IL SOFISMA STRUTTURALE DELLA F.S.S.P.X. (Fraternità Sacerdotale San Pio X) E I SUOI GRAVI ERRORI

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di Doctor Quidam

Con le ultime dichiarazioni del Superiore della F.S.S.P.X. è ormai certo il proposito di procedere alla consacrazione episcopale di vescovi ad Econe senza il previo mandato apostolico e sono stati resi pubblici i nomi degli “eletti” alla collazione dell’episcopato.. L’argomento principe sollevato dal teologo della F.S.S.P.X. don Jean-Michel Gleize è quello che i vescovi consacrati saranno senza giurisdizione “des abbés episcopaux” come furono definiti un tempo, dopo le consacrazioni del 1988, con la medesima volontà di non istituire una gerarchia parallela.

Tutto questo argomento proposto parte da un ragionamento (sillogismo) con delle premesse errate che porta a delle conclusioni ancora più errate. San Tommaso d’Aquino insegnava nel “De Ente et Essentia”: “parvus error in principio, magnus est in fine”.

In primo luogo va evidenziato che nella Chiesa Cattolica esiste un dogma che è la sottomissione al Romano Pontefice da parte di tutti i cristiani e le umane creature, già definito da Bonifacio VIII nella Bolla “Unam Sanctam” del 13 novembre 1302 DS 875, al quale dogma non si può derogare senza cadere nell’eresia.

La F.S.S.P.X. suppone che si possano aprire Priorati, case religiose, predicare, amministrare Sacramenti senza l’autorizzazione dei vescovi ordinari diocesani, questo è completamente falso, già dal Medioevo furono emanate censure in merito, in quanto già solo una predicazione senza controllo del vescovo diocesano era sinonimo di predicazione scismatica se non eretica, perché non vagliata dai censori ecclesiastici
diocesani che valutavano il predicatore. Lo stesso San Francesco d’Assisi e l’Ordine da lui fondato ebbero all’inizio molti ostacoli per questo motivo.

Lo stesso Mons. Marcel Lefebvre quando andò a Venezia per una Messa Pontificale il 7 aprile 1980 fece menzione di questo problema durante il sermone, nella normalità un vescovo non poteva predicare in un’altra diocesi senza l’autorizzazione del vescovo ordinario. Continua a leggere

Stato di necessità o scisma?

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di Redazione

Un buon numero di cattolici disorientati ci ha chiesto, con messaggi e richieste formali, una posizione in merito alle consacrazioni episcopali che la Fraternità San Pio X si appresterebbe a fare il 1° luglio 2026. Inizialmente, non avremmo voluto farne un articolo per non essere ripetitivi e per evitare le solite risposte giustificazioniste che, consapevolmente o meno, fanno sempre a pugni col Magistero Perenne della Chiesa e col Diritto Canonico. Conosciamo bene gli argomenti delle auto-difese, che farebbero sorridere un seminarista al primo anno, tanto quanto gli astuti modernisti che occupano i Sacri Palazzi almeno dal 1965, ma comprendiamo anche la sincera necessità di capire delle anime buone. Riteniamo di fare, perciò, un atto di carità spirituale, chiarendo le questioni con questo scritto, giunto al sito del Circolo Christus Rex-Traditio come atto di testimonianza, che non abbiamo richiesto, ma che la Provvidenza ha suscitato da un veterano della Tradizione Cattolica, teologo e canonista laico, tra i più preparati e presente ai vari fatti, sin da prima delle consacrazioni episcopali. Utilizza uno pseudonimo per umiltà, affinché il testo sia letto senza alcun pregiudizio e, per questo, nel fare propri tutti gli assunti come posizione ufficiale del nostro piccolo ma sempre molto attivo Circolo Christus Rex-Traditio, lo ringraziamo. 

 

di Doctor Quidam

Sono trascorsi ormai 38 anni dalla consacrazione dei vescovi, fatta senza mandato romano, da Mons. Marcel Lefebvre e Mons. Antonio De Castro Mayer. Il 2 febbraio 2026, Festa della Purificazione di Maria S.S., viene data la notizia dal Superiore della F.S.S.P.X. don Davide Pagliarani dell’intenzione di procedere il 1° luglio 2026, Festa del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, alla consacrazione di nuovi vescovi. da parte della F.S.S.P.X. (Fraternità Sacerdotale San Pio X).

Preliminarmente, prima di entrare nell’aspetto canonistico e teologico, va fatto rilevare che la F.S.S.P.X. ha giocato, in questi anni, dopo la morte di Mons. Marcel Lefebvre, con le autorità romane, sue due sponde: la prima, attaccando le deviazioni dottrinali susseguite al 1988, l’altra diplomatica, riconoscendo l’autorità romana come legittima, nonostante gli errori dottrinali riproposti ininterrottamente dalla chiusura del Vaticano II (1965). Questo dualismo ha portato alla revoca, da parte di Benedetto XVI, della scomunica ai vescovi consacrati nel 1988, nella speranza di un rientro nella chiesa conciliare (ma non a Mons. Marcel Lefebvre ed a Mons. Antonio De Castro Mayer). Dopo l’espulsione dalla F.S.S.P.X. di Mons. Richard Williamson e la sua morte di Mons. Bernard Tissier de Mallerais, i vescovi nella F.S.S.P.X. sono rimasti solo due: Mons. Alfonso De Gallareta e Mons. Bernard Fellay, entrambi non di età avanzata, non raggiungendo neppure la settantina d’anni.

La cosa che appare strana è che si dica di voler procedere alle consacrazioni episcopali a distanza di quasi sei mesi, quando invece Mons. Marcel Lefebvre lo deliberò dopo che le trattive con la Roma modernista naufragarono. Era ovvio, perché pretendeva l’adesione alla chiesa conciliare e Mons. Lefebvre comprese l’inganno. Infatti, era stato portato alle trattative con il Vaticano dai suoi consiglieri, “obtorto collo”, ancorché lui fosse restio a proseguire i contatti. In ogni caso, fu una decisione repentina e non organizzata con minuzia. Mons. Marcel Lefebvre aveva, allora, 83 anni e comprendeva che non poteva più indugiare nel darsi una continuità.

La situazione, oggi, è totalmente diversa. In questi anni, la sottile diplomazia tessuta dalla F.S.S.P.X. a partire da Benedetto XVI e poi con Francesco, con i vari contatti, tenuti in segreto, hanno portato alla revoca della scomunica per i consacrati e poi da parte di Francesco alla giurisdizione per la celebrazione dei matrimoni e all’assoluzione per il Sacramento della Penitenza. La prima, fu concessa, come si è detto, nella speranza di un rientro nella compagine conciliare, ma a determinate condizioni, che la F.S.S.P.X. non poteva pubblicamente accettare. In breve, la chiesa conciliare continuava nell’esperienza modernista, ma restava l’autorità ufficiale della Chiesa cattolica, come se l’eresia modernista fosse un comune raffreddore invernale, che però, purtroppo, funesta la Chiesa ormai da quasi 65 anni. In questa situazione, la F.S.S.P.X.  ha organizzato, nell’agosto del 2025, un grande pellegrinaggio a Roma, per l’Anno Santo, facendo palesare davanti alle autorità vaticane la potenza della F.S.S.P.X.  ed il suo peso in ambito ecclesiale.

Dulcis in fundo, dopo che è stata data la notizia da parte del Superiore Generale della F.S.S.P.X. dell’intenzione di procedere a nuove consacrazioni episcopali è pervenuto, subito, l’invito da parte della Congregazione della Dottrina per Fede ad un incontro per il 12 febbraio, per trovare una soluzione. Dopo l’incontro, sono state pubblicate le foto del Superiore Generale della F.S.S.P.X. con accanto il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il “card.” Victor Manuel Fernandez. È stato poi pubblicato dal Dicastero sopracitato un Comunicato nel quale si afferma che: “l’incontro – è stato – cordiale e sincero” Si auspicano nuovi contatti al fine di trovare un accordo e discutere sui vari argomenti toccati durante il colloquio. La condizione preliminare è quella, però, di sospendere le consacrazioni episcopali da parte della F.S.S.P.X.

Si fa rilevare che nel Comunicato si parla di: «religioso ossequio della mente e della volontà», termine tipico del Giansenismo, condannato dalla Sede Apostolica.

Il Comunicato conclude che don Davide Pagliarani presenterà le proposte del Dicastero Romano al suo Consiglio e darà una risposta.

Va precisato che Victor Manuel Fernandez è lo stesso che ha negato la Corredenzione di Maria S.S., pochi mesi orsono, e alla quale dichiarazione del Dicastero Romano don Davide Pagliarani ha fatto celebrare Messe in riparazione.

La situazione dovrebbe apparire paradossale a tutti!

Niente affatto, perché, ormai, i fedeli della F.S.S.P.X. sono talmente indottrinati che non riescono più a discernere il vero dal falso. Ed insistono che bisogna resistere ai superiori per obbedire a Dio nonché con questo atto non s’intende rompere l’unità della Chiesa. Queste affermazioni assomigliano molto a quelle gianseniste, condannate dalla Bolla “Unigetitus Dei Filius” di Clemente XI: “Sopportare in pace la scomunica e l’ingiusto anatema piuttosto che tradire la verità, è imitare san Paolo; ed è molto lontano dall’erigersi contro l’autorità o rompere l’unità” DS. 1442.

Per avallare l’atto del conferimento delle consacrazioni episcopali, il Superiore della F.S.S.P.X. ha risuscitato l’argomento, utilizzato già nel 1988, dello stato di necessità.

Lo stato di necessità è l’argomento tirato fuori da tutti gli scismatici che hanno proceduto a consacrazioni episcopali contro la volontà del Romano Pontefice, perché un conto è agire “contra voluntatem Summi Pontificis” ed un conto è agire “non contra voluntatem Summi Pontificis”.

Nel primo caso, si vuole andare contro la volontà del Romano Pontefice, nel secondo, quando non si è in grado di contattare il Romano Pontefice. Nella storia della Chiesa è più volte successo che si è proceduto a consacrazioni episcopali, a volte perché il consacrante non poteva contattare il Romano Pontefice, nel caso specifico le consacrazioni svoltesi nei Paesi del blocco comunista, durante la Cortina di Ferro, poi convalidate dal Vaticano. Il più delle volte, invece, con atti scismatici, perché si è andati contro la volontà del Romano Pontefice, non cercando neppure il suo consenso.

Quelli più recenti, sono stati durante la Rivoluzione Francese da parte di Charles Maurice di Talleyrand Perigord, già vescovo dimissionario di Autun, coadiuvato come co-consacratori dai vescovi in partibus di Lydda e Babilonia, che procedettero a consacrare due vescovi, senza mandato romano. Contro tale atto scismatico, fu comminata la scomunica da parte di Pio VI con la Bolla Charitas que, del 13 aprile 1791. In questo caso, Talleyrand invocò lo stato di necessità, per la sopravvivenza in Francia del cattolicesimo, venendo però a patti con la Rivoluzione Francese.

Capitò per il Patriarcato Caldeo al tempo di Pio IX che contro la volontà del papa furono consacrati tre vescovi per venire incontro alle necessità di fedeli del rito Malabarico, che non volevano sottostare alla giurisdizione dei loro vescovi. Anche in questo caso, fu comminata la scomunica con la Lettera Apostolica Quae in Patriarcatu del 1° settembre 1876.

Poi al tempo di Pio XII con le consacrazioni fatte dai vescovi nazionali cinesi per venire a patti con il regime comunista, anche in questo caso venne invocato lo stato di necessità al fine del proseguimento del cattolicesimo nella Cina comunista. Contro questo atto scismatico fu promulgata l’Enciclica “Ad Sinarum Gentem” del 7 ottobre 1954. Come si vede, uno stato di necessità, in tutti questi casi poteva apparire giustificato, ma non lo era, né de jure e né de facto, perché non si poteva procedere a delle consacrazioni episcopali senza l’autorizzazione da parte della Sede Apostolica.

Passiamo ora ad affrontare il lato canonistico, dottrinale e teologico riguardo alle consacrazioni episcopali.

Il Papa possiede la giurisdizione universale su tutti i vescovi essendo il Capo visibile della Chiesa e può quindi nominarli e deporli dal loro incarico. Questo principio fu ribadito già ai tempi di San Gregorio VII, nel 1075, col “Dictatus Papae” durante la “Lotta per le Investiture” e fu portato avanti nei secoli. Non si vuole inserire tutti i documenti a tal proposito, basti solo ribadire quanto formulato nel Codice di Diritto Canonico Pio-Benedettino del 1917, Can. 953.

A questa base canonistica va aggiunta la parte teologica che è il dogma del Primato Petrino. Il Romano Pontefice non possiede nella Chiesa soltanto un primato d’onore, come sostengono gli ortodossi scismatici, ma un primato di giurisdizione, vincolante per tutti i cristiani. La Bolla “Unam Sanctam” di Bonifacio VIII del 18 novembre 1302 lo definisce in maniera chiara e vuole una sottomissione al Romano Pontefice: “Porro sub esse Romano Pontifici omni humanae creaturae declaramus, dicimus, diffinimus omnino esse de necessitate salutis” (Tutte le umane creature devono essere sottomesse al Romano Pontefice per potersi salvare l’anima). DS. 875. Va chiarito che questo è un dogma di fede, non un semplice invito.

Il Concilio Vaticano I nella Costituzione Dogmatica “Pastor Aeternus” così dichiara: “… Romanum Pontificem habere … potestas supreamae jurisdictionis non solum in rebus quae ad fidem et mores, sed etiam in iis quae ad discipinam  et regimen Ecclesiae per totum  orbem diffusae pertinest … ac singulas ecclesias sive in omnes et singulos pastores et fideles …” (Il Romano Pontefice ha la suprema ed universale giurisdizione non solo in ciò che concerne la fede e la morale, ma anche in ciò che concerne la disciplina e il regime della Chiesa … su tutte le singole chiese, su tutti i singoli pastori e fedeli” DS. 3064. Questa è una Costituzione Dogmatica, non una disposizione pastorale. Questa formula del Concilio Vaticano I è stata già ribadita nella lettera del Card. F. Seper a Mons. Marcel Lefebvre del 16 marzo 1978, alla quale Mons. Marcel Lefebvre non dette risposta sulla questione. La stessa Definizione Dogmatica è chiaramente inserita nel testo del Comunicato summenzionato, dopo l’incontro tra il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e il Superiore della F.S.S.P.X.

Se esiste un reale stato di necessità questo deve essere provato. Se la prova sono le costanti eresie che vengono diffuse e proferite dalla gerarchia della chiesa conciliare, non bisogna neppure intrattenere con la medesima delle relazioni come insegna San Paolo nell’Epistola a Tito: “Haereticum hominem post unam et secundam correptionem devita, sciens quia subversus est, qui eiusmodi est, et delinquit, proprio iudicio condemnatus”. (Lettera a Tito cap. 3-11)

Ci pare che correzioni siano state inviate “ad abundantiam”, già ai tempi di Paolo VI e di Giovanni Paolo II. Si veda la dichiarazione del 29 giugno del 1976 da parte di Mons. Marcel Lefebvre, dopo aver ricevuto la sospensione “a divinis” da parte di Paolo VI: Questa Chiesa Conciliare è scismatica, perché ha preso per base per il suo aggiornamento, principi opposti a quelli della Chiesa Cattolica, come la nuova concezione della Messa espressa ai numeri 5 della Prefazione al [decreto] Missale Romanum e 7 del suo primo capitolo, che attribuisce all’assemblea un ruolo sacerdotale che non può esercitare; come similmente il naturale — vale qui a dire divino — diritto di ogni persona e di ogni gruppo di persone alla libertà religiosa.

“Questo diritto alla libertà religiosa è blasfemo, perché attribuisce a Dio scopi che distruggono la Sua Maestà, la Sua Gloria, la Sua Regalità. Questo diritto implica libertà di coscienza, libertà di pensiero, e tutte le libertà massoniche.

“La Chiesa che afferma tali errori è al tempo stesso scismatica ed eretica. Questa chiesa conciliare è, pertanto, non cattolica. Nella misura in cui Papa, vescovi, preti e fedeli aderiscono a questa nuova Chiesa, essi si separano dalla Chiesa Cattolica”.

E la posizione fu ribadita, in particolar modo, nella lettera a Giovanni Paolo II del 31 agosto 1985 da parte dei vescovi Marcel Lefebvre ed Antonio De Castro Mayer, in occasione della convocazione del Sinodo dei vescovi in Vaticano, per celebrare i vent’anni di chiusura del Vaticano II, con la quale i due presuli concludevano: Santo Padre, la Vostra responsabilità è gravemente impegnata in questa nuova e falsa concezione della Chiesa, che trascina il clero e i fedeli nell’eresia e nello scisma. Se il Sinodo, sotto la Vostra autorità persevera in questo orientamento, Voi non sarete più il Buon Pastore”.

Ed ancora, lo stesso Mons. Marcel Lefebvre, nel 1988, ha affermato, un po’ prima di procedere alle consacrazioni episcopali: “E adesso vengo a quello che senza dubbio vi interessa; ma io dico: Roma ha perso la fede, cari amici, Roma è nell’apostasia. Queste non sono parole, non sono parole in aria che vi dico, è la verità! Roma è nell’apostasia. Non si può più dare fiducia a questa gente. Hanno abbandonato la Chiesa, abbandonano la Chiesa, e sicuro, sicuro, sicuro”. Aggiungiamo quello che affermò Mons. Antonio De Castro Mayer sempre nel 1988: “La Chiesa che aderisce formalmente e totalmente al Vaticano II con le sue eresie non è, né potrebbe essere, la Chiesa di Gesù Cristo. Per appartenere alla Chiesa Cattolica, alla Chiesa di Gesù Cristo, è necessario avere la Fede, cioè, non mettere in dubbio o negare alcun articolo della Rivelazione. Orbene, la Chiesa del Vaticano II accetta dottrine che sono eretiche, come abbiamo visto” (The Roman Catholic, agosto 1985).

Non si sa quanti ammonimenti sono stati inviati al Vaticano per condannare e mettere in luce le eresie e le blasfemie che in questi ultimi anni si sono manifestate.

Come può un eretico essere il Capo della Chiesa? Questo rimane un mistero! Una gerarchia che proclama eresie può essere la vera gerarchia della Chiesa?

Questo mistero va però dipanato e più volte lo stesso Mons. Marcel Lefebvre ebbe dubbi sulla legittimità dei papi conciliari. Già in una conferenza del 1975 espresse questi dubbi su Paolo VI. Lo stesso, nel suo libro il “colpo da Maestro di Satana” su Giovanni Paolo II nella famosa omelia di Pasqua del 1986. Il vescovo francese fu frenato proprio dai suoi stessi collaboratori, in quella occasione. Finita la cerimonia, ci fu una pletora di sacerdoti e di benefattori che andarono a parlare con Mons. Lefebvre, supplicandolo di non prendere una posizione per la vacanza della Sede Apostolica e questo è testimoniato proprio dai seminaristi, che in quel tempo erano ad Econe, per le feste pasquali.

Ancora, poco prima di morire, nel 1990 Mons. Marcel Lefebvre ebbe a dire davanti a testimoni che avrebbe preso posizione sull’autorità nella Chiesa, perché questa situazione stava ingenerando confusione nei sacerdoti e nei fedeli.

È evidente a qualsiasi cattolico che non è possibile per chi è assistito dal carisma dell’Infallibilità che sbagli in questioni di fede e morale, perché c’è una promessa divina: «Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli». (Luca 22-31-34). Non vogliamo in questa circostanza addentrarci in dispute troppo teologiche, ma è evidente che un eretico o uno scismatico non può essere eletto Sommo Pontefice.

Lo spiega molto bene L’Enchiridion Juris Canonici edizione 1940 a cura di Stefano Sipos: “Eligi potest masculum, usu rationis pollens, membrum Ecclesiae. Invalide ergo eligerentur feminae, infantes, habituali amentia laborantes, non baptizati, haeretici, schismatici” (Può essere eletto Sommo Pontefice ogni maschio che abbia l’uso della ragione, membro della Chiesa. Non sarebbero dunque, eletti: le donne, i bambini, i matti, i non battezzati, gli eretici e gli scismatici).

Questo riprende e ripropone quanto già formulato dalla Costituzione Apostolica di Paolo IV del 15 marzo 1559 “Cum ex Apostolatus”: “Aggiungiamo che, se mai dovesse accadere in qualche tempo che un Vescovo, anche se agisce in qualità di Arcivescovo o di Patriarca o Primate od un Cardinale di Romana Chiesa, come detto, od un Legato, oppure lo stesso Romano Pontefice, che prima della sua promozione a Cardinale od alla sua elevazione a Romano Pontefice, avesse deviato dalla Fede cattolica o fosse caduto in qualche eresia (o fosse incorso in uno scisma o abbia questo suscitato), sia nulla, non valida e senza alcun valore (nulla, irrita et inanis existat), la sua promozione od elevazione, anche se avvenuta con la concordanza e l’unanime consenso di tutti i Cardinali; neppure si potrà dire che essa è convalidata col ricevimento della carica, della consacrazione o del possesso o quasi possesso susseguente del governo e dell’amministrazione, ovvero per l’intronizzazione o adorazione (adoratio) dello stesso Romano Pontefice o per l’obbedienza lui prestata da tutti e per il decorso di qualsiasi durata di tempo nel detto esercizio della sua carica, ne essa potrebbe in alcuna sua parte essere ritenuta legittima”.

La prova che i candidati non erano “materia apta” al Sommo Pontificato sono gli atti posti in essere successivamente all’elezione, i quali contengono eresie e deviazioni dalla fede. Ciò è manifestatamente evidente in quei provvedimenti che hanno in se stessi l’infallibilità riflessa ovvero l’oggetto secondario dell’infallibilità papale come canonizzazioni dei santi, promulgazione delle leggi universali per la Chiesa sia disciplinari che liturgiche, l’approvazione di ordini e congregazioni religiose ed i fatti teologici. Ordunque, nell’approvazione dei testi delle riforme susseguite al Vaticano II, sia liturgiche, Pontificale Romano, Novus Ordo Missae e Libro dei Sacramenti, che disciplinari, Nuovo Codice di Diritto Canonico sono contenuti errori, come nella proclamazione di nuovi santi, vedasi solo come esempio quelle di Giovanni Paolo II e di Paolo VI.

Il Colpo da Maestro di Satana sta proprio in questo: infiltrare eretici e apostati all’interno della Chiesa, che utilizzano la loro autorità, raggiunti i vertici del potere, per diffondere l’eresia. Questa è stata la strategia dei modernisti per sovvertire la Chiesa Cattolica e trasformarla nella chiesa sinodale e conciliare.

La visibilità della Chiesa, argomento principe adottato ultimamente dalla F.S.S.P.X  per mantenere relazioni con la Roma conciliare è chiaramente inficiato da quanto è scritto nel classico Dictionnaire de Théologie Catholique, alla voce “Église”. Così scrive il Dublanchy: “Lo Stapleton (†1598) espone quattro ragioni per le quali la visibilità della Chiesa deve essere manifestata agli occhi di tutti: il bene dei fedeli che possono così facilmente seguire gli insegnamenti della Chiesa ed obbedire ai suoi precetti; la necessità per i fedeli, esposti a perdere la fede, di poter facilmente discernere dalle sette eretiche la Chiesa cattolica della quale la verità è divenuta così risplendente; la necessità, per gli infedeli che vogliano abbracciare la fede cattolica, di poter agevolmente riconoscere la Chiesa cattolica; infine la gloria di N.S. Gesù Cristo il cui regno su tutta la terra brilla così di un meraviglioso splendore”.

La visibilità della chiesa conciliare porta a perdere la fede, non porta sicuramente gli acattolici ad avvicinarsi alla vera Chiesa di Cristo Nostro Signore! L’argomento sarebbe troppo vasto da trattare in questo articolo, ma quanto qui esposto sarebbe già sufficiente a chiudere l’argomento.

In conclusione se si deve addivenire a consacrazioni episcopali senza mandato Apostolico, è necessario chiarire prima la situazione dell’autorità nella Chiesa, altrimenti s’innesca un cortocircuito nella Chiesa stessa e l’atto sarebbe materialmente scismatico, anche se non formalmente, perché gli occupanti del Vaticano sono illegittimi e la Sede Apostolica sarebbe, pertanto, vacante. Che Nostro Signore intervenga ed illumini le coscienze e gli intelletti.

15 febbraio 2026 Domenica di Quinquagesima

Doctor Quidam

Analisi sulla situazione della Chiesa e della tradizione cattolica, oggi

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Come i nostri numerosi affezionati lettori sanno, noi del “Circolo Christus Rex-Traditio” non aderiamo alla Tesi di Cassiciacum perché siamo sedevacantisti cosiddetti simpliciter, ma ci rivolgiamo all’Istituto Mater Boni Consilii di Verrua Savoia per i Sacramenti e l’apostolato cattolico romano. (i grassetti dell’editoriale di don Ugo, che condividiamo in pieno, sono nostri)

L’EDITORIALE

di don Ugo Carandino (del 18/06/2021)

Cari lettori, il documento che trovate nella pagina precedente, la “Lettera ai fedeli”, è stato scritto vent’anni fa, quando fu inaugurata la Casa San Pio X dell’Istituto Mater Boni Consilii, che festeggia dunque il suo ventennale. 
In questi ultimi vent’anni la situazione nella Chiesa è ulteriormente peggiorata, con gravi conseguenze anche nella società, come ammonisce il Vangelo: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli si renderà il sapore? A null’altro serve che ad essere gettato via e ad essere calpestato dagli uomini”. Gli uomini del modernismo hanno calpestato Cristo e la Sua Chiesa e, malgrado il maldestro tentativo di guadagnare la simpatia del mondo (tema tanto caro a Paolo VI), è cresciuto il disprezzo generale nei confronti di questi servi infedeli. 
Sessant’anni dopo l’inizio del Concilio Vaticano II, la religione cattolica non è più presente nell’insegnamento, nei riti e nella disciplina dei modernisti, poiché essi diffondono un’altra religione o, più precisamente, l’assenza della religione stessa. In effetti sotto il loro sentimento religioso si nasconde una vera e propria forma di ateismo, l’estrema conseguenza dell’eresia modernista, come ammoniva all’inizio del ‘900 san Pio X (purtroppo inascoltato dagli opportunisti della sua epoca). Del resto se credessero davvero nella rivelazione divina, come potrebbero fare e dire quello che fanno e dicono? La loro “divinità” è nient’altro che la povera umanità sedotta dalla tentazione luciferina dell’orgoglio e della disobbedienza: “sarete come Dio”. 
Anche le persone più semplici possono constatare la perdita della fede dall’architettura delle nuove chiese: l’assenza della verità ha provocato l’assenza della bellezza (intesa secondo l’insegnamento di san Tommaso: integrità, armonia e splendore), lasciando spazio allo squallore più tetro, dove gesticolano tristi personaggi nel corso di squallide liturgie. 
Le conseguenze nell’ambito della morale sono inevitabili: se si accettano le dottrine erronee del modernismo, perché si dovrebbe rimanere cattolici in determinati comportamenti umani? I peccati che contraddicono la professione di fede sono più gravi dei vizi della carne, e senza l’aiuto della grazia sarebbe illusorio pensare di vivere cristianamente. 
La situazione sempre più grave nella Chiesa non ha risparmiato il “tradizionalismo” cattolico. Il rifiuto e il disgusto del modernismo mi spinsero nel 1983 ad entrare nel seminario della Fraternità San Pio X a Ecône – in quell’epoca riferimento quasi obbligato per chi non accettava il Concilio e la “nuova messa” – dove nel 1988 ricevetti l’ordine sacro. Fui chiamato a svolgere il ministero sacerdotale prima in Lorena e poi, per undici anni, al priorato di Spadarolo, alle porte di Rimini. Le riserve nei confronti della Fraternità non mancavano: la presenza di tanti preti e seminaristi “liberali”, la liturgia di Giovanni XXIII, le foto di Giovanni Paolo II nelle sacrestie… Ma l’entusiasmo giovanile faceva andare avanti e soffocare (colpevolmente, molto colpevolmente!) il tormento di coscienza relativo alla disobbedienza abituale a colui che si doveva riconoscere come il papa legittimo. 
Le divisioni interne alla Fraternità contribuivano a falsare la coscienza: se la “sinistra” sperava – malgrado i tanti scandali contro la fede – nell’accordo col Vaticano (prima con Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI), schierarsi con la “destra” anti-accordista, quella dei “puri e duri”, sprezzante nei confronti del “papa eretico”, del “papa massone” (che però citavano ogni giorno al Canone della Messa) sembrava soddisfare l’esigenza di ortodossia. 
Entrambe le posizioni si rifacevano (e si rifanno) alla linea di Mons. Marcel Lefebvre che, col suo esasperato pragmatismo, ha sempre cercato di mantenere unite queste due tendenze all’interno della Fraternità per salvare la Fraternità stessa, che progressivamente da mezzo è diventata il fine, un fine da salvare ad ogni costo, anche a discapito della testimonianza della verità minata dai compromessi. I due schieramenti potevano (e possono) giustificare le loro posizioni e alimentare le proprie ambizioni attingendo alle dichiarazioni del fondatore, a volte dai toni più concilianti, altre volte dai toni più oltranzisti, a seconda delle circostanze. 
Come ho spiegato nella lettera, queste due posizioni – attualmente rappresentate dalla Fraternità “storica” e dai lefebvrani della cosiddetta “resistenza” nata con Mons. Williamson – erano e sono inaccettabili. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti. Gli “accordisti” (alcuni per convinzione, altri per rassegnazione) hanno ottenuto una serie di riconoscimenti discreti (per non urtare gli “opposti estremismi” del campo modernista e di quello interno) ma reali. Con i provvedimenti del Vaticano (basta un timbro a trasformare la “Roma modernista” nella “Roma eterna”…) la scomunica è stata tolta (quindi era valida?); le confessioni hanno ottenuto la “giurisdizione” (prima erano invalide?); la facoltà per i matrimoni è stata concessa a patto che sia il parroco “conciliare” a ricevere i consensi degli sposi, col prete FSSPX che si limita a celebrare la Messa; è stata concessa la facoltà di procedere alle ordinazioni sacerdotali anche senza il permesso dell’ordinario della diocesi dove sorgono i seminari; la Fraternità può inoltre ricorrere senza problemi (e senza vergogna) ai tribunali della Roma “modernista”, pardon, “eterna”, per ridurre allo stato laicale alcuni suoi membri. 
I risultati di tutto questo? Un certo aumento di fedeli e forse di vocazioni, argomento utilizzato per rassicurare i più perplessi e illuderli di aver portato a casa solo vantaggi. In realtà negli accord le concessioni viaggiano nelle due direzioni, le mani dei modernisti hanno dato molto non senza chiedere qualcosa in cambio. Sarebbe sufficiente l’accettazione della “communicatio in sacris” per le nozze a dimostrare come sia stato imboccata la via del compromesso e della resa. 
Il modernismo è arrivato sino alle attuali aberrazioni di Bergoglio – precedute e preparate da quelle di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – eppure la Fraternità è sempre più silenziosa, per non urtare chi è stato così generoso. Le voci pubbliche di dissenso provengono sempre più “dall’interno” dello schieramento ufficiale (la “chiesa alta” rappresentata da prelati come il card. Burke e Mons. Schneider) e sempre meno dalla Fraternità. Certo, non mancano, seppur sporadiche, alcune dichiarazioni di critica, ma per chi conosce bene i meccanismi della politica, sa bene che si può essere al contempo partito di opposizione e di governo, a secondo dei contesti e degli interessi (di opposizione davanti agli irriducibili, di governo nelle stanze romane)
Questo stato di cose ha provocato notevoli dissidi interni alla Fraternità, con la partenza di decine di sacerdoti e di centinaia di fedeli (oltre agli arrivi ci sono anche le partenze), in Europa come nelle Americhe, organizzati nella cosiddetta “resistenza”. Per questa parte di lefebvriani, gli accordi col Vaticano non si devono fare (almeno per oggi, domani si vedrà, poiché si tratta pur sempre del “Santo Padre”), la “Chiesa” e il “Papa” devono convertirsi e “raggiungere la Tradizione” che è salvaguardata solamente nelle chiese lefebvriane (la chiesa intesa come edificio che richiama però le “piccole chiese” scismatiche, come ammoniva nel 2000 l’abbé Michel Simoulin). Ovviamente per i “resistenti” la Sede non è vacante e quindi non bisogna avere nulla a che fare coi “sedevacantisti”. Nella migliore delle ipotesi, la considerano una semplice opinione, per nulla vincolante. 
Paradossalmente Mons. Williamson, l’artefice della “resistenza”, negli ultimi anni si è spostato alla sinistra della Fraternità “accordista”, difendendo la validità della “messa nuova” e la partecipazione ad essa (ma non è necessario andare sino in Gran Bretagna per sentire o leggere queste enormità, che fanno rivoltare nella tomba dei sacerdoti come don Francesco Putti, sepolto a Velletri). 
Continuando ad analizzare la situazione, il peggioramento negli ultimi 20 anni, è sotto gli occhi di tutti; si vede come la mentalità lefebvriana non abbia colpito solamente il perimetro ufficiale della Fraternità (quella storica e quella della “resistenza”), ma ha contagiato l’intero “tradizionalismo”, dove ormai è assimilata la convinzione che la Sposa di Cristo sia fallibile, in quanto il magistero dei papi conterrebbe degli errori, con buona pace delle promesse di Nostro Signore. Negli ambienti dell’attuale tradizionalismo prosperano personaggi spuntati dal nulla (non è sufficiente la conversione di una persona per abilitarla a formare altre persone: non tutti sono come san Paolo) che oltre all’errore fallibilista diffondono idee (anche nei convegni organizzati dalla Fraternità ai quali sono invitate) estranee o addirittura contrarie al “buon combattimento” di un tempo, aumentando la confusione e minando i principi dei cattolici in buona fede (a volte però troppo curiosi e girovaghi). 
Vi è poi il gravissimo problema relativo alla validità dei riti delle nuove consacrazioni episcopali e delle nuove ordinazioni sacerdotali, che determina, come conseguenza inevitabile, un forte dubbio sulla validità delle celebrazioni dell’ex Ecclesia Dei e del Summorum pontificum (che fu accolto col canto del Te Deum dalla Fraternità) e dei sacramenti amministrati in quel contesto. Il gravissimo problema si pone anche per i preti diocesani che celebrano e confessano nei priorati lefebvriani senza essere stati riordinati: fa pena e rabbia pensare alle anime che, pur desiderando rimanere fedeli alla Chiesa, si ritrovano in quelle condizioni. Il ritornello lefebvriano “noi facciamo quello che la Chiesa ha sempre fatto” diventa un’insopportabile stonatura. 
Queste mie riflessioni hanno voluto ripercorrere le tappe che hanno portato alla mia decisione, alla luce dello scontro tra la verità cattolica e gli errori del Concilio. Esse probabilmente non saranno gradite a tutti i lettori, ma la verità non si può tacere (conosco dei preti che pur volendo lasciare la Fraternità cambiarono idea proprio per la paura di perdere il consenso di una parte dei fedeli). Il modernismo sa bene che il “tradizionalismo” cattolico, seppur numericamente irrisorio, rappresenta una voce da ridurre al silenzio. Dopo i lunghi anni della persecuzione aperta, durante i quali i sacerdoti e i laici fedeli alla Chiesa hanno subito ogni genere di angherie, è stata scelta la via dell’assimilazione, favorendo il passaggio da un campo all’altro: lo dimostrano la vicende di Alleanza Cattolica e dell’Ecclesia Dei, in particolare della diocesi di Campos. 
L’ultima fase a cui stiamo assistendo, inaugurata da Benedetto XVI, è quella del ‘cammuffamento’. Ratzinger, uno degli ultimi partecipanti al Concilio ancora in vita, ha agito con astuzia nei confronti dell’opposizione, sostituendo agli occhi dell’opinione pubblica i “tradizionalisti” con dei “conciliari” che sembrano tradizionalisti, come già accennato a proposito dei Burke di turno. Inoltre il trucchetto del nuovo messale, fino ad allora mai accettato dai difensori della Tradizione, che è stato presentato come il “rito ordinario” della Chiesa, e in quanto tale accettato da tanti “oppositori” pur di usufruire del “rito straordinario”, ricorda quei colpi di maestro di cui parlava Mons. Lefebvre. 
Coloro che avrebbero dovuto continuare a combattere a viso aperto gli occupanti della Sede apostolica non l’hanno fatto, proprio per quelle incongruità interne sopraelencate: quindi anche tra le file del “tradizionalismo” il sale è diventato insipido
Per tutta questa serie di motivi ringrazio la Madonna del Buon Consiglio di avermi permesso di conoscere e abbracciare pubblicamente la Tesi di Cassiciacum di Mons. Guérard des Lauriers, l’unica spiegazione corretta dell’attuale situazione della Chiesa, e di far parte dell’Istituto Mater Boni Consilii, per poter svolgere il ministero sacerdotale in tranquillità di coscienza. 
Questi vent’anni non sono stati facili, soprattutto all’inizio, e le difficoltà nello svolgere il ministero rimangono, poiché l’Istituto è una piccola opera all’interno della Chiesa, con pochi mezzi e tanti ostacoli. Tuttavia la perseveranza di tante anime che da tempo si affidano all’Istituto, la formazione di nuove famiglie e l’aumento di presenze registrato degli ultimi anni, sono un incoraggiamento a proseguire nella via stretta ma benedetta della fedeltà incondizionata alla Chiesa e al Papato, senza cercare scorciatoie basate sulla prudenza umana. 
Il 30 giugno prossimo, 20° anniversario della Casa San Pio X e del suo apostolato, all’altare del piccolo oratorio dedicato a Maria Ausiliatrice ricorderò al Memento dei vivi tutti i confratelli, i benefattori, i fedeli e gli amici, anche coloro che lo sono stati per un tratto di strada. Al Memento dei defunti pregherò per le anime di tutti coloro che anche grazie al ministero della Casa si sono presentati con l’abito nuziale al giudizio divino e per le anime dei tanti amici e conoscenti defunti. 
Che la Madonna del Buon Consiglio, san Giuseppe e san Pio X concedano il più presto possibile il trionfo della Chiesa sui nemici interni ed esterni e la restaurazione dell’unica liturgia gradita a Dio. In attesa di tutto ciò, invochiamoli per conservarci fedeli dalla parte giusta, che non può che essere quella integralmente cattolica, apostolica e romana. 
 
 

La fine del mondo e i falsi profeti

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Riceviamo e pubblichiamo una lunga ma interessante riflessione di una nostra attenta lettrice, che preferisce usare, pubblicamente, uno pseudonimo e che ci inoltra un suo scritto per la prima volta.

Le opinioni scritte dai lettori sono espressione del loro pensiero. Noi pubblichiamo qui, solo le lettere che ci appaiono avere spunti interessanti di riflessione ed eventualmente di discussione.

 

di Greta

“E tutti i signori temporali e i prelati ecclesiastici saranno dalla parte dell’Anticristo. E quelli che sono divisi tra loro, i Papi, i Re, i Vescovi e il clero, diranno: “Se il mio avversario mi denuncia a quest’uomo tanto potente, sono morto. Meglio che vada io prima di lui”. Così tutti gli presteranno obbedienza, e non ci saranno né Re né prelati senza che egli lo voglia.”

San Vicente Ferrer, Sermone sulla venuta dell’Anticristo

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(L’ ‘altro Vangelo’ di Monsignor Viganò)

Il 7 giugno del 2020, Monsignor Carlo Maria Viganò ha scritto una lettera aperta al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, elogiandolo come “coraggioso difensore del diritto alla vita, che non si vergogna di denunciare le persecuzioni dei Cristiani nel mondo, che parla di Gesù Cristo e del diritto dei cittadini alla libertà di culto”.

Ma non solo; dopo avere descritto la battaglia spirituale che contrappone le forze del bene a quelle del male (“i figli della luce e i figli delle tenebre”), Viganò arriva a dichiararsi apertamente “compagno di battaglia” del presidente americano.

Donald Trump ha risposto dicendosi “molto onorato per l’incredibile lettera inviatagli dall’arcivescovo”, e augurandosi “che ognuno, religioso o meno, la legga”.

Di fatto la lettera è rimbalzata su tutta la stampa cattolica, senza esclusione per gli ambienti tradizionalisti, raccogliendo approvazioni unanimi. Il consenso ha riunito schieramenti fino ad oggi inconciliabili, perché a tessere le lodi di Monsignor Viganò sono state sia le pagine ufficiali della Fraternità San Pio X che quelle della Società Sacerdotale fondata da Monsignor Faure (SAJM), ma anche pagine apertamente sedevacantiste come la Catholica Pedia di Luis Hubert Remy e il Blog ufficiale di Monsignor Sanborn.

Il 27 giugno i quattro Vescovi della Resistenza hanno dichiarato ufficialmente il loro sostegno a Monsignor Viganò, e dal momento che la Società Sacerdotale degli Apostoli di Gesù e Maria, per esplicita dichiarazione del suo fondatore, si propone di “essere la continuazione dell’opera e della battaglia di Mons. Lefebvre nella fedeltà alla Fede di sempre”, è doveroso fare alcune osservazioni su quella che è “la Fede di sempre”.

1) Donald Trump ha divorziato due volte e si è sposato tre volte. Secondo “la fede di sempre” è un peccatore pubblico; per lo stesso peccato il Re d’Inghilterra Enrico VIII fu scomunicato dal Papa Clemente VII nel 1533. Continua a leggere

Bergoglio, i conciliari e le vergogne della tradizione

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di Matteo Castagna

Per parte tradizionalista, oramai ridotta a coloro (chierici e laici) che non riconoscono la “gerarchia conciliare” come legittima, si scorge una certa ritrosia alla sguaiata contestazione di Bergoglio, rispetto ai predecessori, perché potrebbe sembrare che la crisi e i problemi nascano con lui, quasi ottenendo il risultato di “assolvere” tutti gli altri, per conseguenza.

Ritengo che non sia sbagliato ritenere limitato attaccare per le sue bizzarrie o espressioni eretiche solo il perito chimico argentino, perché chi vuole (e deve) avere una visione d’insieme deve iniziare la panoramica su quanto accaduto a livello ecclesiale e quindi, criticare duramente documenti e persone, almeno dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Indetto da Roncalli, proseguito e terminato da Montini, quest’assise ha posto le basi per una mutazione genetica, sul piano umano, della Chiesa ufficiale. Non potendo, però, Essa trasformarsi ma tramandarsi, in quanto il Corpo Mistico di Cristo è solo in continuità con il Suo Fondatore, siamo costretti a ritenere che il Vaticano 2 non sia stato un Concilio della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, quanto un Conciliabolo della “Contro-Chiesa”, composta da chierici decaduti, infiltrati d’ideologia liberale e social-comunista, teologicamente modernisti (“modernismo è la sintesi di tutte le eresie” – San Pio X). Preparato da tempo nelle logge, trovò terreno fertile in Roncalli, mentre Sua Santità Pio XII si rifiutò di indirlo, poiché aveva colto la volontà sediziosa dei cosiddetti novatori. Tutti i predecessori di Papa Pacelli avevano, peraltro, rifiutato energicamente l’abbraccio con la modernità, intesa come l’adeguamento ai peccati contro Dio e contro il prossimo, da sempre condannati, ma spacciato per misericordia e carità (sic!). Continua a leggere