Cop26 di Glasgow: sulla crisi climatica passi avanti, ma restano molte ambiguità

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di Ferdinando Bergamaschi

Cop26: fermare entro il 2030 la deforestazione. È il primo obiettivo concreto e immediato raggiunto alla conferenza Onu sul clima che si è appena conclusa a Glasgow. Il principale successo delle due giornate scozzesi dedicate al vertice da capi di Stato e di Governo.

Soprattutto per questo risultato il premier britannico Boris Johnson ha potuto parlare di “cauto ottimismo”. E un altro (mezzo) passo avanti lo rappresenta anche il piano sponsorizzato da Usa e Ue, a cui hanno aderito un centinaio di Paesi, per ridurre del 30% le emissioni di metano in dieci anni. A questo piano peraltro hanno voluto dare il loro contributo economico anche privati quali Jeff Bezos e l’Ikea.

Il vertice tuttavia ha prodotto per ora risultati soltanto parziali sulla questione chiave del contenimento delle emissioni nocive che alimentano la minaccia dei cambiamenti climatici. Vi è ancora un certo tasso di ambiguità riguardo all’impegno a mantenere l’innalzamento delle temperature del globo entro il tetto di 1,5 gradi in più rispetto all’era pre-industriale. Un’ambiguità dettata soprattutto dai tempi non certi per passare dalle parole ai fatti.  

Deforestazione: sì da 110 Stati

“Abbiamo fatto molto, ma molto resta ancora da fare”, ha sintetizzato il presidente Usa Joe Biden, in particolare riguardo alla deforestazione. Boris Johnson gli ha fatto eco, dicendo che è arrivata l’ora di mettere fine già in questo decennio alla sistematica “devastazione” di alberi per milioni di ettari. “Cattedrali della natura che permettono il respiro della Terra”, per usare l’espressione del premier britannico.

Il piano contro la deforestazione è stato condiviso dalle 110 Stati che hanno preso parte alla Cop26. Ed è legato alla promessa di finanziamenti da 14 miliardi di sterline (19,2 miliardi di dollari): 8,7 coperti da fondi pubblici, 5,3 da investimenti privati. Impegni destinati ad andare anche a beneficio di “popolazioni indigene e comunità locali” che di quelle foreste sono “custodi”.

Anche le nazioni più recalcitranti hanno dato il loro assenso. Tra queste la sterminata Russia di Vladimir Putin, l’Indonesia, il Congo, la Colombia e il Brasile di Jair Bolsonaro. Proprio quest’ultimo che si è guadagnato negli anni del suo mandato l’ostilità della gente india e di molti altri, avendo accresciuto, non certo attenuato, il disboscamento senza tregua della colossale selva pluviale amazzonica.

Metano da tagliare 

Un altro punto che può essere considerato positivo, e che alimenta il cauto ottimismo del premier britannico, riguarda il taglio delle emissioni di metano. Usa e Ue annunciano d’aver portato a 100 il numero di Paesi (pari al 70% del Pil mondiale) incoraggiati ad aderire all’obiettivo di un taglio di queste emissioni del 30% entro il 2030 rispetto a quelle del 2020.

Un passo però da cui restano fuori al momento diversi grandi produttori di gas, dal mondo arabo alla Russia, a Cina e India, tenuto conto che è comunque l’allevamento zootecnico e non l’oil&gas il settore produttivo che produce più metano (il 30% contro il 25% del totale). Gli autoesclusi sono sostanzialmente gli stessi Paesi orientati a considerare una scadenza più lunga della metà del secolo per raggiungere l’obiettivo di emissioni zero. Pechino e Mosca parlano del 2060, New Delhi addirittura del 2070.

Troppe ambiguità

E proprio quest’ultima considerazione rende problematico definire tout court un successo la Cop26. Sono stati fatti, è vero, senz’altro dei passi in avanti; e vi è motivo per nutrire “cauto ottimismo”, se non altro per l’importantissimo asse Ue-Usa che si è andato consolidando nell’affrontare con spirito costruttivo l’emergenza climatica. Ma d’altra parte non si può non vedere come Cina e India e in parte anche Russia remino ad una velocità ben più lenta rispetto all’asse occidentale.

Il peso di Pechino

A questo proposito sono emblematiche le parole molto severe pronunciate da Biden nei confronti del colosso cinese: Xi Jinping ha fatto un grande errore a non venire né al G20 né alla Cop26 e mi aspetto che la Cina segua le regole come tutti”. Aggiungendo: “La Cina non può pretendere di avere un ruolo globale se non si impegna con la comunità internazionale per il cambiamento climatico”.

Non si tratta di un dettaglio che Pechino sia così tiepida rispetto alla questione climatico-ambientale. Infatti la Cina è responsabile di oltre un quarto delle emissioni globali (l’equivalente di 14,1 miliardi di tonnellate di CO2) e inoltre dipende dal carbone per il 60% del suo mix energetico (si arriva all’87% assieme agli altri combustibili fossili).

Quel che è certo è che la transizione ecologica, come ha ammonito anche Papa Francesco, è fondamentale e urgente; ed è la condizione basilare perché l’umanità – e non solo l’economia – abbia un futuro.  

Fonte: https://www.ilmiogiornale.net/cop26-glasgow-sulla-crisi-climatica-passi-avanti-ma-restano-molte-ambiguita/

COP26: 400 jet privati a Glasgow aiutano l’ambiente

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Non credo che sulla faccia della terra esista un evento più inutile e ipocrita del cop26, la riunione mondiale per discutere delle misure contro il cambiamento climatico. Inutile, perché mancano proprio quei paesi che, per motivi economici più che giustificabili, sono quelli che maggiormente contribuiscono all’emissione di CO2, cioè India e Cina, a cui si è aggiunta la Turchia di Erdogan. Praticamente il 36% delle emissioni di tutto il mondo ha deciso di prendere una strada autonoma

L’Italia ha emissioni confrontabili con quelle della Turchia e una frazione infinitesima di quelle della Cina, eppure prende parte a questa grande sceneggiata. Si sa già che le conclusioni saranno minime: alla fine la strategia per il CO2 occidentale si riduce a una marea di tasse sull’energia che non finanziano nulla di pratico, ma servono solo ad ammazzare crescita e occupazione. Praticamente, non potendo impoverire con una guerra, ce la creiamo in modo falsato.

Per comprendere l’ipocrisia ricordiamo che questa banda di ambientalisti selvaggi arriverà con 400 jet privati, tanto da mandare in crisi tutto l’aeroporto di Glasgow:

Primo fra tutti quello di Jeff Bezos, quindi quelli dei vari potenti del mondo…

Tra questi quello del Principe Carlo che si attende una militarizzazione del problema. Un serio passo avanti per la democrazia.

Ovviamente è arrivato anche Biden con il suo corteo di 85 auto, tutte ecologiche.

L’evento è talmente inutile e ipocrita che non credo proprio ne parlerò più, Ciò non significa che tutto ciò non abbia delle conseguenze: le stiamo pagando tutti i giorni, nella bolletta della luce, e nessuno è mai stato ascoltato sulla materia.

Questo è il nuovo mondo, che militarizza la guerra al clima, ma non difende democrazia, benessere e libertà.

Fonte: https://scenarieconomici.it/cop26-400-jet-privati-a-glasgow-aiutano-lambiente/

“Clima” per imporre l’agenda abortista

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Segnalazione di Corrispondenza Romana

di Tommaso Scandroglio

Dal primo al 12 novembre si svolgerà a Glasgow la conferenza annuale dell’Onu sui cambiamenti climatici, chiamata Cop-26. Una coalizione di più di 60 organizzazioni pro-aborto ha scritto una lettera ad Alok Sharma, presidente della conferenza sul clima Cop26, chiedendo al Regno Unito di modificare i criteri di ammissibilità al finanziamento per il clima, che ammontano a ben 11,6 miliardi di sterline, facendo ricomprendere anche progetti per sovvenzionare la cosiddetta salute riproduttiva. In altre parole, le organizzazioni pro-choice chiedono che un po’ di soldi destinati al clima finiscano per finanziare aborto, contraccezione e sterilizzazione.

Prontamente un portavoce del Foreign, Commonwealth and Development Office ha dichiarato: «Il Regno Unito è un leader globale sia nell’uguaglianza di genere che nella lotta ai cambiamenti climatici. È evidente che sostenere le donne, anche attraverso la pianificazione familiare e l’istruzione delle ragazze, aiuta le comunità ad adattarsi e ad essere più resilienti ai cambiamenti climatici. Ecco perché ci stiamo assicurando che i nostri finanziamenti internazionali per il clima rispondano alle questioni di genere e stiamo usando la nostra presidenza Cop26 per invitare gli altri a fare lo stesso».

Bethan Cobley , direttore dell’organizzazione abortista MSI Reproductive Choices, ex Marie Stopes International, ha voluto precisare “che ciò che vogliono veramente” le comunità più colpite dall’emergenza climatica “è l’accesso all’assistenza sanitaria riproduttiva, in modo che possano scegliere quando o se avere figli”. Sulla stessa frequenza d’onda la prof.ssa Susannah Mayhew, della London School of Hygiene & Tropical Medicine, la quale afferma che c’è una connessione tra clima e accesso alla contraccezione e aborto: «le persone che sono state colpite dai cambiamenti climatici e che hanno scarso accesso a servizi sanitari di qualità, comprendono tale connessione molto più di noi». Insomma pare proprio che milioni di donne africane vogliano abortire a causa del surriscaldamento del pianeta.

Ma dopo due occidentali, diamo la parola ad un africano, ad un addetto ai lavori: Obinuju Ekeocha, fondatore e presidente di Culture of Life Africa. Di fronte a queste argomentazioni Ekeocha ha così obiettato: «Se parliamo di aborto, beh, non credo che nessun paese occidentale abbia il diritto di pagare per gli aborti in un paese africano, soprattutto quando la maggior parte delle persone non vuole l’aborto… In tal caso, allora, diventerebbe una forma di colonizzazione ideologica». Ekeocha ha poi ricordato che i programmi di pianificazione familiare delle organizzazioni internazionali inviano in Africa circa 2 miliardi di preservativi all’anno, al costo di 17 milioni di dollari, denaro che potrebbe essere destinato all’accesso al cibo a prezzi accessibili, a fonti di acqua pulita, all’assistenza sanitaria e all’istruzione.

Di parere diverso è il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) che usa come pretesto il tema del cambiamento climatico per sdoganare l’aborto in tutto il mondo. L’UNFPA ha pubblicato un documento dal titolo “Cinque modi in cui il cambiamento climatico danneggia donne e ragazze”. Nel quinto modo si legge: «Come ha dimostrato il COVID-19, le emergenze deviano le risorse sanitarie per contrastare la minaccia sanitaria più recente e li distraggono dai servizi ritenuti meno essenziali. Le emergenze dovute ai cambiamenti climatici diventeranno più frequenti, il che significa che i servizi per la salute e per i diritti sessuali e riproduttivi potrebbero essere tra i primi a essere ridotti». Con agghiacciante candore il documento, ricordando la devastazione del ciclone Idai che colpì il Malawi nel 2019, riporta la testimonianza del dott. Treazer Masauli, che lavora presso l’ospedale del distretto di Mangochi: «Abbiamo dovuto utilizzare un elicottero per raggiungere aree non accessibili su strada per fornire servizi di salute sessuale e riproduttiva, come i preservativi, metodo di pianificazione familiare e per la prevenzione dell’HIV e delle malattie sessualmente trasmissibili». Il lettore ha capito bene: i soccorritori si sono alzati in volo in elicottero per distribuire preservativi agli abitanti che erano feriti, assetati, affamati, infreddoliti, che annaspavano nell’acqua, avevano la casa distrutta e piangevano i propri cari perché morti. Non portavano acqua, cibo, beni di prima necessità e medicinali, bensì preservativi e pillole abortive.

Il documento dell’UNFPA così prosegue: «I raccolti andati persi a causa del cambiamento climatico possono anche influenzare la salute sessuale e riproduttiva. Uno studio ha scoperto che dopo uno shock come l’insicurezza alimentare, le donne tanzaniane che lavoravano nell’agricoltura si sono rivolte al sesso transazionale per sopravvivere, il che ha contribuito a tassi più elevati di infezione da HIV/AIDS». Tradotto: le donne impoverite dai mancati raccolti dovuti ad un sedicente cambiamento climatico sono finite nella tratta internazionale della prostituzione. Da lì gravidanze indesiderate e malattie veneree. Conclusione: le donne, causa il clima che sta cambiando, hanno bisogno di aborto e contraccezione. Straordinari quelli dell’UNFPA: invece di preoccuparsi di trovare risorse per tamponare i danni provocati dai raccolti mancati, per incentivare le donne a rimanere in patria a lavorare e per disincentivare la tratta delle schiave del sesso, si preoccupano di fornire loro strumenti abortivi e contraccezione dato che si prostituiscono, finendo così per incentivare la prostituzione stessa dato che in tal modo diventerà più sicura per le donne.

Conclusione: il clima è solo un pretesto per diffondere ancor di più il credo abortista nel mondo.

Fonte: https://scholapalatina.lt.acemlna.com/Prod/link-tracker?redirectUrl=aHR0cHMlM0ElMkYlMkZ3d3cuY29ycmlzcG9uZGVuemFyb21hbmEuaXQlMkZjbGltYS1wZXItaW1wb3JyZS1sYWdlbmRhLWFib3J0aXN0YSUyRg==&sig=CYcpVyuf9jDZxWm6SfuKmirwpaT25gNe3Ln76XtG6QQM&iat=1634126750&a=650260475&account=scholapalatina%2Eactivehosted%2Ecom&email=WGByPjZY3AMGHbnlPw2cQTpxdzkQNl9LgdxZ9pnzLRY%3D&s=7fe708e192b517c76cb9155f667678b1&i=619A653A15A6238