La Germania del dopo Merkel nel segno della continuità: potenza economica e irrilevanza geopolitica

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

L’eredità del merkelismo
Si è conclusa, senza molti rimpianti per l’Italia, l’era Merkel. In realtà l’eredità di Merkel si identifica con il primato tedesco in Europa e la sua politica è stata improntata alla stabilità politica e alla crescita economica tedesca. Merkel non è stata l’artefice di una nuova dottrina politica né di un modello economico – sociale innovativo: il “merkelismo” può definirsi semmai un pragmatismo che ha comportato l’adeguamento economico e geopolitico della Germania ad un mondo globalizzato in costante trasformazione. Merkel non è stata nemmeno l’artefice di grandi riforme strutturali. Le grandi riforme che hanno determinato la trasformazione del capitalismo inspirato al welfare e alla cogestione in un sistema neoliberista di stampo anglosassone, erano già state realizzate dal suo predecessore socialdemocratico Schroeder, mediante i 4 piani Hertz dal 2003 al 2005. Merkel ha poi dato attuazione a tale processo di riforme di stampo neoliberista, generando una crisi identitaria della socialdemocrazia tedesca forse irreversibile.
Merkel nei 16 anni di cancellierato ha realizzato la fuoriuscita dal nucleare della Germania, ha abolito la leva obbligatoria, ha iniziato il processo di riconversione energetica, ha approvato la legge che consente i matrimoni omosessuali, ha istituito il salario minimo, ha realizzato il pareggio di bilancio, ha accolto un milione di rifugiati siriani e sviluppato enormemente i rapporti economici con la Cina, che è divenuta suo primo partner commerciale.
Certo è che Merkel nel 2005 ereditò una Germania in una profonda crisi, in cui si dibatteva dai tempi della riunificazione, ma che conseguì rapidamente una rilevante crescita che dimezzò la disoccupazione e fece lievitare il Pil pro – capite al livelli pari al doppio di Gran Bretagna, Francia e Giappone. La Germania di Merkel ascese rapidamente al rango di potenza economica mondiale.
Ma tale vorticoso sviluppo fu realizzato attraverso il cambio fisso istauratosi con l’unificazione monetaria, che determinò enormi surplus della bilancia commerciale, a danno dei paesi europei più deboli, costretti a ricorrenti svalutazioni interne ed alle politiche di austerity imposte dalle regole di bilancio istituite dal patto di stabilità, con conseguenti tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni devastanti che hanno comportato la destrutturazione industriale degli stati. La Germania inoltre, con l’adozione dell’euro, ha potuto giovarsi nelle esportazioni verso i paesi extra – UE di un rapporto di cambio assai competitivo, dato che la quotazione dell’euro nei mercati finanziari (risultante dall’andamento complessivo delle economie dei paesi dell’Eurozona), era sottovalutata, cioè assai inferiore rispetto a quella che avrebbe avuto il marco in presenza dell’alto livello di surplus commerciale ottenuto dall’export tedesco. Aggiungasi inoltre, che i surplus commerciali tedeschi intra – UE furono realizzati in aperta violazione delle regole del patto di stabilità europeo. Ma la Germania non fu mai sanzionata dalle autorità europee, data la posizione preminente da essa assunta nelle istituzioni comunitarie.
Il “Merkentilism” europeo: un pangermanesimo finanziario
Il primato tedesco nella UE ha creato una Europa strutturata su un modello inspirato al rigore finanziario, che ha anteposto gli equilibri di bilancio allo sviluppo e agli investimenti. Successivamente alla crisi del 2008 infatti, la ripresa europea si è dimostrata assai più fragile e limitata rispetto agli USA e alla Cina. La stessa crescita della Germania non ha avuto un ruolo trainante per le economie degli altri paesi europei. Al contrario, allo sviluppo della Germania e dei paesi satelliti del nord, ha fatto riscontro la recessione/stagnazione dei paesi del sud dell’Europa.
Il modello mekeliano assunto dalla UE potrebbe essere definito come un “pangermanesimo finanziario”, in quanto il primato della Germania non ha coinvolto nella crescita le economie degli altri paesi, ma semmai ne ha espropriato le risorse economiche ed umane e, mediante il meccanismo del debito, ha profondamente inciso sulla stessa sovranità politica degli stati del sud.
Il ruolo dominante assunto dalla Germania in Europa ha comportato l’imposizione di un rigore finanziario dagli effetti devastanti. Nella vicenda della crisi del debito greco, la rigidità della linea Merkel fu attenuata solo dalla prospettiva della crisi in cui sarebbero incorse le banche tedesche, francesi ed olandesi (che avevano peraltro sciaguratamente erogato finanziamenti senza copertura adeguata), in caso di default della Grecia. Grecia che fu tuttavia sottoposta ad una politica di austerity dagli effetti sul piano economico – sociale tuttora perduranti. Il modello Merkel in Europa ha generato una perenne conflittualità intereuropea ed ha contribuito ad accrescere enormemente sia le diseguaglianze politiche tra gli stati che le diseguaglianze sociali all’interno degli stati membri della UE.
La Germania nella UE ha anteposto l’espansione economica tedesca alle politiche di solidarietà tra gli stati e al rispetto dei diritti umani. Gli interessi governativi (anche elettorali) degli stati dominanti (Germania e satelliti, unitamente alla Francia), hanno prevalso sulla natura sovranazionale della UE. La Germania ha condotto una politica di espansione economica nei paesi dell’ex Patto di Varsavia, messa in atto mediante delocalizzazioni industriali e acquisizioni delle strutture produttive di quei paesi. I paesi dell’est europeo sono divenuti membri della UE, nella prospettiva di accedere alla Nato. Pertanto, oggi tali paesi sono dipendenti dagli USA dal punto di vista sia energetico che strategico – militare. Essi infatti ospitano centinaia di basi militari Nato disseminate lungo i confini orientali in aperta ostilità nei confronti della Russia. La posizione filo – americana assunta dai paesi dell’est Europa pertanto rappresenta un ostacolo permanente nei rapporti tra la Russia e l’Europa. Inoltre si sono evidenziati nel tempo palesi contrasti tra tali paesi e le istituzioni della UE. La condizione di protettorato economico tedesco ha impedito spesso l’irrogazione di sanzioni da parte della UE nei confronti di tali paesi riguardo alle violazioni delle normative europee in tema di diritti umani e dumping industriale. Non a caso la politica di Merkel è stata definita “Merkentilism”.
L’accoglienza di un milione di profughi siriani in Germania nel 2015, si rivelò, oltre che una misura umanitaria, anche una manovra economicamente vantaggiosa, in quanto fu importata manodopera a basso costo da impiegare nell’industria tedesca. Inoltre, la successiva chiusura all’ondata migratoria fu effettuata mediante l’erogazione di rilevanti finanziamenti alla Turchia di Erdogan, perché questi trattenesse sul proprio territorio i migranti. Il patto con Erdogan ha dotato quest’ultimo di una micidiale arma di ricatto politico cui è tuttora esposta l’Europa. Per quanto concerne i flussi migratori dal Mediterraneo cui è invece esposta l’Italia, la UE si è contraddistinta per il suo palese disinteresse.
La Germania, tra potenza economica e irrilevanza geopolitica
Con le elezioni tedesche e il cambiamento della compagine governativa che inevitabilmente si verificherà, è da prevedere che la politica tedesca non subirà mutamenti rilevanti rispetto alla linea Merkel. La Germania infatti nell’era Merkel ha sempre riaffermato la propria fedeltà al patto atlantico, mantenendo lo scudo militare americano. La Germania inoltre è in buoni rapporti con la Russia in virtù della dipendenza energetica. Assai rilevanti sono inoltre le sue relazioni economiche con la Cina, che è divenuta suo primo partner commerciale.
Occorre tuttavia osservare che la subalternità della Germania e dell’Europa agli USA, in virtù del patto atlantico, ha comportato negli ultimi 20 anni il loro coinvolgimento nelle guerre espansionistiche americane in Iraq, Afghanistan e altre ancora, condividendone peraltro anche gli esiti fallimentari. Per non parlare poi dei danni per gli investimenti europei scaturiti dalle sanzioni imposte dagli USA a seguito degli embarghi commerciali nei confronti di Iran e Russia.
Oggi assistiamo ad un mutamento profondo delle prospettive geopolitiche americane e pertanto, la politica tedesca ed europea appare inadeguata dinanzi ai mutati orizzonti della nuova geopolitica mondiale. La Germania e l’Europa hanno delegato la propria difesa alla Nato, ma la politica di disimpegno americano in Europa è ormai evidente. Gli USA hanno comunque manifestato la loro aperta contrarietà a qualunque progetto di difesa comune europea. Infatti, la creazione di un esercito comune europeo non sarebbe compatibile con l’appartenenza dell’Europa alla Nato, la cui politica di contenimento della Russia non è conciliabile con gli interessi economici e geopolitici europei.
La Germania è una potenza economica, ma è del tutto irrilevante dal punto di vista geopolitico. Nelle sedi istituzionali europee si manifesta costantemente l’esigenza di una sovranità geopolitica unitaria dell’Europa, unitamente ad una autonomia tecnologica europea. Ma il popolo tedesco, così come i suoi leader, si è sempre dichiarato refrattario a qualsiasi prospettiva di politica di potenza. Il limbo geopolitico in cui giace la odierna Germania, quale garanzia di benessere e sicurezza, rende la Germania paragonabile ad una sorta di grande Svizzera, ricca, solida, ma irrilevante. Tale ignavia tedesca è peraltro avallata dagli USA. Così si esprime Federico Fubini sul “Corriere della Sera” a tal riguardo: “C’è però una domanda che i politici non sembrano porsi: e se noi non volessimo? Se la società tedesca, quella italiana e dei principali Paesi europei in realtà avesse come modello la Svizzera? La conosciamo, la Svizzera: una democrazia solida, una civiltà secolare, aperta, dinamica. E irrilevante. Gode dei benefici della globalizzazione senza essere realmente coinvolta negli affari del mondo. E se i tedeschi volessero diventare sulla scena internazionale, con tutti noi, ciò che la Svizzera è per l’Europa?”.
E’ però assai improbabile che la “introversione tedesca”, (così definita da Dario Fabbri su “Limes”), possa avere una continuità nel prossimo futuro, dinanzi alle trasformazioni della attuale geopolitica globale, al di là della volontà dei leader e dell’elettorato tedesco. I profondi mutamenti della strategia geopolitica americana impongono scelte a cui né la Germania né l’Europa potranno sottrarsi. Gli USA hanno intrapreso una strategia globale di contenimento nei confronti della Cina e della Russia. Le strategie americane sono concentrate attualmente nel Pacifico. Il recente patto di sicurezza trilaterale concluso tra Australia, Regno Unito e USA (AUKUS), quale alleanza militare atta a contrastare l’influenza della Cina nella regione indo – pacifica, ha escluso la Nato, la cui funzione, pur essendo destinata al contenimento della Russia, è divenuta secondaria.
Inoltre gli USA vogliono imporre a Germania e UE un drastico ridimensionamento dei rapporti commerciali con la Cina e contrastare la dipendenza energetica europea dalla Russia. E’ evidente che la Germania non potrà rinunciare alle migliaia di miliardi di investimenti nei rapporti con la Cina, né potrà fare a meno delle forniture energetiche russe. Non esiste però una strategia tedesca o europea atta contrastare l’egemonia americana.
La Germania versa quindi in una condizione di inferiorità. La politica della non – scelta (ideologicamente camuffata dal pacifismo retorico e dal conformismo ambientalista dilaganti), e la subalternità sia militare che tecnologica europea nei confronti degli USA ha condannato la Germania e l’Europa alla marginalità, alla irrilevanza geopolitica.
Il fallimentare esito della politica di rigore finanziario tedesco imposto all’Europa si manifesta in tutta la sua evidenza nella carenza di investimenti nella innovazione tecnologica e nella ricerca scientifica. La pandemia ha evidenziato le carenze strutturali europee. L’Europa si è rivelata dipendente dalla tecnologia americana e cinese nell’era dell’avvento della rivoluzione digitale e della riconversione ambientale, oltre che del tutto inadeguata nel campo della ricerca, dato che non è stata in grado di implementare autonomamente la produzione di un proprio vaccino anti – covid, con conseguente dipendenza dalle importazione dei vaccini prodotti negli USA.
Torna l’austerity?
Il nuovo governo tedesco (probabilmente una coalizione formata da SPD, Verdi e Liberali), sarà meno estremista riguardo alla politica di austerity? Occorre comunque rilevare che l’opinione pubblica tedesca (esclusa la minoranza della Linke), è in larga maggioranza favorevole alla politica di rigore finanziario della Merkel ed avversa ad ogni meccanismo di mutualizzazione del debito nella UE. Merkel, già contraria alla istituzione degli Eurobond e fanatica sostenitrice del mito del pareggio di bilancio, con un pragmatismo imposto dalla crisi pandemica, ha consentito al varo del NGEU, alla creazione cioè di un debito comune. Tuttavia il NGEU è una misura eccezionale e temporanea, non destinata quindi a divenire strutturale, come invece è avvenuto negli USA. Tale orientamento pregiudicherà nel tempo la crescita e la competitività europea negli confronti degli USA e delle altre potenze economiche del mondo.
Il patto di stabilità, è stato sospeso, così come il Fiscal Compact, ma certamente non saranno abrogati e nemmeno vedrà la luce la loro necessaria riforma. Anzi, la Germania e i suoi satelliti hanno più volte espresso l’esigenza di un rapido ripristino di tali normative di rigore finanziario. Tuttavia, ogni decisione in merito è stata al momento rinviata. Certo è che il ritorno dell’austerity stroncherebbe sul nascere la ripresa europea. I socialdemocratici, già per 16 anni alleati di governo di Merkel, non si sono mai espressi per un cambiamento di indirizzo. Sul possibile ritorno dell’austerity, in una intervista di Franco Bechis su “il sussidiario.net” così si è espresso Giulio Sapelli: “Temo di sì. Nessun partito nel suo programma ha promesso di rinegoziare i trattati, tranne la Linke, che però è contro la Nato e non è spendibile per la causa. Gli altri sono per lo status quo. Un nuovo fallimento della socialdemocrazia tedesca. Il primo fu il sì al referendum sulla riunificazione. Oggi il suo riscatto passa da una lenta e graduale uscita dalla deflazione secolare, ma nessuno ha il coraggio di intestarsela”.
Nella nuova coalizione governativa vi sono i liberali, ed il “falco” Christian Lindner, designato come futuro ministro dell’economia, reclama una riforma che renda ancor più rigida la normativa del patto di stabilità. E’ comunque impensabile che, al di là del colore politico dei governi, la Germania rinunci al suo ruolo dominante nella UE e al rigore finanziario, quale strumento di dominio.
Occorre inoltre rilevare che i fondi del NGEU non sono stati ancora erogati che in minima parte e pertanto, è prevedibile l’accentuarsi della rigidità tedesca riguardo alle garanzie e alle condizionalità dei finanziamenti. Eventuali restrizioni nell’erogazione dei fondi del NGEU e la più volte paventata riduzione delle emissioni di liquidità da parte della BCE determinerebbero, oltre che l’implosione della UE, anche il crollo del sistema industriale dell’Italia, della Spagna e perfino della stessa Francia. La conflittualità intraeuropea si accentuerà, ma l’interdipendenza tra le economie europee è comunque necessaria al sussistere del primato tedesco.
Il limite della potenza tedesca consiste proprio nel suo assoluto unilateralismo, che preclude ogni evoluzione del processo di unificazione europea in senso democratico e solidale. Tale unilateralismo peraltro, potrebbe alla lunga provocare una crisi sistemica della Germania stessa dagli esiti imprevedibili.
La Germania e la crisi della democrazia in Occidente
Le elezioni tedesche, oltre a rappresentare la conclusione dell’era Merkel, hanno determinato la anche la fine di un sistema politico caratterizzato dal sostanziale bipolarismo CDU/CSU – SPD. Analogamente a tutti i paesi dell’Occidente, il quadro politico tedesco emerso dalle ultime elezioni si presenta frammentato. Un governo di coalizione (SPD – Verdi – Liberali), è per la Germania una prospettiva del tutto inedita. Si tratterà quasi certamente di un governo debole, scaturito da mediazioni e compromessi nella sua linea politica.
La Germania, così come tutto l’Occidente, sono da tempo afflitti da una crisi di governabilità e rappresentatività della classe politica.
La Germania dell’era Merkel è stata governata da ampie coalizioni di unità nazionale e nel corso dei 16 anni di cancellierato, sono esplosi vari scandali eclatanti, quali il Dieselgate, Deutsche Bank, Wirecard e Siemens, che rivelarono le occulte coperture governative nei confronti del sistema finanziario e industriale tedesco. La classe politica e l’economia tedesca sono più volte incorse in gravi crisi di credibilità internazionale.
In realtà, tali governi di unità nazionale (e l’attuale governo Draghi in Italia ne è un esempio paradigmatico), rappresentano la fine della dialettica democratica che si articola nel confronto / scontro tra maggioranze ed opposizioni. Ma soprattutto i sistemi liberaldemocratici, sono afflitti da una profonda crisi di rappresentatività, data la devoluzione di larga parte della loro sovranità economica e politica ad organismi tecnocratico – finanziari sovranazionali, che impongono le loro direttive indipendentemente dal consenso popolare e dal confronto politico democratico. Il deficit di democrazia in Occidente è identificabile con l’assenza di partecipazione politica e la governabilità degli stati è sempre più precaria e incerta.
E’constatabile in Germania come in quasi tutta l’Europa l’accentuarsi del regionalismo, quale espressione della prevalenza degli interessi locali su quelli nazionali, dato il divario di sviluppo e di benessere esistente in ogni stato tra le varie regioni. Il regionalismo è un elemento di dissoluzione degli stati. Tale fenomeno, già evidente in paesi come la Spagna e la Gran Bretagna (che già sono in avanzato stato di decomposizione), potrebbe estendersi al punto da determinare lo smembramento di molti stati europei. Il virus secessionista delle piccole patrie regionali, con l’erosione delle unità nazionali degli stati, potrebbe condurre alla dissoluzione di una Europa, che anziché rappresentare un’ideale di unità tra i popoli e tra gli stati, ha generato essa stessa i germi della sua decomposizione.

Globalismo o sovranismo

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di Mario Porrini 

Fonte: Italicum

Nella galassia globalista convivono tutta una serie di gruppi o movimenti, di estrazione culturale ed ideologica apparentemente molto diverse tra loro.
Una parte importante di questo fronte è formata dalla destra ultraliberista, dai settori bancari e finanziari internazionali e dai grandi gruppi industriali che mirano all’abbattimento delle frontiere ed al libero scambio delle merci senza alcun tipo di ostacolo o di vincolo. Gli stati nazionali rappresentano delle sovrastrutture da abbattere proprio perché limitano questa libertà. È il mercato a dover decidere, in tutta libertà, in quale luogo trasferire la produzione sulla base dei minori costi della stessa. Il piano di favorire in tutti i modi l’immigrazione di massa, è finalizzato a far crescere in modo esponenziale l’offerta di lavoro con conseguente riduzione dei salari ed abbattimento vertiginoso dei costi. Un altro aspetto da non sottovalutare riguarda il business dell’accoglienza che rappresenta una fonte di guadagno di dimensioni colossali. Continua a leggere

La paciosità del bene

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di Adriano Segatori

La paciosità del bene

Fonte: Italicum

Prendo in prestito il titolo di un articolo apparso su “L’Espresso” del 30 settembre a firma di Giuseppe Genna, però sovvertendone l’indirizzo. Lui parla della paciosità del Male, flirtando con la banalità di Hanna Arendt; io preferisco quella del Bene, visto che il male della disinformazione è ampiamente rappresentato da lui e dai suoi sodali.

Che la tecnica della confusione e della falsificazione comunicativa sia un’arte lo ha dimostrato oltre 2500 anni fa Sun Tzu affiancandola a quella della guerra: diffamate soprattutto il buono dell’avversario; impiegate gli individui più meschini e infami; siate prodighi nel pagare le informazioni, queste ed altre chicche sono state ampiamente usufruite dallo stesso Mao. Ma “L’Unione Sovietica ha fatto da caposcuola” come evidenzia Dario Fertilio in un suo vecchio saggio intitolato “Le notizie del diavolo”, nel distorcere ogni forma di verità e di etica.

Ecco allora spiegata la strategia che quotidianamente viene dispiegata dall’italica sinistra terminale, come se il gene – o la tara – della menzogna fosse a trasmissione transgenerazionale.

Non potendo analizzare l’articolo citato nel suo sistema complesso per motivi di spazio, occorre necessariamente focalizzare l’attenzione su alcuni specifici spunti. Continua a leggere

La Sovranità non si contratta

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di Adriano Segatori

La sovranità non si contratta

Fonte: Italicum

La Sovranità – questa con la S maiuscola – è innanzitutto una concezione mentale, una attitudine psicologica, un vero e proprio stile spirituale.

Una caratteristica dell’uomo è di parlare di ciò che non c’è più, e la salute ne è l’esempio più eclatante. Quando le persone si trovano mica si riferiscono i dati della pressione buona o la regolarità delle evacuazioni, ma elencano magagne, fastidi e disturbi variegati. Lo stesso identico meccanismo è in atto per altre questioni che riguardano la vita personale e collettiva.

Si sproloquia di famiglia e di educazione da quando la famiglia è stata falcidiata dall’egoismo individualista e dall’esercizio dei più disparati diritti viziosi, e l’educazione è stata scomunicata dall’esaltazione della spontaneità e indipendenza incontrollata. Si obbliga a decine di autorizzazioni e si proibiscono le foto scolastiche in nome della privacy da quando sui social network ognuno posta le rivelazioni più oscene della sua vita corporea e psichica. Si straparla di libertà e di democrazia quando le case sono trasformate in fortini e la vita del cittadino è costretta tra telecamere, inferiate e porte blindate.

Insomma, il vuoto reale è sempre riempito da un surrogato immaginario: è la legge di natura. Continua a leggere

Il terrorismo finanziario tedesco contro la sovranità italiana

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di Luigi Tedeschi

Il terrorismo finanziario tedesco contro la sovranità italiana

Fonte: Italicum

La Germania domina l’Europa mediante il terrorismo finanziario, un’arma di distruzione di massa per gli stati, che comporta l’abrogazione della democrazia.  

Era già tutto previsto, trattavasi comunque di una facile profezia.
Il veto di Mattarella è perfettamente coerente con una prassi inaugurata da Napolitano ed ormai consolidata, quella dei governi del presidente. Che tale prassi sia in aperto contrasto con la costituzione, che si destituiscano governi eletti dal popolo e si nominino altri governi “tecnici” su mandato della Germania e si antepongano i diktat europei alla sovranità nazionale è ormai chiaro a tutti. Si è imposto un presidenzialismo di fatto imposto dall’Europa. Ma soprattutto, nominando Cottarelli al posto di Conte, Mattarella ha compiuto una scelta di indirizzo politico che viola palesemente la costituzione italiana.

Quella dei tecnici è infatti una scelta eminentemente politica che destituisce la sovranità popolare. Così si esprimeva Marco Della Luna nel libro“Traditori al governo” (Arianna Editrice 2013), in relazione alla nomina del governo Monti da parte di Napolitano: “… Nel caso della situazione italiana, e in generale di un sistema complesso come è complesso ogni Paese, i problemi sono molti (non solo economici, ma anche sociologici, idrogeologici, legislativi), sono non chiari ma controversi nella loro individuazione e nelle loro cause; non vi è una tecnica precisa e condivisa (perché, anche all’interno della scienza tecnica economica vi sono scuole totalmente divergenti sia nell’analisi delle cause che nelle ricette, anzi il nocciolo delle scelte è tra opposti modelli economici); non si tratta solo di risolvere problemi, ma di scegliere che obiettivi perseguire, che priorità fissare, quali classi sociali tassare, quali privare di assistenza, quale modello di sviluppo (o modestamente di sopravvivenza) adottare, e forse ancor più se difendere una certa indipendenza nazionale oppure no, se accettare o respingere un’ architettura eurofinanziaria ad egemonia tedesca, come contestare e modificare l’attuale struttura dell’Eurosistema. Tutte queste scelte sono scelte prettamente politiche, non tecniche; e, in base alla Costituzione italiana e ai principi generali della democrazia rappresentativa, solo un governo politico, con un mandato popolare, può essere legittima¬mente posto a compierle. Non un tecnico o un governo di tecnici. E infatti il governo Monti ha compiuto, con l’avallo esplicito e ripetuto di Napolitano, una serie di scelte pesantemente politiche, ideologiche, classiste, e ben poco “tecniche”. La tesi del governo dei tecnici è un balla per coprire una palese e fondamentale in¬costituzionalità, non sanabile a posteriori da un voto parlamentare, tanto più che i parlamentari e i partiti non erano liberi e sereni, ma erano tenuti sotto varie minacce, interne ed esterne, dallo spread allo scioglimento anticipato prima della maturazione della pensione”. Continua a leggere

Verso la fine dell’Occidente?

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di Luigi Tedeschi

Verso la fine dell’Occidente?

Fonte: Italicum

Con l’implosione dell’Occidente finirà anche l’Europa?

La decisione di Trump di far ritirare gli USA dall’accordo sul nucleare con L’Iran, con il relativo ripristino dell’embargo economico, può determinare una frattura gravida di conseguenze nei rapporti tra Europa e Stati Uniti. Probabilmente la rottura di Trump, con la dottrina dell’America First, rispetto alla politica estera di Obama, comporterà la fine dello stesso Occidente, come area geopolitica che si è identificata nell’alleanza atlantica tra USA ed Europa occidentale, sorta alla fine della seconda guerra mondiale.

Con Trump si riafferma l’unilateralismo americano in politica estera e tramonta il multilateralismo di Obama, quale fase della geopolitica americana caratterizzata dal declino del primato mondiale degli USA, dovuto all’emergere di nuove potenze continentali, quali la Russia, la Cina, l’India e in misura minore dello stesso Iran. Le potenze emergenti hanno determinato la fine dell’epoca dell’espansionismo americano su scala globale, affermatosi a seguito del crollo dell’URSS.

Lo stesso ruolo dell’Europa nel mondo ha subito un drastico ridimensionamento, sia economico che politico. L’Europa infatti non è una istituzione politica unitaria, ma solo una unione economico – monetaria, che dal punto di vista geopolitico non è stata in grado di affrancarsi dal predominio americano. Pertanto l’Europa è rimasta fortemente coinvolta nel declino americano nel mondo, scontando le conseguenze della propria subalternità. Continua a leggere

La Repubblica di Platone: una filosofia contro il mondo moderno

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di Luca Leonello Rimbotti

La Repubblica di Platone: una filosofia contro il mondo moderno

Fonte: Italicum

Utopia letteraria, oppure vero manuale di costruzione del politico? Tra questi due poli si è spesso mossa la critica all’opera più graffiante e incisiva di Platone, considerando volta a volta questo testo capitale come un’esercitazione retorica, oppure una prova ontologica, o invece, cosa che è da condividere, un vero manifesto di politica universale, capace di costituire in ogni tempo un codice di esemplare tenuta sociale. Altre volte invece, come nel caso del liberale Popper, Platone e la sua “Repubblica” hanno recitato la parte del nemico pubblico numero uno, l’ideologia che, proponendo una società ben organizzata in sé, salda e solida e quindi chiusa ai pericoli e ai mali esterni, più di altre mette in pericolo le beatitudini della “società aperta”.

Il catalogo delle posizioni che la “Repubblica” platonica sciorina è di quelli difficili da digerire per chi abbia lo stomaco egualitario, pacifista e progressista. Impossibile non vedere che il classicismo antico e la degenerazione postmoderna sono su posizioni antitetiche. Per occhi borghesi e moderati, cosmopoliti e “buonisti”, il pensiero di Platone rappresenta lo scandalo massimo: esso tratteggia al sommo grado la comunità, e quindi liquida a priori l’individualismo, che invece è il grande rifugio delle impotenze liberali. Questi sono alcuni dei punti più qualificanti del politico platonico, che costituiscono – come giustamente, dal suo punto di vista, rilevava Popper – quanto di più inassimilabile alla mentalità dei “democratici” post-moderni: la rigida e severa paideia, l’educazione e la selezione cui Platone affidava nella “Repubblica” la crescita delle classi dirigenti della città ideale; la soppressione dell’individualismo dinanzi al prevalere degli interessi di comunità; la comunanza, addirittura, delle donne e dei beni; l’abolizione della proprietà privata; il predominio dello Stato “organico” sul singolo individuo, di cui non si conoscono diritti, ma unicamente doveri; il tipo di governo, gerarchico, aristocratico ed elitario, al quale partecipano i filosofi e niente affatto la massa del popolo. Tutto questo scandalizza la tempra ipocrita e fraudolenta dei “democratici” moderni, che spacciano le loro oligarchie alto-borghesi per governi “del popolo” e barattano le loro dittature finanziarie per servizi resi alla maggioranza. Continua a leggere

Fake News e verità indotte

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di Enrica Perucchietti

Fake News e verità indotte

Fonte: Italicum

Intervista a Enrica Perucchietti, autrice del libro “Fake News”, Arianna Editrice 2018, a cura di Luigi Tedeschi 

  1. Secondo il pensiero di Walter Lippmann, la nostra percezione della realtà è condizionata da immagini, concetti, valori morali non acquisiti direttamente, ma trasmessici da altri. Pertanto, la narrazione dei fatti è necessariamente soggettiva, una rappresentazione della realtà formatasi attraverso stereotipi, assunti quali canoni interpretativi della realtà stessa. Nella fluidità della odierna comunicazione telematica quindi nuovi stereotipi si sostituiscono a vecchie forme di manipolazione della realtà. Occorre allora concludere che se la percezione della realtà è sempre mediata dal succedersi ininterrotto di stereotipi culturali nel tempo, ogni verità scaturisce da parametri selettivi di interpretazione della realtà stessa. In tal caso le post – verità virtuali della tecnologia mediatica, non finiscono per essere equiparate alle concezioni metafisiche del sapere filosofico e/o alle verità trascendenti proprie delle fedi religiose?

Il rischio esiste. Eppure la verità è una, con le sue infinite sfumature, al di là degli stereotipi o degli archetipi culturali che ognuno di noi ha ereditato o in cui è stato indottrinato. Concordo con il filosofo Alain De Benoist secondo cui l’intento della post-verità sarebbe quello di screditare la verità presentandola come un “grande racconto” al quale non si può più credere proprio perché ognuno si è costruito la propria verità soggettiva. Sarebbe il trionfo relativismo: tutto diventa “relativo”, virtuale e pertanto caotico. A questo punto di spaesamento collettivo ecco che il Potere garantisce l’esistenza della propria verità tramite l’azione di vigilanza dei media mainstream e delle leggi introdotte per garantire l’ordine. Si vuole cioè che ognuno di noi diffidi sempre più delle notizie che può trovare sul web anche qualora siano documentate e vere e più in generale dell’informazione alternativa per fare esclusivo riferimento alle notizie “certificate”: ci si deve affidare solo a quello che il Partito dice e ha deciso per tutti. Gli altri saranno complottisti, webeti e avvelenatori di pozzi. Continua a leggere

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