Allarme Dimon (Jp Morgan): “Tenetevi forte: è in arrivo un uragano economico”

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di Mariangela Tessa

La politica restrittiva della Fed insieme alla guerra in Ucraina causeranno “un uragano” economico di cui nessun conosce l’entità. A lanciare l’allarme è Jamie Dimonamministratore delegato di JPMorgan, che invita gli investitori a prepararsi al peggio.

“Ho detto che ci sono nuvole di tempesta, ma ora lo cambio… è un uragano”, ha detto ieri il banchiere americano, durante una conferenza finanziaria a New York, come riporta Cnbc. “In questo momento c’è un po’ di sole, le cose stanno andando bene, tutti pensano che la Fed possa gestire la situazione”, ha continuato l’ad, “ma quell’uragano è proprio là fuori, in fondo alla strada, in arrivo sulla nostra via. È meglio che vi teniate forte”, ha detto Dimon alla platea di analisti e investitori. “JPMorgan si sta preparando e saremo molto prudenti con il nostro bilancio”.

Come abbiamo anticipato sono due sono i fattori principali che preoccupano Dimon: in primo luogo, la Federal Reserve ha segnalato l’intenzione di invertire i programmi di acquisto di obbligazioni di emergenza e di ridurre il proprio bilancio. Il cosiddetto quantitative tightening, o QT, inizierà questo mese e aumenterà fino a 95 miliardi di dollari al mese di riduzione dei titoli.

“Non abbiamo mai avuto un QT di questo tipo, quindi si tratta di qualcosa su cui si potrebbero scrivere libri di storia per 50 anni”, ha detto Dimon, aggiungendo che “molti” programmi di quantitative easing “si sono ritorti contro”. Le banche centrali “non hanno scelta perché c’è troppa liquidità nel sistema”, ha detto Dimon. “Devono rimuovere un po’ di liquidità per fermare la speculazione, ridurre i prezzi delle case e cose del genere”.

L’altro grande fattore che preoccupa è la guerra in Ucraina e il suo impatto sulle materie prime, tra cui cibo e carburante. I prezzi del petrolio salgono a causa delle interruzioni causate dal peggior conflitto europeo dalla seconda guerra mondiale, “potenzialmente posizionandosi sulla strada per un rialzo fino a 150 o 175 dollari al barile”, ha detto Dimon. Secondo il numero di Jp Morgan, inoltre, non si stanno intraprendendo le azioni adeguate per proteggere l’Europa da ciò che accadrà al petrolio nel breve periodo. Insomma fa paura l’inflazione.

Mea culpa Yellen: “ho sbagliato sulla traiettoria dei prezzi”

E proprio sul rialzo dei prezzi, ieri è arrivato il mea culpa di Janet Yellen, segretario al Tesoro americano, ex numero uno della FED: “Ho sbagliato sulla traiettoria dell’inflazione” ha detto ai microfoni di Cnn, ammettendo il suo errore nel prevedere la corsa dei prezzi. Una galoppata che sembra quasi inarrestabile sulle due sponde dell’Atlantico – con tassi oltre l’8% sia in Europa che negli Usa – e che creando non poche difficoltà alle banche centrali.

All’interno della Bce intanto i falchi incalzano la più cauta Christine Lagarde e premono per un rialzo dei tassi di interesse da mezzo punto percentuale alla riunione di luglio.

In casa Fed, invece, la stagione dei rialzi del costo del denaro si è già aperta ed è destinata a continuare con strette da mezzo punto alle prossime riunioni. Nella lotta all’inflazione la banca centrale americana ha dispiegato anche l’arma della riduzione del bilancio. Il processo si apre ufficialmente l’1 giugno anche se i primi Treasury a maturare e non essere reinvestiti saranno il 15 giugno. Anche sulla riduzione del bilancio, esploso a quasi 9.000 miliardi di dollari con la pandemia, la Fed intende procedere a passo spedito con una velocità da 47,5 miliardi al mese fino a settembre, per poi balzare a 95 miliardi, ovvero quasi il doppio del ritmo del 2017. Per la Fed è un esperimento senza precedenti intorno al quale c’e’ non poca preoccupazione visto che gli effetti non sono ancora chiari.

Stipendi Italia: unico paese in Europa dove sono scesi in dieci anni (-2,9%)

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di Mariangela Tessa

Mentre il costo della vita è in costante aumento, gli stipendi degli italiani non solo non seguono l’incremento dell’inflazione ma addirittura scendono, complice la stagnazione di Pil e produttività. Il grafico Openpolis su dati Ocse (vedi sotto) parla chiaro: l’Italia è l’unico paese europeo in cui i salari nel decennio chiuso al 2020 sono scesi. Un calo del 2,9% per la precisione, che si confronta con il +6,2% della Spagna, penultima in classifica.

Stipendi, Italia in fondo alla classifica

I primi posti della classifica sono tutti occupati dei paesi baltici dove il salario medio annuale è più che triplicato negli ultimi 25 anni, mentre in alcuni paesi dell’Europa centrale (Ungheria, Slovacchia) è raddoppiato.

Al primo posto, spicca la Lituania: in dieci anni, gli stipendi hanno segnato +276%. Seguono l’Estonia (237%) e la Lettonia (200%). Tra le grandi economie europee, la Germania segna aumenti del 33% e la Francia del 31%. Anche Grecia e Portogallo fanno meglio di noi: nei due Paesi i salari hanno segnato rialzi mesi rispettivamente del 30 e del 13%.

Mariangela Tessa | Wall Street Italia
L’impennata dell’inflazione mangia potere d’acquisto

I nati dopo il 1986 hanno il reddito pro-capite più basso della storia italiana. Quest’anno l’Istat prevede che a fronte di un timido aumento delle retribuzioni contrattuali (+0,8) l’inflazione si mangerà almeno cinque punti di potere di acquisto. Ma sono stime provvisorie destinate  a peggiorare, alla luce dell’impennata dei prezzi. Dopo il rallentamento di aprile, l’inflazione è tornata ad accelerare a maggio salendo a un livello che non si registrava da marzo 1986, segnando una crescita dello 0,9% su base mensile e del 6,9% su base annua. Lo afferma l’Istat. Il rialzo dell’inflazione rappresenta “una tragedia” secondo il Codacons che stima “una maggiore spesa fino a +2.753 euro annui a famiglia.

Ma quanto guadagna in media un lavoratore in Italia? Secondo i dati Eurostat riferiti al 2021 la retribuzione annua netta media di un dipendente single a tempo pieno senza carichi familiari è di 22.339 euro, a parità di potere d’acquisto, cioè tenendo conto dei prezzi nei diversi Paesi, contro i 29.776 della Germania e i 24.908 della Francia.

In Italia, le buste paga sono più leggere. In particolare, quelle dei giovani. Qui i dati Eurostat arrivano al 2019 e si riferiscono alle retribuzioni medie lorde mensili di chi ha meno di 30 anni: 1.741 euro in Italia contro 1.914 in Francia e 2.114 in Germania.

Via al Forum di Davos, chi sono i partecipanti italiani

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di Mariangela Tessa

Al via da oggi fino a giovedì 26 maggio il World Economic Forum. L’incontro è celebre per il prestigio delle persone che vi partecipano: tutti gli anni, nella cittadina svizzera di Davos, si riuniscono esponenti politici, banchieri e dirigenti delle aziende più grandi del mondo per parlare di economia e società. Quest’edizione del Forum sarà la prima condotta di persona dall’inizio della pandemia.

Quest’anno, oltre al clima, si parlerà dei prezzi energetici alle stelle e transizione ecologica. Ma sarà la guerra in Ucraina – che ha mandato in frantumi l’ordine geopolitico globale e riacceso la minaccia nucleare – a rubare gran parte delle luci dei riflettori. Oggi al Forum ci sarà un intervento (da remoto) del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Poi c’è l’economia, o meglio la crisi economica, con una probabile stagflazione in corso e il rischio di recessione globale. E infine le pandemie, fra discussioni sul futuro delle cure e delle vaccinazioni: il Ceo di Pfizer Albert Bourla annuncerà un accordo con i suoi partner per un “mondo più sano” assieme a Bill Gates, il cui intervento martedì su come ‘Prepararsi alla prossima pandemia fornirà materiale di riflessione ai policy maker, e benzina per i cospirazionisti.

Al Forum sono presenti oltre 50 capi di Stato e di governo, tra cui il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il presidente israeliano Isaac Herzog, il premier spagnolo Pedro Sanchez, il premier olandese Mark Rutte, oltre alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e a numerosi commissari, fra cui quello all’Economia Paolo Gentiloni.

Ci sono anche la presidente della Bce Christine Lagarde, l’inviato speciale per il clima del presidente Usa John Kerry e il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. Attesi anche la direttrice del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva e la capo economista Gita Gopinath. Assenti i businessmen russi sono invitati, quando in passato Putin era quasi di casa.

Davos, chi sono i partecipanti italiani

L’Italia è rappresentata da 4 ministri: Daniele Franco (Economia), Roberto Cingolani (Transizione ecologica), Enrico Giovannini (Infrastrutture e mobilità sostenibile) e Vittorio Colao (Innovazione tecnologica e transizione digitale).

Tra i manager italiani partecipano Andrea Illy (Illycaffè), Silvia Merlo (Saipem), Paolo Merloni (gruppo Ariston), Stefano Scabbio (gruppo Manpower), Domenico Siniscalco (Morgan Stanley), Andrea Sironi (Generali), Francesco Starace (Enel).

La pandemia? Una manna per i ricchi. Ecco chi ha guadagnato di più

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di Mariangela Tessa

Si allarga la forbice tra ricchi e poveri del Pianeta. Complice anche la pandemia che ha fatto registrare profitti record per le aziende energetiche, farmaceutiche e alimentari. Risultato finale: negli ultimi 2 anni i miliardari che controllano grandi imprese dei settori alimentare ed energetico hanno visto crescere i loro patrimoni al ritmo di 1 miliardo di dollari (950 milioni di euro) ogni 2 giorni.
Complessivamente, la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 13,9% del PIL mondiale, una quota più che triplicata dal 4,4% del 2000.

È quanto emerge da un report pubblicato da Oxfam, in occasione dell’apertura di Davos, in cui si sottolinea come mentre la spirale della povertà estrema rischia di inghiottire 1 milione di persone ogni giorno e mezzo nel 2022, i super ricchi che controllano le grandi imprese nei settori alimentare e dell’energia continuano ad accrescere le proprie fortune.

Oggi, 2.668 miliardari – 573 in più rispetto al 2020 – possiedono una ricchezza netta pari a 12.700 miliardi di dollari, con un incremento pandemico, in termini reali, di 3.780 miliardi di dollari.

Chi ha guadagnato di più

A trainare la ricchezza, come anticipato, i profitti record delle imprese nei settori caratterizzati da un forte monopolio, come quello energetico, alimentare e farmaceutico. Per dare un’ordine di grandezza, cinque delle più grandi multinazionali energetiche (BP, Shell, Total Energies, Exxon e Chevron) fanno 2.600 dollari di profitto al secondo.

Nel settore alimentare, la pandemia ha prodotto 62 nuovi miliardari. Insieme ad altre tre imprese, la famiglia Cargill controlla il 70% del mercato agricolo globale, e ha realizzato l’anno scorso il più grande profitto nella sua storia (5 miliardi di dollari di utile netto), record che potrebbe essere battuto nel 2022. La stessa famiglia conta ora 12 miliardari, rispetto agli 8 di prima della pandemia.

Anche nel settore farmaceutico, i cui profitti sono stati spinti alle stelle dalla pandemia, ci sono ben 40 paperoni in più. Imprese come Moderna e Pfizer hanno realizzato 1.000 dollari di profitto al secondo grazie al solo vaccino COVID-19 ed Oxfam ricorda che, nonostante abbiano usufruito di ingenti risorse pubbliche per il suo sviluppo, fanno pagare ai governi le dosi fino a 24 volte in più rispetto al costo di produzione stimato.

Ricchi sempre più ricchi, mentre salari rimangono stagnanti

Tutto questo mentre i salari invece rimangono stagnanti e i lavoratori sono esposti a un aumento esorbitante del costo della vita se paragonato agli ultimi decenni, spiega Oxfam. Un esempio su tutti: un lavoratore che si trova nel 50% degli occupati con retribuzioni più basse, dovrebbe lavorare 112 anni per guadagnare quello che un lavoratore nel top 1% guadagna in media in un solo anno. Da qui la richiesta ai Governi di tassare subito gli extraprofitti realizzati sulle spalle delle famiglie.

“I miliardari a Davos potranno brindare all’incredibile impulso che le loro fortune hanno ricevuto grazie alla pandemia e all’aumento dei prezzi dei generi alimentari e dell’energia, – ha detto Gabriela Bucher, direttrice esecutiva di Oxfam International – ma allo stesso tempo decenni di progressi nella lotta alla povertà estrema rischiano di essere vanificati con milioni di persone lasciati senza mezzi per poter semplicemente sopravvivere”. “La marcata concentrazione della ricchezza – e di potere economico – nelle mani di pochi è il risultato di politiche di lungo corso, di decenni di liberalizzazioni e deregolamentazione della finanza e del mercato del lavoro, di anni in cui le regole del gioco sono state fortemente condizionate da interessi particolari a detrimento della maggioranza dei cittadini”, ha aggiunto Bucher.

Fonte: https://www.wallstreetitalia.com/la-pandemia-una-manna-per-i-ricchi-ecco-chi-ha-guadagnato-di-piu/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:%20Wall%20Street%20Italia&utm_content=la-pandemia-una-manna-per-i-ricchi-ecco-chi-ha-guadagnato-di-piu&utm_expid=24d0ca8f6aa04e501a1696e2bb16eb15a1464a4f6d2645e107c1efc8f8ee3e0f

Borsa di Mosca riapre i battenti a metà, via scambi su bond federali

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Segnalazione di Wall Street Italia

di Mariangela Tessa

Dopo ventiquattro giorni di stop la Borsa russa si avvia verso una graduale ripresa delle sue attività, ferme dallo scorso 24 febbraio. Oggi, infatti, la Banca centrale della Russia ha deciso di riprendere le negoziazioni sui titoli di Stato (con due finestre di contrattazione) mentre le vendite allo scoperto su questi strumenti saranno vietate. Attese novità sullo scambio dei titoli azionari, che dovrebbero arrivare nei prossimi giorni.

“Abbiamo sospeso il trading sulla Borsa di Mosca per evitare brusche fluttuazioni del valore dei titoli in un momento di cambiamento senza precedenti della situazione economica. Ora siamo pronti a riprenderlo gradualmente”, ha detto “La negoziazione di obbligazioni di prestiti federali si aprirà nel mercato azionario della Borsa di Mosca domani”, ha detto la governatrice della Banca Centrale Elvira Nabiullina, annunciando l’apertura odierna.

Per prevenire un’eccessiva volatilità, la Banca di Russia ha inoltre spiegato che acquisterà obbligazioni federali per gli importi necessari a limitare i rischi per la stabilità finanziaria, sottolineando che “gli acquisti saranno effettuati nelle quantità necessarie per prevenire i rischi per la stabilità finanziaria. Dopo che la situazione sui mercati finanziari si sarà stabilizzata, abbiamo in programma di vendere l’intero portafoglio di queste obbligazioni per neutralizzare l’impatto di questa operazione sulla politica monetaria”.

Intanto, oggi la Camera considererà la proposta di Putin di assegnare un altro mandato da cinque anni, il terzo consecutivo, alla governatrice Nabiullina.

Borsa Mosca chiusa dal 25 febbraio

La Borsa di Mosca è rimasta chiusa dal 25 febbraio, il giorno dopo l’entrata delle truppe russe in Ucraina. L’indice Moex è crollato il 24 febbraio del 33%, quasi 190 miliardi di dollari sono evaporati in un solo giorno. Nei giorni scorsi sulla Russia si è agitato anche lo spettro del default visto che il Paese era stato chiamato ad onorare il pagamento di interessi per 117 milioni di dollari, relativi a due obbligazioni denominate in valuta esera. Un saldo che si temeva, come anticipato del governo russo nei giorni precedenti, potesse essere onorato in rubli, cioè in una valuta svalutata e che invece alla fine è stato effettuato in dollari.

 

Pensioni: I’INPS calcola i costi della riforma, Quota 41 la soluzione più cara

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di Mariangela Tessa

Mentre si avvicina il momento dell’addio a Quota 100, l’INPS mette nero su bianco i costi di tre delle strade possibili per riformare le pensioni. Lo fa nel XX rapporto annuale, presentato alla Camera dal presidente dell’Istituto, Pasquale Tridico, che fotografa anche la risposta del nostro sistema di Welfare alla crisi pandemica.

Ecco le caratteristiche essenziali delle tre proposte:

1- Quota 41 anni si riduce il requisito dell’anzianità contributiva a 41 di anni di contribuzione per l’accesso alla pensione anticipata sia per gli uomini che per le donne (lasciando inalterata la finestra trimestrale per la decorrenza della pensione).  È la più cara per le casse dello stato: il livello di maggior spesa pensionistica è crescente: si va dai 4,3 miliardi del 2022 a 9,2 miliardi alla fine del decennio. Dunque, una riforma costosa che nell’anno di maggior costo impegna circa lo 0,4% del prodotto interno lordo.

2 – Opzione al calcolo contributivo: si introduce un requisito di flessibilità che permetta a tutti l’uscita anticipata con i requisiti previsti per i lavoratori del sistema contributivo (64 anni di età e almeno 20 di anzianità contributiva con un importo minimo della pensione pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale). A causa della limitata possibilità di accesso per i lavoratori autonomi e per le donne, si propone in alternativa un requisito di almeno 64 anni di età e 36 anni di contributi, senza il limite sul valore dell’assegno.

La seconda proposta, considerata più equa in termini intergenerazionali, produrrebbe risparmi già poco prima del 2035 per effetto della minor quota di pensione dovuta all’anticipo ma soprattutto ai risparmi generati dal calcolo contributivo, ma nella fase di innesco farebbe lievitare la spesa di quasi 1,2 miliardi nel primo anno con un picco di 4,6 e 4,7 miliardi nel quinto e sesto anno del tratto decennale.

3 –  Anticipo della quota contributiva della pensione: si permette ai lavoratori del sistema misto l’anticipo pensionistico della sola quota di pensione contributiva al raggiungimento dei seguenti requisiti: almeno 63 anni di età, almeno 20 anni di contribuzione e un importo minimo di 1,2 volte l’assegno sociale. Al raggiungimento del requisito di vecchiaia al lavoratore viene riconosciuta anche la quota retributiva della pensione.

Proprio quest’ultima ipotesi, che è stata promossa nelle scorse settimane da Tridico, è quella che presenta i costi più bassi per il sistema pensionistico: si partirebbe con non più di 443 milioni il primo anno per arrivare a poco più di 2 miliardi nell’ultima annualità su un arco decennale.

Nel Def stop aumento Iva, risorse da condoni fiscali e tagli spese

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Nel Def stop ad aumento Iva, risorse da condoni fiscali e tagli speseSegnalazione Wall Street italia

di Mariangela Tessa

018, di Mariangela Tessa

Stop agli aumenti di Iva e accise e proporre “in tempi rapidi” il nuovo quadro di finanza pubblica, nel rispetto degli “impegni europei sui saldi 2018-2019″ ma individuando gli “interventi prioritari” in linea con le indicazioni programmatiche del discorso per la fiducia. E’ quanto si legge nella bozza della risoluzione di maggioranza sul Def, che sarà in Aula il 19 giugno.

Senza interventi, l’aumento dell’Iva entrerà in vigore dal 1° gennaio 2019, passando dal 22% al 24,2%. Secondo i rumors si tratta di una versione ‘light’, al momento la ‘favorita’, ma non è ancora del tutto escluso che possa essere integrata con alcune indicazioni programmatiche.

Ma come evitare l’aumento dell’Iva? Secondo quanto riporta La Repubblica:

“Si tratta di recuperare 12,4 miliardi per sostituire la cosiddetta “clausola di salvaguardia” con risorse fresche. Le misure dovrebbero articolarsi in quattro direzioni e seguire, per ora, la traiettoria tradizionale di politica economica dell’Italia. Oltre a spending review e al taglio delle agevolazioni fiscali, due terreni difficili sui quali si sono arenati molti governi, una parte delle risorse dovrebbe venire dalla lotta all’evasione fiscale. L’ingrediente nuovo sarà la cosiddetta “ pace fiscale”: di fatto una riedizione della rottamazione che dovrebbe riguardare Irpef, Ires e contributi Inps. L’operazione, che riguarderà imprese e famiglie, dovrebbe essere a scalare con sconti più alti per i livelli più bassi di debiti con il fisco”.
C’è poi la partita della flessibilità sul deficit, portando l’asticella all’1,5% del Pil rispetto alla previsione attuale dello 0,8%. Da qui la necessità di affrontare la questione in sede europea, probabilmente già nell’Eurogruppo e nell’Ecofin in programma il 21 e il 22 a Lussemburgo.

Per quanto riguarda invece l’aumento delle accise (i prezzi della benzina in Italia sono arrivati a sfondare i 2 euro al litro in alcune aree geografiche) il Codacons ha chiesto un intervento urgente da parte del nuovo esecutivo M5S e Lega, che aveva dichiarato nel contratto di governo di voler eliminare le componenti anacronistiche delle accise sulla benzina.

“Il Governo aveva promesso un intervento sulle accise che gravano sui carburanti, ma finora nessun provvedimento al riguardo è stato annunciato – ha dichiarato Carlo Rienzi, presidente del Codacons – . Salvini e Di Maio devono intervenire con urgenza perché rincari e speculazioni sui carburanti determinano conseguenze negative sull’intera economia nazionale. Basti pensare che senza il peso delle tasse, l’Italia crolla dal secondo al 17° posto in Europa per il caro-gasolio”.

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