Medio Oriente

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di Salvo Ardizzone

Fonte: Italicum

Intervista a Salvo Ardizzone, autore del libro “Medio Oriente”, Arianna Editrice 2021, a cura di Luigi Tedeschi

D. 1) L’epoca dei regimi del socialismo arabo è ormai tramontata. Furono regimi autocratici che, con tutti i loro fallimenti, le loro conflittualità e le loro contraddizioni evidenti, emersero da movimenti che si dimostrarono comunque determinanti nella lotta per l’indipendenza dei popoli arabi e conferirono una identità politico – culturale ai nuovi stati sorti dalla decolonizzazione. Contribuirono inoltre alla emancipazione e alla modernizzazione di popoli già emarginati dalla storia. Al crollo dei regimi autocratici, hanno fatto seguito solo il caos politico generalizzato e conflitti – etnico religiosi senza sbocchi. Con la fine del socialismo arabo, non è scomparso un modello di riferimento, senza alcuna prospettiva di nuovi equilibri geopolitici nell’area mediorientale e nordafricana?

R. I movimenti che si intestarono il processo di decolonizzazione, Baath, nasserismo, lo stesso Fln algerino, seppero liquidare le dominazioni coloniali in quanto esse erano anacronistici fenomeni antistorici, ma nessuno di essi riuscì (né, in realtà, ci provò seriamente) a costruire sistemi politici capaci d’interpretare le aspirazioni delle popolazioni musulmane che pur, nelle fasi iniziali, tributarono a essi un forte consenso, e si evolsero tutti in regimi duri, alcuni durissimi.

Le identità politico – culturali che conferirono ai nuovi stati furono spesso distanti da quelle autenticamente espresse dai popoli che ci vivevano, insomma, sovrastrutture velleitarie; basta far cenno alla pretesa del Baath, che rinnegava i singoli stati definiti regioni, di riconoscersi in un’unica nazione araba, o i velleitari tentativi di Nasser di “unioni a freddo”, vedi la R.A.U. con la Siria (degli esperimenti estemporanei di Gheddafi è inutile parlare).

La ragione prima di questa distonia fu che le leadership di quei movimenti provenivano da ambienti intellettuali o militari che si erano formati in Occidente, imbevendosi di dottrine positiviste che, seppur filtrate da una certa elaborazione politica, finivano per suonare ostiche o irricevibili al sentire profondo delle masse. Per cui, più che autentici interpreti dei propri popoli, finivano per essere pur sempre emanazione della cultura politica occidentale. Lo stesso Nasser riscosse un consenso plebiscitario grazie a posizioni populiste, impregnate da un nazionalismo panarabo eterodosso, ma ebbe la sorte di morire prima che il completo fallimento del suo modello (che di fallimenti ne aveva già collezionati tanti) sbriciolasse l’idolo che rappresentava per le masse.

Il socialismo arabo non è dunque finito, ma ha semplicemente fallito in quanto, pur avendo dinanzi masse più che disponibili a un radicale cambiamento, metteva in campo (quando lo faceva) dottrine non in linea con i paesi presso cui si è sviluppato, con leadership avulse dal sentire delle masse (di cui non si curavano più di tanto, anzi, disprezzavano i valori profondi espressi della gente e, quando li assecondavano, lo facevano per raccogliere consenso). In definitiva, i regimi forti che ha originato avevano lo scopo primario di mantenere al potere oligarchie e, se un certo sviluppo hanno originato, è stato un modo di comprare l’appoggio di taluni ceti assai più che mirare a una crescita armonica delle società.

È poi da sottolineare che è stato l’Occidente (e/o i suoi alleati arabi) a segnare la fine di quelle esperienze, con attacchi diretti (vedi Guerre del Golfo) o indiretti (vedi varie “primavere”). Quando quei regimi sono crollati, hanno lasciato dietro di sé il nulla; il caos che ne è seguito è stato conseguenza diretta della loro natura: oligarchie che avevano occupato il potere, ponendo le società sotto una cappa. Quanto poi ai conflitti che ne sono conseguiti, non sono stati conflitti etnici, malgrado tensioni si fossero accumulate, meno che mai religiosi, ma indotti da precisi disegni di destabilizzazione che hanno fatto leva sulle linee di faglia di quelle società per sgretolarle.

A tal proposito, nel mio ultimo libro (Medio Oriente. Dall’egemonia Usa alla Resistenza Islamica) dedico diverse pagine alle Dottrine Bernard Lewis e Yinon, con le loro teorie di scomposizione dello scenario mediorientale, fatte proprie da think-tank e decisori politici statunitensi e israeliani, e alle dinamiche distruttive che sono state sviluppate.

Che poi quei regimi potessero essere un modello di riferimento personalmente non direi, erano regimi che non esito a definire iniqui; riferimento lo erano semmai per le potenze occidentali, che li hanno giostrati a seconda dei propri interessi, Usa in testa.

Quando potranno sorgere nuovi equilibri? Dall’osservazione dei fatti, è mia convinzione che nel MENA sia in corso da molto tempo uno scontro fra i vecchi assetti, che intendono mantenere il controllo sulla regione, e i nuovi, che combattono per liberarsi. In altre parole, una lotta fra oppressori e oppressi, fra il Vecchio e il Nuovo Medio Oriente che vuole emergere. È questo il filo rosso che lega e spiega gli eventi.

Alla luce di ciò, i nuovi equilibri cominciano già a intravedersi, in alcune vaste aree sono ormai delineati, ovvero dove l’antico sistema oppressivo è ormai in crisi irreversibile e combatte le ultime battaglie prima di prendere atto della sconfitta (come sta avvenendo in Iraq, Yemen e nello stesso Libano, ma anche altrove).

D. 2) L’Islam ha costituito un valore identitario di coesione e di riscatto politico – culturale per i popoli arabo – islamici. L’Islam ha rappresentato un valore spirituale universale unificante, per popoli diversi suddivisi in stati artificialmente creati in base alle spartizioni coloniali delle potenze europee dominanti nei secoli scorsi. L’Islam dovrebbe dunque essere un elemento identitario di contrapposizione al dominio imperialista dell’Occidente americano. Tuttavia, date le conflittualità interconfessionali esistenti e le nuove eresie sanguinarie islamiche diffusesi negli ultimi decenni, l’Islam è divenuto un fattore di destabilizzazione dell’area mediorientale e nordafricana. Anzi, i fanatismi diffusi hanno fornito una sovrastruttura ideologica necessaria per le guerre d’aggressione condotte dagli imperialismi vecchi e nuovi. L’Islam quindi, da valore spirituale unificante, non si è trasformato in uno strumento della “strategia del caos” e di dissoluzione degli stati?

R. Prima di risponderle, devo necessariamente ribattere ad alcune affermazioni che precedono la sua domanda: nell’Islam non ci sono sostanziali conflittualità interconfessionali e le eresie sviluppatesi negli ultimi decenni non hanno a che vedere con l’Islam più di quanto Michele Greco, con le sue improbabili citazioni dei Vangeli nei processi, ne aveva con il Cattolicesimo.

L’Islam non è un fattore destabilizzante del MENA né, tantomeno, è uno strumento della “strategia del caos”, semmai è stato vittima di una gigantesca operazione di disinformazione finalizzata alla costruzione di un “Nemico”, che giustificasse gli interventi di destabilizzazione tesi a realizzare gli interessi egemonici degli Usa e dei suoi alleati.

Andiamo con ordine: negli anni Novanta del secolo scorso, fra i think-tank “neocon” americani si affermarono le tesi elaborate anni prima da Bernard Lewis, uno studioso britannico ex collaboratore dei Servizi, e ciò in assonanza con quanto già formulato dal giornalista Odet Yinon in Israele.

Come ho già accennato, secondo tali dottrine Usa e Israele avrebbero dovuto decomporre gli stati mediorientali, facendo leva con qualsiasi mezzo sui loro punti critici, al fine di destrutturare l’area e ricomporla secondo i loro interessi o, in alternativa, determinando quel “caos creativo” (copyright by Hillary Clinton) che inibisse quelle aree a chi era giudicato un avversario (con ciò facendo espresso riferimento all’Iran e, soprattutto, alla proiezione della Rivoluzione Islamica).

Terzo pilastro del progetto era l’Arabia Saudita, giudicata essenziale per la creazione, il controllo e l’indirizzo dei gruppi che avrebbero dovuto destabilizzare la regione, replicando il ruolo interpretato con successo al tempo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Un simile progetto avrebbe dato il via a un ciclo di guerre ma, se centri di potere e complessi militari-industriali erano entusiasti di una tale prospettiva, l’opinione pubblica Usa non ne era per nulla interessata; occorreva “qualcosa” che la sintonizzasse su quel programma e giustificasse una politica d’aggressione dinanzi al mondo. In altre parole, occorreva un “Nemico” contro cui gli Usa (e i loro alleati) potessero dichiarare una guerra permanente con il consenso generale.

Il “qualcosa” accadde l’11 settembre e il “Nemico” esisteva già da anni, perché creato dalle Intelligence americana e saudita al tempo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan e, da allora, mai perso di vista. Da quel momento gli Usa scesero in guerra contro il “Terrore”, ovvero contro chiunque l’Amministrazione del momento ritenesse conveniente.

La riuscita di una tale strategia è stata resa possibile da una colossale operazione di “framing” operata dal sistema mediatico americano e avallata dai media dell’intero Occidente; in “Medio Oriente” dedico più pagine a spiegare come essi si prestarono a una sistematica narrazione dei fatti distorta, lacunosa e faziosa, realizzando una gigantesca disinformazione collettiva.

Fulcro di questa operazione è stata una campagna contro l’Islam: descrivere quella religione e quella cultura nel modo più distorto, accreditando di esse l’immagine oscurantista e fanatica del wahabismo, vicino ai gruppi terroristici nati grazie alle manovre saudite e gli aiuti Usa, è servito a creare il “Nemico” e giustificare gli interventi militari.

A conclusione di quanto detto, ribadisco che il sedicente “scontro di civiltà” sia strumentale, evocato per motivare un vasto programma d’aggressione, come pure, assimilare all’Islam alle farneticazioni dei takfiri (così vengono chiamati dai veri islamici), o ritenerli parte di esso, sia una mistificazione fuorviante. Affermare dunque che siano stati i fanatismi in qualche modo presenti nell’Islam a fornire il pretesto per le guerre d’aggressione è invertire i ruoli, avallando la narrazione bugiarda del mainstream.

Allo stesso modo, insistere nella convinzione che sia in corso uno scontro interconfessionale fra sunniti e sciiti è falso, il nocciolo della questione è politico: l’Iran è la potenza guida della Rivoluzione Islamica che guida la Resistenza contro il sistema di potere che ha oppresso e opprime quella regione; le petromonarchie del Golfo e gli altri potentati locali fanno parte di quel sistema e per questo si oppongono con ogni mezzo al cambiamento. È tutto qui il discorso e il fatto che taluni stati siano a maggioranza sciita e altri sunnita non è affatto il cuore del problema.

Alla luce di quanto detto, spero sia chiaro che l’Islam non sia in alcun modo uno strumento della “strategia del caos”, ma sia stato così dipinto dall’interessata vulgata occidentale. Piuttosto, per i suoi principi correttamente intesi, è invece la fonte di un progetto di liberazione rivolto a tutti gli oppressi; sciiti, sunniti, anche cristiani, non fa differenza.

D. 3) Con la nascita della Repubblica Islamica si è affermato un nuovo sistema politico di natura identitaria islamica e antimperialista nei confronti dell’Occidente. La rivoluzione iraniana fu concepita da Khomeyni come un evento che avrebbe potuto estendersi a tutto il mondo islamico. tuttavia tale rivoluzione rimase circoscritta all’Iran. Anzi, l’Iran fu aggredito e combattuto da altri stati islamici. Si è inoltre rivelata insanabile la frattura interna all’Islam fra sciiti e sunniti, tuttora coinvolti in uno stato di guerra permanente. Quali sono le cause che hanno impedito al modello iraniano di espandersi e universalizzarsi?

R. La Rivoluzione Islamica non è rimasta affatto circoscritta all’Iran, al contrario, e la continua espansione dell’Asse della Resistenza è lì a dimostrarlo. In Libano, Iraq, Yemen, Palestina, Bahrein, e ora anche in Afghanistan e persino in Pakistan, in tante parti del mondo si sta radicando, anche in Nigeria, dove ne sentiremo parlare presto. Da questa proiezione, che minaccia sistemi di dominio e antiche egemonie, nascono le tante guerre scatenate prima per soffocarla (vedi la Guerra Imposta provocata da Saddam Hussein con l’appoggio degli stati del Golfo e dell’Occidente) e poi per frenarla (vedi i lunghi conflitti in Siria, Iraq, Yemen, Libano e Palestina).

In ormai cinquant’anni, malgrado repressioni selvagge, guerre, aggressioni d’ogni tipo, sanzioni, non è mai capitato che movimenti ispirati alla Rivoluzione Islamica siano stati sradicati, al contrario, essi si sono sempre sviluppati, accrescendo il radicamento nelle rispettive società. Ed è la Storia che lo afferma, non è un’opinione. È per questa riconosciuta capacità che la Dottrina della Resistenza è considerata un pericolo esiziale sia dalle tante monarchie assolute della regione, che in essa vedono la fine dei propri privilegi, sia dalle potenze che traggono utili (enormi) da questo stato di cose (Usa in primis).

Come ho già detto, se l’Iran è stato aggredito e combattuto da altri stati islamici, non è accaduto certo in nome della religione, ma a causa della dottrina di liberazione che da esso si proiettava; una dottrina che era una minaccia mortale per i poteri assoluti (e le ricchezze) d’un pugno di famiglie regnanti.

Per questo, lo ripeto ancora, è strumentale parlare di frattura interna all’Islam fra sunniti e sciiti, una frattura evocata per coprire lo scontro fra chi vuole mantenere un iniquo sistema di sfruttamento sulla regione e chi lotta per liberarsi da esso. E ribadisco che in questa lotta di liberazione c’è posto per tutti: sunniti, sciiti, cristiani, drusi, curdi, yazidi e ogni altra etnia o confessione, tutte largamente rappresentate nelle formazioni della Resistenza Islamica. Malgrado tutti gli sforzi di quello che in “Medio Oriente”, con un neologismo, ho chiamato per semplicità Fronte dell’oppressione, non c’è stato modo d’impedire alla Rivoluzione Islamica di espandersi.

Ancora una notazione: quando lei evoca un “modello iraniano” bisogna intendersi; è un errore pensare che la Rivoluzione Islamica sia un modello rigido e la sua applicazione uguale in ogni paese in cui si radichi; per sua costituzione essa si adatta alle condizioni culturali, storiche, sociali ed economiche di ogni popolo, per cui, dagli stessi principi, ispirati ai medesimi valori, deriveranno modelli diversi di Società della Resistenza. In poche parole, il modello iraniano non sarà replicato in Yemen, come quello libanese non lo sarà in Iraq, ma ognuno ne avrà uno proprio.

D. 4) L’area geopolitica mediorientale dal secondo dopoguerra in poi, è sempre stata un teatro di scontro tra le grandi potenze mondiali. Gli USA hanno voluto sostituirsi agli imperi coloniali europei nel dominio geopolitico dell’area. Dopo il crollo dell’URSS, l’unilateralismo americano, con il sostegno di Israele, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi, ha messo in atto la “strategia del caos” con la destabilizzazione interna e l’aggressione degli “stati canaglia”. Alla strategia imperialistica americana, non hanno però fatto riscontro i successi politici programmati, in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia. La supremazia militare ed economica americana non si è tradotta in primato geopolitico globale. Gli americani non hanno quindi realizzato un dominio senza egemonia? Gli Usa non sono dunque una potenza imperialistica congenitamente incapace di divenire un impero?

R. Gli Usa sono divenuti egemoni di metà del mondo quando l’Europa si suicidò e l’URSS emerse come loro antagonista; con l’implosione del blocco sovietico gli Stati Uniti rimasero l’unica superpotenza e per qualche tempo s’illusero che la Storia fosse finita, consacrandoli egemoni del mondo. Ma, malgrado i tanti decisori politici che l’hanno creduto, rischiando di auto avverare quella strampalata teoria, la Storia non è finita affatto e lo dimostra l’emergere di un multipolarismo che è nei fatti prima ancora che nelle teorie geopolitiche, e che ha posto crescenti limitazioni al potere a Stelle e Strisce.

Tuttavia, se un dominio globale stringente è nei fatti precluso agli Usa (neanche loro hanno i mezzi e, meno che mai, le capacità per mantenerlo), ritengo necessario soffermarci sulla natura dell’egemonia americana, che pur esiste.

A mio parere quello americano è un impero, ma di natura talassocratica e ora finanziaria, assai diverso da quelli che l’hanno preceduto, solo in qualche modo simile a quello britannico dell’Era Vittoriana, ma anni luce lontano da ciò che era l’URSS e dal modo che essa aveva di esercitare il potere. Ciò che muove i centri che controllano l’enorme macchina federale (costituita da Pentagono, Dipartimento di Stato, Intelligence e Agenzie varie) è il conseguimento degli interessi di cui essi sono terminali, e la forza è solo uno, e neanche il più usato né, alla prova dei fatti, il più efficace, degli strumenti adoperati per realizzarlo.

La forza del biglietto verde, a tutt’oggi misura e strumento della stragrande maggioranza degli scambi commerciali, e il controllo delle istituzioni finanziarie mondiali (Banca Mondiale, Fondo Monetario, Club di Parigi, etc.), uniti al più forte e pervasivo sistema finanziario del globo, danno a quell’impero una leva enorme.

A ciò s’aggiunge un vantaggio troppo spesso trascurato: possedere il più grande e, piaccia o no, influente sistema di media esistente, capace di determinare il pensiero mainstream e influenzare in modo decisivo le opinioni pubbliche di tutto il mondo. È un soft-power, certo, ma enorme; basti pensare alla copertura che ha dato alle guerre imperialistiche degli Usa, alla creazione del “Nemico”, alla capacità di “vendere” la società americana, basata sulla disuguaglianza e lo sfruttamento più iniquo, come un sogno, alla demonizzazione di tutto ciò che è contrario al sistema Usa e, dunque, ai suoi interessi.

Non è un caso che il sistema statunitense sia il padre della globalizzazione, ciò che gli interessa realmente è che: i traffici marittimi funzionino coerentemente al suo tornaconto (e l’US Navy è ancora la vera padrona dei mari); il dollaro rimanga arbitro di commerci, investimenti e transazioni; il mondo intero sia costretto a sostenere il biglietto verde nei suoi momenti critici, sottoscrivendo in massa i titoli di stato americani per evitare il collasso dell’economia globale (vedi le stratosferiche emissioni di debito Usa, che hanno accollato al mondo intero i danni della crisi originata da Lehman Brothers).

Per il resto, al Deep State americano, vero depositario del potere con buona pace delle Amministrazioni che passano e che esso, al bisogno, sa ingabbiare (vedi le feroci limitazioni imposte a Trump su temi giudicati sensibili, come le relazioni con la Russia), basta che in nessun quadrante del mondo si affermi un vero egemone capace di tenergli testa in quell’area. Certo, molto ci sarebbe da dire sui punti fermi dello Stato Profondo Usa e sul come (non) riesca a ottenere i risultati che si aspetta, ma ci porterebbe troppo lontano.

Concludendo, ritengo che gli Usa siano una potenza certamente imperialista, con una netta vocazione imperiale del suo sistema resa tuttavia sempre più riluttante da una crescente fetta di opinione pubblica interna tagliata fuori dai benefici dell’impero (di qui la base del successo di Trump, riscosso fra i “forgottens” della globalizzazione).

D. 5) La causa palestinese è oggi priva di rilevanza internazionale. Dopo gli insuccessi bellici degli stati arabi contro Israele susseguitisi dal 1948 al 1973, il fallimento politico dell’OLP e il moltiplicarsi degli insediamenti israeliani nei territori occupati, la nascita di uno stato palestinese è, allo stato attuale, da considerarsi un evento assai improbabile. La causa palestinese è stata sempre strumentalizzata dagli stati arabi per loro fini politici, salvo poi espellere o addirittura massacrare i profughi palestinesi al pari d’Israele. Con i nuovi equilibri geopolitici mediorientali e il riconoscimento di Israele da parte di alcuni stati arabi, la causa palestinese è da ritenersi ormai esaurita? Mancando gli alleati di riferimento, quale futuro si prospetta per i palestinesi? L’affermazione di Hezbollah in Libano, quale influenza può esercitare sul destino politico della Palestina?

R. È una domanda che per l’ampiezza necessiterebbe di un’intervista a parte, proverò a sintetizzare anche se mi rendo conto che alcuni temi possano apparire sorprendenti alla luce del pensiero mainstream attuale, focalizzato su ciò che non è e assai distante dalla realtà dei fatti sul campo. In realtà, l’interesse della comunità internazionale per la causa palestinese non è servito a molto, il massimo che ha saputo produrre è stata la beffa degli Accordi di Oslo, ovvero la svendita della Palestina a Israele, con tutti intorno ad applaudire, e la straordinaria ipocrisia del conferimento di due Nobel per quella truffa.

Nei fatti nessuno, in Occidente come nei paesi arabi che pur davano mostra di agitare quella causa, ha preso in seria considerazione la nascita di un vero stato palestinese, era invece la finzione di uno stato-non-stato che serviva a tutti: a Israele, che dinanzi al mondo metteva la pietra tombale su una crisi fastidiosa, senza rinunciare a nessuno dei suoi programmi espansionistici; ad Arafat e la sua cerchia corrotta che, con l’ANP, si vedevano riconoscere da interessati attori esterni un ruolo e una legittimazione che avevano ormai perso fra la loro gente; ai paesi arabi, che spazzavano sotto il tappeto una causa divenuta troppo scomoda.

Tuttavia, se la via indicata da Oslo si è rivelata da subito impraticabile, perché nessuno di chi l’ha sottoscritta era interessato a uno sbocco concreto (anzi, il contrario), l’eventualità di una nascita di un vero stato palestinese, seppur non ancora alle porte, non è mai stata più probabile.

Sgombrati dal tavolo i falsi riferimenti, che mai hanno fornito appoggio vero ai palestinesi, sul campo e fra la gente la causa della Palestina è stata presa in mano da un unico soggetto, la Resistenza Islamica, a cui oggi tutte le formazioni della militanza palestinese fanno riferimento e in cui si riconoscono, sia pur con sensibilità e sfumature diverse, ma seguendo un unico coordinamento. Per chi conosce la realtà di quelle terre, si tratta di un evento straordinario, mai accaduto: oggi, un’unica sala di comando dirige tutti i gruppi della Resistenza a Gaza, nel West Bank e perfino all’interno di Israele.

Alla nuova e crescente unità dei palestinesi, corrisponde uno sfarinamento della società israeliana, sempre più spaccata fra “tribù” (definizione del presidente israeliano Reuven Livlin), componenti separate da interessi, opinioni e visioni dello stato ferocemente contrapposte, causando una lacerazione del tessuto sociale che il passare del tempo rende più radicale e avvelenata.

Laici ashkenaziti, tradizionalisti-nazionalisti sefarditi, ultraortodossi haredim e, da ultimi, gli arabi israeliani, sono inconciliabilmente divisi su tutto. La dimostrazione ultima c’è stata in occasione della crisi del maggio scorso: il successo politico dell’Operazione “Spada di Gerusalemme”, lanciata dalla Resistenza Palestinese, e lo speculare fallimento dell’Operazione “Guardiano delle Mura”, intrapresa da Tsahal, ne sono la dimostrazione (come ammesso senza mezzi termini dalla stampa israeliana).

A maggio Israele ha dovuto interrompere la sua azione militare perché non era in grado di entrare a Gaza, una striscia di appena 365 chilometri quadrati, ma, soprattutto, per l’insurrezione degli arabi israeliani che ha messo fuori controllo le città stesse di Israele e frantumato la sua coesione interna. Illuminante in tal senso è il numero 5 della rivista Limes a ciò dedicata e il lungo editoriale del suo direttore Lucio Caracciolo.

Tra l’altro, non è corretto affermare che ai palestinesi ora manchino alleati di riferimento, è più esatto dire che in passato hanno avuto accanto sciacalli che si sono ingrassati sulle loro sciagure o che, dietro al loro nome, hanno svolto i loro mercimoni (e i risultati si sono visti); oggi la Resistenza Palestinese partecipa a pieno titolo all’Asse della Resistenza, è unita come non mai, ha consapevolezza di sé e della situazione, ha archiviato i dirigenti discutibili e dispone ora di leadership credibili e di un progetto di liberazione come non ha mai avuto.

Che poi alcuni stati arabi abbiano normalizzato le relazioni con Israele non sposta affatto le equazioni geopolitiche, è solo l’emersione delle reali posizioni già esistenti, spinta e pagata in moneta sonante dall’Amministrazione Trump, venduta agli interessi israeliani dietro lauto compenso (in primis al Presidente stesso e al genero Jared Kushner).

In tutto questo, da molti anni Hezbollah ha pazientemente svolto (e svolge tutt’ora) un ruolo centrale di guida, riferimento, supporto ed esempio oltre che di forte deterrenza nei confronti di Israele, che lo considera il nemico più temibile (copyright by Stato Maggiore di Tsahal). È evidente che la deflagrazione di una crisi in Palestina, quando nel West Bank la preparazione della Resistenza ormai unita sarà giudicata sufficiente, vedrà in Hezbollah un attore primario, come lo saranno le altre formazioni dell’Asse della Resistenza dal Golan.

Questi non sono affatto vaneggiamenti o fantapolitica, questo è l’incubo più volte manifestato apertamente dalle Forze Armate israeliane, che ai più alti livelli hanno manifestato seri dubbi sulla capacità di tenuta di Israele, ripreso da una stampa inquieta. Mi rendo conto che questa sia una rappresentazione “eretica” della realtà in Palestina, ma è quella che farebbe qualsiasi analista od opinionista di media accreditati (e indipendenti) della regione, come Al-Mayadeen o Al-Manar.

 

Medio OrienteMedio Oriente – Libro

 

L’azione dell’Iran rompe l’assedio USA su Siria e Libano

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di Elijah J. Magnier 

Fonte: controinformazione

L’effetto a catena delle petroliere iraniane che trasportano petrolio in Libano attraverso la Siria ha influenzato e amplificato generosamente l’influenza di Hezbollah in Libano e ha raggiunto gli Stati Uniti, la Russia e diversi stati arabi. Le conseguenze hanno accelerato importanti questioni regionali e internazionali, mettendole con forza sul tavolo della discussione e imponendo una revisione della politica statunitense in Asia occidentale, in particolare in Siria. I paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti, hanno iniziato a ripensare e contemplare le attuali riserve sul rapporto con la Siria e il suo ritorno alla Lega Araba e alla comunità internazionale. L’obiettivo – o forse il desiderio – è offrire al presidente Bashar al-Assad l’opportunità di ripensare alle sue relazioni globali e regionali e rimuovere i ruoli esclusivi dell’Iran e della Russia nel Levante.

Molti eventi hanno avuto luogo in Asia occidentale ea New York negli ultimi mesi. Gli incontri non dichiarati a Baghdad tra l’ Arabia Saudita e l’Iran , la Giordania e l’Iran e l’Egitto con l’Iran hanno contribuito a rompere il ghiaccio tra questi paesi regionali ea discutere di importanti questioni di grande preoccupazione. Inoltre, il vertice iracheno ha permesso ad Arabia Saudita, Qatar, Iran, Kuwait, Egitto, Giordania e Francia di incontrarsi e riscaldare le loro relazioni, creando un maggiore riavvicinamento tra gli stati regionali. L’Iraq sta svolgendo un ruolo positivo ma importante in cui tutti i paesi possono riunirsi e discutere le proprie differenze. Inoltre, ci sono stati importanti incontri tra il re giordano Abdullah con il presidente Joe Biden a Washington e il presidente Vladimir Putin a Mosca, e l’ incontro del presidente siriano Bashar al-Assad con il presidente Putin per parlare dell’unità del territorio siriano. Infine, l’attesa visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Mosca e New York . Questi incontri aprono le porte alla fase successiva, che apre la strada al ritorno della Siria nella sfera regionale e internazionale.

In effetti, lo sviluppo più importante è stata la dichiarazione del re giordano da Washington secondo cui “il presidente Bashar al-Assad resta al potere e deve essere trovato un modo per riguadagnare il dialogo con lui”. Ciò non significa che la Giordania abbia cessato le sue relazioni con la Siria nell’ultimo decennio. L’ambasciata giordana non ha mai chiuso i battenti a Damasco né l’ambasciata siriana ad Amman nonostante la Giordania ospitasse la sala del Military Operation Command (MOC). Il MOC ha ospitato comandanti militari arabi e occidentali, compresi gli Stati Uniti, per condurre operazioni di sabotaggio e attacco all’interno della Siria, con l’obiettivo di porre fine al governo del presidente siriano e creare uno stato fallito in Siria. Ha sostenuto e formato militanti e jihadisti in Giordania, tra cui Al-Qaeda organizzazioni, alla conoscenza dei tirocinanti e dell’amministrazione degli Stati Uniti.

Durante i decenni di guerra in Siria, i contatti tra Amman e Damasco a livello di sicurezza e politico non si sono fermati, sebbene abbiano variato di intensità. Le ultime comunicazioni ufficiali significative sono state duplici.

Il primo è stato un appello tra il ministro degli Interni giordano Mazen al-Faraya con il suo omologo siriano, Muhammad al-Rahmoun. I due ministri hanno affermato di aver concordato di coordinare il transito dei camion tra i due Paesi, il che significa che gli Stati Uniti devono escludere la Giordania e la Siria dalle sanzioni imposte attraverso il ” Cesar Civilian Protection Act “. I camion siriani potranno attraversare i confini senza scaricare il loro carico su altri camion sul lato giordano dei confini. Ciò ridurrà significativamente il costo siriano, aprirà la strada della merce siriana a molti paesi e porterà la tanto necessaria valuta estera.

Il secondo alto contatto ufficiale è stata la visita del ministro della Difesa e vice primo ministro siriano Ali Ayoub ad Amman e l’incontro con il capo di stato maggiore giordano, maggiore generale Yousef Al-Hunaiti, il primo incontro ufficiale a questo livello dopo dieci anni di guerra in Siria.

Non c’è dubbio che gli Stati Uniti abbiano aperto la porta al ritorno della Siria in Libano quando hanno accettato di rilanciare la linea del gas che trasportava il gas egiziano attraverso la Giordania in Libano. Questa linea di gas è stata offerta come alternativa nel disperato tentativo di limitare il flusso di gasolio e benzina iraniani in Libano attraverso Hezbollah. L’ambasciatore degli Stati Uniti in Libano, Dorothy Shea, ha annunciato la decisione sulla fornitura di gas in reazione all’annuncio del segretario generale di Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah. Sayyed Nasrallah ha promesso fornire al Paese petrolio iraniano attraverso la Siria per rompere il blocco non annunciato dagli Stati Uniti e soddisfare i bisogni del popolo libanese. Il Libano, assetato di forniture di petrolio (la cui perdita ha paralizzato il ciclo di vita del Paese, che sta attraversando una crisi economica senza precedenti), ha benedetto il petrolio iraniano mentre cadeva come manna sulla popolazione libanese. La popolarità dell’Iran e di Hezbollah è esplosa ed è stata acclamata da alleati, amici e (molti) nemici allo stesso modo.

Hezbollah, reparti in parata

Tuttavia, il petrolio iraniano non è l’unico problema che gli Stati Uniti ei paesi arabi devono affrontare. Sono molto preoccupati che la Siria rimanga nella sfera di influenza iraniana. L’Iran ha guadagnato una popolarità senza precedenti in Siria a causa della politica di Washington, che voleva creare uno stato fallito in Siria e rimuovere il presidente Assad dal potere. Inoltre, l’Iran ha raccolto più lodi quando gli Stati Uniti non sono stati in grado di destabilizzare Siria, Iraq e Libano. L’amministrazione statunitense pensava che imponendo dure sanzioni alla Siria e impedendo qualsiasi riavvicinamento tra Damasco e altre capitali regionali e occidentali, avrebbe potuto far leva sul presidente Assad e costringerlo a dettare le sue condizioni.

Sembra che l’amministrazione di Joe Biden stia iniziando a valutare le cose in modo più realistico, come espresso dal re giordano dopo aver incontrato Biden. Non è un caso che re Abdullah affermi da Washington che c’è la necessità del ritorno della Siria e dei rapporti con Assad, argomento tabù per le precedenti amministrazioni statunitensi. È davvero un passo piccolo ma significativo, anche se non significa che gli Stati Uniti riscalderanno presto le loro relazioni con la Siria. Invece, il ritorno del rapporto dei paesi arabi e occidentali con Assad è una preparazione per l’opinione pubblica a riconoscere che il presidente siriano è il leader eletto del suo paese, cosa che i paesi coinvolti nell’ultimo decennio di guerra non possono più ignorare.

Il presidente siriano ha detto ai suoi numerosi visitatori ufficiali regionali e occidentali che “gli Stati Uniti non hanno mai interrotto le loro relazioni di sicurezza con la Siria. Tuttavia, in Siria rifiutiamo qualsiasi dialogo politico a meno che le forze occupate dagli Stati Uniti non si ritirino dalla regione attiva del nord-est».

Gli Stati Uniti e molti stati europei hanno mantenuto una relazione di sicurezza e antiterrorismo con la Siria (Francia, Italia, Germania e altri). Tuttavia, la Siria ha stabilito che tutte le delegazioni europee riaprano le porte delle loro ambasciate prima di impegnarsi in relazioni politiche. Il governo di Damasco è più forte oggi che mai, in particolare quando il sud è tornato completamente sotto il controllo dell’esercito siriano.

Infatti, in queste ultime settimane , la Siria ha liberato Daraa e Tafas , assicurando più di 328 chilometri a partire dalla Badia a As-Suwayda e Daraa. Pochi giorni fa, tutte le città dell’area di Huran sono cadute sotto il controllo dell’esercito siriano. Gran parte del sud della Siria era sotto i ribelli che coesistevano con l’esercito siriano, a seguito di un accordo stipulato dalla Russia nel 2018 . Questi militanti hanno creato una “zona cuscinetto”, controllando il valico di frontiera con la Giordania e proteggendo gli israeliani che occupano le alture del Golan siriano e i confini di Israele. Gli israeliani hanno ripetutamente affermato di temere la presenza di Hezbollah e dell’Iran ai confini siriani e non sono riusciti a imporre una zona libera dalla presenza iraniana ovunque la leadership siriana desiderasse che fosse.

Tuttavia, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato : “La Russia non accetterà che la Siria venga utilizzata come piattaforma per operazioni contro Israele”. Pertanto, la Russia sta inviando il messaggio agli Stati Uniti e a Israele che le forze siriane ai confini siriani sono un garante della protezione di Israele e un’indicazione all’Iran che Mosca desidera che il fronte delle alture del Golan occupato rimanga freddo.

Il ministro russo Lavrov esprime senza dubbio la preoccupazione della Russia per l’incolumità e la sicurezza di Israele e offre la garanzia di Mosca per prevenire attacchi contro le alture del Golan occupate. Tuttavia, la Russia non ha impedito a Israele di violare la sovranità e il territorio siriano. Israele, infatti, ha compiuto più di mille attentati, violando la sovranità siriana, uccidendo molti civili e distruggendo molte postazioni e magazzini appartenenti allo stato siriano. Mosca ha offerto all’esercito siriano missili terra-aria per intercettare gli attacchi aggressivi e ripetitivi israeliani, ma non è riuscito a fermare questi attacchi anche quando Israele è stato responsabile dell’abbattimento dell’aereo Il-20 e dell’uccisione di 15 membri del servizio russo.

La Russia è presente nel sud dal 2018, a seguito di un accordo tra militanti locali e governo siriano. Questo accordo non è più necessario perché le forze di Damasco hanno preso il controllo completo del sud della Siria. Inoltre, la Russia non può impedire alla Siria di liberare il suo territorio (le alture del Golan) quando il governo centrale deciderà di farlo in qualsiasi momento in futuro.

Indubbiamente, l’influenza iraniana e la presenza militare in Siria sono state conseguenze della guerra globale contro la Siria e della sua richiesta di sostegno all’Iran. Anche se gli Stati Uniti stanno impedendo ai paesi del Medio Oriente di ristabilire i legami con la Siria, Damasco mostra la volontà di aprire una nuova pagina con i paesi occidentali e arabi. Pertanto, gli Stati Uniti sono il principale contributore alla crescente influenza iraniana nel Levante, quando la “Repubblica Islamica” è il principale sostenitore e fornitore di beni di prima necessità della Siria.

Gli Stati Uniti potrebbero cercare di compensare rivedendo la propria posizione sulla Siria e la propria autoviolazione della “Legge di Cesare” per creare nuovi equilibri nella regione e consentire alla Lega araba di includere nuovamente Damasco. Durante il recente vertice di Baghdad, il presidente francese Emmanuel Macron ha promesso al primo ministro iracheno Mustafa Al-Kadhemi di esaminare le relazioni dell’UE con Assad. Al-Kadhemi ha informato il presidente al-Assad in una conversazione telefonica privata di venti minuti subito dopo la fine della conferenza.

Il ritorno delle relazioni ufficiali tra Giordania e Siria è legato alla sicurezza delle frontiere, alla prevenzione delle vecchie e nuove strade di contrabbando tra i due paesi e alla lotta al terrorismo. La Giordania sta assumendo un ruolo guida come pioniere nell’aprire la porta ad altri paesi del Medio Oriente per attraversarlo e consentire all’amministrazione statunitense di preparare la sua futura politica per consentire alla Siria di tornare alle piattaforme regionali e internazionali e non essere più isolata. Questo non accadrà molto presto. Tuttavia, è l’inizio di un fondamentale spostamento di posizione verso la Siria.

La comunità internazionale non avrà altra scelta che abbracciare la Siria, prima è, meglio è, prima che venga attuato l’accordo nucleare con l’Iran e quando tutte le sanzioni saranno revocate. Quando ciò accadrà nei prossimi mesi, l’Iran dovrebbe diventare molto più forte finanziariamente e godere di un potere economico e finanziario senza precedenti. Il suo sostegno alla Siria sarà molto più significativo, rendendo inutile e inefficace l’embargo USA-UE.

La petroliera iraniana è attraccata in Siria e il gasolio è stato trasportato in Libano, proprio come lo è l’offerta di armi di Hezbollah. La presenza iraniana a Quneitra preoccupa anche Israele e gli Stati Uniti e sfida l’occupazione israeliana del Golan siriano. Inoltre, la guerra siriana sta volgendo al termine con la liberazione dei territori occupati dagli Usa-Turchi nel nord. Le forze statunitensi se ne andranno prima o poi, causando grave preoccupazione alle forze curde in quella parte nord-orientale del Paese.

Infatti, il rappresentante del “Consiglio democratico siriano” (la forza che protegge le forze di occupazione statunitensi) negli Stati Uniti, Bassam Saqr, ha affermato che “l’America dovrebbe avvertire i curdi siriani se viene presa la decisione di ritirare tutte le forze. Il ritiro, ogni volta che avverrà, dovrà essere graduale, passo dopo passo”.

È prevedibile un cambiamento nella politica degli Stati Uniti e nella sua revisione del futuro delle sue forze che occupano il nord-est della Siria. Ciò che ha sollevato gravi allarmi negli Stati Uniti e in altri paesi del Golfo è la forza che l’Iran ha raggiunto e il potere di cui gode come conseguenza involontaria della guerra siriana nel 2011. È giunto il momento di ammettere il fallimento degli obiettivi degli Stati Uniti e consentire al governo siriano di l’economia e il suo rapporto con il resto del mondo a fiorire. Le relazioni siriano-iraniane sono strategiche e il loro legame forte è abbastanza solido da non essere a rischio nonostante il futuro sviluppo in Siria.

Correzione di: Maurice Brasher

Traduzione : Gerard Trousson

Vedo nero. E anche noi…

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di Alfio Krancic

Missile o non missile, nave russa/moldava carica di nitrato di ammonio, bomba tattica nucleare, deposito di armi di Hezbollah…Chissà qual’è la verità. Una cosa è certa: il FMI e Macron sono corsi in Libano a promettere aiuti (11 miliardi di $), e Dio solo sa quanto ne abbia bisogno il Paese dei Cedri, visto che ora è anche senza le riserve di grano distrutte nei silos dall’esplosione e soprattutto è senza il porto, attraverso il quale arrivava tutto quanto serviva alla sua sopravvivenza. FMI e Macron, dicevo, promettono aiuti a determinate condizioni (come il MES): il governo deve escludere il Partito di Dio, regolarmente eletto da parte del popolo libanese, dalla coalizione di governo. Insomma questo 2020 ci sta promettendo nei prossimi mesi fuochi d’artificio in quantità. Intanto ci ha regalato il Covid, che ha semidistrutto le economie occidentali; poi i soliti “esperti” ci hanno “garantito” una 2a Ondata, che non promette niente di buono; infine ci saranno le devastanti ricadute sociali una volta finite le ultime vacanze: fallimenti, disoccupazione e fame. I “migranti” continuano allegramente ad arrivare con grande gioia di Bergoglio, Boldrini e Bellanova. Addirittura i piddini chiedono l’approvazione dello Ius Soli che dovrebbe, nelle loro intenzioni, rallegrare lo stato d’animo dei cassintegrati e dei licenziati.
Last but not least c’è il quadro internazionale: Trump, che pareva essere un baluardo contro il Deep State e le derive anarco-libertarie, è sotto assedio. Negli USA gli antifa e i BLM continuano simpaticamente a protestare, distruggere e saccheggiare. La celebre maggioranza silenziosa e armata (130 milioni di armi in giro negli USA) , se ne sta rincantucciata in casa e non mette becco nella situazione. Trump è circondato e a Novembre rischia, anche grazie ai brogli elettronici, di perdere le elezioni. Coloro che si aspettavano arresti in massa di pedo-politici, rappresentati dello star-system, dei media etc. temo rimarranno con una canna in mano. Vedo nero. (E pure noi, n.d.r.)

I see black.
August 7, 2020 8:24 am 

Missile or not, Russian / Moldovan
ship loaded with ammonium nitrate, 
tactical nuclear bomb, Hezbollah 
weapons depot ... Who knows what 
the truth is. One thing is certain: 
the IMF and Macron have rushed to 
Lebanon to promise aid ($ 11 billion), 
and God knows how much the Land of the 
Cedars needs it, since it is now also 
without the grain reserves destroyed in 
silos by the explosion and above all it 
is without the port, through which 
everything necessary for its survival 
has arrived. IMF and Macron, I said, 
promise aid under certain conditions 
(such as the ESM): the government must 
exclude the Party of God, duly elected 
by the Lebanese people, and present in 
the ruling coalition. In short, this 2020 
promises us many "fireworks" in the 
coming months. In the meantime, this 
year has given us the Corona-virus 
which has partially destroyed the 
Western economies; then the usual 
"experts" have "guaranteed" us a second 
wave, which does not bode well; at the 
end there will be the devastating social 
repercussions once the last holidays 
are over: bankruptcies, unemployment 
and hunger. The "migrants" continue 
to arrive happy with the great joy of 
Bergoglio, Boldrini and Bellanova. Even 
the ex-communists are asking for the 
approval of the Ius Soli which should, 
in their intentions, cheer the mood
of the sacked and sacked.
Last but not least is the international 
scenario: Trump, who appeared to be a 
bulwark against the Deep State and 
anarcho-libertarian drifts, is under 
siege. In the United States the antifa 
and the BLM happily continue to protest, 
destroy and loot. The famous silent and 
armed majority (130 million guns and 
rifles around the United States) are 
huddled in their homes and do not show 
themselves. Trump is surrounded and 
risks losing the elections in November, 
also thanks to electronic fraud. Those 
who expected mass arrests of pedophile 
politicians, representatives of the 
star system, the media, etc. I'm afraid 
they will be left with a fistful of 
flies in hand. I see black.

Fonte: https://alfiokrancic.com/2020/08/07/vedo-nero/

Perché Israele ha colpito la Siria subito dopo l’accordo di Idlib

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di Fulvio Scaglione

Perché Israele ha colpito la Siria  subito dopo l’accordo di Idlib

Fonte: Gli occhi della guerra

La cronaca degli ultimi eventi in Siria, dai primi bombardamenti russi sulla provincia di Idlib alle minacce americane, dal ricognitore russo abbattuto dalla contraerea siriana per colpa delle manovre dei caccia di Israele ai missili su Latakia alle bombe al fosforo sganciate dagli americani su Deir Ezzor, è ovviamente drammatica.
Ma il sottofondo politico è più complesso di quel che sembra e, in un certo senso, anche meno preoccupante. La partita è la solita: il controllo della Siria. O meglio: il controllo della sua frammentazione. Da sette anni una coalizione potentissima, che va dall’Arabia Saudita agli Usa, dalla Francia al Regno Unito, dalla Turchia al Qatar, passando per una lunga serie di Paesi che sono stati o sono complici “di fatto”, lavora per disgregare l’unità politica e territoriale della Siria.
Non sempre questi Paesi hanno mostrato una perfetta unità d’azione o di visione politica. La Turchia, per esempio, dopo il fallito golpe del 2016, che Recep Tayyip Erdogan considera ispirato dagli Usa, ha preso una strada autonoma e ha costruito una sorta di intesa con Russia e Iran. Nondimeno l’obiettivo è sempre stato quello, all’insegna dello slogan “Assad must go”. Un obiettivo così importante che, per raggiungerlo, la strana coalizione ha puntato via via su diversi cavalli. Continua a leggere

Israele abbocca, la Siria no

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di Tony Cartalucci

Israele abbocca, la Siria no

Fonte: Aurora sito

Israele ha ripetutamente colpito la Siria con missili e razzi, lo scambio più recente ebbe luogo dopo che Israele dichiarò che “razzi iraniani” avevano colpito posizioni dell’esercito israeliano nelle alture del Golan che occupa illegalmente. Titoli, come dell’Indipendent, “Israele e Iran sull’orlo della guerra dopo il bombardamento della Siria in risposta al presunto attacco sul Golan“, tentano di ritrarre l’aggressione israeliana come autodifesa. L’Independent, tuttavia, non forniva alcuna prova a conferma delle pretese israeliane. Per facciata, con l’Iran che lancerebbe inspiegabilmente missili contro Israele, non provocato e non ottenendo alcun vantaggio tattico, strategico o politico, la credibilità della narrativa d’Israele viene ulteriormente erosa. Ma forse è la pubblica politica degli Stati Uniti che designa Israele provocatore ostile incaricato d’espandere la guerra per procura di Washington contro Damasco, a rivelare il gioco letale e ingannevole che Israele e i media occidentali giocano. Per anni, i politici statunitensi hanno ammesso sui loro giornali che gli Stati Uniti desiderano un cambio di regime in Iran cercando di provocare una guerra per ottenerlo. Continua a leggere