Il direttore d’orchestra del caso Moro – la storia di Igor Markevic

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di Emilio Giuliana

Avviandomi alla conclusione della lettura del libro in oggetto, mi venivano alla mente le “PAROLE” di “eminenti” personaggi della storia mondiale, i quali esprimevano ciò che sostanzialmente raccontano e confermano Fasanella e Rocca nel loro libro:  “Il mondo è governato da personaggi diversi da quelli che immaginano coloro che non gettano lo sguardo dietro le quinte” Benjamin Disraeli”, 1844;

«L’esoterismo autentico deve porsi al di là delle opposizioni che si affermano nei movimenti esteriori che agitano il mondo profano, e, se tali movimenti sono a volta suscitati o diretti in modo invisibile da potenti organizzazioni iniziatiche, si può dire che queste ultime li governano senza mescolarvisi, così da esercitare in egual modo la loro influenza su ciascuna delle parti avverse». René Guénon, l’esoterismo di Dante.

Si derida il cattolicesimo, bigotto, superstizioso, ingenuo…ma ben venga la magia, l’esoterismo, cartomanzia, astrologia, sedute spiritiche…, tutte pratiche fatte proprie di coloro che dietro le quinte, governano e indirizzano i popoli e le società del mondo.

  • Jacqueline Rothschil amica di Kyra Ninziskaja, futura moglie di Igor Markevic. Pag. 62
  • Col tramite di D’Annunzio, fanno venire dall’Italia la più grande medium del tempo, Eusapia Palladino. Pag. 66
  • A Londra, la Colonna è amica anche di Alfred Rothschild, che è lì come console austrungarico…. Alla vigilia della Prima guerra mondiale i Rothschild di Francia si adoperano per tener fuori dalla triplice Alleanza l’Italia, e lavorano a un riavvicinamento anglo-francese, mentre quelli d’Inghilterra tentano una conciliazione anglo-tedesca. Cercano anche di soccorrere i correligionari, battendosi per richiudere l’antica maledizione della diaspora. È proprio Walter Rothschild, presidente della federazione sionista britannica, che Balfour invia la celebre lettera del 1917 in cui parla per primo della necessità di un <<focolare ebraico>> in Palestina. Pag.70
  • Avevano già riorganizzato la massoneria, riuscendo a stabilire una totale sorveglianza sulle logge italiane. Ora, attraverso gli affiliati appartenenti all’aristocrazia siciliana, cercano di usare per i loro interessi la mafia e le istanze separatiste.

Avevano già stabilito ottime relazioni con eminenti personaggi del regime (Ciano, Del Bono, Grandi) e con membri della nobiltà (il duca Amedeo d’Aosta, il principe Junio Valerio Borghese, il conte Edgardo Sogno Rata del Vallino di Ronzone), ora stanno puntando su reti politico-militari in funzione anticomunista costituite da irriducibili postfascisti, da alti gradi delle forze armate, da ex partigiani bianchi, da massoni e da settori della mafia. Pragmaticamente riprendono l’idea di un fronte antibolscevico elaborata, con le stesse componenti, dal segretario del Partito fascista repubblicano – Alessandro Pavolini. Un’informativa dell’ 11 novembre 1946 parla di ex ufficiali della Rsi entrati in contatto con il contro- spionaggio inglese (Field Security Section) per far rinascere il fascismo sotto un nuovo partito nazionalista. Queste reti (Fronte italiano anticomunista, Fronte anticomunista europeo…) confluiranno nell’organizzazione Nato Stay-behind (la cui sezione italiana, conosciuta con il nome di Gladio, è stata fondata da Moro, Taviani e Mattei).

  • Straordinariamente chiara, in tal senso, la relazione inviata il 7 novembre 1943 a Pio XII dal primo delegato apostolico della nunziatura di Londra, monsignor William Godfrey. Il giorno prima, l’altò prelato ha incontrato il premier britannico e gli ha chiesto rassicurazioni sul destino postbellico dell’Italia. «Churchill ha risposto che l’Italia beneficerà di eccellenti condizioni di pace e che le sarà concesso un sussidio sostanziale nella ricostruzione. Egli può garantirlo perché la questione italiana è considerata una questione preminentemente britannica sia dagli Stati Uniti che dalla Russia. L’Unione Sovietica è d’accordo a lasciare l’Italia totalmente da sola, mentre gli Stati Uniti le daranno tutto il possibile supporto morale e gli aiuti materiali all’interno dello schema degli interessi britannici. L’unica cosa che l’Italia non avrà sarà una totale libertà politica. […] Churchill ha aggiunto che questo controllo politico sarà, comunque, condotto con la più grande discrezione possibile e sempre a vantaggio dell’Italia. Lasciata a sé stessa – ha continuato Churchill – l’Italia potrebbe, in pochissimi mesi, ricadere in un fascismo peggiore di quello che l’ha portata alla rovina.» Lo statista conclude paradossalmente che se si fosse commesso l’errore di riconoscere l’Italia come nazione vincitrice, la si sarebbe portata alla catastrofe: «Non sarebbe stato possibile farle accettare alcun controllo. Libera di cercare il suo destino (come i politici italiani amano dire), l’Italia farebbe ogni cosa per eccitare l’odio e l’antipatia degli altri Alleati, sicché nessuno l’avrebbe aiutata e lei sarebbe precipitata nell’anarchia e nella miseria». Pagg.228-229
  • Tra il 1945 e il 1947, il Sis italiano (Servizio informa-zioni e sicurezza) si mostra impressionato dall’attivismo antibolscevico dell’intelligence britannica che, come si è detto, sta conglobando in un fronte armato clandestino europeo tutti i tenaci fautori dei vecchi e nuovi fascismi. È una sorta di internazionale nera, già pronta alle direttive della cosiddetta Dottrina Truman, enunciata in un discorso al parlamento statunitense il 12 marzo 1947. Pag.230
  • La sua ascesa è iniziata nell’Italia prefascista, sotto le grandi ali di Giuseppe Toeplitz, erede a sua volta dei banchieri israeliti mitteleuropei; che progettarono la Comit in funzione dell’espansione industriale voluta da Giovanni Giolitti. Mattioli ha fondato il suo potere sull’indipendenza della finanza dalla politica, se non addirittura sulla supremazia della prima sulla seconda. Reggendo saldamente le redini dell’istituto, don Raffaele (come ama farsi chiamare) è riuscito a finanziare il fascismo senza sporcarsi le mani. Mussolini stesso ha zittito i gerarchi come Roberto Farinacci, che facevano da cani da pagliaio contro le dichiarazioni di autonomia del banchiere, e ha finto di non vedere tutto quello che accadeva all’ombra della Comit i rapporti con la massoneria britannica e i servizi segreti americani, affidati a Cuccia; le assunzioni di ebrei o di dissidenti come Ugo La Malfa, Giovanni Malagodi, Adolfo Tino (zio di Antonio Maccanico); i contatti, attraverso Giorgio Amendola, suo allievo, con il Partito comunista clandestino.! Sicché, dopo la caduta del regime, Mattioli ha presentato il conto del suo antifascismo alla neonata Repubblica e ai suoi leader. Come Parri e Degasperi, anche Togliatti sa che non può fare a meno di lui. Con la spregiudicatezza dell’uomo d’affari, del resto, anche Mattioli sa che non può fare a meno di Togliatti (……) Si scava negli inconsueti territori nei quali il banchiere si sarebbe mosso fin dai tempi della sua formazione. Giuseppe Toeplitz lo avrebbe infatti introdotto ai misteri del Tibet, «il paese chiuso», e alle altrettanto misteriose e complesse concezioni del mistico ottomano Sabbatai Zevi e del suo successore Jakob Frank: antichi e oscuri profeti di un messianismo crudele, imperniato attorno a figure femminili, e di una rinascita della nazione ebraica attraverso una sempre imminente rivoluzione mondiale.

Senza addentrarsi in questi intricatissimi campi, si può ricordare solo la bizzarra disposizione testamentaria di Mattioli di farsi seppellire in piedi (per essere pronto alla Resurrezione), in una tomba dell’abbazia benedettina di Chiaravalle: nel Medioevo era stata il sepolcro di Guglielma (o Vilemina o Blazena Vilemina) la Boema, un’eretica che sosteneva di essere la reincarnazione femminile dello Spirito Santo. Pagg.263/64/65

  • Montini affida la delicata operazione di sutura tra giudaismo e cristianesimo a un suo vecchio amico, che premierà con la nomina a cardinale: un erudito prelato francese, tra i massimi esperti di storia del primo cristianesimo, di patristica e dei rotoli del Mar Morto, che alla vigilia dell’ascesa al trono pontificio di Paolo VI pubblica Dialogo con Israele. «L’Amicizia giudeo-cristiana, a cui appartengo da molti anni – vi si legge, – ha condotto una battaglia, alla quale non ho mai cessato di prendere parte, con molti altri. Vi è, in effetti, un antisemitismo cristiano; noi abbiamo il dovere di scoprirne le cause, al fine di poter lottare contro di esso.»

Quell’erudito si chiama Jean Daniélou e, prima di diventare gesuita, ha tradotto in latino il libretto di CEdipus rex, scritto per Stravinskij dal Gran Maestro del Priorato di Sion Jean Cocteau. (…) il cardinale Daniélau concluderà la sua esistenza nel 1974, in una situazione alquanto imbarazzante: lo troveranno stroncato da un infarto, con le tasche piene di soldi in un rione malfamato di Parigi, sulle scale della spogliarellista italo-francese Mimì Santoni. Jean Daniélau è un altro amico di Igor Markevic. Pagg.277/78

  • Una vita funestata da creditori, da accuse per circonvenzione di incapace, da miserie familiari fu anche quella di Ciro Formisano (Kremmerz). Giustiniano Lebano «l’uomo che, lottò con il colera»: il morbo gli uccise quattro figli e fece impazzire la moglie, che si dette fuoco facendo bruciare con sé molti manoscritti del marito. Lui però continuava a negare il colera, affermando che era «ociphon-sincope, uscita dall’inferno. E ugualmente penose e misere sono state; almeno nell’ultima fase, le esistenze del barone Musmeci Ferrari Bravo, dello stesso Reghini.

Non si possono prendere sul ‘serie persone così. Eppure, benché in modi che a noi restano ignoti, questi uomini hanno avuto e continuano ad avere grande influenza, non soltanto spirituale. La famosa fondatrice della Società teosofica, Madame Blavatsky, rimase circa tre mesi nel piccolo albergo Vesuvio di Torre del Greco. Certo per vedere Pompei ed Ercolano. Ma incontrò molte volte Giustiniano Lebano e si parlarono a lungo. E i libri ai Lebano sono studiati e riconosciuti perfino in India. Pag.335

  • Noto Servizio era il nome in codice con cui veniva indicata dai suoi membri ed era stata creata nell’ultima fase del conflitto da agenti angloamericani e sovietici, che avevano reclutato uomini degli apparati fascisti e nazisti, a guidarla era stato in un primo momento il capo dei servizio segreto di Mussolini, Generale Mario Roatta, e dopo di lui, un ufficiale polacco di origine ebrea dell’esercito sovietico, Otimsky, trasferitosi in seguito a Tel Aviv. Lo scopo iniziale era evidentemente quello di compiere operazioni speciali contro i tedeschi. Dopo la guerra e nei decenni successivi, però, aveva continuato ad agire con altri scopi: quasi sicuramente il Noto servizio aveva manovrato sia il terrorismo di destra che quello di sinistra, a seconda delle convenienze. I magistrati si sono convinti che la struttura supersegreta avesse finanziato anche il Movimento di azione rivoluzionaria di Carlo Fumagalli (uno dei sospettati per la strage di Brescia) attraverso l’ambigua figura del bulgaro Jordan Vesselinoff, agente al servizio di più bandiere. Ex collaboratore dei nazisti, dopo la guerra aveva lavorato contemporaneamente per americani, russi e bulgari. Affiliato alla loggia massonica Carnea di Santa Margherita Ligure, aveva ramificato i suoi contatti anche più in profondità, in una dimensione che lo affascinava molto: l’esoterismo.

E con Vesselinoff il cerchio si chiude, perché sua figlia Claudia (nata il 14 dicembre 1938) ha sposato nel 1961 Vaclav Markeviè, il primogenito di Igor e Kyra Nizinskaja. Pagg. 358/59

  • Dario, secondo Mitrokhin, è il nome in codice di Giorgio Conforto, un personaggi o con caratteristiche e percorsi molto simili a quelli di Vesselinoff; agente doppio anche lui, in contatto con in i russi già da quando era nell’OVRA fascista, aveva poi continuato a lavorare contemporaneamente per il KGB e per gli angloamericani. Pag.359
  • …luogo remoto e protetto. In quest’oasi, Hubert Howard è vissuto appartato, ma niente affatto isolato. Tra i numerosi visitatori del giardino e tra le personalità in vario modo legate all’entourage filoamericano di Palazzo Caetani, accanto a teste coronate, ad ambasciatori di vari paesi, a presidenti come Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, troviamo Giulio Andreotti; il parlamentare socialista Paolo Battino Vittorelli; il repubblicano Francesco Compagna della rivista «Nord e Sud»; il giornalista e parlamentare Luigi Barzini junior; Umberto Colombo, dirigente Monitedison; Aurelio Peccei, uomo molto legato a Gianni Agnelli; l’avvocato Giuliano Vassalli, legale della famiglia Moro, il segretario generale del ministero degli Esteri Francesco Malfatti di Montetretto… Basterebbe raggruppare questi nomi, al di là dell’appartenenza di partito, per intuire quali fossero gli ambienti (anzi, l’ambiente) con i quali Howard continuava a intrattenere rapporti. Molti di loro erano dello Iai, altri della Trilateral Commission, del Gruppo Bilderberg, dell’Istituto atlantico, del Club di Roma.

Tutte sigle che in vario modo discendono dal mondialismo della Fabian Society, attraverso la Round Table e il Royal Istitute of International Affairs, e costituiscono in Italia una sorta di trasversale partito angloamericano. Pag.391

  • …Andreotti faceva parte anche di una fondazione culturale chiamata Inter-Action council of word leaders, insieme al tedesco Helmut Schmidt  e al francese Valery Giscard d’Estaing. Questa associazione, da cui tra l’altro sarebbe nato il Club Roma di Peccei, propugnava “la frantumazione degli stati nazionale in più piccole entità regionali ed autonome. Anche se apparentemente in contrasto, quest’idea finiva con l’allinearsi al progetto globalizzazione della Sinarchia. Pagg.395/96

 

 

 

Fonte: https://emiliogiuliana.com/2-uncategorised/118-il-direttore-d-orchestra-del-caso-moro-la-storia-di-igor-markevic.html

Ridateci il diritto di essere contro

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di Marcello Veneziani 

Fonte: Marcello Veneziani

Il diritto vale anche a rovescio; ossia tutela e garantisce anche chi dissente dal potere e diverge dall’opinione dominante. Ma da qualche tempo i diritti si vanno restringendo, le imposizioni crescono insieme al conformismo coatto. Prima con la pandemia, l’infinito strascico di restrizioni e obbligazioni, vaccini e green pass, sorveglianza e controllo; poi con la guerra in Ucraina e l’allineamento generale ai falchi della Nato e degli Stati Uniti. Ma ci sono anche altri precedenti e altre vicende collaterali che hanno spinto in quella direzione.
Ugo Mattei, giurista, ordinario di diritto civile, ha pubblicato un libro che già nel titolo contiene la sua tesi, Il diritto di essere contro (Piemme), dedicato al dissenso e alla resistenza nella società del controllo. Si comincia dai vaccini, dai controlli e dai pass, nel nome di una religione scientista, sanitaria e supponente, e si arriva a estenderli ad altri ambiti, fino a instaurare un bieco regime di sorveglianza.
Mattei è tra i firmatari del documento “Dupre” che esprime dubbi e preoccupazione sul regime sanitario e i suoi inquietanti sviluppi. Come lui sono firmatari anche l’oncologo e biologo Mariano Bizzarri e il filosofo Massimo Cacciari; il primo è autore di un recente, affilato pamphlet, Covid-19 un’epidemia da decodificare. Tra realtà e disinformazione (Byoblu edizioni), con un saggio di Cacciari che ne esalta il rigore scientifico e la libertà di giudizio. Per restare nella linea del dissenso è da segnalare un libro-dialogo tra Francesco Borgonovo e lo storico Luciano Canfora, che si occupa dell’altro versante scottante, La guerra in Europa, L’Occidente, la Russia e la Propaganda (Oaks editrice), offrendo una lettura divergente rispetto all’Informazione ufficiale e istituzionale.
A Mattei, Bizzarri, Cacciari, Canfora e Borgonovo, persone di diversa estrazione, non è negato il diritto di essere contro, i loro libri non saranno vietati. Neanche quelli di Alessandro Orsini e di Toni Capuozzo, di Giorgio Agamben e di Carlo Freccero (neanche i miei, se è per questo). Ma saranno ignorati, emarginati o disprezzati e derisi in coro dall’Intellettuale Collettivo. Chi è fuori dalla cappa o dalla cupola, costeggia ai bordi l’editoria, i social e magari si affaccia pure in tv; ma è fuori dal sistema che non ammette contraddittori al suo interno, ma solo ai margini, fuori. La linea divisoria tra insider e outsider è sempre più marcata, come un fossato.

E non si tratta di voci isolate, minoranze esigue in via d’estinzione; ma esprimono un pensiero, un sentire, un’opinione assai larga, forse perfino maggioritaria. Che emerge nei social, affiora nei sondaggi, si trasmette col passaparola. A volte attraversa anche categorie come i medici, i ricercatori, gli intellettuali, i diplomatici, i militari ma il timore di sanzioni, problemi alla carriera e gogna mediatica, li induce a confessare in privato opinioni, dubbi e preoccupazioni che in pubblico sono prudentemente nascoste o stemperate.
Con la scusa dell’emergenza ormai permanente, anche se mutano le sue ragioni, si instaura un regime. Mattei accusa Draghi e Mattarella, ma anche Monti e Napolitano, la magistratura compiacente, i piani scellerati di svendita pubblica e privatizzazione, il servilismo atlantista verso gli Stati Uniti, Big Pharma, i colossi della finanza e del capitalismo globale. Siamo entrati nell’era della Sottomissione, definizione fino a ieri riferita al fanatismo islamista (si pensi al libro omonimo di Michel Houellebecq). Secondo Mattei l’Italia è il luogo in cui l’Occidente sta sperimentando la sostituzione del diritto con l’antidiritto, una forma di controllo sociale sul tipo cinese o coreano, tramite ricatti, tracciamenti, algoritmi, censure. Stiamo arrivando tramite il neo-liberismo a una nuova forma di “dispotismo occidentale”.
Il limite dell’invettiva di Mattei è che da un verso non vede il ruolo parallelo e decisivo che ha avuto l’ideologia progressista e i suoi cascami, il politically correct, la cancel culture sulla distorsione della mentalità, la negazione della realtà e della varietà, i divieti e la fabbrica dell’intolleranza. E dall’altro si ostina a giudicare tutto questo come fascismo, contro cui auspica una nuova resistenza e un nuovo comitato di liberazione. Ora, dai residui ideologici che ne sono il sostrato, dagli interessi privati che si perseguono, dai modelli adottati (come quello cinese), tutto si può dire meno che sia un nuovo fascismo. E quando Mattei vede Draghi come il nuovo fascismo, asservito al capitalismo finanziario, all’atlantismo e all’apparato liberista, va del tutto fuori strada; il fascismo è agli antipodi. Sarebbe invece molto più proficuo interrogarsi sul perché il nuovo globalismo armato e sanitario, finanziario e tecnocratico, abbia trovato nei progressisti la loro guardia bianca, nei dem il loro partito-regime e i falchi nella salute, nella censura come nelle armi. Il regime si fonda sulla saldatura tra sinistra radical e capitalismo global, tra liberal e liberisti.
Il quadro che ne traccia è veritiero: in Occidente un oligopolio finanziario globale controlla i mass media, procede al gran reset, sfonda i confini tra il pubblico e il privato. E si accinge a imitare il modello cinese, abolendo il contante per sorvegliarci con la carta elettronica, inserendo la cittadinanza a punti, censurando il dissenso. Ma poi Mattei si lascia prendere la mano e confessa di preferire “un partito unico funzionale” come quello cinese, a “un finto pluralismo di pagliacci, nani e ballerine”. Allora si, che “il diritto di essere contro” verrebbe del tutto sradicato…

Benzina alle stelle: quando l’Italia puntava all’autosufficienza energetica

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LETTERE DEL LETTORE

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera pervenuta e pubblicata anche su https://www.ilmiogiornale.net/benzina-alle-stelle-quando-litalia-puntava-allautosufficienza-energetica/

di Ferdinando Bergamaschi

Il forte aumento della benzina, ai massimi dal 2014 malgrado il prezzo del petrolio stia tenendo, apre di nuovo il dibattito su quanto il fisco incida nel prezzo dei combustibili. E pensare che l’Italia è stato uno dei primi Stati occidentali a muoversi verso la ricerca di una sovranità energetica che mirasse a tutelare i consumatori. Vediamo allora dove inizia questa storia.

Le tesi di Canali

In un libro dello storico antifascista Mauro CanaliIl delitto Matteotti (Il Mulino, 2004), accanto a una tesi pregiudiziale sull’omicidio del deputato socialista (quella della responsabilità diretta di Mussolini, su cui non siamo d’accordo), si fa luce con una pregevole ricerca storica su quella che è stata “La questione petrolifera e la convenzione Sinclair”. Nell’omonimo capitolo del suo libro Canali approfondisce infatti la vicenda, preambolo nel quale si è generato il delitto del deputato socialista. 

Figura centrale di questi avvenimenti del 1923-1924 legati alla questione petrolifera italiana è stato l’allora ministro dell’Agricoltura del governo Mussolini. Stiamo parlando del liberale di destra Giuseppe De Capitani D’Arzago, uomo politico di indiscussa competenza e capacità, come peraltro si evince anche dai giudizi positivi che su di lui dà Canali e dalla ricostruzione della sua opera di ministro che lo storico ci riconsegna.

Chi era De Capitani? Un liberale di destra, dapprima di orientamento salandrino, che durante la sua reggenza al dicastero dell’Agricoltura aveva sempre cercato di mantenere autonoma la sua posizione e il suo ministero, non senza polemizzare con Mussolini quando questi voleva riunire, riuscendovi, il ministero dell’Agricoltura con quello dell’Industria (creando il Ministero dell’Economia nazionale). 

Italia e trust del petrolio

De Capitani e con lui il funzionario Arnaldo Petretti, direttore generale dei combustili e servizi diversi, volevano proseguire la politica energetica del governo Giolitti e rafforzarla in senso nazionale (oggi si direbbe “sovranista”). De Capitani infatti era un tenace avversario dei trust internazionali, nemico delle loro brame monopolistiche e oligopolistiche. Canali giustamente rileva a tal proposito: «Nel discorso programmatico davanti al Senato, De Capitani confermava la sua intenzione di intensificare la ricerca di petrolio nel sottosuolo nazionale, e di avviare a soluzione in tempi brevi il grave problema dell’approvvigionamento, altrimenti – aveva concluso – “sarà per sempre rinsaldata la dipendenza del nostro mercato dai trust internazionali”».

Addirittura il trust mondiale del petrolio, e la Standard Oil in particolare, vedevano De Capitani come un grande pericolo per le loro strategie. Da un lato infatti era un deciso sostenitore dell’esplorazione del nostro sottosuolo, col fine di rendere indipendente l’Italia nell’approvvigionamento e nella distribuzione del petrolio; e dall’altro lato, visto che comunque ciò non sarebbe bastato, il ministro, non accettando che il mercato fosse così fortemente condizionato dai grandi trust, voleva approvvigionarsi presso compagnie indipendenti. De Capitani addirittura, pur di non piegarsi al monopolio della Standard Oil, aveva tentato la strada di acquistare direttamente all’estero i pozzi da sfruttare. 

Da De Capitani a Mattei

Questo contesto, come si è detto, è quello in cui nasce l’affaire Matteotti che ovviamente per la sua complessità non può in questa sede essere considerato. Qui ci limitiamo ad evidenziare che De Capitani è stato l’iniziatore di quella politica di difesa e potenziamento della sovranità energetica italiana che avrebbe portato poi, due anni più tardi, nel 1926, alla creazione dell’Agip (Azienda Generale Italiana Petroli). Egli è stato il creatore e il grande sostenitore di questa politica energetica nazionale che voleva fosse basata su una partecipazione pubblica e privata.

La scelta di De Capitani, come è noto, nel secondo dopoguerra sarà portata avanti e potenziata dall’imprenditore Enrico Mattei, presidente dell’Eni (Ente Nazionale Idrocarburi), che fra l’altro nel 1948 scopre il giacimento di gas e petrolio a Cortemaggiore (dal 1951 l’Agip avrà in produzione campi di gas anche a Podenzano e Pontenure), anch’egli “poco gradito”, evidentemente, ai grandi trust internazionali.
Insomma, l’opera intrapresa da un liberale di destra è stata ereditata e portata avanti da un democristiano di sinistra… a dimostrazione una volta di più che le vie del Signore sono infinite.

Vaccino, obbligo per i sanitari? Il giurista Mattei: E’ incostituzionale

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Scritto e segnalato da Antonio Amorosi

Mattei: il primo a non promulgare la legge dovrebbe essere Mattarella. Obbligo incostituzionale. Il vaccino è sperimentale e non si conoscono tutti gli effetti

di Antonio Amorosi

Fonti ministeriali sostengono che il premier Mario Draghi abbia intenzione di adottare una norma ad hoc per rendere obbligatoria la vaccinazione del personale sanitario italiano. Palazzo Chigi starebbe coinvolgendo il ministro della Giustizia ed ex presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia per verificare se è possibile giuridicamente. Nei giorni scorsi la senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli ha invocato l’obbligatorietà. Abbiamo chiesto un parere al professor Ugo Mattei, socio ordinario della International Academy of Comparative Law e membro del comitato esecutivo della American Society of Comparative Law di diritto civile e di diritto internazionale e comparato all’Università della California, professore di diritto internazionale e comparato all’Hastings College of the Law dell’Università della California a San Francisco, di diritto civile all’Università di Torino e per due volte patrocinatore di un

referendum presso la Corte Costituzionale italiana.

Nel mio modo di vedere l’obbligo non è costituzionale perché i vaccini sono ancora in fase sperimentale e non si conosce con ragionevole certezza scientifica l’impatto verso l’esterno.

Nel caso il governo aprisse uno scenario del genere che cosa accadrebbe?

Le ripeto, se il governo rendesse obbligatorio il vaccino per il personale sanitario, in queste condizioni di oggi, secondo me sarebbe incostituzionale e sarebbe incostituzionale per due ragioni fondamentali: primo, perché si tratta ancora di terapie sperimentali e non si conoscono ancora tutti gli effetti; secondo, perché non è noto quanto la vaccinazione effettivamente impatti su terzi, cioè se il vaccinato sia ancora contagioso oppure no

Chiarissimo, abbiamo anche scritto diversi articoli su questo tema… Continua a leggere