Zelensky a Sanremo

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di Antonio Catalano

Il Festival di Sanremo potrebbe essere l’occasione per il popolo italiano per seguire una competizione canora all’insegna della spensieratezza e del piacere di ascoltare nuove proposte. Ci sono sempre stati quelli che ogni anno si dissociavano perché la ritenevano una manifestazione nazional popolare, quindi priva di “cultura” alta, così esprimendo un atteggiamento radical chic. Il fatto, purtroppo, è che da un bel po’ di tempo, a partire dagli anni ’90, di competizione canora ce n’è ben poca, i giochi si fanno prima, a seconda dell’aria che tira e degli interessi commerciali della grande distribuzione discografica. Ma il fatto fastidioso è Sanremo diventato una grande passerella, alla quale sono invitati le “migliori” espressioni del pensiero, “artistico” e non, omologato. Operazione tesa a “educare” gli italiani secondo i dettami del pensiero uniformante, fatto di fluidità sessuale (e di regolari baci in bocca non etero), di antirazzismo da operetta, di ambientalismo della grande finanza, di trasgressività concordata con il potere e menate di questo tipo. Una sorta di prolungamento musicale di quel tg 1, che rimane la fonte di principale stordimento nazionale, in cui l’informazione è presentata come un susseguirsi di fatti trattati alla “Novella 2000”: gossip, luoghi comuni, banalità, re e regine, fatti presentati senza approfondimento critico eccetera (non che gli altri siano meglio, ma il tg1 è maestro in questo campo). Il Tg1 di ieri riserva in ultima notizia la “sorpresa” (oh, guarda un po’!) dei Maneskin super ospiti al festival, gli stessi che qualche giorno fa hanno inscenato la misera sceneggiata del “matrimonio” (come distruggere la sacralità di questo rito) prima dell’uscita del loro nuovo album “Rush”. Ma quest’anno la grande “sorpresa” è data dalla presenza nell’ultima serata (in collegamento da Kiev) di Zelensky. Operazione tramata dal gran ciambellano Bruno Vespa e raccolta con entusiasmo («Sono felice di avere questo collegamento») dal conformista baciapile dell’establishment dello spettacolo Amadeus. E qui non c’è più da scherzare. Si tratta di una vera e propria operazione di guerra (che si sa, si combatte anche con le armi della diplomazia, della cultura, dello spettacolo, dello sport, dell’arte…), che si inserisce nel quadro del pieno e sciagurato coinvolgimento bellico che i nostri governi hanno deciso da un anno a questa parte, con l’accelerazione atlantista del governo Meloni. E questo non si può accettare. Non si può accettare che il pupazzo ucraino (il cui popolo è diventato carne da macello per la strategia di dominio geopolitico americana) in quota Nato imperversi anche al festival di Sanremo, tradizionalmente grande appuntamento dell’intrattenimento nazionale. Qui non si tratta di spegnere la tv o girare canale, si tratta di esprimere la piena ostilità a questa campagna di guerra che stanno attrezzando sopra le nostre teste. Zelensky a Sanremo è il senso dell’accettazione della logica di guerra che gli americani vogliono infondere negli italiani (come nei popoli europei). Ben venga quindi qualsiasi manifestazione di protesta ferma e decisa tesa a impedire che questo scempio vada in onda sulla tv nazionale.
NO ZELENSKY A SANREMO!

Poche cose impressionano di più del nostro tempo del conformismo di artisti e intellettuali

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QUINTA COLONNA

di Andrea Zhok

Poche cose impressionano di più del nostro tempo del conformismo politicamente sdraiato di artisti e intellettuali.
Siamo passati da Jimi Hendrix che sulla chitarra elettrica trasformava l’inno americano in un bombardamento, ai Maneskin, che dopo aver eseguito tutte le gesticolazioni “trasgressive” d’ordinanza, ripetono la pappetta Nato.
Da Pasolini a Saviano: una parabola mesta e deprimente, che ogni volta che sembra aver toccato il fondo, ti stupisce, inabissandosi ancora.
Ora, il punto di fondo è semplice.
L’unica cosa che giustifica l’esistenza di gente che non si occupa né di vendere scarpe, né di produrre patate, né di riparare carburatori, né di educare i bambini (o affini) è la capacità di portare alla luce il nuovo, l’inaspettato o il rimosso, in generale l’inattuale.
Che questo inattuale sia tale perché capace di far balenare il futuro o perché capace di rivivificare il passato, che lo sia perché mostra il non detto dell’ufficialità, o perché produce un’alternativa alla corrente dominante, che lo sia per la produzione di critica o di ispirazione, comunque non può, non deve essere la ripetizione o il megafono di chi già guida la locomotiva.
Se lo fa, tradisce, fingendo di essere qualcosa che non è: finge di risvegliare le coscienze e invece le paralizza e addormenta.
Se lo fa, non serve a niente e a nessuno, ma, semplicemente, serve qualcuno.

La sinistra Maneskin

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QUINTA COLONNA

di Ugo Boghetta 

Fonte: Ugo Boghetta

Sinistrati contro sinistrati (seconda parte)

Nella prima parte sono stati riassunti gli interventi ed il senso del dibattito rilanciato in Italia dopo l’articolo apparso sull’Economist contro la cosiddetta sinistra illiberale.
Si potrebbe pensare che sia un argomento futile o solo incipiente. Ma le cose non stanno così. Sono temi forti e che fanno già parte della nostra quotidianità sociale, politica e culturale.
Prima di proseguire, tuttavia, va premesso che il testo originario, e quasi tutti gli interventi, partono dall’assunto che il liberalismo classico sia buono, coerente e vero. Ma così non è. Che il mercato non funzioni come miglior allocatore di risorse  è un fatto. Così è per la libera iniziativa e la concorrenza che dovrebbero creare ricchezza per tutti. A fronte di una potenza tecnologica mai raggiunta invece assistiamo da decenni ad aumenti esponenziali di povertà e differenze. Inoltre, Il rapporto fra democrazia e liberalismo è  stato sempre problematico: oggi è di opposizione. Che il liberalismo poi non sia violento è una totale falsità. Il liberalismo è stato  violento nel nazionalismo quanto nella globalizzazione. Anche all’interno dei singoli stati il liberalismo è sempre stato violento, ma al coperto delle istituzioni. Gli ossimori sono dunque  tanti. L’ultimo è lo statalismo antistatale. Ora è buon il deficit ma si va verso altre privatizzazioni ed esternalizzazioni. I buchi della Pubblica Amministrazione vengono coperti con precari per attuare il piano della Next Generation (!?): poi tutti a casa. Alla fine avremo uno Stato ulteriormente spolpato: una carcassa. Ma come diceva Walter Benjamin, il capitalismo è una religione … e le religioni non sono confutabili. Serve altro. A chi comunque volesse approfondire l’argomento consiglio il libro di Andrea Zock: “Critica della ragione liberale”.
Il dibattito invece ha due scopi molto chiari: unire i liberali, ripulire e propagandare il nuovo capitalismo: buono, digitale, verde, inclusivo.
Ritornando alla questione, va detto che molti fatti dimostrano che il rapporto fra impianto liberale e la cosiddetta sinistra illiberale non è chiaro, spesso si confonde, a volte sono la stessa cosa. Come evidenzia Carlo Galli.
Prendiamo l’immigrazione. I sinistrati pensano  che l’immigrazione  non debba essere regolamentata e i confini controllati. Ciò avviene a causa di un approccio moralistico cui non è secondario il senso di colpa del passato colonialismo e di un certo pauperismo terzomondista. Mentre non c’è quasi nessuna attenzione al colonialismo odierno fatto di globalizzazione e finanza con le loro guerre e rapine a bassa e alta intensità. Le terribili ed anche tragiche vite dei migranti andrebbero riferite a queste cause proponendo cambiamenti politici strutturali. Altrimenti, ad esempio, l’immigrazione peggiora le condizioni dei paesi da cui si fugge. Invece, si sostiene che al diritto (giusto) ad emigrare corrisponda un ugual diritto ad entrare in un  qualsiasi paese senza permesso. Chi pensa invece che l’immigrazione debba essere controllata e compatibile con la situazione sociale, politica e culturale di un paese,  è definito fascista. Eppure questo approccio è molto più coerente con le posizioni della sinistra quando questa era tale.
Sostenere la stessa idea di patria, fonte della Costituzione e per cui i partigiani combatterono, è fascismo. Sostenere un’idea diversa dall’Unione Europa e della moneta unica che tenga conto delle differenze fra nazioni e popoli, è fascismo.
Ormai il termine fascista è una condanna onnipresente.
Anche chi non vuole vaccinarsi è un fascista!? Con questo approccio, tutti gli errori commessi nella gestione del Covid, sono coperti. Coloro che sollevano problemi e criticità ragionevoli sono sono bollati. Così diventa impossibile discutere criticamente di una situazione che non è una dittatura, ma colpevole improvvisazione sanitaria. Cui non è secondaria una strumentalizzazione politica atta a tener incollata una maggioranza che senza l’emergenza non starebbe insieme un minuto. La comunicazione propagandistica di stampo bellico, dunque, è già un esempio di quel conformismo soffocante denunciato come pericolo solo potenziale da Alessandro De Nicola. C’è da dire che anche la parte opposta no vax e no mask ha lo stesso atteggiamento.  Anche questi  ritengono che il green pass sia fascismo. Del resto, anche questo movimento ha un’impronta ideologica non certamente opposta  al liberalismo.
Il ddl Zan è l’ultimo esempio del mazzo.  Se la proposta infatti non è passata, è perché al fondo c’è una impostazione radicale e settaria tipica delle nuove filosofie transgenders la cui purezza non può essere messa in discussione: o con loro .. o fascisti. Ma la colpa di quanto avvenuto non è di qualche sinistra illiberale ma proprio del PD: partito fulcro del liberalismo.
Tutti fascisti dunque. Le sinistre, l’una impotente stante la stasi della lotta di classe su vasta scala, l’altra votata ai nuovi orizzonti liberali, cercano conferma di appartenenza e verginità perdute nei tempi che furono:  fascismo/antifascismo. È una follia. Così non si alimenta altro che una visione paranoica. I fascisti sono quattro gatti anche se, come sempre, buoi per tutti gli usi. Ed il capitalismo non ha bisogno di fascismo. Non ha nemici esterni. Il nemico è esso stesso. Il  capitalismo ha solo bisogno di girare senza sosta. Se si ferma è perduto. Ha bisogno di nuove occasioni di profitto, nuove culture, consumi selettivi, diversificazione dei bisogni e personalizzazione delle merci. Lo spettro del controllo non è politico ma è intrinseco al mercato ed alla digitalizzazione.
In effetti, il pensiero liberale è in crisi dal 2008. Ora la soluzione sarebbe il Grande Reset. E così si cercano sponde un po’ ovunque: il virus, i transgenders, i giovani contro il riscaldamento globale. Ma differenza di Galli, penso che non siamo all’estremismo infantile ma a quello senile.
Tuttavia, tante questioni sollevate siano questioni reali e discriminazioni in atto. Discriminazioni che trovano anche riscontro nella lingua e nei simboli. Che il conflitto avvenga e debba avvenire anche su linguaggi e simboli non ci piove. Ma sono i contenuti, le impostazioni, le proposte  ad essere sbagliate, a volte assurde o anche ridicole. Pensare di migliorare il mondo creando discriminazioni alla rovescia secondo faglie di genere o etnie è da condannare e da combattere.  Le discriminazioni e le contraddizioni continuerebbero ad agire a prescindere. Tutto porta alla solito gattopardismo: che tutto cambi perché nulla cambi. L’operatore ecologico cui è stato cambiato nome, ora è più precario di quanto si chiamava spazzino. Parimenti non è condivisibile la visione del mondo attinente la questione di genere. Visione che, peraltro, vede opinioni diverse anche all’interno dello stesso campo femminista. Si può infatti essere per il concetto binario maschio/femmina senza avvallare  discriminazioni. Assolutizzare poi l’atomo-individuo porta ad una società parossistica è sempre più inevitabilmente nichilista. E l’ambiente non si salverà certo solo con più tecnologia poiché il problema è il rapporto fra specie umana e natura.
Il fatto è che l’assenza sostanziale di un proposta alternativa post-capitalista lascia tutto il campo ad un ideologia unica liberal-liberista pur piena di sfumature. Ma, appunto, si tratta di sfumature, parzialità, frammenti, frattaglie.

Fenomeno Maneskin: gli Stati Uniti sempre più stregati dall’italian rock

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di Ferdinando Bergamaschi

Maneskin: «Sono un’incredibile rockband italiana la cui musica è stata trasmessa in streaming oltre tre miliardi di volte. Hanno appena aperto per i Rolling Stones. Sono fantastici». Dopo il «Grazie mille ragazzi!» di Mike Jagger sul palco di Los Angeles, è stata una regina dei talk americani come Ellen DeGeneres a lanciare con queste parole la band romana nel suo famosissimo show televisivo. E il loro rock con “Mammamia”, “Zitti e buoni” e “Beggin’”, fa volare l’Italia della musica sul tetto del mondo. 

Dopo la conquista degli States, i prossimi appuntamenti della band romana prevedono sia una tournée italiana che culminerà il 9 luglio prossimo a Roma; sia una serie di date europee che vedrà i Maneskin protagonisti in tutte le principali capitali europee, da Londra a Varsavia, da Parigi a Berlino, da Bruxelles a Budapest. 

Dalla strada a X Factor

Agli inizi però era la strada. E precisamente via del Corso a Roma. È lì che il gruppo si esibisce le prime volte, nel 2016. Quando andava meglio venivano arruolati in locali e bar della Capitale. Poi la svolta. Nel 2017 i Maneskin provano la via del talent show e approdano a X Factor. Prendono così parte all’11ª edizione del programma e hanno la fortuna di finire nella squadra di Manuel Agnelli, guru italiano del rock in tutte le sue correnti. E sotto la sua guida si aggiudicano il secondo posto della gara.

La vetrina del talent show apre loro la strada per una serie di successi. Nel marzo del 2018 con il singolo “Morirò da re” i Maneskin si aggiudicano il doppio disco di platino. E in settembre pubblicano il singolo “Torna a casa”, che arriverà in vetta alla Top Singoli della Fimi.

Sul palco dell’Ariston

Ma è nell’inverno del 2021 che la band raggiunge la consacrazione nazionale. Infatti, subito dopo la pubblicazione del nuovo singolo, “Vent’anni”, viene annunciata la loro partecipazione al Festival di Sanremo. Sul palco dell’Ariston cantano “Zitti e buoni”, un brano in stile hard rock: si aggiudicherà la 71ª edizione della kermesse, che con i Maneskin torna un trampolino di lancio per il mercato internazionale. Poi di diritto ecco l’Eurovision Song Contest 2021 in rappresentanza dell’Italia; e i Maneskin vinceranno pure questa gara canora (terzi italiani nella storia della manifestazione, dopo nomi di una vita fa come Gigliola Cinquetti e Toto Cutugno).

Passo di carica

Nei mesi successivi la loro marcia prosegue a passo di carica: in luglio il quartetto raggiunge la vetta della classifica mondiale di Spotify con la sua versione di Beggin’ di Frankie Valli and The Four SeasonsIn agosto esce una nuova versione di “I Wanna Be Your Slave”, cantata insieme a un mito del rock come Iggy Pop.

E veniamo alle scorse settimane. In ottobre esce il singolo “Mammamia” che ottiene subito un grande successo. Alla fine del mese i Maneskin volano negli Usa e si esibiscono al Tonight Show di Jimmy Fallon che annuncia la partecipazione del gruppo in apertura del concerto degli Stones. 

Non sono chiari di luna

Maneskin in danese singnifica “chiaro di luna”. E danese è l’origine di Victoria De Angelis, detta Vic, la bassista del gruppo, secondo molti, il motore della band. È lei che fonda il gruppo nel 2015 con Thomas Raggi, il chitarrista; ed è lei che nello stesso anno seleziona, scarta e ripesca Damiano David, il frontman; ed è ancora Vic che recluta Ethan Torchio, il batterista. Quando viene intervistata in inglese, nelle trasferte all’estero, è lei a tenere il microfono in mano per la band, a condurre la conversazione con accento perfetto, lei a presentare, condurre, spiegare.

E sotto la guida di questa ragazza una cosa è certa: chi aveva ironizzato sul nome del gruppo, magari profetizzando per i Maneskin un destino da chiari di luna, ha preso un grosso abbaglio. Perché adesso stanno illuminando il rock di tutto il mondo.