Diciannove minuti di nulla: il discorso di Trump sull’Iran e il conto che pagherà l’Europa

Condividi su:

EDITORIALE

di Claudio Verzola

Alle tre di notte italiane del 2 aprile, mentre l’Europa dormiva e i mercati asiatici già tremavano, Donald Trump si è presentato dalla Cross Hall della Casa Bianca per il suo primo discorso alla nazione dall’inizio dell’Operazione Epic Fury. Diciannove minuti. Il tempo di un episodio di una sitcom americana, con la differenza che qui non c’era nulla da ridere e, soprattutto, nulla di nuovo da ascoltare. Un esercizio retorico costruito sul vuoto, impastato di minacce, contraddizioni e un’ignoranza culturale che meriterebbe un capitolo a sé nei manuali di comunicazione strategica.

__________________________________________________________________________________________________________________

La frase più rivelatrice dell’intero discorso non è quella sugli obiettivi militari “quasi raggiunti”, né quella sulla NATO ridotta a “tigre di carta”. È quella pronunciata con il tono sicuro di chi non dubita mai di sé stesso: “Li riporteremo all’età della pietra, dove meritano di stare”. Una dichiarazione che, nella sua brutale rozzezza, rivela molto più di quanto Trump intendesse comunicare. A partire dal fatto che non è nemmeno sua.

Bomb them back to the Stone Age” è uno dei cliché più logori del lessico bellico americano. La paternità viene generalmente attribuita al generale Curtis LeMay, l’uomo che nel 1945 incenerì due terzi delle città giapponesi con i bombardamenti incendiari e che durante la crisi di Cuba voleva fare lo stesso con L’Avana. Nel suo memoir del 1965, LeMay scrisse che il Vietnam del Nord andava bombardato fino a “distruggere ogni opera dell’uomo”. Ma a quanto ricostruito dallo storico Nick Cullather, la formulazione esatta nacque in realtà dalla penna del satirista Art Buchwald, che nel giugno 1967 la usò per parodiare l’ala più bellicista del Partito Repubblicano e la sua ossessione per il Vietnam. LeMay la riprese nel suo libro del 1968, e quando la citazione gli si appiccicò addosso come un marchio, tentò di correggere il tiro: “Non ho mai detto che dovremmo bombardarli fino all’età della pietra. Ho detto che avevamo la capacità di farlo.” Una distinzione sottile che non convinse nessuno.

La frase tornò a far notizia nel settembre 2006, quando il presidente pakistano Pervez Musharraf rivelò in un’intervista a “60 Minutes” della CBS, e poi nel suo memoir “In the Line of Fire”, che nei giorni immediatamente successivi all’11 settembre 2001 il vicesegretario di Stato Richard Armitage aveva convocato il capo dell’intelligence pakistana, il tenente generale Mahmood Ahmed, e gli aveva comunicato un ultimatum: o il Pakistan tagliava ogni legame con i Taliban e forniva pieno supporto logistico alla guerra in Afghanistan, oppure doveva “prepararsi a tornare all’età della pietra”. Armitage negò di aver mai pronunciato quelle parole, ma ammise di aver consegnato un messaggio “forte e fattuale”. Bush, messo alle strette dai giornalisti durante una conferenza stampa congiunta con Musharraf alla Casa Bianca, disse di essere rimasto “colpito dalla durezza di quelle parole”, aggiungendo di non essere stato informato della conversazione. Lo storico Cullather, in un saggio illuminante sull’etimologia della frase, osservò che Armitage potrebbe anche non aver mai parlato di età della pietra, ma quando telefonò a Islamabad per chiedere da che parte stava il Pakistan, Musharraf sentì l’affermazione di “un’antica prerogativa”: quella di un’America che si arrogava il diritto di decidere chi vivesse nel futuro e chi nel passato.

Ventiquattro anni dopo, la stessa frase riemerge dalla bocca di Trump sull’Iran. Dal Vietnam al Pakistan all’Iran, il cliché attraversa mezzo secolo di interventismo americano come un tic linguistico che tradisce una costante strutturale: la concezione della potenza aerea come macchina del tempo, capace di riavvolgere l’orologio della civiltà di interi popoli. Ma se la frase è sempre la stessa, il contesto questa volta aggiunge un livello di ironia storica che nessuno dei suoi precedenti utilizzatori avrebbe potuto immaginare.

L’Iran non è un Paese qualsiasi. L’altopiano iranico ospita insediamenti umani documentati dal Paleolitico inferiore, con siti come Kashafrud e Ganj Par che testimoniano presenze di centinaia di migliaia di anni. Susa, una delle città più antiche del pianeta, fu fondata attorno al 4395 a.C., quando i territori dell’attuale Virginia erano ricoperti di foreste primordiali senza il minimo segno di civiltà organizzata. Il filosofo Hegel definì i Persiani il “primo popolo storico”, quelli che per primi concepirono l’idea stessa di governo ordinato, di amministrazione imperiale, di diritto codificato che rispettasse le diversità culturali dei popoli sottomessi.

L’Impero achemenide di Ciro il Grande, nel V secolo avanti Cristo, collegava il 40% della popolazione mondiale allora conosciuta, dall’Egitto all’India, dalla Grecia ai confini dell’Asia centrale. Quando i Romani ancora combattevano guerre di villaggio nel Lazio, Persepoli era già un capolavoro architettonico che sintetizzava le tradizioni artistiche di venti nazioni. L’Iran ha dato al mondo l’algebra e l’algoritmo (la parola stessa viene dal matematico persiano al-Khwārizmī), ha contribuito in modo determinante all’Età d’Oro islamica con filosofi come Avicenna e poeti come Rumi e Hafez, ha influenzato profondamente l’arte, la medicina e la scienza da Costantinopoli a Delhi. La civiltà sasanide, l’ultima grande espressione dell’Iran preislamico, influenzò Roma al punto che gran parte di ciò che oggi chiamiamo “civiltà islamica” — dall’architettura alla scrittura, dalla filosofia alla medicina — fu in realtà costruito sulle fondamenta persiane.

Minacciare di riportare all’età della pietra una civiltà che ha letteralmente attraversato l’età della pietra per arrivare a fondare uno dei primi imperi della storia umana non è solo violenza verbale, è un certificato di analfabetismo storico rilasciato davanti al mondo intero. È come se qualcuno minacciasse di radere al suolo Roma senza sapere che il Colosseo esiste. Ma c’è qualcosa di più profondo e più inquietante di quanto non fosse nelle versioni precedenti di questa minaccia. LeMay parlava di capacità distruttiva, Armitage (se davvero lo disse) comunicava un ultimatum diplomatico a un Paese che doveva scegliere da che parte stare. Trump aggiunge tre parole che cambiano tutto: “dove meritano di stare”. Non è più una minaccia strumentale, è un giudizio morale. È la dichiarazione che un popolo intero appartiene alla barbarie per natura, e che bombardarlo fino alla regressione civilizzazionale non è un eccesso ma una correzione, un rimettere le cose al loro posto. È il linguaggio della deumanizzazione nella sua forma più compiuta, lo stesso che precede i crimini più gravi nella storia dei conflitti armati. Un presidente degli Stati Uniti che parla così dalla Casa Bianca non sta facendo retorica: sta normalizzando la distruzione di una nazione come atto moralmente legittimo, riciclando un cliché da satira degli anni Sessanta come se fosse dottrina strategica.

Il discorso dei paradossi: cosa ha detto e cosa ha contraddetto

I diciannove minuti di Trump sono stati un esercizio di equilibrismo tra affermazioni incompatibili tra loro, servite con la disinvoltura di chi sa che il proprio elettorato non andrà a controllare le fonti.

Prima contraddizione: il regime change. Il 28 febbraio scorso, nel discorso che annunciava l’inizio delle operazioni, Trump aveva esortato il popolo iraniano a rovesciare il proprio governo, definendola “probabilmente la vostra unica occasione per generazioni”. Cinque settimane dopo, dalla stessa Casa Bianca, ha dichiarato con identica sicurezza: “Il cambio di regime non è mai stato il nostro obiettivo. Non l’abbiamo mai detto.” E nella stessa frase: “Ma il cambio di regime c’è stato, perché tutti i loro leader originali sono morti.” Una dichiarazione che sfida la logica e la sintassi simultaneamente.

Seconda contraddizione: il nucleare. Per settimane la giustificazione principale della guerra è stata la minaccia nucleare iraniana. Sempre il 1° aprile, in un’intervista a Reuters, Trump ha liquidato la questione dell’uranio arricchito con un gesto della mano: “È così in profondità sottoterra, non me ne importa.” Questo mentre l’intelligence americana aveva già valutato l’anno scorso che l’Iran non disponeva di un programma nucleare militare attivo ed era a diversi mesi dalla possibilità di costruire un’arma, qualora avesse deciso di farlo. La casus belli si è dissolta nelle stesse parole di chi l’aveva invocata.

Terza contraddizione, la più grave: l’exit strategy che non esiste. Trump ha promesso che la guerra finirà “molto presto”, “in due o tre settimane”, ripetendo una scadenza mobile che dal 28 febbraio viene spostata con la stessa regolarità con cui si posticipa una riunione di condominio. Nella stessa frase ha annunciato che gli Stati Uniti colpiranno “estremamente duramente” nel prossimo periodo, minacciando di distruggere tutte le centrali elettriche iraniane “probabilmente simultaneamente” e poi di passare ai siti petroliferi. Non ha menzionato il fatto che il Pentagono sta ammassando Marines e forze anfibie per un possibile impiego terrestre. Non ha delineato alcun meccanismo negoziale concreto. Non ha spiegato come si chiude una guerra quando si promette contemporaneamente di andarsene e di intensificare i bombardamenti.

La NATO come capro espiatorio: anatomia di una demolizione

Il discorso alla nazione non ha affrontato direttamente la NATO, ma Trump ha compensato nelle ore precedenti con un’intervista al Telegraph in cui ha definito l’Alleanza Atlantica “una tigre di carta” e ha dichiarato di considerare “seriamente” il ritiro degli Stati Uniti. La logica, nella sua brutalità, è lineare: gli alleati non hanno partecipato alla guerra in Iran, dunque la NATO è inutile.

Questa narrazione omette deliberatamente un fatto fondamentale: nessun alleato è stato consultato prima dell’attacco del 28 febbraio. L’Articolo 5 prevede la difesa collettiva in caso di aggressione, non l’obbligo di partecipare a guerre d’aggressione unilaterali. L’Italia ha rifiutato l’uso della base di Sigonella, la Spagna ha negato l’uso delle proprie basi e chiuso lo spazio aereo ai voli coinvolti nel conflitto, la Francia ha mantenuto una posizione di distanza critica. Non si tratta di defezione, ma di coerenza con il diritto internazionale e con lo statuto stesso dell’Alleanza.

Ma Trump non sta criticando la NATO per riformarla. La sta demolendo per costruire un ordine internazionale in cui gli Stati Uniti non hanno alleati, ma clienti. “Se volete il vostro petrolio, andate a prendervelo a Hormuz e arrangiatevi”, ha detto rivolto agli europei. “E se non potete procurarvi abbastanza carburante, compratelo da noi.” È la trasformazione della partnership atlantica in un rapporto commerciale coercitivo: vi togliamo la sicurezza energetica con una guerra che non avete scelto, e poi vi vendiamo il gas a prezzo maggiorato come soluzione. Il segretario di Stato Rubio ha rincarato la dose dichiarando che dopo la guerra Washington dovrà “riesaminare” il rapporto con la NATO, usando il linguaggio freddo della ristrutturazione aziendale per descrivere lo smantellamento dell’architettura di sicurezza europea.

Nel frattempo, il primo ministro britannico Starmer ha convocato un vertice di oltre trenta Paesi per affrontare la crisi dello Stretto di Hormuz, cercando di costruire dal basso quella risposta multilaterale che Washington ha deciso di non fornire. Un segnale importante, che però arriva con cinque settimane di ritardo e senza la capacità militare navale necessaria per tradurre le intenzioni in fatti.

L’economia globale come danno collaterale accettato

I mercati non hanno creduto a una sola parola del discorso. Il Brent è risalito oltre i 104 dollari al barile nei minuti successivi all’intervento, il WTI ha superato i 102 dollari, il Nikkei ha perso il 2,1%, il Kospi sudcoreano il 3,9%, l’Hang Seng di Hong Kong ha aperto in calo. La reazione dei mercati è stata il vero fact-checking del discorso: gli investitori hanno letto tra le righe una continuazione del conflitto, non una conclusione.

I numeri alla quinta settimana di guerra raccontano una storia che Trump ha deliberatamente ignorato. Il gas sul mercato europeo TTF è rincarato del 74% dall’inizio del conflitto, i future sul petrolio Brent del 48%, i prezzi medi della benzina negli Stati Uniti hanno superato i 4 dollari al gallone per la prima volta dal 2022. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita il 20% dell’approvvigionamento petrolifero mondiale, è di fatto chiuso. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno ribadito che resterà chiuso “ai nemici”, e ventimila marittimi sono bloccati nella zona di guerra a bordo delle loro navi, una crisi umanitaria di cui nessuno parla.

L’OCSE ha tagliato le prospettive di crescita globale per il 2026 a +2,9%, cancellando la revisione al rialzo che a dicembre sembrava probabile. L’inflazione nei Paesi del G20 è attesa al 4%, con 1,2 punti percentuali in più rispetto alle stime pre-conflitto. La BCE, che fino a febbraio stava allentando la politica monetaria, potrebbe essere costretta a rialzare i tassi, annullando tutto il percorso di riduzione realizzato tra il 2024 e il 2025. Lo spettro che si aggira per l’economia mondiale ha un nome preciso: stagflazione, quel mix tossico di inflazione elevata e crescita stagnante che mette all’angolo governi e banche centrali perché ogni intervento in una direzione peggiora l’altra.

Trump nel discorso ha liquidato l’impatto economico con una formula che meriterebbe di essere incorniciata: “Questo aumento a breve termine è interamente il risultato del regime iraniano che lancia attacchi terroristici contro le petroliere”. Come se lo Stretto di Hormuz si fosse chiuso da solo, come se l’Iran avesse deciso spontaneamente di bloccare il passaggio di un quinto del petrolio mondiale senza che nessuno lo avesse prima attaccato con undicimila sortite aeree e sedicimila bombe.

L’Italia nel mirino della tempesta perfetta

Per l’Italia, i diciannove minuti di vuoto dalla Cross Hall si traducono in numeri molto concreti. Il rapporto di primavera del Centro Studi Confindustria delinea tre scenari per il PIL italiano, tutti condizionati dalla durata della guerra: +0,5% con un cessate il fuoco rapido, stagnazione se il conflitto dura fino a giugno, recessione piena a -0,7% se la guerra si protrae per tutto l’anno. L’OCSE ha tagliato le stime italiane a un anemico +0,4%, il dato peggiore dell’Eurozona. L’ISTAT ha registrato il crollo della fiducia dei consumatori a 92,6, il minimo da ottobre 2023.

L’Italia è il Paese europeo più esposto a questa crisi per ragioni strutturali che non si possono risolvere con un decreto sulle accise. Il 45% del gas naturale liquefatto importato proviene dal Qatar, via Stretto di Hormuz. ENI aveva firmato con Doha contratti a lungo termine per fino a 1,5 miliardi di metri cubi annui per 27 anni, a partire proprio dal 2026. Quando nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo le motovedette dei Pasdaran hanno dichiarato la chiusura dello Stretto, quelle forniture si sono fermate. Non per un atto di guerra contro l’Italia, ma perché l’Italia aveva costruito la propria sicurezza energetica su una rotta che un qualsiasi conflitto nel Golfo poteva interrompere in qualsiasi momento. Le riserve di gas europee sono scese sotto il 30% della capacità, ben al di sotto della media quinquennale.

Le famiglie italiane stanno già pagando il prezzo di questa guerra non voluta e non scelta. Le stime aggiornate indicano un aumento medio di 477 euro per il gas e 153 euro per l’energia elettrica, portando il totale annuo della spesa energetica a 2.952 euro per famiglia, un incremento del 21,5% rispetto ai 2.427 euro previsti prima del conflitto. Conflavoro ha calcolato che in caso di blocco prolungato di Hormuz l’Italia rischierebbe fino a 33 miliardi di euro di impatto complessivo in sei mesi, pari a circa l’1,5% del PIL. Il Decreto Bollette da 5 miliardi, varato prima del conflitto, è già insufficiente: non era sbagliato nella sua logica, era semplicemente calibrato su un mondo che è cambiato il 28 febbraio.

Il governo Meloni si trova nella morsa più stretta: il Consiglio dei Ministri del 3 aprile dovrà decidere se rinnovare il taglio delle accise in scadenza il 7 aprile e quali misure aggiuntive adottare, mentre il prossimo Documento di finanza pubblica dovrà inevitabilmente tagliare le previsioni di crescita. Tutto questo mentre il ministro dell’Economia Giorgetti cerca di quadrare conti che non tornano più, in un Paese con un debito pubblico che rende ogni punto base di aumento dei tassi un macigno in più sul bilancio dello Stato.

I danni del sovranismo: quando l’America First diventa Everyone Last

C’è un filo rosso che collega la minaccia di riportare l’Iran all’età della pietra, la demolizione della NATO, l’indifferenza verso l’impatto economico sugli alleati e il rifiuto di delineare un’exit strategy. Quel filo si chiama sovranismo, nella sua declinazione più pura e più distruttiva: l’idea che una nazione possa agire nel sistema internazionale come un’entità completamente autonoma, senza vincoli di alleanza, senza obblighi di consultazione, senza responsabilità verso le conseguenze delle proprie azioni su tutti gli altri.

Trump incarna questo principio con una coerenza che sarebbe quasi ammirevole se non fosse catastrofica. “L’America non ha bisogno dello Stretto di Hormuz”, ha detto nel discorso. È tecnicamente vero: gli Stati Uniti sono in larga parte autosufficienti dal punto di vista energetico. Ma è strategicamente suicida, perché l’economia americana dipende da un’economia globale che quello Stretto lo attraversa eccome. Quando il Kospi crolla del 3,9% e il Nikkei del 2,1%, quando il Brent supera i 104 dollari e le catene di approvvigionamento globali si spezzano, l’onda arriva anche a Wall Street. Il sovranismo energetico è un mito in un’economia interconnessa.

Ma il danno più profondo è quello inflitto all’architettura di sicurezza che ha garantito la stabilità dell’Occidente per settantacinque anni. La NATO non è perfetta, non lo è mai stata. Ma l’alternativa al multilateralismo imperfetto non è il sovranismo efficiente: è il caos. È un mondo in cui ogni Paese deve arrangiarsi da solo, in cui le alleanze valgono quanto l’ultimo tweet del presidente di turno, in cui la sicurezza energetica di trecento milioni di europei dipende dalla buona volontà di chi ha appena dimostrato di non averne alcuna.

L’Europa, e l’Italia in particolare, si trovano oggi a pagare il prezzo di una doppia dipendenza: energetica dal Golfo e strategica da Washington. La guerra in Iran ha reso evidente, con la brutalità dei fatti, che nessuna delle due è più sostenibile. La domanda non è se l’Europa debba costruire una propria autonomia strategica, ma se sia ancora in tempo per farlo prima che il prossimo “discorso alla nazione” di diciannove minuti le costi ancora di più.

Un discorso per nessuno

Il primo ministro australiano Albanese, che non ha ascoltato il discorso perché stava preparando il proprio, ha sintetizzato il giudizio meglio di qualsiasi analista: gli obiettivi dichiarati sono stati raggiunti, non è chiaro cosa si debba ancora ottenere, né quale sia il punto di arrivo. È la fotografia esatta di una guerra che ha perso la propria narrazione strategica e sopravvive ormai solo sulla forza d’inerzia della violenza.

I sondaggi americani dicono che la maggioranza dei cittadini disapprova la guerra e il 62% si oppone all’invio di truppe di terra. L’approvazione di Trump ha toccato i minimi del secondo mandato. Ma nei diciannove minuti dalla Cross Hall non c’è stato un solo momento di dubbio, di riflessione, di riconoscimento che ottantasei milioni di iraniani sono esseri umani con seimila anni di civiltà alle spalle, non obiettivi da riportare all’età della pietra.

E forse è questo il dato più inquietante di tutti. Non le contraddizioni, non le bugie, non le minacce. Ma il vuoto. Il vuoto di chi governa la più grande potenza militare del pianeta e in diciannove minuti non riesce a dire una sola cosa che non sia stata già smentita dai fatti, contraddetta dalle sue stesse parole precedenti, o destinata a essere rimangiata la settimana prossima. Diciannove minuti di nulla, che però costano al mondo intero.

Fonte: https://www.difesaonline.it/2026/04/02/diciannove-minuti-di-nulla-il-discorso-di-trump-sulliran-tra-violenza-verbale-ignoranza-storica-e-il-conto-che-paghera-leuropa/

Le sanzioni non funzionano. La Russia cresce più di Germania ed UK

Condividi su:

L’avevamo scritto e detto più volte: le sanzioni non funzionano, ma indeboliscono gli europei che le pagano…(n.d.r.)

Le stime per 2023 e 2024 del Fondo Monetario Internazionale

 

Lo dice il Fondo Monetario Internazionale. La Russia crescerà effettivamente più velocemente della Germania, Germania che, nell’immaginario collettivo, viene considerata la potenza economica dell’Europa. Gli analisti del FMI hanno pubblicato le previsioni secondo le quali nel corso di quest’anno l’economia russa crescerà più di quella tedesca, mentre quella britannica si contrarrà.

Le sanzioni non funzionano. La Russia cresce più di Germania ed UK

La Yellen, segretario al tesoro americano, aveva predetto la devastazione dell’economia russa. In tanti pensavano al crollo del Rublo. E invece?

Invece le sanzioni occidentali sembra non abbiano sortito gli effetti sperati, se non quelli di aver creato ancor più prolemi ai Paesi che le hanno pensate e messe in opera. Così i blocchi del gas, ora del petrolio, non hanno minimamente intaccato o quantomeno non lo hanno segnato, l’economia di Putin.

Anche i russi si aspettavano una crisi economica più profonda. Qualcuno pensava ad un calo del PIL  di oltre il 10% per il 2022, mentre invece ha chiuso al 2,2%. Gli analisti prevedevano un calo del pil 2023 del 2,5% mentre ora il FMI parla di crescita di almeno lo 0,3% un dato che è in linea con le nazioni europee, addirittura meglio in alcuni casi

Insomma, il crollo che ci si aspettava non c’è stato. Ma come mai?

La risposta inizia con due storie economiche distinte: la prima, su ciò che sta accadendo all’interno della Russia; e la seconda, sui legami della Russia con il mondo esterno.

Le sanzioni occidentali erano progettate per fare pressione su Mosca sia a livello nazionale che internazionale; l’idea era di “ostacolare” l’economia interna della Russia e le sue relazioni commerciali. Le restrizioni includevano misure per tagliare fuori la banca centrale russa dal sistema finanziario internazionale, bloccandone l’accesso a miliardi di dollari in attività estere, e per espellere il settore bancario privato del paese dal cosiddetto sistema SWIFT che le consentiva di effettuare transazioni con controparti globali.

La ricaduta è stata quasi immediata. I russi ordinari, preoccupati per i loro risparmi quando le notizie sulle sanzioni hanno fatto notizia, hanno fatto la fila fuori dagli sportelli automatici all’inizio di marzo, affrettandosi a ritirare tutto il denaro che potevano nel timore che le banche potessero crollare.

Ma le prove ora mostrano che la Russia ha sperimentato una sorta di ripresa interna nella seconda metà del 2022. E il paradosso è che la guerra stessa ha contribuito a guidare l’inversione di tendenza.

Mentre la spesa per vari altri programmi domestici è diminuita di circa un quarto e alcune industrie hanno subito enormi perdite , l’economia di guerra nazionale si è espansa notevolmente.  Ha più che compensato la differenza.

I picchi di produzione in tutto il settore della difesa hanno fatto sì che le statistiche complessive per l’industria russa non fossero così catastrofiche come ci si sarebbe potuto aspettare. Nonostante le sanzioni internazionali, la produzione industriale nei primi 10 mesi del 2022 è diminuita solo dello 0,1%. E ora dovrebbe crescere.

Se il quadro interno è stato sostenuto dalle spese di guerra, oltre i suoi confini la Russia ha continuato a commerciare relativamente liberamente, e per decine di miliardi di dollari, anche se le sanzioni hanno reso più difficile per le aziende russe fare affari con controparti straniere.

Ci sono due ragioni principali per questo: la capacità della Russia di convincere i principali partner commerciali a ignorare le sanzioni occidentali; e le vaste e varie risorse naturali della Russia.

La Russia continua a detenere posizioni dominanti nei mercati mondiali del petrolio e del gas. È anche il più grande esportatore mondiale di fertilizzanti. E per molti paesi, abbandonare improvvisamente le forniture russe si è rivelato troppo costoso, qualunque sia la loro opinione sulla guerra in Ucraina.

L‘India, ad esempio, ha notevolmente aumentato il suo consumo di petrolio russo. In effetti, si stima ora che l’India importi 1,2 milioni di barili di petrolio russo ogni mese, 33 volte i livelli visti un anno prima, secondo i dati di Bloomberg .

E poi la Turchia, continua a commerciare con Mosca. A dicembre, ad esempio, ha importato 213.000 barili di gasolio russo al giorno , il massimo almeno dal 2016.

Anche le importazioni in Russia si sono dimostrate più resilienti di quanto suggerirebbero i titoli sulle sanzioni, poiché Mosca approfondisce le sue relazioni con paesi come Cina e Turchia. Le importazioni in Russia dalla Turchia , ad esempio, a dicembre si sono attestate a nord di 1,3 miliardi di dollari, più del doppio rispetto ai livelli dell’anno precedente.

E nella stessa Europa, anche se il continente si affretta a porre fine alla sua dipendenza dall’energia russa, i leader hanno deciso che non potevano semplicemente chiudere il rubinetto allo scoppio della guerra. Il gruppo di campagna sul clima Europe Beyond Coal stima che, nonostante la guerra, i paesi dell’Unione Europea abbiano speso più di 150 miliardi di dollari – esatto, miliardi – in combustibili fossili russi dall’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca.

Insomma,  quasi un anno dall’inizio della guerra, e nonostante un’azione senza precedenti da parte dell’Occidente, l’economia russa non è crollata affatto e nessun indicatore ci porta in quel contesto di negatività neanche nell’immediato futuro.

03 febbraio 2023  LEOPOLDO GASBARRO

Fonte: https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/economia/le-sanzioni-non-funzionano-la-russia-cresce-piu-di-germania-ed-uk/

Usa in recessione, prevedono Burry e Fmi. Ma non andrà meglio in Ue

Condividi su:
di Mariangela Tessa

Il 2023 si preannuncia come un anno nero sul fronte macroeconomico con un terzo dell’economia globale, che sarà colpita dalla recessione. Lo prevedono Michael Burry, fondatore di Scion Asset Management e la direttrice generale del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva.

Le previsioni di Burry

Burry in un tweet di stamane ha affermato che l’inflazione, pur avendo raggiunto il picco massimo, è destinata a risalire in risposta agli stimoli governativi.

“Gli Stati Uniti sono in recessione per qualsiasi definizione. La Fed taglierà e il governo stimolerà. E avremo un altro picco di inflazione”.

A settembre, Burry aveva avvertito di ulteriori cali per il mercato azionario, affermando che “non abbiamo ancora toccato il fondo”. Nel secondo trimestre dell’anno scorso, la sua società ha scaricato tutta la sua esposizione azionaria, a parte una società.

Continua a leggere dopo la pubblicità
Anche l’Fmi prevede la recessione

Dal canto suo la direttrice dell’Fmi Georgieva, durante un’intervista alla Cbs, ha spiegato che tutte e tre le tre grandi economie (Usa, Ue, Cina), stanno rallentando contemporaneamente.

“Per la maggior parte dell’economia mondiale questo sarà un anno duro, più duro di quello che ci lasciamo alle spalle. Gli Stati Uniti sono i più resilienti e potrebbero evitare la recessione”. Negli Usa “vediamo che il mercato del lavoro rimane abbastanza forte. Questa è, tuttavia, una benedizione a metà, perché se il mercato del lavoro è molto forte, la Fed potrebbe dover mantenere le strette sui tassi più a lungo per far scendere l’inflazione“.

Unione europea: metà sarà in recessione

Quanto all’Unione europea, l’Fmi si attende che “la metà dei Paesi dell’Ue sarà in recessione nel corso dell’anno”, ha detto Georgieva. L’istituzione di Washington ha già rivisto al ribasso lo scorso ottobre le previsioni di crescita per il 2023, frenate in particolare dalle pressioni inflazionistiche e dai conseguenti rialzi dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali. Ma le affermazioni di ieri, primo gennaio, di Georgieva potrebbero preludere a un ulteriore taglio delle previsioni nel prossimo aggiornamento, atteso al World Economic Forum di Davos di questo mese.

Cina: per prima volta in 40 anni crescerà meno del Pil mondiale

La Cina infine è vista in ulteriore rallentamento quest’anno. Per la prima volta da 40 anni a questa parte, ha evidenziato la direttrice dell’Fmi, la crescita annuale della Cina sarà probabilmente alla pari se non al di sotto del livello di crescita globale. E questo avrà riflessi negativi a livello globale. “Quando guardiamo ai mercati emergenti nelle economie in via di sviluppo, lì il quadro è ancora più fosco. Perché oltre a tutto il resto, vengono colpiti dagli alti tassi di interesse e dall’apprezzamento del dollaro”, conclude Georgieva.

Vale la pena ricordare che nel suo ultimo World Economic Outlook pubblicato ad aprile 2022, il Fondo monetario internazionale prevedeva una crescita globale del 3,6% nel 2022 e nel 2023, al ribasso rispetto al 4,4% e del 3,8% del report di gennaio dello stesso anno.

S&P: gli effetti della guerra sull’economia globale

Condividi su:

Segnalazione di Wall Street Italia

di Mariangela Tessa

Oltre ai devastanti costi umani, il conflitto tra Russia e Ucraina sta sconvolgendo le condizioni economiche e i mercati finanziari e creditizi. È quanto scrivono in un report gli analisti di S&P Global Ratings, spiegando che, per effetto del nuovo scenario, la crescita globale subirà pesanti conseguenze.

Guerra, il punto di S&P

“Se prima del conflitto – ricordano gli economisti – l’economia mondiale era moderatamente più forte del previsto nella maggior parte delle principali economie perché la variante omicron ha causato poche perturbazioni all’attività degli Stati Uniti, il nuovo scenario “ci ha spinti a modificare la nostra visione preliminare.”

Gli esperti dell’agenzia newyorkese ritengono ora che la crescita economica globale scenderà di 70 punti base al di sotto della nostra precedente previsione, al 3,4% quest’anno.

L’Europa sarà la più colpita dagli effetti economici del conflitto militare e ci aspettiamo che l’Eurozona fletta dell’1,2% dalla nostra precedente previsione, espandendosi al 3,2% quest’anno, a causa della sua esposizione alla Russia e dell’aumento dei costi delle importazioni energetiche.

Dall’altra, “gli Stati Uniti vedranno effetti limitati, con una crescita inferiore di circa 70 punti base, al 3,2%, e la maggior parte delle economie nella regione Asia-Pacifico e nei mercati emergenti, eccezion fatta per l’Europa orientale, registrerà solo modesti cambiamenti nella crescita e inflazione. I rischi all’outlook in ogni caso restano al ribasso. L’inflazione è vista in media nel 2022 al 5,1% nell’area euro e al 6% negli Usa.

Russia: in forte recessione, resta a rischio default

Spostando i riflettori sul capitolo Russia, S&P vede un significativo aumento del rischio di insolvenza per il Paese a causa delle difficoltà nel completare i pagamenti, e valuterà i prossimi pagamenti di interessi e capitale delle obbligazioni sovrane russe denominate in dollari e in euro il 31 marzo e il 4 aprile.

Pur continuando a godere di afflussi di valuta forte grazie all’export di energia, sull’eventualità di un default “resta un punto interrogativo circa la volontà della Russia”. Inoltre “sanzioni più stringenti che limitassero interamente il suo interscambio energetico potrebbero chiudere questa strada”

Al di là del default, quest’anno il Pil russo rischia una forte recessione in Russia: le stime indicano il PIL in calo del 9% nel 2022.

Fonte:

In Borsa è il momento di investire sul Pil della felicità

Condividi su:

di Massimo Di Guglielmo

Ciascuno di noi dovrebbe iniziare a immaginare la propria vita come cinque palline che deve far roteare in aria con l’abilità di un giocoliere. Solamente una di queste è tuttavia di gomma, infrangibile e rappresenta il lavoro perché, persa un’occupazione, se ne può trovare una diversa. Le altre quattro sfere – famiglia, salute, amici, anima – sono invece di cristallo, pertanto se cadessero si romperebbero in maniera irreparabile. L’ammonimento che l’ad di Google, Sundar Pichai ha affidato di recente alla rete riflette il forte cambiamento di mentalità in atto nella nostra società. Complice la tragedia del Coronavirus, sempre più persone sono alla ricerca di una felicità che non corrisponde alla carriera o alla ricchezza ma a una migliore qualità dell’esistenza. Ecco perché questo è momento di applicare il paradigma della felicità anche al mondo delle Borse e degli investimenti. A invitare i piccoli risparmiatori a questa presa di coscienza è Schroders, colosso del risparmio gestito responsabile di un patrimonio di 815,8 miliardi di euro in 37 Paesi nel mondo. Un decennio fa – sottolinea Piya Sachdeva, Economista di Schroders – il premio Nobel Joseph Stiglitz aveva commissionato un rapporto chiamato La misura sbagliata delle nostre vite. Perché il Pil non basta più per valutare benessere e progresso sociale”, dimostrando la necessità di sostituire il Pil con il benessere. Il prodotto interno lordo, infatti, non solo è un parametro aggregato ma nulla o quasi dice del reddito effettivamente disponibile. E le riserve di Stiglitz non solo erano in parte già state anticipate nel 1968 da Bob Kennedy in un celebre discorso all’università del Kansas, ma sono state rafforzate e ulteriormente sviluppate dal movimento Beyond Gdp (Oltre il Pil), impegnato a costruire uno sviluppo appunto sostenibile. Ma vediamo come il benessere” si integra strettamente con i principi Esg (acronimo di Environmental, Social e Governance), che guidano oggi gli investimenti verdi, consapevoli e a impatto di cui Schroders è uno dei grandi alfieri. 

Piya Sachdeva, Economista di Schroders
Benessere e Sostenibilità, due grandi direttrici del futuro

L’idea di usare il benessere, e non più il Pil, come misura per valutare una società si è diffusa in parallelo all’aumento degli investitori che scelgono su quali aziende puntare in base ai principi ESG e nello specifico di quella “S”, che esprime la dimensione “Sociale”. Questo dimostra come il denaro possa comprare la felicità ma solo fino a un certo punto, sottolinea l’economista di Schroders, decidendo di condividere la sua personale esperienza durante i ripetuti lockdown dello scorso anno. “Ogni giorno scrivevo tre cose che apprezzavo nella mia vita: questo mi ha permesso di riflettere su ciò che mi rendeva felice. Recentemente ho ritrovato quel diario della gratitudine, e rileggendolo è chiaro che le cose che mi rendevano più felice tendevano a essere cose che il denaro non può comprare”. Certo, ammette Sachdeva, “questo va contro tutto ciò che mi è stato insegnato nella mia carriera di economista”. A ben guardare, tuttavia, non è così perché – prosegue – sebbene il Pil pro capite abbia una forte relazione con la felicità nazionale, più una persona è agiata, minore è la spinta alla felicità che le deriva dal diventare più ricca. Più precisamente, secondo alcune stime, la felicità si stabilizza quando il reddito medio della società raggiunge la soglia dei 70mila dollari. Insomma, i Paesi sviluppati hanno un modo più efficace per aumentare la felicità della loro popolazione rispetto al solo obiettivo di una maggiore crescita economica, e consiste in una saggia politica distributiva.

La corruzione erode felicità; Salute sempre più centrale

L’Ocse è stato tra i primi a cercare di scattare una fotografia più accurata del benessere mondiale, riunendo misure comparabili nel suo “Better Life Index”. Bisogna però tenere conto che alcuni fattori pesano più di altri, nello specifico quattro: il reddito personale, la disoccupazione a lungo termine, la salute auto-percepita e la corruzione percepita. Proprio la “corruzione” erode la fiducia di famiglie e imprese verso le istituzioni; quindi in ultima istanza mina la felicità. A confermarlo è anche l’ultimo “World Happiness Report”, che vede in fondo alla classifica, per percezione della corruzione, alcuni Paesi emergenti e dell’est Europa ma va detto che neppure l’Italia e la Grecia occupano un posto invidiabile. All’opposto i Paesi nordici sono ai massimi livelli.

 

Classifica per percezione della corruzione dei paesi europei

 

L’altro architrave su cui poggia la felicità delle popolazioni è poi la salute e il Covid ha potenziato tale convinzione: in questo caso la misura impiegata è la “salute autovalutata”, che combina quella mentale con quella fisica.

I rischi per l’economia globale e le Borse 

I fattori sociali non hanno ancora un grande impatto quando analisti e agenzie di rating stilano la pagella dei singoli Paesi, a meno non siano in corso forti disordini sociali. Il quadro cambia molto quando i report si riferiscono alle imprese quotate in Borse: le società sono infatti già punite dagli investitori se vengono allo scoperto problemi nella governance o non si impegnano per l’ambiente. Ne deriva – suggerisce Sachdeva – che “gli investitori macro che integrano l’ESG nelle loro analisi dovrebbero considerare i rischi per i loro investimenti dai mercati infelici”, come i Paesi emergenti o di frontiera. L’economista di Schroders indica in particolare tre rischi per la ripresa mondiale involontariamente insiti nella ‘Sostenibilità’: 1) La Fed, con i massicci aiuti stanziati per la ripresa post Covid a favorire l’occupazione, sta riconoscendo il proprio ruolo nella riduzione della disuguaglianza. Ma questo potrebbe portare a una reazione tardiva al rialzo dell’inflazione che potrebbe tradursi in una nuova recessione di cui pagherebbero le spese in primis i redditi più bassi. 2) La gestione del cambiamento climatico è cruciale per la crescita sostenibile e la creazione di nuovi posti di lavoro relativamente ben pagati sul lungo termine, nell’immediato provocherà dei costi sociali. 3) È possibile che, davanti alle macerie economiche lasciate dalla pandemia, aumentino i disordini nei Paesi più “infelici”, che di fatto sono delle polveriere pronte esplodere.

Un nuovo contratto sociale per investire in Borsa

“La nostra scoperta che i Paesi con bassa corruzione sono più felici dimostra che le considerazioni sociali derivano da una forte governance”, prosegue l’economista di Schroders; insomma nell’approccio ESG la “S” di “Sociale” non solo è inscindibile ma è sostenuta dalla “G” di “Governance”. Il risultato è la nascita di un nuovo ‘contratto sociale’ che dal lato delle società quotate impone già scelte virtuose; complice anche il ruolo dei gestori di fondi attivi nel selezionare le imprese da privilegiare e spingere a migliorarsi le realtà ora in ritardo. Ora però bisogna approfondire l’analisi e applicare questo stesso contratto sociale anche quando si analizzano i singoli Stati. E – conclude Sachdeva – “gli investitori macro che integrano i fattori ESG, piuttosto che cercare un ritorno dai mercati felici, dovrebbero invece considerare i rischi per i loro investimenti dai mercati infelici”.

 

Contenuto sponsorizzato

Fonte: https://pagead2.googlesyndication.com/pcs/click?xai=AKAOjssgkHkbVLedtzjX5JQsO1bYicsthrJnxKC6jtsxv06-IZY50m2srZ_8oXwJ9L16ml19t_BbeNZS3ELJhu3rbZEFSvFMxz07_MWoGPzQJBzxkgl36hv5N-JGVRsdmLvmOCqccwQNTXCSAsFWop-dovFkmcz-_tIGCLMd492QUwk5NNf7qqOG-Ka9IA4BYbLlpQ7_c4y5WEt7exmwpV_UUp7wDIZ3QEHA-lUHxvPxblEpBL1jJZ_dg02SX_AdoZJ9tm4HVDmb8n2oIemTf04qtubF4blqZPJIMCKgXr9d1c1B384MRw2ms6FhgXe3&sig=Cg0ArKJSzC1VNUMB8FqYEAE&fbs_aeid=[gw_fbsaeid]&urlfix=1&adurl=https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/articoli/schroders-in-borsa-e-il-momento-di-investire-sul-pil-della-felicita