Ecco la nuova valuta di riserva globale basata sulle risorse

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Si sta formando una nuova realtà: il mondo unipolare sta irrevocabilmente diventando un ricordo del passato, al suo posto sta prendendo forma un mondo multipolare

di Pepe Escobar
strategic-culture.org

È stato qualcosa da vedere. Dmitri Medvedev, ex presidente russo, atlantista impenitente, attuale vice presidente del Consiglio di sicurezza russo, ha deciso di parlare fuori dai denti in uno sfogo che ha eguagliato l’esordio in combattimento del signor Khinzal, che aveva causato stupore e un palpabile shock in tutto il NATOstan.

Medvedev ha detto che le “infernali” sanzioni occidentali non solo non sono riuscite a paralizzare la Russia, ma si stanno invece “ritorcendo contro l’Occidente come un boomerang.” La fiducia nelle valute di riserva sta “svanendo come la nebbia del mattino” e abbandonare il dollaro USA e l’euro non è più irrealistico: “L’era delle valute regionali sta arrivando.”

Dopo tutto, ha aggiunto, “non importa se lo vogliono o no, dovranno negoziare un nuovo ordine finanziario (…) E allora l’ultima parola sarà di quei Paesi che hanno un’economia forte e avanzata, finanze pubbliche sane e un sistema monetario affidabile.”

Medvedev ha rilasciato la sua succinta analisi anche prima del D Day – questo giovedì, la data stabilita dal presidente Putin, dopo la quale i pagamenti per il gas russo da parte delle “nazioni ostili” saranno accettati solo se in rubli.

Il G7, prevedibilmente, ha assunto una posizione (collettiva): noi non pagheremo. “Noi” significa i 4 che non sono grandi importatori di gas russo. “Noi,” inoltre, significa l’Impero della Menzogna che detta le regole. Per quanto riguarda i rimanenti 3, che saranno in gravi difficoltà, non solo sono grandi importatori ma sono anche le nazioni sconfitte della Seconda Guerra Mondiale – Germania, Italia e Giappone, ancora, de facto, territori occupati. La storia ha l’abitudine di giocare scherzi perversi.

Il diniego non è durato a lungo. La Germania è stata la prima a cedere – anche prima che gli industriali, dalla Ruhr alla Baviera, inscenassero una rivolta di massa. Scholz, il patetico cancelliere, ha chiamato Putin, che ha dovuto spiegare l’ovvio: i pagamenti dovranno essere effettuati in rubli perché l’UE ha congelato le riserve in valuta estera della Russia – in una rozza violazione del diritto internazionale.

Con pazienza taoista, Putin ha anche espresso la speranza che questo non rappresenti un deterioramento dei termini contrattuali per gli importatori europei. Gli esperti russi e tedeschi dovrebbero riunirsi e discutere i nuovi termini.

Mosca sta lavorando ad una serie di documenti che definiscono il nuovo accordo. Essenzialmente, questo stabilisce che niente rubli, niente gas. I contratti diventano nulli una volta che si viola la fiducia. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno rotto accordi legalmente vincolanti con sanzioni unilaterali e, in più, hanno confiscato le riserve estere di una nazione – nucleare – del G20.

Le sanzioni unilaterali hanno reso dollari ed euro senza valore per la Russia. L’isteria non porta da nessuna parte, la questione sarà risolta – ma alle condizioni della Russia. Punto. Il Ministero degli Esteri aveva già avvertito che il rifiuto di pagare il gas in rubli avrebbe portato ad una grave crisi di mancati pagamenti e fallimenti a livello globale, una reazione a catena infernale di transazioni bloccate, congelamento di beni collaterali e chiusura di linee di credito.

Quello che accadrà dopo è parzialmente prevedibile. Le aziende dell’UE riceveranno la nuova serie di regole. Avranno tempo per esaminare i documenti e prendere una decisione. Quelle che diranno “no” saranno automaticamente escluse dal ricevere forniture dirette di gas russo – con tutte le conseguenze politico-economiche del caso.

Ci sarà qualche compromesso, naturalmente. Per esempio, parecchie nazioni dell’UE accetteranno di usare i rubli e aumenteranno le loro acquisizioni di gas in modo da poter rivendere il surplus ai loro vicini e ottenere un profitto. E alcune potrebbero anche decidere di comprare gas al momento sul mercato spot.

Quindi, la Russia non sta imponendo un ultimatum a nessuno. Il tutto richiederà tempo – è un processo in corso. Con anche qualche azione secondaria. La Duma sta contemplando l’estensione del pagamento in rubli ad altri prodotti essenziali – come petrolio, metalli, legname, cereali. Dipenderà dalla voracità collettiva dei chihuahua dell’UE. Tutti sanno che la loro incessante isteria può tradursi in una colossale rottura delle catene di approvvigionamento in tutto l’Occidente.

Ciao ciao oligarchi

Mentre le classi dirigenti atlantiste sono andate completamente fuori di testa, ma rimangono ancora concentrate sulla lotta fino all’ultimo Europeo per estrarre ogni residua, palpabile ricchezza dell’UE, la Russia sta mantenendo i nervi saldi. Mosca, infatti, è stata abbastanza indulgente, evocando lo spettro della mancanza di gas in primavera, invece che in inverno.

La Banca centrale russa ha nazionalizzato i guadagni in valuta estera di tutti i principali esportatori. Non c’è stato nessun default. Il rublo continua a salire – e ora è ritornato, più o meno, alle quotazioni antecedenti l’operazione Z. La Russia rimane autosufficiente dal punto di vista alimentare. L’isteria americana su una Russia “isolata” è ridicola. In tutta l’Eurasia ogni attore che conta – per non parlare degli altri 4 BRICS e praticamente tutto il Sud globale – non ha demonizzato e/o sanzionato la Russia.

Come bonus extra, probabilmente l’ultimo oligarca in grado di influenzare Mosca, Anatoly Chubais, non c’è più. Chiamatelo un altro epocale trucco storico: l’isteria sanzionatoria occidentale ha, di fatto, smembrato l’oligarchia russa – il progetto preferito di Putin fin dal 2000. E questo implica il rafforzamento dello stato russo e il consolidamento della società russa.

Non conosciamo ancora tutti i fatti, ma possiamo affermare che, dopo anni di attenta valutazione, Putin ha deciso veramente di rischiare il tutto per tutto e rompere la schiena all’Occidente – usando quella triade (l’imminente guerra lampo nel Donbass, i laboratori statunitensi di armi biologiche, il progetto ucraino di armi nucleari) come casus belli.

Il congelamento delle riserve estere doveva essere previsto, soprattutto perché la Banca centrale russa aveva aumentato le proprie riserve di titoli del Tesoro USA fin dal novembre dello scorso anno. Poi c’è la seria possibilità che Mosca possa accedere a riserve estere “segrete” offshore – una matrice complessa costruita con l’aiuto di insider cinesi.

L’improvviso passaggio da dollari/euro a rubli è stata una vera e propria mossa di judo geoeconomico di livello olimpico. Putin ha invogliato l’Occidente collettivo a scatenare il suo demente attacco di isteria sanzionatoria – e lo ha rivoltato contro l’avversario con una sola, rapida mossa.

Ed eccoci qui, a cercare di assorbire tutti questi rivoluzionari e ben sincronizzati sviluppi che seguono la militarizzazione degli asset del dollaro: la rupia-rublo con l’India, il petroyuan saudita, le carte Mir-UnionPay co-badged emesse dalle banche russe, l’alternativa SWIFT Russia-Iran, il progetto EAEU-Cina di un sistema monetario/finanziario indipendente.

Per non parlare del colpo da maestro della Banca centrale russa, che ha fissato 1 grammo d’oro a 5.000 rubli – che è già intorno ai 60 dollari, e sta salendo.

Insieme a No Rubli No Gas, quello che abbiamo qui è che, di fatto, l’energia è stata ancorata all’oro. I chihuahua dell’UE e la colonia giapponese dovranno comprare molti rubli utilizzando l’oro o comprare molto oro per avere il loro gas. E c’è di meglio. La Russia, nel prossimo futuro, potrebbe nuovamente ri-ancorare il rublo all’oro. Potrebbero essere 2.000 rubli, 1.000 rubli, anche 500 rubli per un grammo d’oro.

Tempo di essere sovrani

Il Santo Graal nelle discussioni in corso su un mondo multipolare, fin dai vertici BRICS degli anni 2000 con Putin, Hu Jintao e Lula, è sempre stato come aggirare l’egemonia del dollaro. Ora la cosa è proprio di fronte a tutto il Sud globale, come un’apparizione benigna con un sorriso da gatto del Cheshire: il rublo d’oro o il rublo sostenuto da petrolio, gas, minerali, esportazioni di materie prime.

La Banca centrale russa, a differenza della Fed, non pratica il QE e non esporta inflazione tossica nel resto del pianeta. La Marina russa non solo garantisce la sicurezza di tutte le linee di comunicazione marittime russe, ma i sottomarini russi a propulsione nucleare sono in grado di spuntare in tutto il pianeta, senza preavviso.

La Russia è molto, molto avanti nel mettere in pratica il concetto di “potenza navale continentale.” Il game-changer strategico si era verificato nel dicembre 2015, nel teatro siriano. La quarta divisione sottomarina con base nel Mar Nero come star dello spettacolo.

Le flotte navali russe possono ora impiegare missili Kalibr in uno spazio che comprende l’Europa orientale, l’Asia occidentale e l’Asia centrale. Il Mar Caspio e il Mar Nero, collegati dal canale Don-Volga, offrono uno spazio di manovra paragonabile al Mediterraneo orientale e al Golfo Persico messi insieme. 6.000 km di lunghezza. E non c’è nemmeno bisogno di accedere alle acque calde.

Questo copre circa 30 nazioni: la tradizionale sfera d’influenza russa, i confini storici dell’impero russo e le attuali sfere di rivalità politica/energetica.

Non c’è da stupirsi che la Beltway sia impazzita.

La Russia garantisce la navigazione attraverso l’Asia, l’Artico e l’Europa, in tandem con la rete ferroviaria Eurasia-wide BRI.

E, ultimo ma non meno importante, non si scherza con un orso nucleare.

Essenzialmente, questo è ciò che caratterizza la vera politica di potere. Medvedev non si stava vantando quando aveva detto che l’era della moneta unica di riserva era finita. L’avvento di una valuta di riserva globale basata sulle risorse significa, in poche parole, che il 13% del pianeta non dominerà più l’altro 87%.

È il redux del NATOstan contro l’Eurasia. Guerra Fredda 2.0, 3.0, 4.0 e persino 5.0. Non ha importanza. Tutte le precedenti nazioni del Movimento dei Non Allineati (NAM) vedono da che parte soffiano i venti geopolitici e geoeconomici: il tempo di affermare la loro reale sovranità è a portata di mano, mentre l’”ordine internazionale basato sulle regole” morde la polvere.

Benvenuti alla nascita del nuovo sistema mondiale. Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, in Cina, dopo aver incontrato diverse controparti da tutta l’Eurasia, non avrebbe potuto delinearlo meglio:

Si sta formando una nuova realtà: il mondo unipolare sta irrevocabilmente diventando un ricordo del passato, un mondo multipolare sta prendendo forma. È un processo oggettivo. È inarrestabile. In questa realtà, “governerà” più di una potenza – sarà necessario negoziare tra tutti gli stati chiave che oggi hanno un’influenza decisiva sull’economia e sulla politica mondiale. Allo stesso tempo, rendendosi conto della loro situazione speciale, questi Paesi assicureranno il rispetto dei principi di base della Carta delle Nazioni Unite, compreso quello fondamentale – l’uguaglianza sovrana degli stati. Nessuno su questa Terra dovrebbe essere considerato un attore minore. Tutti sono uguali e sovrani.”

Pepe Escobar

Fonte: strategic-culture.org
Link: https://www.strategic-culture.org/news/2022/03/31/meet-the-new-resource-based-global-reserve-currency/
31.03.2022
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Fonte: https://comedonchisciotte.org/ecco-la-nuova-valuta-di-riserva-globale-basata-sulle-risorse/

Xi Jinping e la Cina danno una lezione di diplomazia agli Stati Uniti

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di Giulio Chinappi

Il 18 marzo, i capi di Stato delle due principali potenze economiche mondiali hanno avuto una videoconferenza il cui tema principale è stato il conflitto in Ucraina.

Il vertice virtuale tenutosi il 18 marzo tra il presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ed il presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, si è risolto in un palcoscenico che ha messo in evidenza la statura politica e diplomatica del primo, di fronte ad un Biden che negli ultimi giorni ha saputo fare poco o nulla se non lanciare insulti personali nei confronti del presidente russo Vladimir Putin.

Mentre gli Stati Uniti continuano ad inviare armi in Ucraina, rendendo il popolo ucraino carne da macello per il proprio progetto egemonico mondiale, la Cina si sta spendendo per la risoluzione diplomatica del conflitto nell’ex repubblica sovietica. Xi Jinping ha infatti incoraggiato gli Stati Uniti e la NATO a dialogare con la Russia per risolvere i problemi alla base della crisi ucraina e ha espresso opposizione alle sanzioni indiscriminate imposte contro la Russia, oltre ad esortare le potenze occidentali ad interrompere il flusso di armi verso l’Ucraina.

La crisi ucraina non è qualcosa che vogliamo vedere, e gli eventi mostrano ancora una volta che i Paesi non dovrebbero arrivare al punto di incontrarsi sul campo di battaglia. Il conflitto e lo scontro non sono nell’interesse di nessuno e la pace e la sicurezza sono ciò di cui la comunità internazionale dovrebbe fare maggiormente tesoro”, ha affermato Xi Jinping nel corso della videoconferenza.

Le osservazioni del presidente Xi sulla crisi ucraina hanno dichiarato in modo esauriente la posizione della Cina e, stando a un livello più alto, hanno incoraggiato i colloqui di pace tra Ucraina e Russia e i colloqui tra Stati Uniti, NATO e Russia”, ha commentato al Global Times Lü Xiang, ricercatore presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali. “Penso che il colloquio di venerdì non sia stato significativo solo per le relazioni Cina-USA, ma anche per la situazione geopolitica globale. Le osservazioni del leader cinese hanno mostrato ai Paesi che seguono da vicino gli Stati Uniti nel fomentare la crisi cosa dovrebbe fare una grande potenza responsabile di fronte ai problemi”, ha aggiunto l’accademico.

La situazione attuale dimostra solamente come le politiche coercitive portate avanti dagli Stati Uniti e dalle altre potenze occidentali nei confronti dei Paesi considerati “ostili” non possano portare ad altri risultati se non a quello di esacerbare il conflitto. Le sanzioni imposte contro la Russia da anni, ed in particolare quelle ancora più stringenti delle ultime settimane, si sono dimostrate completamente fallimentari nel raggiungere il loro scopo.

La questione dell’Ucraina è la conseguenza dei problemi accumulati tra gli Stati Uniti e la Russia o delle continue pressioni e sfide alla sicurezza della Russia da parte della NATO guidata dagli Stati Uniti, quindi gli Stati Uniti, nel profondo, non si aspettano che la Cina la risolva, ma vogliono comunque attirare la Cina nel loro pasticcio o chiedere alla Cina di aiutarli poiché la situazione attuale è andata oltre le loro aspettative e diventerà più difficile per gli Stati Uniti evitare di essere direttamente coinvolti in essa”, ha ancora affermato Lü.

La posizione cinese sulla crisi ucraina è stata ampiamente ribadita dal portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Zhao Lijian, nel corso di una conferenza stampa tenuta con i rappresentanti dei media stranieri: “In qualità di iniziatori della crisi ucraina, perché gli Stati Uniti non riflettono sulla responsabilità propria e della NATO di causare l’attuale crisi della sicurezza in Europa? Perché non ripensano alla propria ipocrisia nell’accendere le fiamme della crisi ucraina?”, ha chiesto Zhao in maniera provocatoria.

Zhao ha affermato che la Cina è addolorata per le vittime civili, ma ha ricordato anche le vittime dei raid aerei degli Stati Uniti e della NATO nei vari Paesi che le potenze occidentali hanno bombardato dal 1999 ad oggi: “Ricordiamo tutti che nel marzo 1999, senza il permesso del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la NATO guidata dagli Stati Uniti iniziò clamorosamente 78 giorni di attacchi in Jugoslavia, provocando la morte di 2.500 civili e ferendone oltre 10.000. Negli ultimi 20 anni, gli Stati Uniti hanno effettuato migliaia di raid aerei in Siria, Iraq, Afghanistan e Somalia”, ha ricordato il portavoce, chiedendosi se gli Stati Uniti esprimeranno preoccupazione anche per la morte di questi civili in quanto risultato delle loro azioni militari.

Mentre gli Stati Uniti e l’Unione Europea continuano ad inviare armi in Ucraina – lo scorso mercoledì gli Stati Uniti hanno annunciato aiuti militari all’Ucraina per 800 milioni di dollari -, la Cina ha offerto assistenza umanitaria ai profughi civili del conflitto, inviando nell’ex repubblica sovietica cibo, latte in polvere, sacchi a pelo, trapunte e altri beni di prima necessità.L’ultima assistenza armata degli Stati Uniti all’Ucraina ha portato stabilità e sicurezza in Ucraina? O farà più vittime tra i civili? Il popolo ucraino ha bisogno di più cibo e sacchi a pelo o di pistole e munizioni? Non è difficile per le persone che hanno razionalità e buon senso dare il giusto giudizio”, ha commentato Zhao.

Ancora una volta, la crisi ucraina dimostra l’ipocrisia dell’amministrazione statunitense, in contrapposizione con la coerenza e l’efficacia del governo cinese nell’affrontare le crisi, come già accaduto, solamente per citare un episodio recente, in occasione della pandemia di Covid-19.

Pubblicato su World Politics Blog

Foto: Idee&Azione Fonte: https://www.ideeazione.com/xi-jinping-e-la-cina-danno-una-lezione-di-diplomazia-agli-stati-uniti/

21 marzo 2022

Il diktat UniDem

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di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Come funziona la macchina dei media e delle opinioni al tempo della guerra all’Ucraina? Segue lo schema già collaudato con la pandemia, con i grandi temi storici e con le gravi crisi: in primo luogo diventa monomaniacale, ossessivo, pervasivo, passa da tema principale a tema unico dei telegiornali, degli approfondimenti. Non accadde neanche durante la guerra mondiale che i giornali fossero ridotti al solo tema principale di quei giorni.

La fabbrica del consenso fornisce poi la ripetizione all’infinito dell’Identico: fiumi di servizi e di reportage che si discostano poco o nulla, che riferiscono ogni giorno la stessa versione ufficiale dei fatti e commentano le stesse immagini restando nello stesso ambito, con un sottofondo da propaganda di guerra.

Guai a chi accenna a una lettura semplicemente richiamando dati: ad esempio, chiedono di cacciare Marc Innaro dalla corrispondenza da Mosca per la Rai solo perché ha osato accennare all’espansione della Nato. Che è un fatto oggettivo, basta vedere in qualsiasi cartina come si è allargata negli ultimi vent’anni. Ma notare questo diventa subito intelligenza col nemico… Da qui la militarizzazione delle opinioni: se non ripeti tutto quel che ripetono ogni giorno, allora sei dalla parte di Putin, sei un suo sostenitore. E se sei in servizio pubblico, è un’aggravante.

Avviso superfluo a chi ragiona ma necessario ribadirlo per i poliziotti del pensiero e per gli imbecilli militanti: vedere le cose in un orizzonte più ampio e articolato e non attraverso lo schemino puerile e manicheo del bene/male esclude ogni indulgenza verso l’aggressione e il metodo sovietico di Putin e include ogni solidarietà verso il popolo ucraino che è sicuramente vittima e sta patendo l’inferno.

Infine, anche in questo caso, conservatori e progressisti, moderati e radicali, falchi e colombe, populisti ormai ridotti a baciapile; nazionalisti e radicali antisistema aderiscono tutti all’UniDem, ovvero l’unificazione di tutte le posizioni al Canone Dem, valevole negli States da quando sono tornati al potere i democratici con Biden, nell’Europa tecno-dem e in Italia con le sue periferiche. Ricordate come erano diverse le opinioni tre anni fa, o anche meno? È bastato il covid, e ora la guerra, e si è arrivati all’Uniformità assoluta, con minime sfumature e variabili lessicali secondarie. Draghi per tutti, tutti per Draghi. E a sua volta Draghi è la continuazione della Nato in campo economico-finanziario.

È lecito dubitare che se si fosse aperta seriamente la trattativa sulla possibilità di rendere neutrale l’Ucraina, cioè fuori dalla presenza Nato e dall’influenza russa, forse non saremmo arrivati a questo? Poi possiamo fare tutti i processi alle intenzioni e dire che Putin ha preso a pretesto la rigidità occidentale e la sue pretesa egemonia, per attaccare. È lecito dire che forse con Trump non saremmo arrivati a questo punto, considerando che con quel bizzarro spaccone guerre non sono esplose? È un dubbio, quantomeno, ma la questione Ucraina/Europa/Nato ribolliva già nei suoi anni.

È lecito notare che dopo aver per anni calpestato, svilito, squalificato ogni richiesta di sovranità nazionale e ogni relativo nazionalismo, è grottesco ora elogiare il patriottismo sovrano degli ucraini? È lecito sostenere che il dramma aggiuntivo di questo conflitto è che non ci sono arbitri, garanti, figure terze che possano essere accettate da ambo le parti per cercare una soluzione? Finora solo le figure religiose, soprattutto della Chiesa ortodossa, possono svolgere un ruolo importante quando non diventano chiese nazionali. Ma non ci sono Stati terzi, leader di organismi internazionali come l’ONU, in grado di svolgere questo ruolo di ponte. Solo mediatori.

E infine, è lecito dire che aver reso Putin il nemico numero uno dell’umanità, già prima che invadesse l’Ucraina, anziché considerarlo un autocrate con cui doversi inevitabilmente confrontare come con Xi Jin Ping, Erdogan e altri, può far precipitare la situazione a livelli impensati. Se davvero Putin è quel dittatore folle additato, incarnazione del maligno, dovrebbe inquietare il fatto che non avrebbe remore a usare il famoso bottone nucleare già minacciato.

E allora si avvia un gioco assai pericoloso: cercare di far cadere Putin, caldeggiare la congiura degli oligarchi, acuire il dissenso interno, spaccare il potere russo e la sua filiera. Pericolo seguente: un paese isolato dal mondo, un leader nemico di tutti può essere spinto all’alleanza con la Cina che ha rispetto alla Russia un profilo più inquietante per il mondo: la Russia vuole ripristinare il suo dominio di area, la Cina sta cercando di colonizzare il mondo, di invaderlo con l’economia, la tecnologia, espandendosi e incuneandosi in ogni sistema-paese. La Russia ha solo la possibilità di incidere attraverso il gas e in generale le energie. Si capirà il potere inquietante di un blocco asiatico tra Russia e Cina.

Chi sostiene queste cose non sta assolutamente stabilendo una preferenza verso la dittatura di Putin e nemmeno una sorta di neutrale indifferenza tra una democrazia e un’autocrazia. Ma sta semplicemente cercando di dire che non andiamo avanti se continuiamo con questa semplificazione militante, militare e bipolare, per cui la verità coincide con l’Occidente, il Bene Assoluto con la Nato.

Stendiamo infine un velo pietoso sui tre populismi, grillino, leghista e nazionale e il loro capovolgimento nell’arco breve di un paio d’anni. Se sono solo la versione debole dell’UniDem hanno perso la loro funzione, non garantiscono la dialettica politica necessaria a ogni democrazia, e non rappresentano la loro area d’opinione, così subalterni al Pensiero Corretto.

Ogni volta che il pensiero smette di osservare la realtà da più punti di vista e in tutte le sfaccettature, non è solo una mortificazione per l’intelligenza; ma si mette in pericolo la libertà e la dignità dei singoli, dei gruppi, dei popoli e degli Stati. Insomma, il Male a cui stiamo assistendo in Ucraina è doppio, e non è solo quello che ci fanno vedere.

La Russia e la Cina sono più forti dell’Occidente?

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per www.informazionecattolica.it 

LA GUERRA IN UCRAINA STA DIMOSTRANDO L’INCONSISTENZA DELLE DEMOCRAZIE EUROPEE

La gestione dell’emergenza pandemica ha dimostrato l’impreparazione e, quindi, la debolezza delle democrazie europee, che hanno risposto con assurde restrizioni e grotteschi tentativi campione, malriusciti e ritirati. La guerra in Ucraina sta dimostrando, in più, l’inconsistenza delle democrazie europee e, in un certo senso, la debolezza degli Stati Uniti di Joe Biden, che si sono ritirati dall’Afghanistan in quel modo così disonorevole ed arrendevole da stupire la maggioranza degli osservatori internazionali. Perché la debolezza delle democrazie è data dal fatto che sono divenute plutocrazie, con la ricchezza in mano a pochi che comandano su molti. L’Enciclica di Pio XI Quadragesimo Anno (15 maggio 1931), nel condannare questo sistema, fu profetica quanto inascoltata.

Donald Trump ha rilasciato una dichiarazione che non lascia margini ad interpretazioni: “con la mia Presidenza non sarebbe accaduto niente. Abbiamo mantenuto sempre rapporti distesi e di collaborazione con la Russia“. Non solo: Trump ha previsto, anche, a ruota, l’invasione di Taiwan da parte della Cina, ovvero uno spostamento ad est dell’asse delle superpotenze, a scapito dell’Occidente, che, a furia di contar dollari sulla pelle dei popoli, non si è accorta dei cambiamenti in corso negli ultimi decenni, divenendo un autentico nano geopolitico.

Le dichiarazioni roboanti e le minacce di parte occidentale, capitanate dal Presidente Biden, dalla NATO e dall’ONU appaiono un modo per nascondere l’impossibilità di reagire alla Russia sia militarmente che attraverso una seria applicazione di sanzioni. Nessuno è disposto a morire per Kiev, così come nessuno è disposto a sacrificarsi per Taiwan. Costa troppo, sul piano economico e troppa è l’incertezza di finire in un altro Vietnam. Se Biden facesse applicare davvero pesanti sanzioni, si trasformerebbe nel nuovo Tafazzi, perché a pagarne il prezzo sarebbero i cittadini europei, a livello energetico. Chi si assume la responsabilità di far pagare 4.000 euro ogni 1.000 metri cubi di gas alle famiglie, come risposta alle sanzioni?

Il primo problema è la mancanza di indipendenza da parte dell’Europa, che, ora, può solo fare da scendiletto alla NATO, istituzione obsoleta, da sciogliere al più presto per ridare sovranità alle Nazioni europee e, quindi, libertà di scelta nelle politiche e nelle alleanze da seguire. Si nota come stranamente le sinistre riscoprano il valore della sovranità nazionale, se si tratta di difendere gli interessi americani in Ucraina, mentre la negano, in nome del globalismo, in ogni altro contesto. Il secondo problema, che è la diretta conseguenza del primo, è l’assoluta mancanza di una politica, anche militare, a livello europeo. L’Unione Europea appare esclusivamente un comitato d’affari dell’alta finanza internazionale, garante della moneta unica in una banca privata (BCE) che ha deciso di indebolire gradualmente il ceto medio di ogni Paese membro, producendo un generale aumento del costo della vita, sproporzionato rispetto al reddito e sbilanciato sull’età pensionabile. Tale impoverimento del ceto produttivo è una delle motivazioni della disaffezione elettorale, che, infatti, ha dato la maggioranza relativa al partito dell’astensionismo.

Di fronte a questo decadentismo, non possiamo dimenticare la dimensione religiosa. La secolarizzazione iniziata negli anni settanta, sta raggiungendo preoccupanti livelli di nichilismo dilaganti soprattutto nelle nuove generazioni. Un pensiero unico assai debole, ma largamente diffuso, accompagna il Vecchio Continente in un baratro di ignoranza, ipocrisie, cattiverie, relativismo ed egoismo che non hanno precedenti. La Russia e la Cina, al contrario, hanno mantenuto salde e forti le loro radici e le loro identità, divenendo grandi potenze economiche e militari globali.Dopo il 1991 il liberalismo ha vinto totalmente e si è affermato come la sola possibile ideologia politica su scala mondiale: oggi abbiamo un sistema politico ed economico liberale ed un sistema culturale e filosofico fondato sull’individualismo. Come ha detto Francis Fukuyama, “la storia del mondo è finita“, perché il liberalismo ha vinto, non ha più alternative e può quindi mostrare la sua natura totalitaria: questa è post-modernità. Il liberalismo, quindi, si afferma,  entro un “sistema chiuso”, come «l’emancipazione dell’individuo da tutti i legami con l’identità e con la collettività: è un processo che è iniziato con la “liberazione” dalle religioni, è proseguito con la “liberazione” dalla Nazione e poi dal genere sessuale ed, infine, verrà l’emancipazione dall’umanità stessa (transumanesimo postmoderno). Il liberalismo non è soltanto ideologia, ma anche l’essenza degli “oggetti”, il centro della realità, l’assenza di ogni trascendenza» (Alexander Gel’evic Dugin).

Le sanzioni alla Russia? Una farsa. Ecco la prova

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Durante il discorso Biden si è capito come le sanzioni a Mosca rischino di trasformarsi in una fragorosa farsa

La politica e le istituzioni accusano Mosca; Mario Draghi condanna l’aggressione dell’Ucraina; il Pd protesta davanti all’ambasciata russa; Joe Biden assicura che Vladimir Putin diventerà un “paria”; l’Europa s’indigna, promette che il presidente russo non la farà franca. Ma i partner dell’Ue sanno bene che potrebbero essere i primi a pagare il conto di una ritorsione. Ecco perché le sanzioni rischiano di trasformarsi in una fragorosa farsa. La prova? L’ha fornita Biden, durante il discorso di ieri sera.

L’inquilino della Casa Bianca ha confermato, infatti, che la Russia non sarà esclusa dal sistema di pagamento Swift. Di che si tratta? È un meccanismo – facente capo alla corporation belga Society for worldwide interbank financial telecommunication – che, in sostanza, definisce il sistema standard di messaggistica per le transazioni finanziarie. Una specie di alfabeto delle operazioni monetarie che si svolgono a livello globale e che consente i trasferimenti di denaro per via telematica: se sei fuori dal circuito, sei fuori da questo fondamentale complesso di scambi. Il motivo di tanta indulgenza? «Non è la posizione che il resto dell’Europa vuole assumere», ha spiegato il presidente americano. E quando dice «Europa», Biden intende, segnatamente, la Germania e l’Italia. Sono stati questi due Paesi i principali oppositori alla misura che pure Washington vorrebbe fosse presa in considerazione.

Il punto è che l’esclusione dal circuito Swift penalizzerebbe, sì, le banche russe, ma metterebbe in difficoltà anche i creditori europei, ai quali diventerebbe difficile recuperare il proprio denaro. Tant’è che l’austriaca Raiffeisen Bank international, sulla scia del panico provocato dalla crisi ucraina, aveva già accantonato dei fondi per fronteggiare un eventuale “default” di fatto dei crediti russi.
D’altro canto, il Paese dello zar Putin ha sviluppato un proprio sistema di pagamento (Mir), mentre la diversificazione delle relazioni commerciali e il record storico di riserve valutarie internazionali, raggiunto a novembre, metterebbero in teoria la Russia nella condizione di resistere, nel medio periodo, a un assedio occidentale.

È la dimostrazione che Putin si è preparato a questo tipo di rappresaglie da parte di Europa e Stati Uniti e, soprattutto, che l’Ue ha le armi spuntate, quando non a doppio taglio: capaci, certamente, di ferire Mosca, ma dannose anche per sé medesima. Ed è per questo che Berlino e Roma si sono opposte, almeno in prima battuta, alla cacciata dei russi dallo Swift, proprio come hanno preteso un atteggiamento prudente sul comparto energetico: senza il gas dell’autocrate del Cremlino, esauriremmo le nostre riserve nel giro di un paio di mesi.

Putin se la ride? Probabilmente. Ma di sicuro cominciano a fregarsi le mani anche a Pechino: non a caso, ieri Taiwan ha denunciato un’incursione aerea dei cinesi nei cieli dell’isola, minacciata dalle mire espansionistiche del Dragone. Se l’Occidente non è neppure in grado di reagire a un attacco sferrato dalla Russia nel cuore dell’Europa, con un pacchetto di sanzioni realmente “devastanti”, come le ha definite un balbettante Biden in conferenza stampa, come potrà difendere Taipei da un’aggressione di Xi Jinping, padrone assoluto del Mar Cinese?

Fonte: https://www.nicolaporro.it/le-sanzioni-alla-russia-una-farsa-ecco-la-prova/

 

“E’ il nuovo 11 settembre”: parola di Enrico Letta (toglietegli il vino)

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di Adolfo Spezzaferro

Roma, 25 feb – “Questo momento, il 24 febbraio 2022 è il nuovo 11 settembre“: così Enrico Letta definisce la guerra in Ucraina. Con totale assenza del senso della misura e chiamando in causa uno scenario assolutamente fuori luogo, il segretario del Pd evoca l’attentato di New York forse per dire che Putin è il nuovo Bin Laden. E forse – peggio ancora – per dire che gli Usa, con l’Ue e la Nato, dovrebbero andare a fare la guerra in Russia come fu con l’Afghanistan dopo l’attentato alle Torri gemelle. Comunque la si mette, tuttavia, l’uscita del leader dem è a dir poco imbarazzante.

Per Enrico Letta la guerra in Ucraina “è il nuovo 11 settembre”

“Dobbiamo cambiare la bussola con cui abbiamo agito fino a oggi su questo tema. Due giorni fa, in questa Aula, e i toni erano ben diversi. Questo momento, il 24 febbraio 2022 è il nuovo 11 settembre, è il cambio del mondo, e quindi dobbiamo cambiare l’approccio”. Così Letta, intervenendo dopo l’informativa alla Camera del premier Mario Draghi sul conflitto tra Russia e Ucraina. “Il più importante principio è la difesa della libertà e della democrazia – prosegue Letta -. Ieri l’approccio di tutti noi era di limitare i danni il più possibile, oggi tutti insieme dobbiamo dire che Putin non deve vincere questa guerra, che è alla libertà e alla democrazia“.

Il segretario Pd con il suo “armiamoci e partite”

Sembra a tutti gli effetti un “armiamoci e partite”, quello di Letta. Il leader dem, deposti per un attimo gessetti colorati e bandiere della pace alla Coop, parla proprio di intervento militare a difesa dell’Ucraina. Per la pace, s’intende. Non sia mai che qualcuno possa pensare che a sinistra ci sono guerrafondai, tipo D’Alema con i bombardamenti sulla Serbia. Per carità.

Quello che fa specie è che mentre la Cina – non esattamente la comunità “Peace and Love” di San Francisco – chiede una soluzione diplomatica e invita al dialogo, Enrico Letta – tornato da Parigi per dettare l’agenda liberal del Pd – ora soffia sul fuoco della guerra. Invoca un “aiuto più concreto agli ucraini a difendersi dall’invasione russa. Non bastano le parole”. Diremmo che nel caso del segretario dem, le parole sono pure troppe.

Alternativa prende sul serio il leader dem

Infine, segnaliamo i deputati di Alternativa (gli ex M5S espulsi), che prendono sul serio Letta. “Anche solo ipotizzare una replica della fallimentare campagna in Afghanistan nei confronti della Russia è follia. Non è quella la strada da seguire e la storia ce lo ha insegnato. Evidentemente Letta e chi come lui blatera soluzioni di questo tipo non ha imparato nulla dalla storia. Se Putin ha innescato una nuova fase pericolosa della guerra ucraina, in corso dal 2014, non dovrà essere un Letta a farci trascendere verso una guerra totale“. Ma quando mai.

Impossibile non immaginarsi Letta a cavalcioni di una bomba atomica in stile Dottor Stranamore, ma con la bandiera arcobaleno sulle spalle.

Adolfo Spezzaferro

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/politica/e-il-nuovo-11-settembre-parola-di-enrico-letta-toglietegli-il-vino-225265/

Castagna a Telenuovo: “Il lupo è gli USA, ma l’Orso se lo mangia”…

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di Redazione

VIDEO puntata de “Rosso&Nero” su Telenuovo, oggi alle 12.40 con il nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna, l’On. Sergio Berlato, eurodeputato di Fratelli d’Italia e Franco Corti, Segretario del Partito Democratico di Padova: https://fb.watch/bnhWMSMujz/

Castagna: “Non devo fare professioni di fede atlantiste, soprattutto se gli aggressori sono gli imperialisti USA attraverso la NATO, che è un’istituzione obsoleta da sciogliere perché rappresenta solo gli interessi americani in Europa, che ne diviene lo scendiletto. La Russia di Putin vede violata la sua sovranità e fa bene a difendersi. Le sanzioni? Sarebbero l’ulteriore dimostrazione di una UE che fa come Tafazzi, ma sbattendo la bottiglia sui cosiddetti dei cittadini, che pagherebbero molto salato il conto in bolletta e nei consumi. La diplomazia e la politica hanno già fallito in favore dell’alta finanza e del primato dell’economia. Ora se Biden e Ue continuano a mostrare i muscoli sarà sempre peggio. E la Cina? Non dimentichiamoci che parallelamente si sta muovendo verso Taiwan”…

 

 

Il “Grande Timoniere” bombarda Hong Kong e anche il Vaticano è sotto tiro

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QUINTA COLONNA

di Redazione

Questo articolo è particolarmente interessante perché rivela retroscena molto interessanti. Il lettore tenga presente, comunque, che almeno dalla morte di Pio XII (1958) il Vaticano è occupato dalla Contro-Chiesa modernista che è stata legittimata dal Conciliabolo Vaticano II. La Chiesa Cattolica sta, invece, ovunque chierici e laici rimangano fedeli a quanto sempre insegnato e da tutti creduto, ovunque e sempre, per parafrasare S. Vincenzo di Lerins. Il piccolo gregge rimasto fedele non alberga in Vaticano, ma è disperso nel mondo. L’articolo qui sotto risente di questa premessa essenziale, di cui, però, il lettore deve tener conto:

Fonte: L’Espresso del 2/02/2022

di Sandro Magister

In ottobre scadrà l’accordo provvisorio e segreto tra la Santa Sede e la Cina sulle nomine dei vescovi, stipulato il 22 settembre 2018 e rinnovato per altri due anni nel 2020. È presto per dire se sarà riconfermato in forma più stabile. Di certo, ciò che non è provvisorio è lo strapotere di Xi Jinping, che da dicembre è stato anche insignito del titolo altamente simbolico di “Grande Timoniere”, come soltanto Mao Zedong prima di lui.

Questo comporta che la linea politica dettata da Xi è incondizionata e a lungo termine, con strettissimi se non inesistenti margini di negoziazione per una controparte già di per sé debole come il Vaticano. Di fatto, nella scelta dei nuovi vescovi, il predominio della Cina è schiacciante e l’eccezione rappresentata dalla diocesi di Hong Kong, che è esente dall’accordo del 2018, è anch’essa in serio pericolo. Lo scorso anno il suo attuale vescovo è stato nominato senza che, nella sua scelta, Roma dovesse sottostare alle autorità cinesi. Ma un mese prima che il nuovo vescovo fosse consacrato, Pechino ha compiuto un passo che ha fatto presagire un vicino pieno dominio della Cina non solo sulla metropoli di Hong Kong, come già avviene, ma anche sulla vivace Chiesa cattolica presente nell’ex colonia britannica.

Il nuovo vescovo di Hong Kong, Stephen Chow Sau-yan, 62 anni, gesuita, è stato consacrato lo scorso 4 dicembre. Ebbene, il 31 ottobre ha avuto luogo nella città un incontro senza precedenti, inizialmente rimasto segreto ma poi reso noto dall’agenzia Reuters in una corrispondenza del 30 dicembre.

L’incontro era promosso dall’Ufficio che rappresenta a Hong Kong il governo centrale di Pechino, con la supervisione, dal continente, dell’Amministrazione statale degli affari religiosi.

Vi hanno preso parte per la Cina tre vescovi e 15 religiosi della Chiesa ufficiale riconosciuta dal governo di Pechino, e per Hong Kong due vescovi e 13 religiosi.

A guidare la delegazione di Hong Kong era Peter Choy Wai-man, il docile prelato che le autorità cinesi avrebbero visto volentieri alla testa della diocesi. Chow, il nuovo vescovo designato, ha preso parte all’incontro solo per poco, all’inizio, mentre ad aprire e a chiudere l’evento è stato il cardinale John Tong Hon, vescovo emerito e amministratore temporaneo della diocesi. Scontata l’assenza del novantenne cardinale Joseph Zen Ze-kiun, emblema dell’opposizione al governo cinese e critico severo dell’accordo tra il Vaticano e Pechino.

I delegati provenienti dal continente hanno insistito perché venisse applicata pienamente anche a Hong Kong la cosiddetta politica di “sinicizzazione” delle religioni, con una subordinazione più marcata della Chiesa cattolica ai caratteri propri della Cina, quelli dettati dal Partito comunista e dallo Stato.

La “sinicizzazione” delle religioni è un caposaldo della politica di Xi, la cui agenda applicativa era ben nota ai partecipanti all’incontro. Nell’arco dell’intera giornata nessuno ha fatto il nome del presidente della Cina, ma “Xi era l’elefante nella stanza”, ha detto alla Reuters un membro della delegazione di Hong Kong. “Per qualcuno di noi la ‘sinicizzazione’ è sinonimo di ‘Xinicizzazione’”.

L’incontro di Hong Kong non è stato affatto un’iniziativa isolata. Ai primi di dicembre Xi ha tenuto un discorso a Pechino nell’ambito di una “Conferenza nazionale sul lavoro riguardante gli affari religiosi”, in cui ha ribadito che tutte le religioni in Cina devono sottostare al Partito comunista, al quale spetta “la direzione essenziale dell’attività religiosa”, ai fini di una piena “sinicizzazione”.

Ma soprattutto va tenuto conto del fondamentale documento approvato l’11 novembre dal Comitato centrale del Partito comunista cinese, col titolo di “Risoluzione sui grandi compimenti e sulla storica esperienza del partito nel secolo trascorso”.

Una risoluzione di questo tipo è la terza in tutta la storia della Cina comunista. La prima fu con Mao Zedong nel 1945, la seconda con Deng Xiaoping nel 1981 e questa terza, ad opera di Xi Jinping, si rapporta alle altre come una sorta di sintesi hegeliana, con l’ambizione di incorporare il meglio di quanto fatto da Mao, la tesi, e corretto da Deng, l’antitesi.

Nella sua quinta sezione, la risoluzione rifiuta il sistema democratico occidentale, fatto di costituzionalismo, di alternanza al governo e di separazioni tra i poteri, un sistema che se adottato “porterebbe la Cina alla rovina”.

Ma in particolare respinge “la libertà religiosa di modello occidentale”. In Cina “le religioni devono essere cinesi nell’orientamento” e costantemente sottomesse alla “guida del Partito comunista perché si adattino alla società socialista”.

In Vaticano ben conoscono questa politica e tentano di addomesticarla come “complementare” alla visione cattolica della “inculturazione”. Nel maggio del 2019, in un’intervista al quotidiano “Global Times”, espressione in lingua inglese del Partito comunista cinese, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha detto che “inculturazione” e “sinicizzazione” insieme “possono aprire cammini di dialogo”, tenendo presente “la reiterata volontà” delle autorità cinesi “di non minare la natura e la dottrina di ciascuna religione”.

Ma la più argomentata apologia della “sinicizzazione”, da parte Vaticana, resta tuttora l’articolo pubblicato nel marzo del 2020 sulla rivista “La Civiltà Cattolica” – come sempre con l’approvazione previa della segreteria di Stato e di papa Francesco – dal sinologo gesuita Benoit Vermander.

L’autore paragona coloro che oggi criticano la “sinicizzazione” – e fa i nomi del cardinale Zen e dell’allora direttore di “Asia News” Bernardo Cervellera – agli eretici montanisti e donatisti dei primi secoli, intransigenti nel condannare i cristiani che si erano piegati alle imposizioni dell’impero romano.

Vermander difende in pieno sia l’accordo tra la Santa Sede e la Cina del settembre 2018, sia il concomitante messaggio di papa Francesco ai cattolici cinesi e la successiva istruzione vaticana su come registrarsi nella Chiesa ufficiale.

Ma soprattutto mette in evidenza quella che ritiene la faccia buona della “sinicizzazione”: il fatto che “l’articolo 36 della Costituzione cinese continua a garantire formalmente la libertà religiosa”; il trattamento più benevolo adottato dalla autorità cinesi con i cattolici rispetto ai seguaci di altre religioni; la capacità di adattamento delle generazioni più giovani; la pazienza indotta nei cattolici cinesi dall’amore per il loro paese, “senza cercare il martirio a ogni costo”.

A testimonianza di ciò, Vermander esalta la vitalità di una parrocchia di Shanghai di sua conoscenza, in cui tutto sembra andare per il meglio, nonostante “i sacerdoti debbano partecipare regolarmente a ‘corsi di formazione’ organizzati dall’Ufficio per gli affari religiosi”.

Curiosamente, però, il gesuita non fa parola del fatto che il vescovo di Shanghai, Thaddeus Ma Daqin, è agli arresti domiciliari dal giorno della sua ordinazione nel 2012, semplicemente per essersi dissociato dall’Associazione patriottica dei cattolici cinesi, il principale strumento con cui il regime controlla la Chiesa. Non gli è valso a ottenere clemenza nemmeno l’atto di pubblica sottomissione a cui si è piegato nel 2015, tra gli applausi – anch’essi inutili – de “La Civiltà Cattolica”, che definì quel suo gesto un modello esemplare di “riconciliazione tra la Chiesa in Cina e il governo cinese”.

Per non dire del totale, prolungato silenzio di papa Francesco su questa e sulle tante altre ferite inferte dal regime di Xi ai cattolici della Cina e di Hong Kong, questi ultimi già pesantemente perseguitati e ormai vicinissimi a finire anch’essi del tutto sotto il dominio del nuovo “Grande Timoniere”.

L’Italia adotta il sistema di controllo sociale cinese?

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/01/24/litalia-adotta-il-sistema-di-controllo-sociale-cinese/

LA VIA DELLA SETA SEMBRA IMBOCCATA. CI SIAMO ENTRATI COL LASCIAPASSARE…

Il Covid è un virus che molti chiamano “influenza cinese”. Si sta facendo luce sul fatto, assai probabile, per cui sia stato un prodotto di laboratorio sfuggito al controllo, ma che è funzionale all’attuazione di metodi di controllo sociale.

Che negli ultimi anni l’asse del potere economico, purtroppo padrone della politica, cameriera preferita dei banchieri, si stesse spostando in Oriente è cosa nota. La comunicazione occidentale ha focalizzato l’immigrazione a senso unico. Si è parlato e si parla sempre dei barconi provenienti dall’Africa, con tutto il loro drammatico epilogo di morte e sofferenza, alimentate da personaggi e lobby dis-umanitarie, senza scrupoli.

Si parla pochissimo dell’immigrazione proveniente dalla Cina. Eppure, secondo i dati Istat 2020, ben il 5,7% degli immigrati residenti nel Belpaese è cinese, con un trend ascendente che ha superato l’1% nel 2021. Lombardia, Toscana e Veneto guidano la classifica delle regioni col maggior numero di immigrati provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese. Si tratta di gente che fa poco rumore, arriva, rileva attività in crisi pagando in contanti, si distribuisce sul territorio senza integrarsi, mantenendo usanze e una particolare unità comunitaria. Tra di loro ci sono anche persone che studiano i comportamenti ed il carattere degli occidentali.

Potrebbe un regime comunista lasciar partire circa 500.000 immigrati senza mandare qualcuno che sappia cosa e dove guardare per poi riferire? Vabbè che la tecnologia cinese è così all’avanguardia che, secondo molti, non avrebbe neppure la necessità di inviare qualche “agente osservatore”, ma è, altresì probabile che una valutazione incrociata di entrambi i dati fornisca un risultato più sicuro.

L’Italia è un paese di poeti, santi, navigatori, oramai caduti in disgrazia, a causa del benessere iper-capitalista, tanto che viene ritenuta terreno assai fertile per la sperimentazione sociale.

Focus del 22 gennaio 2022 ci dice che “la Cina sta testando ormai da sette anni un sistema simile che giudica le persone: si chiama sistema di credito sociale (SCS), e in questi anni è stato bersaglio di numerose critiche da parte del mondo occidentale.

Anche in Italia, la RAI ha raccontato questo gioco a punti distopico, che tanto somiglia a un episodio della serie Netflix Black Mirror: la questione, però, è più complicata di come i media l’hanno descritta negli anni. Un articolo di Wired evidenzia le diverse sfumature di questo sistema di controllo messo in atto dal governo cinese, che non funziona ancora a pieno regime e non è uniformato a livello nazionale.

L’obiettivo del sistema è quello di “incentivare le buone azioni” (o quelle considerate tali) attraverso l’assegnazione di crediti, e disincentivare quelle cattive, togliendone. Quindi, è lo Stato a decidere cosa è bene e cosa è male, come volevano Marx e Engels, ispirandosi ad Hegel.

“L’SCS è stato utilizzato anche durante la covid per individuare e multare chi non rispettava le misure restrittive: in molte città, chi violava la quarantena e si rifiutava di farsi misurare la temperatura corporea veniva aggiunto a una lista nera”. “L’idea è che l’SCS venga un giorno esteso a livello nazionale, e che a ogni cittadino cinese sia associato un numero identificativo, connesso a un registro personale, da utilizzare per verificare la propria “fedina comportamentale” che andrà ad aggiungersi a quella penale.

Continua Focus: “Il rischio, però, è che l’SCS diventi lo strumento di censura e controllo di un governo già sufficientemente autoritario e poco propenso alla libertà di pensiero: basti pensare al caso di Liu Hu, giornalista che ha denunciato la corruzione del governo e che per questo è stato arrestato, multato ed è ora nella lista nera; non può viaggiare, comprare una casa o sottoscrivere un mutuo. La soluzione? Pagare il governo o venire giudicato in tribunale”. Un altro timore è che l’SCS possa esacerbare le disuguaglianze sociali, dividendo la società e creando classi di emarginati. «Una volta perso gran parte del credito sociale, è difficile recuperarlo», spiega Ohlberg: «credo sia facile poi cadere in una spirale negativa».

“L’SCS è solo l’ultimo degli strumenti di controllo impiegati dal governo cinese per monitorare il comportamento dei propri cittadini: in taxi, per strada, al supermercato si è sempre osservati dall’occhio delle telecamere (170 milioni in tutto il Paese), che grazie al riconoscimento facciale sono in grado di individuare una persona in appena sette minuti ovunque si trovi”.

Noi siamo ancora molto indietro rispetto al modello cinese, ma sia il il decreto del 24 dicembre che il dpcm del 21/01/2022 le cui regole decidono cosa si può acquistare e cosa no senza lasciapassare, sembrano avvicinarsi molto alla filosofia comunista cinese, che appare il retroterra della “nuova normalità”. Poiché al governo sono tutti d’accordo, salvo flebili distinguo, e tra restrizioni e green pass hanno raggiunto livelli liberticidi che ricordano i sistemi sovietici, chi ci dice che le mosse dei prossimi mesi non possano essere quelle previste dal SCS di Pechino? Del resto, la via della Seta sembra imboccata. Ci siamo entrati col lasciapassare…

la Cina contro gli USA anche nella politica monetaria

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La Cina sta aprendo i cordoni della propria borsa monetaria e sta fornendo uno stimolo all’economia, soprattutto al settore immobiliare, molto elevato e chi va in contrasto con la stretta in preparazione negli Stati Uniti. I segnali di questo movimento sono almeno tre:

1. La Cina ha fornito maggiore sostegno al mercato immobiliare. I responsabili politici hanno chiesto alle banche di aumentare i prestiti immobiliari nel primo trimestre e hanno allentato una restrizione chiave del debito per gli immobiliaristi. Questo fa parte del più ampio cambiamento politico volto a dare la priorità alla stabilità economica quest’anno. Sebbene il mercato del credito rimanga fragile, i titoli immobiliari sono saliti ai massimi da luglio

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2. L’allentamento della Cina è in contrasto con gli Stati Uniti, dove la Fed ha intrapreso una delle svolte restrittive  della storia recente. I Treasury statunitensi, i titoli di stato a stelle e strisce, hanno avuto il peggior inizio di un anno da decenni, poiché i verbali della Fed hanno suggerito che la banca centrale potrebbe liquidare il proprio bilancio subito dopo aver alzato i tassi.

Il rapporto sul lavoro USA  di venerdì ha mostrato che il tasso di disoccupazione è sceso al di sotto del 4%, cementando le aspettative per il primo aumento dei tassi a marzo. Il rapporto sull’inflazione di questa settimana potrebbe aumentare la vulnerabilità del mercato obbligazionario. La divergenza politica tra Stati Uniti e Cina ha portato il loro differenziale di rendimento al livello più basso dal 2019. Questo perché la fine del QE spinge i tassi americani verso l’alto, mentre la politica espansiva monetaria cinese li spinge verso il basso, portandoli quasi allo stesso livello.

3. La rigida strategia anti Covid di Pechino aggiunge rischi al ribasso per l’economia. Essendo una delle ultime tattiche che tendono al “Covid Zero” al mondo, la Cina ha adottato misure rigorose per frenare la diffusione del virus, incluso il blocco di circa 13 milioni di residenti a Xi’an. I viaggi sono stati penalizzati, con un calo dei passeggeri aerei durante il lungo weekend dell’1-3 gennaio in calo del 27% rispetto a un anno fa, secondo quanto riportato dall’emittente statale CCTV. Questo quindi rende probabile è necessaria la prosecuzione della politica monetaria espansiva da parte della banca centrale cinese (PBOC).

Fonte: https://scenarieconomici.it/la-cina-contro-gli-usa-anche-nella-politica-monetaria/

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