Il crollo della Cdu scuote i popolari. E il centrodestra riapre il cantiere

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Le ripercussioni del voto tedesco. Fi spera che i moderati restino al governo. Salvini rilancia il partito unico, Meloni contro le larghe intese. Berlusconi: Merkel lascia un vuoto incolmabile

di Pasquale Napolitano

Il tracollo elettorale in Germania della Cdu-Csu, per la prima volta nel dopoguerra sotto la soglia del 30% dei consensi, e l’addio di Angela Merkel rimescolano le carte nella famiglia dei Popolari europei.

In Italia il voto tedesco spinge il leader della Lega Matteo Salvini a riaprire il cantiere del partito unico del centrodestra. Il segretario del Carroccio fiuta la debolezza del Ppe, orfano della leadership della Merkel, e gioca d’anticipo: «Il voto in Germania deve essere di insegnamento anche per il centrodestra italiano. Il centrodestra in Germania ha preso una batosta storica. Il centrodestra italiano dovrebbe imparare che uniti si vince, soprattutto in Europa. Quindi ripropongo agli alleati di unirsi a Bruxelles, perchè adesso siamo divisi in tre gruppi diversi e contiamo di meno. L’Italia conta di meno. Se i centrodestra italiani si uniscono l’Italia conta di più in Europa. Io sono pronto anche domani. Spero che Berlusconi e Meloni lo siano altrettanto».

È il momento di accelerare. Il ragionamento che filtra da via Bellerio è chiaro: «Con l’uscita di scena della Merkel si aprono spazi enormi sia in Italia che in Europa per riorganizzare il fronte anti-socialista».

E il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi ammette: «È molto difficile riempire un vuoto come quello che lascerà la signora Angela Merkel nella politica europea. Un’Europa con una politica estera e di difesa comune, quindi tra i grandi protagonisti del mondo, richiede una leadership di alto livello politico».

La sconfitta della Cdu in Germania fa discutere Forza Italia, che nei giorni scorsi ha frenato sull’ipotesi di una formazione politica unica in Europa. Intanto il coordinatore Antonio Tajani si augura «che i popolari restino al governo a Berlino e il ministero delle Finanze non vada ai liberali».

Contro il progetto salviniano di unire le tre forze di centrodestra si schiera Giorgia Meloni, leader di Fdi, che boccia le larghe intese e rilancia il bipolarismo: «Il crollo dei popolari della Cdu-Csu in Germania dopo 16 anni di cancellierato Merkel e il successo della Spd certificano che quando forze di centrodestra si prestano per anni ad alleanze innaturali con la sinistra finiscono per annacquare la propria identità e perdere consenso. Lo stesso sta avvenendo nelle istituzioni Ue con un Ppe ormai al traino delle sinistre. Il messaggio che ci arriva dalle elezioni tedesche non è dunque la sconfitta del sovranismo, come dice il mainstream, ma la necessità di consolidare un sano bipolarismo che consenta ai cittadini di scegliere maggioranze chiare e coese e di sapere la sera stessa delle elezioni chi governerà. Un bipolarismo che come Fratelli d’Italia e come Conservatori europei vorremmo riprodurre anche a livello continentaee».

In direzione opposta si muove il ministro del Sud Mara Carfagna che insiste, incassando la sponda di Matteo Renzi, sulla costruzione di un polo centrista: «Credo invece che debba farsi strada nei partiti l’urgenza restituire un baricentro alla politica italiana. Lo si può fare solo rinunciando all’estremismo e questo percorso va imboccato subito da tutti coloro che si candidano a governare in futuro il Paese» spiega nel blog su HuffPost.

Sul fronte opposto il Pd esulta per la «non vittoria» dei Socialdemocratici fermi al 25,7%. A Berlino sono partiti gli scongiuri. A scrutino ancora in corso il segretario Enrico Letta sentenzia: «Il cancelliere sarà Scholz, non ho alcun dubbio su questo». La sinistra italiana non perde il vizio dell’innamoramento facile. Il copione si ripete: Biden, Blair, Zapatero. Stavolta al Nazareno si festeggia il successo di Pirro di Scholz. Ma dal voto tedesco Letta spera di portare a casa un altro risultato: lo stop al proporzionale e la corsa verso il bipolarismo.

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/politica/crollo-cdu-scuote-i-popolari-e-centrodestra-riapre-cantiere-1978135.html

Le due vere sfide della coalizione

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Che il Pd sia il primo partito e che abbia vinto le elezioni è chiaramente una bufala colossale

di Marco Gervasoni

Che il Pd sia il primo partito e che abbia vinto le elezioni è chiaramente una bufala colossale: ha mantenuto tre Regioni (di cui una storicamente «sua», la Toscana), ne ha persa una storica, le Marche, e ne conserva solo una quarta, rossissima, l’Emilia-Romagna.

Chiarito questo, il pareggio del centrodestra, sulla base delle aspettative di elettori e di militanti, lo possiamo comunque definire una battuta d’arresto o almeno un segnale d’allarme? Nulla di preoccupante, anzi, come scriveva il teologo seicentesco Fénelon, «spesso è una grande vittoria saper perdere al momento giusto». Cioè, fuor di metafora, il centrodestra può profittare di questa frenata per rivedere due elementi che, secondo l’antico pensiero strategico cinese, sono fondamentali: il proprio nemico e se stessi, perché solo conoscendo entrambi la vittoria futura sarà assicurata. Il proprio nemico: i rossogialli, Pd e 5 stelle. Fino a lunedì il centrodestra ha vissuto del mito della spallata. All’indomani della nascita del governo Conte II, l’opposizione ha creduto (e pure noi, a dire il vero) che l’esperimento raccogliticcio e anche un po’ meschino sarebbe presto stato spazzato via dalle proprie divisioni e dal suo essere minoranza del Paese. E che quindi tutte le tornate elettorali si sarebbero tramutate in una grandiosa cavalcata sull’onda del sentimento popolare della gran maggioranza degli italiani. Ebbene, non è così: complice certamente l’emergenza della pandemia, ma non solo. Il centrodestra è probabilmente ancora maggioranza nel Paese, ma non è un’invincibile armada e l’Italia è spaccata, divisa, disillusa, impaurita e anche un po’ annoiata. Se l’alleanza Pd 5 stelle si fosse tramutata in un accordo elettorale, ad esempio, al Sud i risultati sarebbero stati ancora migliori per i candidati governativi e la vittoria dell’opposizione meno scontata nelle Marche. Riconoscere la forza del nemico non è segno di debolezza, anzi. È semplicemente cambiato il Paese da quando, dopo il 2016, è partita l’avventura di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni. L’Italia uscita dalle urne del 2018 (in cui pure a vincere veramente furono i 5 stelle) e del 2019 in qualche misura non esiste più. Se il centrodestra, e soprattutto Lega e Fratelli d’Italia, erano stati eccellenti nel cogliere la fase precedente, è venuto il momento ora di capire meglio quale sia il profilo del Paese. Al Sud, ad esempio, non è vero che gli italiani sono contro il governo: come dimostra anche il voto per i sindaci di città capoluogo, lo seguono perché questi promette loro risorse (da non sottovalutare la forza «convincitiva» del reddito di cittadinanza) e ancor più ne elargirà con il Recovery fund. Conoscere il proprio nemico ma conoscere anche se stessi. Capire che la sfida richiede un’identità parzialmente nuova, aggiornata, più radicale su alcuni tratti ma più da «forza tranquilla» su altri. In modo da preparare le due grandi sfide che attendono il centrodestra, il voto amministrativo di Roma e di Milano il prossimo anno e la madre di tutte le battaglie: l’elezione del presidente della Repubblica.

Fonte: https://m.ilgiornale.it/news/politica/due-vere-sfide-coalizione-1891932.html

I veri cattolici voteranno Trump

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Con la ripresa delle attività del gruppo dopo la pausa estiva, abbiamo avuto l’opportunità di conoscere Leonardo Motta, che vive in Sudamerica e che scriverà un Editoriale in esclusiva per noi, a partire da oggi , ogni lunedì. Si tratterà di argomenti piccati e interessanti, provocatori e di riflessione, di formazione e informazione.

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Leonardo Motta

Il prossimo tre novembre i cattolici statunitensi non potranno votare che per Donald Trump.

Non stiamo parlando dei “cattolici” tra virgolette, cioè gli atei che vanno in Chiesa e sono favorevoli ad aborto, eutanasia, nozze gay ecc.

Stiamo parlando di coloro che professano la fede in Gesù Cristo, nella Chiesa Cattolica voluta dal Divino Maestro, nella fedeltà alla bimillenaria tradizione ecclesiale.

Utilizzando fenomeni incontrollabili (la cosiddetta pandemia da Covid-19) e controllabili (e fomentati) come le proteste razziali di stampo anarco-socialista (con venature anticristiane) e i media di regime, i Democratici hanno fatto e stanno facendo di tutto per screditare Donald Trump ed hanno persino candidato un falso cattolico (Joe Biden) per abbattere il miliardario newyorkese.

Ma Trump, impegnato in una corsa contro il tempo, senza aver recuperato terreno nei sondaggi (che non valgono poi così tanto, visto cosa è accaduto 4 anni fa per la prima elezione del Presidentissimo del Make America Great Again) e per molti osservatori nordamericani (quelli europei hanno i paraocchi, come 4 anni fa) dovrebbe spuntarla.

Il blocco dei gruppi evangelici che lo ha molto sostenuto si è ricompattato. E stavolta si uniranno anche i veri cattolici, cioè quelli fedeli alla tradizione, che certo non voteranno un abortista, garante delle lobby (come Planned Parenthood e le multinazionali del farmaco) e chi più ne ha più ne metta, come Biden.

I veri cattolici, unitamente agli evangelici e agli ebrei ortodossi, non permetteranno la vittoria di Biden e la conseguente scristianizzazione degli Stati Uniti. Continua a leggere

HONG KONG RINVIA LE ELEZIONI e cancella certi candidati. La scuola “Cinese” di Giuseppi Conte

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Il leader di Hong Kong, Carrie Lam, che non è democraticamente eletta, ma è nominata dal Partito Comunista Cinese, ha scatenato proteste annunciando ieri che le elezioni dell’assemblea legislativa, che dovevano tenersi il 6 settembre prossimo, sono rinviate ad almeno al 5 settembre 2021. Tutto questo il giorno dopo che 12 leader dell’opposizione sono stati esclusi dalla partecipazione alla contesa elettorale, per motivi ovviamente di carattere politico.

“La situazione epidemica di Hong Kong è entrata nella fase più grave da gennaio, poiché si prevede che  l’epidemia continuerà a diffondersi”, ha detto Lam, mentre la città ha riportato un decimo giorno consecutivo di oltre 100 nuove infezioni. “Il voto, che coinvolge raduni di massa e contatti sociali, potrebbe comportare un rischio molto grave per la salute pubblica”.

Naturalmente, dato che l’assemblea legislativa è scaduta, vi è un vuoto di potere, per cui il potere esecutivo della LAM si consulter tutte le volte in profondità con il Comitato per gli affari di Hong Kong del Parlamento Nazionale, quello di Pechino, fino all’elezione del nuovo parlamento. Quindi tutta la vicenda si conclude con l’appoggio reciproco ed il sostegno di tutte le parti: Il Comitato del Popolo del Partito Comunista fa i complimenti alla Lam e le assicura il  proprio appoggio, e questa afferma che quindi continuerà a governare in modo legittimo. Tutti vissero felici e contenti, tranne, ovviamente, gli abitanti di Hong Kong.

Giuseppi ha imparato bene dalla Cina: si procura la prosecuzione o l’intensificazione dell’allarme Covid, poi si chiede alla Commissione degli esperti, quella le cui deliberazioni sono tenute sotto segreto, di pronunciarsi, quindi , per il pericolo di un’epidemia di Covid-19, si fa quello che si vuole, praticamente esautorando il parlamento. Tutti vissero felici e contenti, tranne, ovviamente gli italiani. Però Conte ha l’appoggio degli Esperti, sempre più simili al “Gran Consiglio dei dieci assenti” di fantozziana memoria, ha l’appoggio della Merkel e quindi di Mattarella. Alla fine se la Lam se ne può fregare degli abitanti di Hong Kong, lui può fare esattamente lo stesso con gli italiani.

Fonte: www.scenarieconomici.it  Continua a leggere

Il nobel economia Krugman contro la scelta di Mattarella. Ecco perché l’antipolitica vince sull’establishment

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Scritto e segnalato da Antonio Amorosi

Nobel economia Krugman contro Mattarella. Preferisce l’euro alla democrazia

Nobel economia Krugman, dure critiche a Mattarella: preferisce l’Euro alla democrazia. Krugman non è un populista ma fa capire perché la scelta è sbagliata

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Elezioni, Mattarella: tocca a presidente Senato Casellati

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Elezioni, Mattarella: tocca a presidente Senato CasellatiSegnalazione Wall Street Italia

di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – L’Italia è in una situazione di stallo e dopo il secondo giro di consultazioni si attende una risposta da parte del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella che dovrà decidere il da farsi molto probabilmente domani.

Secondo quanto scrive oggi il  Corriere della Sera, il Presidente Sergio Mattarella proverà ad affidare un mandato esplorativo ad una delle due alte cariche dello Stato e quella più accreditata sembrerebbe il Presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati.

“Se andrà così, lei dovrà farsi allestire in fretta uno studio a Palazzo Giustinianie preparare un calendario di incontri nel tentativo di avvicinare le posizioni e sbrogliare i nodi di un accordo che fino alla settimana scorsa pareva quasi fatto”.

Altra opzione sul tavolo è quella di conferire un preincarico ad uno dei due leader usciti vittoriosi dalle recenti elezioni e  il nome favorito è quello di Matteo Salvini che ieri impegnato nella campagna elettorale di Molise e Friuli-Venezia Giulia ha affermato: Continua a leggere

Un vero governo

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di Giovanni Petrosillo

Un vero governo

Fonte: Giovanni Petrosillo

Le elezioni appena concluse hanno decretato la vittoria dei 5Stelle al sud e della Lega al Nord. Nella coalizione di centro-destra non va bene F.I., mentre si rafforza il partito della Meloni. Il Pd è crollato ovunque, anche nelle roccaforti d’antan. Leu ha superato di poco la soglia di sbarramento. Le ali estreme, Casapound e Potere al popolo, praticamente non esistono così come lo spauracchio della contrapposizione fascismo/antifascismo, con il quale i media hanno cercato di rinfocolare ataviche quanto immaginarie diatribe (con lo scopo di instradare gli elettori verso i gruppi dell’establishment).
Né i pentastellati né i centrodestri hanno la maggioranza per dare vita ad un esecutivo stabile. Si aprono i giochi per alleanze che consentano agli uni o agli altri di insediarsi a Palazzo Chigi. A Salvini e soci mancano una cinquantina di deputati ed una trentina di senatori per raggiungere l’obiettivo. Ai grillini molti di più. Quest’ultimi però sono il movimento più votato d’Italia e sembrano avere più chance di farcela orientandosi a sinistra. Renzi vuole impedire che ciò accada perché ha intenzione di farsi un partito personale spaccando il Pd. Ma se quest’ultimo entra nel governo nessuno lo seguirebbe più per cui ha mandato in scena le prime dismissioni-non dimissioni della Storia.
In ogni caso, sia Salvini che Di Maio dovranno scendere a patti con qualcuno annacquando le loro promesse elettorali, se non anche la loro visione politica che già non era un granché.
Il vero nodo della questione è questo: il mondo ha di nuovo il coltello tra i denti, trascinato dall’ondata multipolaristica. Cambiano i rapporti di forza globali. La Russia crea missili imbattibili. La Cina incrementa i propri arsenali. Gli americani non hanno mai smesso di spendere in armi e di migliorarle. Altre potenze regionali si comportano minacciosamente e mostrano i muscoli dove possono o dove ritengono di averne diritto. L’Italia ne sta pagando il prezzo, sia dentro che fuori i confini, indebolendosi su tutti i fronti. Basta una minaccia dei mercati per modificare la politica interna o una nave turca per ridimensionare quella estera.
Al cospetto di questi grandi temi che dicono grillini e leghisti? Di Maio è volato a Washington e si è accomodato con qualche trilaterale mentre Salvini non è andato più in là di critiche all’euro, all’Ue e alla Germania, ora divenute pure più “costruttive”. Il resto dei programmi è fuffa su reddito di cittadinanza, Flat tax e altre misure economicistiche ecc. ecc. che possono lenire ma non risolvere problemi che hanno natura soprattutto extra economica.
Come ha scritto invece Alberto Negri: “La Russia, Erdogan, la guerra in Siria, Cipro, Israele, Egitto, la Libia e l’Eni: un minuto per capire la strategia del gas. Le cose in sostanza stanno così. Se il gas russo va da Erdogan in pratica la Russia aggira l’Ucraina e trasferisce una quota della dipendenza europea da Mosca ad Ankara. Il progetto Tap (gas dell’Azerbiajan all’Italia) va avanti ugualmente perché interessa la Turchia anche se fa concorrenza a Mosca. Ma il gas di Cipro e del Mediterraneo orientale scompagina i piani della Turchia di diventare un hub decisivo del gas per l’Europa. Se poi a questo aggiungiamo il gas di Israele e quello dell’Egitto la posizione strategica turca si indebolisce. Peggio ancora se un giorno il gas iraniano passasse dall’Iran all’Iraq fino ai terminali in Siria: è questo uno dei motivi della guerra per procura anti-iraniana contro Assad da parte di Turchia e monarchie del Golfo. E per finire mettiamoci pure l’Algeria e la Libia già collegate da due gasdotti con l’Italia: ed ecco che si capisce bene perché hanno fatto fuori Gheddafi. L’Italia, con Eni, entra in tutti o quasi i progetti citati e questo evidentemente infastidisce diversi attori regionali e non. Nessuno di questi argomenti strategici per l’Italia è minimamente entrato nella campagna elettorale: non sono difficili da capire li ho sintetizzati qui in 18 righe, ovvero un minuto di lettura”.
E non solo di strategia energetica si tratta ma, soprattutto, di ricollocazione geopolitica dell’Italia e dell’Europa in un contesto in profonda trasformazione. Su questo i nostri cosiddetti populisti nulla hanno detto e nulla hanno da dire. Non c’è speranza. Questi signori non hanno capito il vero spirito dei tempi, per questo sono già perdenti e non potranno fare meglio (ma nemmeno peggio, credo) di chi li ha preceduti. Tuttavia, essere meglio di chi li ha preceduti non basterà a risollevare il Paese. Non fare male o fare bene non basta più, qui occorre fare qualcosa di grandioso e innovativo, revisionando il passato per costruire il futuro, guardandosi intorno dove siamo circondati da lupi.

*Il nostro sito non aderisce a tutto quello che ha scritto l’autore, ma ritiene l’analisi interessante

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