A CAPODANNO UN POLLO IN PENTOLA AD OGNI POVERETTO

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EDITORIALE

di Matteo Castagna per https://www.2dipicche.news/a-capodanno-un-pollo-in-pentola-ad-ogni-poveretto/

Giovannino Guareschi (1908-1968), scrittore, giornalista, umorista, vignettista è il romanziere italiano più letto al mondo, con venti milioni di copie vendute e traduzioni in quaranta lingue, compreso l’eschimese. Non è corretto dare delle etichette di partito a chi non ebbe mai tessere in tasca e ad un intellettuale originale e completo. Ma possiamo definirlo, senza timor di smentita, un anticomunista, cattolico vecchio stampo, allergico agli stereotipi ed al modernismo più becero e arrogante.

Non era ben visto dal potere di ogni colore, perché sapeva dissacrare con intelligenza e fare satira con una sagacia propria delle menti migliori e, nello stesso tempo, con l’umiltà tipica delle sue origini della bassa romagnola.  Alla presentazione della rivista Il Candido, scrisse, con la sua proverbiale ironia: «Qualcuno si ostinerà a voler trovare che Candido ha vaghe tendenze destrorse, il che non è vero per niente in quanto Candido è di destra nel modo più deciso e inequivocabile».

Guareschi sentiva le feste natalizie come qualcosa di sacro, fonte della nostra identità e tradizione, quindi, mentre il Natale era già passato e il nuovo anno non ancora arrivato, la sua fantastica fantasia immaginava don Camillo infervorato dai più bei propositi inventare un piano dettagliato in vista del cenone di San Silvestro: Don Camillo aveva studiato un grandioso programma di festeggiamenti per l’arrivo del nuovo anno. Un programma che era, in verità, molto semplice, in quanto poteva essere riassunto così:

 “A Capodanno, un pollo nella pentola di ogni poveretto”.

E così, don Camillo aveva cominciato il suo giro di raccolta, circa due settimane prima della fine d’anno.

Ogni aia era stata visitata: ogni proprietario, ogni affittuario, ogni mezzadro della parrocchia aveva ascoltato con molta attenzione la parola di don Camillo e nessuno aveva mancato di lodare, alla fine, la nobile iniziativa del parroco.

Disgraziatamente, in molte aie, la moria aveva fatto strage di polli, in altre ancora la poca polleria disponibile era già stata venduta o consumata. Il giorno 30 dicembre don Camillo si trovò ad aver racimolato a stento, oltre i suoi due polletti, sei pollastri il più in carne dei quali pareva lo Smilzo travestito da gallina. E a don Camillo ne occorrevano, come minimo, trenta.

Nobilissimo il programma del prete guareschiano, molto meno nobili le reazioni di chi si era ben guardato dal donare almeno un pollastrello al parroco che, così, va a lamentarsi con il Crocifisso: “Gesù, è credibile tanto egoismo? Cos’è mai un pollo per chi ne ha tanti?” “È un pollo” rispose mestamente il Cristo. Don Camillo spalancò le braccia:

“Gesù” esclamò indignato: “è mai possibile che la gente non comprenda la bellezza di un piccolissimo sacrificio che può procurare così grande gioia?” “Don Camillo, per troppa gente ogni sacrificio è sempre grandissimo, a troppa gente interessa, soprattutto, la propria letizia. E, per troppa gente, il non dare il superfluo è letizia”.

Un’amarissima considerazione, quella del Gesù di “Mondo piccolo”: anche per chi possiede molto, donare il superfluo è un sacrificio troppo grande, mentre il pretone della Bassa, che ha le mani grandi come il suo cuore, vorrebbe che tutti potessero godere almeno di un momento di felicità, nel festeggiare l’anno che inizia.

Ma Guareschi poteva far arrendere don Camillo? E, così, ecco arrivare improvvisamente, la soluzione del problema, pur se in modo non del tutto «canonico»: «[…] don Camillo non intendeva rinunciare al suo programma: “A Capodanno un pollo nella pentola d’ogni poveretto”. Stava rodendosi il fegato per scoprire una qualsiasi soluzione del complicato problema, quando gli si affacciò alla mente una domanda: “Un pollo è un pollo: e sta bene. Però: cos’è un fagiano? Non si potrebbe, per esempio, dire: il fagiano è un pollo che vola?”

Don Camillo concluse che, in fondo, il programma dei festeggiamenti non sarebbe sostanzialmente cambiato se lo slogan invece di suonare: “A Capodanno, un pollo nella pentola d’ogni poveretto” fosse stato puntualizzato in: “A Capodanno, un fagiano nel tegame d’ogni poveretto”».

Servivano la bellezza di ventidue fagiani e, di qui al prendere il piccolo «flobert» per non fare rumore e convincere un nobile cane da caccia come Ful ad accontentarsi dello schioppetto anziché della doppietta, il passo è brevissimo e il parroco, naturalmente infagottato in un pastrano, si ritrova in una riserva di caccia dove: «I fagiani se ne stavano appollaiati sui rami delle piante più basse, quasi completamente rimbambiti.

Erano tre anni che i Finetti si trovavano all’estero e, da tre anni, nessuno aveva sparato una fucilata in tutta la riserva. A ogni “plik” dello schioppetto corrispondeva il tonfo di un fagiano e, pur dovendo perdere un sacco di tempo nella ricarica, don Camillo fece un eccellente lavoro e arrivò al ventunesimo fagiano liscio come un olio. Il ventiduesimo fu quello che gli diede molti dispiaceri.

Ful aveva già dato segno di irrequietezza e ciò significava che qualcosa non funzionava e non si trattava di fagiani o di lepri. Ma don Camillo voleva arrivare ai ventidue polli volanti e disse a Ful di non rompere l’anima e di star tranquillo. Ful obbedì a malincuore ma, proprio mentre don Camillo stava sparando al ventiduesimo fagiano, ebbe uno scatto. Don Camillo capì di aver esagerato, però era troppo tardi. Il guardiacaccia stava arrivando. Buttò lo schioppetto in un cespuglio e, agguantato il sacco coi ventun fagiani, partì a tutta birra».

Occorre dire, qui, che allora i guardiacaccia avevano la maledetta abitudine di impallinare i bracconieri e così, senza pensarci due volte, la doppietta del guardiacaccia sparò. Don Camillo e Ful, sgattaiolati fuori da un buco nella recinzione, si ritrovarono in strada dove, per loro fortuna, stava passando il camion di Peppone che, intuendo la situazione, prese a bordo cane e cacciatore di frodo, portando don Camillo dal vecchio medico di Torricella per farlo «spiombare», prima di recapitarlo in canonica con il sacco del «polli volanti»:

«Uscito Peppone, don Camillo tirò il catenaccio della porta e andò in cantina a sistemare i ventun polli volanti. I quali risultarono in effetti ventidue perché, tra essi, c’era anche un meraviglioso cappone già bell’e spennato e pulito. Ed era quello che Peppone aveva comprato a Torricella per completare il numero».

Tutto bene, dunque? Manca all’appello la voce del Cristo, cui don Camillo confessa il malfatto: «Gesù, il mio cuore è pieno d’angoscia perché mi rendo conto del male che ho commesso.” “No, don Camillo: tu menti. Il tuo cuore è, invece, pieno di gioia perché pensi alla felicità che tu darai domani ai trenta poveretti».

È la vera carità dimostrata da quel Cristo capace di sorridere, l’umanità di Guareschi e il desiderio che, davvero, il Capodanno fosse festa per tutti.

Io che, a volte mi sento un po’ Guareschi, un po’ don Camillo e un po’ Peppone…credo che la morale di questo racconto sia il miglior augurio per un 2025 migliore dell’anno passato.

IL CROCIFISSO ESILIATO

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Segnalazione del Centro Studi Livatino

di Mauro Ronco

Il Crocifisso di Munster viene rimosso dalla Friedensaal del Municipio di Westfalia in occasione della conferenza sulla pace dei Ministri degli Esteri del 3 e 4 novembre scorso. In Europa si litiga su tutto, ma sul Crocifisso l’accordo è totale: non va accolto. È così, nel luogo dove si pose fine alla guerra di religione nel 1648, si sancisce sbrigativamente l’esilio di quel che venne riconosciuto come fondamento della pace in Europa.

1La rimozione del Crocifisso di Münster. – I Ministri degli Esteri del G7 (Germania, Francia, Italia, Giappone, Canada, USA e Gran Bretagna) si sono incontrati nei giorni 3 e 4 novembre 2022 nella Città di Münster della Westfalia per una conferenza sulla pace organizzata dal Ministero Federale degli Esteri sotto la presidenza della Ministra tedesca Annalena Baerbock, esponente del partito dei Grünen.

L’incontro è avvenuto nella Friedenssaal dello storico municipio di Münster ove vennero siglati i Trattati di Westfalia che misero fine nel 1648 alla trentennale guerra di religione tra protestanti e cattolici consumatasi in larga parte dell’Europa.

Il carattere simbolico della Friedenssaal dal punto di vista religioso è evidenziato  dalla sporgenza nella sala di una parete rivestita di legno ove è situato un grande Crocifisso, il Ratskreuz del XVI secolo. Innanzi alla venerabile icona furono siglati i Trattati di pace del 1648. Ancora oggi gli eletti al Consiglio della Città, prima di assumere le funzioni di Consiglieri, prestano giuramento innanzi a questo Crocifisso, di inestimabile valore religioso e storico.

In occasione dell’incontro dei Ministri degli Esteri del  G7 il Crocifisso è stato rimosso. Il quotidiano tedesco Die Welt ha riportato in un primo momento tale notizia riferendo quanto dichiarato dal portavoce della Città di Münster, che la rimozione era stata richiesta dalla Ministra in persona. La notizia è stata successivamente corretta. Alle critiche di alcuni deputati dei partiti cristiani CDU e CSU ha fatto seguito una dichiarazione del Ministero degli esteri, sulla circostanza che non era stato il desiderio della Ministra a provocare la rimozione.

La decisione non avrebbe avuto alcuna rilevanza politica, poiché era stata decisa dalla Divisione-protocollo del Ministero previo accordo con la Città di Münster. Annalena Baerbock nel pomeriggio del 4 novembre ha soggiunto di aver appreso della rimozione allorché aveva fatto ingresso in  mattinata nella Friedenssaal: “il Crocifisso è anche parte della storia del luogo, perciò avrebbe anche potuto rimanerci”.

2L’offesa al patrimonio religioso e culturale dell’Europa. – L’episodio si rileva come segno della tendenza sempre più accentuata di cancellare dal territorio europeo i simboli cristiani e, in specie, la Croce su cui Nostro Signore Gesù Cristo è morto per riconciliare al Padre gli uomini e le donne di tutti i tempi e di tutti i luoghi.

Con la sua precisazione – non priva di ambiguità, poiché il Sindaco di Münster Markus Lewe ha dichiarato: “questa decisione non avrebbe dovuto essere presa e me ne rammarico”- la Ministra ha inteso togliere rilievo politico al gesto.

La ragione per cui ella ha dichiarato che il Crocifisso avrebbe potuto anche restare nella Friedenssaal – cioè che quell’icona costituisce una parte della storia del luogo – rivela anzitutto il suo ateismo: ella, allo stesso modo del Cancelliere tedesco e del Ministro dell’Economia, ha prestato giuramento, assumendo l’incarico di Ministro, omettendo il richiamo a Dio presente nella formula prescritta dalla legge tedesca.

Ma la precisazione fatta mostra soprattutto la sua incomprensione profonda in ordine al significato degli eventi storici.

Ella ha dichiarato che il Crocifisso avrebbe potuto rimanere nella Friedenssaal perché fa parte della storia del luogo, trascurando con ciò di ricordare che tutti gli eventi storici sono costituiti non soltanto da un supporto fisico-materiale, bensì soprattutto da un significato spirituale, che illumina di luce razionale il fine per cui gli uomini hanno tenuto determinate condotte.

Il Crocifisso di Münster ,nonché la sottoscrizione innanzi a esso dei Trattati di pace non sono un fatto storico muto che fa parte soltanto della storia di un luogo, ma costituiscono il patrimonio, anche culturale, che la generazione che stipulò la pace trasmise alla seguente, e così via, generazione per generazione. L’atto di trasmissione non è puramente meccanico, giacché incorpora il valore spirituale inerente agli atti compiuti dai protagonisti della pace del 1648.

La storia non è soltanto il passato, come sembra ritenere Annalena Baerbock. All’evento del 1648, celebrato innanzi al Crocifisso, ella amputa il valore spirituale che gli uomini dell’epoca ad esso assegnarono. Tale valore spirituale è il principio costitutivo concreto di una civiltà, di una società, di una nazione. Si tratta di ciò che rende possibile il progresso, l’educazione, la stessa vita della cultura, come vita di creazione e di assimilazione di un patrimonio realizzato dall’umanità. La trasmissione del valore spirituale sintetizza lo statuto concreto dell’uomo come spirito incarnato che vive nel tempo.

La rimozione del Crocifisso dalla Friedenssaal – indipendentemente da chi ne sia stato l’autore materiale  – costituisce un atto simbolico espressivo del rigetto del patrimonio spirituale comune ai popoli europei.

3Il rancore contro lo statuto ontologico integrale dell’uomo, spirito incarnato. – L’uomo è anche un ente spirituale, composto indissolubilmente di anima e di corpo. La sua spiritualità suscita in lui l’energia di superare i suoi limiti fisici e psicologici nella ricerca dell’essere, del bene e dell’unità. Questi beni costituiscono obiettivamente la dimensione che perfeziona in modo specifico la natura umana.

La rimozione dei simboli religiosi – o la loro devastazione o imbrattamento, come accade sempre più spesso in Europa e nell’America del Nord[1] – esprime, pertanto, un vero e proprio rancore contro  la natura della persona e contro la sua tendenza intrinseca all’autotrascendimento e al perfezionamento della sua natura in Dio creatore e provvidente.

Quindi i gesti del tipo di quelli di Münster offendono la persona umana e il suo diritto alla libertà religiosa. Essa non consiste infatti soltanto nell’immunità dalla coercizione ad essere forzato ad agire secondo la coscienza, ma anche nella libertà positiva di proporre pubblicamente la fede, perché “le moltitudini hanno il diritto di conoscere le ricchezze del mistero di Cristo”[2].

La cosiddetta cancel culture della memoria religiosa e, in specie, della memoria dei popoli che hanno visto la nascita della loro civiltà sul fondamento della fede religiosa, costituisce anche una grave aggressione al diritto alla libertà religiosa, che “è la premessa e la garanzia di tutte le libertà che assicurano il bene comune delle persone e dei popoli”[3].

4. La sfida a Dio onnipotente. – Né va dimenticato, infine e soprattutto, che per i cristiani la cancellazione di simboli religiosi e, in particolare, dell’icona di Nostro Signore Gesù Cristo che riconcilia gli uomini al Padre con il sacrificio della Croce, costituisce anche espressione di quel “Non serviam”, che fu pronunciato dall’Arcangelo ribelle nel tempo misterioso precedente alla creazione del mondo degli uomini. Il “Non serviam” si è ripetuto innumerevoli volte nella storia; oggi sembra essersi eretto come principio cardine della cancel culture, che intende strappar via la prima Tavola del Decalogo, in cui è scritto ciò che Dio per bocca di Mosè disse a Israele riunito in assemblea: “Io sono il Signore, tuo Dio… non avere altri dei di fronte a me”[4].

Questa sfida rischia di far scomparire la nostra civiltà secondo l’ammonimento di Giambattista Vico nella Scienza Nuova, per cui tutte le nazioni sorsero e tutte si conservano o si distruggono a seconda che in esse siano venerate la religione, il matrimonio, e la tradizione[5].


[1] In Vandea nel 2018 fu eretta su decisione del Municipio di Sables-d’Olonne una statua di San Michele nella piazza antistante la chiesa di Saint Michel. Su ricorso dell’associazione La Libre Pensée il Tribunale amministrativo e la Corte di Appello amministrativa di Nantes hanno ordinato con le loro sentenze di rimuovere la statua (sentenze rispettivamente del 16.12.2021 e del 16.09.2022). Ciò perché “la statua dell’Arcangelo San Michele…è un emblema religioso” e, pertanto, il suo insediamento è contrario alla legge del 1905  sulla separazione tra Chiesa e Stato. Le Maire di Sables-d’Olonne ha presentato ricorso al Consiglio di Stato, forte anche di un referendum, estraneo alla procedura giudiziaria nel quale gli abitanti della Città avevano espresso il loro parere favorevole alla permanenza della statua nella misura del 94.51%.

[3] Ibidem, § 39.

[4] Deut., 5,6.

[5] G. Vico, Scienza Nuova (1744): Libro Primo – Dello Stabilimento de’ Principj , Bompiani, Milano, 2013, 825-906.

Ancora su Cassazione e Crocifisso, fra laicità e reasonable accomodation

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QUINTA COLONNA – LA PAROLA AI GIURISTI

Segnalazione del Centro Studi Livatino

di Manuel Genarin per https://centrostudilivatino.us18.list-manage.com/track/click?u=36e8ea8c047712ff9e9784adb&id=f6e75b580c&e=d50c1e7a20

Da una prima lettura della sentenza 9 settembre 2021, n. 24414 delle Sezioni unite civili della Cassazione, sull’esposizione del crocifisso nelle scuole, emergono luci e ombre, le cui ricadute pratiche saranno tutte da verificare.

Prosegue la riflessione avviata il giorno stesso della pubblicazione (https://www.centrostudilivatino.it/cassazione-sul-crocifisso-nessun-divieto-di-affissione-ma-adesso-necessario-lintervento-del-parlamento/), proseguita con gli interventi dell’avv. Angelo Salvi (https://www.centrostudilivatino.it/sezioni-unite-e-crocifisso-perplessita-sulla-regola-del-caso-per-caso/) e del presidente emerito di Cassazione Piero Dubolino (https://www.centrostudilivatino.it/sezioni-unite-e-crocifisso-perche-il-ragionevole-accomodamento-non-convince/), con l’intervento del dott. Manuel Ganarin, ricercatore di Diritto ecclesiastico e canonico all’Alma Mater Studiorum Università degli Studi di Bologna.

1. Sono due i punti centrali affrontati nella sentenza.

Quanto al primo punto, le Sezioni unite evidenziano come l’obbligo di esposizione del crocifisso (art. 118 del r.d. n. 965/1924) si inserisca in un «quadro normativo fragile», ponendosi in contrasto con l’ordinamento costituzionale. Esso si sostanzierebbe in una precisa «scelta confessionale» con la quale lo Stato si identifica con una religione, violando il principio che distingue l’ordine suo proprio da quello delle confessioni religiose (art. 7 c. 1 e 8 c. 2 Cost.). Lo Stato, del resto, non può servirsi di simboli religiosi per conseguire i suoi fini.

Il richiamo di tale principio suscita perplessità alla luce della funzione e del significato del crocifisso nel contesto italiano. La Cassazione infatti sottolinea come la croce «descriv[a] anche uno dei tratti del patrimonio culturale italiano e rappresent[i] una storia e una tradizione di popolo», richiamando «valori (la dignità umana, la pace, la fratellanza, l’amore verso il prossimo e la solidarietà) condivisibili, per il loro carattere universale, anche da chi non è credente». La centralità della valenza culturale e valoriale del crocifisso ci pare faccia sì che l’imposizione dello stesso possa considerarsi un’opzione pienamente laica – anche per il credente, si badi bene, nel contesto scolastico, e proprio per quel dualismo che connota nel profondo il cristianesimo –. L’obbligo di esibizione del simbolo non si traduce in una scelta tipica di uno Stato confessionale, introducendo semmai una differenziazione ragionevole tra simboli religiosi che prende atto di come il cattolicesimo sia parte della cultura popolare italiana (cfr. art. 9, n. 2 Accordo 1984). Appare allora incongruo invocare la distinzione degli ordini, onde restituire a Dio un simbolo che appartiene pure a Cesare, avendo contribuito a forgiare la sua identità.

2. Le Sezioni unite menzionano altri due corollari del principio di laicità: «l’imparzialità e l’equidistanza che devono essere mantenute dalle pubbliche istituzioni nei confronti di tutte le religioni». I giudici tuttavia avallano una certa idea di neutralità, omettendo di richiamare parti della nota sentenza Lautsi c. Italia della Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo, ove si è precisato che «la decisione di perpetuare o meno una tradizione rientra in linea di principio nell’ambito del potere discrezionale dello Stato» (§ 68). In Europa, d’altronde, convivono diversi modelli di laicità; pertanto occorrerebbe relativizzare il concetto di neutralità perché lo Stato, qualsiasi decisione prenda circa i simboli religiosi, è in qualche modo ‘di parte’: e ciò sia quando li vieta, sia quando li include, sia quando ne impone uno solo per ragioni culturali e valoriali, compiendo, nel rispetto dei diritti e delle libertà individuali, valutazioni politiche di sua esclusiva pertinenza. E questo a fortiori sulla base dell’asserto della Corte di Strasburgo fatto proprio dalla Cassazione, che ribadisce come il crocifisso sia «un simbolo essenzialmente passivo, perché non implica da parte del potenziale destinatario alcun atto, neppure implicito, di adesione ad esso». Continua a leggere

La svolta della Baviera: “Crocifissi negli uffici governativi”

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L’annuncio del presidente della Baviera: “Verranno installati a partire dal primo giugno”

di Marco Gombacci

“Crocifissi in tutti gli uffici governativi,” è quanto è stato deciso oggi da Markus Söder, Presidente della Baviera dopo una riunione del gabinetto di Presidenza.

“Croci e crocifissi cristiani verranno installati a partire dal 1 giugno in tutti gli uffici governativi per rimarcare l’identità bavarese e i suoi valori cristiani” ha annunciato via Facebook il politico tedesco.

Markus Söder è stato eletto Presidente del Land più ricco della Germania a marzo del 2018 quando ha sostituito Horst Seehofer, diventato Ministro dell’Interno nel nuovo governo federale tedesco. Continua a leggere