ira? perché ira? L’ira del Creatore per il peccato della sua creatura; e san Paolo chiarisce: « Quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del suo Figlio » (Rm 5,10): nemici per il peccato dell’uomo, che solo la morte per Olocausto cruento di Cristo, Vittima innocente, pienamente riscatta.

Infatti: « Anche noi tutti, … eravamo per natura figli dell’ira » (Ef 2,3); “per natura” a causa del peccato originale trasfuso in noi da Adamo attraverso il seme biologico dei nostri padri.

E l’Apostolo (Dio attraverso l’Apostolo) rincara: « E voi, che già eravate estranei e nemici nella vostra mente e nelle vostre opere malvagie, ora Dio vi ha riconciliati nel corpo di carne di Lui, per mezzo della Sua morte » (Col 1,21-2); cui si aggiunge Giovanni, l’Apostolo prediletto (ossia sempre Dio, stavolta attraverso l’Apostolo prediletto): « In questo si è manifestato l’amore di Dio verso di noi: che Dio [Padre] ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, … In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che Dio ha amato noi e ha inviato il suo Figlio per essere l’espiazione per i nostri peccati » (I Gv 4,9-10).
Su tali inerranti basi scritturali, il dogma ordina (Concilio di Trento, Denz 1743 e 1753) che la Chiesa professi la dottrina della Redenzione come Olocausto di Cristo al Padre, e in Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo (§§ 40-3, pp. 155-72) è percorsa tutta la storia del dogma in proposito, che esige che sia obbedito, accettato, creduto e liturgicamente sempre celebrato proprio ciò che il Professor Ratzinger da sempre rigetta (e che oggi la Chiesa più non celebra).

4. IL TERZO “PECCATO DELLA CARNE” DI JOSEPH RATZINGER,
O IIIa INCONCILIABILITÀ TRA I SUOI SCRITTI E IL VANGELO.

Il Professor Ratzinger afferma: « Dio è e sarà sempre per l’uomo l’essenzialmente Invisibile … Dio è essenzialmente invisibile » (Introduzione al cristianesimo, p. 42); e ancora: « nell’Antico Testamento questa affermazione – che “Dio non compare né mai comparirà all’uomo” – assume valore di principioDio non è soltanto colui che è ora effettivamente fuori del nostro campo visivo …; no, egli è invece colui che ne sta fuori per essenza [marcatura dell’Autore], indipendentemente da tutti i possibili e pensabili allargamenti del nostro campo visivo » (Introduzione al cristianesimo, pp. 42-3).
Ma il Cristo di Sé dice: « Chi vede me vede Colui che mi ha inviato » (Gv 12,45); « Chi vede me vede il Padre » (Gv 14,9); e l’Apostolo prediletto afferma (ossia, come sempre, Dio in lui): « [Dio] lo vedremo così come Egli è » (I Gv 3,2).
E san Paolo precisa: « Egli [il Cristo] è immagine del Dio invisibile » (II Cor 4,4, oltre che Col 1,15), e ancora: « Egli [il Cristo] è lo specchio della gloria di Dio e l’impronta della sua sostanza » (Ebr 1,3), il che significa che Dio Padre è perfettamente visibile, e lo è appunto nel Figlio, Dio come il Padre, né più né meno, e ciò basta alla Chiesa per affermare – al contrario di ciò che insegna, p. es., oltre al Professor Ratzinger, la falsissima nozione mussulmana – la perfetta visibilità di Dio ai Beati, così chiamati appunto per il fatto che essi godono perfettamente della visione divina (vedasi, in Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, il § 18, pp. 70-4).

5. QUARTO “PECCATO DELLA CARNE” DI JOSEPH RATZINGER,
O IVa INCONCILIABILITÀ TRA I SUOI SCRITTI E IL VANGELO.

Il Professor Ratzinger sostiene che l’uomo, nella beatitudine del Paradiso, « vivrà nella memoria di Dio » (Introduzione al cristianesimo, p. 343), e precisa che « Paolo insegna … non la risurrezione dei corpi (Körper), bensì delle persone, e questa non nel ritorno dei ‘corpi di carne’, ossia delle strutture biologiche, che egli indica esplicitamente come impossibile » (Introduzione al cristianesimo, p. 347).
Ma i Vangeli, parlando dell’incontro tra Gesù risorto e gli Apostoli, notano invece che: « siccome stentavano a credere ed erano pieni di meraviglia, [Gesù] chiese loro: “Non avete nulla da mangiare?” Gli diedero un pezzo di pesce arrostito e un favo di miele. E dopo aver mangiato davanti a essi, prese gli avanzi e li diede a loro » (Lc 24,41-3).
Per non dire del celebre episodio di Gv 20,27: « Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani! Accosta la tua mano e mettila nel mio costato! », da cui si evince che un corpo glorioso non è per questo meno carnale, biologico, fisico, materiale, di un corpo mortale; e san Paolo, da qui, insegna: « E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi » (Rm 8,10-1).
Anche qui, sulla base di tali chiarissime e univoche risultanze poste dalle Sacre Scritture, la Chiesa così dogmatizza: « Tutti risorgeranno coi corpi di cui ora sono rivestiti » (Concilio Laterano IV, 1215, Definizione contro gli Albigesi e i Catari, Denz 801), (vedasi, in Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, i §§ 50-2, pp. 196-213, in cui l’inconciliabile opposizione tra l’insegnamento della dottrina cattolica e quello del Professor Ratzinger è evidenziata anche da plurime altre argomentazioni e scritturali e dogmatiche).

6. QUINTO “PECCATO DELLA CARNE” DI JOSEPH RATZINGER,
O Va INCONCILIABILITÀ TRA I SUOI SCRITTI E IL VANGELO.

Il Professor Ratzinger sostiene che « la dottrina della divinità di Gesù non verrebbe intaccata qualora Gesù fosse nato da un matrimonio umano » (Introduzione al cristianesimo, p. 265), infatti, a suo avviso, la figliolanza divina di Gesù « non è un processo avvenuto nel tempo, bensì nell’eternità di Dio » (Introduzione al cristianesimo, pp. 265-6).
Ma l’Evangelista (Mt 1,18-26) scrive: « Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe », ‘promessa sposa’, dice, non ‘moglie’: ‘moglie’ è colei che, col coniugio, ha perso la verginità; ‘sposa’ invece è la donna che, unita in matrimonio, non ha ancora compiuto il coniugio; « prima che andassero a vivere insieme »: l’Evangelista segnala che quanto sta per narrare precede il momento in cui la vergine Maria si accaserà con Giuseppe; « si trovò incinta per opera dello Spirito Santo », come riporta san Luca nel suo Vangelo (1,26-38), « Giuseppe, suo sposo », ‘sposo’, anche qui, e non ‘marito’, a confermare lo stato non ancora coniugale dei due nubendi, « che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di ripudiarla in segreto », ossia di non ripudiarla pubblicamente, ossia che avrebbe provveduto a Maria e al nascituro, dando loro cibo, le vesti, un tetto, ma senza coniugarsi a lei; « Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa », “di prendere con te”, dice l’angelo, con espressione casta, invece di dire “di maritarti”, per indicare a Giuseppe come egli avrebbe dovuto condurre l’unione con Maria “sua sposa”: proprio come aveva pensato lui, un “giusto”, che dunque ragiona con giustizia, secondo il cristiano discernimento degli spiriti, come dev’essere chi il Signore ha designato a proteggere la Madre del Suo Figlio e Suo Figlio stesso; « perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo », e non da un uomo, così sospendendo il passaggio degli influssi negativi dovuti al peccato originale; « … Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del Profeta: “Ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio” »: si noti bene che san Matteo riconosce nella profezia la causa remota, ma non per questo meno efficace, di ciò che stava santamente avvenendo, così riconoscendo a Dio la Sua potenza: ciò che avviene ora è dovuto alla Parola di Dio data allora; in secondo, ricordando la profezia, ne sottolinea il concetto base: il concepimento del Figlio di Dio è dovuto, per parte di madre, a una miracolosa formazione di un embrione in una donna vergine che resta vergine, per cui il Profeta la chiama “Vergine” in quanto lo è per antonomasia, è “Vergine” ontologicamente; e, per parte di padre, è dovuto allo Spirito Santo, per il motivo sopra detto; poi «… Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù».
Ma tutto ciò è impugnato dal Professore Ratzinger, il quale ritiene invece erroneamente che:
– primo, « la dottrina della divinità di Gesù non verrebbe intaccata qualora Gesù fosse nato da un matrimonio umano »;
– secondo, che, a proposito del Vangelo ora visto e di quello di san Luca segnalato nel testo, « la formula della filiazione divina ‘fisica’ di Gesù è quanto mai infelice e ambigua », così accusando la Parola di Dio, e dunque Dio stesso, di essere, qualificandola “infelice”, una Parola inetta, e, con “ambigua”, una Parola falsa, e ciò il Teologo che un giorno sarà persino Papa, senza però purtroppo rigettare nemmeno mezza delle numerose svianti e fuorvianti dottrine insegnate, riesce a fare in un colpo solo, e, quel che è peggio, senza che nessuno se ne accorga (per entrambi i punti si veda, nel mio Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, il § 71, pp. 305-19).

7. CONCLUSIONI:
IERI I GALATI, OGGI IL CARDINALE RATZINGER, ENTRAMBI
DEVONO RESPINGERE LA “CARNE” E TORNARE ALLO “SPIRITO”.

Questi cinque esempi, specie il primo, col quale dal 1968 al 2016 l’Autore di Introduzione al cristianesimo persiste nel dubbio dell’esistenza di Dio, che per lui « rimane l’ipotesi migliore, benché sia un’ipotesi », dimostrano l’impostazione mentale scettica, storicista e fideista che le ha originate e che, mutando uno per uno tutti gli articoli del Credo, come dimostro con ogni evidenza nel mio Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, non conducono affatto alla salvezza, ossia non conducono affatto a Dio: non vi conducono né il loro Autore, né i suoi lettori, discepoli, ammiratori, così come non sarebbero stati condotti alla salvezza, all’epoca, i poco saldi Gàlati da quelle dottrine anatemizzate da san Paolo, fossero pur state annunciate loro da « un Angelo del Cielo », perché, come si è detto, entrambe le dottrine – ieri quelle dei Gàlati, oggi quelle di Ratzinger – e dunque entrambe le fedi in esse mal riposte e che comunque proprio da esse purtroppo ancora germinano, sono “carne”: elucubrazioni umane mal condotte, inferenze che, non poggiando su basi metafisiche, non possono dirsi neanche scientifiche, e che infatti poi, in quanto tali, lasciano titubanti, nel più tragico dei dubbi, chi vi si appende, il loro pur esimio Autore e i suoi miseri lettori, e non può essere che così: solo Dio può portare l’uomo a Sé, e con fede certa, salda, potente e definitiva: ferma come è ferma solo la sua Roccia.
Si spera che questi cinque esempi possano essere utili a far conoscere la mia disamina al più largo pubblico di fedeli possibile, così da metterli in guardia sulle dottrine insegnate in Introduzione, e riescano a sollecitare, come si può riscontrare nelle ultime mie pagine, a trovare presto, e con ogni prudenza, la via per convincere l’illustre Soggetto a ritenere – almeno – che quel suo libro e le dottrine contenute non siano più proponibili alla Chiesa come sue convinzioni profonde, come a suo tempo il cardinale Dal Poggetto riuscì ad avvicinarsi al letto di Papa Giovanni XXII, a parlargli, a convincerlo, così da raggiungere il santo fine di far cadere ogni pericolo che i cancelli aurei gli restassero per sempre sbarrati.

8. PERÒ POTREBBE ESSERE ANCORA JOSEPH RATZINGER,
SE SOLO LO VOLESSE, A ILLUMINARCI LA STRADA VERSO DIO:
SEGUENDO L’ORSO DI SAN CORBINIANO DI CUI RACCONTA,
E L’ANIMALE DA SOMA IN CUI SI DOVETTE TRASFORMARE.

Nel suo La mia vita. Autobiografia, Joseph Ratzinger, a proposito della resa in italiano di Salmo 72,23, che in latino suona: « Ut iumentum factus sum apud te et ego semper tecum », con finezza rileva l’insoddisfazione di sant’Agostino a tradurre semplicemente in “bestia” il latino « iumentum », perché l’espressione, a suo avviso, designerebbe più precisamente, come leggiamo a p. 157, « gli animali da tiro che vengono usati dai contadini per lavorare la terra », ed è questo: un animale da tiro, l’animale in cui si dovette in qualche modo trasformare l’orso in cui si era imbattuto il monaco san Corbiniano secondo le antiche cronache di Frisinga, la città dove il futuro Papa doveva essere ordinato vescovo, orso che aveva sbranato la cavalcatura che stava portando a Roma il santo e il suo bagaglio: per riparare al mal fatto, l’orso, comandato dal monaco, dovette prendere il posto della sua cavalcatura, così « divenendo – contro la sua volontà – animale da soma ».
Il futuro Papa nota che è proprio questa: di andare contro la propria volontà, la differenza di un uomo che si comporta come una bestia selvatica, p. es. come un orso, e un uomo che si comporta come un animale da soma, come un animale aggiogato a una razione superiore alla sua, come è superiore, fuor di metafora, la ragione divina sulla umana.

Ma tale è anche la differenza, si fa notare qui, tra quel teologo che, come un orso tutto attaccato alla terra e a ciò che proviene dalla terra, elabora una fede in Dio su basi naturalistiche, storicistiche, soggettiviste, e il teologo che invece si lascia imbrigliare da Dio, accetta di essere attaccato al suo carro, con le spranghe e le redini di una fede dovuta a una razionalità superiore, a una razionalità « caduta dal cielo » come scrive ancora il Professore di Tubinga a p. 102 di Introduzione al cristianesimo parlando della Rivelazione.

Sicché “l’orso”, ossia la ragione umana, non imbrigliata come dev’essere da quella divina, deve completare anche in lui, nell’antico Teologo, la mutazione richiesta dalla fede per farsi perfetto “animale da tiro”: abbandonarne l’origine storicista e naturalistica, e abbracciarne la discesa dal Cielo, la sorgente divina, sacrificando a ciò, in obbedienza alla Chiesa, anche la propria libertà.
E questo devono fare anche tutti i suoi lettori e ammiratori, perché solo così si compirà in tutta la Chiesa, in tutta la cristianità, oggi, la trasformazione completa dell’ “orso” di una fede ancora troppo attaccata a motivazioni “carnali”: storiciste, come erano “carnali”, nella prospettiva giudaizzante, le motivazioni di fede dei Gàlati, in una fede felicemente tutta e solo aderente allo Spirito, alla grazia, ossia la trasformazione di una fede di “carne” nella fede tutta “a carico”, come quella data da quell’ “animale da tiro” che ha messo la propria libertà tutta a servizio di Dio.