Covid e chiusure, brutte notizie per chi ci governa
di Giancristiano Desiderio per www.nicolaporro.it
(clicca sul sito di Porro per vedere il Video)
Per fare un passo avanti e provare ad uscire, almeno mentalmente, dallo stato di continua emergenza nel quale ci troviamo, forse è necessario fare un passo indietro. Dopo il lockdown, il coprifuoco, le delazioni, lo smartworking e la dad, noi ancora non sappiamo perché abbiamo subito tutte queste disposizioni governative che hanno fatto strame delle libertà costituzionali. Lo dico a ragion veduta, perché le caratteristiche del virus e le modalità di diffusione non giustificano minimamente quanto abbiamo subito.
Ormai con i risultati disastrosi avuti, con gli esempi di altri Paesi che si sono comportati in maniera diversa, inizia a emergere una verità un po’ scomoda per chi ci ha governato in questo tempo. Ovvero che non è assolutamente vero che le libertà individuali dovevano essere bilanciate da necessità sociali. Ossia, in parole povere, e detto terra terra, non è vero che la libertà era un impedimento al contenimento dell’epidemia. Anzi. Sta venendo fuori che è esattamente il contrario: proprio le libertà individuali, proprio le nostre risorse cognitive, la nostra capacità di discernere, di scegliere e capire, erano delle risorse sulle quali poter far conto.
Ecco perché vi suggerisco la lettura di questo testo appena uscito per Marsilio, scritto da Alberto Mingardi e Gilberto Corbellini, dal titolo La società chiusa in casa. La libertà dei moderni dopo la pandemia. Noi eravamo una società aperta ed è diventata chiusa. O meglio, la società aperta è stata rinchiusa in casa. E lì è iniziata veramente l’epidemia e il nostro dramma, da cui non riusciamo ancora ad uscire.
Giancristiano Desiderio, 23 settembre 2021 https://www.nicolaporro.it/covid-e-chiusure-brutte-notizie-per-chi-ci-governa/
Bomba di Bisignani: “Vi svelo chi tiene prigioniero Draghi”
L’OPINIONE
L’ “uomo che sussurrava ai potenti” non parla mai a caso. In questa intervista esprime delle opinioni piuttosto nette su Draghi e sulla salute del governo, con previsioni per la politica futura…(N.d.R.)
Intervista di Affaritaliani.it a Luigi Bisignani.
di Alberto Maggi
Ormai siamo quasi a fine settembre, l’estate è lontana e la politica è ripartita. Come valuta l’azione del governo Draghi?
“Certamente se lo paragoniamo al governo Conte che c’era prima siamo in una situazione idilliaca, l’esecutivo giallo-rosso è stato un vulnus per la democrazia”.
Detto ciò…
“Ormai sono passati mesi e sinceramente da Draghi ci si aspettava di più, soprattutto sul piano del coordinamento tra i ministeri e sul fronte del rapporto tra Palazzo Chigi e i ministri. Il grande prestigio del presidente del Consiglio ha annullato la collegialità del governo”.
Un giudizio pesante…
“La campagna vaccinale non sta andando come si sperava, sul tanto sbandierato Recovery Plan vediamo come i soldi non sono ancora arrivati. E ricordo che stiamo per entrare nel 2022 ed entro il 2026 le opere vanno concluse, ma nessuna è ancora partita”.
Non siamo messi bene, insomma…
“Un ministero chiave come quello delle Infrastrutture è in mano a professori universitari di grande prestigio vicini al ministro Giovannini che non è né un politico né un super-tecnico. Di fatto è un ministero bloccato”.
Altri nodi nel governo?
“Un comparto fondamentale come la digitalizzazione del Paese è fermo al ‘caro amico’, il ministro Colao continua a fare contratti a giovani volenterosi che in gran parte provengono dalla Vodafone. E questo oggettivamente crea un problema. Il piano digitale per le scuole non è nemmeno partito con la digitalizzazione del Paese ferma”.
E Palazzo Chigi?
“Il pallino è totalmente nelle mani del professor Giavazzi, che è un grande editorialista ma di amministrazione pubblica sa poco o niente. E questo paralizza la macchina della presidenza del Consiglio”.
Un voto a Draghi premier dopo 7 mesi di governo?
“Partiva da 110 e lode, oggi si merita un 68-70, diciamo che sicuramente ci si aspettava di più. In politica estera ha avuto un grande prestigio fino a quando si parlava di economia, ma ora che si comincia a fare sul serio emergono i limiti di Draghi. Clamorosa la gaffe della sua portavoce quando ha detto che dopo cinque giorni il presidente Draghi avrebbe avuto una videocall con il cinese Xi. Un errore di comunicazione e di sostanza da matita blu. Il presidente del Consiglio italiano non sta in lista d’attesa e la notizia va fatta uscire quando la conversazione è già avvenuta”.
Che cosa succede nella Lega? E’ davvero in atto una guerra interna?
“L’atteggiamento di Salvini ha creato contro-leader interni a loro insaputa, ma Zaia, Fedriga e soprattutto Giorgetti non hanno alcuna intenzione di scalzare Salvini e di fare il segretario. E’ solo una follia giornalista alimentata dal comportamento e dalle scelte politiche di Salvini”.
E il Pd?
“Letta si sta dimostrando totalmente inadeguato e Base Riformista, la corrente di Guerini, Lotti e Margiotta, sta vincendo tutti i congressi. La base Dem non si identifica più in Letta e Orlando”.
Il Centrodestra va verso una sonora sconfitta alle Amministrative?
“Suicidio assoluto, potevano essere stravincenti a Roma e Milano e invece stanno facendo la conta continuando con divisioni ridicole”.
Si avvicina anche il voto per il Quirinale…
“Escludo l’ipotesi Draghi, è troppo intelligente e sa perfettamente che 60-70 grillini lo impallinerebbero per la paura di andare al voto, non potendo garantire loro che non scioglierà le Camere. Su Mattarella vedo un attivismo che non c’è mai stato prima, come la visita al Papa in anticipo, cosa che non si fa. Ha iniziato a dire ‘non voglio, non ci sto’ (al bis, ndr) ma l’ipotesi di una rielezione di Mattarella è sempre più probabile. Magari questa possibilità non cresce in Mattarella stesso, ma certamente nell’uomo forte del Quirinale, il segretario generale Zampetti, che non ha alcuna intenzione di andare ai giardinetti”.
Draghi premier anche dopo le elezioni politiche?
“Mah, secondo me pensa a un grande incarico europeo e in particolare alla poltrona di Von der Leyen. Visto il disastro di questa Europa e dei leader europei, Draghi ha tutte le carte in regola per fare benissimo”.
Fonte: https://www.nicolaporro.it/bomba-di-bisignani-vi-svelo-chi-tiene-prigioniero-draghi/
Lega: tra Giorgetti e Salvini sovranismo al bivio
LETTERE DEL LETTORE
Riceviamo e pubblichiamo questa interessante riflessione, pubblicata anche su https://www.ilmiogiornale.net/lega-tra-giorgetti-e-salvini-sovranismo-al-bivio/
di Ferdinando Bergamaschi
Lega di lotta o Lega di governo? Lo scontro che si è consumato nelle ultime settimane tra governisti e sovranisti, cioè tra Giorgetti e Salvini, all’interno del Carroccio rivela due differenti approcci politici. Non è tanto legato alla divisione tra “sì green pass” e “no green pass”. E neppure, come molti credono, tra il nord produttivo giorgettiano e l’impostazione nazional-populista salviniana. Bensì è dettato dalla visione ormai nostalgica che ha Salvini della realtà e quella più concreta e anche proiettata nel futuro di Giorgetti.
L’antieuropeismo spicciolo
Salvini pensa (o spera) ancora che la Lega possa rivendicare pulsioni sovraniste nel senso di un antieuropeismo spicciolo. Ma ormai il segretario del Carroccio quella partita l’ha persa, quando al Papeete ha fatto cadere il Governo gialloverde. E ha consegnato quella partita a Fratelli d’Italia che, più coerentemente con la sua storia e in modo più organico, porta avanti una linea con pulsioni quasi autarchiche di forte critica all’Europa e di richiamo all’orgoglio nazionale: il partito di Giorgia Meloni, a differenza di quello di Salvini, può permettersi di fare questo poiché è rimasto all’opposizione.
Torcicollo nostalgico
Salvini, che pure ha avuto l’importante merito di aver dato al suo partito una connotazione nazionale e non più nordista, ha avuto il grande demerito (per paura?) di non aver sviluppato fino in fondo la battaglia che aveva intrapreso da ministro dell’Interno del Conte I e di essere rimasto, però, con la mente e col cuore a quell’epoca (di lotta): un’epoca che però non esiste più (almeno per la Lega governista): soffre cioè di torcicollo nostalgico.
Linea vincente
Giorgetti, invece, si rende perfettamente conto che l’epoca dell’antieuropeismo per una forza di governo non esiste più. Facendo asse direttamente con Draghi, il ministro dello Sviluppo economico lavora – che piaccia o no – a un nuovo assetto europeo, quindi a una nuova Europa. Sarà la sua, nella Lega, la linea vincente (e già lo è). Salvini quindi si trova attanagliato tra Giorgetti (con i presidenti di Regione governisti che si sono schierati con lui) e la Meloni, e non sarà facile per lui ritagliarsi uno spazio degno delle sue ambizioni; ma d’altronde questo destino se lo è creato da solo, alimentando aspettative che non ha saputo concretizzare.
Quale sovranismo?
Ma il lettore a questo punto si chiederà anche cosa significhi “sovranismo”. Bisogna dire anzitutto che il concetto di sovranismo è un concetto relativo e non assoluto. Infatti, come esiste una sovranità nazionale, esiste anche, ad esempio, una sovranità europea. Europa e nazione quindi non sono necessariamente antagoniste.
Ciò non toglie che il sovranismo nazional-populistico ha avuto (e forse in parte ancora ha) il merito di fare leva sull’orgoglio nazionale, quindi sull’autocoscienza di popolo-nazione, e peraltro ha avuto questo merito in tempi del recente passato in cui il mainstream e il politicamente corretto propugnavano la finta e ipocrita idea di un’Europa che a parole era solidale e che nei fatti prendeva decisioni solo a favore di determinate élite che avevano volontà e interessi opposti a quelli dei popoli nazionali.
Tuttavia, questo valeva per l’epoca pre-Covid. Quella di cui Salvini ha nostalgia, e non di questa nuova epoca, che è una stagione di transizione nella quale i centri di decisione sovranazionali dovranno per forza tenere conto delle volontà dei Governi nazionali se non vogliono implodere.
Il paese è maturo per ricevere ordini e accodarsi con entusiasmo
di Andrea Zock
Fonte: Andrea Zhok
Sono certo che avete tutti notato l’assiduità con cui il presidente Draghi compare in televisione a spiegare, ad esplicitare al popolo le ragioni del proprio operato.
(Praticamente per quel che ne sappiamo potrebbe essere deceduto da due mesi, tanto mandano sempre in onda filmati di repertorio con Supermario in tre varianti: pensosa, indaffarata e professionale.)
Il punto è che l’uomo è intelligente.
Ha capito perfettamente che tutta la sceneggiata usuale dei politici che fanno la comparsata in TV, fingendo di interessarsi dei cittadini e delle loro opinioni, è una mera perdita di tempo.
Il paese è maturo per ricevere ordini e accodarsi con entusiasmo. Basta avere il coraggio di farlo.
Lo stile è quello che l’uomo conosce bene, tipico degli ambienti che contano, mica di quella buffonata della “politica democratica”.
Ci si incontra in quella manciata di persone che pesano, si stabilisce cosa fare, cosa dare e cosa ricevere, e poi si manda in TV qualcuno che ama il suono della propria voce ad anticipare gli ordini al pueblo.
Così tagli fuori tutta quella roba inutile, ottimizzi i tempi morti e non ti disperdi fingendo di ascoltare i lamenti della plebe.
Passi in ufficio, parlotti con i capibastone, decreti, e poi torni a casa a dar da mangiare agli alani.
Tanto c’è il coro dei santificatori in servizio permanente effettivo che fa il suo ben retribuito dovere, e tanto basta.
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E ora abbiamo il piacere di offrire al nostro pubblico un documentario sulla violazione dei diritti umani in Tibet e sull’autoritarismo in Ungheria.
Le (solite) priorità di Letta? Ddl Zan e Ius soli
https://www.ilgiornale.it/news/politica/priorit-letta-ddl-zan-e-ius-soli-1974853.html
Letta sul palco della Festa dell’Unità detta l’agenda al governo: approvazione del ddl Zan e legge sulla cittadinanza. Salvini: “Non hanno speranza di passare”
di Federico Garau
Altro che problematiche legate al Green pass, emergenza sbarchi e crisi economica, per il segretario del Partito democratico Enrico Letta le priorità sembrano proprio essere altre, vale a dire ddl Zan e Ius soli.
Intervenuto sul palco per chiudere la Festa dell’Unità di Bologna, il leader del Pd ha parlato quasi come se a supportarlo ci fosse un vero e proprio mandato popolare. Letta infatti è apparso molto sicuro nell’affermare che entro la fine della legislatura sarà approvato il decreto di legge Zan e verrà messa a punto una legge sulla cittadinanza per gli stranieri.
Le battaglie del Pd
Il segretario dem ha voluto definire il Pd come il partito “del lavoro e dell’impresa“, tuttavia dal suo discorso è apparso fin troppo evidente quali siano i reali temi che animano la sua compagine. Ostentando sicumera, Letta ha infatti affermato di non avere alcun dubbio nel ribadire che le battaglie sui diritti portate avanti dal Partito democratico troveranno presto nuova linfa e forza. “Arriveremo all’approvazione finale del ddl Zan, così come vogliamo usare l’anno e mezzo di legislatura che abbiamo davanti per recuperare l’errore che fu fatto nella scorsa legislatura, nel non varare una legge sulla cittadinanza“, ha assicurato, come riportato da AdnKronos.
Ovviamente il grande obiettivo del partito resta quello di battere gli avversari del centrodestra. Ma, ancora una volta, Letta non ha dubbi: “Fidiamoci, da questa pandemia non si uscirà a destra ma si uscirà andando verso i valori della solidarietà, della giustizia e della coesione sociale. Da questa pandemia si uscirà laddove siamo noi”.
Insomma, il Pd sarà l’alternativa contro“le destre popoliste”, ed un primo assaggio lo si avrà alle prossime elezioni amministrative. Ormai il solco fra le fazioni è netto: “O si sta di qua o si sta di là. Non c’è posizione intermedia. Dall’altra parte non c’è più il centrodestra guidato da Berlusconi, legato a una logica ben diversa da quella cui sono legati Lega e FdI. Questi sono alleati del governo ungherese, governo polacco, il partito di Marie Le Pen e i neofranchisti in Spagna, quella è destra estrema. Dobbiamo costruire alternativa che sia in grado di battere questa destra”.
Lealtà a Draghi e all’Europa
Enrico Letta ha poi ribadito la lealtà del Pd al governo Draghi, che deve durare fino al termine della legislatura. Non sono poi mancate dichiarazioni di fedeltà all’Europa ed ai suoi principi:“Noi siamo il partito dell’Europa e siamo noi il partito dell’europeismo italiano, che è stato sposato nel modo che tutti conosciamo anche da altri. Ma l’Europa non è una questione mercantile, che diventi europeista perché devi portare a casa un assegno: per noi è un’adesione di valori perché l’Europa è la culla dello stato di diritto, della democrazia e dei diritti umani”.
Il punto sui vaccini
Il segretario del Pd si è mostrato intransigente sul tema vaccini. Per Letta la campagna vaccinale deve essere completata, altrimenti“senza i 10 milioni di italiani che mancano all’appello delle vaccinazioni non ce la faremo”.
“Sappiamo che sono i più difficili, che è il passaggio più duro, ma se ci fermiamo a dire che il più è fatto non capiamo qual è la logica rischiosissima delle varianti e del rischio che corriamo proprio nelle prossime settimane”, ha aggiunto, prima di puntare il dito contro coloro che hanno preso una decisione diversa:“Il vaccino è libertà. Questa parola ‘libertà’ è stata usata a sproposito tante volte, il vaccino è libertà di viaggiare, andare a scuola, lavorare, di fare sport, di divertirsi, di godersi spettacoli. Chi non si vuole vaccinare è contro l’altrui libertà e non può essere premiato”.
Le posizioni dei partiti
La spinta su Ddl Zan e legge sulla cittadinanza non ha per nulla stupito il segretario della Lega Matteo Salvini, che nel corso del suo intervento a San Benedetto del Tronto ha commentato:“Hanno l’ossessione del ddl Zan, se non passa siamo un paese incivile. Io dico, ognuno della sua vita privata fa quello che vuole, mi interessa men che zero… ma il ddl Zan tira in ballo i bambini delle scuole elementari: vuole spiegare ai bambini che non ci sono i maschietti e le femminucce ma che ci sono esseri fluidi…questa roba alle elementari non la porterò mai”. Salvini ha poi garantito che con la Lega al governo ddl Zan e Ius soli non passeranno.
Secca anche la replica della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni: “Noi non abbiamo paura delle etichette: siamo omofobi perché non siamo d’accordo sul ddl Zan. Siamo omofobi perché siamo contrari all’adozione da parte delle coppie omosessuali. In Italia non è consentita l’adozione da parte dei single, l’Italia è singolofoba? Quando si tratta di bambini senza famiglia, bisogna garantire il massimo dello standard: una mamma e un papà. Vuol dire amare quel bambino. Si può parlare con garbo di questo? La legge Zan nulla c’entra con la discriminazione degli omosessuali”.
Le parole di Letta hanno tuttavia ricevuto il plauso di altri rappresentanti del Pd. Dopo aver ringraziato il suo segretario, Monica Cirinnà ha dichiarato:“Il Pd non cambia né opinione né linea politica. Per noi la lotta ai crimini d’odio è e resta una priorità, perché prioritarie sono le vite delle persone che questa legge proteggerà”. “Impegni: approvare il ddl Zan e portare a termine finalmente la legge sulla cittadinanza. Ben detto Enrico Letta , c’è da fare”, ha confermato anche Filippo Sensi, deputato del Partito democratico.
Draghi apre: vince la Lega, perde Speranza
La svolta del premier: contagi ancora alti ma serve un segnale contro il malcontento
A Palazzo Chigi allarme per le tensioni sociali I timori di Gabrielli: preoccupati dalle piazze
di Adalberto Signore
L’accelerazione arriva in tarda mattinata, quando durante la cabina di regia sulle aperture in corso a Palazzo Chigi va in scena l’ennesima sfida tra «rigoristi» e «aperturisti». Con Mario Draghi che alla fine ribalta le previsioni della vigilia, visto che giovedì sera da entrambi i fronti si dava per «altamente improbabile» un allentamento delle misure restrittive. Il premier, invece, decide di sposare la linea portata avanti dai ministri di Forza Italia e Lega, Mariastella Gelmini e Giancarlo Giorgetti, supportati per l’occasione dalla renziana Elena Bonetti. Con buona pace del titolare della Salute Roberto Speranza, costretto peraltro ad illustrare le novità seduto in conferenza stampa a fianco del premier. Tra gli sconfitti anche il ministro M5s Stefano Patuanelli e, in parte, il dem Dario Franceschini. Il titolare dei Beni culturali, infatti, pare che durante la cabina di regia di ieri sia stato meno granitico del solito, preoccupato di riuscire a concedere qualcosa al mondo dello spettacolo che non ha gradito di rimanere chiuso mentre il governo dava il via libera al pubblico per le quattro partite dell’Europeo che si giocheranno allo stadio Olimpico di Roma dall’11 giugno.
In privato, Draghi definisce la sua una «mediazione». E in pubblico sottolinea come la cabina di regia abbia deciso «all’unanimità e non a maggioranza», perché si parte da «punti di vista che non sono uguali» ma «la strada è comune». Ma è di tutta evidenza che nei fatti la linea che passa è sostanzialmente quella di Forza Italia e Lega. Per non dire della percezione complessiva del messaggio, un’indicazione generica in chiave di normalità. Una ripartenza che inizierà il 26 aprile e non il 3 maggio, come ipotizzato fino a giovedì. Ma che Draghi sceglie di annunciare con dieci giorni di anticipo, perché l’obiettivo è quello di sminare il malcontento che va montando nelle piazze in queste ultime settimane. Il premier, infatti, è rimasto molto colpito dalle manifestazioni di protesta di questi giorni. Come dalla relazione fatta mercoledì scorso davanti al Copasir da Franco Gabrielli, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega ai Servizi. L’ex capo della Polizia, infatti, ha relazionato il Comitato di controllo non nascondendo la sua preoccupazione per le tensioni sociali di questi giorni. Che, nel caso le chiusure delle attività economiche dovessero continuare ancora, potrebbero subire una vera e propria escalation ed arrivare a diventare focolai di rivolta. Un campanello d’allarme, quello di Gabrielli, che ha molto preoccupato il presidente del Consiglio. Che ha dunque deciso di «dare un segnale» per cercare di spegnere le polemiche e togliere tensione al Paese. E questo nonostante i numeri che monitorano l’andamento della pandemia non siano oggi «particolarmente differenti» rispetto a «quelli di un anno fa». Questo, almeno, ha detto il premier incontrando nel tardo pomeriggio la delegazione di Forza Italia, guidata da Antonio Tajani. Non è un caso, dunque, che in conferenza stampa Draghi abbia parlato di «rischio ragionato» mentre annunciava l’inversione di rotta sulle riaperture. Un «rischio» che va di pari passo alla «scommessa» fatta sull’economia con il Def: accumulare negli anni a venire altro «debito buono» così da spingere la crescita del Paese.
Politicamente, la via intrapresa dal presidente del Consiglio si porta dietro vincitori e sconfitti. Una riflessione, questa, che deve fare i conti con il fatto che il centrosinistra – non si comprende bene con quale ragionamento di prospettiva – ha sempre ergersi a paladino delle chiusure. A perdere, infatti, è soprattutto il ministro della Salute Speranza. Che non solo nelle ultime settimane ha messo in atto una sorta di conversione a «U», iniziando per la prima volta a parlare con toni concilianti delle varie ipotesi di riaperture. Ma che ieri era al fianco di Draghi in conferenza stampa, a mettere – suo malgrado – la faccia a una linea aperturista che fino a poche ore prima considerava scellerata e inconcepibile.
I sovranisti nell’era Draghi
di Marcello Veneziani
Come sarà il sovranismo nel tempo di Mario Draghi alla guida di un governo per metà sostenuto e per metà osteggiato dai sovranisti? Ne uscirà sano, con le ossa rotte o rafforzato? Partiamo da un doppio paradosso. Il primo è che hanno fatto bene sia Salvini che Meloni a scegliere le rispettive strade. Non siamo mai stati avari di critiche o compiacenti con loro, ma tutto sommato è stata una scelta saggia per entrambi. Non potendo ottenere il voto anticipato, con Draghi si può puntare ad avere almeno due risultati: far cadere il governo grillo-sinistro che era una calamità innaturale, aggravata da un illusionista vanesio come collante, scongiurando che fosse quella banda inadeguata a gestire il piano del recovery; e avviare una stagione di decantazione in cui viene a cadere la demonizzazione dei sovranisti e si forma un governo bilanciato dalla presenza di forze del centro-destra. Scommessa rischiosa ma andava fatta.
Dall’altra parte, la Meloni ha ben capito che entrando nel governo avrebbe avuto un raggio minimo d’incidenza per via dei numeri ancora esigui del suo partito (avrebbe avuto un ministero di serie b e un paio di sottosegretari) e avrebbe perduto la ghiotta occasione di brillare da sola all’opposizione. Dunque, facile, accorta e lineare la sua scelta di starne fuori.
La divergenza tra Lega e Fratelli d’Italia, anche se non è tattica ma effettiva e competitiva, per chi vede l’insieme con lungimiranza, è utile alla causa comune perché riflette la divaricazione dell’opinione pubblica sovranista e consente di recuperare con l’una i consensi perduti dall’altro; e di ricompattarsi poi. Già quando Salvini scelse la via della spericolata alleanza coi grillini si separò dagli alleati ma poi li ritrovò dopo l’esperienza di governo. Insomma, per i sovranisti è stata positiva la doppia opzione, marciando divisi per poi unirsi quando si andrà al voto. Il sovranismo è sempre al 40 per cento dei consensi, con qualche travaso fra le due forze; aggiungendo l’apporto di Forza Italia e dei centristi resta la maggioranza in pectore del paese.
L’altro paradosso investe invece Draghi al governo. Considerando la sua storia, la sua provenienza, il suo stesso discorso d’investitura, Draghi è l’antitesi del sovranismo. È l’uomo dell’Europa, dell’euro, della finanza transnazionale, del predominio dell’economia sulla politica, della cessione di sovranità all’Unione Europea. Insomma il contrario di un sovranista. Lo ha ben detto Magdi Allam in una lettera aperta a Draghi, a cui non ha fatto sconti nel nome dell’amor patrio e della sovranità.
Ma, ferme restando tutte le inquietudini che genera la premiership di Draghi, c’è da fare un discorso realista e disincantato. Se fosse rimasto Conte e il suo governo col partito più omogeneo all’establishment europeo, il Pd, avremmo avuto una variante furba, doppiogiochista, ingannevole della stessa subalternità all’Europa. E saremmo stati esposti ancor più al rischio di sprecare le risorse dei prestiti ricevuti tra mance, regalie, redditi e bonus, col risultato di trovarci presto indebitati in modo inverosimile senza aver reso produttivi gli investimenti, ma solo puramente assistenziali (a scopo clientelare ed elettorale). A questo punto, anziché andare a trattare con l’Europa mandandoci i parvenu e gli inservienti, proni a tappetino pur di salvaguardare se stessi, meglio andarci con uno dei soci fondatori del club, uno dei leader più ascoltati e accreditati per i ruoli precedentemente coperti. Uno che, a differenza dei Gentiloni, dei Gualtieri &C., non rappresenta un partito di sinistra, ma è una personalità di spicco del nostro paese e dei vertici dell’eurocrazia. Al rischio di una troika straniera è preferibile un alto commissario interno come Draghi.
I rischi ci sono tutti, guai a esultare; ma val la pena correrli considerando l’alternativa. E se un domani alle elezioni dovesse vincere, come ancora le proiezioni dicono, l’alleanza imperniata sui sovranisti, avere un garante e un contrappeso come Draghi al Quirinale potrebbe essere forse l’unico modo per poter avere un governo attento alla sovranità e all’interesse prioritario nazionale e popolare, senza entrare in conflitto con l’Europa.
Naturalmente sono ipotesi, il cammino è impervio, le variabili possono essere tante e imprevedibili. Però tra le insidie e le incognite che si aprivano comunque sul nostro domani, quella con Draghi a Palazzo Chigi e forse dopo al Quirinale, può essere un rischio calcolato a fronte di un progetto politico. Intanto è tornata un po’ di serietà nelle istituzioni, un po’ di sobrietà e di senso dello stato; meno vanterie, meno narcisismi, meno raggiri della popolazione con annunci irreali, potenze di fuoco e giochi d’artificio.
Si deve però considerare anche un’altra ipotesi: che alla lunga si sgonfi il fenomeno sovranista, che i due leader perdano vigore con Draghi al governo e col clima più soft che si respira. Ma questo sarebbe accaduto con almeno pari probabilità, anche nel caso avesse continuato il governo giallorosso. Perché un movimento che galvanizza in permanenza il suo elettorato nella prospettiva dell’ordalia elettorale, l’attesa messianica del giudizio divino e liberatore delle urne, alla lunga si logora se poi non si va mai a votare.
Qui si lascia lo scenario generale per spostare il focus sui movimenti sovranisti: se mettessero a frutto questo periodo di decantazione per selezionare strategie, ranghi, classi dirigenti, per studiare e mettere a fuoco linee, contatti, relazioni, allora sì che potrebbero presentarsi al voto con le carte in regola per governare l’Italia. Raccomandazione inutile, visto come abitualmente si muovono. Tutto resta così imponderabile: che il sovranismo sopravviva a Draghi, che gli succeda al governo, o viceversa che imbocchi la via del tramonto e dell’assimilazione, stemperandosi in quella vaga area del centro-destra. Su tutto veglia minaccioso il demone della pandemia.
MV, Il Borghese (aprile 2021)
Fonte: http://www.marcelloveneziani.com/articoli/i-sovranisti-nellera-draghi/
Agli occhi di certuni per governare è indispensabile il passaporto arcobaleno!
di Matteo Castagna (pubblicato su Informazione Cattolica di oggi)
È IL TEMPO DELL’ASSUNZIONE DI RESPONSABILITÀ, NON QUELLO D’IMPROBABILI ED IMPROPRIE POLEMICHE PER L’AGENDA DI UN ESECUTIVO CHE NON PARE GUIDATO DA UN IMPULSO IDEOLOGICO, DI FRONTE AD UN PAESE IN GINOCCHIO…
Una delle tante tipicità che caratterizzano gran parte del variegato mondo italico è quello della critica preventiva. Avviene nel calcio con gli allenatori e in politica con i ministri.
Marta Cartabia (nella foto), autorevole esponente del neonato governo Draghi, vicina a Comunione e Liberazione, nel 2014 ha espresso posizioni contrarie all’equiparazione tra nozze tradizionali e unioni civili. All’epoca del caso Englaro criticò il suicidio assistito.
Pur non avendo deleghe direttamente attinenti ai temi etici, il senatore Tommaso Cerno ha chiesto che il premier faccia chiarezza per quanto affermato da Cartabia ed il segretario generale dell’Arcigay Gabriele Piazzoni riconosce come segnale positivo il fatto che ella, da ben sette anni, non proferisca parola in merito alle rivendicazioni Lgbt.
All’epoca, Cartabia replicò alla alle parole d’odio della galassia arcobaleno con un lapidario: “la Corte (costituzionale, n.d.r.) difende i diritti di tutti perché nella laicità positiva dello Stato”. Il capo del Popolo della Famiglia, cioè la microsfera del macro-opinonista Mario Adinolfi ha rinfocolato la polemica sul ddl Zan, in un momento quantomeno inopportuno, dando l’impressione di voler trovare un pretesto per far litigare l’eterogenea maggioranza, più che riattivare un concreto argomento di lotta politica in favore della libertà della famiglia tradizionale.
Ciò che si evidenzia, nell’ambito di questa dialettica, è l’anomalia secondo la quale al governo di un Paese vi debba essere, per forza, gente “gay-friendly”. Continua a leggere
Perché la crisi di governo si decide (anche) a Washington
di Antonio Pilati
La crisi del governo e della sua maggioranza è rappresentata da media e analisti come una faccenda tutta italiana, anzi romana, con partiti, fazioni, leader, figuranti, primo ministro che si battono aspramente per spuntare con la rissa qualche porzione di potere in più. In realtà c’è anche un altro piano, probabilmente essenziale, che si sviluppa lontano da Roma, nelle capitali dei nostri principali alleati.
Fattore Biden
Come la nascita del secondo Governo Conte fu decisa in ambito europeo, così oggi è plausibile che, aiutando il caos sanitario e il prevedibile sperpero dei fondi comunitari fatti balenare a nostra disposizione, le opinioni che circolano oltralpe abbiano un peso determinante.
Tuttavia, rispetto all’estate 2019, è in gioco un fattore in più, il nuovo presidente americano. Biden deve ridisegnare, o almeno riassestare, la politica estera e, come segnalava qualche giorno fa questo sito, la sua azione parte con qualche handicap: in Estremo Oriente come in Europa, gli Stati alleati, forse memori della confusione e delle giravolte fatte dall’amministrazione Obama (Biden vicepresidente) in giro per il mondo, hanno tutelato i propri interessi commerciali chiudendo accordi con la Cina appena dopo l’annuncio della sconfitta di Trump.
Le due iniziative hanno un po’ l’aria di mosse negoziali: intanto mettiamo un punto fermo e poi vediamo che cosa di concreto gli Stati Uniti, in passato così volatili, portano al tavolo delle trattative. La Germania è per gli americani il primo interlocutore in Europa e un negoziato forse si è già avviata: l’Italia, che rappresenta pur sempre la terza economia della zona euro, potrebbe esserne parte.
Renzi mosso da Joe
Se si guardano i tempi della crisi, Renzi, che ambisce a essere il principale riferimento americano nell’attuale fase politica, ha cominciato a bombardare Conte appena si è saputo della vittoria di Biden, quasi mosso dall’intento (o dal suggerimento) di proclamare urbi et orbi l’inadeguatezza di Giuseppi: se l’ipotesi di un livello internazionale della crisi avesse qualche fondamento, è evidente che la soluzione Draghi ne sarebbe l’esito naturale.
Appare altrettanto evidente che molte fazioni e cricche farebbero di tutto per evitare un tale sbocco, Légion d’honneur e sinofili in prima fila. Il risultato dello scontro dipende in gran parte, ci sembra, dalla chiarezza di idee e dalle priorità della nuova leadership americana.
Fonte https://www.nicolaporro.it/perche-la-crisi-di-governo-si-decide-anche-a-washington/





