Cancellate il Natale, abortite Gesù, ce lo chiede l’Europa

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Il Natale è cancellato, Gesù è abortito, e la Corte europea per i diritti dell’uomo acconsente, anzi risarcisce colei che aveva profanato la Chiesa urinando sui gradini dell’altare. D’ora in poi, seguendo le direttive dell’Europa e della sua corte suprema, anziché celebrare la Nascita di Gesù Bambino, faremo meglio a celebrarne l’aborto, nel nome dei diritti della donna. E la cancellazione del Natale, grado supremo della cancel culture, con il patrocinio della massima corte europea.

Se dovessi riassumere il senso peggiore del nostro tempo, e racchiudere in un episodio lo spirito capovolto con cui si compendia il corrente e morente anno 2022 alle porte di Natale, dovrei risalire a quell’episodio accaduto in Francia e conclusosi davanti alla corte europea. Dunque, in un infausto giorno del 2013 (lo stesso anno maledetto in cui uno scrittore, Dominique Venner, si suicidò in Notre Dame), una donna in topless, Eloise Bouton, fece irruzione nella chiesa della Madeleine a Parigi, con la scritta sulle spalle “Il Natale è cancellato” e dopo aver mimato l’aborto di Gesù bambino, concluse la sua performance urinando sui gradini dell’altare. I tribunali francesi avevano condannato l’attivista femminista e abortista a una pena pecuniaria e detentiva. Ma la Corte europea dei diritti umani, lo scorso 13 ottobre, ha ribaltato la sentenza del tribunale francese e dopo aver riconosciuto il proposito della donna come “molto nobile” e prezioso per i diritti delle donne, in particolare sul diritto all’aborto, ha “condannato” la Francia a pagare circa 10mila euro per danni morali, e sottolineo morali, più spese legali. Risarcita ed elogiata, con tante scuse dell’Europa.

In verità la stessa corte europea, in sigla CEDU, si era pronunciata in precedenza in modo assai diverso, anzi opposto: una donna aveva equiparato il rapporto sessuale di Maometto con Aicha che aveva allora nove anni, a una forma di pedofilia. La Corte in quel caso riconobbe colpevole la donna di “dolosa violazione dello spirito di tolleranza” perché alimentava un pregiudizio che attentava alla pace religiosa. E la condannò a una pena detentiva e pecuniaria. Fateci capire: se si profana una Chiesa, si urina sull’altare, si inneggia all’aborto di Gesù, è libertà di espressione e merita un elogio; si è invece deplorati e condannati se s’insinua che Maometto il profeta dell’Islam, fu pedofilo (affermazione sconveniente, ne convengo, e non solo perché ferisce credenti islamici ma non tiene conto della differenza di tempi e luoghi, di culture, storie e religioni). Un paese e un continente per millenni cristiano, unito dalla civiltà cristiana, assolve chi profana in Chiesa Gesù Cristo e condanna chi in luogo laico offende la suscettibilità degli islamici. Ma che mondo è?

Torno ai nostri giorni, e paragono questa sentenza assolutoria all’esemplare condanna del tifoso che davanti alle telecamere dette addirittura una pacca sulle chiappe di una giornalista sportiva davanti allo stadio di Empoli: un anno e mezzo di detenzione, diecimila euro di risarcimento alla giornalista offesa e perfino 5mila euro all’ordine dei giornalisti che si era costituito parte civile. E’ un altro tribunale, ma il paragone viene spontaneo: pensate, una pacca sui glutei è peccato mortale e reato atroce mentre la profanazione di una Chiesa, di una Religione, della figura di Gesù Cristo, del Santo Natale, con una serie di atti osceni in luogo sacro, è libertà d’espressione e diritto inviolabile. Capite in quali mani siamo noi europei, a quale Corte sono affidati i Diritti Umani?

E’ un episodio, direte, ma mi sembra il simbolo più rappresentativo, alle soglie di Natale, dello spirito dell’epoca: la giustizia europea è intollerante se trasgredisci al catechismo politicamente corretto ma è compiacente e garantista se profani la religione che ha permeato per millenni la nostra civiltà, che è ancora seguita da milioni di fedeli, che è alle origini perfino degli stessi diritti umani, del rispetto sacro della persona e della vita umana, della solidarietà e della carità…

Con un precedente del genere sarà difficile nella giurisprudenza europea tornare alla realtà, ai principi e al diritto come l’abbiamo conosciuto nei secoli. Ad aggravare la situazione è il silenzio dei media, la rara o inesistente d’indignazione, il freddo e neutrale sguardo da cronisti con cui si è freddamente annotato e archiviato la sentenza.

Tornando alla sentenza natalizia, è spiegato che “lo scopo dell’esibizione a seno nudo” della manifestante, “organizzata secondo le procedure previste dal movimento Femen, era quello di trasmettere in un luogo di culto simbolico, un messaggio relativo a un dibattito pubblico e sociale sulla posizione della Chiesa cattolica su una questione delicata e controversa, ossia il diritto delle donne di avere il libero controllo sul proprio corpo, compreso il diritto d’abortire”. Capite? Avendo applicato la protesta a Gesù bambino, è conseguente il rimprovero alla Madonna di aver accettato, senza batter ciglio, un figlio non voluto e non procreato in una relazione umana, mentre avrebbe dovuto chiamare i gendarmi all’apparizione dell’angelo molestatore, che annunciava la nascita e avrebbe dovuto sporgere denuncia contro Ignoti perché lo Spirito Santo l’aveva ingravidata violando “il libero controllo del proprio corpo”.

Dunque se dobbiamo attenerci fedelmente e scrupolosamente alle direttive europee, quando tornate a casa, trasformate il presepe della Natività in una manifestazione multietnica in favore della libertà di abortire. Celebrate la nascita dell’aborto più che del Bambinello, e vergognatevi della civiltà cristiana, perché se al posto della Natività avesse sancito il Diritto d’Aborto, avremmo un Gesù Cristo in meno nella storia del mondo e duemila anni di diritti della donna in più. E il bue e l’asinello non più costretti dalla bestia umana a star lì a sfiatarsi per giorni e giorni…

La Verità – 22 dicembre 2022

La Corte Europea dei diritti condanna l’Italia, “violato il giusto processo”

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QUINTA COLONNA

Scritto e segnalato da Antonio Amorosi

Imprenditore catanese chiede giustizia alla Cassazione ma per la Corte il suo ricorso è inammissibile. Interviene la CEDU, il caso

Muore mentre aspetta giustizia, con altri. La Corte Europea dei diritti dell’uomo dice che aveva diritto a presentare ricorso. La Cassazione lo aveva considerato inammissibile.

La Corte Europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per violazione dei principi del giusto processo. Nella sentenza 55064 del 28 ottobre scorso la Corte Europea riscontra che la Cassazione attribuisca un peso sproporzionato agli atti formali, a scapito della sostanza. I criteri previsti dal codice italiano per i ricorsi in Cassazione sono eccessivamente formali, con conseguente violazione dell’art. 6/1 della CEDU (Convenzione europea dei diritti dell’uomo).

La Suprema Corte di Cassazione, rappresenta il giudice di legittimità di ultima istanza delle sentenze emesse dalla magistratura ordinaria: in sostanza si presenta ricorso per errori di diritto. Presentare un ricorso in Cassazione richiede degli avvocati abilitati ed è complesso. Però anche se l’ammontare del lavoro in Cassazione incide sul funzionamento dei ricorsi, questi non devono essere interpretati in modo troppo formale, limitando il diritto di accesso e incidendo così sulla sostanza di questo diritto che ha il cittadino.

Il caso. La persona che presenta ricorso è il gestore di un’impresa commerciale di Catania. A novembre 2003 il proprietario dei negozi che erano stati affittati alla persona notifica una domanda di sfratto. A marzo 2008, il Tribunale di Catania ordina la risoluzione del contratto di affitto, con l’ordine di lasciare i locali. A ottobre 2009, la Corte d’Appello di Catania conferma la sentenza. Ma a marzo 2010 la persona presenta ricorso alla Cassazione, esponendo in circa una cinquantina di pagine una sintesi dell’oggetto della controversia e dello svolgimento del procedimento, indicando i motivi del ricorso e la motivazione della sentenza impugnata, con i reperti e i documenti correttamente presentati. Ma la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. Da qui la presentazione di un ulteriore ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo che il 28 ottobre scorso si esprime in favore del ricorrente. Per la Cassazione, invece, questi non aveva indicato, per ciascun motivo, le ipotesi di ricorso. Ma secondo i giudici di Strasburgo i criteri erano stati sufficientemente rispettati. 

L’uomo intanto è deceduto. I suoi eredi e chi ricorreva con lui sono però andati avanti.
La prima sezione della CEDU, composta dal presidente Ksenija Turković e dai giudici Péter Paczolay, Alena Poláčková, Gilberto Felici, Erik Wennerström, Raffaele Sabato, Lorena Schembri Orland, e Renata Degener, cancelliere di sezione, hanno deciso che per questo motivo l’Italia dovrà risarcire l’uomo con 9.600 euro più qualsiasi imposta che potrebbe essere dovuta su tale somma. 

Secondo i giudici di europei “anche se il carico di lavoro della Corte di Cassazione descritto dal governo rischia di porre difficoltà all’ordinario funzionamento del trattamento dei ricorsi”, il diritto alla giustizia non può essere limitato, cioè “non devono essere interpretate in modo troppo formale per limitare il diritto di accesso a un tribunale in modo tale o in misura tale da incidere sulla sostanza stessa di tale diritto”.

La sentenza non riguarda il solo caso del dirigente catanese. La Corte Europea ha infatti  rilevato un intervento rispetto alla legittimità per tre diversi ricorsi, per un totale di otto ricorrenti. Negli altri due ricorsi però, oltre quello dell’uomo, i giudici europei non hanno ravvisato la violazione come nel caso del gestore dell’impresa catanese: nel primo “l’indicazione degli atti del giudizio nel merito era irregolare poiché, per ogni passaggio citato, mancava il rinvio agli atti originari richiesti dalla giurisprudenza interna”, e nel secondo l’avvocato dei ricorrenti “si è limitato a trascrivere gran parte dell’esposizione dei fatti della sentenza della Corte d’appello, le conclusioni dei ricorrenti in appello, parte dell’impugnazione”, come motivazione e dispositivo della sentenza della Corte d’Appello.

Fonte: https://www.affaritaliani.it/cronache/corte-europea-diritti-uomo-condanna-italia-violato-giusto-processo-il-caso-765666.html