Diciannove minuti di nulla: il discorso di Trump sull’Iran e il conto che pagherà l’Europa

Condividi su:

EDITORIALE

di Claudio Verzola

Alle tre di notte italiane del 2 aprile, mentre l’Europa dormiva e i mercati asiatici già tremavano, Donald Trump si è presentato dalla Cross Hall della Casa Bianca per il suo primo discorso alla nazione dall’inizio dell’Operazione Epic Fury. Diciannove minuti. Il tempo di un episodio di una sitcom americana, con la differenza che qui non c’era nulla da ridere e, soprattutto, nulla di nuovo da ascoltare. Un esercizio retorico costruito sul vuoto, impastato di minacce, contraddizioni e un’ignoranza culturale che meriterebbe un capitolo a sé nei manuali di comunicazione strategica.

__________________________________________________________________________________________________________________

La frase più rivelatrice dell’intero discorso non è quella sugli obiettivi militari “quasi raggiunti”, né quella sulla NATO ridotta a “tigre di carta”. È quella pronunciata con il tono sicuro di chi non dubita mai di sé stesso: “Li riporteremo all’età della pietra, dove meritano di stare”. Una dichiarazione che, nella sua brutale rozzezza, rivela molto più di quanto Trump intendesse comunicare. A partire dal fatto che non è nemmeno sua.

Bomb them back to the Stone Age” è uno dei cliché più logori del lessico bellico americano. La paternità viene generalmente attribuita al generale Curtis LeMay, l’uomo che nel 1945 incenerì due terzi delle città giapponesi con i bombardamenti incendiari e che durante la crisi di Cuba voleva fare lo stesso con L’Avana. Nel suo memoir del 1965, LeMay scrisse che il Vietnam del Nord andava bombardato fino a “distruggere ogni opera dell’uomo”. Ma a quanto ricostruito dallo storico Nick Cullather, la formulazione esatta nacque in realtà dalla penna del satirista Art Buchwald, che nel giugno 1967 la usò per parodiare l’ala più bellicista del Partito Repubblicano e la sua ossessione per il Vietnam. LeMay la riprese nel suo libro del 1968, e quando la citazione gli si appiccicò addosso come un marchio, tentò di correggere il tiro: “Non ho mai detto che dovremmo bombardarli fino all’età della pietra. Ho detto che avevamo la capacità di farlo.” Una distinzione sottile che non convinse nessuno.

La frase tornò a far notizia nel settembre 2006, quando il presidente pakistano Pervez Musharraf rivelò in un’intervista a “60 Minutes” della CBS, e poi nel suo memoir “In the Line of Fire”, che nei giorni immediatamente successivi all’11 settembre 2001 il vicesegretario di Stato Richard Armitage aveva convocato il capo dell’intelligence pakistana, il tenente generale Mahmood Ahmed, e gli aveva comunicato un ultimatum: o il Pakistan tagliava ogni legame con i Taliban e forniva pieno supporto logistico alla guerra in Afghanistan, oppure doveva “prepararsi a tornare all’età della pietra”. Armitage negò di aver mai pronunciato quelle parole, ma ammise di aver consegnato un messaggio “forte e fattuale”. Bush, messo alle strette dai giornalisti durante una conferenza stampa congiunta con Musharraf alla Casa Bianca, disse di essere rimasto “colpito dalla durezza di quelle parole”, aggiungendo di non essere stato informato della conversazione. Lo storico Cullather, in un saggio illuminante sull’etimologia della frase, osservò che Armitage potrebbe anche non aver mai parlato di età della pietra, ma quando telefonò a Islamabad per chiedere da che parte stava il Pakistan, Musharraf sentì l’affermazione di “un’antica prerogativa”: quella di un’America che si arrogava il diritto di decidere chi vivesse nel futuro e chi nel passato.

Ventiquattro anni dopo, la stessa frase riemerge dalla bocca di Trump sull’Iran. Dal Vietnam al Pakistan all’Iran, il cliché attraversa mezzo secolo di interventismo americano come un tic linguistico che tradisce una costante strutturale: la concezione della potenza aerea come macchina del tempo, capace di riavvolgere l’orologio della civiltà di interi popoli. Ma se la frase è sempre la stessa, il contesto questa volta aggiunge un livello di ironia storica che nessuno dei suoi precedenti utilizzatori avrebbe potuto immaginare.

L’Iran non è un Paese qualsiasi. L’altopiano iranico ospita insediamenti umani documentati dal Paleolitico inferiore, con siti come Kashafrud e Ganj Par che testimoniano presenze di centinaia di migliaia di anni. Susa, una delle città più antiche del pianeta, fu fondata attorno al 4395 a.C., quando i territori dell’attuale Virginia erano ricoperti di foreste primordiali senza il minimo segno di civiltà organizzata. Il filosofo Hegel definì i Persiani il “primo popolo storico”, quelli che per primi concepirono l’idea stessa di governo ordinato, di amministrazione imperiale, di diritto codificato che rispettasse le diversità culturali dei popoli sottomessi.

L’Impero achemenide di Ciro il Grande, nel V secolo avanti Cristo, collegava il 40% della popolazione mondiale allora conosciuta, dall’Egitto all’India, dalla Grecia ai confini dell’Asia centrale. Quando i Romani ancora combattevano guerre di villaggio nel Lazio, Persepoli era già un capolavoro architettonico che sintetizzava le tradizioni artistiche di venti nazioni. L’Iran ha dato al mondo l’algebra e l’algoritmo (la parola stessa viene dal matematico persiano al-Khwārizmī), ha contribuito in modo determinante all’Età d’Oro islamica con filosofi come Avicenna e poeti come Rumi e Hafez, ha influenzato profondamente l’arte, la medicina e la scienza da Costantinopoli a Delhi. La civiltà sasanide, l’ultima grande espressione dell’Iran preislamico, influenzò Roma al punto che gran parte di ciò che oggi chiamiamo “civiltà islamica” — dall’architettura alla scrittura, dalla filosofia alla medicina — fu in realtà costruito sulle fondamenta persiane.

Minacciare di riportare all’età della pietra una civiltà che ha letteralmente attraversato l’età della pietra per arrivare a fondare uno dei primi imperi della storia umana non è solo violenza verbale, è un certificato di analfabetismo storico rilasciato davanti al mondo intero. È come se qualcuno minacciasse di radere al suolo Roma senza sapere che il Colosseo esiste. Ma c’è qualcosa di più profondo e più inquietante di quanto non fosse nelle versioni precedenti di questa minaccia. LeMay parlava di capacità distruttiva, Armitage (se davvero lo disse) comunicava un ultimatum diplomatico a un Paese che doveva scegliere da che parte stare. Trump aggiunge tre parole che cambiano tutto: “dove meritano di stare”. Non è più una minaccia strumentale, è un giudizio morale. È la dichiarazione che un popolo intero appartiene alla barbarie per natura, e che bombardarlo fino alla regressione civilizzazionale non è un eccesso ma una correzione, un rimettere le cose al loro posto. È il linguaggio della deumanizzazione nella sua forma più compiuta, lo stesso che precede i crimini più gravi nella storia dei conflitti armati. Un presidente degli Stati Uniti che parla così dalla Casa Bianca non sta facendo retorica: sta normalizzando la distruzione di una nazione come atto moralmente legittimo, riciclando un cliché da satira degli anni Sessanta come se fosse dottrina strategica.

Il discorso dei paradossi: cosa ha detto e cosa ha contraddetto

I diciannove minuti di Trump sono stati un esercizio di equilibrismo tra affermazioni incompatibili tra loro, servite con la disinvoltura di chi sa che il proprio elettorato non andrà a controllare le fonti.

Prima contraddizione: il regime change. Il 28 febbraio scorso, nel discorso che annunciava l’inizio delle operazioni, Trump aveva esortato il popolo iraniano a rovesciare il proprio governo, definendola “probabilmente la vostra unica occasione per generazioni”. Cinque settimane dopo, dalla stessa Casa Bianca, ha dichiarato con identica sicurezza: “Il cambio di regime non è mai stato il nostro obiettivo. Non l’abbiamo mai detto.” E nella stessa frase: “Ma il cambio di regime c’è stato, perché tutti i loro leader originali sono morti.” Una dichiarazione che sfida la logica e la sintassi simultaneamente.

Seconda contraddizione: il nucleare. Per settimane la giustificazione principale della guerra è stata la minaccia nucleare iraniana. Sempre il 1° aprile, in un’intervista a Reuters, Trump ha liquidato la questione dell’uranio arricchito con un gesto della mano: “È così in profondità sottoterra, non me ne importa.” Questo mentre l’intelligence americana aveva già valutato l’anno scorso che l’Iran non disponeva di un programma nucleare militare attivo ed era a diversi mesi dalla possibilità di costruire un’arma, qualora avesse deciso di farlo. La casus belli si è dissolta nelle stesse parole di chi l’aveva invocata.

Terza contraddizione, la più grave: l’exit strategy che non esiste. Trump ha promesso che la guerra finirà “molto presto”, “in due o tre settimane”, ripetendo una scadenza mobile che dal 28 febbraio viene spostata con la stessa regolarità con cui si posticipa una riunione di condominio. Nella stessa frase ha annunciato che gli Stati Uniti colpiranno “estremamente duramente” nel prossimo periodo, minacciando di distruggere tutte le centrali elettriche iraniane “probabilmente simultaneamente” e poi di passare ai siti petroliferi. Non ha menzionato il fatto che il Pentagono sta ammassando Marines e forze anfibie per un possibile impiego terrestre. Non ha delineato alcun meccanismo negoziale concreto. Non ha spiegato come si chiude una guerra quando si promette contemporaneamente di andarsene e di intensificare i bombardamenti.

La NATO come capro espiatorio: anatomia di una demolizione

Il discorso alla nazione non ha affrontato direttamente la NATO, ma Trump ha compensato nelle ore precedenti con un’intervista al Telegraph in cui ha definito l’Alleanza Atlantica “una tigre di carta” e ha dichiarato di considerare “seriamente” il ritiro degli Stati Uniti. La logica, nella sua brutalità, è lineare: gli alleati non hanno partecipato alla guerra in Iran, dunque la NATO è inutile.

Questa narrazione omette deliberatamente un fatto fondamentale: nessun alleato è stato consultato prima dell’attacco del 28 febbraio. L’Articolo 5 prevede la difesa collettiva in caso di aggressione, non l’obbligo di partecipare a guerre d’aggressione unilaterali. L’Italia ha rifiutato l’uso della base di Sigonella, la Spagna ha negato l’uso delle proprie basi e chiuso lo spazio aereo ai voli coinvolti nel conflitto, la Francia ha mantenuto una posizione di distanza critica. Non si tratta di defezione, ma di coerenza con il diritto internazionale e con lo statuto stesso dell’Alleanza.

Ma Trump non sta criticando la NATO per riformarla. La sta demolendo per costruire un ordine internazionale in cui gli Stati Uniti non hanno alleati, ma clienti. “Se volete il vostro petrolio, andate a prendervelo a Hormuz e arrangiatevi”, ha detto rivolto agli europei. “E se non potete procurarvi abbastanza carburante, compratelo da noi.” È la trasformazione della partnership atlantica in un rapporto commerciale coercitivo: vi togliamo la sicurezza energetica con una guerra che non avete scelto, e poi vi vendiamo il gas a prezzo maggiorato come soluzione. Il segretario di Stato Rubio ha rincarato la dose dichiarando che dopo la guerra Washington dovrà “riesaminare” il rapporto con la NATO, usando il linguaggio freddo della ristrutturazione aziendale per descrivere lo smantellamento dell’architettura di sicurezza europea.

Nel frattempo, il primo ministro britannico Starmer ha convocato un vertice di oltre trenta Paesi per affrontare la crisi dello Stretto di Hormuz, cercando di costruire dal basso quella risposta multilaterale che Washington ha deciso di non fornire. Un segnale importante, che però arriva con cinque settimane di ritardo e senza la capacità militare navale necessaria per tradurre le intenzioni in fatti.

L’economia globale come danno collaterale accettato

I mercati non hanno creduto a una sola parola del discorso. Il Brent è risalito oltre i 104 dollari al barile nei minuti successivi all’intervento, il WTI ha superato i 102 dollari, il Nikkei ha perso il 2,1%, il Kospi sudcoreano il 3,9%, l’Hang Seng di Hong Kong ha aperto in calo. La reazione dei mercati è stata il vero fact-checking del discorso: gli investitori hanno letto tra le righe una continuazione del conflitto, non una conclusione.

I numeri alla quinta settimana di guerra raccontano una storia che Trump ha deliberatamente ignorato. Il gas sul mercato europeo TTF è rincarato del 74% dall’inizio del conflitto, i future sul petrolio Brent del 48%, i prezzi medi della benzina negli Stati Uniti hanno superato i 4 dollari al gallone per la prima volta dal 2022. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita il 20% dell’approvvigionamento petrolifero mondiale, è di fatto chiuso. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno ribadito che resterà chiuso “ai nemici”, e ventimila marittimi sono bloccati nella zona di guerra a bordo delle loro navi, una crisi umanitaria di cui nessuno parla.

L’OCSE ha tagliato le prospettive di crescita globale per il 2026 a +2,9%, cancellando la revisione al rialzo che a dicembre sembrava probabile. L’inflazione nei Paesi del G20 è attesa al 4%, con 1,2 punti percentuali in più rispetto alle stime pre-conflitto. La BCE, che fino a febbraio stava allentando la politica monetaria, potrebbe essere costretta a rialzare i tassi, annullando tutto il percorso di riduzione realizzato tra il 2024 e il 2025. Lo spettro che si aggira per l’economia mondiale ha un nome preciso: stagflazione, quel mix tossico di inflazione elevata e crescita stagnante che mette all’angolo governi e banche centrali perché ogni intervento in una direzione peggiora l’altra.

Trump nel discorso ha liquidato l’impatto economico con una formula che meriterebbe di essere incorniciata: “Questo aumento a breve termine è interamente il risultato del regime iraniano che lancia attacchi terroristici contro le petroliere”. Come se lo Stretto di Hormuz si fosse chiuso da solo, come se l’Iran avesse deciso spontaneamente di bloccare il passaggio di un quinto del petrolio mondiale senza che nessuno lo avesse prima attaccato con undicimila sortite aeree e sedicimila bombe.

L’Italia nel mirino della tempesta perfetta

Per l’Italia, i diciannove minuti di vuoto dalla Cross Hall si traducono in numeri molto concreti. Il rapporto di primavera del Centro Studi Confindustria delinea tre scenari per il PIL italiano, tutti condizionati dalla durata della guerra: +0,5% con un cessate il fuoco rapido, stagnazione se il conflitto dura fino a giugno, recessione piena a -0,7% se la guerra si protrae per tutto l’anno. L’OCSE ha tagliato le stime italiane a un anemico +0,4%, il dato peggiore dell’Eurozona. L’ISTAT ha registrato il crollo della fiducia dei consumatori a 92,6, il minimo da ottobre 2023.

L’Italia è il Paese europeo più esposto a questa crisi per ragioni strutturali che non si possono risolvere con un decreto sulle accise. Il 45% del gas naturale liquefatto importato proviene dal Qatar, via Stretto di Hormuz. ENI aveva firmato con Doha contratti a lungo termine per fino a 1,5 miliardi di metri cubi annui per 27 anni, a partire proprio dal 2026. Quando nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo le motovedette dei Pasdaran hanno dichiarato la chiusura dello Stretto, quelle forniture si sono fermate. Non per un atto di guerra contro l’Italia, ma perché l’Italia aveva costruito la propria sicurezza energetica su una rotta che un qualsiasi conflitto nel Golfo poteva interrompere in qualsiasi momento. Le riserve di gas europee sono scese sotto il 30% della capacità, ben al di sotto della media quinquennale.

Le famiglie italiane stanno già pagando il prezzo di questa guerra non voluta e non scelta. Le stime aggiornate indicano un aumento medio di 477 euro per il gas e 153 euro per l’energia elettrica, portando il totale annuo della spesa energetica a 2.952 euro per famiglia, un incremento del 21,5% rispetto ai 2.427 euro previsti prima del conflitto. Conflavoro ha calcolato che in caso di blocco prolungato di Hormuz l’Italia rischierebbe fino a 33 miliardi di euro di impatto complessivo in sei mesi, pari a circa l’1,5% del PIL. Il Decreto Bollette da 5 miliardi, varato prima del conflitto, è già insufficiente: non era sbagliato nella sua logica, era semplicemente calibrato su un mondo che è cambiato il 28 febbraio.

Il governo Meloni si trova nella morsa più stretta: il Consiglio dei Ministri del 3 aprile dovrà decidere se rinnovare il taglio delle accise in scadenza il 7 aprile e quali misure aggiuntive adottare, mentre il prossimo Documento di finanza pubblica dovrà inevitabilmente tagliare le previsioni di crescita. Tutto questo mentre il ministro dell’Economia Giorgetti cerca di quadrare conti che non tornano più, in un Paese con un debito pubblico che rende ogni punto base di aumento dei tassi un macigno in più sul bilancio dello Stato.

I danni del sovranismo: quando l’America First diventa Everyone Last

C’è un filo rosso che collega la minaccia di riportare l’Iran all’età della pietra, la demolizione della NATO, l’indifferenza verso l’impatto economico sugli alleati e il rifiuto di delineare un’exit strategy. Quel filo si chiama sovranismo, nella sua declinazione più pura e più distruttiva: l’idea che una nazione possa agire nel sistema internazionale come un’entità completamente autonoma, senza vincoli di alleanza, senza obblighi di consultazione, senza responsabilità verso le conseguenze delle proprie azioni su tutti gli altri.

Trump incarna questo principio con una coerenza che sarebbe quasi ammirevole se non fosse catastrofica. “L’America non ha bisogno dello Stretto di Hormuz”, ha detto nel discorso. È tecnicamente vero: gli Stati Uniti sono in larga parte autosufficienti dal punto di vista energetico. Ma è strategicamente suicida, perché l’economia americana dipende da un’economia globale che quello Stretto lo attraversa eccome. Quando il Kospi crolla del 3,9% e il Nikkei del 2,1%, quando il Brent supera i 104 dollari e le catene di approvvigionamento globali si spezzano, l’onda arriva anche a Wall Street. Il sovranismo energetico è un mito in un’economia interconnessa.

Ma il danno più profondo è quello inflitto all’architettura di sicurezza che ha garantito la stabilità dell’Occidente per settantacinque anni. La NATO non è perfetta, non lo è mai stata. Ma l’alternativa al multilateralismo imperfetto non è il sovranismo efficiente: è il caos. È un mondo in cui ogni Paese deve arrangiarsi da solo, in cui le alleanze valgono quanto l’ultimo tweet del presidente di turno, in cui la sicurezza energetica di trecento milioni di europei dipende dalla buona volontà di chi ha appena dimostrato di non averne alcuna.

L’Europa, e l’Italia in particolare, si trovano oggi a pagare il prezzo di una doppia dipendenza: energetica dal Golfo e strategica da Washington. La guerra in Iran ha reso evidente, con la brutalità dei fatti, che nessuna delle due è più sostenibile. La domanda non è se l’Europa debba costruire una propria autonomia strategica, ma se sia ancora in tempo per farlo prima che il prossimo “discorso alla nazione” di diciannove minuti le costi ancora di più.

Un discorso per nessuno

Il primo ministro australiano Albanese, che non ha ascoltato il discorso perché stava preparando il proprio, ha sintetizzato il giudizio meglio di qualsiasi analista: gli obiettivi dichiarati sono stati raggiunti, non è chiaro cosa si debba ancora ottenere, né quale sia il punto di arrivo. È la fotografia esatta di una guerra che ha perso la propria narrazione strategica e sopravvive ormai solo sulla forza d’inerzia della violenza.

I sondaggi americani dicono che la maggioranza dei cittadini disapprova la guerra e il 62% si oppone all’invio di truppe di terra. L’approvazione di Trump ha toccato i minimi del secondo mandato. Ma nei diciannove minuti dalla Cross Hall non c’è stato un solo momento di dubbio, di riflessione, di riconoscimento che ottantasei milioni di iraniani sono esseri umani con seimila anni di civiltà alle spalle, non obiettivi da riportare all’età della pietra.

E forse è questo il dato più inquietante di tutti. Non le contraddizioni, non le bugie, non le minacce. Ma il vuoto. Il vuoto di chi governa la più grande potenza militare del pianeta e in diciannove minuti non riesce a dire una sola cosa che non sia stata già smentita dai fatti, contraddetta dalle sue stesse parole precedenti, o destinata a essere rimangiata la settimana prossima. Diciannove minuti di nulla, che però costano al mondo intero.

Fonte: https://www.difesaonline.it/2026/04/02/diciannove-minuti-di-nulla-il-discorso-di-trump-sulliran-tra-violenza-verbale-ignoranza-storica-e-il-conto-che-paghera-leuropa/

La morte di Al Raisi, le domande senza risposta, i sospetti di un attentato

Condividi su:

ESTERI

di Matteo Castagna per https://www.marcotosatti.com/2024/05/20/la-morte-di-al-raisi-le-domande-senza-risposta-i-sospetti-di-un-attentato-matteo-catsagna/

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Matteo Castagna, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste considerazioni sulla situazione geopolitica, anche alla luce della morte di Al Raisi e dell’attentato a Robert Fico. Buona lettura e condivisione.

Arriva di prima mattina la notizia, diramata da tutte le agenzie del mondo, inerente la morte del premier iraniano Ebrahim Raisi, a seguito dello schianto su una montagna nei pressi di Jolfa, ai confini con l’Azerbaigian, dell’elicottero su cui viaggiava il 19 maggio. I resti del velivolo sono stati trovati lungo la strada per il villaggio iraniano di Khoilar-Kalam, a circa 100 chilometri da Tabriz. Nove le persone a bordo. Le autorità hanno identificato i corpi carbonizzati. Deceduti anche il ministro degli Esteri dell’Iran, Hossein Amirabdollahian, il governatore della provincia dell’Azerbaigian orientale Malek Rakhmati e l’imam di Tabriz, Ali Ale-Hashem.
Il lutto avviene a pochi giorni dall’attentato terroristico al presidente slovacco Fico, noto per le sue posizioni sovraniste e non allineate all’atlantismo della maggioranza degli Stati europei.eu
In Libano sono stati dichiarate tre giornate di lutto nazionale per la morte del presidente iraniano. “La grande nazione iraniana supererà questa tragedia con il consueto coraggio”. Lo ha affermato il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, annunciando che il Pakistan osserverà una giornata di lutto e che le bandiere sventoleranno a mezz’asta. Il Quotidiano Nazionale di oggi annuncia anche che il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, ha fatto sapere di essere “sconvolto” per la notizia della morte dell’omologo iraniano Ebrahim Raisi. Secondo quanto riporta Mehr, Maduro si è detto molto dispiaciuto di dover dire addio a Raisi, definendolo “una persona eccezionale e un grande essere umano, difensore della sovranità del popolo iraniano e amico incondizionato” del Venezuela.
Il primo ministro indiano Narendra Modi si è detto ”profondamente rattristato” per la morte del presidente iraniano Ebrahim Raisi, aggiungendo che il defunto presidente iraniano ha contribuito ”a rafforzare le relazioni bilaterali India-Iran”.
Hamas ha espresso “sincere condoglianze, profonda simpatia e solidarietà” al leader supremo dell’Iran, Sayyed Ali Khamenei, per la morte del presidente Ebrahim Raisi, per quella del ministro degli esteri Hussein Amir Amirabdollahian e degli altri dirigenti deceduti. Tutti leader, ha sostenuto su Telegram il movimento, “che hanno avuto un lungo percorso per il rinascimento dell’Iran, e posizioni onorevoli a sostegno della nostra causa palestinese, e della legittima lotta del nostro popolo contro l’entità sionista”.
Gli Hezbollah libanesi hanno reso omaggio al presidente iraniano Ebrahim Raisi, morto nell’incidente in elicottero, definendolo il “protettore dei movimenti di resistenza”.
Tutti i paesi della regione hanno offerto solidarietà e aiuti. La Turchia aveva inviato un elicottero dotato di visori notturni, insieme a 32 esperti in soccorso in quota. Offerte di aiuto erano arrivate anche da Emirati, Oman, India ma anche dall’Arabia Saudita, nemica di vecchia data della Repubblica Islamica. La Russia si è attivata inviando una squadra con 47 specialisti, veicoli fuoristrada e un elicottero BO-105.
Il presidente cinese Xi Jinping ha definito la morte del presidente iraniano Ebrahim Raisi come “una grande perdita per la sua gente”. Xi ha inviato un messaggio di cordoglio al primo vicepresidente iraniano al fine di esprimere “profonde condoglianze a nome del governo e del popolo cinesi, che ha perso un buon amico”.
Sulla stessa linea la Siria: Il presidente Bashar al-Assad ha espresso solidarietà allo stretto alleato Teheran, che lo ha sostenuto durante anni di guerra. Assad ha espresso “la solidarietà della Siria con la Repubblica islamica dell’Iran e con le famiglie del defunto e i suoi compagni”. Condoglianze dal premier armeno Pashinyan: “Sono scioccato”.
La Tass riferisce che in un messaggio inviato alla Guida iraniana, Ali Khamenei, Putin afferma che, “da vero amico della Russia, Raisi ha dato un contributo personale inestimabile allo sviluppo delle buone relazioni tra i nostri Paesi e ha fatto grandi sforzi per portarli al livello di partnership strategica”.
L’Unione europea “esprime le sue sincere condoglianze per la morte del presidente”. La premier italiana Giorgia Meloni esprime “solidarietà al popolo iraniano”, secondo quanto riferito da Sky News24.
L’analista militare della Cnn, Cedric Leighton, ha spiegato che probabilmente Raisi stava viaggiando su un elicottero Bell 212 che iniziò ad operare alla fine degli anni ’60. “È stato introdotto per la prima volta durante l’ultimo periodo del regno dello Scià nel 1976 in forma commerciale e ha avuto una vita prima nell’esercito americano, quindi l’inizio effettivo di questo particolare tipo di elicottero potrebbe essere avvenuto già alla fine degli anni ’60”, ha spiegato Leighton. “Di conseguenza – ha aggiunto – i pezzi di ricambio sarebbero stati sicuramente un problema per gli iraniani”.
L’ipotesi più accreditata, e non esclusa nemmeno dalle autorità iraniane è, al momento, quella dell’incidente.
Il Quotidiano Nazionale riporta, anche, che il politologo iraniano, Prof. Pejman Abdolmohammadi, insegnante di Storia dei Paesi Islamici all’Università di Trento ha reagito con queste parole: “La Guida Suprema è fisicamente molto debole e il potere in crisi di consenso. Una rivoluzione democratica è possibile a Teheran e produrrebbe un effetto domino in tutta l’area”.
Risalta il fatto che l’Azerbaigian abbia buoni rapporti con Israele. Alla luce del conflitto tra Iran e Israele è giustificato il sospetto che l’elicottero sia precipitato per una manomissione eseguita dai servizi israeliani?
Secondo l’insegnante iraniano “è una ipotesi che è sicuramente sul tavolo, ed è molto plausibile, sebbene non sia provata. Non a caso, due settimane fa, intervenendo a una trasmissione televisiva in Italia, dissi che come la Repubblica islamica usa il territorio libanese per colpire Israele, così Israele oltre ad avere ottimi rapporti con l’Azerbaigian, ha una sua presenza militare, in chiave anti iraniana, in quel Paese. Quindi, può essere stato, ipoteticamente, un colpo israeliano al suo nemico storico, la Repubblica islamica iraniana. Non a caso, è stato un media israeliano, la tv Canale 12, il primo a dire che Raisi non è sopravvissuto”.
Inoltre, Raisi era politicamente debole, non era carismatico e riusciva a mantenere il potere solo perché persona di estrema fiducia dell’Autorità Suprema – spiega il professore. “Per la popolazione iraniana è uno choc che potrebbe ridare fiato all’opposizione, largamente maggioritaria nel Paese, e che sui social ha subito reagito in maniera massiccia alle notizie dell’incidente. Dopo le grandi proteste del 2021 e del 2022, rischia di essere un elemento che può sparigliare i giochi”.
Secondo il governo italiano non ci sono particolari preoccupazioni per un’ immediata escalation del conflitto, sebbene Teheran abbia fatto sapere che non cambierà nulla della sua politica estera. Il ruolo di presidente viene assunto, nell’immediato, dal primo vicepresidente esecutivo, Mohammad Mokhber. Questo è quanto prevede l’articolo 131 della Costituzione della Repubblica Islamica.
Stabilita un’autorità provvisoria, un consiglio composto dal primo vicepresidente, dal presidente della Camera, Mohammad Bagher Ghalibaf, e dal capo della magistratura, Gholam-Hossein Mohseni-Ejei, avrà il compito di organizzare l’elezione di un nuovo presidente entro il termine massimo di 50 giorni. Raisi era stato eletto presidente nel 2021. Le prossime elezioni sono, al momento, previste nel 2025.

 

Russia-Ucraina: è il momento di negoziare

Condividi su:

L’EDITORIALE 

di Matteo Castagna – ripreso dal sito www.marcotosatti.it Stilum Curiae del vaticanista Marco Tosatti, che ringraziamo per la stima: https://www.marcotosatti.com/2023/11/25/russia-ucraina-e-il-momento-di-negoziare-con-putin-matteo-castagna/

L’informazione mainstream ci ha abituato all’utilizzo di notizie ripetute fino alla nausea, per un certo lasso temporale, al fine di distrarre l’opinione pubblica da altre questioni importanti, che vuole far passare in sordina. E’ il caso drammatico dell’assassinio della povera Giulia? Forse. Molti vorrebbero che prevalesse il silenzio, almeno fino agli esiti del processo nei confronti di Turetta, momentaneamente in galera a Verona, in attesa di un carcere che abbia una “sezione protetti”…
Lasciando che le indagini e la giustizia facciano il loro corso, augurandoci il massimo dell’equità, osserviamo che gli equilibri mondiali, in progressivo mutamento, sono determinati da fatti che l’opinione pubblica dovrebbe ben conoscere, perché i cambiamenti epocali non cadano addosso alle persone come fossero macigni, provocando disagio e disorientamento, più di quanto vi sia già, a causa dell’imposizione da parte del Sistema globale di ideologie sovversive dell’ordine naturale.
Il Ministero degli Esteri cinese ha annunciato, nell’ultima puntata di Osservatorio sui Mondi, a Pechino, che i Paesi Arabi e musulmani chiedono la fine delle ostilità a Gaza Il capo della diplomazia cinese, Wang Yi, ha avuto un colloquio con la delegazione congiunta dei ministri degli Esteri dei paesi arabi e musulmani, che hanno scelto la Cina come prima prima tappa del loro tour di mediazione internazionale sulla questione palestinese. Durante l’incontro, hanno chiesto un immediato cessate il fuoco a Gaza, sottolineando l’importanza di consentire l’accesso degli aiuti umanitari nell’enclave palestinese devastata. Inoltre, il capo della diplomazia cinese Wang Li ha sottolineato che qualsiasi accordo sul futuro e il destino della Palestina deve derivare dal consenso del popolo palestinese. Nonostante qualche intoppo, la mediazione cinese sta funzionando, nel senso che è in corso un breve periodo di tregua, con rilascio degli ostaggi.

Sul fronte russo, il Presidente Vladimir Putin ha partecipato al vertice di Minsk, in Bielorussia, del CSTO, che è un’ alleanza militare difensiva, composta da Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan. Lo zar ha detto che la Russia rigetta ogni forma di terrorismo, che l’Organizzazione dei Paesi membri CSTO si sta ampliando e che ha stipulato importanti accordi  commerciali e sulle imprese militari. Infine, il dato maggiormente significativo è la costituzione, nell’ambito del CSTO, di un Consiglio di coordinamento per la Sicurezza biologica. Un atto preventivo, che, seppur in un’ottica difensiva, riesce a tenere col fiato sospeso tutto il mondo.

Il New York Times del 23 novembre ha titolato: “Al vertice BRICS, i paesi divergono leggermente su Israele e sulla guerra a Gaza”. Non si capisce dove si trovi questa piccola divergenza, dato che l’articolo stesso riporta la notizia di una dichiarazione congiunta firmata dai BRICS martedì 21 Novembre che include, tra le richieste: “il rilascio di tutti i civili tenuti prigionieri illegalmente, nonché una tregua umanitaria che porterebbe alla cessazione delle ostilità”. Sempre il NYT precisava che, nel testo condiviso dai Paesi membri BRICS c’è scritto: “abbiamo condannato qualsiasi tipo di trasferimento e deportazione individuale o di massa dei palestinesi dalla propria terra”. Poiché nella dichiarazione vi è anche scritto che i BRICS (alleanza politico-strategica e commerciale tra Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e altri Paesi, cosiddetti in “via di sviluppo”) “condannano gli atti di brutalità contro i palestinesi e israeliani”, osserviamo come la diplomazia degli Stati non atlantisti stia lavorando separatamente, ma nella medesima direzione, rivolta a cercare percorsi adeguati per giungere alla pace, nei conflitti in corso, sia in Ucraina, che in Medio Oriente.
Ne consegue che l’Occidente, a trazione anglo-americana, rimane alquanto isolato nella volontà di proseguire con le guerre, per il mantenimento di un potere unipolare che non è più possibile conservare. Clamorosa, al riguardo, la dichiarazione all’agenzia Strana.ua del 24.11.23 di David Arakhamia, leader parlamentare ucraino del partito “Servitore del popolo” del Presidente Zelensky: “La guerra sarebbe potuta finire nella primavera del 2022, ma la Gran Bretagna ha imposto di proseguire a combattere”, perché l’accordo avrebbe previsto, per parte ucraina, l’accettazione della neutralità e la rinuncia all’ingresso della NATO.
La Russia avrebbe ritirato il proprio esercito ed il Donbass avrebbe dovuto ottenere ampie autonomie all’interno dell’Ucraina. Ciò era stato confermato anche dall’ex cancelliere tedesco Schroeder, il quale aveva partecipato ai negoziati (secondo lui, falliti a causa delle pressioni USA).
Ma poi – ha concluso Arakhamia – «Boris Johnson è arrivato a Kiev dicendo che non voleva firmare nulla con i russi e di continuare semplicemente a combattere».
Ora, il partito di Zelensky vede un’unica via d’uscita nell’apertura di negoziati con la Russia, perché la guerra è praticamente persa e la situazione generale del Paese è disastrosa. L’ex comico, però, non si rassegna e, da un’emittente televisiva ucraina, chiede 50 miliardi di dollari all’Occidente, per continuare il conflitto…
Sullo sfondo, gli Stati Uniti apprendono che l’Iran sta considerando di vendere missili balistici a corto raggio alla Russia. Lo ha annunciato il Rappresentante Ufficiale del Pentagono, Contrammiraglio della Marina John Kirby. Il tono molto preoccupato dell’ufficiale americano è più che giustificabile, dato che già l’anno scorso, al fronte, sono stati fotografati degli eccellenti PTRK iraniani, che sono le repliche dei russi Kornet, e militari russi che indossavano corazze iraniane.
La Russia, come gli Stati Uniti, è firmataria del “Trattato INF”, che vieta lo sviluppo di missili a corto raggio, in grado di viaggiare oltre i 500 chilometri. L’Iran non è tra i firmatari del Trattato. Perciò dispone di missili che potrebbero essere molto utili alla causa russa: Fateh-110 e Zolfaghar. Il raggio d’azione dei primi è di 300 chilometri (addirittura inferiore a quello dei missili Iskander 9M723), mentre i secondi hanno una gittata di 700 chilometri.
Nel settembre 2022, l’Iran ha mostrato i missili balistici Rezvan, a testata staccabile, con una gittata di 1.400 chilometri. Questo è già sufficiente per bombardare l’Ucraina, non solo da nord a sud, ma anche da ovest a est. Perciò, sarebbe da irresponsabili insistere nel rifiutare i negoziati con Putin, anche perché egli dispone di un alleato come l’Iran, che è molto forte e che potrebbe innescare, col suo intervento bellico, un’escalation che con gran facilità potrebbe velocemente proporsi anche in Medio Oriente.

Iran e Russia emetteranno una stablecoin garantita dall’oro

Condividi su:
di Gianmarco Carriol

La Russia e l’Iran stanno collaborando per emettere una nuova stablecoin garantita da riserve d’oro. Secondo l’agenzia di stampa russa Vedomosti, l’obiettivo è creare un “token della regione del Golfo Persico” che possa essere utilizzato come metodo di pagamento nel commercio estero. La stablecoin mira a sostituire le valute fiat come il dollaro statunitense, il rublo russo o il rial iraniano nelle transazioni transfrontaliere. Il token dovrebbe essere emesso sotto forma di stablecoin supportata da riserve auree, secondo Alexander Brazhnikov, direttore esecutivo dell’Associazione russa della crypto industria.

Il progetto dovrebbe operare in una zona economica speciale ad Astrakhan, dove la Russia ha iniziato ad accettare le spedizioni di merci iraniani. Tuttavia, il legislatore russo Anton Tkachev ha sottolineato che un progetto congiunto di stablecoin sarà possibile solo quando il mercato degli asset digitali sarà pienamente regolamentato in Russia. La Camera bassa del Parlamento russo ha promesso di iniziare a regolamentare le transazioni di criptovalute durante il 2023.

L’Iran e la Russia sono tra i Paesi che hanno vietato ai propri residenti l’utilizzo di criptovalute come Bitcoin e stablecoin come Tether (USDT) per i pagamenti. Tuttavia, entrambi i Paesi stanno collaborando attivamente per adottare tali strumenti per il commercio estero. Ad agosto 2022, il Ministero dell’Industria, delle Miniere e del Commercio iraniano ha approvato l’uso delle criptovalute per le importazioni nel Paese, nonostante le sanzioni commerciali internazionali in corso.

ISRAELE COMMETTEREBBE UN ERRORE GEOSTRATEGICO IRREVERSIBILE ARMANDO KIEV

Condividi su:
Oggi il Ministro israeliano alla Difesa Benny Gantz ha detto esplicitamente a Radio Kol Chai che il suo Paese non venderà armi all’Ucraina. Perché Israele può e l’Italia no? (n.d.r.)

L’ex presidente russo e attuale vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Dmitry Medvedev ha appena messo in guardia Israele dall’inviare armi a Kiev, dopo che il ministro degli Affari della Diaspora dello Stato ebraico, Nachman Shai, ha chiesto al suo Paese di attraversare finalmente il Rubicone in risposta alla notizia del Washington Post (WaPo) secondo cui l’Iran si starebbe preparando a fornire a Mosca missili balistici. Egli ha affermato che una tale mossa “distruggerebbe tutte le relazioni interstatali tra le nostre nazioni”, il che è certamente vero e sarebbe quindi un errore geostrategico irreversibile che Tel Aviv non può permettersi.

Solo alla fine del mese scorso Zelensky ha finto di scandalizzarsi per il rifiuto di Israele di inviare i suoi sistemi di difesa aerea, i cui calcoli ho spiegato a lungo qui. Quel pezzo cita anche alcuni miei precedenti lavori dell’inizio di quest’anno sugli intrecci delle relazioni russo-israeliane, che i lettori potrebbero apprezzare per una conoscenza di base fondamentale. In breve, Tel Aviv si è saggiamente resa conto che il superamento della linea rossa di Mosca nella guerra per procura della NATO guidata dagli Stati Uniti contro la potenza mondiale appena restaurata attraverso l’Ucraina potrebbe indurre il Cremlino a dare carta bianca all’Iran in Siria per attaccare Israele per procura.

Fino a questo momento, la Russia ha contenuto l’Iran con mezzi indiretti, influenzando il suo alleato siriano a scoraggiare tali attacchi e “facilitando passivamente” le centinaia di attacchi di Israele contro l’IRGC e Hezbollah ogni volta che questi hanno iniziato a immagazzinare armi nella Repubblica araba proprio per questo scenario (indipendentemente dal fatto che ciò fosse tacitamente approvato da Damasco). In precedenza, gli Stati Uniti hanno cercato di provocare una spaccatura russo-israeliana sulle attività controverse dell’Agenzia ebraica in quella Grande Potenza eurasiatica, le cui conseguenze ho spiegato qui nel caso in cui fossero riuscite.

Questa intuizione rimane rilevante alla luce delle ultime tensioni nelle loro relazioni, legate all’appello del ministro Shai al suo Paese di armare Kiev in risposta all’ultimo rapporto del WaPo. Il possibile invio di missili balistici iraniani nella zona di conflitto potrebbe in realtà essere solo un finto pretesto infowar per qualcosa che il governo di coalizione, sempre più impopolare, potrebbe aver pianificato di fare già da un po’ di tempo, in concomitanza con le tese elezioni legislative del 1° novembre, che potrebbero riportare Benjamin (“Bibi”) Netanyahu al potere in caso di sconfitta, come alcuni iniziano a prevedere.

Questo scenario di “sorpresa d’ottobre” potrebbe comportare un’escalation manipolata delle ostilità per procura israelo-iraniane in Siria, allo scopo di presentare i candidati in carica come “forti in materia di sicurezza nazionale”, la cui percezione, artificialmente costruita, avrebbe lo scopo di “allontanare” da Bibi una parte della sua base, al fine di garantire che la coalizione mantenga il potere. Questa sequenza di eventi potrebbe essere avviata dall’invio di armi a Kiev da parte di Israele, che potrebbe spingere la Russia a lasciare che l’Iran faccia quello che vuole contro Israele attraverso la Siria, creando così il pretesto per una grande campagna di bombardamenti israeliani in quel Paese.

Questo sarebbe estremamente pericoloso di per sé per la stabilità regionale, soprattutto perché l’Iran potrebbe prevedibilmente chiedere ai suoi alleati della Resistenza in Libano di unirsi direttamente alla mischia, portando così a un conflitto molto più ampio. La prerogativa di decidere se questo accadrà o meno è solo di Israele, che potrebbe aver calcolato erroneamente di poter contenere l’escalation che le autorità della sua coalizione potrebbero benissimo mettere in moto nel prossimo futuro per motivi di interesse politico interno a scapito degli interessi di sicurezza nazionale del Paese.

Per quanto riguarda questi ultimi, essi riguardano semplicemente il mantenimento della cosiddetta “pace fredda” tra Israele e l’Iran (compresi gli alleati della resistenza locale della Repubblica islamica come Hezbollah) il più a lungo possibile, fino a quando Tel Aviv non riuscirà a riconquistare il vantaggio militare sempre più perso nei confronti del suo rivale. Questa osservazione si basa sull’ultimo accordo appena concluso da Israele con il Libano sul territorio marittimo conteso, che testimonia il desiderio di Tel Aviv di preservare lo status quo, almeno per ora. Detto questo, è immaginabile che i cosiddetti “integralisti” possano avanzare le loro argomentazioni sul perché Israele dovrebbe “scuotere” la regione.

La rottura degli Stati Uniti con i leader sauditi ed emiratini del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) in merito agli ultimi tagli alla produzione dell’OPEC+, che hanno concordato di coordinare con la Russia, insieme ai sospetti sulle intenzioni strategico-militari a lungo termine dell’amministrazione Biden rispetto al suo continuo desiderio di negoziare un nuovo accordo nucleare con l’Iran, potrebbe creare la percezione convincente che la “finestra di opportunità” di Israele per riguadagnare il suo vantaggio sulla Repubblica Islamica si stia rapidamente esaurendo. Questa mentalità potrebbe portare alcuni dei suoi decisori a flirtare disperatamente con scenari molto pericolosi.

Obiettivamente, sarebbe un errore geostrategico irreversibile per Israele mettere in moto lo scenario analizzato in cui si creano le condizioni per creare il falso pretesto su cui giustificare un’escalation della sua guerra per procura con l’Iran in Siria. Non c’è alcuna garanzia che le dinamiche risultanti possano essere controllate, e la loro prevedibile spirale fuori controllo potrebbe persino portare gli Stati Uniti ad appendere Israele al chiodo a causa dei calcoli politici interni dei Democratici al governo in vista delle elezioni di metà novembre, temendo giustamente che un’altra guerra straniera possa mettere l’opinione pubblica ulteriormente contro di loro.

Per il momento, nonostante le immense pressioni occidentali e i pericolosi calcoli politici interni di alcuni membri della coalizione al governo, gli interessi di sicurezza nazionale di Israele sono indiscutibilmente meglio serviti dal mantenimento dello status quo strategico-militare regionale nei confronti dell’Iran per un futuro indefinito. Interrompere unilateralmente questo status a causa delle pressioni statunitensi e di considerazioni elettorali a breve termine sarebbe un errore geostrategico irreversibile che, nel peggiore dei casi, potrebbe persino mettere a repentaglio l’esistenza dello Stato ebraico, motivo per cui deve essere evitato ad ogni costo.

Pubblicato in partnership su One World

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/israele-commetterebbe-un-errore-geostrategico-irreversibile-armando-kiev

I CONSIGLI DELL’IRAN ALLA RUSSIA PER SUPERARE LE SANZIONI

Condividi su:

QUINTA COLONNA

di Massimo Cascone

Ci sono Stati che da anni fronteggiano il bullismo occidentale, rispondendo colpo su colpo alle sanzioni e garantendo la sopravvivenza, tra alti e bassi, del proprio popolo. Tra questi rientra sicuramente l’Iran, da più di 40 anni soggetto alle restrizioni economiche a causa della sua ferrea volontà di non sottomettersi al potere globalizzante americano.

Saper sopravvivere nonostante le avversità è un’arte e adesso anche alla Russia tocca impararla. Per questo motivo, come riporta RIA Novosti, le autorità iraniane hanno consigliato al Cremlino una serie di misure per contrastare le sanzioni statunitensi e, allo stesso tempo cooperare maggiormente.

Ad affermarlo, Mohsen Karimi, vice capo della Banca centrale della Repubblica islamica per gli affari internazionali.

L’Iran, sulla base della sua ricca esperienza di essere sotto sanzioni negli ultimi anni, ha adottato le misure necessarie per uscire dall’influenza della dominazione americana e dei paesi ostili, che ha proposto alla parte russa.

Karimi, come anticipato, ha anche accennato nelle dichiarazioni rilasciate all’importanza di rinsaldare l’alleanza tra i due paesi, sottolineando la necessità di rafforzare gli scambi commerciali:

Ci sono sia accordi che opportunità. L’Iran vuole solo usarli per condurre operazioni commerciali con la Russia in rubli e rial.

Massimo A. Cascone, 02.04.2022

Fonte: https://ria.ru/20220401/sanktsii-1781315730.html

Fonte: https://comedonchisciotte.org/i-consigli-delliran-alla-russia-per-superare-le-sanzioni/

L’azione dell’Iran rompe l’assedio USA su Siria e Libano

Condividi su:

di Elijah J. Magnier 

Fonte: controinformazione

L’effetto a catena delle petroliere iraniane che trasportano petrolio in Libano attraverso la Siria ha influenzato e amplificato generosamente l’influenza di Hezbollah in Libano e ha raggiunto gli Stati Uniti, la Russia e diversi stati arabi. Le conseguenze hanno accelerato importanti questioni regionali e internazionali, mettendole con forza sul tavolo della discussione e imponendo una revisione della politica statunitense in Asia occidentale, in particolare in Siria. I paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti, hanno iniziato a ripensare e contemplare le attuali riserve sul rapporto con la Siria e il suo ritorno alla Lega Araba e alla comunità internazionale. L’obiettivo – o forse il desiderio – è offrire al presidente Bashar al-Assad l’opportunità di ripensare alle sue relazioni globali e regionali e rimuovere i ruoli esclusivi dell’Iran e della Russia nel Levante.

Molti eventi hanno avuto luogo in Asia occidentale ea New York negli ultimi mesi. Gli incontri non dichiarati a Baghdad tra l’ Arabia Saudita e l’Iran , la Giordania e l’Iran e l’Egitto con l’Iran hanno contribuito a rompere il ghiaccio tra questi paesi regionali ea discutere di importanti questioni di grande preoccupazione. Inoltre, il vertice iracheno ha permesso ad Arabia Saudita, Qatar, Iran, Kuwait, Egitto, Giordania e Francia di incontrarsi e riscaldare le loro relazioni, creando un maggiore riavvicinamento tra gli stati regionali. L’Iraq sta svolgendo un ruolo positivo ma importante in cui tutti i paesi possono riunirsi e discutere le proprie differenze. Inoltre, ci sono stati importanti incontri tra il re giordano Abdullah con il presidente Joe Biden a Washington e il presidente Vladimir Putin a Mosca, e l’ incontro del presidente siriano Bashar al-Assad con il presidente Putin per parlare dell’unità del territorio siriano. Infine, l’attesa visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Mosca e New York . Questi incontri aprono le porte alla fase successiva, che apre la strada al ritorno della Siria nella sfera regionale e internazionale.

In effetti, lo sviluppo più importante è stata la dichiarazione del re giordano da Washington secondo cui “il presidente Bashar al-Assad resta al potere e deve essere trovato un modo per riguadagnare il dialogo con lui”. Ciò non significa che la Giordania abbia cessato le sue relazioni con la Siria nell’ultimo decennio. L’ambasciata giordana non ha mai chiuso i battenti a Damasco né l’ambasciata siriana ad Amman nonostante la Giordania ospitasse la sala del Military Operation Command (MOC). Il MOC ha ospitato comandanti militari arabi e occidentali, compresi gli Stati Uniti, per condurre operazioni di sabotaggio e attacco all’interno della Siria, con l’obiettivo di porre fine al governo del presidente siriano e creare uno stato fallito in Siria. Ha sostenuto e formato militanti e jihadisti in Giordania, tra cui Al-Qaeda organizzazioni, alla conoscenza dei tirocinanti e dell’amministrazione degli Stati Uniti.

Durante i decenni di guerra in Siria, i contatti tra Amman e Damasco a livello di sicurezza e politico non si sono fermati, sebbene abbiano variato di intensità. Le ultime comunicazioni ufficiali significative sono state duplici.

Il primo è stato un appello tra il ministro degli Interni giordano Mazen al-Faraya con il suo omologo siriano, Muhammad al-Rahmoun. I due ministri hanno affermato di aver concordato di coordinare il transito dei camion tra i due Paesi, il che significa che gli Stati Uniti devono escludere la Giordania e la Siria dalle sanzioni imposte attraverso il ” Cesar Civilian Protection Act “. I camion siriani potranno attraversare i confini senza scaricare il loro carico su altri camion sul lato giordano dei confini. Ciò ridurrà significativamente il costo siriano, aprirà la strada della merce siriana a molti paesi e porterà la tanto necessaria valuta estera.

Il secondo alto contatto ufficiale è stata la visita del ministro della Difesa e vice primo ministro siriano Ali Ayoub ad Amman e l’incontro con il capo di stato maggiore giordano, maggiore generale Yousef Al-Hunaiti, il primo incontro ufficiale a questo livello dopo dieci anni di guerra in Siria.

Non c’è dubbio che gli Stati Uniti abbiano aperto la porta al ritorno della Siria in Libano quando hanno accettato di rilanciare la linea del gas che trasportava il gas egiziano attraverso la Giordania in Libano. Questa linea di gas è stata offerta come alternativa nel disperato tentativo di limitare il flusso di gasolio e benzina iraniani in Libano attraverso Hezbollah. L’ambasciatore degli Stati Uniti in Libano, Dorothy Shea, ha annunciato la decisione sulla fornitura di gas in reazione all’annuncio del segretario generale di Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah. Sayyed Nasrallah ha promesso fornire al Paese petrolio iraniano attraverso la Siria per rompere il blocco non annunciato dagli Stati Uniti e soddisfare i bisogni del popolo libanese. Il Libano, assetato di forniture di petrolio (la cui perdita ha paralizzato il ciclo di vita del Paese, che sta attraversando una crisi economica senza precedenti), ha benedetto il petrolio iraniano mentre cadeva come manna sulla popolazione libanese. La popolarità dell’Iran e di Hezbollah è esplosa ed è stata acclamata da alleati, amici e (molti) nemici allo stesso modo.

Hezbollah, reparti in parata

Tuttavia, il petrolio iraniano non è l’unico problema che gli Stati Uniti ei paesi arabi devono affrontare. Sono molto preoccupati che la Siria rimanga nella sfera di influenza iraniana. L’Iran ha guadagnato una popolarità senza precedenti in Siria a causa della politica di Washington, che voleva creare uno stato fallito in Siria e rimuovere il presidente Assad dal potere. Inoltre, l’Iran ha raccolto più lodi quando gli Stati Uniti non sono stati in grado di destabilizzare Siria, Iraq e Libano. L’amministrazione statunitense pensava che imponendo dure sanzioni alla Siria e impedendo qualsiasi riavvicinamento tra Damasco e altre capitali regionali e occidentali, avrebbe potuto far leva sul presidente Assad e costringerlo a dettare le sue condizioni.

Sembra che l’amministrazione di Joe Biden stia iniziando a valutare le cose in modo più realistico, come espresso dal re giordano dopo aver incontrato Biden. Non è un caso che re Abdullah affermi da Washington che c’è la necessità del ritorno della Siria e dei rapporti con Assad, argomento tabù per le precedenti amministrazioni statunitensi. È davvero un passo piccolo ma significativo, anche se non significa che gli Stati Uniti riscalderanno presto le loro relazioni con la Siria. Invece, il ritorno del rapporto dei paesi arabi e occidentali con Assad è una preparazione per l’opinione pubblica a riconoscere che il presidente siriano è il leader eletto del suo paese, cosa che i paesi coinvolti nell’ultimo decennio di guerra non possono più ignorare.

Il presidente siriano ha detto ai suoi numerosi visitatori ufficiali regionali e occidentali che “gli Stati Uniti non hanno mai interrotto le loro relazioni di sicurezza con la Siria. Tuttavia, in Siria rifiutiamo qualsiasi dialogo politico a meno che le forze occupate dagli Stati Uniti non si ritirino dalla regione attiva del nord-est».

Gli Stati Uniti e molti stati europei hanno mantenuto una relazione di sicurezza e antiterrorismo con la Siria (Francia, Italia, Germania e altri). Tuttavia, la Siria ha stabilito che tutte le delegazioni europee riaprano le porte delle loro ambasciate prima di impegnarsi in relazioni politiche. Il governo di Damasco è più forte oggi che mai, in particolare quando il sud è tornato completamente sotto il controllo dell’esercito siriano.

Infatti, in queste ultime settimane , la Siria ha liberato Daraa e Tafas , assicurando più di 328 chilometri a partire dalla Badia a As-Suwayda e Daraa. Pochi giorni fa, tutte le città dell’area di Huran sono cadute sotto il controllo dell’esercito siriano. Gran parte del sud della Siria era sotto i ribelli che coesistevano con l’esercito siriano, a seguito di un accordo stipulato dalla Russia nel 2018 . Questi militanti hanno creato una “zona cuscinetto”, controllando il valico di frontiera con la Giordania e proteggendo gli israeliani che occupano le alture del Golan siriano e i confini di Israele. Gli israeliani hanno ripetutamente affermato di temere la presenza di Hezbollah e dell’Iran ai confini siriani e non sono riusciti a imporre una zona libera dalla presenza iraniana ovunque la leadership siriana desiderasse che fosse.

Tuttavia, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato : “La Russia non accetterà che la Siria venga utilizzata come piattaforma per operazioni contro Israele”. Pertanto, la Russia sta inviando il messaggio agli Stati Uniti e a Israele che le forze siriane ai confini siriani sono un garante della protezione di Israele e un’indicazione all’Iran che Mosca desidera che il fronte delle alture del Golan occupato rimanga freddo.

Il ministro russo Lavrov esprime senza dubbio la preoccupazione della Russia per l’incolumità e la sicurezza di Israele e offre la garanzia di Mosca per prevenire attacchi contro le alture del Golan occupate. Tuttavia, la Russia non ha impedito a Israele di violare la sovranità e il territorio siriano. Israele, infatti, ha compiuto più di mille attentati, violando la sovranità siriana, uccidendo molti civili e distruggendo molte postazioni e magazzini appartenenti allo stato siriano. Mosca ha offerto all’esercito siriano missili terra-aria per intercettare gli attacchi aggressivi e ripetitivi israeliani, ma non è riuscito a fermare questi attacchi anche quando Israele è stato responsabile dell’abbattimento dell’aereo Il-20 e dell’uccisione di 15 membri del servizio russo.

La Russia è presente nel sud dal 2018, a seguito di un accordo tra militanti locali e governo siriano. Questo accordo non è più necessario perché le forze di Damasco hanno preso il controllo completo del sud della Siria. Inoltre, la Russia non può impedire alla Siria di liberare il suo territorio (le alture del Golan) quando il governo centrale deciderà di farlo in qualsiasi momento in futuro.

Indubbiamente, l’influenza iraniana e la presenza militare in Siria sono state conseguenze della guerra globale contro la Siria e della sua richiesta di sostegno all’Iran. Anche se gli Stati Uniti stanno impedendo ai paesi del Medio Oriente di ristabilire i legami con la Siria, Damasco mostra la volontà di aprire una nuova pagina con i paesi occidentali e arabi. Pertanto, gli Stati Uniti sono il principale contributore alla crescente influenza iraniana nel Levante, quando la “Repubblica Islamica” è il principale sostenitore e fornitore di beni di prima necessità della Siria.

Gli Stati Uniti potrebbero cercare di compensare rivedendo la propria posizione sulla Siria e la propria autoviolazione della “Legge di Cesare” per creare nuovi equilibri nella regione e consentire alla Lega araba di includere nuovamente Damasco. Durante il recente vertice di Baghdad, il presidente francese Emmanuel Macron ha promesso al primo ministro iracheno Mustafa Al-Kadhemi di esaminare le relazioni dell’UE con Assad. Al-Kadhemi ha informato il presidente al-Assad in una conversazione telefonica privata di venti minuti subito dopo la fine della conferenza.

Il ritorno delle relazioni ufficiali tra Giordania e Siria è legato alla sicurezza delle frontiere, alla prevenzione delle vecchie e nuove strade di contrabbando tra i due paesi e alla lotta al terrorismo. La Giordania sta assumendo un ruolo guida come pioniere nell’aprire la porta ad altri paesi del Medio Oriente per attraversarlo e consentire all’amministrazione statunitense di preparare la sua futura politica per consentire alla Siria di tornare alle piattaforme regionali e internazionali e non essere più isolata. Questo non accadrà molto presto. Tuttavia, è l’inizio di un fondamentale spostamento di posizione verso la Siria.

La comunità internazionale non avrà altra scelta che abbracciare la Siria, prima è, meglio è, prima che venga attuato l’accordo nucleare con l’Iran e quando tutte le sanzioni saranno revocate. Quando ciò accadrà nei prossimi mesi, l’Iran dovrebbe diventare molto più forte finanziariamente e godere di un potere economico e finanziario senza precedenti. Il suo sostegno alla Siria sarà molto più significativo, rendendo inutile e inefficace l’embargo USA-UE.

La petroliera iraniana è attraccata in Siria e il gasolio è stato trasportato in Libano, proprio come lo è l’offerta di armi di Hezbollah. La presenza iraniana a Quneitra preoccupa anche Israele e gli Stati Uniti e sfida l’occupazione israeliana del Golan siriano. Inoltre, la guerra siriana sta volgendo al termine con la liberazione dei territori occupati dagli Usa-Turchi nel nord. Le forze statunitensi se ne andranno prima o poi, causando grave preoccupazione alle forze curde in quella parte nord-orientale del Paese.

Infatti, il rappresentante del “Consiglio democratico siriano” (la forza che protegge le forze di occupazione statunitensi) negli Stati Uniti, Bassam Saqr, ha affermato che “l’America dovrebbe avvertire i curdi siriani se viene presa la decisione di ritirare tutte le forze. Il ritiro, ogni volta che avverrà, dovrà essere graduale, passo dopo passo”.

È prevedibile un cambiamento nella politica degli Stati Uniti e nella sua revisione del futuro delle sue forze che occupano il nord-est della Siria. Ciò che ha sollevato gravi allarmi negli Stati Uniti e in altri paesi del Golfo è la forza che l’Iran ha raggiunto e il potere di cui gode come conseguenza involontaria della guerra siriana nel 2011. È giunto il momento di ammettere il fallimento degli obiettivi degli Stati Uniti e consentire al governo siriano di l’economia e il suo rapporto con il resto del mondo a fiorire. Le relazioni siriano-iraniane sono strategiche e il loro legame forte è abbastanza solido da non essere a rischio nonostante il futuro sviluppo in Siria.

Correzione di: Maurice Brasher

Traduzione : Gerard Trousson

Genocidio dei cristiani in Nigeria e Biden dorme!

Condividi su:

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Leonardo Motta

L’ultima violenza si è verificata nel fine settimana di giugno, con 100 uomini armati che hanno attaccato una scuola governativa e rapito 70 studenti. Ma sono innumerevoli i sacerdoti, o ancora seminaristi, che sono stati uccisi o rapiti nell’ultimo anno.
Recentemente, negli Stati Uniti, a Capitol Hill, è stata ascoltata una testimonianza agghiacciante durante un panel della Commissione Usa sulla libertà religiosa internazionale, a proposito degli atti atroci perpetrati contro i cristiani in Nigeria, relativamente ai quali sembra esserci un silenzio assordante sulla diffusa persecuzione che si sta soffrendo nel paese dell’Africa occidentale.
Dal 2015 sono state distrutte più di 2.000 chiese e il Paese ha assistito a un esodo di massa di 4-5 milioni di cristiani che sono fuggiti dal Paese devastato dalla guerra civile.
Eric Patterson, vicepresidente dell’Istituto per la libertà religiosa, ha parlato al National Catholic Register e ha offerto dettagli su come la situazione è precipitata in questo stato.
“C’è un gruppo dello Stato islamico nel Paese che ha compiuto attacchi in tutto il Paese, sia contro altri musulmani, musulmani sunniti e musulmani sciiti, sia contro cristiani, cercando letteralmente di sterminare i cristiani in quella zona. La popolazione è divisa tra musulmani e cristiani. Le controversie e gli attacchi lasciano contadini, allevatori, pastori e la classe operaia di questa regione in mezzo al fuoco. Le fonti di cibo e acqua sono colpite e molti perdono la casa e le fonti di lavoro nei campi.
Un recente rapporto afferma che più di 12.000 cristiani in Nigeria sono stati uccisi in attacchi da giugno 2015. Alcuni considerano Boko Haram sinonimo di ISIS. Ma hanno un’origine molto diversa.
Boko Haram è iniziato davvero più come un movimento localizzato che come una campagna ben congegnata. Il suo nome significa essenzialmente “no all’istruzione occidentale”. Quindi è iniziato come un gruppo revisionista che voleva guidare la società nella parte settentrionale della Nigeria, dove avevano istituito la sharia [legge islamica] accanto al diritto civile più di dieci anni fa. E volevano trasferirlo nel XII secolo dell’Islam e rifiutare, in sostanza, tutto ciò che è occidentale.
Ora si sono fusi in un’organizzazione molto più grande. E lo hanno fatto attraverso il terrore, l’intimidazione, il rapimento, lo stupro, la schiavitù e l’omicidio.
Rivolgendo la nostra attenzione alla persecuzione strettamente cristiana, in mezzo a questo diffuso terrorismo, la fascia centrale della Nigeria sembra essere quella dove stiamo assistendo al maggior numero di morti. Lo spargimento di sangue più importante è causata dai pastori musulmani Fulani. Ma chi sono i Fulani e da quanto tempo hanno questa roccaforte?
Sentiamo spesso il termine Hausa-Fulani, che sono due tribù predominanti musulmane distinte ma strettamente unite che sono tra le più grandi di tutta la Nigeria. È interessante notare che negli ultimi dieci anni molte persone non si sono rese conto che sebbene questi due gruppi abbiano spesso lavorato insieme, in realtà c’è stata anche violenza tra di loro. Ma i Fulani sono un grande gruppo nazionale, decine di milioni di persone nella regione.
Non stanno solo combattendo per la terra o l’acqua, né stanno solo aumentando le popolazioni in conflitto. Attaccano e bruciano chiese, attaccano seminaristi, in casi recenti procedendo alla loro decapitazione. Attaccano missionari, suore, pastori. Solo in questi primi sei mesi de 2021 i rapporti indicano che almeno 1.300 cristiani sono stati uccisi in quella regione della Nigeria.
L’anno scorso, la Nigeria è stata elencata dall’ex segretario di Stato Mike Pompeo come un paese di particolare preoccupazione, mettendo il paese sotto lo stesso radar di alcuni dei più grandi violatori della libertà religiosa, come Iran e Cina. Dato il continuo aumento della violenza a cui stiamo assistendo in Nigeria, cos’altro si può fare? L’attuale amministrazione Biden sta prendendo sul serio la situazione?

COS’È E DOVE VA L’IRAN di A. Vinco

Condividi su:

Segnalazione di Giacomo Bergamaschi

Potenza imperialista persiana o Stato rivoluzionario?

Un significativo pezzo dello stimatissimo amico Moreno Pasquinelli merita alcune precisazioni.

Facendosi, almeno a nostro avviso, interprete di talune linee politiche del Nazionalismo sociale panarabo a centralità irakena, Moreno ritiene che la via strategica sovra-nazionale
e rivoluzionaria del Generale Soleimani abbia condotto l’Iran in un vicolo cieco, sarebbe stato perciò preferibile dare continuità alla via nazionalista persiana della cerchia di Ahmadinejad, la quale avrebbe portato al disimpegno iraniano sul teatro strategico mediorientale ed alla instaurazione di un nuovo Iran imperiale sciita a vocazione eurasiatica o pan-asiatica.

Ci meraviglia, in verità, che lo storico leader della Sinistra patriottica italiana Moreno Pasquinelli, le cui simpatie marxiste sono note, cerca come referente iraniano Ahmadinejad, guida del nazionalismo populista imperiale, e non la Sinistra radicale islamica continuatrice del pensiero “islamomarxista” di Alì Shariati. Ci riferiamo a figure di spicco vicine all’ex presidente Khatami quali Behzad Nabavi (fondatore dei Mojahedin dell’organizzazione islamica rivoluzionaria), Mostafa Tajzadeh, Moshen Armin, l’ex primo ministro Mousavi (che si ispirò a lungo al fochismo guevarista considerato “religioso”, antimaterialista e strategicamente ostile alla logica bipolare di Yalta), l’ayatollah Khoiniha che è stato capo della magistratura e Mehdi Karrubi (fondatore della società del Clero Combattente), tutte personalità politiche che sfidarono apertamente Ahmadinejad dandogli talvolta del “fascista populista”; ci riferiamo poi al Partito Mosakerat (“Partecipazione”), nato all’inizio del 2000, sebbene già presente come linea politica di fazione che metteva insieme la vecchia guardia degli “Studenti devoti alla linea dell’Imam Khomeini” che occuparono nel Novembre 1979 l’ambasciata statunitense, mentre il giovane Ahmadinejad, già allora su posizioni di destra radicale populista, premeva per l’occupazione dell’ambasciata sovietica ed il suo fronte politico era solito manifestare bruciando in piazza le bandiere sovietiche e quella britannica in ricordo dell’umiliazione russo-anglosassone del 1941. Il fronte riformista della Sinistra radicale islamica ha in passato fatto blocco con il Centro di Rafsanjani: l’obiettivo strategico era quello di affermare un modello cinese, in concreto tregua momentanea con l’Occidente e realizzazione di un Iran ultramoderno e sviluppato.

Significativa e fondamentale differenza tra la Destra rivoluzionaria populista (Ahmadinejad) o principialista (Soleimani) e la Sinistra radicale è rappresentata dal fatto che per le fazioni di destra l’antagonismo strategico con Israele e con l’Occidente anglosassone rimane la quintessenza dello Stato rivoluzionario islamico iraniano, mentre sia per il Centro sia per la Sinistra radicale si può su questo transigere su un piano meramente tattico, non di prospettiva ultima. Va precisato che riformismo, nel linguaggio politico iraniano e nella lotta di frazione, a differenza di quanto si pensa in Occidente non significa deislamizzazione o liberalizzazione occidentalista quanto la prospettiva di una “democrazia parlamentare islamica” — non presidenzialista e plebiscitaria come quella odierna — basata su principi socialdemocratici molto avanzati.

Se vi fosse un lettore iraniano che conosce bene le dinamiche interne che sta per caso leggendo mi perdonerà sicuramente per l’uso disinvolto che sto facendo di una terminologia italiana ed europea ma è evidentemente necessario per semplificare. Moreno formula infine tre domande da cui deduce che l’Iran non sarebbe la guida spirituale e politica di un Movimento antimperialista planetario, anche perché la martirizzazione del Generale Soleimani e di Abu Mahdi al Muhandis non avrebbe portato ad una rapida sollevazione delle masse arabe. L’Iran rivoluzionario non usa inoltre da decenni, in una dimensione geopolitica, termini come “sciita” o “sunnita”, “persiano” o “arabo”, proletario o capitalista: esistono invece un fronte degli Oppressi ed il fronte degli Oppressori.

Il fronte arabo-israeliano, né converrà Moreno, è sulla prima linea del Fronte degli Oppressori anche quando formalmente musulmano, “sunnita” e chi più ne ha più ne metta. Cosa hanno fatto i takfiriti e le grandi potenze musulmane “sunnite” se non buttare al macero la santa causa palestinese? Si dà però il caso che nella prima linea delle celebrazioni e degli onori ai caduti antimperialisti del 2 Gennaio vi fossero proprio organizzazioni palestinesi “arabe” e “sunnite”, che sino a poco tempo fa erano appunto oltremodo indicative – per la stessa Sinistra europea – della rettitudine ideologica di una posizione geopolitica rivoluzionaria.

Moreno non sembra viceversa dare eccessiva importanza a questo posizionamento di organizzazioni — come la Jihad Islamica Palestinese — che da decenni si trovano ben oltre la prima linea della lotta antimperialista, come non sembra considerare la stessa posizione della JIP sul nodo siriano e su quello takfirita. Cosa rappresentano i ragazzi di Piazza Tahir rispetto ad organizzazioni come Hamas o Hezbollah o JIP? Il rischio a tal punto è di far passare in sordina proprio quel piano strategico grande-Sionista da cui, con grande intelligenza, Moreno prende le mosse. Ha letto attentamente, Moreno, la Dottrina Oded Yinon che costituisce il centro da cui muove la sua analisi? Se sì, cosa pensa allora del fatto che già nel 1982 i grandi analisti sionisti sostenevano che le masse arabe mussulmane (“sunnite” come direbbe appunto Moreno) non costituivano un pericolo strategico se non sostenute da una potenza rivoluzionaria esterna o da uno Stato rivoluzionario con vocazione universalistica.

Se ancora la fiamma della questione palestinese è ben accesa a livello mondiale, non lo si deve allora allo Stato rivoluzionario islamico iraniano il quale, nonostante decenni di assedio rappresentato da ininterrotte guerra ortodossa e ibrida di ultima generazione, è ancora fermo, sul piano sostanziale, nella assoluta e flessibile fedeltà alla linea originaria di Imam Khomeini, per cui la liberazione di Al Quds era e sarebbe sempre stata il cuore strategico della Rivoluzione Islamica del popolo iraniano? I più di 10 milioni di iraniani che, caduto Soleimani, hanno scandito nelle piazze lo slogan per la liberazione di Al Quds possono essere messi sullo stesso piano dei takfiriti o dei ragazzi di Tahrir ?

Da https://sollevazione.blogspot.com/2020/01/cose-e-dove-va-liran-di-vinco.html?m=1

PUTIN, L’EREDITÀ DI KHOMEINI E IL SIONISMO di A. Vinco

Condividi su:

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Tra i peggiori pregiudizi che circolano vi è anche quello che Putin non farebbe abbastanza per mettere fine all’egemonismo mondiale Sionista. In vari casi, però, coloro che avanzano tale ipotesi sono essi stessi esplicitamente o implicitamente Sionisti. Il loro chiaro obiettivo è rifare della Russia una propria semi-colonia come fu tra il 1991 ed il 2000.

Va premesso che il valore del Presidente Putin quale statista di peso globale è assai alto, forse il più notevole dell’intera storia russa se si eccettuano la strategia di Kutuzov e gli originari impulsi di un leninismo rivoluzionario che rimase però lettera morta, dato che nazionalisti grande-russi da un lato, sionisti-bolscevichi dall’altro, puntarono da subito a normalizzare, portandolo nella propria direzione, il processo rivoluzionario (1).

Vladimir Putin è oggettivamente un Nemico strategico del piano sionista mondiale Ynon, piano per la realizzazione del Grande Israele e per la balcanizzazione totale del Grande Medio Oriente. Concepito nei primissimi anni ’80 tale Piano ha influenzato la storia contemporanea come nessun altro evento, Rivoluzione Islamica Iraniana a parte. Ebbene, se tale Piano sino ad ora non è affatto andato in porto — la stabile presenza di Bashar Al Asad a Damasco ben lo mostra, come d’altra parte la centrale presenza in luogo dell’Iran rivoluzionario, unico Stato Sovrano del pianeta — il merito di Putin ci pare al riguardo indubbio. Vi sono però due elementi da tenere in considerazione. Putin ha iniziato a governare dall’anno 2000 con uno Stato profondo russo in buona parte infiltrato da una lobby israeliana con doppia cittadinanza, lobby la cui atavica Russofobia si manifestò evidentemente allorquando questa stessa optò per il sostegno ad una particolare forma di Islam, quella reazionaria filoccidentale e filocapitalista wahhabita, che si stava importando nella allora autodenominata Repubblica cecena di Ichkeria. Il presidente Putin operò allora con rara maestria di grande statista: stabilì la piena appartenenza della Comunità Mussulmana russofona nella Umma globale arrivando tacitamente ad appoggiare talune posizioni teologiche che contemplano una più importante affinità tra Ortodossia cristiana russa e Sciismo mussulmano piuttosto che tra la prima ed i vari rami confessionali del cattolicesimo o protestantesimo occidentali ma al tempo stesso dichiarò guerra a quello che la retorica panrussa e panortodossista del Cremlino definì semplicemente terrorismo, non Islam né tantomeno islamismo, dunque strumento geopolitico di varie e differenti potenze antirusse (compresa quella Israeliana). La strategia del Presidente Putin puntò sin dall’inizio del suo primo mandato a stabilire un’amicizia strategica con l’Islam e con quei popoli mussulmani sensibili alla sirena antiamericana, antisraeliana e antioccidentale. Fu una svolta storica, nella storia russa, pari solo a taluni motivi leninisti invocanti nei primissimi anni ’20 dello scorso secolo il Jihad globale anticapitalistico.

Vi è però un secondo elemento che complica in modo terribile le cose. Il Presidente russo sente il profondo richiamo dell’appartenenza a un popolo che è stato concretamente, con le decine di milioni di caduti, l’elemento soggettivo vincitore, sul campo, della Seconda

Guerra Mondiale; per quanto sia oggi convinto dell’assoluta validità teorica politica degli illuminati e saggi principi espressi dal grande e nobile russo Alexander Solzenicyn, il quale nella famosa Lettera ai capi dell’URSS voleva superare il materialismo marxista senza cancellare quel che di buono era comunque venuto fuori dall’esperienza statalista sovietica, tuttora Putin non si stanca di riferirsi all’epoca di Yalta come ad una presunta epoca di pace e equilibrio. Ma Yalta significa il battesimo dello stato sionista definito Israele, nato su sponsorizzazione principale della Unione Sovietica di Stalin, che lo impose come assurdo dato di fatto alle stesse riluttanti potenze occidentali. Vladimir Putin sa tutto questo.

L’Iran rivoluzionario fondato da Imam Khomeini si pone chiaramente in senso antagonista a tutto ciò che rimanda allo spirito di Yalta, considerando l’Islam e l’Iran nel campo degli sconfitti e degli umiliati del 1945.

I due più grandi studiosi viventi del pensiero politico dell’Imam, P. Abdolmohammadi ed E. Abrahamian, hanno sottolineato la profonda affinità dei principi della Rivoluzione Iraniana con il “populismo” peronista Tercerista, anticapitalista ed antimarxista. Dal pensiero politico di Peròn e della Signora Evita l’Imam avrebbe mutuato il simbolico slogan: Né oriente Né occidente, Né Usa né Urss né Cina ma Iran islamico, quale Terzo Campo antimperialista. Ad esempio, nell’uso che l’Imam inizia a fare dai primi anni ’70 dello scorso secolo delle parole mostafazin e shahid tale influsso tercerista sarebbe evidente. Mostafazin finirebbe per indicare una ampia categoria soggettiva che assomiglia in modo impressionante ai descamisados della Signora Evita Peròn; sarebbe così nato il Fronte degli Oppressi della Terra contro gli usurpatori materialisti e filosionisti di Yalta. Il termine Shahid, di uso tradizionale nel mondo teologico mussulmano, vedrebbe però un salto qualitativo con la concezione “soggettivista”, rivoluzionaria e volontarista di Imam Khomeini; se l’Imam nei discorsi del 1963-64 per commemorare gli uomini uccisi nella rivolta del Giugno 1963 parlava di “sventurati”, nel corso della Rivoluzione, la Guida userà il termine di martiri, sottolineandone tutta la carica di sovversivismo politico, immanentistico e metafisico al tempo medesimo; solo il martire politico, in questa epoca di civiltà, colui che dona totalmente la propria esistenza agli Oppressi dal capitalismo globale, supporterebbe lo Spirito del Tempo e potrebbe coadiuvare l’occulta e misteriosofica azione dell’Imam Mahdi. Inoltre, il periodo dell’esilio parigino fu molto importante per l’Imam, anche se ciò è di solito del tutto trascurato in tutte le biografie che abbiamo analizzato.

Lì, di fronte ad una ostilità ed a una indifferenza generale occidentali per la sua concezione del mondo, solo taluni gruppuscoli del neofascismo francese e italiano manifestarono la propria devota ammirazione per questa leggendaria figura di Rivoluzionario. L’Imam Khomeini arrivò a benedire le loro case editrici, che quasi

clandestinamente facevano circolare materiale storiografico revisionistico rispetto alla versione storica occidentale consolidata dopo il 1945 con l’egemonismo sionista imperante in tutta l’Europa occidentale, dette il Suo consenso alla loro azione sociale, arrivando a definire Benito Mussolini un politico di appartenenza islamica e non occidentale, profetizzando che l’Iran Rivoluzionario avrebbe mandato in frantumi Yalta (2). Taluni di questi militanti neofascisti italiani e francesi sosterranno poi l’Iran nei fronti di guerra afgano e iraniano-irakeno (3). Per quanto si debba essere scettici sull’uso di categorie politologiche occidentali per giudicare i fenomeni che scuotono l’univero islamico, vale ricordare che Sternhell, uno storico israeliano di orientamento marxista , ribattendo a quanti sostenevano che il franchismo spagnolo sarebbe stata una forma di fascismo, in un noto Convegno dell’Università storica parigina, arrivò a definire Peròn e Khomeini “gli unici fascisti dopo Mussolini” (4). La prima edizione de “Il Governo Islamico” dell’Imam fu non a caso tradotto da una casa editrice della destra sociale italiana subito dopo la Rivoluzione.

In conclusione, considerando tali elementi, dobbiamo ricordare che Vladimir Putin è il discepolo di Primakov, lo statista e diplomatico russo della “vecchia guardia” più orientalista, antioccidentale e filoislamico che vi sia stato. Se ciò non ha fatto di Putin sino ad oggi un rivoluzionario antioccidentale ed antisionista, accredita come ben più veridica la versione del Mullah Putin piuttosto che quella, assai malevola e fantasiosa, dell’amico di Netanyahu. E’ doveroso ricordare che nella guerra globale ibrida antisraeliana, la Russia ha perduto in anni recenti, sul fronte mediorientale, due figure di primissimo piano del GRU (5) e che il dissidio geopolitico russo-israeliano, negli ultimi mesi, avrebbe assunto aspetti non trascurabili e non più sottovalutabili: dall’arresto di spie israeliane in Russia allo schieramento militare, sempre più strategico, russo-iraniano dal mar Arabico al Nord dell’Oceano Indiano, tali eventi potrebbero indicare che il Presidente russo, che considerava Soleimani “un vero e sincero amico” e che avrebbe subito pure un duro colpo con l’omicidio del Generale iraniano, si possa velocemente spostare, con l’abilità e la prudenza che lo contraddistingue, sulle posizioni di un più radicale antisionismo, modello iraniano. La possibilità di assicurare finalmente un equilibrio alla regione mediorientale mediante una azione coordinata anti-egemonica da parte di Russia, Iran, Turchia non è da escludere e le prime immediate mosse del Presidente Putin paiono indirizzarsi verso tale prospettiva.

NOTE

1) L’oggettiva analisi della parabola storica sovietica fatta da Zjuganov caratterizza la storia post-rivoluzionaria dome dominata da un sotterraneo conflitto tra i due partiti: “il partito del nostro paese”, chiaramente nazionalista e grande-russo, ed il “partito di questo paese” (mondialista e sionista). L’elemento che emerge da subito è che il leninismo rivoluzionario ed antimperialista finì di esistere con la sconfitta bolscevica di Varsavia (1920). Cfr G. Zjuganov, “Stato e Potenza”, Parma 1999.

2) Gli scritti al riguardo sono purtroppo assai rari; si veda comunque G. Sorgonà, “La scoperta della destra. Il MSI e gli Stati Uniti”, Roma 2019, pp. 80-81, per la contezza del fatto che gli unici gruppuscoli politici che nel ’79 sostennero in Italia la Rivoluzione Islamica erano quella della Sinistra antialmirantiana del MSI che consideravano Khomeini “la Spada dell’Islam contro Yalta” o F. Freda, “Monologhi”, Padova 2007, p. 58 circa la benedizione impartita dall’Ayatollah Khomeini a Parigi.
Testimonianze simili ha fornito anche P. Buttafuoco nel corso di interviste ed interventi a Convegni. L’ambasciatore italiano Mezzalama, invece, a Tehran durante l’occupazione dell’ambasciata statunitense, ha testimoniato che dal ’79 ai primissimi anni ottanta Perugia con la sua Università per stranieri fu teatro di durissimi scontri tra studenti iraniani khomeinisti e comunisti iraniani avversari del pensiero politico di Ruhollak Khomeini: i primi sarebbero stati attivamente appoggiati dai neofascisti, i secondi dal PCI e da fazioni dell’estrema sinistra. La situazione del capoluogo umbro fu causa di una seria controversia diplomatica tra la Repubblica Islamica e la Repubblica italiana, al punto che dovette intervenire il Vaticano stesso per tacitare la questione di cui all’epoca parlarono quotidianamente i media iraniani.

3) Al riguardo si veda ad esempio M. Golia, “Con i Ribelli contro il mondo moderno”, Padova 1987. Sul martirio di Edoardo Agnelli, “primo martire sciita in Italia”, ha sollevato l’attenzione un giornalista de “Il Secolo d’Italia”, vecchio quotidiano del MSI, G. Puppo.

4) Testimonianza di Sergio Romano: Milano Convegno Maggio 2015, “Islam in Europa”. Va comunque ben precisato che l’Imam Khomeini in una intervista rilasciata a O.Fallaci nel Settembre 1979 smentì seccamente l’accusa di Fascismo mossa alla Rivoluzione Iraniana.

5) Assai pesante e non dimenticata la perdita del Generale Igor Sergun, “Eroe della Federazione Russa”, caduto coraggiosamente in Libano (3 gennaio 2016) durante un pieno e devoto adempimento del dovere al servizio della madrepatria.

Da https://mail.google.com/mail/u/0/#inbox/FMfcgxwGCkbBTwHDjWlmSdFMzxTQgcJH

1 2 3 4