Zelensky a Sanremo
di Antonio Catalano
di Antonio Catalano
QUINTA COLONNA
di Andrea Zhok
Poche cose impressionano di più del nostro tempo del conformismo politicamente sdraiato di artisti e intellettuali.
Siamo passati da Jimi Hendrix che sulla chitarra elettrica trasformava l’inno americano in un bombardamento, ai Maneskin, che dopo aver eseguito tutte le gesticolazioni “trasgressive” d’ordinanza, ripetono la pappetta Nato.
Da Pasolini a Saviano: una parabola mesta e deprimente, che ogni volta che sembra aver toccato il fondo, ti stupisce, inabissandosi ancora.
Ora, il punto di fondo è semplice.
L’unica cosa che giustifica l’esistenza di gente che non si occupa né di vendere scarpe, né di produrre patate, né di riparare carburatori, né di educare i bambini (o affini) è la capacità di portare alla luce il nuovo, l’inaspettato o il rimosso, in generale l’inattuale.
Che questo inattuale sia tale perché capace di far balenare il futuro o perché capace di rivivificare il passato, che lo sia perché mostra il non detto dell’ufficialità, o perché produce un’alternativa alla corrente dominante, che lo sia per la produzione di critica o di ispirazione, comunque non può, non deve essere la ripetizione o il megafono di chi già guida la locomotiva.
Se lo fa, tradisce, fingendo di essere qualcosa che non è: finge di risvegliare le coscienze e invece le paralizza e addormenta.
Se lo fa, non serve a niente e a nessuno, ma, semplicemente, serve qualcuno.
QUINTA COLONNA
di Ugo Boghetta
Fonte: Ugo Boghetta
Sinistrati contro sinistrati (seconda parte)
Nella prima parte sono stati riassunti gli interventi ed il senso del dibattito rilanciato in Italia dopo l’articolo apparso sull’Economist contro la cosiddetta sinistra illiberale.
Si potrebbe pensare che sia un argomento futile o solo incipiente. Ma le cose non stanno così. Sono temi forti e che fanno già parte della nostra quotidianità sociale, politica e culturale.
Prima di proseguire, tuttavia, va premesso che il testo originario, e quasi tutti gli interventi, partono dall’assunto che il liberalismo classico sia buono, coerente e vero. Ma così non è. Che il mercato non funzioni come miglior allocatore di risorse è un fatto. Così è per la libera iniziativa e la concorrenza che dovrebbero creare ricchezza per tutti. A fronte di una potenza tecnologica mai raggiunta invece assistiamo da decenni ad aumenti esponenziali di povertà e differenze. Inoltre, Il rapporto fra democrazia e liberalismo è stato sempre problematico: oggi è di opposizione. Che il liberalismo poi non sia violento è una totale falsità. Il liberalismo è stato violento nel nazionalismo quanto nella globalizzazione. Anche all’interno dei singoli stati il liberalismo è sempre stato violento, ma al coperto delle istituzioni. Gli ossimori sono dunque tanti. L’ultimo è lo statalismo antistatale. Ora è buon il deficit ma si va verso altre privatizzazioni ed esternalizzazioni. I buchi della Pubblica Amministrazione vengono coperti con precari per attuare il piano della Next Generation (!?): poi tutti a casa. Alla fine avremo uno Stato ulteriormente spolpato: una carcassa. Ma come diceva Walter Benjamin, il capitalismo è una religione … e le religioni non sono confutabili. Serve altro. A chi comunque volesse approfondire l’argomento consiglio il libro di Andrea Zock: “Critica della ragione liberale”.
Il dibattito invece ha due scopi molto chiari: unire i liberali, ripulire e propagandare il nuovo capitalismo: buono, digitale, verde, inclusivo.
Ritornando alla questione, va detto che molti fatti dimostrano che il rapporto fra impianto liberale e la cosiddetta sinistra illiberale non è chiaro, spesso si confonde, a volte sono la stessa cosa. Come evidenzia Carlo Galli.
Prendiamo l’immigrazione. I sinistrati pensano che l’immigrazione non debba essere regolamentata e i confini controllati. Ciò avviene a causa di un approccio moralistico cui non è secondario il senso di colpa del passato colonialismo e di un certo pauperismo terzomondista. Mentre non c’è quasi nessuna attenzione al colonialismo odierno fatto di globalizzazione e finanza con le loro guerre e rapine a bassa e alta intensità. Le terribili ed anche tragiche vite dei migranti andrebbero riferite a queste cause proponendo cambiamenti politici strutturali. Altrimenti, ad esempio, l’immigrazione peggiora le condizioni dei paesi da cui si fugge. Invece, si sostiene che al diritto (giusto) ad emigrare corrisponda un ugual diritto ad entrare in un qualsiasi paese senza permesso. Chi pensa invece che l’immigrazione debba essere controllata e compatibile con la situazione sociale, politica e culturale di un paese, è definito fascista. Eppure questo approccio è molto più coerente con le posizioni della sinistra quando questa era tale.
Sostenere la stessa idea di patria, fonte della Costituzione e per cui i partigiani combatterono, è fascismo. Sostenere un’idea diversa dall’Unione Europa e della moneta unica che tenga conto delle differenze fra nazioni e popoli, è fascismo.
Ormai il termine fascista è una condanna onnipresente.
Anche chi non vuole vaccinarsi è un fascista!? Con questo approccio, tutti gli errori commessi nella gestione del Covid, sono coperti. Coloro che sollevano problemi e criticità ragionevoli sono sono bollati. Così diventa impossibile discutere criticamente di una situazione che non è una dittatura, ma colpevole improvvisazione sanitaria. Cui non è secondaria una strumentalizzazione politica atta a tener incollata una maggioranza che senza l’emergenza non starebbe insieme un minuto. La comunicazione propagandistica di stampo bellico, dunque, è già un esempio di quel conformismo soffocante denunciato come pericolo solo potenziale da Alessandro De Nicola. C’è da dire che anche la parte opposta no vax e no mask ha lo stesso atteggiamento. Anche questi ritengono che il green pass sia fascismo. Del resto, anche questo movimento ha un’impronta ideologica non certamente opposta al liberalismo.
Il ddl Zan è l’ultimo esempio del mazzo. Se la proposta infatti non è passata, è perché al fondo c’è una impostazione radicale e settaria tipica delle nuove filosofie transgenders la cui purezza non può essere messa in discussione: o con loro .. o fascisti. Ma la colpa di quanto avvenuto non è di qualche sinistra illiberale ma proprio del PD: partito fulcro del liberalismo.
Tutti fascisti dunque. Le sinistre, l’una impotente stante la stasi della lotta di classe su vasta scala, l’altra votata ai nuovi orizzonti liberali, cercano conferma di appartenenza e verginità perdute nei tempi che furono: fascismo/antifascismo. È una follia. Così non si alimenta altro che una visione paranoica. I fascisti sono quattro gatti anche se, come sempre, buoi per tutti gli usi. Ed il capitalismo non ha bisogno di fascismo. Non ha nemici esterni. Il nemico è esso stesso. Il capitalismo ha solo bisogno di girare senza sosta. Se si ferma è perduto. Ha bisogno di nuove occasioni di profitto, nuove culture, consumi selettivi, diversificazione dei bisogni e personalizzazione delle merci. Lo spettro del controllo non è politico ma è intrinseco al mercato ed alla digitalizzazione.
In effetti, il pensiero liberale è in crisi dal 2008. Ora la soluzione sarebbe il Grande Reset. E così si cercano sponde un po’ ovunque: il virus, i transgenders, i giovani contro il riscaldamento globale. Ma differenza di Galli, penso che non siamo all’estremismo infantile ma a quello senile.
Tuttavia, tante questioni sollevate siano questioni reali e discriminazioni in atto. Discriminazioni che trovano anche riscontro nella lingua e nei simboli. Che il conflitto avvenga e debba avvenire anche su linguaggi e simboli non ci piove. Ma sono i contenuti, le impostazioni, le proposte ad essere sbagliate, a volte assurde o anche ridicole. Pensare di migliorare il mondo creando discriminazioni alla rovescia secondo faglie di genere o etnie è da condannare e da combattere. Le discriminazioni e le contraddizioni continuerebbero ad agire a prescindere. Tutto porta alla solito gattopardismo: che tutto cambi perché nulla cambi. L’operatore ecologico cui è stato cambiato nome, ora è più precario di quanto si chiamava spazzino. Parimenti non è condivisibile la visione del mondo attinente la questione di genere. Visione che, peraltro, vede opinioni diverse anche all’interno dello stesso campo femminista. Si può infatti essere per il concetto binario maschio/femmina senza avvallare discriminazioni. Assolutizzare poi l’atomo-individuo porta ad una società parossistica è sempre più inevitabilmente nichilista. E l’ambiente non si salverà certo solo con più tecnologia poiché il problema è il rapporto fra specie umana e natura.
Il fatto è che l’assenza sostanziale di un proposta alternativa post-capitalista lascia tutto il campo ad un ideologia unica liberal-liberista pur piena di sfumature. Ma, appunto, si tratta di sfumature, parzialità, frammenti, frattaglie.
di Ferdinando Bergamaschi
Maneskin: «Sono un’incredibile rockband italiana la cui musica è stata trasmessa in streaming oltre tre miliardi di volte. Hanno appena aperto per i Rolling Stones. Sono fantastici». Dopo il «Grazie mille ragazzi!» di Mike Jagger sul palco di Los Angeles, è stata una regina dei talk americani come Ellen DeGeneres a lanciare con queste parole la band romana nel suo famosissimo show televisivo. E il loro rock con “Mammamia”, “Zitti e buoni” e “Beggin’”, fa volare l’Italia della musica sul tetto del mondo.
Dopo la conquista degli States, i prossimi appuntamenti della band romana prevedono sia una tournée italiana che culminerà il 9 luglio prossimo a Roma; sia una serie di date europee che vedrà i Maneskin protagonisti in tutte le principali capitali europee, da Londra a Varsavia, da Parigi a Berlino, da Bruxelles a Budapest.
Agli inizi però era la strada. E precisamente via del Corso a Roma. È lì che il gruppo si esibisce le prime volte, nel 2016. Quando andava meglio venivano arruolati in locali e bar della Capitale. Poi la svolta. Nel 2017 i Maneskin provano la via del talent show e approdano a X Factor. Prendono così parte all’11ª edizione del programma e hanno la fortuna di finire nella squadra di Manuel Agnelli, guru italiano del rock in tutte le sue correnti. E sotto la sua guida si aggiudicano il secondo posto della gara.
La vetrina del talent show apre loro la strada per una serie di successi. Nel marzo del 2018 con il singolo “Morirò da re” i Maneskin si aggiudicano il doppio disco di platino. E in settembre pubblicano il singolo “Torna a casa”, che arriverà in vetta alla Top Singoli della Fimi.
Ma è nell’inverno del 2021 che la band raggiunge la consacrazione nazionale. Infatti, subito dopo la pubblicazione del nuovo singolo, “Vent’anni”, viene annunciata la loro partecipazione al Festival di Sanremo. Sul palco dell’Ariston cantano “Zitti e buoni”, un brano in stile hard rock: si aggiudicherà la 71ª edizione della kermesse, che con i Maneskin torna un trampolino di lancio per il mercato internazionale. Poi di diritto ecco l’Eurovision Song Contest 2021 in rappresentanza dell’Italia; e i Maneskin vinceranno pure questa gara canora (terzi italiani nella storia della manifestazione, dopo nomi di una vita fa come Gigliola Cinquetti e Toto Cutugno).
Nei mesi successivi la loro marcia prosegue a passo di carica: in luglio il quartetto raggiunge la vetta della classifica mondiale di Spotify con la sua versione di “Beggin’” di Frankie Valli and The Four Seasons. In agosto esce una nuova versione di “I Wanna Be Your Slave”, cantata insieme a un mito del rock come Iggy Pop.
E veniamo alle scorse settimane. In ottobre esce il singolo “Mammamia” che ottiene subito un grande successo. Alla fine del mese i Maneskin volano negli Usa e si esibiscono al Tonight Show di Jimmy Fallon che annuncia la partecipazione del gruppo in apertura del concerto degli Stones.
Maneskin in danese singnifica “chiaro di luna”. E danese è l’origine di Victoria De Angelis, detta Vic, la bassista del gruppo, secondo molti, il motore della band. È lei che fonda il gruppo nel 2015 con Thomas Raggi, il chitarrista; ed è lei che nello stesso anno seleziona, scarta e ripesca Damiano David, il frontman; ed è ancora Vic che recluta Ethan Torchio, il batterista. Quando viene intervistata in inglese, nelle trasferte all’estero, è lei a tenere il microfono in mano per la band, a condurre la conversazione con accento perfetto, lei a presentare, condurre, spiegare.
E sotto la guida di questa ragazza una cosa è certa: chi aveva ironizzato sul nome del gruppo, magari profetizzando per i Maneskin un destino da chiari di luna, ha preso un grosso abbaglio. Perché adesso stanno illuminando il rock di tutto il mondo.
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