Non solo Pma. Anche aborto, fine vita e unioni civili: tutte le ingerenze della Consulta sui temi etici

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di Luca Marcolivio

Una delle ultime sentenze della Corte Costituzionale, la 68/2025 dello scorso 22 maggio – ovvero quella che ha aperto alle “due mamme” in caso di procreazione medicalmente assistita all’estero – è stata soltanto l’ultima di una lunga serie di veri propri interventi a gamba tesa, con i quali il massimo organo giudiziario italiano ha portato avanti quelle che a parer nostro sono delle indebite ingerenze nei confronti della politica e del normale iter legislativo. In particolare sui temi etici.

Proprio su questioni come abortounioni civiliPma e fine vita, infatti, la Consulta ha spesso fatto fughe in avanti anche e soprattutto per spingere le maggioranze di turno – alcune volte riuscendoci, altre volte no – a legiferare o comunque demolendo leggi già esistenti (vedi caso della n. 40/2004 sulla procreazione assistita). Assistiamo così ad una subalternità del potere legislativo al giudiziario, che, non essendo espressione diretta della volontà popolare, più che recepire un vero o presunto cambiamento socio-antropologico, lo impone a suon di sentenze ideologiche. Vediamo quali

Pma e Legge 40

Sulla procreazione medicalmente assistita, come già accennato, c’è stato in oltre quindici anni un vero e proprio smantellamento dell’originaria legge 40. Innanzitutto con la Sentenza n. 151 del 2009: la Corte dichiara incostituzionale l’art. 14, comma 2, della Legge 40/2004, nella parte in cui imponeva il limite massimo di tre embrioni da produrre in vitro e l’obbligo del loro impianto simultaneo. Secondo la Corte, tale limite «si pone in contrasto con la tutela della salute della donna, riducendo irragionevolmente le possibilità di successo del trattamento di procreazione medicalmente assistita, impedendo al biologo di selezionare, tra quelli formatisi, gli embrioni più idonei a svilupparsi in un feto e di crioconservare quelli in eccesso per un futuro trasferimento, e costringendo la donna a sottoporsi a nuovi interventi di stimolazione ovarica e di prelievo chirurgico degli ovociti. D’altra parte», si legge nella sentenza, «si evidenzia nella memoria di costituzione il rischio opposto, quello, cioè, di successo del processo di fecondazione, con possibile insorgenza di una gravidanza plurigemellare, che, a sua volta, comporta rischi per la salute della donna e del concepito».

Poi con la sentenza n. 162 del 2014 viene dichiarata l’incostituzionalità del divieto di fecondazione eterologa stabilito originariamente dalla Legge 40/2004. «La formazione di una famiglia, che include la scelta di avere figli, costituirebbe un diritto fondamentale della coppia, rispondente ad un interesse pubblico riconosciuto e tutelato dagli art. 2, 29 e 31 Cost.». Nella misura in cui, obiettivo della legge 40 è quello di ridurre la sterilità e l’infertilità nella coppia, vietare la fecondazione eterologa «recherebbe vulnus a detti parametri, perché discriminatorio ed irragionevole». La più recente sentenza n°69/2025 ha tuttavia confermato il medesimo divieto per le donne single.

Con la sentenza n. 96 del 2015, invece, viene esteso l’accesso alla diagnosi preimpianto anche alle coppie fertili portatrici di malattie genetiche trasmissibili. Viene così riconosciuto a queste coppie il diritto di evitare la trasmissione di gravi patologie ai figli. In questo caso, la Corte rileva «il mancato rispetto del diritto alla salute della donna. Senza peraltro che il vulnus, così arrecato a tale diritto, possa trovare un positivo contrappeso, in termini di bilanciamento, in una esigenza di tutela del nascituro, il quale sarebbe comunque esposto all’aborto».

Nello stesso anno, con il pronunciamento n. 229, viene dichiarato incostituzionale il divieto di selezione degli embrioni affetti da gravi malattie genetiche. La malformazione di tali embrioni «non ne giustifica […] un trattamento deteriore rispetto a quello degli embrioni sani». In questa circostanza, la Corte ammette: «L’embrione, infatti, quale che ne sia il, più o meno ampio, riconoscibile grado di soggettività correlato alla genesi della vita, non è certamente riducibile a mero materiale biologico».

Infine la decisione di qualche giorno fa, con la quale è stata sostanzialmente riconosciuta la genitorialità alle coppie omosessuali femminili. La donna che non porta avanti la gravidanza (ottenuta tramite Pma ottenuta all’estero, con nascita in Italia) viene definita «madre intenzionale».

Fine Vita

Anche sui temi del suicidio medicalmente assistito e dell’eutanasia la Corte Costituzionale ci ha abituato – ahinoi – a vere e proprie fughe in avanti, soprattutto con quella che fu – come vedremo – la storica sentenza sul caso di Dj Fabo. Ma prima ancora, già nel 2008, con la pronuncia n. 438 e in riferimento all’altrettanto famoso caso di Eluana Englaro, la Corte stabilisce il “diritto” al rifiuto dei trattamenti sanitari (anche salvavita) e la legittimità dell’interruzione delle cure, qualora il paziente lo manifesti espressamente, anche tramite terzi.

Circa un anno dopo, con la sentenza n. 253 del 2009, viene decretata la legittimità costituzionale delle Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat), spianando la strada alla loro approvazione legislativa, arrivata otto anni dopo con la legge 219/2017. La Corte stabilisce che il cittadino ancora dotato di capacità, in merito ai propri futuri trattamenti sanitari, può esprimere la propria volontà, purché questa sia libera, consapevole e «verificabile».

E si arriva, dieci anni più tardi, appunto, al caso Cappato-Dj Fabo. Con la purtroppo storica sentenza n. 242 del 2019, i giudici costituzionali dichiarano parzialmente incostituzionale l’art. 580 del Codice Penale, dunque escludendo la punibilità dell’aiuto al suicidio per persone che devono avere quattro requisiti, ovvero: essere affette da una patologia irreversibile; soffrire di sofferenze fisiche o psicologiche che reputano intollerabili; essere tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale; essere capaci di prendere decisioni libere e consapevoli. Questa sentenza fu di una gravità particolare, avendo dato la stura a numerose iniziative legislative a livello regionale atte a legalizzare il suicidio assistito nell’ambito dei sistemi sanitari regionali: a tal proposito, va ricordato che la Toscana è, al momento, l’unica Regione ad aver approvato una simile normativa, laddove in Emilia-Romagna l’iter è in stand-by, mentre in Basilicata, Lombardia, Piemonte, Umbria e Veneto, il suicidio assistito è stato respinto.

La stessa Corte è poi tornata sul medesimo tema aperto con la vicenda di Dj Fabo con una successiva sentenza, quella n. 135 del 2024. Viene ribadita la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale come requisito essenziale per la non punibilità dell’aiuto al suicidio. Il riferimento è a trattamenti non necessariamente somministrati dal personale sanitario ma comunque fondamentali affinché il paziente rimanga in vita. Alla luce della già menzionata sentenza n° 242/2019, la Corte ritiene «irragionevole» la sanzionabilità del suicidio assistito.

Aborto

E sull’interruzione volontaria di gravidanza? Ebbene, anche su questo tema la Consulta iniziò a pronunciarsi molto tempo fa, addirittura anche prima della legge 194 del 1978. Già tre anni prima, infatti, con la sentenza n. 27 del 1975, dichiarò parzialmente incostituzionale l’art. 546 del Codice Penale, che puniva l’aborto anche nei casi in cui la prosecuzione della gravidanza comportasse un grave pericolo per la salute della madre. Fu stata una sentenza “apripista” che ha di fatto legittimato giuridicamente il concetto di “aborto terapeutico”, spingendo il Parlamento a colmare un vuoto legislativo portando così alla legge 194/1978 (poi confermata dal referendum del 1981). La svolta del 1975 avvenne anche sulla spinta di un cambiamento culturale, deformato dalla propaganda radicale, che trasmetteva il messaggio (falso) di un aumento esponenziale degli aborti clandestini: un fenomeno che, nell’ottica progressista, poteva essere attutito soltanto con una depenalizzazione della pratica.

Dopodiché, dopo oltre 35 anni, la Corte Costituzionale tornò in modo importante sulla questione aborto con la sentenza n. 126 del 2012 e in particolare in riferimento all’autorizzazione del giudice tutelare per l’interruzione di gravidanza da parte di una minorenne. In quell’occasione la Corte ha confermato che la minore può abortire anche senza informare i genitori, se ci sono motivi seri che lo sconsigliano. Il giudice tutelare può dunque autorizzare la gestante valutando solo la sua scelta, come infatti stabilito dall’art 12, secondo comma, della legge 194/1978. Tra le motivazioni: il «contesto socio culturale» è «profondamente cambiato, in quanto l’evoluzione del costume ha fatto sì che ormai una gravidanza fuori da quelli che un tempo erano i canoni sociali non è più avvertita quale grave fonte di discredito, tale da indurre la minore alle pratiche dell’aborto clandestino, pur di non informarne neanche i genitori». Al contempo «il fenomeno dell’aborto clandestino (lungi dallo scomparire, purtroppo) è comunque un fenomeno ormai circoscritto a tristi realtà di forte illegalità collegate allo sfruttamento della prostituzione e dell’immigrazione clandestina, e alla tratta di esseri umani, laddove si evita il ricorso alle procedure di legge non certo per impedirne la conoscenza ai genitori, ma per impedire che emergano tali situazioni di turpe illegalità».

Unioni civili

Infine, ma non per importanza, l’altro tema cruciale – ed etico – che ci interessa e che la Corte ha toccato è quello delle unioni civili, dunque con ovvie e importanti ricadute sulla famiglia e sulla società. Sono in particolare due – entrambe dello scorso anno – le sentenze più incisive su questo argomento. In primis la n. 66 del 2024, con la quale la Corte ha dichiarato incostituzionale l’art. 1, comma 26 della Legge n. 76/2016. Di conseguenza è ora previsto, per le coppie unite civilmente, la possibilità di sospendere gli effetti dello scioglimento automatico dell’unione civile per consentire la celebrazione del matrimonio nel corso del procedimento di rettificazione di sesso da parte di uno dei due partner. La sentenza, pur non equiparando formalmente unioni civili e matrimonio, introduce una possibilità di continuità giuridica tra i due istituti in caso di transizione di genere di uno dei partner. «L’individuo», motiva la Corte, «non deve essere altrimenti posto, in modo drammatico, nella condizione di dover scegliere tra la realizzazione della propria personalità, di cui la perseguita scelta di genere è chiara espressione ed alla quale si accompagna l’automatismo caducatorio del vincolo giuridico già goduto, e la conservazione delle garanzie giuridiche che al pregresso legame si accompagnano, e tanto a detrimento della piena espressione della personalità».

Dopodiché, con la sentenza n.148 del 2024, i giudici costituzionali hanno dichiarato incostituzionale l’art. 230-bis, terzo comma, c.c., nella parte in cui non includeva il convivente di fatto tra i familiari dell’impresa familiare. Ha inoltre dichiarato incostituzionale l’art. 230-ter c.c., in quanto prevedeva una tutela inferiore per il convivente di fatto rispetto a quella garantita ai familiari. La Corte prende atto che «dall’evoluzione della società, della legislazione e della giurisprudenza costituzionale e sovranazionale, emergerebbe ormai che la famiglia va considerata sia nella versione tradizionale, composta da due membri di sesso diverso uniti in matrimonio, sia nella versione moderna costituita da coppie non unite in matrimonio, ma semplicemente conviventi, siano esse di sesso diverso o dello stesso sesso». Secondo i giudici «nessuna situazione espressiva della scelta di un differente modello familiare può restare priva di tutela e che con l’introduzione dell’art. 230-ter cod. civ».

Fonte: https://www.provitaefamiglia.it/blog/non-solo-pma-anche-aborto-fine-vita-e-unioni-civili-tutte-le-ingerenze-della-corte-costituzionale-sui-temi-etici

Gender nelle scuole italiane. Cosa è successo nel 2023?

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di Luca Marcolivio

Il 2023 che si è appena chiuso lo ha fatto con decine di casi di progetti educativi a sfondo Lgbt+ segnalati a Pro Vita & Famiglia. Circa 30, per la precisione 28, addirittura quelli eclatanti segnalati nel Dossier di Pro Vita & Famiglia, e che non tengono ovviamente conto dei piccoli e mai conosciuti piccoli progetti o piccole o grandi allusioni al gender e al mondo Lgbt che, purtroppo, possono verificarsi quotidianamente nelle scuole di ogni ordine e grado.

Dei 28 casi, ben 16 si sono verificati in regioni del Nord, 7 in regioni del Centro e – unica nota positiva – soltanto 2 in regioni del Sud. Senza contare due iniziative di scala nazionale, di derivazione ministeriale.

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Non mancano i casi in cui, i progetti di marca arcobaleno vengono intrapresi all’insaputa del preside o del dirigente scolastico o, comunque, contro la volontà di quest’ultimo. Così è avvenuto, lo scorso gennaio, al liceo classico “Ariosto” di Ferrara. In quell’occasione, a margine di un dibattito su «identità sessuale, eteronormatività, binarismo di genere e patriarcato», il presidente di Arcigay Ferrara, Manuela Macario, aveva “arringato” gli studenti, chiedendo loro pubblicamente: «alzatevi in piedi se siete Lgbt+». Una vera forzatura nei confronti di adolescenti ancora fortemente manipolabili, che suscitò, a suo tempo, la reazione di Pro Vita & Famiglia, che espresse solidarietà alla preside.

A febbraio, sempre in Emilia, per la precisione a San Lazzaro (BO), presso l’Itc Enrico Mattei, è stato distribuito un opuscolo che veicolava espressamente l’ideologia gender, dal titolo più che mai eloquente: «Ognun* decide la propria identità di genere autonomamente e questa identificazione può cambiare nel tempo». A denunciarle l’episodio sono stati il capogruppo della Lega a Bologna Matteo Di Benedetto e Alessandro Russo, consigliere leghista a Rastignano, raccogliendo la testimonianza di un genitore che è voluto rimanere anonimo. «Anni fa – commentarono con amara ironica i due politici locali – si diceva che il Gender non esiste, ora viene propagandato nelle scuole spacciato come percorso di educazione civica».

Ben cinque sono state le segnalazioni relative alla carriera alias a scuola. È avvenuto a marzo, a Brescia, dove persino il ministero del Lavoro e l’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia si sono fatti promotori di un corso totalmente impregnato di ideologia gender indirizzato ai docenti delle scuole medie, dei licei e di altri istituti secondari di secondo grado. In questa occasione si è parlato di «superamento del binarismo» sessuale, e del «processo di transizione e ricadute sulla scuola, nome di elezione, carriere alias».

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In aprile, a Rimini, presso il Liceo Serpieri è circolato persino un questionario a luci rosse, articolato su domande estremamente imbarazzanti, ai limiti della pornografia; il tutto a supporto di una tesi di laurea in Psicologia e con l’immancabile facoltà di indicare il proprio genere non come femminile o maschile con la “X” di neutro. Tra i morbosi quesiti si chiedeva la frequenza nel guardare i film porno, quali sostanze liquide escono dagli organi sessuali, domande sulle eventuali fantasie erotiche e persino sulla «percezione nell’atto sessuale», E ancora: «Ti senti efficace nel toccare l’altro/a e in quali zone erogene?». Di fronte alle contestazioni dei genitori, il preside del liceo riminese Francesco Tafuro si è difeso asserendo si trattasse di un’iniziativa didattica facoltativa: tesi non condivisa, però, dai politici locali di centrodestra e da un gran numero degli stessi genitori.

Sempre in aprile, stavolta al liceo Grigoletti di Pordenone, la preside Ornella Varin ha comunicato agli studenti che in un piano dell’istituto avrebbero preso forma i «bagni unisex», mentre i servizi degli altri piani avrebbero continuato ad essere «separati per genere», quasi a cercare di imbarazzare meno persone possibili. Se, però, «la novità sarà apprezzata, potremo estenderla», ebbe modo di aggiungere la preside.

Bagni “gender neutral” sono stati adottati anche all’Istituto Comprensivo “Simonetta Salacone” di Roma. Allo scoppio del caso, lo scorso ottobre, fu lo stesso vicepresidente di Pro Vita & Famiglia, Jacopo Coghe, a ricordare che «l’amministrazione scolastica non ha alcun potere di modificare il nome e l’identità sessuale di un individuo. L’Alias è poi già anacronistica – aggiunse Coghe – se pensiamo che paesi un tempo pionieri nella transizione sociale e chirurgica come Paesi Bassi, Belgio, Gran Bretagna e vari stati degli Usa stanno facendo marcia indietro sui protocolli per il cambio di sesso, addirittura chiudendo le cliniche come il Tavistock Center di Londra al centro di un pesante scandalo».

Carriera Alias, infine, anche al Liceo classico Pietro Giannone di Benevento, guidato dalla dirigente Teresa De Vito, dove dallo scorso ottobre, i bagni e gli spogliatoi “gender neutrali” vengono scelti in base al criterio del «genere auto-percepito».

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Fonte: https://www.provitaefamiglia.it/blog/gender-nelle-scuole-italiane-cosa-e-successo-nel-2023

Danni da dipendenze. Ecco perché non si può paragonare la cannabis con tabacco e alcool

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Segnalazione di Pro Vita & Famiglia

di Luca Marcolivio

C’è chi, per giustificare la legalizzazione della cannabis, tira fuori il tabacco e l’alcool, legali eppur dannosi. Un’argomentazione che non regge affatto. Pro Vita & Famiglia ne ha parlato con Massimo Gandolfini, neurochirurgo e presidente del Family Day. Secondo Gandolfini, sarebbe assolutamente controproducente seguire le orme di Paesi come il Canada, dove la legalizzazione ha portato ad effetti sociali disastrosi.

Professor Gandolfini, c’è chi dice: perché accanirsi contro la cannabis, quando tabacco e alcool, entrambi legali, spesso generano dipendenza e danni alla salute? A suo avviso, è un ragionamento sensato?

«Possiamo dare due risposte, la prima delle quali è di carattere culturale e ideologico. Il fatto che siano già in commercio sostanze tossiche e nocive come il fumo e l’alcool non autorizza a immettere nel mercato legale una terza sostanza tossica e nociva come la marijuana o la cannabis. Poiché abbiamo già in commercio sostanze nocive e illegali, perché non aggiungerne un’altra e liberalizzare tutto? Mi sembra un ragionamento sballato e ideologico…».

L’altra risposta di che tipo è?

«Concerne un aspetto di natura tecnico-scientifica: la cannabis è una sostanza psicotropa, in grado di alterare, soprattutto nei giovani e negli adolescenti, lo sviluppo di importanti aree cerebrali, con conseguenze che si possono manifestare più avanti, intorno ai 30-35 anni. A maggior ragione è una sostanza che non può essere legalizzata, perché il danno che viene impresso a livello cerebrale, viene comprovato da tutta la letteratura internazionale sul tema. Quindi, è un danno che può portare conseguenze gravissime per la persona e per la società. Se poi ci troviamo a dover trattare un paziente che è diventato cronicamente psicotico, schizofrenico, dipendente, anche i costi sociali aumentano. Pertanto, sono nettamente contrario alla liberalizzazione della cannabis “ricreativa”».

SALVIAMO I GIOVANI DALLA DROGA. NO ALLA LEGGE SULLA CANNABIS LEGALE – FIRMA QUI!

C’è chi insiste ancora sulla distinzione tra droghe “leggere” e droghe “pesanti”: perché questa affermazione non regge?

«Si tratta di una distinzione assolutamente inaccettabile sul piano scientifico-farmacologico. Non esistono droghe leggere. Parliamo di sostanze psicotrope, alcune delle quali sono più potenti (vedi l’eroina) e altre meno (vedi la marijuana). Ciò non toglie nulla al fatto che si tratta di sostanze tossiche che agiscono sul sistema nervoso centrale. La cannabis è quindi una sostanza con tutte le caratteristiche delle sostanze psicotrope, ovvero la tolleranza, primo step, nel quale il paziente inizialmente tollera la sostanza ma deve sempre più aumentare il dosaggio, per cui si arriva al secondo step, quello dell’assuefazione: per ottenere gli stessi effetti psicotropi, bisogna aumentare la quantità di sostanza che li produce. Terzo passaggio, proprio di tutte le sostanze psicotrope, marijuana compresa, è la dipendenza. Se una sostanza crea tolleranza, assuefazione, dipendenza, siamo di fronte a una sostanza psicotropa che, come tale, deve essere considerata».

Quali potrebbero essere le conseguenze sociali di una legalizzazione, anche alla luce dell’esperienza di altri Paesi?

«Al di là delle previsioni e delle convinzioni personali che chiunque può avere, andiamo a vedere cosa accade nei paesi che hanno legalizzato. Il controllo reale, effettivo e concreto della coltivazione delle piante per uso personale a livello domiciliare è inesistente. In Canada (su cui ho compiuto uno studio particolare), primo Paese che si è messo su questa strada, dalle 3-4 piantine per uso personale, si è arrivati a una produzione personale per il mercato nero. Il secondo livello sociale importante, che dobbiamo tenere presente per ciò che concerne gli altri Paesi, riguarda l’aumento del numero di incidenti stradali e del numero di persone che devono ricorrere al pronto soccorso per ragioni a vario titolo legate alla cannabis. Il mercato illegale della marijuana non è per nulla diminuito. In compenso, parallelamente al maggior utilizzo di cannabis e marijuana, sono aumentati anche la dipendenza da altre droghe e da alcool. In definitiva, in tutti i Paesi dove si è optato per la liberalizzazione, non abbiamo un solo dato che possa essere considerato positivo. Abbiamo solo dati negativi. Se questa è l’esperienza di chi ci ha preceduto, perché dovremmo cadere nello stesso baratro? Anche per questo sono assolutamente contrario alla legalizzazione della cannabis».

Fonte: https://www.provitaefamiglia.it/blog/danni-da-dipendenze-ecco-perche-non-si-puo-paragonare-la-cannabis-con-tabacco-e-alcool

A Torino nasce la scuola di drag queen per bambini

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Segnalazione di Redazione BastaBugie

E intanto Tiziano Ferro annuncia trionfale insieme al compagno di aver avuto un bambino con l’utero in affitto e paradossalmente chiede il rispetto della loro privacy pur avendola infranta lui per primo
di Luca Marcolivio

Con la complicità dei media patinati e non, da La Stampa a Repubblica, fino a Elle, le “scuole” per drag queen sono una realtà che definire assurda e choccante è forse poco.
«L’idea è nata per gioco (gioco??? ndr), soprattutto su richiesta di alcune donne che volevano migliorare il proprio portamento e imparare a camminare con i tacchi», spiega a Repubblica Dario Bellotti, in arte Barbie Bubu, attore e trasformista, che si esibisce come drag queen da 21 anni, fondatore dell’Art Studio Drag Queen. Al “corso”, infatti, partecipano sia uomini che donne.
Tanto per cambiare l’impostazione dell’iniziativa è all’insegna del gender fluid più spinto. Sembra quasi che più le idee sono confuse, meglio è: «La drag queen non è per forza omosessuale può essere anche una donna, si chiama bio queen», spiega ancora Bellotti, in un video postato sulla pagina Facebook de La Stampa. Non può mancare il riferimento alle lotte per i «diritti omosessuali» che le drag queen incarnano. «In vent’anni è cambiato tutto», aggiunge l’artista, «abbiamo tolto parecchi blocchi, ci sono meno pregiudizi. Le persone hanno capito che essere drag queen non significa essere volgari o vendere sesso, ma semplicemente divertirsi».
Intanto Bellotti gongola per l'”evoluzione” che questi personaggi hanno conosciuto negli ultimi anni: se prima erano quelle che portavano «folclore» alle manifestazioni, oggi «le abbiamo portate nei teatri».
Giancarlo, un allievo (peraltro non giovanissimo) della scuola per drag queen non riesce a contenere tutto il suo entusiasmo: «Cosa mi affascina? Il fatto di essere qualcosa che nella vita forse non potrò mai essere. La drag queen invece è proprio diva per definizione». La scuola per drag queen, a suo dire, aiuterebbe a «superare i limiti che uno ha» e a vincere i «tanti pregiudizi» e «preconcetti che uno ha in testa».
Sul fenomeno, già di suo, ci sarebbe molto da discutere anche se coinvolgesse soltanto adulti. Invece, dai servizi che stanno girando in queste settimane, emerge che a frequentare i corsi per drag queen a Torino sono anche tanti minori. Non solo adolescenti, anche bambini. Alessandro (nome di fantasia, mentre sui social viene usato il suo nome vero ma noi preferiamo evitare) ad esempio, ha intorno ai 9-10 anni e il suo sogno è «essere Elektra Bionic perché innanzitutto è bellissima». La mamma è totalmente dalla sua parte, al punto che, afferma, «per me vederlo felice è la cosa che mi riempie». Tutti i «sacrifici» che una madre può fare per il figlio «svaniscono perché so che lui è contento, è felice e va bene così».
Il giornalista non manca poi di fare la domanda capziosa: «C’è molta discriminazione su queste tematiche… avete per caso subito qualche attacco?». La mamma di Alessandro risponde affermativamente: «Purtroppo sì, la discriminazione c’è, quello che mi fa più male è che parta dalle famiglie… una persona adulta che lo insegna a un bambino». Al figlio dice sempre di «non attaccare» ma di «difendersi».
L’interrogativo più importante, tuttavia, è: che bene può fare (noi crediamo l’esatto opposto) alla crescita di un bambino essere portato ad una scuola di drag queen? È la domanda che anche noi di Pro Vita & Famiglia, con rispetto, rivolgiamo al signor Bellotti, alla mamma di Alessio e al giornalista che l’ha intervistata.

Nota di BastaBugie: Tommaso Scandroglio nell’articolo seguente dal titolo “Tiziano Ferro, quante stecche oltre lo zucchero filato” parla dell’annuncio della “paternità” del cantante che non rivela come ha avuto i due bambini per non creare polemiche sul tema utero in affitto e chiede il rispetto della loro privacy infrangendolo lui per primo.
Ecco l’articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 2 marzo 2022:

Post su Instagram di Tiziano Ferro: “Sono diventato papà, e voglio presentarvi queste due meraviglie di 9 e 4 mesi. Margherita e Andres”. A corredo del post una foto in cui il cantante abbraccia i due bambini e dietro lui Victor Allen, l’uomo che Ferro ha “sposato” negli Usa.
Il post, dopo qualche pensierino sulla paternità al sapore di zucchero filato, così continua: “Comprendiamo e accettiamo la curiosità che regna intorno a noi, ma vi chiediamo di rispettare la riservatezza di Margherita e di Andres. Ci prenderemo cura dei nostri figli proteggendoli e custodendone l’intimità meglio che potremo. Saranno solo e soltanto loro a decidere ‘quando’ – e soprattutto ‘se’ – condividere il racconto della loro vita, è giusto che lo conoscano prima del resto del mondo. E’ un diritto insindacabile”.
Qualche pensierino nostro, però, purtroppo, non al gusto di zucchero filato. Ferro non rivela come ha avuto questi due bambini. Due sono le ipotesi, escludendo un incontro amoroso del nostro con una donna: l’adozione e la pratica dell’utero in affitto. La maggior parte dei media parla di adozione, ma non ne abbiamo le prove. Come ha fatto notare acutamente la giornalista di Repubblica Elena Stancanelli, se Ferro avesse adottato i due pargoli lo avrebbe detto. Infatti il cantante da anni adotta cani e non ne ha mai fatto mistero, anzi. Il fatto che invece sia omertoso sul come i due bebè siano entrati in casa Ferro puzza di bruciato. Si potrebbe quindi ipotizzare che il cantante abbia preferito non rivelare che i due bambini provengono dall’utero affittato di una donna dato che la pratica qui da noi è vietata (ma se la pratichi all’estero nulla quaestio). Insomma un silenzio voluto per non creare polemiche e per non incrinare l’immagine patinata in bianco e nero di lui che stringe a sé i due marmocchi.
Seconda riflessione che già alcuni tabloid hanno fatto. Il post su Instagram di Ferro è un vero e proprio ossimoro, una contraddizione in termini: mostra i due bambini sui social e nello stesso tempo chiede di rispettarne la privacy, già violata con questo primo scatto. E’ come appiccare un incendio in un bosco e sperare che non divampi. E’ come dare un sorso d’acqua all’assetato ed esigere da lui che non chieda altra acqua. Se si voleva davvero proteggere la vita privata dei due bambini, non sarebbe stato più semplice, sin dall’inizio, non dire nulla su di loro, non postare nemmeno una foto? Se si afferma che saranno loro a decidere se divulgare i fatti della loro vita privata perché allora non si è rispettato questo principio sin da subito?
Ma – e qui sta il punto fondamentale di tutta questa vicenda – se davvero si avesse avuto a cuore il bene di questi bambini in primis non si doveva chiamarli ad esistenza tramite fecondazione artificiale eterologa e poi tramite utero in affitto (se realmente si è fatto ricorso a queste pratiche) e in secondo luogo, sia nel caso fossero nati in modo naturale sia nel caso opposto, i due bambini, a proposito di diritti insindacabili come dice Ferro, hanno il diritto nativo di essere educati dai propri genitori o, se questi fossero ritenuti non idonei alla loro educazione, hanno il diritto di essere cresciuti da un uomo e da una donna (in merito ai danni sui minori provocati da un’educazione priva della figura materna o paterna ci permettiamo di rimandare ad un lungo elenco di studi scientifici contenuti in T. Scandroglio, Dizionario elementare dei luoghi comuni – voce Figli di coppie gay? L’importante è l’amore, IdA, Milano).
Quante stecche per un cantante.

Titolo originale: Torino choc. Scuola drag queen per bambini
Fonte: Provita & Famiglia, 14 marzo 2022

DOPO LA SCONFITTA DELLA LEGGE ZAN, LA LOBBY GAY RIPARTE ALL’ATTACCO

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Segnalazione di Redazione BastaBugie

Zan continua a fare propaganda gender nei licei, il governo regala 4 milioni per case rifugio gay, il bavaglio della defunta legge Zan si ritrova nel Codice della Strada
di Luca Marcolivio

Che la questione omofobia non si sarebbe esaurita con la bocciatura del ddl Zan a Palazzo Madama, era più che certo. La piega che sta prendendo a meno di una settimana dal voto in Senato, era però difficile da prevedere. Gli attivisti lgbt e i parlamentari di sinistra non accettano la sconfitta e ora puntano tutto su una propaganda che batterà il territorio palmo a palmo. Primo obiettivo: la parte più vulnerabile e manipolabile dell’opinione pubblica, ovvero i giovanissimi.
L’onorevole Alessandro Zan non ha perso tempo e la scorsa settimana è volato a Oristano, dove ha parlato davanti a 250 studenti (senza contare quelli collegati virtualmente) del liceo classico “De Castro”. La scelta non è casuale: la città sarda si appresta ad ospitare il suo primo Pride, che, con tutta probabilità, avrà il suo frontman proprio nel principale relatore del disegno di legge naufragato in Senato mercoledì scorso.
Zan ha fretta di raccogliere le munizioni e tornare quanto prima nella trincea parlamentare. «Fra sei mesi si ricomincia: la legge torna in commissione e noi ripartiamo portando avanti, come sempre, la nostra battaglia – ha detto il deputato dem agli studenti oristanesi -. Sfrutteremo fino all’ultimo minuto utile la legislatura mettendoci tutte le nostre forze per far approvare questa legge».
Va da sé che il discorso dell’onorevole Zan al liceo “De Castro” è stato totalmente privo di contraddittorio. Praticamente un comizio. A fiancheggiare e sostenere il parlamentare, due docenti dello stesso istituto, uno dei quali, secondo la stampa locale, si è soffermato sul presunto «altissimo tasso di suicidio» tra i giovani omosessuali. Il dirigente scolastico, poi, ha definito l’incontro con Zan «uno dei momenti più belli vissuti in questa scuola».
Nel suo discorso, il deputato dem ha attaccato Matteo Renzi, accusandolo di cercare di «giustificare l’ingiustificabile. Italia Viva si è sfilata al Senato allineandosi ai sovranisti nostrani, esattamente come Forza Italia, e l’ha fatto per altre logiche. Scelta ancora più grave – ha commentato – perché non si specula politicamente sulla vita delle persone».
L’iniziativa di Zan è stata fortemente criticata da tre deputate di Fratelli d’Italia. Secondo la vicecapogruppo alla Camera, Wanda Ferro, si tratta di «un episodio già di per sé grave, reso inaccettabile dal fatto che il deputato abbia utilizzato una scuola per rivolgere attacchi, senza contraddittorio, alle forze politiche che in Parlamento hanno bocciato, voglio ricordare legittimamente, la sua proposta di legge contro l’omotransfobia». L’onorevole Ferro ha quindi sollecitato «un intervento del presidente della Camera Roberto Fico in difesa dell’autonomia e della libertà di voto dei deputati che in nessun modo possono essere condizionate o minacciate».
Da parte loro, le onorevoli Paola Frassinetti e Carmela Bucalo, rispettivamente vicepresidente della Commissione Cultura e responsabile istruzione FdI e responsabile scuola FdI, hanno denunciato la disparità di trattamento riservata alla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che, nei mesi scorsi era stata invitata a parlare in un liceo in Sicilia. «Nel primo caso un deputato va per parlare di una sua proposta di legge peraltro appena respinta – hanno dichiarato le parlamentari FdI – nel secondo Giorgia Meloni avrebbe dovuto presentare il suo libro in un progetto che prevedeva che un autore presentasse un libro». Frassinetti e Bucalo hanno quindi annunciato un’interrogazione al ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi «per capire come si sono precisamente svolti i fatti e come mai nelle scuole si usano metodi diversi a seconda del partito al quale appartiene il parlamentare invitato».

Nota di BastaBugie: ecco altre notizie sulle rivincite del mondo LGBT, dopo la sconfitta della non approvazione della legge Zan.

GOVERNO DONA 4 MILIONI PER CASE RIFUGIO GAY
Il governo ha stanziato 4 milioni a favore di associazioni e comuni “per la selezione di progetti per la costituzione di centri contro le discriminazioni motivate da orientamento sessuale e identità di genere”, si legge nel relativo decreto del 2020.
Tra le 37 associazioni vi sono il Gay center gay help line (180mila euro), Spazio aperto servizi coop (168.073) il Movimento omosessuale sardo (100mila), Quore aps (180mila), Caleidos coop sociale (180.000), Arcigay nazionale ‘ass. lesbica e gay italiana’ (100.000), I ken onlus (180mila), Circolo Mieli (100mila).
Poi i comuni di Ravenna 79 (86.000), Ragusa (99.820), Padova (97.140), Livorno (100mila), e ancora San Giorgio a Cremano, Avellino, Campobasso e Albano Laziale.
Soldi dei contribuenti destinati ad opere di cui sarebbe bene verificare la necessità dato che atti di discriminazioni a danno di persone omosessuali e transessuali non sono così numerosi da obbligare a destinare così tanti immobili a tale scopo.
(Gender Watch News, 11 novembre 2021)

RIECCO IL BAVAGLIO DA DDL ZAN NEL CODICE DELLA STRADA
La scorsa settimana la Camera ha approvato il Decreto-legge Infrastrutture con cui il legislatore ha ritoccato il Codice della strada (Cds). Nell’esame del provvedimento arrivato nelle Commissioni riunite Ambiente e Trasporti si è fatto largo un emendamento delle relatrici Alessia Rotta (Pd) e Raffaella Paita (Italia Viva) nel quale viene “vietata sulle strade e sui veicoli qualsiasi forma di pubblicità il cui contenuto proponga messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi o messaggi lesivi del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili e politici, del credo religioso o dell’appartenenza etnica oppure discriminatori con riferimento all’orientamento sessuale, all’identità di genere o alle abilità fisiche e psichiche”.
Dunque, la formula sull’identità di genere, già inserita nell’articolo 1 del Ddl Zan e causa di mal di pancia anche a sinistra che hanno poi portato all’affossamento in Senato del disegno di legge, ha fatto la sua ricomparsa per vietare pubblicità considerate offensive. Nel caso di violazione della norma, l’autorizzazione per la pubblicità potrà essere revocata immediatamente.
Per Raffaella Paita, presidente renziana della Commissione Trasporti, “la norma rappresenta una doverosa conquista di civiltà utile a impedire che gli spostamenti lungo le nostre strade possano essere occasione per promuovere campagne contro il genere femminile o lanciare messaggi violenti”. Non è dello stesso avviso l’associazione Pro Vita & Famiglia, promotrice in passato di pubblicità contro aborto, eutanasia e gender nelle scuole che avevano fatto parecchio discutere e che rischiano, con questa norma, di essere oggetto di facile censura. Un loro maxi-manifesto a Roma contro l’interruzione di gravidanza, dopo giorni di polemiche, era stato fatto rimuovere dall’amministrazione comunale allora guidata da Virginia Raggi. In un comunicato, Pro Vita & Famiglia ha criticato l’approvazione dell’emendamento al Dl Infrastrutture, chiedendosi se “sarà ancora possibile affermare in una pubblicità che i bambini sono maschi e le bambine sono femmine” o “che un bambino nasce da una mamma e un papà”. L’associazione ha anche chiesto di eliminare il riferimento all’identità di genere “altrimenti – si legge nella nota – realtà, partiti politici o associazioni finora libere come la nostra avranno la bocca chiusa da una censura figlia della volontà di allineare tutti al pensiero unico”.
Lucio Malan, senatore di Fratelli d’Italia, ha criticato l’inserimento “piratesco” dell’emendamento all’interno di un decreto-legge sulla sicurezza e circolazione stradale. L’esponente del partito di Giorgia Meloni, inoltre, ha criticato la presidenza della Camera per non aver ritenuto estraneo alla materia del decreto-legge il contenuto dell’emendamento delle relatrici.
Dopo l’ok alla Camera, […] il Senato ha votato la fiducia (190 sì, 34 no) posta sul Dl Infrastrutture, che così è diventato legge. […] Toccherà al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti emanare le direttive per l’applicazione della norma. E quindi, probabilmente, anche decidere cosa si debba intendere per “messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi o messaggi lesivi o discriminatori”. Discriminatori anche in riferimento a quell’identità di genere che, votando a favore della ‘tagliola’ sul Ddl Zan, il Senato aveva respinto la scorsa settimana.
Pro Vita & Famiglia ha diffuso un nuovo comunicato, spiegando che il Governo Draghi “ha approvato un Ddl Zan mascherato. Da oggi avremo il bavaglio per le nostre opinioni”.
(Gender Watch News, 5 novembre 2021)

Titolo originale: Zan non si arrende alla sconfitta e continua a fare propaganda gender nei licei
Fonte: Provita & Famiglia, 4 novembre 2021

SCANDALO BIBBIANO: IN ARRIVO LE CONDANNE

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Segnalazione Redazione BastaBugie

Chiesti 6 anni per lo psicoterapeuta Claudio Foti in concorso con Federica Anghinolfi: il tribunale emetterà la sentenza per l’orrore dei bambini che venivano tolti illegalmente alla famiglia (VIDEO: Bibbiano nel 2019, la situazione nel 2013)
di Luca Marcolivio

A Bibbiano e dintorni è andato in scena per anni, il mercimonio dell’infanzia. Il processo, che in queste settimane sta giungendo alla sua fase conclusiva, non sta facendo che confermare le accuse sollevate due anni fa: i bambini venivano strappati alle famiglie non per il loro bene ma per puro business.
La richiesta per i due principali imputati è di sei anni di reclusione per abuso d’ufficio, frode processuale e lesioni gravissime. È quanto emerso durante la requisitoria – durata sette ore – del pm di Reggio Emilia, Valentina Salvi, nei confronti di Claudio Foti, lo psicoterapeuta, direttore scientifico del centro Hansel & Gretel, imputato nel processo “Angeli e demoni” sugli affidi illeciti nei comuni della Val d’Enza.

LE ACCUSE
A più di un anno dal rinvio a giudizio, le sentenze per Foti e per l’altra imputata Beatrice Benati (assistente sociale accusata di violenza privata e tentata violenza privata, che, come lui, ha chiesto il giudizio abbreviato) sono previste per l’11 novembre. Si tratterà dei primi verdetti relativi allo scandalo esploso due anni fa in provincia di Reggio Emilia, ad eccezione dell’assistente sociale rea confessa Cinzia Magnarelli – che, per occasione aveva patteggiato – condannata per falso ideologico e frode processuale. Per gli altri 22 imputati si deciderà se andranno a giudizio o meno.
Le famiglie dei bambini, costituitesi parte civile, hanno chiesto danni provvisionali tra i 5000 e il 50mila euro, oltre al risarcimento. Anche gli enti pubblici coinvolti hanno chiesto i danni: l’Unione Val d’Enza e l’AUSL reggiana esigono 150mila euro di risarcimento ciascuno; la Regione 50mila euro e la pubblicazione della sentenza.
La requisitoria del pm di Reggio Emilia è stata incentrata soprattutto sull’accusa di abuso d’ufficio contestata a Foti, in concorso con il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, con l’ex responsabile dei servizi sociali, Federica Anghinolfi, e con l’assistente sociale Francesco Monopoli. Per le sue perizie, Foti era riuscito a concordare 135 euro a seduta, praticamente il doppio rispetto alla media di 60-70 euro: una tariffa che, secondo il pm, non sarebbe stata mai approvata in caso di indizione di una gara.

LA FERITA INFLITTA AI BAMBINI E AI LORO GENITORI RIMANE INSANABILE
Foti è anche accusato di aver plagiato una bambina affidata alle sue perizie tra il 2016 e il 2017, «alterandone lo stato psicologico ed emotivo sui fatti oggetto del procedimento», persuadendola, con metodiche «suggestive», di «essere stata abusata sessualmente dal padre». Di conseguenza, la minore aveva iniziato a rifiutarsi di incontrare il padre, che in seguito il Tribunale ha dichiarato decaduto dalla potestà genitoriale. Secondo il pm, lo psicoterapeuta avrebbe agito nella totale consapevolezza dei danni che avrebbe arrecato alla piccola paziente, motivato in primis dai facili guadagni. Lo psicoterapeuta si è difeso, ribadendo di aver agito per il bene della bambina. I suoi avvocati, da parte loro, ne hanno elogiato la presunta professionalità di Foti, il quale, però, nemmeno avrebbe i titoli accademici e formativi per svolgere incarichi così delicati.
La condotta di Foti, dunque, non fa che confermare uno dei risvolti più inquietanti del “metodo Bibbiano”: l’utilizzo di tecniche estreme, quali, ad esempio, gli impulsi elettromagnetici sui bambini, finalizzati ad alterarne la memoria. A ciò, si univano altri metodi più blandi ma non meno incisivi come l’occultamento dei regali e delle lettere dei genitori naturali e l’alterazione dei disegni dei bambini in funzione ostile ai genitori stessi. Tutti i minori coinvolti nella terribile vicenda sono tornati dalle famiglie d’origine. Qualunque sarà l’esito del processo, tuttavia, la ferita inflitta ai bambini, ai loro genitori e all’intera comunità locale rimane insanabile.

Nota di BastaBugie: il terribile mercato dei bambini dati in affido non è solo a Bibbiano.
Per i 35.000 minori dati in affido in Italia ogni anno nel 99% dei casi non ci sono motivazioni derivanti da fatti concreti, ma solo giudizi soggettivi da parte da assistenti sociali e giudici. In pratica si tolgono i figli ai genitori per interesse di tipo economico da parte degli enti privati che gestiscono gli istituti che percepiscono soldi pubblici. Insomma: lo Stato ti porta via i figli come accade nei totalitarismi.
Non basta punire i colpevoli di una singola vicenda come Bibbiano, ma va eliminato il controllo dello Stato sulle famiglie limitando l’intervento della magistratura alle sole situazioni gravissime e con fatti accertati.

VIDEO 1: IL SERVIZIO DEL TG2 DEL 28 GIUGNO 2019
Cosa è successo nell’inchiesta Angeli e Demoni a Bibbiano

Commento dell’avv. Francesco Morcavallo, ex magistrato del tribunale dei minori di Bologna dimessosi appunto per evitare di farsi complice di sospette pratiche di affido.

VIDEO 2: FEDERICA PANICUCCI A MATTINO 5 NEL 2013
Già sei anni prima si sapeva già tutto (anche il CSM è complice)

L’avv. Francesco Morcavallo a Mattino 5 ospite di Federica Panicucci affermava che “in situazione di disagio sia sociale, sia economico, si interviene con strumenti autoritativi che sono simili a quelli degli ordinamenti totalitari”.

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DOSSIER “SCANDALO BIBBIANO”
Bambini tolti illegalmente alla famiglia

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Titolo originale: Bibbiano. Business sulla pelle (e sulla psiche) dei bambini. Chiesti 6 anni per Foti
Fonte: Provita & Famiglia, 19 ottobre 2021