Ma quanto ci costa la guerra?

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/11/07/ma-quanto-ci-costa-la-guerra/

NOI CATTOLICI, PUR PACIFICI, MA NON PACIFISTI, CI CHIEDIAMO DA CHE PARTE CI CHIEDERANNO DI SCHIERARCI, QUALORA IL CONFLITTO IN UCRAINA DOVESSE MALAUGURATAMENTE ESTENDERSI AD ALTRE NAZIONI EUROPEE…

Qualsiasi guerra costa vite umane. Gesù ci ha insegnato ad essere pacifici nelle beatitudini. Non ad essere pacifisti, ossia fare della pace, considerata come mancanza di guerra, un assoluto. Ricordiamo che gli apostoli giravano armati. Lo apprendiamo dal Vangelo, laddove, nell’orto degli ulivi, San Pietro estrae la spada dal fodero e taglia un orecchio a Malco, soldato cui poi Cristo rimetterà miracolosamente l’orecchio, convertendolo.

La nota frase del Dio fattosi uomo contenuta nel Vangelo di Matteo “chi di spada colpisce, di spada perisce” è stata travisata e adulterata per decontestualizzarla in nome della fratellanza universale che le logge, tanto care al mondo, pongono a modello e fine, per omologare tutti ad un a-morale transumanesimo.

Il Signore, con quella frase, voleva fermare san Pietro, che ancora non aveva compreso, perché non si corresse il rischio di mutare il corso della storia della Redenzione, che, come predetto nell’Antico Testamento, doveva svolgersi come effettivamente avvenuto, perché l’Olocausto perfetto è solo di Cristo, in quanto l’accetta in maniera assolutamente volontaria, al fine di redimere, con le Sue sofferenze, i peccati dell’ intera umanità. Ingrata, tanto da permettersi di non riconoscere il Messia o di idolatrare falsi dei.

Sulla rivista di geopolitica italiana Limes n. 9/2022, c’è un articolo molto interessante, di Gian Paolo Caselli, che s’intitola “Quanto ci costa la guerra” (pp. 169-172). Noi cattolici, pur pacifici, ma non pacifisti, ci chiediamo da che parte ci chiederanno di schierarci, qualora il conflitto in Ucraina dovesse malauguratamente estendersi ad altre Nazioni europee. Perché ciascuno possa fare le proprie valutazioni, è davvero necessario ricorrere ad approfondimenti che non si trovano facilmente sui media comuni, perché tutti (o quasi) eccessivamente impegnati a sostenere la propaganda di parte, imposta dagli editori. Limes, sembrerà strano, è del gruppo editoriale GEDI, eppure ospita interventi fuori dal coro e fornisce approfondimenti di certo interesse comune.

Abbiamo ben capito che la guerra russo-ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022, oltre al trauma del conflitto, porta con sé un fondamentale contesto macroeconomico globale. L’incertezza generale ha portato una diminuzione del tasso di crescita e conseguenze economiche derivanti dalle sanzioni. Italia e Germania, a differenza dei Paesi nordici, hanno una dipendenza dal gas russo inferiore, però sono i maggiori importatori di gas in termini di valore assoluto. La strategia nostrana si basava su esportazioni, anche a danno del consumo interno e degli investimenti, che sono stati minimizzati per implementare la competitività dell’export. Il basso costo del gas russo è stato per anni un fattore portante di questa impostazione italo-tedesca.

Personalità prestigiose come Enrico Mattei (1906-1962), Presidente dell’ENI, cercò buoni rapporti con l’URSS già negli anni ’50, tanto che nel 1969 l’azienda fu tra le prime a firmare un trattato di fornitura energetica con l’Unione Sovietica. L’Italia ha sempre avuto un rapporto commerciale privilegiato con la Russia, finché Mario Draghi ha diminuito i legami commerciali e industriali con la Federazione Russa, addirittura in contrasto con la posizione di Confindustria.

A causa della guerra, provocata nel 2014 dall’Ucraina, sobillata da Stati Uniti e NATO, soprattutto nei territori russofoni del Donbass, al fine di allargare lo spazio vitale a stelle e strisce verso Mosca, corrisponde un incremento dell’inflazione e una diminuzione del potere di acquisto delle famiglie. La guerra colpisce, dopo l’indebolimento prodotto dalla pandemia di Covid-19, soprattutto le piccole imprese, cuore pulsante del Nordest italiano, e lo fa in tre modi: 1) Il venir meno dei mercati russo, bielorusso e ucraino; 2) la perdita dei profitti dovuta al rincaro dell’energia; 3) la gran difficoltà di ottenere credito dalle banche a causa della contingenza incerta.
La Banca europea stima un’inflazione tra tra l’8% e il 15% in un anno e che il numero di imprese a rischio fallimento potrebbe essere stimabile all’interno di una forbice tra il 10% e il 17%. Oltre a questo, deve essere considerato il caos nell’import-export di energia, macchinari, automobili, prodotti chimici, alimentari ed altre merci, oltre al vino di fascia alta, laddove i produttori veronesi, veneti ed italiani temono il crollo degli acquisti da parte dei professionisti russi. Altro settore colpito è quello della ceramica, per la quale l’argilla importata dall’Ucraina rappresentava il 25% di tutti i materiali usati e che ora si trova costretto a diversificare gli approvvigionamenti. Le grandi imprese italiane ed occidentali, dallo scoppio della guerra, hanno abbandonato l’Ucraina.

Più durerà la guerra e più le piccole e medie imprese rimaste sul territorio formeranno dei “blocchi interregionali” in cui molte fasi dell’attività economica saranno delocalizzate in Paesi amici, che condividono lo stesso sistema. Questo processo si chiama “friendsbording”. Gli Stati europei dipendenti dalle esportazioni potrebbero rivolgersi maggiormente al mercato interno, così che si arriverebbe a due blocchi economici: uno incentrato sugli Stati Uniti, l’altro sulla Cina. E’ evidente che più dura la guerra e più saranno difficili i rapporti e le relazioni fra i Paesi. Per questo, poiché l’economia multipolare si sta imponendo sulla globalizzazione, così come oggi conosciuta,sarebbe saggio che sotto la supervisione delle Nazioni Unite i maggiori leader occidentali ed orientali trovassero una via diplomatica, riconoscendo che lo sviluppo dei BRICS è divenuto così importante da poter trattare col blocco occidentale. Senza guerre. Ma con la diplomazia e gli accordi internazionali.

 

QUANTO COSTA DAVVERO ALL’INGROSSO IL GAS CHE ARRIVA IN ITALIA?

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SORPRESA: UN TUBO! RISPETTO ALLE STANGATE CHE CI TROVIAMO IN BOLLETTA, IL PREZZO È QUATTRO VOLTE MENO – IERI IL PREZZO SUL TTF SI È FERMATO A 86 EURO AL MEGAWATTORA, MA ALL’INDOMANI DELLO SCOPPIO DELLA GUERRA HA TOCCATO VETTE ALTISSIME, FINO A 350 EURO AL MEGAWATTORA – IL PREZZO REGISTRATO ALLA DOGANA È DECISAMENTE BASSO: PARTE DA 17,70 EURO AL MEGAWATTORA – PERCHE’ NON SI BLOCCA IL MECCANISMO DEI RIALZI?

Roberta Amoruso e Andrea Bassi per “Il Messaggero

CARO BOLLETTE GASCARO BOLLETTE GAS

Fino ad oggi la domanda è rimasta senza risposta. Quanto costa davvero all’ingrosso il gas che arriva in Italia? Quanto cioè, le compagnie che lo importano e lo vendono in Italia lo pagano effettivamente. E dunque, quanti profitti ricavano?

Del prezzo di vendita ai consumatori ormai si sa tutto. Anche i meno esperti hanno imparato a familiarizzare con il Ttf, la borsa olandese sulla quale ogni giorno vengono contrattati i futures, i prezzi a una determinata data, del gas.

bollette del gasBOLLETTE DEL GAS

I consumatori italiani pagano il gas al prezzo che si forma nella borsa olandese. E lo stesso prezzo incide anche sulle bollette elettriche per il meccanismo (europeo) per cui la materia prima che costa di più fa il prezzo per tutte le altre.

Così se anche in Italia c’è una buona fetta di energia prodotta con le rinnovabili, nelle bollette tutta l’energia consumata viene pagata dai consumatori come se fosse prodotta da una costosissima centrale a gas.

DRAGHI PUTIN GASDRAGHI PUTIN GAS

Ieri il prezzo sul Ttf si è fermato a 86 euro al Megawattora, ma all’indomani dello scoppio della guerra ha toccato vette altissime, fino a 350 euro al Megawattora. Cifre insostenibili per le famiglie e che hanno indotto il governo italiano a intervenire per ben tre volte stanziando 30 miliardi di euro per abbassare il conto energetico delle famiglie e delle imprese. Da tempo Mario Draghi spinge per rompere questo meccanismo. Innanzitutto chiedendo un tetto europeo al prezzo del gas. Fino ad oggi invano.

L’altra strada è quella di legare le tariffe energetiche italiane sempre meno al Ttf e sempre più ai costi reali del gas come stabilito dall’ultimo decreto anti-rincari grazie a un emendamento voluto da Davide Crippa del M5S.

bollette luce gasBOLLETTE LUCE GAS

Già, ma quali sono questi costi reali? Il governo ha dato mandato all’Arera, l’Authority dell’Energia, di acquisire tutti i contratti firmati dalle compagnie energetiche e di analizzarli. Fino ad oggi quei contratti, come detto, erano uno dei segreti meglio custoditi.

Nei prossimi giorni l’Arera dovrà relazionare al ministero della Transizione su quanto scoperto dall’analisi dei contratti. E nel prossimo aggiornamento delle tariffe, quello di luglio, dovrà tenere conto dei prezzi reali del gas e non solo di quelli finanziari che si formano sulla borsa olandese. Cosa c’è scritto in quei contratti non è ancora noto.

bollette luce gasBOLLETTE LUCE GAS

Ma qualche idea di quale sia il prezzo reale della materia prima si può ricavare altrove. Per esempio da un documento della Direzione Energia della Commissione europea di cui si è discusso in un convegno alla Camera nei giorni scorsi organizzato proprio dal deputato M5S Davide Crippa.

IL DOCUMENTO

Nel documento predisposto dagli uffici della Commissione europea vengono indicati i prezzi doganali del gas. In pratica il costo che chi importa il metano dai vari Paesi produttori dichiara alla dogana. Un dato che probabilmente non racconta proprio tutto del costo del gas, ma di sicuro dice molto.

bollette luce gasBOLLETTE LUCE GAS

Il tema era stato affrontato qualche tempo in un’intervista rilasciata al Messaggero, da Marcello Minenna, direttore dell’Agenzia delle Dogane italiana. Il prezzo massimo registrato in entrata del metano nel nostro Paese non ha mai superato i 60 euro. Il documento della Commissione è più preciso.

Al suo interno, infatti, viene dettagliato il prezzo del gas all’ingresso in Italia per ognuno dei tubi che lo trasportano. Prendiamo il metano che arriva da Passo Gries, attraverso il gasdotto Transitgas che trasporta il gas dai giacimenti norvegesi.

bollette luce gas stangataBOLLETTE LUCE GAS STANGATA

Il prezzo registrato alla dogana è decisamente basso: 17,70 euro al Megawattora. Per il gas russo, quello che arriva attraverso il Tarvisio, il prezzo alla dogana risulta essere di 18,96 euro. Il metano algerino trasportato da Transmed e che approda in Sicilia, ha un prezzo doganale di 19,95 euro.

Il gas via tubo più costoso, sempre in base alle bolle doganali, è quello che arriva dai giacimenti di Shah Deniz in Arzebaijan attraverso il Tap, il gasdotto che entra in Italia a Melendugno in Salento.

Il costo di questo gas alla dogana è di 63,3 euro. Il metano leggermente più costoso risulta quello liquefatto, il Gnl (o Lng secondo l’acronimo inglese). In Italia il gas che arriva via nave per alimentare i tre rigassificatori nazionali, è importato secondo i valori doganali, a 41,54 euro.

gasdottoGASDOTTO

I dati sono sicuramente un indicatore. Ma vanno presi con le molle e non è detto che ci sarà un riscontro preciso con quelli contenuti nei contratti trasmessi all’Arera. Di certo però, il valore del Ttf risulterà ben più elevato dei costi reali. Come ha spiegato Minenna nel suo intervento durante il convegno alla Camera, sulla Borsa olandese ha inciso anche la speculazione finanziaria.

E soprattutto una scommessa sbagliata fatta dagli operatori: che il prezzo del gas sarebbe sceso. Invece è salito spiazzando gli investitori, che sono stati costretti a coprire le loro scommesse al ribasso facendo alzare ulteriormente i prezzi di Borsa. E le bollette di imprese e famiglie.

Fonte: DAGOSPIA

SONO LE BANCHE CENTRALI A DETERMINARE IL COSTO DEL DEBITO E NON I MERCATI

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Segnalazione di Pietro Ferrari

ECCO LA DIMOSTRAZIONE

di Primo Gonzaga

( Savona ha ragione. Senza riforma della BCE qualsiasi sforzo è vano)

Due considerazioni semplicissime le cui conseguenze hanno una importanza fondamentale nell’Economia degli stati UE e in questo caso, dell’Italia e della Germania .

Livello microeconomico: un investitore che compra Bund decennali tedeschi (sono l’equivalente del BTP) ogni hanno perde circa 1,5 % del suo capitale. Infatti ha un rendimento dello 0,5% ma l’inflazione in Germania è al 2% e quindi ha un rendimento reale negativo. Al contrario un investitore che compra oggi un BTP a dieci anni guadagna circa 1,4% annuo. Infatti il BTP paga il 2,972% di interesse ma l’inflazione in Italia e del 1.6% . In questo caso il rendimento reale è positivo.

Livello macroeconomico: A livello di stati, ovviamente il ragionamento si inverte, lo Stato Tedesco vede il suo debito ridursi ogni anno per effetto del differenziale negativo tra tassi di interesse e inflazione. Lo Stato Italiano al contrario dovendo pagare un interesse reale positivo vede il suo debito crescere inesorabilmente. Continua a leggere