“Colombo è uomo nostro” (Leone XIII)
Segnalazione del Centro Studi Federici
Segnalazione del Centro Studi Federici
di Marcello Veneziani
Ero ieri a Genova e ho visto rientrare mestamente, dopo alcuni secoli, Cristoforo Colombo con le sue malconce caravelle, le sue tre sorelle molto navigate. È stato espulso dagli Stati Uniti perché considerato ormai persona non gradita, senza permesso di soggiorno, aggressivo, imperialista e colonialista.
Dopo un secolo e mezzo di celebrazioni del Columbus day, c’è qualcosa di nuovo nell’aria. C’erano già state brutte avvisaglie contro di lui negli ultimi anni: contestazioni, cancellazioni, statue di Colombo abbattute e imbrattante; alla furia anticolombiana si era accodato perfino il sindaco di New York, il pessimo Bill De Blasio, pur essendo figlio di emigrati italiani. Ora pure il rintronato Joe Biden, per assecondare i radical, i progressisti e le popolazioni di colore, ha avuto una pensata di quelle memorabili: ha furbescamente anticipato il Colombous day al giorno prima, l’11 ottobre, magari come preludio alla sua soppressione; e ha deciso di sovrapporre a quella ricorrenza la celebrazione dell’ “Indigenous People’s Day”, giorno in cui celebrare i popoli indigeni.
Non dirò che è un affronto alla civiltà occidentale, cristiana, alla storia e alla cultura italiana, europea e statunitense, sarebbe fiato sprecato. E poi so che quella conquista fu una violenza e una violazione di popoli e territori, lo zelo missionario s’intrecciò all’impeto colonialista e dominatore. Ho sempre nutrito rispetto, e anche affetto, per i nativi americani, per la loro fierezza, il loro attaccamento alla terra e alle loro tradizioni, la loro difficoltà di modernizzarsi, la loro refrattarietà al consumismo americano. Magari sarebbe stato saggio rifare i conti con la storia e onorare i nativi con una giornata dedicata a loro. Ma senza cancellare il giorno di Colombo, perché la storia non si cancella, perché se esistono gli Usa lo devono a lui (e magari ad Amerigo Vespucci), perché la civiltà cristiana, con le sue luci e le sue ombre non può essere espettorata come un catarro. E perché in quella festa si ricorda un altro popolo, quello degli europei e in primis degli italiani che andarono a vivere e lavorare negli Usa.
Però, visto che la demenza della cancel culture ha raggiunto pure la Casa Bianca e le istituzioni cittadine, avrei una proposta da farvi. Visto che Colombo vi sta sullo stomaco, restituite l’America agli indios, ai nativi. E voi tornate alle vostre terre d’origine. Il sindaco De Blasio ha da scegliere tra Grassano e Sant’Agata dei goti, da cui proveniva la sua famiglia, e sperare di fare l’assessore in uno di questi due comuni. E Biden può tranquillamente lasciare la Casa Bianca al pronipote di Toro Seduto, e il Pentagono agli Apache o ai Cheyenne.
Nella scoperta dell’America la comunità italiana negli Stati Uniti festeggia l’ardito navigatore genovese che non viaggiò solo dall’Europa all’America, ma dal Medioevo alla modernità e portò a compimento il sogno dell’Ulisse dantesco di varcare le mitiche Colonne d’Ercole, senza naufragare. Il mondo nuovo nacque con lui, pur antico e misterioso navigatore genovese. Quel Colombo fu per milioni di italiani emigrati negli Stati Uniti il loro Patrono, la loro carta di credito, il loro primo vero passaporto per non sentirsi intrusi in America.
Peraltro quest’odio verso Colombo non è coltivato dagli indios ma dagli idiots, i cretini progressisti americani; stanno stracciando simbolicamente i loro certificati di battesimo e le loro origini europee, preferiscono sentirsi figli di nessuno e di madre ignota, che da noi un tempo si scriveva “figli di mignotta”. A loro naturalmente si accodano i corrispettivi italici. “Idioti di tutto il mondo unitevi, contro la vostra storia e la vostra civiltà”.
Al loro fianco, però, si profila un’altra fazione di cretini radical che vorrebbe redimere Colombo considerandolo il primo degli emigrati italiani in America, una specie di Santo Protettore dei migranti. Non si rendono conto, gli uni e gli altri, che Colombo era un esploratore, un navigatore, per conto di un impero e di una regina, non era un emigrato o un rifugiato; non cercava accoglienza e benessere ma portava la civiltà e la cristianità (Cristoforo vuol dire proprio portatore di Cristo); e portava l’impero castigliano, le missioni e il colonialismo. Inclusi i soprusi e i massacri.
Voi che detestate Colombo, pensate come sarebbe stato il mondo se avessero dato all’America non il nome ma il cognome del navigatore fiorentino? Me lo sono sempre chiesto. Pensate, gli Stati Uniti di Vespuccia. Sarebbe mai diventata una superpotenza mondiale, avrebbe mai conquistato la terra e la luna e colonizzato i costumi del pianeta un Paese dedicato al diminutivo di un insetto? A chi avrebbero fatto paura i vespuccini, come avrebbero potuto imporre al mondo il vespuccian way of life? I vespuccini non avrebbero sofferto di gigantismo, come invece gli americani, e nemmeno di obesità; ma di nanismo, anzi di più, di insettismo e sarebbero passati inosservati o al più considerati molesti.
La loro bandiera sarebbe a strisce gialle su fondo nero, perché come spiegano le enciclopedie «i vespidi hanno strisce gialle su corpo bruno» (da cui Bruno Vespa). Il loro ronzio non avrebbe avuto risonanza mondiale, sarebbe bastato un buon insetticida per tenerli lontani dall’Europa; e i pellerossa sarebbero ancora i signori della loro terra. Nei dizionari non starebbero alle prime pagine come impone il loro sontuoso nome America; ma relegati in fondo, tra Vespasiano, l’imperatore dei gabinetti, e la Vispa Teresa, cacciatrice di farfalle. In fondo se lo stanno meritando.
MV, La Verità (12 ottobre 2021)
Fonte: http://www.marcelloveneziani.com/articoli/colombo-gli-indiosi-e-gli-idiots/
di Leone Grotti
Fonte: Tempi
Ateo, anticlericale, edonista, Michel Onfray ha pubblicato un nuovo libro, L’arte di essere francese, nel quale afferma di riconoscersi nelle «radici cristiane» della Francia, sostenendo la necessità di difenderle. Il suo non è certo un libro apologetico, quanto l’ultimo atto d’orgoglio di un intellettuale sul Titanic «nel momento in cui il capitano ha annunciato che la nave affonderà. Gridare non serve a nulla, l’unica cosa che resta è affondare con eleganza. Ora che la nave comincia a sprofondare, voglio morire vivendo», afferma in un bella intervista a Le Figaro.
La denuncia del postumanesimo
La nave che affonda è, appunto, quella della civiltà giudaico-cristiana, con la sua storia gloriosa e la sua tradizione intellettuale di primo piano (Montaigne, Cartesio, Rabelais , Voltaire, Marivaux, Hugo). I flutti che la stanno affondando sono quelli di una nuova civiltà «postumanista», dalla quale Onfray prende le distanze pur ammettendone l’ineluttabilità. Una nuova civiltà «che nessuna etica o morale potrà fermare», fatta di «intelligenza artificiale che crea chimere uomo-animale, che commercializza la vita (riferimento alla legge di bioetica di prossima approvazione in Francia, ndr), fondata sull’ideologia “woke” e che costituisce una barbarie». Una barbarie, per Onfray, inevitabile e alle porte.
Davanti a questo nuovo paradigma, «ovviamente rimpiango la civiltà giudaico-cristiana e per il momento mi batto per essa». Anche perché nella nuova era postumana non ci sarà più posto per Rabelais, che amava raccontare l’uomo nella sua carnalità, mentre oggi viene esaltato «un corpo senza carne, senza grasso, senza colesterolo, senza trigliceridi, senza zucchero, senza sesso, senza sangue, senza tabacco – ma con l’hashish e la cocaina. Rabelais magnificava il corpo naturato, mentre quest’epoca lavora per l’avvento di un corpo denaturato».
Morta la ragione, restano le opinioni
Non ha futuro neanche Cartesio, con la sua «priorità data alla ragione per costruire una verità, mentre la nostra epoca privilegia le emozioni, i sentimenti per produrre opinioni spacciate come grandi verità», continua il filosofo. Nell’epoca del #MeToo, Marivaux «sarebbe denunciato come maiale e violentatore, esposto alla vendetta popolare». Hugo «passerebbe invece per sovranista, populista, demagogo e nazionalista. Voltaire sarebbe chiuso in una Bastiglia digitale, crocifisso sui social. Le sue opere, piene di antisemitismo, misoginia, fallocrazia, omofobia e islamofobia, sarebbero virtualmente bruciate. Nessuno pubblicherebbe oggi un solo rigo di ciò che ha scritto».
Ed è proprio perché, nel suo impareggiabile quanto insincero pessimismo, ritiene che la civiltà sia ormai destinata ad affondare per fare spazio a una «nuova barbarie» che Onfray scrive il suo L’arte di essere francese. Perché «coloro che vivranno più di me questo crollo dantesco della nostra civiltà dispongano almeno di un utile cordiale». Ma anche offrire un cordiale all’uomo contemporaneo, in fondo, è un atto “controrivoluzionario” di speranza e di resistenza.

Un articolo magistrale di chi cattolico non è, ma giunge con l’osservazione della realtà, la ragione e la cultura, a descrivere la verità. (n.d.r.)
di Marcello Veneziani
La civiltà cristiana ha oggi tre nemici: l’invasione islamica, il materialismo ateo e la chiesa di Bergoglio. In modi e gradi differenti stanno sradicando dalla nostra vita il seme della cristianità, il legame coi suoi simboli, con la sua fede e la sua tradizione. Detestano ogni tentativo di dare visibilità e centralità al messaggio cristiano, non sopportano il crocifisso nei luoghi pubblici, s’indignano se qualcuno si pone il problema di salvaguardare il suo spazio vitale, le sue città, i suoi riti e le sue liturgie.
I primi vogliono sostituire una religione che avvertono declinante con la loro e sottomettere la cristianità all’Islam. Il secondo vuol cancellare ogni traccia di spiritualità e di presenza religiosa dall’orizzonte pubblico per ridurre l’uomo alle sue voglie e al suo egoismo. La terza vuole ridurre la civiltà cristiana a luogo d’accoglienza, corridoio umanitario, fino a perdere ogni traccia vivente di cristianità. Il primo viene dal basso, dal sud del mondo, dai barconi e dalle ong. Il secondo scende dall’alto, dalle grandi fabbriche d’ateismo e di nichilismo che si annidano nei media, nella società dei consumi, nei santuari della finanza e dell’ideologia. Continua a leggere
della dott.ssa Silvana De Mari
Abbiamo buttato via il posto di figlio di Dio per diventare un bambino all’orfanotrofio… ripartiamo dal rosario
Ha spiegato Konrad Lorenz, in Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, che una civiltà è come un ecosistema. Quando si sopprime qualcosa in un ecosistema, qualcosa che sembrava inutile o irrazionale o dannoso, si possono ottenere catastrofi assolutamente inaspettate, completamente involontarie e deliziosamente irreversibili. Una civiltà è come un arazzo: si taglia in un punto un filo e mezzo arazzo si disfa.
Come diceva la buonanima di Chesterton, prima di tirare giù una palizzata, poniti il problema del perché è stata costruita. Forse è vero che ormai è inutile, ma potrebbe anche non esserlo, quindi questa domanda fattela, e comincia a dirti subito che se l’unica risposta che ti viene in mente è che tu sei sicuramente molto più intelligente dei tuoi antenati che erano cretini, quella risposta è sbagliata.
Una civiltà si è formata nell’arco di secoli e tutti i tasselli hanno un senso.
Con questo non voglio dire che le società devono restare immobili e sempre identiche a se stesse, altrimenti abbiamo le terrificanti civiltà circolare dove tutti fanno sempre le stesse cose. L’operazione, però, fatta con l’Illuminismo prima e con il ’68 poi – ovvero di denigrare e rinnegare la religiosità, il mito, il rito, senza nemmeno chiedersi per quale necessità siano nati, quali erano tutti i loro significati e vantaggi, senza nemmeno avere un dubbio che un significato e un vantaggio da qualche parte ci fossero – è stata un suicidio. Faccio u discorso assolutamente laico, che ha valore anche per i non credenti. Continua a leggere
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