Castagna a Telenuovo: “Sovranità nazionale o fuori da NATO e UE!”

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di Redazione

Martedì 11 Ottobre 2022 dalle 12.40 alle 14.30 puntata di “Rosso&Nero” su #telenuovo con Bruno Cesaro (Progetto Nazionale), un esponente del Pd e, collegato dal suo studio di casa, su Skype, Matteo Castagna (Resp. Christus Rex-Traditio). Conduce Mario Zwirner. Si parla di crisi energetica, bollette, guerra, ma anche del triste anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, 60 anni fa…

L’ombra sinistra che lega il Covid e la crisi energetica

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di Claudio Romiti

Se ne parla assai poco o non se ne parla affatto. Tuttavia, a mio modesto parere, c’è una sinistra linea di continuità tra l’emergenza Covid, enfatizzata oltre ogni misura in Italia, e l’emergenza energetica, colossale problema che non potrà certamente essere affrontato con la nostra tipica improvvisazione. E per comprendere in estrema sintesi l’assunto, è sufficiente un rapido raffronto basato sui numeri, che come è noto hanno la testa sempre maledettamente dura. Nel maggio nel 2021 per comprare un euro ci voleva circa 1 dollaro e 22, mentre ora bastano appena 96/97 centesimi. Una perdita assai rilevante in appena 18 mesi, che i keynesioti fanatici della svalutazione competitiva tenderanno a considerare assai vantaggiosa.

Tuttavia, a beneficio di chi invoca scorciatoie di tipo monetario, ricordo che una tale svalutazione impatta in modo diretto sui prezzi delle materie prime, petrolio e gas in primis, e sui cosiddetti semilavorati, i quali vengono acquistati in molte parti del mondo e pagati essenzialmente in dollari. Tant’è che l’Italia, basata su una economia di trasformazione, importa una quantità enorme degli stessi semilavorati e in buona parte da Paesi extracomunitari.

Ed ecco che comincia a intravedersi l’ombra sinistra di una manipolazione monetaria, in sostanza una inondazione di liquidità operata dalla Bce e resasi necessaria dalla catastrofe economica determinata dalle restrizioni sanitarie. In soldoni, è accaduto che vuoi attraverso la via indiretta di un forsennato riacquisto dei titoli di Stato sul mercato secondario e vuoi con il trasferimento diretto di ingenti risorse monetarie create dal nulla ai membri della zona euro, con grande prodigalità nei riguardi proprio dell’Italia, il valore della moneta unica è sceso ad un livello che non si vedeva da molti anni.

E dal momento che la moneta non è altro che un titolo di debito, questa colossale operazione di rifinanziamento realizzata attraverso i computer della Banca centrale europea, tra le altre cose, ha determinato almeno due evidenti contraccolpi:

1. ha implicitamente distrutto ogni barriera di salvaguardia sul piano della disciplina di bilancio, consentendo al Belpaese di raggiungere un livello di indebitamento prima d’ora impensabile e, per questo, esponendoci al rischio di non riuscire più a sostenere un tale, mostruoso indebitamento;

2. al netto delle conseguenze scaturite dalla guerra in Ucraina e dal deciso rialzo, precedente all’attacco Russo, nei prezzi di molte materie prima, di fatto la debolezza dell’euro sta importando una forte dose addizionale di inflazione, causando una spirale di rincari a cascata che stanno scuotendo dalle fondamenta l’intera economia europea.

Da qui la decisione, non più rinviabile, presa dalla Bce di interrompere gli acquisti di nuovi titoli di debito dei Paesi membri lanciati con la pandemia, limitandosi a sottoscrivere quelli in scadenza. Ciò significa che l’Italia, se vorrà sostenere le bollette di imprese e famiglie, evitando una catastrofe economica senza precedenti, dovrà far ricorso agli odiati mercati finanziari, a meno di improbabili tagli draconiani alla spesa pubblica.

Solo che questa volta, con un debito sovrano che sfiora il 155% del Pil e nel bel mezzo di una drammatica stagflazione, la tanto bistrattata disciplina di bilancio sarà assolutamente necessaria per garantire a chi ci presta i quattrini che saremmo sempre in grado di pagargli quanto meno gli interessi.

Pertanto, il nuovo governo, che si sta per insediare nella peggiore situazione possibile, non potrà in alcun modo prendere in considerazione le ben note sirene del nostro ben noto teatrino politico-sindacale, su cui spicca sempre sul piano della facile demagogia la Cgil di Maurizio Landini. Non è questo proprio il tempo di ascoltare le irresponsabili pretese di chi vorrebbe far aumentare i salari a prescindere dalla condizione drammatica che stiamo vivendo, all’interno di una cornice con più welfare e meno tasse.

Claudio Romiti, 10 ottobre 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/lombra-sinistra-che-lega-il-covid-e-la-crisi-energetica/

Schiaffo dai Sauditi: perché Biden non può che rimproverare se stesso

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Riyad allineata a Mosca? Lettura semplicistica e autoconsolatoria, ecco gli errori Usa: produzione nazionale bloccata da agenda green; sauditi maltrattati; Europa abbandonata

di Federico Punzi

Alla fine è arrivato il sonoro schiaffone dell’Arabia Saudita all’amministrazione Biden. Ieri, a Vienna, l’Opec+, il cartello che riunisce i principali Paesi produttori di petrolio più la Russia, ha deciso un taglio della produzione di ben 2 milioni di barili al giorno. E questo nonostante da mesi Washington chieda a Riyad di aumentare la produzione per raffreddare i prezzi.

Il presidente Joe Biden si era speso in prima persona recandosi in visita nel Regno, nel luglio scorso, e ricevendo critiche in patria per un saluto pugno a pugno ritenuto troppo complice con il principe ereditario Mohammad bin Salman.

Atto ostile: ma di chi?

Qualche ora prima della decisione la Casa Bianca aveva fatto circolare, via Cnnparole durissime sulla prospettiva di un taglio della produzione: “disastro totale”“atto ostile”.

La reazione alla decisione non si è fatta attendere. “Il presidente è deluso dalla miope decisione” e “si consulterà con il Congresso sugli strumenti per ridurre il controllo dell’Opec+ sui prezzi dell’energia”.

Un proposito che suona beffardo, perché Washington avrebbe un modo molto semplice per “ridurre il controllo” dell’Opec: aumentare la sua produzione nazionale, che invece, fin dal primo giorno in cui si è insediata, l’amministrazione Biden ha sistematicamente sabotato.

Ora Biden torna a supplicare l’industria petrolifera Usa, la stessa che in campagna elettorale aveva promesso che avrebbe fatto chiudere (letteralmente: “I guarantee you, we’re going to end fossil fuel”), di abbassare i prezzi dei carburanti.

E apre ad un nuovo rilascio di riserve strategiche per calmierare i prezzi. Di fatto, le sta prosciugando nel tentativo di evitare una sonora sconfitta alle elezioni di midterm, che si terranno tra circa un mese.

Un funzionario dell’amministrazione ha rivelato che la Casa Bianca ha segretamente offerto all’Opec+ di acquistare fino a 200 milioni di barili del suo petrolio a 80 dollari al barile per rimpinguare le riserve strategiche, oggi ai minimi storici, in cambio della rinuncia a tagliare la produzione.

E bisogna ricordare che nel 2020 i Democratici bloccarono la proposta di Trump di riempire le riserve con il petrolio dei produttori Usa, provati dalla pandemia, acquistandolo ad un prezzo di soli 24 dollari al barile.

Il vero atto ostile è quello dell’amministrazione Biden contro l’industria oil & gas Usa, ostacolata con ogni mezzo, fermando progetti infrastrutturali e bloccando nuove concessioni, come abbiamo già raccontato su Atlantico Quotidiano. Oggi la produzione in America, stima Robert Bryce (The Power Hungry podcast), è inferiore del 7 per cento al periodo pre-Covid.

Biden ha pensato di cavarsela ottenendo dall’Opec+ un aumento della produzione, evitando così di dover aumentare la produzione nazionale, e quindi di scontentare i gretini del suo partito. Quello che ha ottenuto, invece, è aver reso l’America più vulnerabile alle decisioni dell’Opec+, aver aiutato Putin e alimentato l’inflazione.

La mossa dell’Opec infatti va anche a contrastare gli sforzi della Fed per raffreddare l’inflazione. Se il rialzo dei tassi diminuisce la domanda di petrolio, abbassandone i prezzi, il taglio della produzione deciso ieri lo compensa almeno in parte, costringendo la Fed ad un ulteriore rialzo, che però spingerà ancor di più l’economia Usa verso la recessione.

Lo ripetiamo: in America, così come in Europa, l’obiettivo della decarbonizzazione, di uscire dalle fonti fossili, è una follia insostenibile. Ma lo è ancor di più in concomitanza con la guerra economica alla Russia.

Riyad si schiera con Mosca?

Fin troppo facile concludere che l’Arabia Saudita ha deciso di schierarsi con la Russia e contro l’Occidente. È proprio così? La realtà è più complessa.

L’Opec+ si mostra “allineata con la Russia“, ha affermato la portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre, e leggerete molte analisi in tal senso. Ma è proprio questo genere di letture a far letteralmente imbufalire Riyad, perché dimostrano come a Washington gli interessi sauditi siano totalmente snobbati.

Per dare la misura dell’irritazione di Riyad su questo tema, proprio ieri, durante la conferenza stampa al termine della riunione dell’Opec+, il ministro dell’energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, si è rifiutato di rispondere ad un giornalista della Reuters, rimproverando all’agenzia di aver pubblicato una falsa storia di collusione tra Arabia Saudita e Russia utilizzando una fonte anonima. Purtroppo ormai certa stampa si è fatta prendere la mano dalle storie di collusione con la Russia…

Alla base della decisione di ieri dell’Opec+ ci sono valutazioni certo economiche e innegabilmente anche di natura politica. Ma non banalmente dettate dalla volontà di “schierarsi” dalla parte di Putin e contro l’Occidente. Questa lettura caricaturale, anzi, rischia di essere un regalo a Mosca.

Una reazione al price cap

Non solo i segnali di recessione globale e l’obiettivo dei Paesi Opec+ di tenere il prezzo del petrolio al di sopra dei 90 dollari (fino a ieri era poco sopra gli 80). Come molti avevano avvertito, questa decisione è una reazione – economica e politica – al price cap sul petrolio russo, esteso anche ai Paesi terzi che volessero rivenderlo.

Se il miglior modo per tagliare gli introiti di Putin è tenere bassi i prezzi di gas e petrolio, la misura ha avuto un effetto contrario, spingendo gli altri Paesi produttori a difendere il prezzo del petrolio, ma soprattutto a sanzionare quello che viene giustamente considerato, dal loro punto di vista, un precedente pericoloso.

Gli interessi sauditi

Questi Paesi, Arabia Saudita in testa, non si sono schierati ideologicamente con Mosca, ma sono stati costretti dalle nostre scelte a difendere il loro interesse nazionale con esiti che li fa apparire vicini alla Russia.

Come ha spiegato Mohammed Alyahyasenior fellow dell’Hudson Institute, questo genere di letture sembra negare a Ryad il suo diritto a considerare i propri interessi e sembra presumere che l’Arabia Saudita sia un attore irrazionale e inaffidabile. Ma questo è un presupposto “falso e pericoloso”.

E ricorda come nell’aprile 2020, in piena pandemia, Riyad abbia combattuto “con le unghie e con i denti” una guerra dei prezzi contro la Russia, vincendola. Non per ragioni politiche, ma per proteggere l’Opec+ e difendere la propria leadership nei mercati energetici, il suo ruolo di gestore e stabilizzatore del mercato.

Nulla è cambiato oggi, si tratta di interessi. L’interesse saudita è anche oggi proteggere l’Opec+ in quanto organizzazione. Ma questo a Washington non sono sembrati in grado di comprenderlo.

Tra l’altro, fa notare lo studioso, il taglio effettivo è di un milione di barili, non due, perché molti Stati membri dell’Opec+ già oggi non riescono a soddisfare le loro attuali quote di produzione, nella misura di un milione di barili.

Con il taglio odierno, sostiene Alyahya, gli Stati del Golfo avranno una maggiore capacità inutilizzata per far fronte alle interruzioni che saranno causate dalle sanzioni Usa-Ue sul petrolio russo. Senza questa ulteriore capacità inutilizzata, non sarebbero in grado di mantenere i mercati in equilibrio.

Un’analisi condivisa da Gregg Carlstrom dell’Economistil mercato petrolifero è un “casino” in questo momento. L’Opec+ ha poca capacità inutilizzata; molti produttori non riescono a rispettare le proprie quote; le sanzioni alla Russia stanno “biforcando” il mercato.

I sauditi hanno “un interesse razionale” a mantenere prezzi alti e stabili, e il settore petrolifero abbastanza redditizio da consentire alle compagnie di investire nella costruzione di nuova capacità – cosa che a quanto pare a noi occidentali non interessa più.

Gli affronti di Biden a Riyad

Detto questo, la decisione dell’Opec+ non può che apparire come un “affronto” dei sauditi a Washington, a soli tre mesi dalla visita del presidente Joe Biden a Jeddah per ricucire i rapporti con Riyad.

Ma secondo Carlstrom si tratta di un problema di aspettative eccessive: i tempi della visita e alcuni messaggi hanno suggerito che Biden si fosse assicurato un aumento della produzione di petrolio. Ma “questo non è mai stato realistico, come ti avrebbe detto chiunque nel Golfo prima della sua visita”.

Da una parte, dunque, la percezione americana e occidentale che i sauditi non stiano rispettando la loro parte dell’accordo quasi secolare con gli Usa e si stiano schierando con la Russia. Dall’altra, però, va detto che i sauditi hanno buone ragioni per ritenere che l’America non stia rispettando i propri impegni sulla “sicurezza”, a cominciare dalle politiche occidentali che conferiscono potere all’Iran a livello regionale.

Gli errori dell’amministrazione Biden con l’Arabia Saudita risalgono infatti ai primi giorni del suo mandato: la diffusione del rapporto dell’Intelligence che accusava il principe ereditario Mohammed Bin Salman di aver personalmente approvato e ordinato l’omicidio di Jamal Khashoggi; lo stop alla vendita di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti; la revoca della designazione dei ribelli Houthi come organizzazione terroristica; la decisione di riprendere i colloqui con Teheran per un nuovo accordo sul programma nucleare. Quattro veri e propri affronti, tutti all’inizio del mandato.

Già in campagna elettorale, inoltre, Biden aveva avvertito che con lui alla Casa Bianca le cose tra Washington e Riyad sarebbero cambiate, spingendosi fino a definire il Regno “un pariah” della comunità internazionale.

Gestione disastrosa della crisi energetica

Ma ancora peggio, per tutto il 2021 e fino all’inizio del 2022, incredibilmente l’amministrazione Biden non ha fatto nulla per riparare i rapporti con Riyad, nonostante avesse acquisito e diffondesse informazioni sempre più credibili e precise circa le intenzioni e i preparativi di Mosca per invadere l’Ucraina, dunque pur essendo consapevole che ci saremmo potuti trovare presto nel bel mezzo di uno shock energetico e di una guerra economica con la Russia.

Se la gestione del conflitto ucraino da parte dell’amministrazione Biden è stata efficiente dal punto di vista militare e di intelligence (sebbene a nostro avviso poteva essere più coraggiosa nello stabilire linee rosse e più rapida nell’invio di armamenti a Kiev), è stata senza alcun dubbio niente meno che disastrosa sul piano energetico.

Dai già menzionati rapporti con l’Arabia Saudita alla crisi del gas che attanaglia l’Europa, completamente abbandonata, che rischia di sgretolare il supporto europeo alla causa ucraina.

Nel momento in cui i Paesi Ue, a cominciare da Italia e Germania, hanno assunto la decisione di liberarsi dalla dipendenza dal gas russo, sarebbe stata opportuna una iniziativa di Washington per una gestione coordinata e solidale della crisi energetica tra gli alleati Nato (di cui fa parte la Norvegia, importante produttore di gas), in modo da tenere il più possibile sotto controllo i prezzi.

L’alternativa all’hub del gas russo-tedesco

Venendo meno l’hub energetico russo-tedesco per ovvie ragioni, l’amministrazione Biden, piuttosto che fare promesse di forniture LNG impossibili da mantenere, avrebbe dovuto impegnarsi da subito per sostituirlo con un hub di gasdotti italiano, su cui far convergere tutto il gas proveniente dal Mediterraneo e dall’Africa.

Un progetto, però, che non avrebbe fatto piacere a Erdogan, che infatti sembra aver giocato d’anticipo. Proprio ieri è arrivata la notizia che Turchia e Libia – o meglio, il governo libico riconosciuto ma attualmente sfiduciato dal Parlamento di Tripoli – hanno firmato accordi di collaborazione nel settore petrolio e gas, scatenando l’ira sia del Parlamento di Tobruk, che di Grecia ed Egitto.

Ebbene, non solo gli Usa non hanno finora rilanciato il progetto Eastmed, ma non hanno nemmeno mosso un dito per la risoluzione della crisi libica.

Una latitanza di Washington – e di Roma – che denota la miopia sia dell’amministrazione Biden che del governo Draghi, che avrebbero potuto almeno avviare lo sviluppo di alternative in grado nel medio-lungo termine di risolvere il problema dell’approvvigionamento di gas all’Europa.

Abbassare il costo di energia e bollette si può, ma i politici non lo fanno

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Abbassare il costo di energia e bollette si può, ma i politici non lo fanno
La ricetta per vincere la crisi energetica. Cosa dovrebbe fare il governo che verrà eletto, visto che quello che c’è è inerte. La trasparenza sui prezzi d’acquisto e come uscire dal fittizio mercato di Amsterdam

C’è un’alternativa a questo disastro annunciato sull’energia. Ne abbiamo parlato con l’esperto Salvatore Carollo, autore del saggio “C’era una volta il prezzo del petrolio” (Scheiwiller, 2008) e di “Understanding Oil Prices: A Guide to What Drives the Price of Oil in Today’s Markets” (Wiley 2012). Carollo ha sviluppato la sua carriera in Eni nel settore del trading di Oil & Gas ed è stato lecturer in Eni Corporate University. Scrive correntemente in riviste specializzate in materia energetica e tiene conferenze internazionali sul tema. A fine 2015 è rientrato da Londra, dove ha passato gran parte della sua carriera. 

“Sì. Le vie alternative però vanno costruite. Quello che noi paghiamo è la mancanza di una strategia energetica nazionale”

Sì…

“Abbiamo contato sul fatto che la buona sorte continuasse a funzionare. All’inizio degli anni 2000 avevamo quasi 21 miliardi di metri cubi di produzione all’anno di gas nazionale. Ma questa cosa l’abbiamo fermata e abbiamo fatto in modo che i cosiddetti ambientalisti avessero il sopravvento. In realtà si sono incrociati ideologie con interessi specifici e molto concreti”

A quanto siamo scesi?

“A circa 3,5 miliardi ed è un fatto grave”

Alcuni dicono che bisognerebbe tentare di uscire dalla Borsa di Amsterdam. Il prezzo del gas negli Stati Uniti o in Giappone o nei Paesi extra Ue è triplicato, da noi è invece 11 volte di quanto era nel 2020…

“Qui c’è un equivoco di fondo. Chiamiamo Borsa di Amsterdam qualcosa che è poco più di una fiera paesana. Mi spiego. Il Brent, il prezzo del petrolio Brent si genera in Borsa, alla borsa di Londra. Per dare un’idea bisogna ricordare che lì vengono scambiati al giorno tra i 2000 e i 3000 miliardi di dollari di contratti petroliferi, cioè più del Pil italiano. Un mercato di queste dimensioni dà la garanzia di un indicatore degli equilibri di mercato. Quando invece andiamo ad Amsterdam… veda se riesce ad avere una dimensione dei volumi scambiati nel TTF (Title Transfer Facility, mercato di riferimento olandese per lo scambio del gas naturale e che determina i prezzi attuali). Ci sono tutti i grafici che ci dicono come va il prezzo ma non sulla quantità di volumi scambiati, cioè su quale scambio di volume è basato questo prezzo. Da quello che ho potuto esaminare si tratta di scambi insignificanti, tra un gruppetto di traider ,che generano questi numeri. E accade che in una Borsa piccolissima, dove si scambiano pochi volumi, basti un nulla per generare aumenti del 100% o del 200%”

Ipotizziamo che Carollo diventi presidente del Consiglio, che fa per salvare gli italiani dalla speculazione energetica?

“Bisognerebbe che l’Italia dicesse subito: il prezzo del gas non lo basiamo sul TTF olandese. Poi una seconda cosa”.

Quale?

“Abbiamo i due più grandi importatori di gas che sono società quotate in Borsa ma di proprietà del ministero del Tesoro. L’azionista di maggioranza, il ministero, ha il diritto di sapere qual è il prezzo a cui il gas viene importato. Questa informazione il ministro del Tesoro e dell’Economia deve fornirla al presidente del Consiglio che a sua volta può informare il ministero della Transizione Energetica, cioè in questo momento Cingolani. Cingolani ha provato a sapere il prezzo a cui viene importato il gas in Italia ma non gli è stato riferito dalle società pubbliche perché sostengono che essendo quotate in Borsa non possono dirlo. Ma non è reale tutto questo. Le società devono comunicarlo. Negli Stati Uniti, che è la patria del libero mercato, le società petrolifere, siccome operano su concessione dello Stato, come in Italia, sono obbligate ad essere trasparenti con lo Stato e quindi a comunicare il prezzo d’acquisto, che infatti è noto. Quindi il mercato americano funziona in modo corretto. Noi dovremmo disporre di questa informazione trasparente da parte dei grandi importatori di gas e questa cosa non c’è. Alla fine ci attacchiamo a questa finzione del TTF per coprire il fatto che non abbiamo un mercato trasparente in Italia. Però il monopolio e questa segretezza si traducono in un danno per i consumatori. Facendo queste due semplici operazioni il costo del gas si allinea agli effettivi costi d’importazione che sono 10-20 volte più bassi del TTF”

Come si generano i famosi extra profitti?

“Si generano nella differenza tra costo d’importazione e il TTF”

Chiunque vinca le elezioni, i trend dicono che sarà il centro destra, dovrebbe intanto fare questi interventi urgenti e poi un piano…

“Sì, dovrebbe farlo subito. Lo dico da tecnico. Lasciamo Amsterdam. Vogliamo prendere come riferimento il mercato più caro di tutti? Il gas liquido americano? Bene, quel mercato che si chiama Henry Hub è molto grande ma è trasparente, il prezzo è pubblicato ora per ora. Se uso anche quel mercato come riferimento intanto mi accorgo che dà un valore dieci volte minore del TTF, molto più basso e non subisce queste speculazioni di quattro amici perché è un mercato globale”

Intanto che il governo attua un nuovo piano energetico…

“Per quanto riguarda il piano grazie dei veti degli ecologisti e anche di una parte del Pd ogni tentativo è andato in fumo, e non è stata ripresa la produzione in Adriatico”

Chiaro. Dalla sua analisi emergono però due problemi: da un lato manca una politica che sia tale, dall’altro delle authority che facciano rispettare questi processi di trasparenza…

“Esattamente. Se anche prendessimo quel mercato come riferimento ci garantiremmo due cose: primo, un prezzo sufficientemente alto da consentire le importazioni di qualunque tipo di gas in Italia; secondo, dimezziamo il prezzo al consumo perché non mi riferisco più all’ Hub di Amsterdam. Questa cosa si può fare domani mattina”

Quindi?

“Riprendiamo la produzione nazionale, ma intanto cambiamo questi riferimenti di prezzo. Basta che intervenga Arera perché queste cose non sono strategie o cose complesse… Ricordate quando Draghi disse al Consiglio d’Europa che la Borsa di Amsterdam era al centro di grandi speculazioni? E il primo Ministro olandese si risentì? Stanno facendo la stessa speculazione che avvenne con la…”

la Bolla dei tulipani…

“Sì, con il bulbi dei tulipani nel 1600… Draghi ha detto una cosa vera solo che avendo individuato il problema non ne ha tratto le conseguenze facendo qualcosa”

E perché non si interviene anche subito? Manca la competenza sulla materia?

“L’ho scoperto dalla reazione ad alcuni mie articoli. Le faccio un esempio: è come se dovessi girare un film sul ‘700. Il film è pieno di dame, siamo in una corte, abbiamo bisogno di acconciature, abbiamo necessità di parrucchieri bravi. Immagini se il regista invece di assumere dei parrucchieri esperti di acconciature vada a prendere studiosi di tricologia che sanno tutto sul capello ma nulla sull’acconciatura! Chiaro!? Questa è la situazione in cui siamo, in cui ci troviamo nei ministeri e nelle authority per l’energia. Abbiamo lì dentro personaggi di altissimo livello ma sono come dei ‘tricologi’ che non sanno nulla o quasi nulla del mercato quando si trovano a trattare sul campo internazionale”

Ma perché non si sono fatti interventi di estrazione del gas che potessero convivere con l’ecologia?

“La produzione di gas nel mare dell’Adriatico e in Sicilia, dove ci sono giacimenti importantissimi come al sud di Gela, sono stati fermati per dare spazio all’ideologia. Pensate che gli impianti in Adriatico sono tra i più rispettosi dell’ambiente che ci sono al mondo. Molte delle piattaforme sono diventate praticamente parchi marini, quindi sotto si è ricreata una fauna e una flora marina che è strepitosa”

Quindi ci sono strade per evitare un inverno disastroso?

“Sì ma quando in primavera è scattato l’allarme non si è lavorato pancia a terra, si è chiaccherato. Se guarda i dibattiti televisivi questo è un argomento che non viene citato”

Sì, ho notato, anche durante le elezioni si glissa sul cosa fare e la gente paga

“…quando è un fattore prioritario”

Ma la Commissione Europea non può fare un intervento diverso, adottando strategie differenti rispetto a quelle in atto finora che mi sembrano abbastanza fragili?

“Si è molto discusso, si è inserita l’energia nucleare tra i fattori non inquinanti ma c’è anche la delibera del parlamento europeo che dice che dal 2035 non dobbiamo più avere auto a combustibili fossili. Una pura follia. Uno perché non è realizzabile, secondo perché l’Europa è all’avanguardia nel campo delle tecnologie automobilistiche e noi dovremmo abbandonare questa supremazia mondiale per attaccarci ad una tecnologia che è importata ed è cinese!?”

Sta già accadendo anche in Emilia Romagna, nella terra dei motori. Sarebbe devastante continuare su questa strada…

“Si parla di guerre a livello globale e noi diventiamo dipendenti dalle tecnologie cinesi? Ma dove è la ratio? Poi c’è un altro errore gravissimo”

Quale?

“Stiamo pensando che nella cosiddetta transizione ecologica noi arriveremo alla fine del processo con tutta la catena di approvvigionamento di cui disponiamo oggi, cioè che continueremo ad avere benzina, gasolio, il jet fuel per gli aerei. Non è scritto da nessuna parte che accada perché noi abbiamo un sistema di raffinazione vecchissimo. La nostra industria di raffinazione è vecchissima, la più giovane che abbiamo costruito è del 1976, la Isab di Siracusa che è della Lucoil che vuole anche metterla in vendita. Senza un sistema di raffinazione adeguato chi è che ci darà la benzina pulita, il jet fuel, il gasolio?”

Quindi ci vuole un piano energetico nazionale che non faccia perno su ideologie ma che si basi sui numeri e sulle necessità…

“Sì e anche su valutazioni realistiche che si dovranno fare perché questa benedetta transizione non è dietro l’angolo”

Fonte: https://www.affaritaliani.it/politica/abbassare-il-costo-di-energia-bollette-si-puo-perche-i-politici-non-lo-fanno-812294.html

Gas, ora l’Europa ci chiede il “massimo sforzo”. Ma che vuol dire?

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di Leopoldo Gasbarro

Massimo sforzo“. Lo chiede l’Europa. Sarà infatti obbligatorio, e dettato dall’Unione Europea, il taglio dei consumi di gas, in caso di ulteriore riduzione delle forniture. Lo dice la bozza del nuovo piano europeo per la gestione della crisi legata al gas, piano che sarà presentato ufficialmente domani ma che è stato già visionato in anteprima dall’Ansa.
L’indiscrezione ci fa comprendere, se sarà confermata, quanto la crisi energetica dettata dalla gestione del gas naturale, in arrivo dalla Russia, stia assumendo dimensioni sempre più importanti. Nonostante tutti i problemi, che ormai sembrano scontati per l’ultimo trimestre dell’anno, la politica europea fatica a trovare le parole per dire chiaramente come stanno le cose. Eppure, i cittadini che sono anche elettori sono abbastanza maturi per comprendere la difficoltà di un momento che in qualche modo si tende a nascondere. L’Ansa evidenzia come siano spariti dal documento i riferimenti (contenuti in una prima versione del testo) all’obbligo, per gli edifici pubblici, di limitare il riscaldamento a 19 gradi e i condizionatori a 25. Introduce però un principio criptico e tutto da interpretare, perché “massimo sforzo” che vuol dire tutto e niente.

Il mistero del “massimo sforzo”

Speriamo che un giorno ce lo spieghino, ma la sensazione è che quelle due parole: massimo e sforzo, messe così insieme, rappresentano un problema di difficile soluzione. Insomma, è come dire senza aver detto. E’ come dire che con “massimo sforzo” se la situazione dovesse essere più seria di quanto si dica.  I limiti alle temperature di riscaldamento e condizionamento potrebbero essere modificati radicalmente, e potrebbero arrivare a zero. E non sarebbe questa l’unica scelta da fare. Forse è il caso di prepararsi davvero a decisioni dure.

“Massimo sforzo”. Ora ci chiedono il “massimo sforzo” non si parla più di limiti alla temperatura. Non si parla più di razionamento, ma di “massimo sforzo”, nel senso che vale qualunque cosa.

Ecco come sta cambiando il mondo

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di Giulio Tremonti

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

Una visione preveggente sul mondo che sta cambiando in fretta, fuori dai dogmi globalisti, emerge dal dialogo con Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia e presidente dell’Aspen Institute Italia, che sulla prospettiva di «un patto nazionale» anti-inflazione è perplesso, ritenendolo difficilmente irrealizzabile. Sullo sfondo risalta la visione dell’“europeismo della realtà” che l’accademico ha perseguito sul piano politico e culturale, osteggiato dai tecnocrati del sovrastato Ue. Il suo ultimo saggio è Le tre profezie (Solferino).
Prof. Tremonti, alle difficoltà del post Covid ora si aggiunge la crisi economica per l’Ucraina. Dall’inflazione al caro energia, famiglie e imprese sono allo stremo. Che strumenti ha la politica per fronteggiare questa fase?
«Evocare un “patto nazionale” come ai tempi di Ciampi non tiene conto del fatto che la storia non si può ripetere per identità perfette. E in questo caso neppure ripetere per analogie. A quel tempo, nei primi anni novanta, non c’era la globalizzazione, non c’era la Cina, non c’era l’euro, non c’era la sovranità di Bruxelles. E quindi, se a quell’altezza di tempo fu fatto un esercizio politico virtuoso, oggi sarebbe un servizio politico non virtuoso e molto difficile tentarne la replica. Non ci sono i presupposti, il mondo è radicalmente cambiato».
Quali i cambiamenti più rilevanti rispetto al passato?
«L’Italia aveva una forte sovranità economica nazionale, e anche per questo era più facile combinarla con la responsabilità sociale. Tra l’altro la forza delle parti sociali era anche superiore a quella attuale».
Pesano meno?
«Ricordo il “Tavolo Verde” a Palazzo Chigi: da un lato il governo, dall’altro lato un impressionante schieramento di forze sociali economiche e sindacali. Credo che ora sia difficile rifare il tavolo in quella composizione, di massa e di forza».
Prima della pandemia c’era una ossessione per il rigore e l’austerità. Ora è tutto rimosso…
«Nelle considerazioni conclusive del governatore Draghi, Banca d’Italia maggio 2011, c’era scritto: “La gestione del pubblico Bilancio è stata prudente. Le correzioni necessarie in Italia inferiori a quelle necessarie in altri paesi europei”. Poi la stessa mano ha firmato l’opposto con la lettera della Bce… La pandemia in ogni caso ha segnato una rottura della storia politica dell’Italia e non solo».
Sono cambiati anche gli equilibri istituzionali?
«La pandemia ha avuto effetti politici e non solo sanitari. Ha spostato l’asse del potere verso il governo, ha liberato l’esecutivo dai vincoli finanziari. C’è una immagine che rende l’idea di quello che è successo».
Prego.
«La pandemia ricorda il mito della torre di Babele: l’uomo sfida la divinità erigendo verso il cielo la torre. La divinità reagisce privando l’umanità della lingua unica. Con la pandemia è stato lo stesso: è stato tolto il pensiero unico, spezzato il software della globalizzazione, si è persa la fiducia nel paradiso terrestre. Il mondo che riappare adesso è un mondo diverso da quello globale, oggi carico di tensioni, di torsioni, che si vedono sulle linee di produzione e sul prezzo delle materie prime: dal legno alla ghisa, dal petrolio al gas. Un mondo in cui l’uomo registra i suoi limiti, e i limiti del suo mondo. E questi sono evidenti per esempio nell’inquinamento ambientale creato dall’industria globale».
E i cittadini registrano l’arretramento del proprio potere d’acquisto.
«Erano già iper-evidenti tutte le tensioni di inflazione, prima della guerra. L’inflazione c’era già nelle bollette, nel carrello della spesa, sul pieno di benzina. E questo ci poneva il problema fondamentale».
Quale?
«Siamo tutti uguali davanti alle bollette, al carrello e alla pompa o sta peggio chi ha di meno?».
C’è un rischio gilet gialli sullo schema delle proteste francesi?
«Più che un rischio futuro, vedo già attuale la sofferenza di chi ha meno risorse economiche».
Non ricordavamo più gli effetti dell’inflazione…
«E’ una orrenda tassa regressiva. Fino all’ultima Finanziaria, davanti a questa realtà già evidente, l’azione del governo è stata strampalata, con politiche espansive, prevedendo sgravi fiscali per il ceto medio, e solo alla fine la tardiva scoperta del caro-bollette. Adesso il governo è mezzo salvato dalla guerra, ma lo vedo in difficoltà nel continuare le politiche di spesa pubblica espansiva, come sarebbe necessario a fronte dell’inflazione».
La realtà, se ci fosse chi la registra, scombina i piani dei governanti?
«Il malessere sociale è un dato di fatto. L’altro giorno scorreva sul display di un treno dell’Alta velocità, uno spot del governo sul Pnrr. Nel video risaltavano uomini e donne bellissimi, tipo attori americani. Ecco, la réclame del governo è oltre Hollywood: dà l’idea della distopia tra governo e Paese. Chi lo ha commissionato dovrebbe rimborsare di tasca sua il costo dello spot e destinare l’importo alla Caritas… Ho l’impressione che l’alta velocità si confonda con l’altra stupidità…».
La crisi energetica: c’è chi quasi scarica la responsabilità sugli italiani stessi…
«Il governo ha accusato il Paese per non aver capito l’emergenza energetica addossando le colpe agli italiani e agli anni passati. Ma se emergenza energetica fosse stata prevedibile, Draghi avrebbe dovuta metterla nel suo programma già l’anno scorso. In realtà non se ne parla neppure nel Pnrr. Aggiungo che fino al 2011, l’Italia, con l’Eni, aveva la piena proprietà dei campi petroliferi in Libia, non i diritti di concessione. E quindi una prospettiva di sviluppo incredibile. Qualcuno, che forse chi è al governo conosce, ha deciso di privarcene. Ottima dunque la prospettiva di ricerca di fonti alternative, ma come diceva quel tale…».
Diamogli un nome.
«Un economista di rango secondario rispetto ai giganti attuali, John Maynard Keynes, (Tremonti sorride, ndr), diceva che “nel lungo periodo siamo tutti morti”. Non dico che Gheddafi fosse simpatico, ma il petrolio libico era utile».
I dem, intanto sono innamorati del governo di emergenza e del mantra “ci vuole più Europa”. E’ la posizione di chi ha combattuto gli eurobond e portato il vincolo esterno…
«Quando è caduto il Muro, pochi sono rimasti sotto le macerie. Tutti hanno compiuto il salto. Molti hanno portato i loro “Penati ideologici”, nei templi dell’Occidente: dalla City di Londra a Bruxelles. Il comunismo ha perso perché ha perso, il mondo occidentale si è successivamente perso nel mercatismo e in varie successive ideologie».
L’europeismo come coperta di Linus?
«L’idea di Europa è fuori da tutto questo. Nel 2003, nel semestre di presidenza italiana Ue, il governo italiano propose gli eurobond per finanziare infrastrutture e industria militare. Il no fu totale. Solo nel 2020 – con 17 anni di ritardo – l’Ue emette eurobond. Solo nel 2022 in questi giorni si comincia a parlare di Difesa europea. Con questo ritardo sulla storia, è almeno il caso di rinunciare a dare lezioni».
Il mercatismo come era, non ci sarà più. Verrà maggiore spazio per i diritti dei popoli?
«Non c’è più l’ideologia globalista, riemerge “nella sinistra” la retorica europeista. Tanto per tentare di pareggiare il pensiero di questi giganti, le citerò una frase sull’Europa di Konrad Adenauer, pronunciata dopo il trattato di Roma del 1957: “Che la foresta non sia tanto fitta da impedire la visione dell’albero”. Parlava del rapporto tra Bruxelles e gli stati».
Che lettura non conformista consiglierebbe ai governati italiani in questi giorni…
«Mi faccia un’altra domanda…».

A cura di Michele de Feudis

Distruzione immobiliare: la UE fa parziale marcia indietro e scarica la patata bollente agli stati

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L’Unione Europea ha fatto una parziale retromarcia sulla casa: il divieto di vendita e di locazione degli immobili non in classe A o B scatterà dal 2030, ma solo per gli immobili nuovi, secondo le bozze della proposta che sarà presentata dalla commissione solo oggi.

Un  bel passo indietro rispetto alle prime proposte, volute dai verdi, che parlavano di un divieto esteso a tutti gli immobili civili, e che avrebbe messo praticamente fuori legge nove milioni d’immobili italiani, o 80% del nostro patrimonio immobiliare. Pare che si parli di un fondo ad hoc da 150 miliardi, per tutta la UE per facilitare la ristrutturazione degli immobili, ma non facciamoci troppe illusioni: a noi ne spetterà una parte secondaria e, comunque, sono sempre soldi nostri che provengono dalle nostre tasche.

Intanto comunque c’è un fortissimo incentivo, pagato dalle nostre tasche, alla ristrutturazione immobiliare con finalità energetica: gli enormi prezzi del gas naturale da riscaldamento che si portano dietro enormi costi di elettricità,

Una crescita del prezzo di ben oltre sette volte rispetto allo scorso gennaio. Non si tratta di un evento causale, ma provocato e voluto, e per capirlo basta confrontare i prezzi USA

La crisi energetica europea è provocata da:

  • mancati investimenti nelle fonti fossili tradizioni,
  • il forzato accelerato spostamento dal carbone, senza avere un’alternativa adeguata;
  • l’utilizzo di fonti “Green”, eolico etc, senza un’adeguata infrastruttura di accumulo, che mette il prezzo dell’energia nelle mani del vento, letteralmente;
  • lo scontro con la Russia e la mancata omologazione del Nord Stream 2, che lascia il prezzo del gas in balia delle notizie quotidiane di politica estera.

Quindi state già tutti pagando una pesante tassa europea sull’immobile, mascherata da bolletta della luce e del gas. Il governo fornisce solo dei pannicelli caldi, perché il sistema di  calcolo dei prezzi dell’elettricità, basato sul gas naturale, non può essere modificato per non infastidire la Germania.

Per questo motivo potete si ora festeggiare, ma non troppo. State già pagando la vostra patrimoniale.

Fonte: https://scenarieconomici.it/distruzione-immobiliare-la-ue-fa-parziale-marcia-indietro-e-scarica-la-patata-bollente-agli-stati/

Sono pronti: dalla crisi sanitaria a quella energetica…

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Segnalazione Arianna Editrice

di Marcello Parmio

Fonte: Marcello Pamio

I media mainstream stanno dando sempre più risalto all’allarme energetico. Siccome il caso non esiste, quando gli zerbini dei banchieri internazionali si mettono in moto, significa che c’è dietro un piano. In pratica stanno lentamente spostando l’attenzione dall’emergenza sanitaria a quella energetica! Il motivo è semplice: sempre più persone hanno mangiato la foglia svegliandosi dal coma letargico, per cui sono prontissimi per la prossima emergenza. Preparano nuovi lockdown ma questa volta sotto forma di blackout energetici, come d’altronde previsti dal Great Reset. E l’ultima copertina della rivista “The Economist” (di proprietà dell’Aristocrazia oligarchica: Rothschild e Agnelli/Elkann) è illuminante.
Ricordo infine che il “Green Pass” non a caso è il passaporto “verde”, il colore dell’ambiente…
La Fabian Society e PandemiaLa Fabian Society e Pandemia – Libro