Malaparte contro i giovani sporchi e arrabbiati

Condividi su:

di Marcello Veneziani

La seconda guerra mondiale era finita da poco e l’Europa era piena di macerie e di vitalità. Per tutti quello fu il tempo della Ricostruzione, dell’operosa voglia di rinascita. E invece, uno scrittore curioso e un po’ cialtrone, a volte inattendibile ma acuto nel penetrare col suo sguardo le profondità latenti di un’epoca, annuncia che nel dopoguerra sta succedendo qualcosa: sta nascendo una razza globale. Che prima chiama razza europea e la definisce “giovane, nervosa, più bella e più delicata”, poi la definisce “razza marxista” fino a denunciare la sporcizia della nuova razza marxista che non ha nulla a che vedere con la sporcizia dei poveri, per esempio nei bassi di Napoli. È generata dalla “decadenza del capitalismo, dalla corruzione della democrazia, dal sabotaggio sociale comunista, dalla contaminazione dei costumi”. Anche le ragazze sono “scarmigliate, mal lavate, mal vestite, imbronciate”. È una nuova razza che sorge in Europa, invade le nazioni, sommerge ogni cosa, fatta da giovani piccolo borghesi che hanno il disgusto della borghesia, spezzano ogni legame di classe e di provenienza, vivono “una nuova bohème artificiale”; una generazione di spostati e di finti proletari. E così li descrive: “la moda dei capelli lunghi, dei visi mal rasati, delle unghie sporche” e altro ancora… Curzio Malaparte nel 1947 ha visto in anteprima esclusiva a Parigi un trailer del Sessantotto. Prima che nascesse la gioventù bruciata americana. Lo annota sul suo Journal, che scrive in francese, ora ripubblicato da Adelphi col titolo “Giornale di uno straniero a Parigi”. Il loro maestro è Jean-Paul Sartre, ma ai suoi occhi appare già démodé, antiquato. Malaparte non descrive solo “la pelle” di quella razza, e di quella generazione, ma si inoltra nelle loro idee: non sanno che farsene, scrive, dell’ordine capitalista, comunista, cattolico, non vogliono servire nessuna chiesa, non credono più in niente. Sono nichilisti. Qui la diagnosi di Malaparte oltrepassa pure il Sessantotto e sembra riguardare i nostri giorni. Malaparte non è un pensatore ma annusa l’aria, coglie i movimenti tellurici, è sismografo del suo tempo, coglie gli umori nascosti dell’epoca.

Il nichilismo che aveva profetizzato Nietzsche è diventato fenomeno di massa, oltre che generazionale; e Malaparte lo coglie, lo nomina e ne dà perfino una data di nascita: “Dopo il 1945”. Lo dice da osservatore, non da nostalgico dell’epoca precedente e dei fascismi: Malaparte è stato arcifascista e antifascista, è finito in carcere durante il regime, è stato dissidente, finirà in odore di comunismo e innamorato della Cina comunista di Mao. Ma in queste note sostiene che l’unica salvezza per l’Europa sia l’individualismo, idea a suo dire occidentale e latina (ma anche dí derivazione cristiana). Insomma Malaparte è acuto come radar ma quando deve indicare una via dice tutto e il contrario di tutto, è dongiovanni e poligamo, come nella vita intima. In tema di resistenza, pur definendosi un resistente, mostra insofferenza verso la sorgente retorica della resistenza, i suoi tabù e i suoi mostri sacri e arriva a dire che la resistenza, perlomeno in Italia e nell’Europa occidentale, è stata “uno strumento di guerra forgiato dallo straniero”, con capi, armi, mezzi stranieri. E con la geniale cialtroneria che ama esibire per colpire l’uditorio e spiazzare tutti, si avventura in una spericolata ipotesi di fanta-storia: se Mussolini nel settembre del ’43 si fosse dato alla macchia, anziché farsi liberare dai tedeschi, avrebbe potuto assumere lui la guida della resistenza italiana contro i tedeschi. Immaginate cosa sarebbe successo con Mussolini a capo della resistenza! La gente lo ascolta perplesso, alcuni protestano, ma lui, Malaparte, si compiace, si diverte, ride perfino, e poi lamenta che “l’ironia è morta in Europa, nessuno sa più giudicare”.

È un piacere leggere Malaparte, i suoi racconti, la sua prosa; incuriosisce, sorprende, anche se spesso ti chiedi: ma sarà vero, dice sul serio o sta pazziando? Si susseguono incontri, giudizi, situazioni, storie e ritratti. E continui paragoni tra francesi e italiani.

A proposito di Mussolini, Malaparte racconta un gustoso episodio, che spunta misteriosamente, non facendo parte né del corpus del Journal né in generale dell’Archivio Malaparte. Lo scrittore, ancora un giovanotto, viene convocato dal Duce a Palazzo Chigi, dove si era insediato da poco tempo. Quando varcò la soglia della stanza di Mussolini, le gambe gli tremavano, ma l’ansia non gli impedì di osservare molti dettagli e di notare il cattivo gusto di una lampada, un abat jour, che illividiva la faccia del duce, il suo viso pallido, le sue profonde orbite e l’ombra del naso, grosso e carnoso. Dopo aver firmato varie carte, Mussolini gettò la penna, si buttò indietro sulla spalliera della poltrona, lo fissò con i suoi occhi tondi grandissimi, scuri e Malaparte si sentì ghiacciare il sangue nelle vene.

Mussolini si sorprese della sua giovane età, chiese che studi avesse fatto, e poi cominciò a rimproverarlo, accusandolo di essersi abbassato a dire su di lui malignità degne di una portiera pettegola. Malaparte arrossì. Poi scoprì il capo d’accusa: Malaparte al caffè Aragno a Roma aveva sparlato delle “brutte cravatte” di Mussolini. Malaparte ammise di averlo detto, ma aggiunse che era un’osservazione senza cattiveria e malignità, e gli chiese scusa. Mussolini accolse le scuse e lo ammonì per l’avvenire. Ma era terribile, scrive Malaparte, cadere in disgrazia del dittatore all’inizio della carriera (lui dice che aveva allora 20 anni, in realtà ne aveva 25). Poi, però, l’ambasciatore Paulucci de’ Calboli che era presente al colloquio, raccontò che Mussolini, quando lui uscì, si era messo a ridere; ma subito dopo, si fece portare uno specchio da Navarra, il suo capo usciere, per vedere la sua cravatta. Io la trovo bellissima, diceva lisciandosela, non trovate? L’ambasciatore non poté che dargli ragione. Malaparte si vendica nelle righe seguenti descrivendo lo strano odore di oca selvatica di Musoslini, anzi un odore di pelle di pollo bagnato; l’indole morbosamente femminile del duce, benché così maschio, la sua voce che “ha radici nelle mammelle”, le sue mani da “vecchia monaca morta”. Malaparte amava stupire con effetti speciali, la sua prosa è godibile anche quando racconta l’inverosimile.

E per restare in tema, in questo suo diario, Malaparte confessa un vizio: ama abbaiare di notte. “Chiamare i cani la notte e parlare con loro, è il mio unico piacere della vita. Ho imparato a parlare coi cani a Lipari, durante il confino, non avevo altri con cui parlare”. Saliva sulla terrazza nella casa di fronte al mare, nella Salita di Santa Teresa, vicino alla chiesetta, e abbaiava. Gli fu perfino proibito dai carabinieri di abbaiare di notte, i pescatori ne erano intimoriti, molti lo chiamavano “il pazzo”. Anche sugli scogli di Capri o sulla spiaggia di Forte dei Marmi, confessa Malaparte, continuò ad abbaiare di notte; ma non più per solitudine e disperazione; lo faceva quando si sentiva giovane, libero, felice. Per una vita Curzio Malaparte ballò coi lupi.

La Verità – 26 novembre 2025 –  https://www.marcelloveneziani.com/articoli/malaparte-contro-i-giovani-sporchi-e-arrabbiati/

Flop dello sciopero generale: adesioni da prefisso telefonico. Ma l’effetto annuncio fa esplodere i disagi

Condividi su:

di Eleonora Guerra

I dati sono ancora quelli provvisori, ma le percentuali di adesione allo sciopero generale di ieri sono talmente bassi che si può serenamente parlare di flop. Stando alla rilevazione del “Cruscotto scioperi” del Dipartimento Funzione pubblica alla mobilitazione ha partecipato il 2,63% del personale in servizio, «al netto degli assenti per motivi diversi dallo sciopero».

Il flop nel report del “Cruscotto scioperi” della Funzione pubblica

Nell’intestazione del documento si legge che il monitoraggio fa riferimento allo «sciopero generale proclamato da Adl Cobas, Clap, Sial Cobas, Confederazione Cobas, Cub, Fi-Si, Flai Rs, Usb, Usi, Usi 1912 e Usi Cit»; a quello del comparto scuola, università e ricerca proclamato da Unicobas scuola & università; a quello del settore scuola proclamato da Cobas scuola Sardegna e dal sindacato sociale di base.

Il report, elaborato alle 20 sulla base dei dati inseriti in procedura Gepas, ovvero la procedura telematica obbligatoria per le pubbliche amministrazioni per comunicare i dati relativi agli scioperi del pubblico impiego, parlano di un’adesione delle funzioni centrali al 10,48%, ma si tratta dell’unica percentuale a due cifre, a fronte di numeri che per gli altri comparti non raggiungono quasi mai il 2% e spesso restano sotto l’1%.

Per quanto riguarda le funzioni locali l’adesione registrata si attesta all’1,83%, nel comparto istruzione e ricerca arriva all’1,98%, nelle Province autonome si è fermato allo 0,4%, nelle Regioni a statuto speciale è arrivato all’1,28%, nella sanità si parla dello 0,35%, per la Presidenza del consiglio all0 0,6%, nel corpo nazionale dei vigili del fuoco al 3,83%.

Pure i “duri” metalmeccanici danno forfait: adesioni sotto il 3%

Anche fuori dal pubblico impiego le adesioni risultano scarse. La Verità riferisce che, secondo le proprie informazioni, fra i metalmeccanici la partecipazione non ha superato il 3% sebbene le sigle coinvolte siano state Cobas, Usb, Ugl metalmeccanici, Confsal e altri. Prossima allo zero poi la partecipazione nell’edilizia. Percentuali più alte si sono registrate, invece, nel settore dei trasporti, dove l’adesione media riferita da alcuni sindacati sarebbe stata dell’11-12%, ma con differenze fortissime da città a città: a Roma, secondo quanto riferito da “Roma servizi per la Mobilità” l’adesione tra il personale Atac è arrivata al 25,9%; a Milano tra il personale Atm l’adesione è stata pari a zero. Per quanto riguarda i treni, l’Usb ha riferito di un 30% di cancellazioni.

L’effetto annuncio: per i cittadini il danno e la beffa

L’allarme, dunque, è stato certamente superiore alla resa, ma non ai disagi, visto che molti italiani hanno stravolti i piani della giornata per timore di ritrovarsi in un Paese bloccato che, invece, alla prova dei fatti non c’è stata. E, insomma, come sempre a pagare sono stati i cittadini, che oltre al danno hanno anche dovuto fronteggiare la beffa della sua inutilità.

Salvini: «Più preavviso, adesione preventiva e cauzione per i danni»

Un tema sul quale oggi si è soffermato il ministro Matteo Salvini, parlando di un’adesione al 6%, probabilmente riferita al solo settore dei trasporti. «Come penso di regolamentare il diritto allo sciopero? Penso a un maggior preavviso e a un’adesione preventiva per evitare l’effetto annuncio. Spesso e volentieri il caos non deriva dall’adesione effettiva, ieri intorno al 6%, ma dall’effetto annuncio», ha spiegato, sottolineando che sarebbero opportuni «quindi maggior preavviso, adesione preventiva e, per evitare incidenti come ieri quando teppisti hanno assaltato e distrutto la sede del giornale La Stampa a Torino, anche una cauzione di chi organizza cortei e manifestazioni, che si deve far carico anche dell’educato svolgimento, perché in caso di danni non deve essere l’intera cittadinanza a pagare, ma chi non ha esercitato il controllo sui suoi manifestanti». «Questi sono degli esempi», ha concluso Salvini, ricordando poi che «i giorni della settimana sono sette. Se gli scioperi cadono sempre di venerdì, sarà una sfortunata coincidenza».

Fonte: https://www.secoloditalia.it/2025/11/flop-dello-sciopero-generale-adesioni-da-prefisso-telefonico-ma-leffetto-annuncio-fa-esplodere-i-disagi/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=nl

C’era una volta il saluto romano

Condividi su:

di Marcello Veneziani

Non prendete questa cicalata sul saluto romano per un pezzo di nostalgismo politico e nemmeno per una chiosa alla cerimonia di Acca Larenzia, di cui abbiamo già scritto, e un commento alle previste condanne per apologia di fascismo. Sarebbe surreale e insensato, fuori luogo, fuori tempo. Questo è puro vintage, racconto di colore, dove la nostalgia assume tratti sentimentali, emotivi ed estetici, non politici, storici e ideologici; temperati dall’ironia.

Novantanove anni fa entrava in vigore un decreto governativo che rendeva obbligatorio il saluto romano nei luoghi pubblici e nelle sedi amministrative. Non fu una trovata di qualche oscuro gerarca; l’idea originaria veniva da D’Annunzio ed evocava il romano Ave Caesar.

Ci restano nelle memorie degli anni passati, distese di saluti romani ai funerali di Almirante e Romualdi, di Rauti e di Buontempo, ma anche di Giano Accame e di altri meno famosi personaggi. Il camerata officiante gridava il nome del defunto e la comunità ripeteva in coro “Presente!”, facendo tutti il saluto romano.  Anche a chi era estraneo al piccolo mondo antico del cameratismo, quel rito d’addio pareva avere una forza liturgica e rituale così intensa e corale che nemmeno la funzione religiosa riusciva a esprimere. Raccontava una vita e una morte, una storia e una comunità. Nulla di retorico o di minaccioso. Mi colpirono da ragazzo i saluti romani indirizzati alla bara del Principe Junio Valerio Borghese. Erano allora un atto di epica strafottenza verso il mondo e il potere, la viltà dei benpensanti e l’arroganza dei pugni chiusi accompagnati da spranghe e catene. Li vedevo con gli occhi di un ragazzo colpito dai gesti simbolici in luoghi sacri. Erano gli anni settanta, duemila anni fa.

“Selva di braccia tese”, cantava Lucio Battisti e i ragazzi con la testa “fasciata” pensarono orgogliosi che si riferisse a loro. Vero o falso, come poi mi disse il suo paroliere, Mogol, quella frase entrò nel mito, nei cuori e nelle mani di molti ragazzi. Lucio è nostro, Lucio è nostro…

I più teatranti allungavano il braccio al cielo, i più ispirati ne rivolgevano pure lo sguardo, i più timidi accennavano una manina atrofizzata, i più fanatici salutavano alla tedesca, i più coreografici accompagnavano il saluto romano con un batter di tacchi e il mento in alto. Comodi, riposo, dicevano i più ironici e chi sapeva distinguere tra la storia e la parodia. Al saluto romano i più scettici con licenza ginnasiale rispondevano: Ave Caesar morituri te salutant. E il camerata dopo il saluto romano usava la stessa mano per una più prosaica grattata ai genitali. “A noi!” gridavamo in sezione al vecchio camerata sordastro. “Tutto a noi e niente a loro”, rispondeva sempre lui. Un altro lo chiamavano Mani di fata, l’unico gay capitato tra i virili camerati, che salutava romanamente con la manina delicata; poco fascio ma tanta grazia. Se a un democristiano stringere le mani in campagna elettorale portava voti, a un candidato missino li toglieva. Ogni mano stretta era un saluto romano in meno. Sarà un traditore, un badogliano, non avrà le mani pulite. I camerati duri e puri, invece, non si accontentavano del Saluto Romano, preferivano il saluto personale con l’avambraccio, uno avvinto all’altro. L’intensità del saluto misurava il camerata in purezza. Ammazza che forza, sarà un camerata de core e de fegato, un centurione.

Il saluto romano cominciò a declinare quando cominciarono le vie di mezzo, i saluti a mezz’asta, le manine ambigue con leggera motilità, per dissimulare l’atto impuro, come quelle che si usavano nelle auto kitsch di un tempo appiccicate ai lunotti.

Sono grotteschi i saluti romani a babbo morto in epoca democratica e antifascista. Ma ancora più ridicolo era far scattare la denuncia d’apologia di fascismo per un saluto innocuo e antico, come se il folclore fosse criminalità; per giunta in una cerimonia funebre. Il fatto che le cerimonie fasciste coi saluti romani siano avvenute tutte ai funerali dimostra ancora di più che il fascismo è terra dei morti e in articulo mortis non c’è articolo di legge che regga. La nostalgia è un sentimento, a volte un risentimento, ma non un delitto, e nemmeno un reato. Si può esser giudicati fessi per un saluto romano, non delinquenti. Anacronisti, non terroristi. Tanto per fare archeologia comparata, non mi dispiace neanche il pugno chiuso, ha una forza simbolica raccolta e concentrata, una promessa che coincide con una minaccia, ma indica la fierezza di un movimento in lotta. Il saluto romano è un segno più estroverso, meno cattivo, più classico, più latino, più naturale, più socievole e più teatrale, perfino autoironico…

Il saluto romano evitava con un gesto unico e collettivo giri prolissi con fastidiose strette di mano, scambi di cortesi e sudate ipocrisie del tipo “piacere, onorato, molto lieto”, e via coglionando il prossimo con ricevuta di ritorno. 

Mi sovvenne il saluto romano dopo una conferenza in un Lions o in un Rotary club, quando alcune persone stringendomi la mano, mi tastarono con un dito il polso; pensai che fossero medici ma poi mi dissero che era un saluto massonico. Se era ridicolo il primo, non vi pare ridicolo pure il secondo? Erano un po’ comici i camerati che a fascismo sepolto andavano in camicia nera, ma non trovate un po’ comici pure i fratelli col cappuccio e il grembiulino nelle loro sedute segrete?

Rimpiansi, invece, il saluto romano affacciandomi a Bologna da osservatore a un’assemblea nazionale di An. Dovevo urinare con una certa urgenza (fui precursore della Meloni incontinente) ma entrando in bagno fui bloccato da una fiumana di postfascisti reduci dai gabinetti – si vede che dopo Fiuggi la parola d’ordine, categorica e impegnativa per tutti, era: Mingere e Mingeremo – e mi strinsero tutti calorosamente la mano. Considerando che, secondo statistica, uno su due uscendo dal bagno non si lava le mani, e la statistica non mi pare limitata all’arco costituzionale, fu una catastrofe sanitaria. Rimpiansi allora i tempi d’oro del saluto romano, più rapido, più igienico, come diceva Trilussa e poi Almirante. Memorie prostatiche alla ricerca del tempo perduto.

La Verità – 13 gennaio 2024

IL VATICANO IN LINEA CON SOROS. Dimissioni di Ratzinger per intrighi di Palazzo

Condividi su:

di Silvano Danesi

Per rimanere nella tempistica utile non si poteva aspettare la morte di Benedetto XVI e così lo si è invitato, per usare un eufemismo, alle dimissioni. Si arriva, dunque, alla rinuncia del Papa teologo… (Stando così le cose, è evidente che le dimissioni di Ratzinger abbiano favorito la “mafia di San Gallo”. Il comportamento dell’ “emerito”, a seguito delle dimissioni è stato più che accondiscendente. Se, in realtà, egli fosse d’accordo, non lo sapremo mai. Sappiamo che ha assecondato la “mafia di San Gallo” e certamente non avrebbe dovuto. [N.d.R.] )

**************************************************************************************************************************************************************************************

Da tre giorni La Verità scrive dei rapporti tra la Cei, guidata dal cardinale Matteo Maria Zuppi e l’ex noglobal Luca Casarini. Rapporti che hanno dato luogo a finanziamenti alla ong che arma la Mare Jonio, un rimorchiatore che trasporta migranti e che ora è indagata per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’inchiesta giornalistica rivela che anche la Open Arms è stata finanziata, ma direttamente dal Papa.

L’inchiesta è stata iniziata da Panorama e ieri il direttore de La Verità, Maurizio Belpietro, dopo che Luca Casarin è stato addirittura invitato al Sinodo, si chiede come sia stato possibile inquinare così i vertici cattolici.

Forse la domanda ha una risposta nei vertici cattolici stessi, ossia in Jorge Mario Bergoglio, nella sua elezione, nelle sue esternazioni, nei suoi rapporti internazionali e nella sua posizione su clima, green e migranti.

Nell’insieme il papato di Jorge Mario Bergoglio si pone in perfetta linea con la Open Society Foundations di George Soros e con la cupola finanziario- filantropica che dirige la musica sul clima, sulla nuova religione green e sui rapporti con la Cina in chiave di controllo sociale.

I vertici cattolici non sono inquinati da Casarin, che è solo una delle tante pedine di un disegno, ma dal vertice stesso, in quanto, come scrive Sir Henry Sire, docente universitario e storico, nonché cavaliere dell’Ordine di Malta (poi espulso per aver scritto di Bergoglio) con lo pseudonimo di Marcantonio Colonna (“Il Papa dittatore”), “Bergoglio è stato eletto dalla “mafia” liberale, un gruppo di vescovi e di cardinali progressisti che per anni ha agito per centrare proprio questo obbiettivo”.

Papa dittatoreMaschera di Bergoglio

Il termine “mafia” è stato introdotto per la prima volta in un’intervista televisiva nel settembre 2015 dal Cardinal Godfried Danneels, arcivescovo emerito, ma al tempo ancora molto influente, di Bruxelles-Mechelen a proposito del Gruppo di San Gallo.

“Danneels – scrive Colonna – ha affermato di aver fatto per anni parte di questo gruppo che si era opposto a papa Benedetto XVI durante tutto il suo pontificato. Il gruppo ha lavorato, egli ha detto, per favorire la formazione di una Chiesa Cattolica ‘molto più moderna’ e per far eleggere papa l’arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio”.

Il gruppo “si incontrava ogni anno dal 1996” a San Gallo, in Svizzera, originariamente su invito del vescovo della città, Ivo Fürer, e dell’arcivescovo di Milano, il cardinale gesuita Carlo Maria Martini.

“Danneels – scrive Colonna – aveva rilasciato l’intervista per promuovere la sua biografia autorizzata e ha aggiunto che il gruppo San Gallo vantava vescovi e cardinali, “troppi da elencare”. Ma tutti avevano lo stesso obiettivo comune: l’attuazione di un programma “liberale/progressista” in opposizione a Papa Benedetto e all’orientamento di un moderato conservatorismo dottrinale”.

Uno degli aspetti interessanti, che mettono subito in risalto la rete italiana che collega le posizioni del Vaticano di Bergoglio con la politica italiana è Villa Nazareth a Roma.

Colonna riferisce che nel 2015, Paul Badde, scrittore tedesco ed esperto delle questioni concernenti il Vaticano, ha sostenuto di aver ricevuto informazioni attendibili “che tre giorni dopo la sepoltura del papa Giovanni Paolo II, i cardinali Martini, Lehmann e Kasper dalla Germania, Bačkis dalla Lituania, van Luyn da Paesi Bassi, Danneels da Bruxelles e Murphy O’Connor da Londra «si sono incontrati nella cosiddetta Villa Nazareth a Roma, casa del cardinale Silvestrini, il quale ormai non era più eleggibile; hanno poi discusso in segreto una tattica per evitare l’elezione di Joseph Ratzinger»”.

Silvestrini, discepolo del cardinal Casaroli, era il potere della curia romana dietro ad Andreotti ed è stato, come riferisce Colonna, anche uno dei manovratori che ha fatto si che i Gesuiti arrivassero al potere con l’elezione di Bergoglio.

Nel Collegio di Villa Nazareth vengono fatti studiare dei ragazzi che faranno successivamente cureranno gli interessi del Vaticano in giro per il mondo.

Nel Collegio Nazareth di Roma, proprietà di una fondazione guidata dal cardinale Achille Silvestrini (ora defunto) ha studiato Giuseppe Conte e del Collegio era direttore monsignor Pietro Parolin, attuale segretario di Stato del Vaticano.

In una fase delicata della politica italiana, Giuseppe Conte è stato messo all’opera. Renzi, che faceva gli esercizi spirituali tutti gli anni dai Gesuiti, ha lanciato l’idea del Governo Conte bis, il cui operato è ben conosciuto da tutti noi, anche per quanto riguarda i rapporti con il Dragone.

In questo panorama si inserisce anche l’interessante esperimento italiano che ha dato vita al Movimento Cinque Stelle.

In un articolo di Giacomo Amadori e di Gianluca Ferraris (Panorama, 3 aprile 2013) l’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, fondatore della Gran loggia regolare d’Italia, restauratore in Italia degli Illuminati di Baviera e fondatore di Dignity, alla domanda dei giornalisti volta a chiedere se Gianroberto Casaleggio, autore di una profezia di “un futuro senza religioni in cui «l’uomo è Dio»” e che fa immaginare “un approccio umanistico”, sia stato un massone risponde: “Non mi risulta che Casaleggio sia massone, la sua ideologia è sicuramente più vicina a quella degli Illuminati di Baviera e all’accademia che io ho risvegliato in Italia nel 2002. Quale la differenza? I massoni vogliono migliorare il mondo così com’è, gli illuminati puntano a ripensarlo rispetto alle future condizioni; in più gli Illuminati considerano la democrazia una forma di degenerazione del potere che va superata come hanno già postulato Platone e Aristotele. Il credo contenuto nel video della Casaleggio e associati va proprio in questa direzione”. “La visione di Casaleggio in Gaia e la mia nel libro La conoscenza umana (Marsilio) – continua Di Bernardo – sono molto simili: entrambi riteniamo che nel futuro dell’umanità scompariranno le differenziazioni ideologiche, religiose e politiche. Per me a governare sarà una comunione di illuminati, presieduta dal «tiranno illuminato», per Casaleggio a condurre l’umanità sarà la rete, probabilmente controllata dal tiranno illuminato. Un concetto che, però, Casaleggio non ha ancora esplicitato”. Esplicitazione giunta di recente dal comico Giuseppe Grillo, con la sua teoria degli Elevati.

Panorama Burattinaio

Il 4 marzo 2013 Casaleggio mette in onda Gaia, un video dove si afferma che si arriverà, il 14 agosto 2054, ad un mondo governato dalla rete, con un governo mondiale chiamato Gaia eletto dai cittadini attraverso la rete. Nel 2054 non esisteranno più partiti politici, ideologie, religioni e i cittadini non avranno più carte d’identità o passaporti, ma esisteranno solo se saranno iscritti a Earthlink, un social network, mente una mega intelligenza artificiale collettiva, chiamata Braintrust, risolverà i problemi del mondo. Il primo esperimento è stato fatto sulla pelle degli Italiani e ne sopportiamo le conseguenze tragiche. Altro che intelligenza artificiale. Qui siamo in presenza di un tentativo di dittatura strisciante venduto per democrazia di massa ( https://www.youtube.com/watch?v=rx46BpHQ2mo ).

Le teorie di Gaia, frutto delle visionarietà di Gianroberto Casaleggio, esplicitate dal Comico Giuseppe Grillo, sono, secondo Giuliano Di Bernardo, molto vicine a quelle degli Illuminati di Baviera.

L’Ordine degli Illuminati fu organizzato, il primo maggio 1776 da Adamo Weishaupt sulla base di un modello gesuitico.

L’Ordine ebbe uno scopo più politico che religioso e la corrente illuministica interna alla Stretta Osservanza, alla ricerca di un progetto massonico da opporre ai Martinisti, guardò agli Illuminati con la mediazione di Knigge, che aveva come modello il Paraguay gesuitico e pensava a stati modello nelle Indie Occidentali (America).

Alain Wodroow, uno dei massimi esperti dei Gesuiti, a proposito dell’esperimento del Paraguay, afferma: “Questa esperienza di comunismo paternalista è singolare e fu esempio per gli utopisti del XX secolo. L’ammirava persino Voltaire, che fu allievo dei Gesuiti, ma li detestava”[1]

L’intreccio si fa ancor più interessante quando guardiamo alla politica estera del Vaticano di Bergoglio, con la sua deriva filo cinese e anti occidentale.

In un’intervista del giornalista americano Glenn Beck a Whitney Webb, autrice di “A Nation Under Blackmail”, una nazione sotto ricatto (disponibile grazie a Roberto Mazzoni – https://mazzoninews.com/2023/11/26/deep-state-finanzieri-spie-mafiosi-editori-e-pedofili-parte-4-mn-236-ritorno-alla-poverta/), l’intervistatore afferma: “Ho amici industriali che 30 anni fa mi dicevano: “La Cina è il nuovo modello”. E ho pensato, questo è un cattivo modello. Noi non lo vogliamo. Si limitavano a dire con leggerezza che la Cina era il nuovo modello. Ci sono voluti 10 anni, prima che iniziassi a rendermi conto che ne erano sinceramente convinti, e che avremmo portato in America l’approccio cinese”.

Whitney Webb risponde: “Certo. Questo è stato il piano per molto tempo. Abbiamo parlato prima del CinaGate. Al suo interno troviamo le origini della Silicon Valley. E molte delle persone più potenti del nostro complesso industriale militare, tra cui Lockheed Martin, vi erano coinvolte e volevano che quella tecnologia segreta andasse in Cina e minasse la nostra sicurezza nazionale. Notiamo che c’era qualcosa che stava succedendo allora e penso che lo stiamo vedendo succedere sempre di più anche adesso.

Nel 2020 ho scritto un articolo sulla National Security Commission on Artificial Intelligence, la Commissione per la sicurezza nazionale sull’intelligenza artificiale. Fondamentalmente dice che, per essere competitivi nell’intelligenza artificiale e garantire l’egemonia economica e militare per gli Stati Uniti, dobbiamo andare oltre la Cina in termini di implementazione della tecnologia di sorveglianza, e dell’uso dell’intelligenza artificiale, dobbiamo abbandonare la proprietà privata delle automobili, a cui si riferiscono come sistema tradizionale. E bisogna abbandonare le visite mediche di persona, passando all’alternativa basata sull’intelligenza artificiale. Questo accadeva nel 2019, prima del Covid”.

Glenn Beck: “Due anni prima di questo, ho parlato con il presidente del consiglio di amministrazione di General Motors e mi ha detto che entro il 2030 non produrremo più auto di proprietà singola, ma flotte di veicoli di uso comune”.

Whitney Webb: “Uber offrirà noleggi solo all’interno delle città intelligenti e il passeggero non potrà controllare la destinazione. Non si potrà più viaggiare da una città all’altra. Niente più scampagnate. Non potrai più decidere dove andare, magari guidare per tre ore per vedere la tua famiglia o chiunque altro, magari i tuoi amici. È finita se queste persone vincono. E la Commissione per la sicurezza nazionale sull’intelligenza artificiale era gestita da Eric Schmidt, ex capo di Google. Uno dei co-presidenti era un uomo di alto livello che lavora a stretto contatto con Schmidt e che era al Dipartimento della Difesa. E le persone che sempre più decideranno cosa potete fare appartengono alla comunità dell’intelligence, alle forze armate e alla Silicon Valley. E ritengono che falliremo se non andremo oltre il sistema di sorveglianza cinese, le sue megalopoli e il suo modello di città intelligente”.

In buona sostanza, per combattere la Cina dobbiamo essere più cinesi dei cinesi, ossia per combattere una dittatura dobbiamo essere una dittatura ancor più dittatura. Non male come prospettiva. E come la mettiamo con la deriva filo cinese del Vaticano?

Torniamo a Bergoglio e alla “mafia di San Gallo”.

Danneels era uscito di scena, ma il conclave del 2013 – scrive Colonna – “lo ha riportato al centro della politica della Chiesa, con il nuovo papa che lo ha invitato a unirsi a lui nella Loggia di San Pietro per la sua prima apparizione alla folla. Ha avuto il privilegio di intonare le preghiere della Messa inaugurale di Francesco. Più tardi il cardinale, che molti avevano considerato “in disgrazia”, è stato invitato da papa Francesco, godendo così di uno speciale favore papale, a partecipare ad entrambi i Sinodi sulla Famiglia dove ha assunto una ruolo importante. Danneels stesso ha descritto il suo ultimo conclave come “un’esperienza di risurrezione personale”.

La “squadra Bergoglio” ha dunque completato l’opera di San Gallo.

“Nonostante regole della più rigorosa segretezza – scrive sempre Colonna – , dopo il conclave del 2005 si è venuto a sapere che lo sconosciuto gesuita di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, era arrivato secondo nelle votazioni. Il gruppo di San Gallo era presente quasi al completo e aveva lavorato sodo per il suo candidato. E il suo sostegno aveva avuto il suo peso”.

L’esergo del testo “Il Papa dittatore, di Marcantonio Colonna” è una citazione di Abramo Lincoln: “Potete ingannare tutti per qualche tempo, o alcuni sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre”.

Ai tempi di Peron, Bergoglio era uno dei suoi seguaci, ma il suo legame era con l’ala destra del Peronismo. “Nel 1971 – scrive Colonna – è stato nominato Maestro dei Novizi della provincia argentina e ha saputo coniugare questo incarico al sostegno della Guardia de Hierro (Guardia di Ferro), che a quel tempo era impegnata per il ritorno di Perón dall’esilio. Austen Ivereigh descrive questo coinvolgimento eufemisticamente come “sostegno spirituale” al movimento; esso era in realtà molto di più ed è rivelante degli interessi politici che dovevano distinguere Bergoglio per tutta la sua vita. Per tutte le norme, era un modo insolito per un maestro dei novizi di un ordine religioso di trascorrere il suo tempo libero”.

Resta il fatto che la Guardia de Hierro argentina si ispira all’omonimo gruppo rumeno. La Guardia di Ferro (in romeno Garda de Fier) è infatti la denominazione data da Corneliu Zelea Codreanu alla branca armata del movimento da lui fondato negli anni Trenta del XX secolo.

Dal 1965 ql 1981 il Generale dei Gesuiti è stato lo spagnolo Pedro Arrupe, il quale ha impresso alla Compagnia una svolta a sinistra, verso la teologia della liberazione.

Svolta che ha coinvolto la Università del Salvador e che ha visto contrario il peronista Bergoglio, il quale, ci dice Colonna, l’ha consegnata ad alcuni suoi compagni della Guardia di Ferro peronista.

Diventa, pertanto difficile capire come Bergoglio si sia poi orientato a sinistra, se non entrando nella logica argentina del peronismo.

Scrive in proposito Sir Henry Sire, alias Marcantonio Colonna: “Si narra la storia che Perón, nei suoi giorni di gloria, un giorno abbia proposto a un nipote di iniziarlo ai misteri della politica. Dapprima ha portato con sé il giovane quando ha ricevuto una delegazione di comunisti; dopo aver ascoltato le loro idee, ha detto loro: “Avete ragione”. Il giorno dopo ha ricevuto una delegazione di fascisti e ha risposto di nuovo alle loro argomentazioni: “Avete ragione”.

Poi ha chiesto a suo nipote cosa pensasse e il giovane ha detto: “Hai parlato con due gruppi con opinioni diametralmente opposte e hai detto ad entrambi che sei d’accordo con loro. Questo è completamente inaccettabile”. Perón ha risposto: “anche tu hai ragione”. Tale aneddoto è la spiegazione del motivo per cui nessuno può sperare di capire Papa Francesco se non comprende la tradizione della politica argentina, un fenomeno al di fuori dell’esperienza del resto del mondo; la Chiesa è stata colta di sorpresa da Francesco perché non possedeva la chiave per comprenderlo: egli è la trasposizione ecclesiastica di Juan Perón. Coloro che cercano di interpretarlo in altro modo non dispongono dell’unico criterio valido”.

Va anche considerato il rapporto di Bergoglio con il fevrerismo, al quale fu introdotto da Esther Ballestrino.

Le motivazioni che spingono il Vaticano di Francesco a cercare un rapporto con la Cina sono chiaramente non dovute alla difesa dei cristiani cinesi, ma agli interessi in altre aree del mondo: l’Africa, l’America Latina e la stessa Europa. Vi sono, inoltre, motivazioni ideologiche che coinvolgono i singoli protagonisti in campo. Bergoglio, fevrerista, peronista, propugnatore della Patria Latina, ha un rapporto difficile con gli USA e di collaborazione intensa con i regimi latino americani non collaborativi con gli States. La Curia vaticana è stata riempita di prelati latino americani in posizione di potere. Potere che condividono con il vero dominus della politica, il tedesco cardinale Reinhard Marx, sostenitore della politica filo cinese della Germania, dovuta agli interessi economici di Berlino nelle terre del Dragone.

Il grande enigma della conversione di Bergoglio alla sinistra e alla parte liberale della Chiesa, e in particolare il gruppo di San Gallo, che l’ha trasformato nel suo uomo guida, trova la giustificazione nella logica peronista. Perón, come Presidente, non ha avuto alcuna esitazione a spostarsi dalla destra all’estrema sinistra, fa notare Sir Henry Sire “se la sua smania di potere lo richiedeva”.

“Nel 2005 – scrive Sir Henry Sire -, i piani del gruppo di San Gallo sembravano infranti dall’elezione di Benedetto XVI. Si pensava che Benedetto avrebbe regnato per un periodo di dieci o addirittura quindici anni, e sarebbe stato un periodo troppo lungo per le persone interessate per poterne beneficiare. L’abdicazione del febbraio 2013 è arrivata appena in tempo per rilanciare il programma del gruppo di San Gallo. Il Cardinale Martini era morto l’anno precedente, ma Danneels e Kasper erano ancora abbastanza giovani per poter evitare l’esclusione dai conclavi papali che per i cardinali arriva all’età di ottanta anni, un limite che entrambi avrebbero raggiunto più tardi nel corso dell’anno. Specialmente Bergoglio, all’età di 76 anni, rimaneva papabile; il prolungamento del suo mandato da parte di Papa Benedetto significava che egli era ancora in carica come arcivescovo di Buenos Aires e quindi era un capo della gerarchia latino-americana”.

E qui facciamo i conti con i tempi e con la necessità di tenere un conclave in tempo utile per far votare i cardinali di San Gallo.

Per rimanere nella tempistica utile non si poteva aspettare la morte di Benedetto XVI e così lo si è invitato, per usare un eufemismo, alle dimissioni.

Si arriva, dunque, alla rinuncia del Papa teologo, inviso alla “mafia” di San Gallo.

Sir Henry Sire cita le pressanti “circostanze che l’avevano causata: la piaga continua delle finanze vaticane, che per anni aveva resistito ad ogni sforzo di essere sanata; lo scandalo “Vatileaks” del 2012, quando il maggiordomo del Papa aveva rivelato documenti segreti proprio per mostrare quanto Benedetto XVI fosse impotente nel controllare il caos intorno a lui; e infine il rapporto privato che è circolato nel dicembre 2012, il quale rivelava una tale corruzione morale nella Curia che si pensava fosse la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso nel persuadere Benedetto di non essere più in grado a far fronte a una tale situazione”.

Ora i nodi vengono al pettine e come diceva Abramo Lincoln: “Potete ingannare tutti per qualche tempo, o alcuni sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre”.

Le linee seguite dal Vaticano sono sempre più leggibili e sono sempre più evidenti i legami tra la linea di Bergoglio e quella del centro finanziario e dei sedicenti filantropi (Soros in primis, in quanto finanziatore di ong che si occupano di migranti).

La vicenda Casarin inoltre disastra la politica estera vaticana, ultimamente molto delegata al cardinal Zuppi, il quale è in rapporto stretto con la Comunità di Sant’Egidio (filocinese) e colpisce nell’intimo il Pd, perché il cardinal Zuppi è in stretti rapporti con Romano Prodi e con l’ala cattolica del Partito democratico, la cui politica sui migranti è chiaramente ispirata da quella vaticana.

E così, alla domanda di Maurizio Belpietro riguardante come sia stato possibile che si siano inquinati a tal punto i vertici vaticani la risposta la troviamo nella “mafia di San Gallo e in tutto quello che è avvenuto in questi anni.

Chiaramente la Chiesa sta passando un gran brutto momento, basti pensare ai recenti siluramenti di prelati Usa invisi a Bergoglio.

L’emergenza climatica pare stazionare sulla cupola di San Pietro.

 

[1] Alan Woodrow, Una storia di potere, Newton Compton

 

Fonte: https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/italia/politica/15026-il-vaticano-in-linea-con-soros.html?fbclid=IwAR2IPXRvN4_O6tGm9EBtrI7ylpOcWs6vnjZ6ROHkWfacHRkOjV9sCLZSnkE

L’uomo prova a sostituirsi a Dio e provoca disastri a cui non ha rimedio

Condividi su:

di Claudio Risé

Fonte: La Verità

Dopo due Natali nel terrore (e spesso nella malattia) del Covid, quest’anno sono più numerosi quelli che hanno deciso di non perdere la calma. Non è però così facile, anche per i più equilibrati. Non tranquillizza, naturalmente, l’essere tornati al punto più vicino al conflitto con la Russia da 30 anni a questa parte, quando finì l’Unione Sovietica. Minacce più o meno larvate di usare le armi atomiche (di cui si vantano le meraviglie) compaiono qua e là in giro per il mondo, malgrado i passati impegni a non farlo mai. Intanto, i Governatori della maggiori Banche centrali che hanno stampato moneta
sorridendo fino a pochi mesi fa, adesso dichiarano che non smetteranno di alzare il costo del denaro fino a quando i rispettivi Paesi non saranno in recessione.
L’impressione, ormai diffusa tra le popolazioni occidentali, ma anche negli studi e ricerche delle diverse Scienze Umane, dalla filosofia alla politica all’antropologia, (al di fuori dei tecnoscienziati a libro paga dei grandi gruppi economici) è che, in realtà, l’umanità sia ora alle prese con problemi molto più grossi delle sue conoscenze e risorse e non sappia bene come cavarsela.
Come dice Edgar Morin il piccolo “grande centenario” della sociologia a cavallo dei due secoli (nel suo più recente mini capolavoro Svegliamoci, Mimesis): “La mente umana ha ipersviluppato i suoi poteri sul mondo fisico e su quello vivente, ma li ha sottosviluppati su tutto ciò che è umano.” Si è, insomma, istupidita. È ciò che capita quando l’uomo (come dice un proverbio francese pre Rivoluzione),”si scambia per il buon Dio”, anzi si mette per molti versi al suo posto, ma non essendo tale combina pasticci che non è poi in grado di governare. Ciò accade, anche questa volta, per manie di grandezza e avidità. “Inseguiamo un sogno di dominio mentre ora si tratta di dominare il dominio. Il progresso materiale non fa che occultare le catastrofi mentre le prepara”, dicono Morin e Michel Serres insieme. È l’antica trappola della vanità umana travestita da razionalità.
La cosa che colpisce di più dell’attuale situazione è la regressione/stupidità in atto sul piano più propriamente umano, della cronaca spicciola. Autorità e norme promuovono e spesso obbligano a codici comunicativi di un manierismo iperdelicato; fino ad essere incomprensibili (come lo schwa, che tuttavia ci mostra la nostra vicinanza simbolica con la situazione di Babele, confusione delle lingue compresa). Si tratta comunque di interventi fortemente destabilizzanti per tutti: sia i gruppi che si vorrebbe colpire, che quelli che si intende promuovere con logiche bassamente mercantili, da saldi
di fine stagione. L’apparente tensione verso un neutralismo angelico (tipo schwa, appunto) produce però (in ogni livello e ambiente, a volte nelle identiche persone) manifestazioni di sorprendente violenza e volgarità, con incredibile aggressività e disprezzo dell’altro. Né stupisce che gli episodi di degrado vengano poi raccontati senza interruzione né pietà dagli stessi media spargendo sulle orrende vicende le loro lacrime coccodrillesche.
La violenza e la disperazione sono la reazione al tentativo di demolizione delle identità tradizionali, come se l’uomo fosse una macchina in cui sostituire a piacimento delle parti, senza sapere praticamente nulla delle regioni decisive dell’umano: quelle dell’anima. Il fatto è che, come negli ultimi decenni hanno raccontato importanti filosofi di orientamenti anche molto diversi, da Emmanuel Levinas a Byung-Chul Han, il rifiuto adottato dalla modernità occidentale di riconoscere e comunicare con l’Altro con la maiuscola, Dio, in cui ogni significato è compreso, impedisce poi qualsiasi comunicazione autentica con l’altro essere umano, ora ridotto alla dimensione esclusivamente materiale e trattato come cosa. Si avvizzisce così e si perde il contenuto spirituale, autenticamente umano di quella che Jung chiama la “funzione trascendente”, ispiratrice della relazione umana con ciò che va al di là della materia: l’essere umano perde allora il senso e anche il piacere della propria umanità.
Era tutto già avvenuto. Negli anni 30/40, tra crisi e dittature, Carl Gustav Jung, raccomandava di non omologarsi alle richieste e indicazioni dei “sistemi”, perché erano loro i grandi produttori di malesseri, imponendo comportamenti apparentemente “corretti”, ma in realtà finti e innaturali, produttori di disagi e infelicità profonde. Dannosissima era soprattutto la proibizione dei Poteri verso lo Spirito, da essi molto malvisto perché, come dice San Giovanni: “non si sa da dove viene e dove va”, e quindi non si può mettere in prigione e neppure multare. Anche allora, gli slogan erano la Scienza, la Tecnica, il Progresso: gli eterni pilastri della vanità umana. Meno male che poi c’è il Bambino. Non Chissà Dove: nella Capanna.

La Verità, 23/12/2022

Cancellate il Natale, abortite Gesù, ce lo chiede l’Europa

Condividi su:

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Il Natale è cancellato, Gesù è abortito, e la Corte europea per i diritti dell’uomo acconsente, anzi risarcisce colei che aveva profanato la Chiesa urinando sui gradini dell’altare. D’ora in poi, seguendo le direttive dell’Europa e della sua corte suprema, anziché celebrare la Nascita di Gesù Bambino, faremo meglio a celebrarne l’aborto, nel nome dei diritti della donna. E la cancellazione del Natale, grado supremo della cancel culture, con il patrocinio della massima corte europea.

Se dovessi riassumere il senso peggiore del nostro tempo, e racchiudere in un episodio lo spirito capovolto con cui si compendia il corrente e morente anno 2022 alle porte di Natale, dovrei risalire a quell’episodio accaduto in Francia e conclusosi davanti alla corte europea. Dunque, in un infausto giorno del 2013 (lo stesso anno maledetto in cui uno scrittore, Dominique Venner, si suicidò in Notre Dame), una donna in topless, Eloise Bouton, fece irruzione nella chiesa della Madeleine a Parigi, con la scritta sulle spalle “Il Natale è cancellato” e dopo aver mimato l’aborto di Gesù bambino, concluse la sua performance urinando sui gradini dell’altare. I tribunali francesi avevano condannato l’attivista femminista e abortista a una pena pecuniaria e detentiva. Ma la Corte europea dei diritti umani, lo scorso 13 ottobre, ha ribaltato la sentenza del tribunale francese e dopo aver riconosciuto il proposito della donna come “molto nobile” e prezioso per i diritti delle donne, in particolare sul diritto all’aborto, ha “condannato” la Francia a pagare circa 10mila euro per danni morali, e sottolineo morali, più spese legali. Risarcita ed elogiata, con tante scuse dell’Europa.

In verità la stessa corte europea, in sigla CEDU, si era pronunciata in precedenza in modo assai diverso, anzi opposto: una donna aveva equiparato il rapporto sessuale di Maometto con Aicha che aveva allora nove anni, a una forma di pedofilia. La Corte in quel caso riconobbe colpevole la donna di “dolosa violazione dello spirito di tolleranza” perché alimentava un pregiudizio che attentava alla pace religiosa. E la condannò a una pena detentiva e pecuniaria. Fateci capire: se si profana una Chiesa, si urina sull’altare, si inneggia all’aborto di Gesù, è libertà di espressione e merita un elogio; si è invece deplorati e condannati se s’insinua che Maometto il profeta dell’Islam, fu pedofilo (affermazione sconveniente, ne convengo, e non solo perché ferisce credenti islamici ma non tiene conto della differenza di tempi e luoghi, di culture, storie e religioni). Un paese e un continente per millenni cristiano, unito dalla civiltà cristiana, assolve chi profana in Chiesa Gesù Cristo e condanna chi in luogo laico offende la suscettibilità degli islamici. Ma che mondo è?

Torno ai nostri giorni, e paragono questa sentenza assolutoria all’esemplare condanna del tifoso che davanti alle telecamere dette addirittura una pacca sulle chiappe di una giornalista sportiva davanti allo stadio di Empoli: un anno e mezzo di detenzione, diecimila euro di risarcimento alla giornalista offesa e perfino 5mila euro all’ordine dei giornalisti che si era costituito parte civile. E’ un altro tribunale, ma il paragone viene spontaneo: pensate, una pacca sui glutei è peccato mortale e reato atroce mentre la profanazione di una Chiesa, di una Religione, della figura di Gesù Cristo, del Santo Natale, con una serie di atti osceni in luogo sacro, è libertà d’espressione e diritto inviolabile. Capite in quali mani siamo noi europei, a quale Corte sono affidati i Diritti Umani?

E’ un episodio, direte, ma mi sembra il simbolo più rappresentativo, alle soglie di Natale, dello spirito dell’epoca: la giustizia europea è intollerante se trasgredisci al catechismo politicamente corretto ma è compiacente e garantista se profani la religione che ha permeato per millenni la nostra civiltà, che è ancora seguita da milioni di fedeli, che è alle origini perfino degli stessi diritti umani, del rispetto sacro della persona e della vita umana, della solidarietà e della carità…

Con un precedente del genere sarà difficile nella giurisprudenza europea tornare alla realtà, ai principi e al diritto come l’abbiamo conosciuto nei secoli. Ad aggravare la situazione è il silenzio dei media, la rara o inesistente d’indignazione, il freddo e neutrale sguardo da cronisti con cui si è freddamente annotato e archiviato la sentenza.

Tornando alla sentenza natalizia, è spiegato che “lo scopo dell’esibizione a seno nudo” della manifestante, “organizzata secondo le procedure previste dal movimento Femen, era quello di trasmettere in un luogo di culto simbolico, un messaggio relativo a un dibattito pubblico e sociale sulla posizione della Chiesa cattolica su una questione delicata e controversa, ossia il diritto delle donne di avere il libero controllo sul proprio corpo, compreso il diritto d’abortire”. Capite? Avendo applicato la protesta a Gesù bambino, è conseguente il rimprovero alla Madonna di aver accettato, senza batter ciglio, un figlio non voluto e non procreato in una relazione umana, mentre avrebbe dovuto chiamare i gendarmi all’apparizione dell’angelo molestatore, che annunciava la nascita e avrebbe dovuto sporgere denuncia contro Ignoti perché lo Spirito Santo l’aveva ingravidata violando “il libero controllo del proprio corpo”.

Dunque se dobbiamo attenerci fedelmente e scrupolosamente alle direttive europee, quando tornate a casa, trasformate il presepe della Natività in una manifestazione multietnica in favore della libertà di abortire. Celebrate la nascita dell’aborto più che del Bambinello, e vergognatevi della civiltà cristiana, perché se al posto della Natività avesse sancito il Diritto d’Aborto, avremmo un Gesù Cristo in meno nella storia del mondo e duemila anni di diritti della donna in più. E il bue e l’asinello non più costretti dalla bestia umana a star lì a sfiatarsi per giorni e giorni…

La Verità – 22 dicembre 2022

Con che spirito andremo al voto

Condividi su:

Ci sentiamo perfettamente allineati con questo articolo di Marcello Veneziani: realistico, intelligente, pragmatico, giusto. Andiamo tutti a votare il 25 Settembre per sperare di togliersi dalla “Cappa”…L’articolo che segue nel prossimo post è di Matteo Castagna, che aggiunge particolari, ma nello stesso spirito di Veneziani.

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Con che spirito affrontare questi due mesi di campagna elettorale e poi il voto? Gli entusiasti non hanno dubbi e per loro sarà facile schierarsi. Beati loro. Ma per i disincantati, quelli che ne hanno viste troppe, quelli che hanno uso di mondo, esperienza di uomini e situazioni, e sanno come va a finire, si tratta di mettere a freno il proprio scetticismo e provare a ragionare, cercando di trovare motivi in positivo.
Sul piano generale, il tema preliminare che si propone è triplice. Riportare la politica alla guida dei governi. Riportare i governi alla guida di stati sovrani. Riportare il popolo sovrano alla guida della politica. Queste premesse generali già dicono quali sono i pericoli da sventare col voto: i commissari straordinari che diventano ordinari e restano a tempo indeterminato; la sottomissione degli stati sovrani alle oligarchie transnazionali e ai loro interessi; la nascita di governi su mandato delle oligarchie (la cupola) e non dalla volontà liberamente espressa dai cittadini sovrani e degli interessi popolari.
Sul piano pratico e specifico, questa premessa generale si traduce in precise conseguenze: priorità assoluta è avere finalmente un governo che non sia guidato, determinato e influenzato dal Partito Democratico, che finora è stato l’asse di tutti i governi che non sono nati dal popolo, sorti nel nome dell’emergenza. Riportare finalmente il Partito Dragocratico, in sigla PD, fuori dal potere, se il verdetto elettorale lo indica in modo chiaro e netto; e con loro tutti i loro alleati, ascari, dependance e periferiche.
Seconda condizione per restituire dignità alla politica è liberarsi dei grillini che sono stati il punto più basso e indecente dell’antipolitica che si è fatta potere; grillini, ex-grillini, contorsionisti e trasformisti, dilettanti e invasati. Hanno fatto danni con la loro azione politica e le loro leggi; e, come ulteriore danno, hanno fatto rimpiangere la prima repubblica, rivalutando i vecchi partiti, e sono riusciti a rendere inaccettabile il populismo.

Da queste premesse derivano scelte di voto ben chiare. In un sistema bipolare rispetto a questi mali maggiori, il centro-destra è da considerarsi quantomeno il male minore. Non aspettarsi nulla da loro, non pensare che possano cambiare davvero le cose. Votare dunque per schivare o per schifare il peggio. Ma senza riporre speranze o fiducia nel centro-destra.
Per quel che ci riguarda, come sapete, non abbiamo risparmiato critiche anche severe ai singoli leader del centro-destra e alla coalizione intero. Personalmente mi sforzerò in questi due mesi di restare in apnea fino alle votazioni; di non prendermela col centro-destra, coi loro leader, candidati e classi dirigenti, con la loro credibilità e affidabilità. Saranno già massacrati dalla Grande Macchina del Potere in tutte le sue ramificazioni, e non ci aggiungeremo noi ad aggravare la pena. Anzi la campagna di linciaggio, già partita, accenderà la voglia di difenderli e di combattere la piovra scatenata dai cento tentacoli. Sarà prioritario buttar fuori dal potere i Dem, la cupola dei poteri cresciuta intorno a loro, più la galassia di alleati, complici, derivati annidati nei governi, nelle istituzioni, nella cultura, nell’informazione, nell’intrattenimento, nei poteri diffusi, nella magistratura e in tanti altri ambiti. E lo sciame di leggi che vorrebbero introdurre per snaturare definitivamente la nostra società. È triste votare contro, anziché a favore, benché il voto contro sia stata la molla prioritaria della politica in Italia, tra antifascismo e anticomunismo, antiberlusconismo e ora antisovranismo. Ma la spinta originaria della politica, lo insegnava Carl Schmitt sulla scia di Hobbes e Machiavelli, è il conflitto, le alleanze che si costituiscono per fronteggiare il Nemico.

Più facile sarebbe stato incoraggiare l’astensionismo, chiamare fuori e tirarsi fuori. E facile sarebbe sostenere piccole formazioni più radicali che raccolgono gli scontenti della destra, della lega, dei grillini: ma è una legge inevitabile della politica che la loro intransigenza è direttamente commisurata al momento nascente di opposizione radicale. Finché sono irrilevanti fanno la voce grossa. Se dovessero avere i numeri per diventare forza di governo, oltre a mostrarsi anche loro inadeguati, ripercorrerebbero gli stessi “tradimenti” che attualmente denunciano delle forze “vendute” al sistema.
Con ogni probabilità quelli del centro-destra cederanno su molte cose per sopravvivere, su alcune saranno inefficaci o intimiditi; alcuni si venderanno alla Cupola, se già non è successo. Ma lasciando il passo ai loro avversari, avremo non la probabilità ma la certezza che le priorità del Paese reale verranno calpestate. E dunque dovendo scegliere tra i nemici virulenti e gli inefficaci difensori, obtorto collo, preferiremo comunque, per realismo, i secondi. È ben chiaro che una scelta di questo genere è a sangue freddo, turandosi naso orecchie e gola, e talvolta anche tappandosi la vista. Condivido quasi tutte le critiche attualmente rivolte ai tribuni del centro-destra; le ho espresse fino all’altro giorno. Ma l’idea di battere o arginare un potere soffocante e avverso, all’insegna del politically correct e dei dettami della Cappa, è impellente e non consente diversioni e defezioni. Un atteggiamento del genere è distaccato e disincantato, ma non va incontro a delusioni perché non abbraccia illusioni. Una cosa sola vi chiedo: accogliete o respingete questo ragionamento ma non siate malpensanti. Possiamo sbagliarci ma non abbiamo mai sostenuto tesi per trarne personale profitto e non lo faremo certo ora, in età grave.
Altri invece, gli entusiasti, avrebbero preferito un fervorino per l’ordalia, un appello euforico alle armi. Vi capisco, ma non è il caso. Abbiamo i piedi per terra e ci limitiamo solo a opporci a chi ci mette i piedi in testa e ci vuole sotto terra.

La Verità (27 luglio 2022)

1 2 3 4 6