La Destra di governo: continuità o involuzione?

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di Redazione

Ogni cattolico e persona di buon senso dovrebbe inorridire di fronte al blocco di ogni azione contro la legge 194 sull’aborto. Il Governo più a destra che l’Italia abbia mai avuto sembra non avere il coraggio di abrogare una legge abominevole. In Ungheria la destra è molto più coraggiosa. In alcune zone degli Stati Uniti pure. Addirittura in Israele l’estrema destra si fa sentire in modo molto rumoroso. In Italia, l’impressione è che vi sia una destra ostaggio di alcuni poteri forti, che governa lo status quo, lanciando dei contentini per non essere paragonata del tutto a Draghi.

di Fabio De Maio – La Terra dei Padri

Gli analisti politici ed i media in generale sono piuttosto concordi nel ritenere che l’azione del governo italiano nel drammatico scenario creato dal conflitto  in Ucraina sia in sostanziale continuità con il governo Draghi e che la visione generale della politica estera italiana del governo Meloni  sia la logica prosecuzione dei governi precedenti, soprattutto nell’adesione agli interventi militari e di “ peacekeeping”  della Nato, adesione che l’Italia non ha mai fatto mancare dal 1999(Serbia) al 2004(operazione Antica Babilonia in Iraq) al 2011. Nel 1999 e nel 2011 la partecipazione  italiana fu fondamentale per la concessione delle basi di Aviano e di Sigonella la cui posizione strategica era essenziale per la conduzione di queste operazioni, è quasi  superfluo ricordare che non vi era nessun obbligo dal punto di vista dell’appartenenza all’Alleanza Atlantica, in quanto nessun membro della Nato era minacciato militarmente da terzi; la situazione attuale è comprabile, non vi è nessun automatismo che sancisca la fornitura di armi all’Ucraina ma si tratta di considerazioni politiche e strategiche  esterne ai criteri previsti dal Patto atlantico.

Eppure, se si entra dello specifico delle dichiarazioni e degli interventi del governo italiano, a partire da quelli di Giorgia Meloni, nei vari summit internazionali, si possono notare differenze anche sostanziali rispetto all’approccio comunicativo dei governi precedenti. Nel 1999 Massimo D’Alema che era arrivato alla Presidenza del Consiglio con un colpo di mano parlamentare studiato per defenestrare Romani Prodi e per portare lui a guidare il nuovo governo  , primo ex comunista a ricoprire tale carica, ebbe un approccio “soft” nel motivare la decisione di fornire basi ed aerei per l’attacco alla Serbia, si parlava di intervento necessario per evitare massacri della popolazione civile in Kossovo, di volontà della Comunità Internazionale (anche se la Nato si mosse senza l’avallo ufficiale dell’Onu), di impossibilità dell’Italia di sottrarsi all’impegno con gli alleati, con un pessimismo levantino di fondo sul “destino” dell’Italia e del suo ruolo strategico. Vale anche la pena di ricordare il pudore, venato certamente da una buona dose di ipocrisia, di Armando Cossutta, leader della fazione comunista fuoriuscita dal Prc di Bertinotti, fondamentale per la nascita del governo D’ Alema che durante un’intervista a Porta a Porta finse di restare sorpreso dalla notizia, data in diretta dal conduttore, sulla partecipazione degli aerei italiani al bombardamento di Belgrado, secondo un comunicato emesso dal Ministero della Difesa.

Nel 2011 il governo di Silvio Berlusconi che aveva concluso un importante Accordo di amicizia e cooperazione con Gheddafi due anni prima si trovò al solito  bivio tra l’interesse nazionale e la fedeltà/servilismo atlantici, ci fu un dibattito anche aspro all’interno della maggioranza che lo sosteneva, il Presidente della Repubblica Napolitano ebbe un ruolo fondamentale nel convincere il riottoso Berlusconi ad allinearsi alle richieste degli “alleati”, il Ministro della Difesa  La Russa, capofila degli ultras atlantici dichiarò sospeso il trattato con la Libia, nonostante le clausole dell’accordo non prevedessero sospensioni unilaterali ma solo concordate, a riprova, se mai ve ne fosse bisogno che spesso il Diritto Internazionale è una coperta molto corta che viene tirata da una parte all’altra senza troppe remore.

“Sic transit gloria mundi” fu la frase con cui Berlusconi commentò la notizia della barbara uccisione in diretta televisiva del leader libico Gheddafi che aveva lui stesso ricevuto in pompa magna pochi mesi prima, una cupa confessione dell’impotenza di un leader politico di un paese a sovranità molto limitata e una mesta  rassegnazione anche verso il proprio destino politico che lo avrebbe portato alle dimissioni, pochi mesi dopo che conclusero per sempre la sua esperienza governativa.

La novità della Destra di governo è l’orgoglio e la fierezza con cui vengono motivare le decisioni sulle forniture di armi all’Ucraina che chiaramente preludono ad un intervento diretto che andrà anche oltre il supporto logistico. Giorgia Meloni parla apertamente di difesa dei valori di libertà e democrazia, di Occidente come portatore unico di questi valori che vanno difesi ad ogni costo dall’attacco di coloro che ne rappresentano la negazione, vi è in un certo senso la rivendicazione di tutte le guerre per la democrazia che hanno caratterizzato le politiche atlantiche dal 1989 in poi.

Va anche sottolineato che la destra italiana ed il suo leader hanno in realtà sempre manifestato ammirazione e vicinanza alla  Russia di Vladimir Putin, dichiarandosi spesso vicini alle decisioni prese dalla Russia stessa, in particolare sul teatro siriano, nonostante il fatto che queste decisioni fossero  in contrasto frontale con gli interessi statunitensi che hanno cercato di provocare la caduta di Assad per un decennio, armando ogni sorta di gruppi di terroristi, spacciati spesso per “ribelli moderati”. Del resto la stessa Meloni aveva più volte appoggiato le scelte russe sul teatro ucraino nel periodo post- Maidan, a partire dallo stesso referendum in Crimea svoltosi nel 2014 che ne  sancì il ricongiungimento alla madrepatria.

Ma l’elemento chiave che rappresenta la rottura con il passato è la sconfessione della tradizionale  politica estera italiana della Prima Repubblica, improntata al dialogo con l’Europa dell’Est e con i paesi del Mediterraneo, Giorgia Meloni ha dichiarato testualmente “con la scelta di sostenere l’Ucraina noi possiamo dialogare con i nostri Alleati con pari dignità, noi non siamo più l’italietta  degli accordi sotto banco, la nazione che non mantiene gli impegni e che viene derisa nei consessi internazionali.”

Questa posizione segna una discontinuità reale con decenni di diplomazia “prudente”, bollata di fatto come rinunciataria e senza spina dorsale, non vi è nulla al di fuori del blocco atlantista che rappresenta il nostro immutabile destino, a poco servono i richiami alla figura di Enrico Mattei fatti durante la visita in Algeria, Giorgia Meloni sa perfettamente che Mattei nel dopoguerra  lottò proprio per  affrancare l’Italia dal gioco economico-militare dell’atlantismo e pagò questo suo sforzo realmente patriottico con la vita.

La conversione definitiva della destra italiana in un partito neo-con è arrivata al suo compimento proprio nel momento dell’assunzione delle  responsabilità di governo, del resto nella lotta dura contro il  reddito di cittadinanza, al di là delle evidenti storture attuative, sono evidenti i richiami alla visione dei cosiddetti  Padri fondatori del continente nord americano, in questo Giorgia Meloni ha sostituito egregiamente il Partito Democratico come forza che garantisce un Italia legata a doppio e triplo filo all’Alleanza Atlantica ed al suo dominus americano.

Ora le maschere hanno preso definitivamente forma, nel momento forse più drammatico vissuto dall’Italia dal dopoguerra ad oggi.

Foto: HuffPost

29 gennaio 2023 – fonte: https://www.ideeazione.com/la-destra-di-governo-continuita-o-involuzione/

La Germania del dopo Merkel nel segno della continuità: potenza economica e irrilevanza geopolitica

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

L’eredità del merkelismo
Si è conclusa, senza molti rimpianti per l’Italia, l’era Merkel. In realtà l’eredità di Merkel si identifica con il primato tedesco in Europa e la sua politica è stata improntata alla stabilità politica e alla crescita economica tedesca. Merkel non è stata l’artefice di una nuova dottrina politica né di un modello economico – sociale innovativo: il “merkelismo” può definirsi semmai un pragmatismo che ha comportato l’adeguamento economico e geopolitico della Germania ad un mondo globalizzato in costante trasformazione. Merkel non è stata nemmeno l’artefice di grandi riforme strutturali. Le grandi riforme che hanno determinato la trasformazione del capitalismo inspirato al welfare e alla cogestione in un sistema neoliberista di stampo anglosassone, erano già state realizzate dal suo predecessore socialdemocratico Schroeder, mediante i 4 piani Hertz dal 2003 al 2005. Merkel ha poi dato attuazione a tale processo di riforme di stampo neoliberista, generando una crisi identitaria della socialdemocrazia tedesca forse irreversibile.
Merkel nei 16 anni di cancellierato ha realizzato la fuoriuscita dal nucleare della Germania, ha abolito la leva obbligatoria, ha iniziato il processo di riconversione energetica, ha approvato la legge che consente i matrimoni omosessuali, ha istituito il salario minimo, ha realizzato il pareggio di bilancio, ha accolto un milione di rifugiati siriani e sviluppato enormemente i rapporti economici con la Cina, che è divenuta suo primo partner commerciale.
Certo è che Merkel nel 2005 ereditò una Germania in una profonda crisi, in cui si dibatteva dai tempi della riunificazione, ma che conseguì rapidamente una rilevante crescita che dimezzò la disoccupazione e fece lievitare il Pil pro – capite al livelli pari al doppio di Gran Bretagna, Francia e Giappone. La Germania di Merkel ascese rapidamente al rango di potenza economica mondiale.
Ma tale vorticoso sviluppo fu realizzato attraverso il cambio fisso istauratosi con l’unificazione monetaria, che determinò enormi surplus della bilancia commerciale, a danno dei paesi europei più deboli, costretti a ricorrenti svalutazioni interne ed alle politiche di austerity imposte dalle regole di bilancio istituite dal patto di stabilità, con conseguenti tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni devastanti che hanno comportato la destrutturazione industriale degli stati. La Germania inoltre, con l’adozione dell’euro, ha potuto giovarsi nelle esportazioni verso i paesi extra – UE di un rapporto di cambio assai competitivo, dato che la quotazione dell’euro nei mercati finanziari (risultante dall’andamento complessivo delle economie dei paesi dell’Eurozona), era sottovalutata, cioè assai inferiore rispetto a quella che avrebbe avuto il marco in presenza dell’alto livello di surplus commerciale ottenuto dall’export tedesco. Aggiungasi inoltre, che i surplus commerciali tedeschi intra – UE furono realizzati in aperta violazione delle regole del patto di stabilità europeo. Ma la Germania non fu mai sanzionata dalle autorità europee, data la posizione preminente da essa assunta nelle istituzioni comunitarie.
Il “Merkentilism” europeo: un pangermanesimo finanziario
Il primato tedesco nella UE ha creato una Europa strutturata su un modello inspirato al rigore finanziario, che ha anteposto gli equilibri di bilancio allo sviluppo e agli investimenti. Successivamente alla crisi del 2008 infatti, la ripresa europea si è dimostrata assai più fragile e limitata rispetto agli USA e alla Cina. La stessa crescita della Germania non ha avuto un ruolo trainante per le economie degli altri paesi europei. Al contrario, allo sviluppo della Germania e dei paesi satelliti del nord, ha fatto riscontro la recessione/stagnazione dei paesi del sud dell’Europa.
Il modello mekeliano assunto dalla UE potrebbe essere definito come un “pangermanesimo finanziario”, in quanto il primato della Germania non ha coinvolto nella crescita le economie degli altri paesi, ma semmai ne ha espropriato le risorse economiche ed umane e, mediante il meccanismo del debito, ha profondamente inciso sulla stessa sovranità politica degli stati del sud.
Il ruolo dominante assunto dalla Germania in Europa ha comportato l’imposizione di un rigore finanziario dagli effetti devastanti. Nella vicenda della crisi del debito greco, la rigidità della linea Merkel fu attenuata solo dalla prospettiva della crisi in cui sarebbero incorse le banche tedesche, francesi ed olandesi (che avevano peraltro sciaguratamente erogato finanziamenti senza copertura adeguata), in caso di default della Grecia. Grecia che fu tuttavia sottoposta ad una politica di austerity dagli effetti sul piano economico – sociale tuttora perduranti. Il modello Merkel in Europa ha generato una perenne conflittualità intereuropea ed ha contribuito ad accrescere enormemente sia le diseguaglianze politiche tra gli stati che le diseguaglianze sociali all’interno degli stati membri della UE.
La Germania nella UE ha anteposto l’espansione economica tedesca alle politiche di solidarietà tra gli stati e al rispetto dei diritti umani. Gli interessi governativi (anche elettorali) degli stati dominanti (Germania e satelliti, unitamente alla Francia), hanno prevalso sulla natura sovranazionale della UE. La Germania ha condotto una politica di espansione economica nei paesi dell’ex Patto di Varsavia, messa in atto mediante delocalizzazioni industriali e acquisizioni delle strutture produttive di quei paesi. I paesi dell’est europeo sono divenuti membri della UE, nella prospettiva di accedere alla Nato. Pertanto, oggi tali paesi sono dipendenti dagli USA dal punto di vista sia energetico che strategico – militare. Essi infatti ospitano centinaia di basi militari Nato disseminate lungo i confini orientali in aperta ostilità nei confronti della Russia. La posizione filo – americana assunta dai paesi dell’est Europa pertanto rappresenta un ostacolo permanente nei rapporti tra la Russia e l’Europa. Inoltre si sono evidenziati nel tempo palesi contrasti tra tali paesi e le istituzioni della UE. La condizione di protettorato economico tedesco ha impedito spesso l’irrogazione di sanzioni da parte della UE nei confronti di tali paesi riguardo alle violazioni delle normative europee in tema di diritti umani e dumping industriale. Non a caso la politica di Merkel è stata definita “Merkentilism”.
L’accoglienza di un milione di profughi siriani in Germania nel 2015, si rivelò, oltre che una misura umanitaria, anche una manovra economicamente vantaggiosa, in quanto fu importata manodopera a basso costo da impiegare nell’industria tedesca. Inoltre, la successiva chiusura all’ondata migratoria fu effettuata mediante l’erogazione di rilevanti finanziamenti alla Turchia di Erdogan, perché questi trattenesse sul proprio territorio i migranti. Il patto con Erdogan ha dotato quest’ultimo di una micidiale arma di ricatto politico cui è tuttora esposta l’Europa. Per quanto concerne i flussi migratori dal Mediterraneo cui è invece esposta l’Italia, la UE si è contraddistinta per il suo palese disinteresse.
La Germania, tra potenza economica e irrilevanza geopolitica
Con le elezioni tedesche e il cambiamento della compagine governativa che inevitabilmente si verificherà, è da prevedere che la politica tedesca non subirà mutamenti rilevanti rispetto alla linea Merkel. La Germania infatti nell’era Merkel ha sempre riaffermato la propria fedeltà al patto atlantico, mantenendo lo scudo militare americano. La Germania inoltre è in buoni rapporti con la Russia in virtù della dipendenza energetica. Assai rilevanti sono inoltre le sue relazioni economiche con la Cina, che è divenuta suo primo partner commerciale.
Occorre tuttavia osservare che la subalternità della Germania e dell’Europa agli USA, in virtù del patto atlantico, ha comportato negli ultimi 20 anni il loro coinvolgimento nelle guerre espansionistiche americane in Iraq, Afghanistan e altre ancora, condividendone peraltro anche gli esiti fallimentari. Per non parlare poi dei danni per gli investimenti europei scaturiti dalle sanzioni imposte dagli USA a seguito degli embarghi commerciali nei confronti di Iran e Russia.
Oggi assistiamo ad un mutamento profondo delle prospettive geopolitiche americane e pertanto, la politica tedesca ed europea appare inadeguata dinanzi ai mutati orizzonti della nuova geopolitica mondiale. La Germania e l’Europa hanno delegato la propria difesa alla Nato, ma la politica di disimpegno americano in Europa è ormai evidente. Gli USA hanno comunque manifestato la loro aperta contrarietà a qualunque progetto di difesa comune europea. Infatti, la creazione di un esercito comune europeo non sarebbe compatibile con l’appartenenza dell’Europa alla Nato, la cui politica di contenimento della Russia non è conciliabile con gli interessi economici e geopolitici europei.
La Germania è una potenza economica, ma è del tutto irrilevante dal punto di vista geopolitico. Nelle sedi istituzionali europee si manifesta costantemente l’esigenza di una sovranità geopolitica unitaria dell’Europa, unitamente ad una autonomia tecnologica europea. Ma il popolo tedesco, così come i suoi leader, si è sempre dichiarato refrattario a qualsiasi prospettiva di politica di potenza. Il limbo geopolitico in cui giace la odierna Germania, quale garanzia di benessere e sicurezza, rende la Germania paragonabile ad una sorta di grande Svizzera, ricca, solida, ma irrilevante. Tale ignavia tedesca è peraltro avallata dagli USA. Così si esprime Federico Fubini sul “Corriere della Sera” a tal riguardo: “C’è però una domanda che i politici non sembrano porsi: e se noi non volessimo? Se la società tedesca, quella italiana e dei principali Paesi europei in realtà avesse come modello la Svizzera? La conosciamo, la Svizzera: una democrazia solida, una civiltà secolare, aperta, dinamica. E irrilevante. Gode dei benefici della globalizzazione senza essere realmente coinvolta negli affari del mondo. E se i tedeschi volessero diventare sulla scena internazionale, con tutti noi, ciò che la Svizzera è per l’Europa?”.
E’ però assai improbabile che la “introversione tedesca”, (così definita da Dario Fabbri su “Limes”), possa avere una continuità nel prossimo futuro, dinanzi alle trasformazioni della attuale geopolitica globale, al di là della volontà dei leader e dell’elettorato tedesco. I profondi mutamenti della strategia geopolitica americana impongono scelte a cui né la Germania né l’Europa potranno sottrarsi. Gli USA hanno intrapreso una strategia globale di contenimento nei confronti della Cina e della Russia. Le strategie americane sono concentrate attualmente nel Pacifico. Il recente patto di sicurezza trilaterale concluso tra Australia, Regno Unito e USA (AUKUS), quale alleanza militare atta a contrastare l’influenza della Cina nella regione indo – pacifica, ha escluso la Nato, la cui funzione, pur essendo destinata al contenimento della Russia, è divenuta secondaria.
Inoltre gli USA vogliono imporre a Germania e UE un drastico ridimensionamento dei rapporti commerciali con la Cina e contrastare la dipendenza energetica europea dalla Russia. E’ evidente che la Germania non potrà rinunciare alle migliaia di miliardi di investimenti nei rapporti con la Cina, né potrà fare a meno delle forniture energetiche russe. Non esiste però una strategia tedesca o europea atta contrastare l’egemonia americana.
La Germania versa quindi in una condizione di inferiorità. La politica della non – scelta (ideologicamente camuffata dal pacifismo retorico e dal conformismo ambientalista dilaganti), e la subalternità sia militare che tecnologica europea nei confronti degli USA ha condannato la Germania e l’Europa alla marginalità, alla irrilevanza geopolitica.
Il fallimentare esito della politica di rigore finanziario tedesco imposto all’Europa si manifesta in tutta la sua evidenza nella carenza di investimenti nella innovazione tecnologica e nella ricerca scientifica. La pandemia ha evidenziato le carenze strutturali europee. L’Europa si è rivelata dipendente dalla tecnologia americana e cinese nell’era dell’avvento della rivoluzione digitale e della riconversione ambientale, oltre che del tutto inadeguata nel campo della ricerca, dato che non è stata in grado di implementare autonomamente la produzione di un proprio vaccino anti – covid, con conseguente dipendenza dalle importazione dei vaccini prodotti negli USA.
Torna l’austerity?
Il nuovo governo tedesco (probabilmente una coalizione formata da SPD, Verdi e Liberali), sarà meno estremista riguardo alla politica di austerity? Occorre comunque rilevare che l’opinione pubblica tedesca (esclusa la minoranza della Linke), è in larga maggioranza favorevole alla politica di rigore finanziario della Merkel ed avversa ad ogni meccanismo di mutualizzazione del debito nella UE. Merkel, già contraria alla istituzione degli Eurobond e fanatica sostenitrice del mito del pareggio di bilancio, con un pragmatismo imposto dalla crisi pandemica, ha consentito al varo del NGEU, alla creazione cioè di un debito comune. Tuttavia il NGEU è una misura eccezionale e temporanea, non destinata quindi a divenire strutturale, come invece è avvenuto negli USA. Tale orientamento pregiudicherà nel tempo la crescita e la competitività europea negli confronti degli USA e delle altre potenze economiche del mondo.
Il patto di stabilità, è stato sospeso, così come il Fiscal Compact, ma certamente non saranno abrogati e nemmeno vedrà la luce la loro necessaria riforma. Anzi, la Germania e i suoi satelliti hanno più volte espresso l’esigenza di un rapido ripristino di tali normative di rigore finanziario. Tuttavia, ogni decisione in merito è stata al momento rinviata. Certo è che il ritorno dell’austerity stroncherebbe sul nascere la ripresa europea. I socialdemocratici, già per 16 anni alleati di governo di Merkel, non si sono mai espressi per un cambiamento di indirizzo. Sul possibile ritorno dell’austerity, in una intervista di Franco Bechis su “il sussidiario.net” così si è espresso Giulio Sapelli: “Temo di sì. Nessun partito nel suo programma ha promesso di rinegoziare i trattati, tranne la Linke, che però è contro la Nato e non è spendibile per la causa. Gli altri sono per lo status quo. Un nuovo fallimento della socialdemocrazia tedesca. Il primo fu il sì al referendum sulla riunificazione. Oggi il suo riscatto passa da una lenta e graduale uscita dalla deflazione secolare, ma nessuno ha il coraggio di intestarsela”.
Nella nuova coalizione governativa vi sono i liberali, ed il “falco” Christian Lindner, designato come futuro ministro dell’economia, reclama una riforma che renda ancor più rigida la normativa del patto di stabilità. E’ comunque impensabile che, al di là del colore politico dei governi, la Germania rinunci al suo ruolo dominante nella UE e al rigore finanziario, quale strumento di dominio.
Occorre inoltre rilevare che i fondi del NGEU non sono stati ancora erogati che in minima parte e pertanto, è prevedibile l’accentuarsi della rigidità tedesca riguardo alle garanzie e alle condizionalità dei finanziamenti. Eventuali restrizioni nell’erogazione dei fondi del NGEU e la più volte paventata riduzione delle emissioni di liquidità da parte della BCE determinerebbero, oltre che l’implosione della UE, anche il crollo del sistema industriale dell’Italia, della Spagna e perfino della stessa Francia. La conflittualità intraeuropea si accentuerà, ma l’interdipendenza tra le economie europee è comunque necessaria al sussistere del primato tedesco.
Il limite della potenza tedesca consiste proprio nel suo assoluto unilateralismo, che preclude ogni evoluzione del processo di unificazione europea in senso democratico e solidale. Tale unilateralismo peraltro, potrebbe alla lunga provocare una crisi sistemica della Germania stessa dagli esiti imprevedibili.
La Germania e la crisi della democrazia in Occidente
Le elezioni tedesche, oltre a rappresentare la conclusione dell’era Merkel, hanno determinato la anche la fine di un sistema politico caratterizzato dal sostanziale bipolarismo CDU/CSU – SPD. Analogamente a tutti i paesi dell’Occidente, il quadro politico tedesco emerso dalle ultime elezioni si presenta frammentato. Un governo di coalizione (SPD – Verdi – Liberali), è per la Germania una prospettiva del tutto inedita. Si tratterà quasi certamente di un governo debole, scaturito da mediazioni e compromessi nella sua linea politica.
La Germania, così come tutto l’Occidente, sono da tempo afflitti da una crisi di governabilità e rappresentatività della classe politica.
La Germania dell’era Merkel è stata governata da ampie coalizioni di unità nazionale e nel corso dei 16 anni di cancellierato, sono esplosi vari scandali eclatanti, quali il Dieselgate, Deutsche Bank, Wirecard e Siemens, che rivelarono le occulte coperture governative nei confronti del sistema finanziario e industriale tedesco. La classe politica e l’economia tedesca sono più volte incorse in gravi crisi di credibilità internazionale.
In realtà, tali governi di unità nazionale (e l’attuale governo Draghi in Italia ne è un esempio paradigmatico), rappresentano la fine della dialettica democratica che si articola nel confronto / scontro tra maggioranze ed opposizioni. Ma soprattutto i sistemi liberaldemocratici, sono afflitti da una profonda crisi di rappresentatività, data la devoluzione di larga parte della loro sovranità economica e politica ad organismi tecnocratico – finanziari sovranazionali, che impongono le loro direttive indipendentemente dal consenso popolare e dal confronto politico democratico. Il deficit di democrazia in Occidente è identificabile con l’assenza di partecipazione politica e la governabilità degli stati è sempre più precaria e incerta.
E’constatabile in Germania come in quasi tutta l’Europa l’accentuarsi del regionalismo, quale espressione della prevalenza degli interessi locali su quelli nazionali, dato il divario di sviluppo e di benessere esistente in ogni stato tra le varie regioni. Il regionalismo è un elemento di dissoluzione degli stati. Tale fenomeno, già evidente in paesi come la Spagna e la Gran Bretagna (che già sono in avanzato stato di decomposizione), potrebbe estendersi al punto da determinare lo smembramento di molti stati europei. Il virus secessionista delle piccole patrie regionali, con l’erosione delle unità nazionali degli stati, potrebbe condurre alla dissoluzione di una Europa, che anziché rappresentare un’ideale di unità tra i popoli e tra gli stati, ha generato essa stessa i germi della sua decomposizione.