La democrazia muore senza oppure

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

E dopo Draghi? Un altro Draghi. E dopo Mattarella? Un altro Mattarella. E dopo il Vaccino? Un altro vaccino. E dopo l’Emergenza? Un’altra emergenza. Si procede replicando, sempre lo stesso o un suo facsimile. Non c’è soluzione migliore di quella che è in corso o in scadenza. Non muta la risposta se chiedi dell’Europa, del Mercato, della storia, della scienza, della sanità, dei diritti e di ogni altro ambito. Non sto mettendo in discussione uomini, vaccini, leggi e istituzioni; magari si dovrebbe, ma non è questa l’intenzione, almeno in questo caso. Sto ponendo una questione di fondo, un criterio e un dubbio di principio, che però ha implicazioni pratiche nella realtà, molto più decisive di quanto si possa immaginare. La cosa più preoccupante non riguarda singoli presidenti, ritenuti insostituibili, o specifici dispositivi sanitari e securitari ma è la convergenza di piani, settori, mondi diversi. Ogni ambito non prevede altro che replicare l’esistente, senza possibilità di deviazione.

Denuncio pubblicamente la scomparsa dell’Oppure. Chi è, cos’è l’Oppure? Non è una semplice congiunzione o disgiunzione, stiamo discutendo di una cosa assai più importante. Una democrazia senza oppure non è democrazia, un pensiero senza oppure non è un pensiero, una libertà senza oppure non è libertà. Ci stiamo giocando tutto questo con la cancellazione dell’oppure. Dove manca l’oppure manca la democrazia, il pensiero, la libertà.

L’intelligenza si esercita sugli oppure: l’automa, la macchina, l’imbecille, il gregge non conoscono l’oppure, procedono lungo il percorso prefissato, seguono l’input ricevuto o l’impulso che è stato loro impresso. L’intelligenza, invece, è la capacità di compiere altre scelte, di stabilire rapporti tra realtà diverse e studiare e provare alternative. L’intelligenza è collegare il possibile al reale, è la capacità di capire che le possibilità eccedono sui fatti, si tratta di selezionarle e metterle in campo. Si possono fare percorsi alternativi, e per congiungere due punti non c’è solo la linea retta: se ragioniamo in termini puramente geometrici, la linea retta è la più diretta a congiungere i due punti; ma la vita, il tempo, l’umanità, la storia e la natura non camminano nello spazio puro e vuoto, conoscono altre leggi che riguardano l’intensità, la durata, la qualità, l’efficacia, la curiosità, l’emozione, la relazione, la logica, il ricordo, l’aspettativa, la fantasia e potrei ancora continuare. O su altri piani ridurre la direzione a una linea fissa è perdere la dimensione sferica e circolare, la curvatura e la poligonia del mondo, con le sue tante facce. Il mondo ha bisogno degli oppure.

La vita è complessa, come la realtà, e richiede l’esercizio dell’intelligenza. La mancanza degli oppure è la riduzione della complessità a un segnale stradale che indica il senso unico; è la mortificazione delle differenze, delle varietà.

Stiamo scivolando senza accorgerci nel regno del conforme e dell’uniforme che sopprime l’oppure; e non è solo la soppressione dell’opposizione, del diverso parere, dell’alternativa, dell’altro lato delle cose ma anche della ricerca, della possibilità di vedere e agire altrimenti. Senza questo è la fine della libertà, della democrazia, del pensiero e dell’intelligenza.

Stiamo vivendo questa fase, anzi abbiamo intrapreso questa china, e la cosa peggiore è che lo stiamo vivendo con disinvolta routine, senza porci nemmeno il problema, accettando tutto con automatismo, che è il peggiore dei fatalismi perché estirpa alla radice anche solo l’ipotesi di vedere le cose in altro modo.

Qualcuno potrà obbiettare: ma con chi ce l’hai di preciso, chi è che impone questo modo di vedere? Vedi fantasmi, sei complottista, sei no pax, contro la pace. Ma non c’è bisogno di correre dietro a chi sa quale congettura, è l’agenda generale dell’establishment che viene dettata ogni giorno in tutte le sedi, alla luce del sole e dei media; è l’agenda dei poteri dominanti che hanno il monopolio, o se preferite, l’egemonia, che fabbrica e controlla l’Opinione Pubblica. Sui social, magari leggi e ascolti voci diverse e dissonanti, in politica assai meno però c’è ancora qualche barlume di differenza: ma a livello di governance, di istituzioni, di mass media, di informazione pubblica e in gran parte privata, di apparati e di controllori, e perfino di influencer, artisti e saltimbanchi, quello è lo schema fisso, e rigido. La scelta migliore, il presidente migliore, è quella, quello che c’è già, in carica, in vigore.

Sul piano sanitario, ad esempio, l’adozione di protocolli standard segna la fine della medicina, che è una corda tesa tra arte e scienza per curare ad personam e non per generi e stoccaggi. Ora non si cura più la persona e il suo caso specifico ma si stabilisce il protocollo a cui attenersi in generale. La fine degli oppure è la fine della medicina, della sua efficacia e della sua umanità.

Potremmo notarlo così, en passant, come una specie di curiosità, senza darci troppo peso. E invece è una cosa terribile. Non sarà la prima volta che succede nella storia, ma certo è una brutta piega per una democrazia e per un mondo che si definisce libero, plurale ed evoluto. Il conformismo ha sempre accompagnato il lungo corso delle democrazie, ma una volta c’erano almeno divergenze ideologiche e politiche su scelte e priorità o perlomeno erano enunciate in modo diverso. Ora no. Come il mercato globale tende irresistibilmente verso i monopoli, così le opzioni si stanno paurosamente restringendo a una, quella ufficiale, canonica, vigente; sennò è il disastro. Volete continuare in questo modo? O quantomeno volete acconsentire, tacere o fingere contentezza per questo mondo monoseriale? E se ricominciassimo dagli oppure?

Come cambierà la democrazia dopo il Covid

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di Corrado Ocone

L’OCCIDENTE INVIDIA IL MODELLO CINESE? LE CONSEGUENZE POLITICHE DELLA PANDEMIA

Abituati a vivere la quotidianità pandemica, e immersi nelle polemiche sui vaccini e il green pass, poco riflettiamo sulle conseguenze storico-politiche di più ampia durata delle politiche di contrasto messe in opera, indipendentemente da come le si possa giudicare. In questo senso, si può veramente dire che Covid-19 abbia accelerato dei processi in corso già da un po’ di tempo, almeno dalla crisi finanziaria del 2007-8.

Il sistema occidentale in crisi

Con l’efficacia che può essere di un titolo di copertina, è The Economist a parlare questa settimana di The triumph of big government e a chiedersi quale dovrebbe essere, di fronte a una così forte espansione dello Stato, la risposta del liberalismo classico. In effetti, quello che non si dice, o che viene semplicemente occultato, è che un sistema basato quasi esclusivamente sula spesa pubblica, e quindi su una forte tassazione, non può reggere a lungo. Non solo per motivi economici, ma anche culturali. Quello che non può reggere, più propriamente, è il complicato sistema delle libertà istituzionali e costituzionali che l’Occidente ha costruito nei secoli e decenni scorsi, e soprattutto quella sana e caotica anarchia della società civile che ha permesso di liberare energie e spiriti vitali che alla fine ci hanno garantito, e ancora ci garantiscono, una rispettabile qualità della vita.

La Cina, il modello alternativo

La qualità della democrazia liberale è qualcosa che ci deve stare a cuore se teniamo alla qualità delle nostre vite. Inutile dire che il convitato di pietra, in questo mio discorso, è la Cina, che da partner commerciale strategico dell’Occidente quale era stato nei primi anni della globalizzazione (che hanno coinciso con la sua escalation come potenza globale) è diventato, almeno per l’America (e qui Trump o Biden fa poca differenza), un temibile avversario politico di sistema, cioè con modello alternativo di politica e vita civile del tutto poco rispettoso delle libertà personali. 

Per mesi, osserva il settimanale inglese, mente la vaccinazione in Europa procedeva  molto  lentamente, “la Cina ha potuto celebrare la sua risposta al virus come una vittoria del modello dello Stato forte”. È emersa perciò, anche nelle nostre democrazie, una sorta di volontà di emulazione, che ovviamente si è realizzato in forme edulcorate e più controllate. Stessa però l’impostazione del problema: “la strategia dello zero-covid ha esemplificato l’inflessibilità di un potere centralizzato e incontrollato”.

La nuova “dittatura preventiva”

Che l’Occidente invidi sotto sotto il modello cinese? Questa domanda se la poneva ieri  Le Figaro nel recensire il libro appena uscito di un ex diplomatico. L’Occidente ha invidia e paura al tempo stesso della Cina, spiegava l’articolista, non certo per la repressione degli Uiguri (certamente esecrabile) ma per la strana mescolanza che lì sembra essersi realizzata “fra la prosperità organizzata del capitalismo cinese, che garantisce una forma di armonia sociale, e una ‘dittatura preventiva’, fondata sul controllo sociale dei dati, che rende obsoleta la “dittatura repressiva” del XX secolo”. La Cina, sulla lunga scorta di un confucianesimo ben integratosi con il marxismo e il progresso tecnico-informatico, sembra quasi proporci un nuovo equilibrio fra benessere individuale e benessere collettivo. “Il successo cinese, senza che noi osiamo ammetterlo, diventa la tentazione dell’Occidente”. Il discorso, a ben vedere, è sempre quello di Tocqueville: un individuo atomizzato e alla ricerca di piaceri effimeri è ben disposto a svendere la sua libertà a un sistema che lo protegge e lo rassicura dalla culla alla bara.

Devo dire la verità: il dibattito su no vax e no pass non mi appassiona più di tanto, soprattutto quando è urlato, fazioso, piazzaiolo, violento. Né mi sembra intelligente la retorica del “noi” contro “loro”, ove il loro che vorrebbe controllarci e sottometterci non si sa bene chi sia. E, pur avendo non pochi dubbi sul green pass, credo che la sua introduzione, in quanto legge di uno Stato democratico come il nostro, vada assolutamente rispettata. Porsi però anche in Italia, con la postura giusta e nelle sedi giuste, queste questioni di fondo, che la stampa e il dibattito esteri non occultano, credo sia importante e “salutare” (tanto per restare in tema).

Corrado Ocone, 21 novembre 2021 https://www.nicolaporro.it/come-cambiera-la-democrazia-dopo-il-covid/

Sistemi democratici, dall’Estremo al Vicino Oriente

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Israele come la Cina: riconoscimento facciale per il controllo dei palestinesi
 
L’esercito con la stella di David avrebbe promosso un programma di ampia portata basato sulle nuove tecnologie. I soldati armati di smartphone hanno scattato migliaia di fotografie, avviando una vera e propria gara interna. Per Breaking the Silence sono metodi di sorveglianza “altamente invasivi” che mostrano una “digitalizzazione” dell’occupazione. 
 
Gerusalemme (AsiaNews) – Un programma di ampia portata finalizzato all’identificazione dei palestinesi in Cisgiordania, con riconoscimento facciale e uso delle nuove tecnologie sul modello applicato da tempo dalla Cina, utilizzando il pattugliamento del territorio dei soldati. Secondo quanto emerge da una inchiesta approfondita del Washington Post i militari, armati non di fucile ma di telecamere, avrebbero scattato foto degli abitanti della cittadina di Hebron, lanciando una vera competizione per raccoglierne il più possibile. 
 
Il progetto è iniziato almeno due anni fa e si basa sull’utilizzo degli smartphone con sistemi di riconoscimento facciale e una tecnologia chiamata “Blue Wolf”, con raccolta di fotografie e dati incrociati con un database già presente negli archivi di Israele. L’applicazione, spiegano gli esperti, avvisa il soldato nel caso in cui gli individui debbano essere trattenuti in base alle informazioni preliminari disponibili su di loro.
 
Durante le fasi di creazione dell’archivio fotografico digitale, i soldati hanno fotografato migliaia di palestinesi, gareggiando fra loro sul numero delle immagini scattate ogni giorno. Un militare, interpellato dal quotidiano Usa dietro anonimato, spiega che l’unità alla quale apparteneva lo scorso anno aveva il compito specifico di “scattare il maggior numero di foto possibili” utilizzando vecchi smartphone dell’esercito. Secondo gli attivisti di Breaking the Silence (Bts), ong israeliana di ex militari e riservisti che denuncia quelli che considera abusi dello Stato ebraico nei Territori occupati, l’opera di schedatura poteva contare anche su un’ampia rete di telecamere per il riconoscimento facciale. Essa operava integrando il sistema a circuito chiuso noto come Hebron Smart City che, a detta di un ex militare, appare in grado di tracciare i palestinesi anche all’interno delle loro case.
 
La rete di sorveglianza include inoltre l’applicazione “White Wolf”, usata dai funzionari della sicurezza negli insediamenti in Cisgiordania per fornire informazioni e identificare i palestinesi prima del loro ingresso nelle colonie per motivi di lavoro. “Le persone si preoccupano delle impronte digitali – ha spiegato l’ex soldato al Post – ma questo sistema [digitale] è molto più elaborato e preoccupante”.
 
Secondo gli attivisti di Bts, il nuovo sistema utilizza metodi di sorveglianza “altamente invasivi” basati sulla tecnologia di riconoscimento facciale, per essere in grado di “monitorare i movimenti dei residenti palestinesi in tempo reale”. Queste rivelazioni sono solo l’ultimo esempio della “digitalizzazione” dell’occupazione. “Mentre qui in Israele, e in tutto il mondo occidentale, vi è un acceso dibattito sul grado in cui i governi sono autorizzati a usare la tecnologia per entrare nelle nostre vite – conclude la nota – quando si tratta di palestinesi, non vi è alcuna discussione”.
 
 

Piazze del Popolo

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dell’ Avv. Gianfranco Amato

Sono diversi gli indicatori dello stato di salute di una democrazia. Tra questi vi sono, senza dubbio, gli atti di sindacato ispettivo parlamentare. Sono quegli atti che la gente comune conosce come interrogazioni e interpellanze presentate da deputati e senatori. Rappresentano la voce critica dei rappresentanti del popolo rispetto all’azione di governo, e testano il livello di libertà e democrazia del Paese, come il termometro misura la febbre nel corpo umano. Per comprendere che in Italia si sia già superata da un pezzo la soglia minima dei 37° centigradi, basta leggere gli atti di sindacato ispettivo che sono stati presentati sull’ormai nota  vicenda del portuale triestino Stefano Puzzer.

Prendiamo, ad esempio, l’atto n. 3-02916 pubblicato il 3 novembre 2021, nella seduta n. 374 del Senato, a firma Granato, Angrisani, Crucioli, Giannuzzi, Lanutti, rivolto al ministro Luciana Lamorgese. Questo il testo:

«Al Ministro dell’interno,

premesso che:

– come riportato in numerose notizie di cronaca, nei confronti di Stefano Puzzer, leader triestino dei manifestanti portuali di Trieste “no green pass”, sono state emesse le misure restrittive della circolazione del foglio di via obbligatorio e del divieto di soggiorno a Roma, per la durata di un anno;

– secondo quanto riportato dalla stampa, il leader triestino, come atto di protesta contro le limitazioni governative, si era recato a piazza del Popolo, nell’attesa di un incontro per dialogare con le autorità: grazie alla sua notorietà, in seguito, era stato raggiunto da moltissime persone, contrarie alle misure a parere degli interroganti draconiane e liberticide imposte con l’obbligo della certificazione verde;

– come riporta una nota della Questura capitolina emessa nella tarda serata del 2 novembre 2021, nei riguardi di Puzzer, è stato emesso un foglio di via obbligatorio con divieto di soggiorno per 12 mesi da Roma, con provvedimento motivato, e gli è stato contestualmente intimato di fare rientro a Trieste entro le ore 21 di mercoledì 3 novembre 2021;

– inoltre, sempre secondo fonti di stampa, sarebbe intenzione della Questura capitolina denunciare alla Procura della Repubblica Puzzer e chi abbia preso la parola durante il sit-in di protesta ai sensi dell’articolo 18 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, di cui al regio decreto n. 773 del 1931, per il reato di manifestazione non autorizzata, con l’aggravante, per Puzzer, di “esserne stato promotore”;

valutato che, a giudizio degli interroganti, le misure di prevenzione (foglia di via e divieto di soggiorno a Roma) comminate dalla Questura appaiono palesemente eccessive e irragionevoli, come anche la volontà di denunciare Puzzer e tutti coloro che abbiano preso la parola in piazza per manifestazione non preavvisata. Puzzer, difatti, non ha promosso in alcun modo l’adesione alla sua protesta pacifica, alla quale hanno partecipato moltissime persone spontaneamente richiamate solamente dal “tam tam” social, senza che vi sia stata alcuna forma, anche embrionale, di organizzazione pregressa;

considerato che, nonostante il progressivo clima di terrore e le crescenti restrizioni alla libertà di circolazione e manifestazione del pensiero, Puzzer ha dimostrato l’immane “forza” di una forma di protesta genuina e pacifica, rispetto alla quale l’unica risposta scelta dalle autorità e dal Governo, in luogo del dialogo e del confronto, è stata una risoluzione “autoritaria”,

si chiede di sapere:

– quale sia la valutazione del Ministro in indirizzo in merito alle misure comminate dalla Questura di Roma nei confronti di Stefano Puzzer;

– se nei confronti del leader triestino sia stata comminata la misura del divieto di soggiorno in uno o più comuni, diversi da quelli di residenza o di dimora abituale, di cui all’articolo 6, comma 2, del codice antimafia (decreto legislativo n. 150 del 2011) (la quale, tuttavia, può essere solamente aggiunta, salvo eccezioni, alla sorveglianza speciale), oppure quella di cui all’articolo comma 2 del decreto-legge n. 17 del 2017, il “Daspo urbano”, secondo la cui disciplina, tuttavia, l’emissione del provvedimento restrittivo può avvenire nei casi di “reiterazione delle condotte di cui all’articolo 9, commi 1 e 2” del medesimo decreto (in violazione, quindi, dei divieti di stazionamento o di occupazione di “spazi afferenti aree interne delle infrastrutture, fisse e mobili, ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, e delle relative pertinenze”), ipotesi che non appare plausibile nel caso riferito».

Se si omettessero nomi e luoghi, chiunque leggesse questa storia sarebbe naturalmente indotto ad ambientarla in uno stato di polizia. O, come usa dire oggi in modo più elegante e moderno, in un Security State. Più che alla Piazza del Popolo di Roma, si penserebbe all’altrettanto famosa Piazza del Popolo di Shangai.

Fonte: https://gianfrancoamato.it/piazze-del-popolo/

Il vicolo cieco della Repubblica

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QUINTA COLONNA

Analisi completa e magistrale di una delle menti più lucide della destra italiana.

di Marcello Veneziani

Il popolo italiano diserta le urne a larga maggioranza, il governo è nelle mani di un Grande Timoniere che viene dalle banche e non dal voto; l’opposizione, per due terzi al governo, non riesce più a rappresentare largamente la piazza, il dissenso e gli umori popolari. Sia nelle battaglie sociali, civili che sanitarie.

Abbiamo imboccato il vicolo cieco della Repubblica. Che in questa situazione di sospensione della politica e di larga disaffezione degli italiani, il centro-sinistra vinca le competizioni amministrative raccogliendo un elettore su quattro, è logico, comprensibile, conseguente. Senza essere scopritori di nulla e profeti di niente, lo prevedemmo già svariate settimane fa. Il partito-establishment euro-istituzionale, con i suoi candidati d’apparato, vince facilmente se l’avversario si scompone in tre parti: area di governo, area di opposizione e area extra-politica di protesta. Ma la repubblica, o forse la democrazia, ha imboccato un vicolo cielo.

Partiamo dalla gente. La percezione più diffusa, che comunque riguarda una massa considerevole di elettori, è che si va inutilmente a votare, come si va inutilmente in piazza. Non si ottiene nulla. Non si aspettano nulla dalla politica, e da nessun leader. I “populisti” non riescono a intercettare questo stato d’animo e di cose; in primis i grillini affidati a un azzeccagarbugli trasformista che è l’antitesi del ribellismo alternativo dei grillini d’origine. Poi la Lega, al governo con tutti gli avversari, sotto la guida di Draghi. Infine, di riflesso, Fratelli d’Italia che tengono botta ma sul piano delle opinioni non del voto amministrativo. A loro si aggiunge lo scarso peso dei candidati: non riescono a trovare di meglio, e quando ce l’hanno (Albertini a Milano, Bertolaso a Roma) se lo lasciando sfuggire.

È falso il racconto dominante che la sinistra si sia ripresa l’Italia, come se l’elettorato dopo la sbandata “populista” e “sovranista” sia tornato all’ovile o si sia convertito alla ragione. È vero il contrario: la fetta più dissidente, più ribelle, non si sente più rappresentata dai grillini, dai leghisti e in parte dalla destra. E indebolendo questi, rafforza quelli. La gente entra nel pulviscolo, nella clandestinità molecolare o di gruppo, si sfoga nei social. A volte si ritrova, in ranghi sparsi e conventicole non componibili, in molte battaglie radicali, e sui temi del vaccino/green pass, che riguardano una corposa minoranza. La sconfitta del centro-destra non è la vittoria dei moderati ma la diserzione dal voto dei dissidenti radicali.

In Italia c’è un’area radicale di protesta che si può calcolare del venti-venticinque per cento, ovvero di pari consistenza a quella del centro-sinistra che non si riconosce nei partiti, e che finora in gran parte rifluiva sui 5Stelle e sulla Lega. In minor misura sono ora rifluiti sulla Meloni; in maggior misura si allontanano dalla politica con disgusto e sensazione d’impotenza, si sentono traditi, delusi, qualcuno spera ancora in qualche altro cobas della politica, anzi dell’antipolitica. Insomma, si chiamano fuori.

Serpeggia un sentimento diffuso: la politica non è in grado di fare nulla, di cambiare il corso delle cose, di intervenire sui temi più sensibili, di opporsi ai grandi poteri transnazionali, sanitari, lobbistici, ideologici. È ininfluente, comanda Draghi, comandano le oligarchie tecno-finanziarie, medico-farmaceutiche, ideologico-culturali; non si sgarra, siamo sotto l’Europa, dentro il guscio global.

Sappiamo bene che il voto politico sarebbe un’altra cosa, avrebbe altri esiti; ma non aspettatevi il voto politico come il giudizio di Dio, l’ordalia finale o lo showdown, la resa dei conti e il momento supremo della verità. Primo, perché probabilmente non si andrà a votare nemmeno la prossima primavera, e in caso di fuoruscita della Lega dal governo, probabilmente resterebbe una maggioranza Ursula, estesa a Forza Italia, a sostenere Draghi e a evitare il voto. Secondo, perché questi due anni, in particolare l’ultimo, hanno logorato e sfibrato le appartenenze politiche e le aspettative di cambiamento. Sono rimasti al più i timori, sul piano del fisco, delle pensioni, delle restrizioni, degli sbarchi. Il covid e Draghi si sono mangiati la politica. Terzo, non sottovalutate il fatto che c’è forse una reale maggioranza del paese, trasversale, che alla fine preferisce Draghi o perlomeno preferisce tenersi Draghi anziché correre altre avventure troppo costose.

E se dovesse presentarsi l’occasione del voto, ci sarebbero almeno due ostacoli di partenza per il centro-destra o per i sovranisti, oltre il fuoco di fila della macchina mediatico-giudiziaria-europea: l’incognita su chi potrebbe essere il premier in una loro coalizione. E l’agibilità interna e soprattutto internazionale di un governo del genere; considerando che difficilmente l’Europa garantirà quel che finora ha promesso e in parte garantito circa il Recovery fund. Un conto è avere uno della Casa, Draghi, un altro è avere un “forestiero”. La gente lo ha capito, a naso, e si regola di conseguenza.

Per dirla in breve, l’antipolitica dall’alto (Draghi) e l’antipolitica dal basso (il populismo autarchico, allo stato sfuso), si stanno mangiando la politica (io stesso scrivo di politica assai di malavoglia, e rifiuto interviste e interventi sul tema).

L’ipotesi più ragionevole sarebbe quella di mandare Draghi al Quirinale, come garante del Recovery e della Repubblica agli occhi dell’Europa, e mandare gli italiani alle urne. Ma allo stato attuale non ci pare la cosa più probabile. Si preferisce continuare a percorrere il vicolo cieco, sapendo che a un certo punto finisce la strada.

MV, La Verità (20 ottobre 2021)

http://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-vicolo-cieco-della-repubblica/ 

Draghi e Lamorgese spietati solo con i no pass

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di Max Del Papa

Draghi ha mandato a reprimere una protesta già sconfitta, quella dei portuali di Trieste. Ha mandato la forza pubblica con gli idranti e Mattarella ha rilasciato la sua improvvida dichiarazione sui disordini inaccettabili. Quali? La Cgil contro i lavoratori, i sindacalisti carrieristi saranno contenti: volevano la repressione e l’hanno avuta, la repressione di chi non ce la fa e non capisce perché la sua vita sia diventata un inferno. Non servivano gli idranti a Trieste, sono stati quella che il questore Pascalino negli anni di piombo definiva “operazione di parata”: mostrare i muscoli, far vedere che l’Italia quanto a durezza non scherza, che i tempi sono cambiati, adesso c’è il superburocrate della Bce che del dissenso ha un’idea chiarissima e i sindacati sono d’accordo, i partiti pure: nessuno ha manifestato solidarietà ai portuali e ai cittadini triestini, che si arrangiassero, non ci provassero più e tutti gli altri prendano nota. Armata Brancaleone quella dei portuali, portavoce stordito quel Puzzer, siamo d’accordo, ma proprio per questo non era il caso di schierare la forza bruta come piace a Prodi il quale dice quello che la dittatura cinese vuol sentire.

Draghi e Lamorgese scortano i rave party, i violenti ufficialmente impediti alle manifestazioni pubbliche come Castellino di Forza Nuova, non si azzardano a toccare i centri sociali che sono focolai di sovversione, ma sui no greenpass sono spietati, applicano il monopolio della violenza teorizzato da Max Weber. Dopo gli idranti, che cosa? Questo regime, ormai è chiaro, lo scontro sociale lo cerca e gli va bene anche il caduto in piazza. Secondo antica consuetudine dello Stato italiano. Non ha tutti i torti Giorgia Meloni a evocare la strategia della tensione, i prodromi ci sono tutti. Ma allora che aspetta l’unica opposizione a farsi sentire?

La differenza rispetto agli anni di piombo è questa, che allora c’erano forze contrapposte, infine saldatasi nella fermezza sulla pelle di Aldo Moro; oggi sono tutti dentro o a lato e non c’è nessuno che sappia o voglia davvero rappresentare la protesta civile, coagularla in un senso politico. Tutti pro vaccini e greenpass a oltranza, come annuncia Draghi: “Fino a che servirà”. Cioè fino a quando parrà a lui. Che manca ancora per concludere che la democrazia in Italia è ampiamente sospesa? Gli Arlecchini di regime insinuano che il lasciapassare “potrebbe” venire ritirato a Natale, omettendo di aggiungere che potrebbe avvenire in concomitanza con nuovi coprifuoco. Ma vogliamo vedere il presente che ci avvolge? Gas + 30%, luce + 40%, benzine + 30%, gas e metano + 30/50%, alimenti + 30/50%; una famiglia su 4 sotto la soglia di povertà, cioè impossibilitata a far quadrare il mese; ci si cura di meno, ci si nutre con alimenti meno sani; nel 2020 oltre trecentomila attività saltate, nel 2021 l’inizio della frana sociale. A fronte di tanto sfacelo, non sei autorizzato a protestare. Se ti azzardi, Draghi ti manda gli idranti e i manganelli e lo fa volendo dare un preciso segnale: il Paese è schiacciato, grecizzato, la UE e la Cina ne dispongano come meglio credono. Ma la Corte dei Conti europea ha appena ammesso che i primi 130 miliardi della transizione verde si sono rivelati inutili, cioè sono andati bruciati. La risposta di Bruxelles è stata esemplare: avanti così, nel 2030 i miliardi da bruciare saranno 1000. Intanto i soldi del recovery, che sono soldi nostri concessi a debito, arrivano col contagocce e a condizioni umilianti che investono sia le riforme strutturali che le forme di regime.

Ma avanti così e per chi non ce la fa c’è la tassazione punitiva, il controllo totale e la polizia in assetto di guerra. Con la claque dei servi e dei provocatori che si esalta, disumanizza chi non si adegua, gode nel “tirare fuori” il greenpass. Ma cosa è questo esibizionismo da feticisti del regime, che cosa ha a che fare con l’informazione? Draghi confida nella propaganda e finirà male come tutti quelli che spezzano la corda a forza di tirarla. Ma per il Paese non andrà meglio. Non va meglio già ora. La stampa mondiale è allarmata per la situazione italiana, una situazione repressiva che non si era mai vista neppure nella fase terroristica. Presto non si potrà più dire, ma siamo allo Stato concentrazionario. Il dissenso schiacciato, le punizioni esemplari, il conformismo fanatizzato, gli artisti e i personaggi pubblici normalizzati, i diritti fondamentali cancellati. La democrazia strozzata.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/draghi-e-lamorgese-spietati-solo-con-i-no-pass/

Elezioni: astensionismo e voto classista

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Ottima analisi di Luigi Tedeschi, che abbiamo fatto, identica nella sostanza, anche noi di “Christus Rex” (N.d.R.). I grassetti sono nostri.

di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

Qual è il risultato sostanziale delle elezioni del 4/5 ottobre? La vittoria del centrosinistra, esaltata dalla retorica mediatica era scontata, a causa della prevedibile disfatta del M5S. In realtà, è il record delle astensioni il fatto più eclatante di questa tornata elettorale. L’astensionismo ha raggiunto la percentuale del 45,31 quota mai raggiunta nella storia repubblicana. Il record negativo è stato registrato a Milano e Torino, proprio nell’ex cuore pulsante dell’industria italiana, in cui la partecipazione politica di massa era più accentuata.

La democrazia italiana, già in stato comatoso, probabilmente morirà a causa del dissanguamento del corpo elettorale. Va estinguendosi cioè la partecipazione popolare alla politica, dato la divaricazione sempre più marcata creatasi sia nella società civile che nelle istituzioni politiche tra classi dirigenti elitarie e masse di cittadini emarginate ed escluse dai centri decisionali della politica.

La politica mediatica si pone l’irrisorio problema se questo risultato elettorale possa rafforzare o indebolire il governo Draghi. Ma per Draghi è del tutto indifferente l’esito di questa competizione elettorale, dato che il suo governo non si è insediato in virtù di una maggioranza emersa dal consenso popolare. E’ nella sostanza un governo tecnico (e governo del Presidente), camuffato politicamente dal sostegno di quasi tutto il parlamento, che impone l’attuazione delle direttive europee, a prescindere dagli orientamenti politici dei partiti.

Con il governo Draghi si è imposta una cabina di regia di stampo oligarchico e tecnocratico che di fatto ha esautorato il potere legislativo del parlamento. I partiti della compagine governativa rivestono una funzione notarile, quella cioè di legittimare politicamente decisioni ed indirizzi già concordati e, nella sostanza, imposti dagli organismi della UE (vedi riforme e condizionalità del NGEU). In questo contesto, le elezioni quindi di tramutano in acclamazioni, in un assenso formale simile a quello vigente dei regimi totalitari.

Gli stessi partiti di governo hanno accettato questo ruolo subalterno, con l’intento di deresponsabilizzarsi politicamente: non vogliono cioè assumersi la paternità di leggi e riforme impopolari. A tal fine hanno investito Draghi del potere decisionale, un uomo che vanta un grande prestigio nella UE e non necessita di consensi elettorali. Draghi è pertanto quotidianamente acclamato ed esaltato dalla politica ufficiale e dal circo mediatico, al punto di invocare una sua permanenza al governo illimitata, un premierato simile alla presidenza a vita conferita a Xi Jinping in Cina. Ma è certo che i partiti di governo pagheranno assai duramente questa svolta “draghista” in termini di consenso e credibilità.

La crisi della democrazia in Occidente è da imputare proprio alla formazione dei governi di unità nazionale scaturita da stati di emergenza, ma poi divenuta governance ordinaria e permanente. Con l’unità nazionale viene meno la dialettica democratica degli schieramenti contrapposti, del necessario confronto tra maggioranza e opposizione. La tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra (ridotta ormai ad un talk show permanente), nell’unità nazionale si dissolve in un centrismo asettico conformista, privo di idee e contenuti politici, limitato alla gestione dell’esistente.

La politica si è convertita in antipolitica istituzionale. I poteri decisionali sono stati devoluti ad organismi sovranazionali: l’antipolitica ha soppiantato dal democrazia.

Quali le ragioni di questo astensionismo di massa? Esse sono molteplici. Ha certo influito l’emergenza pandemica, che ha prodotto uno stato di angoscia collettiva per la propria sopravvivenza. Si è quindi affermato un regime terapeutico, cui ha fatto riscontro una totale soggezione delle masse ai provvedimenti governativi emergenziali e alle autorità sanitarie. Si è generato un clima di accettazione acritica della politica dell’emergenza.

La pandemia ha inoltre determinato il fenomeno del riflusso nella sfera privata dell’esistenza e quindi un atteggiamento di indifferenza nei confronti di una politica divenuta estranea alle problematiche individuali.

Ma soprattutto ad incidere sulla diserzione dalle urne è stata la delusione derivante dal tradimento delle aspettative di cambiamento che il popolo italiano aveva riposto nel M5S, che, grazie al successo elettorale nelle elezioni politiche del 2018, era diventato partito di maggioranza relativa.

Il M5S, che formò con la Lega il governo gialloverde Conte 1, rappresentava il superamento della dicotomia destra / sinistra, adottò un atteggiamento critico verso la UE in difesa della sovranità nazionale, istituì il reddito di cittadinanza e approvò in tema previdenziale quota 100 (un parziale superamento della legge Fornero). Ma poi, sia il M5S che la Lega vennero meno alle promesse di cambiamento. Il M5S diede vita al governo giallorosso con il PD (aveva giurato “mai col PD”) e insieme alla Lega ha aderito al governo Draghi.

L’astensionismo di massa è quindi interpretabile come la manifestazione di netto dissenso verso la classe politica nella sua generalità, specie nei confronti di quei partiti che hanno tradito le istanze di cambiamento sistemico emerse dalla società civile. E’ stato ripetutamente affermato che il successo del PD sia frutto di una scelta dell’elettorato per i partiti tradizionali, in quanto “usato sicuro”, preferibile al velleitarismo confuso dei partiti populisti del cambiamento. Ma l’astensionismo dilagante dimostra invece che il PD, unitamente ai partiti ascari di Draghi, rappresentano invece un “usato da destinare allo smaltimento dei rifiuti urbani”. Infatti sia il centrodestra che il centrosinistra non sono riusciti a riconquistare le periferie.

L’astensione non è affatto un sintomo di qualunquismo e / o indifferenza, ma semmai della impotenza della politica a contrastare un modello neoliberista, la cui governance è appannaggio di una classe dominante finanziaria – tecnocratica, che ha determinato la destrutturazione delle istituzioni democratiche.

Non esiste oggi un partito anti – Draghi. Non esiste dunque una opposizione credibile e rappresentativa delle masse emarginate. Il popolo subisce gli effetti devastanti di un incombente processo di ristrutturazione del capitalismo, quale si rivela essere la quarta rivoluzione industriale. Si moltiplicano le crisi industriali, aumentano le diseguaglianze sociali e la disoccupazione. E non sarà certo Draghi ad affrontare questo dissesto sociale ed economico accentuatosi con la pandemia, dal momento che egli stesso ha dichiarato come non sia opportuno sostenere imprese non adeguate alla innovazione e alla competitività del mercato, vale a dire la piccola e media impresa.

Questa tornata elettorale ha evidenziato la stratificazione classista di questa società. Infatti, mentre la percentuale dei votanti è risultata elevata nelle aree residenziali delle classi più elevate, l’astensionismo è stato invece dilagante nelle periferie. Sono state le classi dominanti a determinare il successo del PD, quale  sostenitore talebano di Draghi, premier di un governo di esperti, liberali e convinti europeisti, soprattutto in avversione al populismo sovranista diffuso tra le classi popolari. Il PD è il partito della sinistra classista. Ma il suo classismo è capovolto, in favore delle elite. Le classi dominanti progressiste e liberiste, ostentano uno sdegnoso disprezzo, un quasi – razzismo nei confronti delle classi subalterne. Sostengono Draghi perché privo di una linea politica: sono infatti i meccanismi finanziari della UE e del libero mercato globale a determinare gli orientamenti della politica.

La borghesia che conta non ha partiti di riferimento, le sue scelte consistono nell’adeguamento dei propri interessi all’andamento della politica corrente. Non a caso, la Milano – bene, che per un ventennio circa aveva sostenuto Forza Italia, ha trasferito i suoi voti in massa in area PD. Tra l’altro, nelle stesse zone, anche Scelta Civica di Mario Monti aveva trionfato.

La nuova borghesia ha fatto propria l’ideologia neoliberista della global class, da cui tuttavia, presto o tardi sarà fagocitata e proletarizzata.

In realtà, nel sistema liberaldemocratico attuale, i voti non hanno soltanto una valenza numerica, ma hanno anche un peso politico differenziato. Tutti i voti rappresentativi di interessi consolidati nella società vengono ritenuti meritevoli di tutela politica e, oltre ad essere rappresentati nei parlamenti e nei governi, hanno il potere si influenzare l’indirizzo politico dei governi. Al contrario, i voti delle classi inferiori, non sono rappresentativi di interessi dotati di valenza politica. Anzi, il popolo necessita invece di tutele sociali e politiche occupazionali e assistenziali. Pertanto, alle esigenze delle classi popolari non è riservata una adeguata rappresentanza politica.

Gli stessi partiti, al di là delle percentuali di consenso popolare, hanno un peso specifico diverso. Solo quei partiti che rappresentano gli interessi delle classi dominanti nella società civile sono in grado di incidere nel governo del paese. Al contrario, qualsiasi partito populista, dinanzi ai rapporti di forza consolidati nella società civile, è totalmente disarmato, quand’anche esso disponga della maggioranza dei consensi elettorali.

Del resto, sono oggi i mercati a legittimare e orientare la linea politica dei governi abrogando, nei fatti, la democrazia e la sovranità popolare. Infatti, il commissario UE Oettinger, giudicando l’operato del governo gialloverde non compatibile con le direttive europee, ebbe ad affermare: “I mercati insegneranno agli italiani a votare in modo giusto”. La liberaldemocrazia è tornata alle proprie origini: nei fatti si sta tornando alla democrazia censitaria del secolo XIX°. Un sistema elitario cioè in cui il voto è divenuto un privilegio riservato alle classi abbienti e non un diritto politico universale ed indisponibile come nelle democrazie moderne.

Questa esplosione assenteista è l’espressione di una presa di coscienza generale delle masse della irrilevanza politica delle classi subalterne e quindi del voto popolare.         

Sessismo ovunque. Un’altra statua nel mirino delle femministe

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di Redazione www.nicolaporro.it

Le povere statue non hanno più pace. Qualcuno all’inizio si era illuso che il fenomeno di abbattimento dei monumenti fosse esclusivamente americano e volto ad eliminare i simboli di un passato dai contorni opachi. E invece no. Infatti, dopo aver estirpato gli eroi della vecchia Confederazione sudista e Cristoforo Colombo, la cancel culture è arrivata anche in Europa, prima in Inghilterra abbattendosi sul povero Churchill, poi in Francia con Napoleone e infine anche qui da noi con l’imbrattamento della statua di Montanelli a Milano e le polemiche sul monumento dei 4 mori di Livorno.

La nuova polemica

Quello che si sta scatenando attorno ad una nuova statua inaugurata ieri a Salerno, però, è se possibile, ancora più paradossale. Sì perché la protagonista del monumento è una donna, “la spigolatrice di Sapri”, ed è dedicata all’omonima poesia di Luigi Mercatini, che racconta di una contadina del sud Italia che lascia il lavoro per unirsi al tentativo di insurrezione antiborbonica organizzata dal patriota Carlo Pisacane nel 1857. Un esempio di virtù, di coraggio e impegno politico, quindi, a maggior ragione perché riferita ad un’epoca in cui le donne non trovavano molto spazio nella società. E dunque qual è questa volta il problema? Quando non è il soggetto, in discussione viene messa ovviamente la sua rappresentazione. E la spigolatrice, a dispetto del suo nome, non piace alle femministe di casa nostra perché mette in evidenza curve da urlo e un atteggiamento provocante. I suoi abiti? Troppo succinti. Ed ecco quindi arrivare puntualissima la catechizzazione di Laura Boldrini su Twitter.

Femministe alla carica

“La statua appena inaugurata a Sapri e dedicata alla Spigolatrice – ha scritto – è un’offesa alle donne e alla storia che dovrebbe celebrare. Ma come possono persino le istituzioni accettare la rappresentazione della donna come corpo sessualizzato?”. E infine il giudizio finale: “Il maschilismo è uno dei mali dell’Italia”. Ma la più celebre paladina del femminismo nostrano non è stata la sola a dirsi indignata. Sulla stessa linea anche la senatrice del Pd, Monica Cirinnà che ha parlato di “schiaffo alla storia e alle donne” e la ex parlamentare di Forza Italia, Manuela Repetti, che si è spinta oltre chiedendo addirittura la rimozione del monumento.

Ciò che però rende ancora più divertente e surreale l’intera vicenda è che la statua è stata eretta in un comune guidato da Italia Vivail partito di Renzi e che all’inaugurazione del monumento fosse presente anche Giuseppe Conte, che si trovava in loco per il suo tour elettorale. Quindi non solo il monumento ha per protagonista una donna virtuosa, non solo è stato voluto da un’amministrazione progressista, ma all’inaugurazione era presente persino l’ex premier della coalizione “con il cuore a sinistra”. Insomma, un cortocircuito di tale entità non può che essere fonte di grande divertimento e soddisfazione. Perché delle due l’una, o nella nostra società sono tutti maschilisti oppure il perbenismo di una certa sinistra sta cominciando a diventare tossico anche per coloro che vi stanno più a contatto. Sintomo evidente del fatto che in queste ideologie politicamente corrette ci sia qualcosa di estremamente sbagliato.

Sembra proprio pensarla così il sindaco di Sapri Antonio Gentile, che ha difeso la statua dicendo di ritenere “violento, offensivo e a tratti sessista” l’attacco della senatrice Repetti e la ha accusata di “incitare all’abbattimento dei monumenti come avvenuto recentemente in altri paesi privi di democrazia”. 

Per non parlare dell’autore della statua, Emanuele Stifano che ha rispedito al mittente tutte le accuse di sessismo e ha rivendicato con orgoglio le sue scelte artistiche. “Sono allibito e sconfortato da quanto sto leggendo – ha scritto sui suoi canali social. Mi sono state rivolte accuse di ogni genere che nulla hanno a che vedere con la mia persona e la mia storia. Quando realizzo una scultura tendo sempre a coprire il meno possibile il corpo umano, a prescindere dal sesso. Nel caso della Spigolatrice, poiché andava posizionata sul lungomare, ho “approfittato” della brezza marina che la investe per dare movimento alla lunga gonna, e mettere così in evidenza il corpo. Questo per sottolineare una anatomia che non doveva essere un’istantanea fedele di una contadina dell’800, bensì rappresentare un ideale di donna, evocarne la fierezza, il risveglio di una coscienza, il tutto in un attimo di grande pathos. Aggiungo che il bozzetto preparatorio è stato visionato e approvato dalla committenza”.

L’integralismo del politicamente corretto ha colpito ancora. Ora tutte le statue devono iniziare a tremare. E forse anche la sinistra più moderata.

Gli stupratori che esportavano la democrazia

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Lo storico Roberto Gremmo è autore del libro “Le Marocchinate, gli alleati e la guerra civile. Le vittime dell’occupazione militare straniera nell’Italia liberata (1943-1947)” (Storia Ribelle – Biella, 2010). L’articolo che segnaliamo, dello stesso Autore, tratta di alcuni degli innumerevoli casi di abusi sessuali compiuti dalle truppe alleate nei confronti delle popolazioni della Penisola.
 
Le nostre donne e i nostri bambini, vittime dimenticate, preda degli eccessi delle truppe alleate e ‘liberatrici’
 
(…). Sulle stragi, gli stupri e gli omicidi delle truppe di colore francesi fra il 1944 e il 1945 non parla volentieri nessuno.
Per di più, non c’erano solo i marocchini perché orde di violentatori, stupratori, delinquenti ossessionati dal sesso vestivano le divise delle truppe alleate di molti Paesi.
A Casoria il 25 febbraio 1944 “tre militari truppe colore” entrarono in una fattoria isolata cercando di violentare una donna e la figlia diciottenne ma vennero fermati dal proprietario che li dissuase “consegnando militari somma circa lire mille”.
Il pomeriggio del giorno seguente a Sessa Aurunca si verificò un tentativo di violenza carnale contro una contadina da parte di “due militari inglesi di cui uno razza negra”.
Il 14 luglio a Sala Consilina cinque militari americani entrarono in un’osteria cercando di violentare la moglie del proprietario che reagiva ferendo uno dei militari. Il 17 luglio ad Eboli “tre soldati americani, ubriachi, tentavano adescare due ragazze” spararono addosso ad un ragazzo corso a difenderle e poi fuggirono esattamente come due “soldati di colore alleati” che la fecero franca a “Villa Siepe” di Collescipoli in provincia di Terni dove uccisero con un colpo di fucile una povera donna “accorsa in aiuto della figlia, che stava per essere violentata”.
Il 26 luglio in provincia di Siena a Gaiole in Chianti due soldati indiani tentarono di rapire una ragazza ma vennero fermati dai parenti della giovane che li consegnarono alla polizia americana; due giorni dopo a Piobbico un altro soldato indiano violentò una donna ma venne bloccato dai carabinieri che lo consegnarono alla polizia militare alleata.
Il 31 luglio a Capua “quattro militari sud-africani avvinazzati” svaligiarono una casa cercando di stuprare una donna, vennero alle mani con “altro militare di colore” entrato con le stesse intenzioni e poi fuggirono.
Il primo agosto ad Eboli quattro “militari scozzesi avvinazzati” ed armati entrarono in una casa tentando di violentare una donna ma “La malcapitata riusciva a fuggire, rifugiandosi unitamente ai tre figli minori nella vicina abitazione parenti” mentre per vendicarsi i soldati le fracassarono i mobili rubandole i pochi soldi che conservava. Tre giorni dopo, a Napoli “un soldato alleato di colore del gruppo automobilistico sito nella via Panoramica località “Testa”, si congiungeva carnalmente e con violenza col settenne (…) producendogli lesioni che, per la loro localizzazione sono da ritenersi derivate da contagio di malattia venerea”.
Il 12 agosto a Rosignano Solvay due militari americani ubriachi cercarono di violentare una donna minacciando il marito con un pugnale.
Il 14 agosto a Tarquinia due soldati brasiliani col pretesto di ottenere del vino entrarono in una fattoria tentando di rapire una ragazza sedicenne, aggredendo e ferendo un contadino intervenuto mentre la poveretta scappava per i campi; il 18 agosto in località “Mulino Caputo” di Capua un militare canadese violentò e ferì una donna ed il 12 settembre in località “Venere” di Arezzo tre militari inglesi entrarono in una casa tentando di violentare una donna, sparando per spaventarla ma fuggendo sorpresi dalle grida della poveretta.
Il 24 agosto a Subbiano in provincia di Arezzo due soldati indiani armati, “col pretesto di ricercare militari tedeschi”, entrarono in un casolare, chiusero gli abitanti in una stanza salvo una contadina che tentarono di violentare ma “non essendovi riusciti, per l’energica reazione della donna, si allontanavano sparando un colpo di fucile” che colpiva a morte la poveretta. Il 29 agosto in una povera capanna vicino a Livorno “due militari alleati di colore, di cui uno armato di fucile, dichiaratisi agenti della Polizia Alleata” violentarono una giovane sotto gli occhi impietriti dei genitori.
Il 31 agosto in contrada “Cannuccia” di Jesi un gruppo di militari alleati entrò con la violenza in una casa, rapinò i malcapitati e stuprò due donne. Nelle stesse ore a Venturina in provincia di Livorno un finanziere venne ferito mentre cercava di difendere la moglie da un “militare negro” che cercava di violentarla.
Il 3 settembre a Jesi quindici soldati greci penetrarono in una casa, picchiarono il proprietario e gli violentarono la figlia fuggendo dopo aver rubato diversi oggetti d’oro e di valore.
Il 4 settembre ancora a Subbiano tre militari indiani armati entrarono in una casa col pretesto d’una perquisizione tentando di violentare una donna, salvata dalla madre e dal marito che vennero però percossi. L’8 settembre un gruppo di soldati alleati tentò di violentare quattro donne ad Acilia.
Il pomeriggio del 9 settembre i carabinieri di Lucca rinvennero in una fossa scavata in un bosco il cadavere d’una povera donna che “si era recata in campagna per raccogliere erba e non aveva fatto più ritorno nella propria abitazione”.
Dalla autopsia (erano) risultate tracce di violenza carnale e la frattura del cranio, prodotti da corpo contundente.
Si rit(eneva) che il delitto (fosse) stato commesso da militari di colore, che operavano nella località suddetta”.
Il 18 settembre a Rosignano Marittimo tre soldati americani tentarono di violentare una donna e le spararono addosso quando la poveretta fece resistenza.
Il giorno seguente in borgata “Primavalle” a Roma tre soldati alleati cercarono di violentare una donna, furono scoperti appena in tempo dai carabinieri e dai poliziotti ma riuscirono a fuggire sparando all’impazzata.
Il 21 settembre a Piscinola in provincia di Napoli cinque militari americani rapirono e violentarono una ragazza di diciassette anni. Il 24 settembre a “Braccialetto” di Viterbo tre soldati indiani cercarono di violentare una donna difesa dal marito perciò “dovettero desistere da(l) loro proposito e allontanarsi non senza però lanciargli contro un sasso che lo feriva”. Il giorno seguente cinque “militari negri” violentarono una donna a Pisa. Il 29 settembre a Venturina tre “soldati negri” cercarono di stuprare una donna ma furono affrontati dai suoi parenti che li presero a fucilate ed uno degli aggressori venne ferito gravemente.
Il 20 ottobre a Palazzuolo di Romagna in provincia di Firenze tre militari indiani violentarono una giovane di ventun anni ed il giorno seguente altri cinque soldati indiani tentarono di violentare una ventenne a Boboli ma vennero messi in fuga da alcuni civili richiamati dalle grida della donna.
Il 25 ottobre a San Pietro a Grado nei pressi di Pisa sei “militari alleati di colore” chiesero insistentemente del vino in una fattoria isolata, poi tentarono di violentare una donna di 35 anni e la figlia di 15 e quando il padrone di casa cercò di difendere le sue donne “fu ucciso con una pugnalata alla nuca”. Gli assassini vennero arrestati dalla polizia alleata.
Cinque giorni, dopo a Livorno, un altro “soldato alleato delle truppe di colore” tentò uno stupro ma venne immobilizzato da un sergente italiano malgrado lo avesse preso a rivoltellate. Il 29 ottobre a Camerino quattro soldati neo-zelandesi entrarono in una fattoria cercando di violentare una donna ma furono costretti ad andarsene quando giunse il marito. Poi però tornarono indietro, brandendo minacciosamente una scure. Il contadino non si perse d’animo e li mise in fuga ferendoli sparando col fucile.
Il mattino del 6 novembre a Bracciano alcuni militari indiani sorpresero due sorelle in un bosco dove stavano raccogliendo la legna e “tentarono violentarle, ma non essendo riusciti nel loro proposito, spararono contro le due donne alcuni colpi di fucile” uccidendone una e ferendo gravemente l’altra.
La sera del 13 novembre a San Piero a Sieve in provincia di Firenze cinque militari americani entrarono in una casa, picchiarono una giovane che era riuscita a sfuggire alle loro pretese ed il padre che aveva cercato di difenderla. Due giorni dopo a Lastra a Signa “4 militari di colore” entrarono con la violenza in una casa dove picchiarono un’intera famiglia che era riuscita ad impedire la loro violenza contro la moglie del proprietario.
Il 14 novembre ad Aversa alcuni italiani stupefatti videro una povera donna gettarsi da un autocarro in corsa, morendo sul colpo. La malcapitata aveva incautamente accettato un passaggio da un gruppo di militari indiani e s’era lanciata nel vuoto dopo essere stata “fatta segno a tentativi di violenze a scopo di libidine”.
La sera del 23 novembre “un soldato di colore” tentò di violentare una diciottenne a Marina di Pisa. A San Giuliano Terme la sera del 25 novembre due militari americani obbligarono una donna a salire su un’auto e la violentarono. Tre giorni dopo “un militare americano, conducente un’auto della croce rossa” cercò di violentare una sedicenne.
L’11 dicembre a Marradi in provincia di Firenze quattro militari indiani entrarono in una casa, immobilizzarono i proprietari e “si congiunsero carnalmente” con una giovane di 27 anni, andandosene tranquillamente dopo aver rapinato un paio di scarpe e 200 lire.
Il 14 dicembre due soldati americani tentarono di violentare una giovane cameriera, schiaffeggiando il suo datore di lavoro intervenuto a difenderla. La sera del 15 dicembre 1944 due soldati americani penetrarono in un’osteria di Roma dove tentarono di violentare la moglie del proprietario ma poi dovettero rinunciare “per l’atteggiamento minaccioso dei clienti, contro i quali agirono, rapinandoli della somma complessiva di 4500 lire”.
Lo stesso giorno le campagne di Russi in provincia di Ravenna furono teatro di una tragedia irreparabile quando un soldato canadese uccise un contadino intervenuto in difesa della figlia che stava per essere violentata.
Nella capitale, due giorni dopo un soldato alleato tentò di violentare una ragazza ma venne bloccato da alcuni poliziotti italiani che gli misero le manette.
La vigilia di Natale alcuni soldati greci accampati a Barra penetrarono in una casa tentando di violentare due donne ma vennero messi in fuga. Mentre scappavano cercarono comunque di rapinare e violentare due ragazze ma per furtuna furono bloccati da un gruppo di militari italiani di passaggio. Indispettiti e decisi a vendicarsi, dopo qualche ora parecchi ellenici arrabbiati tornarono indietro e “per rappresaglia esplosero bombe a mano e circa 100 colpi di armi automatiche”, uccidendo una persona e ferendone altre.
La sera del 7 gennaio 1945 a Castelfranco di Sotto in provincia di Pisa cinque militari brasiliani vennero messi in fuga dai carabinieri accorsi alle grida d’una povera donna che stava per essere violentata. Il 15 gennaio “due militari di colore” presero a pugni una giovane ventiquattrenne “con l’evidente scopo di violentarla. Alle grida della donna, gli aggressori si dettero alla fuga”. A Forte dei Marmi il pomeriggio del 16 febbraio due “soldati di colore” chiesero ospitalità in una fattoria dove nella notte tentarono di violentare la moglie del padrone di casa e quando il poveretto cercò di difendere la donna “i soldati lo uccisero con un colpo di fucile. La donna, portata con violenza in altra casa, fu poi violentata”.
Il 21 gennaio a Coreglia Antelminelli in provincia di Lucca “due militari americani di colore” entrarono in casa d’una donna sola e la “costringevano a congiungersi carnalmente”. Una settimana dopo nello stesso paese “tre militari americani di colore” armati cercarono di violentare due contadine che “poterono sottrarsi dandosi alla fuga”.
La sera del 17 marzo ancora a Coreglia Antelminelli si verificò un duplice, efferato omicidio quando “un soldato di colore, della 92^ Divisione T.F. americana” uccise a colpi di fucile una ragazza diciassettenne che cercava di sottrarsi al suo tentativo di violentarla ed il fratello della giovane accorso in suo aiuto. Due giorni dopo, a San Marcello Pistoiese, un “soldato negro americano” violentò una donna tentando di stuprarne altre due; il 26 marzo a Pisa due soldati inglesi cercarono di violentare una ragazza in un negozio ma, per fortuna, “furono fermati dalla polizia americana” mentre la fecero franca tre soldati neozelandesi che a Serravalle di Macerata violentarono e rapinarono una donna. Riuscì a far perdere le tracce anche “un soldato di colore” che il 1 aprile tentò di violentare una poveretta a Campiglia Marittima.
Il 5 maggio a Calderara di Reno un “soldato di colore dell’esercito americano” picchiò e violentò una donna, soprendendola in casa e due giorni dopo a San Lazzaro di Savena quattro militari indiani fecero irruzione in una casa violentando una bambina di 14 anni di fronte ai genitori tenuti prigionieri ed atterriti perché minacciati di morte.
La sera del 18 maggio ad Anzola Emilia “un soldato negro, rimasto sconosciuto” alla guida d’un autoveicolo cercò inutilmente di convincere una donna che viaggiava sull’automezzo “a congiungersi carnalmente con lui” ma al rifiuto della poveretta fermò la macchina, fece scendere tutti i passeggeri, sparò loro addosso ferendo a morte un soldato italiano e poi riprese tranquillamente il viaggio.
Il 27 maggio a Busnago nel milanese due soldati sud-africani schiaffeggiarono un partigiano, tentando di violentare la sua fidanzata; il giorno seguente a Fonte San Savino in provincia di Arezzo due militari indiani cercarono di violentare un ragazzo. La notte del 30 maggio a Marignano nel forlivese “tre militari greci degli eserciti alleati” uccisero a colpi di pugnale una ragazza che aveva opposto resistenza ai loro tentativi di stuprarla e ferirono gravemente il padre ed il fratello che avevano cercato di proteggerla. Il 1 giugno a Sant’Elpidio a Mare nelle Marche un soldato polacco ferì gravemente a coltelate un uomo che cercava di impedire una violenza sulla cognata. Due giorni dopo, “un ufficiale pilota americano, non identificato” violentò per molte ore una donna picchiandola selvaggiamente mentre nelle stesse ore a Spoleto un tenente indiano “tentò di congiungersi” con due donne ma venne messo in fuga dalla gente del posto.
Il 5 giugno a Piacenza due militari della polizia inglese sfondarono la porta d’una casa e tentarono di violentare una donna. Il cognato, presente all’aggressione, “colpito, per lo spavento, da paralisi cardiaca, morì sull’istante”. Il 9 giugno a Grottaglie in provincia di Taranto due soldati indiani di guardia ai prigionieri tedeschi rapinarono un uomo, lo ferirono e tentarono di violentargli la moglie. A Castelmaggiore in provincia di Bologna in poche ore, fra il 13 ed il 14 giugno 1945, si verificarono due tentativi di violenza su donne da parte di “un militare di colore degli eserciti alleati” mentre due soldati indiani stuprarono una ragazzina minorenne.
Sempre il 13 giugno a Campo Marino in provincia di Campobasso un soldato sud-africano tentò di violentare una donna che “riportò, nella colluttazione, ferite lievi” mentre il giorno dopo ad Arquà Polesine “cinque soldati indiani, non identificati, stuprarono cinque ragazzi, dopo averli allettati con dolciumi”.
Il 23 giugno a Pozzecco un “militare di colore” venne arrestato dalla polizia alleata in Friuli per aver violentato una bambina di 9 anni “che riportò lesioni agli organi genitali”. Ancor più efferato il delitto compiuto da uno sconosciuto soldato inglese che due giorni dopo a Scorzè in provincia di Venezia si “congiunse carnalmente” con un bambino di 10 anni proprio nelle ore in cui a Udine due soldati americani si azzuffavano con una pattuglia di carabinieri accorsi in difesa d’una donna che cercavano di stuprare. Il 4 luglio a Livinallongo un soldato americano violentò una bambina di 12 anni e due giorni dopo a San Goderzo in provincia di Firenze due militari alleati violentarono due giovani donne proprio nel paese dove il 20 luglio due sconosciuti con la divisa delle truppe alleate entrarono in una casa, tentarono di violentare una donna e spararono contro il marito che voleva difenderla. Il 30 luglio a Torino due militari sud-africani violentarono una giovane ventiduenne.
Il 17 agosto a Migliarino Pisano venne rinvenuto il cadavere d’una donna di 68 anni “presentante tracce di violenza carnale” e che probabilmente era stata uccisa da “qualche militare di colore di un reparto americano, accampato in quei pressi”. Il giorno seguente a Grottammare in provincia di Ascoli Piceno un soldato polacco “tentò di violentare la tredicenne (…) la quale, riuscita a divincolarsi, fu fatta segno, senza conseguenze, a tre colpi di pistola del polacco”. Il 3 settembre a Firenze un individuo in divisa americana aggredì una donna “a scopo di libidine”. In Puglia, prima a Bitonto il 30 agosto un soldato indiano violentò un bambino di 16 anni e poi il 10 settembre a Carbonara di Bari altri indiani ferirono un carabiniere che s’era rifiutato di “sottostare ad atti di libidine”.
Il giorno di Natale del 1945 a Mori in trentino un soldato inglese che svolgeva la funzione di interprete cercò di violentare una cinquantenne che riuscì a sfuggirgli.
La sera dell’11 marzo 1946 un gruppo di soldati polacchi ubriachi cercò di violentare una donna a Brindisi ed al suo fermo rifiuto uno di loro la uccise a colpi di pistola.
La sera del 4 aprile a Casoria “15 soldati alleati in compagnia di tre prostitute commisero atti osceni alla presenza di alcune ragazze di buona moralità” spararono addosso a due uomini che erano intervenuti per farli smettere e poi scapparono dopo aver rubato una mucca.
La sera del 13 maggio a Civitanova Marche un soldato polacco cercò di violentare una donna di 60 anni e quattro giorni dopo a Potenza Picena un altro militare di Anders commise “atti di libidine violenta” su una bambina di sette anni.
Il 14 luglio a Roma due soldati americani aggredirono e violentarono una ragazza ventunenne ma vennero arrestati dalla polizia alleata..
Era già qualcosa, ma non per questo cessarono violenze e delitti d’ogni tipo attribuiti ai soldati alleati.
Come è sempre accaduto nei Paesi coloniali, le truppe d’occupazione agirono sicure di potersi permettere ogni abuso contro le popolazioni locali.
 
 

 

L’illusione della democrazia

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di Francesco Carraro

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Al raduno di Confindustria, Mario Draghi ha ricevuto la standing ovation come un atleta olimpico dopo l’oro, come un cantante pop dopo l’esibizione, come un virtuoso del violino dopo il concerto. Un politico adorato dall’intellighenzia, dai media, persino dalle masse (stando ai sondaggi) fa inevitabilmente notizia, come il famoso cane morso da un uomo. Quindi, c’è da chiedersi perché. Siamo davvero di fronte all’uomo della provvidenza, o c’è altro da indagare, e da capire? Accendiamo la seconda e proviamo a spiegare perché.

Basta partire, come sempre, da una (ulteriore) domanda: Draghi gode di buona stampa perché è un fuoriclasse, o sembra un fuoriclasse perché gode di buona stampa? Il quesito non deve necessariamente limitarsi al premier. Può essere esteso a dismisura: il Covid terrorizza perché è un morbo letale, o perché è dipinto come tale? La vaccinazione è un imperativo categorico perchè ce lo dice la coscienza, o ce lo dice la coscienza perché glielo ha suggerito la pubblicità truccata da scienza? L’Unione europea è desiderata perché è un’idea meravigliosa o pare un’idea meravigliosa perché ce lo ripete, da anni, l’intero universo del mainstream? L’euro è nelle nostre tasche perché lo abbiamo voluto, o lo abbiamo voluto perché ci hanno educati ad accettarlo?

Per questi, e altri consimili, interrogativi, la risposta è semplice, e la conoscono tutti, benchè (quasi) tutti la neghino, anzi la ignorino, anzi rifiutino addirittura di porsi la previa domanda. Una buona parte delle cose “importanti” della nostra vita lo sono solo solo in virtù di condizionamenti appresi. Proprio come la saliva del famoso cane di Pavlov che aveva appetito al suono di un campanello, anziché all’apparire di una ciotola, giusto perché lo scienziato lo aveva “programmato” così. Nel nostro caso, la programmazione è gestita dal del circuito di informazione di massa che, in realtà, è un sistema di “formazione” permanente delle coscienze. In primis, perché le maggiori testate, soprattutto televisive, non sono libere e indipendenti (requisito imprescindibile di ogni giornalismo con ambizioni di verità e di onestà). In secundis, perché sono possedute da centrali finanziarie e di potere (sovente occulte). Le stesse dalle quali è scritto il copione su cui l’uomo della strada deve letteralmente “costruire” il proprio mondo di significati, il proprio orizzonte di senso, il proprio serbatoio di pregiudizi.

In altri termini, viviamo in un mondo invertito, e quindi sovvertito. Non è l’uomo a valutare i fatti con la propria autonoma coscienza, sono i fatti (magistralmente raccontati, e quasi sempre falsificati) a plasmare la coscienza dell’uomo. Il che sarebbe una notizia così interessante da meritare la prima pagina come il già citato uomo che morde il povero cane. Ma ciò non avviene perché chi dovrebbe informarci, ha troppo spesso la missione, se non la vocazione, esattamente opposta: disinformarci per “formarci”.

Da questo punto di vista, vi sarebbe da chiedersi se abbia ancora senso parlare di democrazia in un contesto siffatto. E, quindi, se non siamo per caso tutti vittime di un incantamento collettivo, di un’opera di magia nera. Un’alchimia  in grado di guidare la (stragrande) maggioranza di noi non verso il bene superiore per tutti (di cui, secondo la logica democratica, i più dovrebbero essere depositari), ma verso occulti obbiettivi buoni per pochissimi e dannosissimi per tutti gli altri. Torna in mente la frase di uno che della democrazia (e di come sopprimerla) si intendeva, eccome. Così Benito Mussolini ne parlava in una lettera al maestro di ogni manipolazione di massa, Gustave Le Bon: “La democrazia è il regime che dà o cerca di dare l’illusione al popolo di essere sovrano”. Scritta novant’anni fa. Mai vera come oggi.

Fonte: https://scenarieconomici.it/lillusione-della-democrazia/

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