La Santa Messa Cattolica Tradizionale è l’unica forma dell’unico rito romano della Chiesa

Condividi su:

https://www.crisinellachiesa.it/articoli/liturgia/non_solo_nostalgia/non_solo_nostalgia.htm

di don Anthony Cekada 1

Vi siete mai chiesti perché ci sono alcuni cattolici che vanno alla Messa in latino?

Questo articolo spiega con parole semplici e chiare:

w Perché l’assistenza alla Messa in latino non è solo una questione di «nostalgia»;
w Perché la Messa è stata riformata negli anni ’60;
w Quali differenze ci sono tra il vecchio e il nuovo rito;

w In che senso il nuovo rito sminuisce gli elementi essenziali della dottrina cattolica sulla Messa;

w Perché i cattolici fedeli alla Tradizione non vanno alla Messa di Paolo VI.

 

  Qualche parola di benvenuto

A chi è capitato tra le mani questo libretto avrà senz’altro qualche domanda da fare sulla Messa romana e sul perché ci siano dei cattolici che vi assistono. Magari voi stessi avete appena finito di sentirne una, forse per la prima volta. Magari avete già discusso con un vostro amico che va alla Messa in latino sulla situazione attuale della Chiesa, o vi siete trovati a passare per caso là dove si celebrava in rito antico. Certo, per la gente quello che colpisce di più è la lingua, il latino. Ma si rimane colpiti anche dalla bellezza delle cerimonie che evoca ormai l’immagine di un tempo lontano.

 Al di là della nostalgia

Ma il latino, le belle cerimonie e la nostalgia per «i bei tempi andati» non sono in realtà le ragioni principali per cui noi abbiamo deciso di conservare il vecchio rito. Le nostre intenzioni erano piuttosto quelle di conservare lintegrità della dottrina cattolica e di offrire a Dio un culto buono e rispettoso. A questo proposito risponde bene la Messa romana, al contrario del rito moderno. Da quello che leggerete qui, speriamo che veniate a conoscere le ragioni dei «tradizionalisti», e da parte nostra vi assicuriamo nelle preghiere alla Santa Vergine perché vi ottenga la grazia di perseverare «saldi e forti nella fede che avete appreso» (2 Ts 2, 14).

 Due immagini contrastanti

nuova messa di paolo VI

messa di san pio V

Nuova Messa Messa romana

Queste due fotografie dicono un sacco di cose. Chiedetevi quali delle foto seguenti rappresenti al meglio l’esatto significato della Messa. Se siete d’accordo con noi che sia quella di destra a rendere meglio l’esatto significato della Messa, allora avete molto in comune con i cattolici «tradizionalisti». Le due foto mostrano i cambiamenti radicali introdotti nella liturgia a partire dagli anni ’60. La foto a sinistra mostra come centro della cerimonia un uomo; al contrario, quella di destra mostra un sacrificio e un atto di adorazione che ha come suo centro naturale Dio. Vi sono comunque tantissime altre differenze da apparire evidenti anche al più occasionale degli osservatori.

 Una tipica Messa moderna

In una tipica Messa moderna di una comune parrocchia, l’intero rito si svolge in lingua volgare. Il celebrante si trova seduto o in piedi di fronte ai fedeli e spesso si rivolge loro con richiami spontanei durante lo svolgimento del rito. Nel coro, i fedeli possono aggiungere i loro commenti o leggere le Sacre Scritture. Una parte del rito si svolge attorno ad un altaretavola. Il tabernacolo non si trova quasi mai sull’altare, ma alle spalle del sacerdote, o relegato in un angolo. Il «segno di pace» è un’occasione per applausi, emozioni o conversazioni personali. Il celebrante dà alla maggior parte dei fedeli la Comunione nella mano, assistito in questo da uomini e donne laici. Il prete fà pochissime genuflessioni. É raro comunque che due celebrazioni del nuovo rito siano esattamente uguali; variano infatti da sacerdote a sacerdote e da parrocchia a parrocchia. Da qualche parte sono stati addirittura introdotti degli elementi bizzarri come la «messa dei pagliacci», «dei pupazzi» o «dei palloncini», mentre in altre si proiettano diapositive, si fanno scenette o si suona la musica popolare.

tavola-altare

segno di pace

comunione data nella mano

Tavola-altare Segno di pace Comunione in mano

 La Messa romana

Tutto ciò contrasta con la Messa in latino celebrata da sempre nell’antica e venerabile lingua della Chiesa. Il celebrante sta di fronte a Dio sacramentato nel tabernacolo; non fà commenti personali, ma recita esattamente quelle stesse preghiere che i sacerdoti hanno usato per secoli, e solo lui può toccare con le mani l’Ostia consacrata. Al momento della Comunione, i fedeli si inginocchiano di fronte al Signore e lo ricevono soltanto in bocca. Non ci sono applausi e conversazioni prima della Comunione. I fedeli seguono la Messa con i loro messalini che traducono le parole del celebrante. I gesti del sacerdote sono rispettosi e composti, e prevedono molte genuflessioni come atto di rispetto per il Santissimo Sacramento. Il testo e il rito della Messa romana sono gli stessi ovunque e non variano da celebrante a celebrante o da parrocchia a parrocchia, poiché tutto è governato da ruoli uniformi e molto specifici.

altare cattolico

comunione in ginocchio

elevazione dell'ostia

Altare cattolico Comunione in ginocchio Elevazione


 La liturgia esprime la dottrina

papa pio XIIAnche il più fortunato degli osservatori può concludere che il rito moderno e quello antico sembrerebbero mandare due tipi di «segnali» radicalmente diversi su ciò che la Messa sia, a cosa serva o cosa ci chieda di credere. Il nuovo rito ci lascia l’impressione che la Messa non sia altro che un banchetto conviviale; il vecchio rito, invece, che la Messa sia un’azione diretta ad adorare Dio. Ciò ci porta a quel principio che è la chiave per capire il perché ci siano dei cattolici che vanno alla Messa romana: per sua stessa natura, la liturgia esprime la dottrina; ne parlò Sua Santità Papa Pio XII (che ha felicemente regnato dal 1939 al 1958) nella Lettera Enciclica Mediator Dei (1947): «Il culto che la Chiesa offre al Signore è una continua professione della fede cattolica […]; nella liturgia si esprime apertamente e chiaramente la dottrina cattolica». La liturgia non solo esprime la dottrina, ma esplicita anche ciò che i fedeli devono credere. Le preghiere e i gesti liturgici che esprimono riverenza verso la Presenza Reale di Cristo nell’Eucarestia, ad esempio, rafforzano e raffermano la nostra comune fede nella dottrina. Se dal culto pubblico si tolgono tutte quelle preghiere e quei gesti rituali che alludono a quella particolare verità (come la Presenza Reale), si può ben stare sicuri che nel tempo i fedeli cesseranno di crederci.

 La Messa romana e la dottrina cattolica

Poiché la Messa romana esprime la dottrina e nello stesso tempo esplicita ciò che i fedeli devono credere, la Chiesa, nei secoli passati, ha sempre vigilato attentamente sui testi liturgici in modo da assicurarsi che essi riflettessero pienamente la fede cattolica ed escludendo tutto ciò che potesse comprometterla. La Chiesa ha sempre parlato della Messa innanzitutto come di un sacrificio. É insegnamento infallibilmente rilevato che Gesù Cristo ha lasciato alla Chiesa un sacrificio visibile «in modo che il Suo sacrificio, già offerto una volta sulla Croce, potesse nuovamente essere reso attuale» 3. La dottrina secondo cui la Messa è prima di tutto un sacrificio offerto a Dio, è magnificamente e chiaramente espresso nella Messa romana. E così pure tantissimi altri punti dell’insegnamento cattolico come la Presenza Reale, la natura del Sacerdozio, l’esistenza del Purgatorio, l’identificazione della vera Chiesa di Cristo con quella cattolica e l’intercessione dei Santi.

 Protestantizzare i cattolici

martin luteroAnche i protestanti sono sempre stati al corrente di quanto la Messa cattolica esprima bene la dottrina della Chiesa. Infatti, quando vollero diffondere i loro insegnamenti fasulli e innovativi, cominciarono col cambiare la liturgia. Nel XVI secolo, Martin Lutero (1483-1546) riuscì a protestantizzare i cattolici cominciando proprio dal culto, come si legge in una sua biografia: «E venne quindi la riforma liturgica, che colpì il fedele più a fondo poiché ne intaccò la devozione personale: lo si invitò infatti a bere il vino del sacramento, a prendere la particola con le proprie mani, a comunicarsi senza prima essersi confessato, a sentire le parole della consacrazione nella sua stessa lingua e a prendere parte attiva nel coro sacro. Lutero elaborò quei principî teorici che furono poi alla base dei suoi cambiamenti più innovativi, il più importante dei quali era che la Messa non fosse un sacrificio» 4. I cambiamenti liturgici introdotti divennero quindi un mezzo per sminuire la dottrina cattolica e per diffondere al suo posto una dottrina rivoluzionaria. A dispetto di tutto questo, le riforme liturgiche che Lutero apportò nel XVI secolo per distruggere l’idea cattolica che la Messa fosse un sacrificio, assomigliano in maniera impressionante a quelle introdotte negli anni ’60! Come si spiega tutto ciò? E quali sono i principî che stanno dietro a queste innovazioni? Per rispondere a tali interrogativi dobbiamo risalire al Concilio Vaticano II.

 Le riforme del Vaticano II

Il Concilio Vaticano II 5 fu convocato da Giovanni XXIII (1881-1963). Egli disse di voler «aprire le porte» al mondo moderno e di voler «aggiornare» la Chiesa per rendere la sua presenza più «incisiva» per quei tempi e per richiamare più gente nel suo seno. Il Papa convocò i Vescovi per discutere su grandi riforme della liturgia, della disciplina ecclesiastica e della dottrina. Dopo la morte di Giovanni XXIII, i lavori del Concilio proseguirono sotto Paolo VI (1897-1978) e sfociarono in radicali cambiamenti. I cattolici si ritrovarono così di fronte alle riforme in ogni fase della propria vita religiosa. Su queste riforme si sono spese milioni di parole. I fedeli si sentirono ripetere centinaia di volte che «l’essenza della fede non era stata toccata» e che il Vaticano II avrebbe apportato «un vero rinnovamento» all’interno della Chiesa.

concilio vaticano II

giovanni XXIII

paolo VI

Da sinistrail Concilio Vaticano IIGiovanni XXIII e Paolo VI.

 I frutti del Vaticano II

D’altronde, Nostro Signore Gesù Cristo ci disse che avremmo potuto riconoscere un albero dai propri frutti, e che un albero buono avrebbe prodotto dei frutti buoni e che uno cattivo frutti cattivi. Ebbene, quali sono stati i frutti del Vaticano II? I preti e le suore hanno abbandonato in massa la loro sacra vocazione, i seminari, che una volta erano pieni, ora sono semivuoti o chiusi, l’assistenza alla Messa della domenica è calata drammaticamente, i teologi si sono posti dubbi o hanno rifiutato la dottrina cattolica, gli insegnamenti della Chiesa sulla morale vengono apertamente combattuti e ignorati di proposito sia dal clero che dai laici. Si possono chiamare buoni tali frutti? La maggior parte dei cattolici direbbe certamente di no. E siccome i frutti sono cattivi, ciò porta a concludere che l’albero che li ha prodotti, il Vaticano II, sia anch’esso cattivo!

 I principî del Vaticano II

Il Vaticano II ha prodotto tali effetti disastrosi perché si è fondato su due principî pericolosi: l’ecumenismo e il modernismo:

w L’ecumenismo cerca di fondere il cattolicesimo con le religioni non cattoliche. Tutte quelle dottrine e pratiche liturgiche che i protestanti o gli altri non cattolici trovano sgradite, devono, di conseguenza, essere eliminate, sminuite o rese ambigue.

w Il modernismo insegna che le verità cambiano di epoca in epoca e che, di conseguenza, anche la Chiesa debba cambiare in modo da essere così «incisiva» nel mondo secolare. Il clero modernista assimila il culto, la dottrina e la moralità tradizionale filtrandola attraverso la filosofia relativista moderna e i «principî» e i «valori» della società secolare. I modernisti spogliano così la fede da tutte quelle dottrine e pratiche liturgiche che alla mentalità moderna possono apparire troppo intransigenti, esclusiviste, difficili, oscurantiste, fanatiche o imbarazzanti. Come risultato, la nozione stessa di verità oggettiva viene a cadere, la religione viene così ridotta a poco più di un sentimento o di un simbolo, mentre gli stessi principî della morale divengono vaghi. Fu la politica ecumenica e modernista del Vaticano II che portò alla creazione della nuova Messa.

 La nascita della nuova Messa

Poiché tutti quei concetti e pratiche liturgiche rifiutate dai non cattolici e dalla mentalità moderna abbondavano nella Messa romana, i riformatori nella Chiesa del postconcilio decisero di gettare a mare il vecchio rito e di crearne uno nuovo che potesse rimpiazzarlo. Questo avrebbe dovuto soddisfare due propositi:

w Per soddisfare i protestanti, nel nuovo rito bisognava eliminare, o almeno sminuire, la dottrina cattolica secondo cui la Messa fosse un sacrificio propiziatorio 6, celebrata da un ministro consacrato, in cui Cristo diviene presente sotto le Specie del pane e del vino mediante la «transustanziazione».

w Per soddisfare l’uomo moderno occorreva invece abolire o stemperare parole forti come «inferno», «pena», «punizione eterna», «miracolo», «anima» e «separazione dal mondo».

Il compito di formulare un tale rito fu affidato ad una commissione chiamata Consilium (Consilium ad exequendam Costitutionem de Sacra liturgia). Tra gli osservatori non cattolici vi erano sei pastori protestanti: Ronald JasperMassey ShepherdRaymond GeorgeFriedrich KunnethEugene Brandt e Max Thurian in rappresentanza degli anglicani, del Consiglio Ecumenico delle Chiese, dei luterani e della comunità calvinista di Taizé.

osservatori protestanti con paolo VI

Il 10 maggio 1970, in occasione dell’udienza concessa ai sei pastori protestanti che hanno collaborato all’elaborazione del Novus Ordo Missæ, Paolo VI, parlando del loro contributo ai lavori del Consilium liturgico, ebbe a dire: «Vi siete particolarmente sforzati di dare più spazio alla Parola di Dio contenuta nella Sacra Scrittura; di apportare un più grande valore teologico ai testi liturgici, affinché la “lex orandi” (“la legge della preghiera”) concordi meglio con la “lex credendi” (“la legge della fede”)» (cfr. R. Coomaraswamy, Les problèmes de la nouvelle messe, Editions L’Age d’Homme, Losanna 1995, pag. 36). Non si capisce proprio come dei protestanti che negano la Presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucarestia, l’essenza sacrificale della Messa, il sacerdozio ministeriale, la mediazione universale di Maria SS.ma e dei Santi, e altre verità di fede possano aver apportato «un più grande valore teologico ai testi liturgici».

 

Sul loro ruolo all’interno del Consilium, il Vescovo William Baum (creato Cardinale nel 1976 da Paolo VI) disse: «Essi non si trovavano lì solo come osservatori, ma anche come consulenti che parteciparono attivamente al rinnovamento liturgico. Non avrebbe rappresentato molto se si fossero limitati ad ascoltare; essi vi contribuirono pienamente». E il risultato finale fu la promulgazione della nuova Messa nell’aprile del 1969.

 Un documento rivelatore

Nel 1969, l’Institutio Generalis Missalis Romani introdusse per primo i testi ufficiali della nuova Messa. Gli estensori ne presentarono i principî dottrinali che erano alla base del rito che avevano elaborato. Esso costituisce un documento rivelatore. Eccone i punti salienti:

w Definizione di Messa: l’Institutio Generalis si riferisce alla Messa come alla «Cena del Signore», termine questo gradito ai protestanti, e la definisce come «sacra assemblea o riunione del popolo di Dio volta alla celebrazione del memoriale del Signore sotto la presidenza del sacerdote». Lutero stesso avrebbe potuto scrivere una definizione del genere! Don Luca Brandolini (Vescovo dal 1987), che partecipò alla creazione del nuovo rito, disse di questo passo: «Si parte dal concetto di assemblea per dare una definizione alla Messa».

cardinale william baum

mons. luca brandolini

Card. William Baum Mons. Luca Brandolini

w Il banchetto comunitario: l’Institutio presenta la Messa anzitutto come un banchetto comunitario o un memoriale, piuttosto che come un sacrificio.

w La presenza di Cristo: l’Institutio non fà alcuna menzione della Presenza Reale di Gesù Cristo nell’Eucarestia e della Transustanziazione. Insegna invece che Cristo è presente nell’assemblea, nella lettura delle Sacre Scritture, nel sacerdote, e che l’Ultima Cena viene così resa presente.

w Il ruolo del celebrante: é l’assemblea che «offre» la Messa e il sacerdote si limita a «presiederla» perché il suo ruolo ora non è più quello del sacrificatore e mediatore, ma quello di un semplice «presidente dell’assemblea».

w La Consacrazione: ciò che nel vecchio rito veniva definita «consacrazione», nella nuova Messa è ora chiamata narratio institutionis («racconto dell’istituzione»). Questo termine viene usato dai protestanti per significare che l’Eucaristia, invece di essere un sacrificio, è un mero richiamo al racconto dell’Ultima Cena. Ma quando il sacerdote recita le parole della Consacrazione in modo puramente narrativo, la sua intenzione viene considerata insufficiente e la Messa è così invalida: Cristo non diviene realmente presente e il sacrificio non ha luogo. Ma quando i fedeli avvertirono l’allarme su come il nuovo rito promuovesse idee così pericolose, i creatori della nuova Messa cercarono di occultare le proprie intenzioni. Nel 1970, infatti, gli innovatori elaborarono una seconda edizione dell’Institutio che aboliva la maggior parte del linguaggio fatto oggetto di obiezioni e che includeva invece termini tradizionali. Ma d’altra parte lasciarono completamente invariato il nuovo rito che avevano creato basandosi sui falsi principî enunciati nel 1969. Il nuovo rito resta adesso l’unico usato nelle chiese del mondo.

 Un rito ecumenico e modernista

Mettendo a confronto le preghiere e le cerimonie della Messa romana con quelle del nuovo rito, è facile constatare come i principî teorici vengano messi in pratica e come la dottrina cattolica tradizionale sia stata, per così dire, «depennata» per ingraziarsi i protestanti e la mentalità moderna. Ecco alcuni esempi:

w Il comune rito penitenziale: la Messa romana comincia con il sacerdote che recita delle preghiere di riparazione a Dio chiamate «preghiere ai piedi dell’altare». La nuova Messa comincia invece con un «rito penitenziale» che il celebrante e i fedeli recitano in comune. E chi fu il primo ad introdurre un rito penitenziale in comune? I protestanti del XVI secolo che volevano promuovere l’insegnamento che il sacerdote non differiva dai semplici fedeli.

messa dei bambini

messa dei bambini

Ecco come viene presentata la Messa ai bambini

w Loffertorio: le preghiere dell’Offertorio nella Messa romana contengono allusioni specifiche a molti punti della dottrina cattolica: che la Messa è offerta in riparazione dei peccati, che i Santi devono essere onorati, ecc… I protestanti rifiutavano tali dottrine e abolirono le preghiere dell’Offertorio. «Quell’abominio chiamato “offertorio” – diceva Lutero – con tutto ciò che sa di oblazione». Dopo essere stato abolito, nella nuova Messa l’Offertorio è stato sostituito con una cerimonia chiamata «presentazione dei doni». Le preghiere ritenute offensive dai protestanti sono state dunque rimosse. Al loro posto vi è adesso la vaga preghiera: «Benedetto sei Tu Signore, Dio dell’universo. Dalla Tua bontà abbiamo ricevuto…», tratta da un ringraziamento ebraico recitato prima dei pasti.

w Le preghiere eucaristiche: la Messa romana ha un’unica preghiera eucaristica, l’antico Canone romano. Il Canone è sempre stato il bersaglio favorito delle polemiche luterane e protestanti. Al posto di un unico canone, la nuova Messa ha un numero diverso di preghiere eucaristiche delle quali ne riporteremo qui soltanto una: la Preghiera Eucaristica n° 1. La sequela dei Santi, tanto aborrita dai protestanti, è ora resa facoltativa, e quindi raramente usata. I traduttori ne hanno fatto diverse versioni: tra l’altro, l’idea di offrire Cristo-Vittima nella Messa (una nozione condannata da Lutero) è scomparsa. Tutte le preghiere eucaristiche prevedono ora pratiche liturgiche tipicamente protestanti: sono pronunciate ad alta voce invece che in silenzio e seguono tutte un’impostazione narrativa piuttosto che essere una vera e propria Consacrazione. I vari segni di riverenza verso il Santissimo Sacramento (genuflessioni, segni di Croce, campane, incenso, ecc…) sono stati ridotti, resi facoltativi o eliminati.

w La Comunione nelle mani: un protestante del XVI secolo, Martin Butzer (1491-1551), condannò l’uso della Chiesa di dare ai fedeli l’Ostia nella bocca come un qualcosa che giustificava una doppia superstizione:

– il falso onore tributato al Sacramento Sacramento;

– la deplorevole arroganza dei sacerdoti chiamati sempre a maggior santità nel popolo di Dio in virtù dell’olio della consacrazione.

L’uso protestante della Comunione nella mano rappresenta quindi un rifiuto della Presenza Reale di Cristo e dell’idea del sacerdote-sacrificatore. D’altronde, l’introduzione di tale pratica nella nuova Messa (un rito dove Gesù Cristo «è presente nell’assemblea» e dove il sacerdote non fà altro che presiederla) rappresenta ancora un ulteriore allontanamento dalla dottrina bimillenaria della Chiesa. Ma chi ha creato il nuovo rito ha fatto di meglio rispetto ai protestanti: un laico non solo è ammesso a ricevere la Comunione nelle mani, ma anche a distribuirla, magari anche in pantaloncini o in minigonna (se si tratta di una laica). L’uso della Comunione nella mano fà appello anche all’uomo contemporaneo che ama sentirsi «autonomo» e «adulto» e non soggetto a nessuno (concetti questi peraltro estranei al patrimonio cattolico tradizionale).

martin butzer - bucero

comunione nella mano

Martin Butzer Comunione in mano

w Il culto dei Santi: le orazioni nella Messa romana di frequente invocano il nome dei Santi e ne chiedono l’intercessione. Il culto che la Chiesa riserva ai Santi è sempre stata bollato dai protestanti come «superstizioso» 7. Il nuovo rito ha abolito la maggior parte di queste invocazioni, oppure le ha rese facoltative e, in più, ha riscritto in un’ottica protestante tutte quelle preghiere recitate durante le ricorrenze: sono state infatti tolte tutte quelle allusioni al «merito dei Santi», al «trionfo della vera fede», alla «Chiesa cattolica come unica vera Chiesa», al «peccato d’eresia» e alla «conversione degli eretici».

w Il culto delle anime purganti: come cattolici, sappiamo che quando un nostro fratello ci lascia, si prega per il riposo della sua anima. Questa dottrina si riflette nelle «Preghiere per i defunti» della Messa romana: «Possiate essere Voi, o Signore, misericordioso verso N. N.». I protestanti rifiutano la dottrina per cui si debba pregare per i defunti, e i modernisti rifiutano la posizione tradizionale sull’anima e sul Purgatorio. Il nuovo rito prevede 114 preghiere per i defunti: in tutte, tranne che in due, la parola «anima» è stata eliminata. Una semplice svista? Don Enrico Asworth, che collaborò nel 1970 alla stesura del nuovo rito, ammise che tali omissioni erano intenzionali!

w La teologia «negativa»: la mentalità moderna è inconciliabile con l’aspetto «severo» della religione cattolica, e i teologi del postconcilio hanno fatto del loro meglio per nasconderlo. Gli estensori del nuovo rito hanno quindi sistematicamente rimosso dalle preghiere della nuova Messa tutti quei concetti «negativi» come «inferno», «giudizio», «ira di Dio», «punizione eterna», «gravità del peccato» e «malvagità del mondo». A tal proposito, chiedetevi quando è stata l’ultima volta che avete sentito parlare di queste cose durante una Messa moderna.

w Le parole di Cristo: quando Gesù Cristo istituì l’Eucarestia durante l’Ultima Cena, disse che il Suo Sangue sarebbe stato «versato per voi e per molti in remissione dei peccati». Questo è ciò che dicono esattamente le parole della Consacrazione nel rito romano. Nella versione ufficiale del nuovo rito, per la maggior parte delle lingue occidentali (inglese, tedesco, italiano, portoghese e spagnolo), il «molti» è scomparso ed è stato rimpiazzato da un «per tutti». Una versione delle parole della Consacrazione che non ha il minimo riscontro nella storia della liturgia eucaristica della cristianità. La giustificazione teorica data per una simile traduzione, veniva fornita dagli scritti di un protestante tedesco e modernista, Gioacchino Geremia. Il vero punto della fraudolenta traduzione stava nel fatto di voler dipingere il Salvatore come un capo ecumenico che vuol salvare tutti gli uomini, senza preoccuparsi eccessivamente della loro fede. Il cambiamento nelle parole di Cristo suscita inoltre dei dubbi sulla validità della Consacrazione del Calice e si aggiunge già a quello suscitato dalla trasformazione della Consacrazione Eucaristica in una versione narrativa dal sapore protestante.

w Irriverenza sacrilega: oltre a promuovere una falsa dottrina, la nuova Messa è anche sacrilega. Un sacrilegio è qualcosa che offende il carattere di ciò che è sacro. Considerate il fatto di come i riti della nuova Messa offendano o sminuiscano il carattere sacro dell’Eucaristia. Le stesse parole di Cristo per la Consacrazione del Suo Preziosissimo Sangue sono state falsate. La Comunione nella mano, dove si mette l’Ostia in mani non consacrate, è una pratica ufficialmente approvata; gli uomini e le donne laiche possono ora maneggiare le Sacreministro straordinario dell'eucarestia Particole; si può usare anche un pane friabile con le briciole che cadono sul pavimento; in maniera distratta i fedeli si portano la Comunione alla bocca come se si trattasse di un biscotto; quando l’Ostia cade nessuno provvede più a raccoglierla con le dovute cautele; il sacerdote non provvede più a purificarsi le dita dai frammenti nel Calice; un applauso scrosciante vien fatto quando i fedeli dovrebbero essere in raccoglimento per prepararsi a ricevere la Comunione; la genuflessione dei fedeli è stata quasi dappertutto abolita; si usano adesso come calici e pissidi delle coppe di vetro e ceramica di aspetto comune e non consacrati; alla Comunione ora ci vanno ormai tutti senza essersi prima confessati. Dove si celebra il nuovo rito vi è un’atmosfera generale di irriverenza che porta all’idea che non tutto sia poi così importante e sacro. I fedeli conversano tranquillamente in chiesa, prima o dopo la Messa. Il modo di parlare del sacerdote è di proposito familiare e banale e il celebrante si comporta spesso come un attore dilettante che deve recitare la sua parte drammatica. I fedeli vestono casualmente come se fossero andati a far compere e a divertirsi, o in maniera immodesta con pellicce e abiti scollati. La musica, che spesso è accompagnata con chitarre e tamburelli, crea il più delle volte un’atmosfera mondana e popolare. Le chiese sono state spogliate delle statue dei Santi e degli arredi, e a guardarle non sembrano più «sacre» della stazione dei treni. Tutto questo converge ad un’idea soltanto: la Messa e la Presenza Reale di Cristo non sono poi «cose importanti». Di conseguenza la nuova Messa degrada ciò che esiste di più sacro sulla Terra: il rinnovamento incruento del sacrificio della Croce, e insulta direttamente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità del Nostro Redentore. La nuova Messa è gravissimamente blasfema e il fatto stesso che tanti cattolici di buona volontà siano stati costretti ad accettarla fà parte di quel sottile piano diabolico sotto la falsa bandiera dell’obbedienza.

 La perdita della fede

La liturgia, di per sé, come già abbiamo detto, influenza la fede di coloro che vi partecipano. Quindi, i frutti della nuova Messa non dovrebbero costituire per noi una sorpresa. I cattolici hanno smesso di credere al dogma principale della Messa, che cioè il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo con la Transustanziazione. In un sondaggio condotto dal New York Times, nell’aprile del 1994, fu chiesto ai cattolici americani se il pane e il vino nella Messa fossero:

– «cambiati nel Corpo e nel Sangue di Gesù Cristo» (secondo la dottrina tradizionale);

– «ricordi simbolici di Cristo» (secondo il credo protestante).

Ebbene, il 70% degli intervistati, nella fascia di età tra i diciotto e i quarantaquattro anni, rispose che il pane e il vino nella Messa erano solamente «ricordi simbolici». Anche nella fascia di età tra i quarantacinque e i sessantaquattro anni, il 58% rispose in tal modo, e solo il 38% ribadì la dottrina tradizionale. Negli intervistati di età superiore ai sessantacinque anni, solo un sofferto 51% optò per l’insegnamento tradizionale, mentre il 45% rispose nella maniera succitata. Nel passato, i martiri cattolici avrebbero scelto di morire piuttosto che affermare che la Presenza Reale di Cristo non era altro che simbolica! Adesso, invece, la posizione cattolica sull’Eucarestia in linea di massima non si distingue più da quella luterana, presbiteriana o metodista. La causa principale di questo «crollo» è da ricercarsi nella nuova Messa, la quale ha propagato i suoi errori dottrinali e le sue pratiche sacrileghe per decenni. É riuscita a trasmettere il messaggio del nuovo rito… e ha fatto perdere la fede.

 Cosa fare allora?

messa cattolicaRisulta quindi facile capire perché alcuni cattolici, con esplicita rinuncia, hanno deciso di non frequentare il nuovo rito e di andare solo alla Messa romana. Questa Messa è fedele alla dottrina che la Chiesa cattolica ha sempre ribadito e proclamato; al contrario, la Messa moderna annacqua e cancella la dottrina a vantaggio degli eretici. La Messa romana offre a Santissimo Sacramento un trattamento di grandissima riverenza, mentre il rito moderno gli riserva quello di un banalissimo pezzo di pane! Il rito romano affonda le proprie radici nella tradizione degli Apostoli; al contrario del nuovo, che è filo-protestante, modernista e corruttore della fede. L’atteggiamento che i cattolici dovrebbero avere verso la nuova Messa, potrebbe essere riassunto da queste tre parole: «Stiamone alla larga»! Se queste parole possono suscitare sorpresa e indignazione, si consideri questo: il fine principale della Messa è quello di onorare e servire Dio; e un rito che corrompe la dottrina della Chiesa, spaccia eresie come verità di fede, falsa le parole stesse del Signore, si mostra blasfemo contro il Suo Corpo ed è in combutta con i protestanti e con i modernisti, non di certo serve ad onorare Dio. Può al massimo disonorarlo. Nessun cattolico, ovviamente, vuol dispiacere al Signore; per questa ragione tutti i cattolici che rifiutano gli errori del nuovo rito e del Vaticano II non vanno a Messa tutte le domeniche, se non c’è il rito romano al quale possano assistere. Piuttosto che prendere parte ad un rito che possa offendere Dio, i cattolici (come gli inglesi del XVI secolo quando i protestanti introdussero le loro riforme liturgiche) cercano di assistere alla Messa romana e, non potendo assistervi, restano a casa loro, leggendo i messalini e unendosi spiritualmente alle Messe di vecchio rito celebrate nel mondo.

 La Messa con lindulto (o con il Motu Proprio)

I cattolici che rifiutano gli errori del Vaticano II e la nuova Messa, hanno tenuto in vita il rito antico dal 1969. Ma in alcune città, a partire dal 1984, certi Vescovi hanno cercato di guadagnarsi le simpatie dei «tradizionalisti» (cercando di ricondurli alla religione conciliare 8) permettendo che nella loro diocesi si potesse celebrare saltuariamente (o regolarmente) il vecchio rito «in maniera ufficiale»: queste Messe vengono comunemente chiamate «Messe con l’indulto». Grazie all’indulto, molti cattolici hanno così potuto riassistere al vecchio rito o vederlo per la prima volta. Questo è senza dubbio un grande passo avanti. Ma ci sono comunque dei seri problemi con la Messa con l’indulto. Le Ostie tolte dal Tabernacolo, consacrate prima in maniera dubbia e sacrilega con il nuovo rito, potrebbero essere distribuite durante la Comunione; il celebrante (o il Vescovo da cui ha ricevuto la nomina sacerdotale) potrebbe essere stato ordinato con i nuovi riti conciliari la cui validità è fortemente dubbia; le Ostie consacrate e riposte nel Tabernacolo nel vecchio rito, potrebbero poi esser dopo distribuite nelle mani dei fedeli durante la nuova Messa!

Si potrebbero citare tantissimi altri problemi analoghi. In ultima analisi, d’altronde, la Messa con l’indulto è solo un trucco per neutralizzare la protesta contro la nuova Messa e il Vaticano II. La nuova Messa, come abbiamo visto, trasuda errori dottrinali ed è sacrilega. Ma i preti e i fedeli che promuovono tali Messe con l’indulto, per ottenere l’approvazione dal loro Vescovo, devono impegnarsi a tacere sui mali del nuovo rito e del Concilio. Questo risulta molto più evidente da alcune «direttive» del Vaticano, che permettono il rito tradizionale sotto certe precise condizioni. Queste direttive obbligano il sacerdote che celebra queste funzioni, ad aderire alle riforme del Vaticano II, così come a promuovere «il loro adeguamento ai valori liturgici, disciplinari e dottrinali indicati dal Concilio». La Messa viene così degradata ad un mero esercizio di nostalgia, di estetica, di antiquariato, di preferenza e di dolce sentimentalismo. D’altronde, con la Messa dei bambini, delle ragazze all’altare e della Comunione nella mano, il grande banchetto conciliare può così offrire una scelta in più tra tante pietanze considerate buone e dove tutto è una questione di gusto personale. I cattolici che vanno alla Messa con l’indulto possono così anche sedersi a destra (la sezione della «Chiesa Alta») nel grande parlamento ecumenico del Vaticano II.

 Ricordati di santificare le feste

Talvolta i preti modernisti dicono che andare alla Messa «tradizionalista» in una chiesa non riconosciuta dalla diocesi, non costituisce adempimento del precetto festivo o, peggio ancora, rappresenta un peccato. In queste parole sembra implicita l’idea che si sia obbligati aelevazione del calice seguire il nuovo rito! Questo non è assolutamente vero. Il nostro primo obbligo è quello di onorare Dio e di salvare la nostra anima e nessuno può legittimamente obbligarci a seguire un rito che disonora il Signore e nello stesso tempo pregiudica la nostra salvezza falsando la fede cattolica. Per quanto riguarda il peccato, chi ha frequentato anche solamente per un po’ la Messa nuova sa bene quale alto concetto di peccato abbiano ancora i preti moderni! Comunque, se andare alla Messa «tradizionalista» è un peccato, questo è l’unico forse ancora rimasto nel postconcilio! Ironicamente, è proprio il nuovo Codice di Diritto Canonico a contraddire le loro esternazioni sul precetto festivo. Il Codice del 1983 stabilisce infatti che il precetto festivo «viene adempiuto dall’assistenza alla Messa celebrata in qualsiasi luogo secondo il rito cattolico» (can. § 1248.1), e la Messa che la Chiesa ha sempre celebrato per secoli non ha certo nessuna difficoltà ad essere qualificata come cattolica. La nostra situazione è come quella dei cattolici inglesi del XVI secolo quando i sacerdoti e i Vescovi adottarono il nuovo credo riformato e cercavano di imporre un rito nuovo ai fedeli. I cattolici ignorarono i precetti e le leggi dei novatori, che comandavano di adempiere al precetto festivo con la Messa eretica, e cercarono invece di trovare dei sacerdoti che potessero provvedere così a celebrare la vera Messa risonante di dottrina cattolica. E così pure ai nostri giorni. Le chiese e le cattedrali si trovano occupate da un clero che promuove una falsa dottrina e una forma eretica di culto. Come i cattolici del XVI secolo, anche noi non abbiamo nessun obbligo di seguire i dettami di un clero che ha pubblicamente apostatato dalla fede. E ancora, come siamo obbligati a seguire la vera dottrina e il culto cattolico, così dobbiamo ricercare quei preti fedeli che possano provvedere alla salvezza dell’anima.

 Un invito

Dopo il Concilio Vaticano II, i cattolici sparsi nel mondo hanno serrato i ranghi per salvare la Messa e i Sacramenti. Da qualche parte sono riusciti anche ad allestire delle splendide chiese per dare degna dimora al Signore; da qualche altra parte, invece, il Santo Sacrificio della Messa viene offerto in camere prese in affitto, proprio come la prima Messa (l’Ultima Cena) che si celebrò in una stanza affittata. Ad ogni modo, ciò che importa è la Messa, «grazie alla quale il Sole può sorgere e tramontare», come diceva San Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751). Se quello che abbiamo detto fin qui vi ha instillato nell’anima il lodevole desiderio di venire alla Messa romana, vi invitiamo ad unirvi a noi alla prossima celebrazione. Questo libretto ha voluto essere solo una breve esposizione delle ragioni di quei cattolici rimasti «saldi e forti nella fede che avete appreso» (2 Ts 2, 14). Vi invitiamo comunque ad approfondire le nostre posizioni con la lettura e con lo studio. Esistono diversi libri e riviste che offrono una spiegazione e una difesa delle nostre ragioni. Infine, vi invitiamo alla preghiera e a ricercare l’intercessione della Madonna e dei Santi perché vi facciano ottenere la grazia di perseverare nell’unica vera fede, fino alla morte.

 Letture raccomandate

w Don A. Cekada, Non si prega più come prima, Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia.

w Cardinali A. Bacci e A. Ottaviani, Breve esame critico del Novus Ordo Missæ, Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia.

banner crisi della chiesa

 

NOTE

1 Traduzione dall’originale in lingua inglese Welcome to the Traditional Latin Mass («Benvenuti alla Messa tradizionale in latino»), Catholic Restoration, Troy (Michigan) 1995, a cura di Luca Schiano.

2 La forma liturgica celebrata fino al Concilio Vaticano II viene spesso chiamata in diversi modi: «Messa tradizionale», «Messa di San Pio V», o «Messa tridentina»; tuttavia, a nostro avviso, l’aggettivo più corretto e che più le si addice è quello di «Messa romana», che noi utilizzeremo nel corso di questo libretto (N.d.R.).

3 Sacrosanto Concilio di Trento.

4 Cfr. R. Bainton, Here I Stand («Io resto qui»), Ed. Mentor, pag. 156.

5 Tenutosi dall’11 ottobre del 1962 all’8 dicembre 1965.

6 Offerto in riparazione dei peccati.

7 La conferma che questo, purtroppo, sia ancora oggi il pensiero del mondo protestante a riguardo del cattolicesimo romano – nonostante ormai cinquant’anni di sciagurati tentativi ecumenici, messi in atto dai soli cattolici, per avvicinarsi ai «fratelli separati» – viene da diverse opere scritte da autori riformati. Tra i tanti ne citiamo alcuni: nel suo libro Gli occhi aperti sulle astuzie di Satana (Ed. La Buona Novella, Brindisi 1988), il protestante tedesco Emil Kremer include tra le forme di superstizione (che egli definisce «peccati d’abominio») anche «il culto reso ad immagini e statue»«le preghiere indirizzate ai santi» (pag. 95), oppure il «ripetere un certo numero di preghiere o di “Pater” con lo scopo di ottenere da Dio qualche cosa» (pag. 96). Un altro autore protestante, l’italiano Carlo Fumagalli, nel suo libretto Magia: sua vera natura e conseguenze (Ed. La Buona Novella, Brindisi s.d.), rincara la dose includendo tra le forme di «idolatria religiosa» anche il «portare addosso reliquie di santi, scapolari, ecc… e venerarli», e aggiuge: «Le preghiere indirizzate ai Santi, a Madonne e a morti nascondono un grosso pericolo: possono aprire un collegamento diretto con demoni» (pag. 24).

8 Al di là delle varie considerazioni che si possono fare sulla vera ragione per cui le autorità che seguono il Vaticano II hanno concesso questo «permesso» per celebrare la Messa romana (un’abile espediente per convogliare su un binario morto, costruito ad arte, la protesta «tradizionalista»), c’è poi da dire che coloro che chiedono di usufruire di tale concessione al loro Vescovo devono firmare un documento in cui si dice di accettare la «bontà» del nuovo rito. 

 solo la superficialità che regna a proposito di questo argomento nel milieu cattolico, ma soprattutto la più completa ignoranza a riguardo dei veri motivi che stanno alla base delle preferenze in materia liturgica di certi cattolici. Non volendo rubare altro tempo prezioso al lettore, invito quindi a leggere questo articolo con animo sereno, tenendo però sempre l’occhio fisso alle verità immutabili della dottrina cattolica, l’unica che può condurci al porto sicuro della salvezza eterna.

Metapolitica: da Evola, Guénon, Spengler e Junger al Cattolicesimo Tradizionale

Condividi su:

di Matteo Castagna per https://www.2dipicche.news/da-evola-guenon-spengler-e-junger-al-cattolicesimo-tradizionale/

Già nel 1927 René Guénon parlava di una “crisi” della società occidentale a lui contemporanea inserendosi in modo del tutto particolare (come spiega approfonditamente Giovanni Sessa nel suo saggio nell’Appendice 2) in quella che sarebbe stata poi definita proprio “letteratura della crisi”, di cui fa parte tutta una lunga serie di autori, delle più varie origini culturali, e di cui Julius Evola, nella sua introduzione del 1937, cita quelli allora più noti.

Gianfranco De Turris, nella prefazione del libro di Guénon sulla crisi del mondo moderno, ed. Mediterranee scrive cose molto importanti:

Il punto di partenza è “spirituale”; quindi, si può ritenere che la descrizione della “crisi” della società effettuata nel 1927 sia ancora attuale, e dopo tanti decenni valida non soltanto – se vogliamo seguire la dicotomia di Guénon – per l’Occidente materialista, che si basa sull’ “azione”, ma ormai anche per l’Oriente spiritualista che si basa sulla “contemplazione”.

La situazione per quest’ultimo, essendosi viepiù deteriorata e rispetto al tempo di Guénon e rispetto al tempo in cui Julius Evola scriveva l’introduzione del 1972. Del resto, il filosofo italiano aveva pubblicato sin dal 1950 un articolo dal titolo simil-spengleriano de Il tramonto dell’Oriente, in cui si spiegavano esattamente i motivi di questo declino.

Due sono i fenomeni che sia Guénon che Evola non avevano previsto novanta e quarant’anni fa (del resto non ci pare che nemmeno altri vi avessero pensato, né filosofi né tantomeno scienziati), ma che comunque non solo non inficiano i loro ragionamenti, ma addirittura li rafforzano: uno di tipo spirituale e uno di tipo più pratico. Il primo, paradossalmente, è il peso crescente delle religioni. L’Islam nel Vicino e Medio Oriente, il Cristianesimo proprio nelle regioni più lontane, in Sud America e nell’Oriente Estremo. Ma in una società sempre più secolarizzata il peso che esse hanno è deviato rispetto alle origini.

L’Islam è deviato con lo sviluppo delle sue correnti fondamentaliste e le frange terroristiche, con la “guerra santa” non solo contro gli occidentali ma soprattutto contro coloro che nei loro territori professano religioni diverse o sono di fazioni islamiche da sempre contrapposte.

Il Cristianesimo, al contrario, con il suo ecumenismo (o para religiosità) che mette ogni cosa sullo stesso piano e poi non ne sa accettare le conseguenze quando viene strumentalizzato o perseguitato e martirizzato senza suscitare troppa indignazione internazionale.

Il secondo aspetto è la scienza che, anche qui paradossalmente, si va sempre più “smaterializzando” in alcuni suoi settori che peraltro sono pervasivi e totalizzanti e che contribuiscono alla tanto vituperata “globalizzazione”: si pensi soltanto alla Rete telematica mondiale attraverso la quale, in modo del tutto virtuale, si possono compiere azioni talmente “concrete” da poter destabilizzare intere nazioni dal punto di vista economico-finanziario senza muovere un solo elemento “materiale” e mettendo in crisi le principali Borse mondiali.

Tutto questo però non dimostra altro, anche se in termini diversi, che la decadenza spirituale si espande in maniera sempre più accelerata, come scrive Guénon nella sua prefazione, a esemplificazione del fatto che si sta andando verso la fine non del mondo (come allora si pensava e ancora oggi qualcuno pensa nella galassia apocalittica d’area cattolica o assolutamente di stampo orientale, tribale e atea), ma verso la fine di un mondo, l’attuale, quello della tarda modernità, la cui fine non sarà una apocalisse atomica (vi alludeva Evola nella conclusione della ed. 1951 di “Rivolta contro il mondo moderno”), ma qualcosa di molto più sottile: la perdita dell’anima, della cultura, della indipendenza intellettuale, delle radici individuali e collettive. Insomma, della persona, dell’etica tradizionale collettiva e plurisecolare del Vecchio Continente, per l’instaurazione di uno Stato neutro, che chiamano liberale perché è più fine di a-morale.

Ne “La crisi del mondo moderno” Guénon definisce la società dell’Occidente “materialista” nei confronti dell’Oriente. Questo vale per i suoi aspetti esteriori (il preoccuparsi soltanto della parte materiale dei suoi interessi) e interiori (le filosofie contemporanee e la scienza). Ma, a parte la “materializzazione” dell’Oriente stesso, già denunciata da Evola dopo la guerra, persa anche dal Giappone, e emblematicamente rappresentata dalla Cina, colosso ormai “comunista-capitalista” nutrito al fondo di confucianesimo, per ritornare a parlare di scienza qualcosa è cambiato rispetto agli anni Trenta del Novecento: il sempre più inoltrarsi nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo, spostando così i confini della Realtà verso le origini dell’universo e verso le origini della materia, ha portato al sorgere di varie concezioni, sia cosmogoniche che fisiche, le quali prendono in considerazione un Ente creatore e ordinatore, e molti scienziati a porsi la domanda se definirsi “atei” sia ancora corretto.

Ciò non significa però che gli effetti pratici della scienza, le sue ricadute tecnologiche siano meno “materiali” e che gli scopi siano mutati: gli effetti, come denunciava Guénon, restano sempre gli stessi: l’industria e il profitto. Pur “smaterializzandosi” nella Rete Globale, per accedere a essa sono sempre necessari degli strumenti concreti che le grandi industrie producono a getto continuo, quasi giornalmente, creando, come si vede a ogni novità, una vera dipendenza dei consumatori, specie giovani.

Infatti, in periodo di crisi economica calano le vendite di alimentari e libri, ma non certo le vendite di telefonini e simili. E poiché si tratta di mezzi di comunicazione di massa condizionanti e diffusi per l’intero orbe terracqueo il risultato è un appiattimento conformistico a pseudo-verità camuffato di “democrazia di base”. Al punto che qualche teorico pentito di Internet ha lanciato l’allarme ipotizzando la nascita di una “mente collettiva” sviluppata dalla Rete, ma indipendente dal meccanismo in sé.

E a essa si potrebbero applicare le considerazioni che oltre un secolo fa illustrò Gustave Le Bon nel suo “Psicologia delle folle”, cui lo stesso Guénon indirettamente fa riferimento. Sono mutati i mezzi, ma identico è sempre il fine. Siamo in un Caos, inutile negarlo ironizzandoci su, e in mano a quelle “guide cieche” evocate dal pensatore francese nelle ultime pagine di quest’opera. Sorge quasi spontanea alla mente l’immagine del famoso quadro di Peter Bruegel con la catena dei ciechi che, guidata da un altro cieco, precipita in un abisso senza rendersene conto…

La preveggenza di Guénon, possiamo dire la sua illusione, come anche Evola rileva nelle sue introduzioni alle tre edizioni del libro, quindi nell’arco di trentacinque anni, è aver pensato che un tentativo di reazione alla “crisi del mondo moderno” potesse venire dalla Chiesa cattolica. Poiché la reazione non potrebbe che venire da una élite spirituale (avendo quelle politiche dei limiti o avendo già fallito del tutto) il metafisico francese riteneva che l’unica esistente in Occidente in forma già organizzata fosse la Chiesa di Roma. 

Al termine delle letture di questi due testi metapolitici di Evola e di Guénon, sentii la spinta per tornare alla Chiesa, che abbandonai per circa dieci anni, perché dal 1990 favoriva una politica ultra-progressista, come se il Muro di cui in famiglia e a scuola festeggiammo il crollo, fosse ancora da erigere, contro i “nuovi barbari” della Lega Nord, i “vecchi fascisti” del MSI e del suo Fronte della Gioventù. Strano, perché io, all’epoca, a Verona ritrovavo molti principi riconducibili alla dottrina sociale della Chiesa più nella sede di Via Santa Chiara del partito di Bossi o al “Motta”, dove si trovavano i missini e gli extraparlamentari, più che all’oratorio. Aborto, droga, comunismo erano banditi, mentre in parrocchia erano diventati oggetto di dialogo ed apertura inclusiva.

Nel corso degli attuali 27 anni di conversione militante al Cattolicesimo fedele alla Tradizione, ho conosciuto varie persone, anche sacerdoti, che avevano compiuto il mio stesso percorso, magari con esperienze diverse. Lo stesso cui paradossalmente non giunsero mai né Guénon, né Evola, che nella pars costruens si sono persi nell’esoterismo, nella gnosi, nella magia e in un paganesimo assurdo, per l’evoluzione delle loro stesse riflessioni..

Ne “La crisi del mondo moderno” Guénon scrive che la Chiesa, con gli ultimi pontefici non ha fatto altro che “aprirsi al mondo moderno” sempre più, facendosi un vanto del venire incontro alle sue “istanze”, di accogliere le novità della cosiddetta “società civile” sui piani più diversi, di modificare un poco alla volta una sua “tradizione” millenaria che sembrava consolidata.

Quindi per così dire “materializzarsi” nel senso guénoniano del termine, nel senso di adeguarsi alla corrente del tempo, in pratica essere “al passo coi tempi”, seguire lo Zeitgeist, e così portare un suo contributo alla “crisi” stessa, seguendone la deriva, piuttosto che fare da ostacolo, barriera, freno, “insomma quel katechon paolino che era sempre stato una sua caratteristica spirituale. In tal modo, ha ottenuto una apparente popolarità mediatica e di massa, ma a caro prezzo: perdendo il carisma spirituale e conservando solo quello morale”, sfumando, progressivamente anche in quello, nei decenni successivi.

Era la stessa critica che trovai dai tradizionalisti, prima a Verona e, poi, agli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, predicati da uno dei migliori sacerdoti in quest’ambito. Mi rilessi alcuni brevi testi, che alcuni amici mi avevano consigliato, di cui erano gelosissimi perché praticamente introvabili, se non dal compianto Benizzi Ferrini, che li custodiva per la libera vendita, in un grande magazzino. Capii dopo perché dovevano restare così nascosti…Offrivano troppi tesori da esplorare e spunti per crescere liberi, conoscendo ciò che la modernità giacobina, borghese, liberale, progressista e cattocomunista voleva censurare.

Il Ribelle, di Ernst Jünger (1895-1998) fu uno di questi, illuminanti ed in linea con un pensiero, il mio, che stava procedendo verso la sua definizione. Questa figura, in un’epoca che anche io ritenevo di dittatura tecnologica e burocratica, decide di fare “passaggio al bosco”, ovvero di affermare la propria libertà interiore e agire autonomamente, rifiutando il conformismo. Per me rifiutarlo significava giungere all’essenza dell’identità italiana ed europea, ovvero alla Civitas Christiana ed Chiesa Cattolica, che era stata fino a Papa Pio XII quel katechon che il Concilio Vaticano II (1962-1965) aveva eclissato, oscurato, impoverito, trasformato sino a rendere gli inquilini dei Sacri Palazzi assolutamente ininfluenti, nella “civitate Homini” e assenti dalla “Civitate Dei”, come Sant’Agostino chiamerebbe la Società Temporale e quella Spirituale.

Jünger scrisse che “il Ribelle deve possedere due qualità. Non si lascia imporre la legge da nessuna forma di potere superiore né con i mezzi della propaganda né con la forza. Inoltre, è molto determinato a difendersi, non soltanto usando tecniche e idee del suo tempo, ma anche mantenendo vivo il contatto con quei poteri che, superiori alle forze temporali, non si esauriscono mai in puro movimento”. E chi sono costoro se non i vescovi e i sacerdoti sinceramente e integralmente cattolici, apostolici, romani?

Infine, sempre il grande filosofo tedesco ammoniva: “la resistenza richiede grandi sacrifici: il che spiega anche perché la maggior parte delle persone scelga la costrizione”, che è, a mio avviso, mediocrità. Cristo ci chiede sacrifici. La via per la Vita Eterna non è una passeggiata, ma un Calvario, il cui segreto è l’accettazione della Croce, grande o piccola che sia, perché redentrice, quanto il dolore è purificazione ed espiazione del male e dei peccati che commettiamo.

Stato di necessità o scisma?

Condividi su:

di Redazione

Un buon numero di cattolici disorientati ci ha chiesto, con messaggi e richieste formali, una posizione in merito alle consacrazioni episcopali che la Fraternità San Pio X si appresterebbe a fare il 1° luglio 2026. Inizialmente, non avremmo voluto farne un articolo per non essere ripetitivi e per evitare le solite risposte giustificazioniste che, consapevolmente o meno, fanno sempre a pugni col Magistero Perenne della Chiesa e col Diritto Canonico. Conosciamo bene gli argomenti delle auto-difese, che farebbero sorridere un seminarista al primo anno, tanto quanto gli astuti modernisti che occupano i Sacri Palazzi almeno dal 1965, ma comprendiamo anche la sincera necessità di capire delle anime buone. Riteniamo di fare, perciò, un atto di carità spirituale, chiarendo le questioni con questo scritto, giunto al sito del Circolo Christus Rex-Traditio come atto di testimonianza, che non abbiamo richiesto, ma che la Provvidenza ha suscitato da un veterano della Tradizione Cattolica, teologo e canonista laico, tra i più preparati e presente ai vari fatti, sin da prima delle consacrazioni episcopali. Utilizza uno pseudonimo per umiltà, affinché il testo sia letto senza alcun pregiudizio e, per questo, nel fare propri tutti gli assunti come posizione ufficiale del nostro piccolo ma sempre molto attivo Circolo Christus Rex-Traditio, lo ringraziamo. 

 

di Doctor Quidam

Sono trascorsi ormai 38 anni dalla consacrazione dei vescovi, fatta senza mandato romano, da Mons. Marcel Lefebvre e Mons. Antonio De Castro Mayer. Il 2 febbraio 2026, Festa della Purificazione di Maria S.S., viene data la notizia dal Superiore della F.S.S.P.X. don Davide Pagliarani dell’intenzione di procedere il 1° luglio 2026, Festa del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, alla consacrazione di nuovi vescovi. da parte della F.S.S.P.X. (Fraternità Sacerdotale San Pio X).

Preliminarmente, prima di entrare nell’aspetto canonistico e teologico, va fatto rilevare che la F.S.S.P.X. ha giocato, in questi anni, dopo la morte di Mons. Marcel Lefebvre, con le autorità romane, sue due sponde: la prima, attaccando le deviazioni dottrinali susseguite al 1988, l’altra diplomatica, riconoscendo l’autorità romana come legittima, nonostante gli errori dottrinali riproposti ininterrottamente dalla chiusura del Vaticano II (1965). Questo dualismo ha portato alla revoca, da parte di Benedetto XVI, della scomunica ai vescovi consacrati nel 1988, nella speranza di un rientro nella chiesa conciliare (ma non a Mons. Marcel Lefebvre ed a Mons. Antonio De Castro Mayer). Dopo l’espulsione dalla F.S.S.P.X. di Mons. Richard Williamson e la sua morte di Mons. Bernard Tissier de Mallerais, i vescovi nella F.S.S.P.X. sono rimasti solo due: Mons. Alfonso De Gallareta e Mons. Bernard Fellay, entrambi non di età avanzata, non raggiungendo neppure la settantina d’anni.

La cosa che appare strana è che si dica di voler procedere alle consacrazioni episcopali a distanza di quasi sei mesi, quando invece Mons. Marcel Lefebvre lo deliberò dopo che le trattive con la Roma modernista naufragarono. Era ovvio, perché pretendeva l’adesione alla chiesa conciliare e Mons. Lefebvre comprese l’inganno. Infatti, era stato portato alle trattative con il Vaticano dai suoi consiglieri, “obtorto collo”, ancorché lui fosse restio a proseguire i contatti. In ogni caso, fu una decisione repentina e non organizzata con minuzia. Mons. Marcel Lefebvre aveva, allora, 83 anni e comprendeva che non poteva più indugiare nel darsi una continuità.

La situazione, oggi, è totalmente diversa. In questi anni, la sottile diplomazia tessuta dalla F.S.S.P.X. a partire da Benedetto XVI e poi con Francesco, con i vari contatti, tenuti in segreto, hanno portato alla revoca della scomunica per i consacrati e poi da parte di Francesco alla giurisdizione per la celebrazione dei matrimoni e all’assoluzione per il Sacramento della Penitenza. La prima, fu concessa, come si è detto, nella speranza di un rientro nella compagine conciliare, ma a determinate condizioni, che la F.S.S.P.X. non poteva pubblicamente accettare. In breve, la chiesa conciliare continuava nell’esperienza modernista, ma restava l’autorità ufficiale della Chiesa cattolica, come se l’eresia modernista fosse un comune raffreddore invernale, che però, purtroppo, funesta la Chiesa ormai da quasi 65 anni. In questa situazione, la F.S.S.P.X.  ha organizzato, nell’agosto del 2025, un grande pellegrinaggio a Roma, per l’Anno Santo, facendo palesare davanti alle autorità vaticane la potenza della F.S.S.P.X.  ed il suo peso in ambito ecclesiale.

Dulcis in fundo, dopo che è stata data la notizia da parte del Superiore Generale della F.S.S.P.X. dell’intenzione di procedere a nuove consacrazioni episcopali è pervenuto, subito, l’invito da parte della Congregazione della Dottrina per Fede ad un incontro per il 12 febbraio, per trovare una soluzione. Dopo l’incontro, sono state pubblicate le foto del Superiore Generale della F.S.S.P.X. con accanto il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il “card.” Victor Manuel Fernandez. È stato poi pubblicato dal Dicastero sopracitato un Comunicato nel quale si afferma che: “l’incontro – è stato – cordiale e sincero” Si auspicano nuovi contatti al fine di trovare un accordo e discutere sui vari argomenti toccati durante il colloquio. La condizione preliminare è quella, però, di sospendere le consacrazioni episcopali da parte della F.S.S.P.X.

Si fa rilevare che nel Comunicato si parla di: «religioso ossequio della mente e della volontà», termine tipico del Giansenismo, condannato dalla Sede Apostolica.

Il Comunicato conclude che don Davide Pagliarani presenterà le proposte del Dicastero Romano al suo Consiglio e darà una risposta.

Va precisato che Victor Manuel Fernandez è lo stesso che ha negato la Corredenzione di Maria S.S., pochi mesi orsono, e alla quale dichiarazione del Dicastero Romano don Davide Pagliarani ha fatto celebrare Messe in riparazione.

La situazione dovrebbe apparire paradossale a tutti!

Niente affatto, perché, ormai, i fedeli della F.S.S.P.X. sono talmente indottrinati che non riescono più a discernere il vero dal falso. Ed insistono che bisogna resistere ai superiori per obbedire a Dio nonché con questo atto non s’intende rompere l’unità della Chiesa. Queste affermazioni assomigliano molto a quelle gianseniste, condannate dalla Bolla “Unigetitus Dei Filius” di Clemente XI: “Sopportare in pace la scomunica e l’ingiusto anatema piuttosto che tradire la verità, è imitare san Paolo; ed è molto lontano dall’erigersi contro l’autorità o rompere l’unità” DS. 1442.

Per avallare l’atto del conferimento delle consacrazioni episcopali, il Superiore della F.S.S.P.X. ha risuscitato l’argomento, utilizzato già nel 1988, dello stato di necessità.

Lo stato di necessità è l’argomento tirato fuori da tutti gli scismatici che hanno proceduto a consacrazioni episcopali contro la volontà del Romano Pontefice, perché un conto è agire “contra voluntatem Summi Pontificis” ed un conto è agire “non contra voluntatem Summi Pontificis”.

Nel primo caso, si vuole andare contro la volontà del Romano Pontefice, nel secondo, quando non si è in grado di contattare il Romano Pontefice. Nella storia della Chiesa è più volte successo che si è proceduto a consacrazioni episcopali, a volte perché il consacrante non poteva contattare il Romano Pontefice, nel caso specifico le consacrazioni svoltesi nei Paesi del blocco comunista, durante la Cortina di Ferro, poi convalidate dal Vaticano. Il più delle volte, invece, con atti scismatici, perché si è andati contro la volontà del Romano Pontefice, non cercando neppure il suo consenso.

Quelli più recenti, sono stati durante la Rivoluzione Francese da parte di Charles Maurice di Talleyrand Perigord, già vescovo dimissionario di Autun, coadiuvato come co-consacratori dai vescovi in partibus di Lydda e Babilonia, che procedettero a consacrare due vescovi, senza mandato romano. Contro tale atto scismatico, fu comminata la scomunica da parte di Pio VI con la Bolla Charitas que, del 13 aprile 1791. In questo caso, Talleyrand invocò lo stato di necessità, per la sopravvivenza in Francia del cattolicesimo, venendo però a patti con la Rivoluzione Francese.

Capitò per il Patriarcato Caldeo al tempo di Pio IX che contro la volontà del papa furono consacrati tre vescovi per venire incontro alle necessità di fedeli del rito Malabarico, che non volevano sottostare alla giurisdizione dei loro vescovi. Anche in questo caso, fu comminata la scomunica con la Lettera Apostolica Quae in Patriarcatu del 1° settembre 1876.

Poi al tempo di Pio XII con le consacrazioni fatte dai vescovi nazionali cinesi per venire a patti con il regime comunista, anche in questo caso venne invocato lo stato di necessità al fine del proseguimento del cattolicesimo nella Cina comunista. Contro questo atto scismatico fu promulgata l’Enciclica “Ad Sinarum Gentem” del 7 ottobre 1954. Come si vede, uno stato di necessità, in tutti questi casi poteva apparire giustificato, ma non lo era, né de jure e né de facto, perché non si poteva procedere a delle consacrazioni episcopali senza l’autorizzazione da parte della Sede Apostolica.

Passiamo ora ad affrontare il lato canonistico, dottrinale e teologico riguardo alle consacrazioni episcopali.

Il Papa possiede la giurisdizione universale su tutti i vescovi essendo il Capo visibile della Chiesa e può quindi nominarli e deporli dal loro incarico. Questo principio fu ribadito già ai tempi di San Gregorio VII, nel 1075, col “Dictatus Papae” durante la “Lotta per le Investiture” e fu portato avanti nei secoli. Non si vuole inserire tutti i documenti a tal proposito, basti solo ribadire quanto formulato nel Codice di Diritto Canonico Pio-Benedettino del 1917, Can. 953.

A questa base canonistica va aggiunta la parte teologica che è il dogma del Primato Petrino. Il Romano Pontefice non possiede nella Chiesa soltanto un primato d’onore, come sostengono gli ortodossi scismatici, ma un primato di giurisdizione, vincolante per tutti i cristiani. La Bolla “Unam Sanctam” di Bonifacio VIII del 18 novembre 1302 lo definisce in maniera chiara e vuole una sottomissione al Romano Pontefice: “Porro sub esse Romano Pontifici omni humanae creaturae declaramus, dicimus, diffinimus omnino esse de necessitate salutis” (Tutte le umane creature devono essere sottomesse al Romano Pontefice per potersi salvare l’anima). DS. 875. Va chiarito che questo è un dogma di fede, non un semplice invito.

Il Concilio Vaticano I nella Costituzione Dogmatica “Pastor Aeternus” così dichiara: “… Romanum Pontificem habere … potestas supreamae jurisdictionis non solum in rebus quae ad fidem et mores, sed etiam in iis quae ad discipinam  et regimen Ecclesiae per totum  orbem diffusae pertinest … ac singulas ecclesias sive in omnes et singulos pastores et fideles …” (Il Romano Pontefice ha la suprema ed universale giurisdizione non solo in ciò che concerne la fede e la morale, ma anche in ciò che concerne la disciplina e il regime della Chiesa … su tutte le singole chiese, su tutti i singoli pastori e fedeli” DS. 3064. Questa è una Costituzione Dogmatica, non una disposizione pastorale. Questa formula del Concilio Vaticano I è stata già ribadita nella lettera del Card. F. Seper a Mons. Marcel Lefebvre del 16 marzo 1978, alla quale Mons. Marcel Lefebvre non dette risposta sulla questione. La stessa Definizione Dogmatica è chiaramente inserita nel testo del Comunicato summenzionato, dopo l’incontro tra il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e il Superiore della F.S.S.P.X.

Se esiste un reale stato di necessità questo deve essere provato. Se la prova sono le costanti eresie che vengono diffuse e proferite dalla gerarchia della chiesa conciliare, non bisogna neppure intrattenere con la medesima delle relazioni come insegna San Paolo nell’Epistola a Tito: “Haereticum hominem post unam et secundam correptionem devita, sciens quia subversus est, qui eiusmodi est, et delinquit, proprio iudicio condemnatus”. (Lettera a Tito cap. 3-11)

Ci pare che correzioni siano state inviate “ad abundantiam”, già ai tempi di Paolo VI e di Giovanni Paolo II. Si veda la dichiarazione del 29 giugno del 1976 da parte di Mons. Marcel Lefebvre, dopo aver ricevuto la sospensione “a divinis” da parte di Paolo VI: Questa Chiesa Conciliare è scismatica, perché ha preso per base per il suo aggiornamento, principi opposti a quelli della Chiesa Cattolica, come la nuova concezione della Messa espressa ai numeri 5 della Prefazione al [decreto] Missale Romanum e 7 del suo primo capitolo, che attribuisce all’assemblea un ruolo sacerdotale che non può esercitare; come similmente il naturale — vale qui a dire divino — diritto di ogni persona e di ogni gruppo di persone alla libertà religiosa.

“Questo diritto alla libertà religiosa è blasfemo, perché attribuisce a Dio scopi che distruggono la Sua Maestà, la Sua Gloria, la Sua Regalità. Questo diritto implica libertà di coscienza, libertà di pensiero, e tutte le libertà massoniche.

“La Chiesa che afferma tali errori è al tempo stesso scismatica ed eretica. Questa chiesa conciliare è, pertanto, non cattolica. Nella misura in cui Papa, vescovi, preti e fedeli aderiscono a questa nuova Chiesa, essi si separano dalla Chiesa Cattolica”.

E la posizione fu ribadita, in particolar modo, nella lettera a Giovanni Paolo II del 31 agosto 1985 da parte dei vescovi Marcel Lefebvre ed Antonio De Castro Mayer, in occasione della convocazione del Sinodo dei vescovi in Vaticano, per celebrare i vent’anni di chiusura del Vaticano II, con la quale i due presuli concludevano: Santo Padre, la Vostra responsabilità è gravemente impegnata in questa nuova e falsa concezione della Chiesa, che trascina il clero e i fedeli nell’eresia e nello scisma. Se il Sinodo, sotto la Vostra autorità persevera in questo orientamento, Voi non sarete più il Buon Pastore”.

Ed ancora, lo stesso Mons. Marcel Lefebvre, nel 1988, ha affermato, un po’ prima di procedere alle consacrazioni episcopali: “E adesso vengo a quello che senza dubbio vi interessa; ma io dico: Roma ha perso la fede, cari amici, Roma è nell’apostasia. Queste non sono parole, non sono parole in aria che vi dico, è la verità! Roma è nell’apostasia. Non si può più dare fiducia a questa gente. Hanno abbandonato la Chiesa, abbandonano la Chiesa, e sicuro, sicuro, sicuro”. Aggiungiamo quello che affermò Mons. Antonio De Castro Mayer sempre nel 1988: “La Chiesa che aderisce formalmente e totalmente al Vaticano II con le sue eresie non è, né potrebbe essere, la Chiesa di Gesù Cristo. Per appartenere alla Chiesa Cattolica, alla Chiesa di Gesù Cristo, è necessario avere la Fede, cioè, non mettere in dubbio o negare alcun articolo della Rivelazione. Orbene, la Chiesa del Vaticano II accetta dottrine che sono eretiche, come abbiamo visto” (The Roman Catholic, agosto 1985).

Non si sa quanti ammonimenti sono stati inviati al Vaticano per condannare e mettere in luce le eresie e le blasfemie che in questi ultimi anni si sono manifestate.

Come può un eretico essere il Capo della Chiesa? Questo rimane un mistero! Una gerarchia che proclama eresie può essere la vera gerarchia della Chiesa?

Questo mistero va però dipanato e più volte lo stesso Mons. Marcel Lefebvre ebbe dubbi sulla legittimità dei papi conciliari. Già in una conferenza del 1975 espresse questi dubbi su Paolo VI. Lo stesso, nel suo libro il “colpo da Maestro di Satana” su Giovanni Paolo II nella famosa omelia di Pasqua del 1986. Il vescovo francese fu frenato proprio dai suoi stessi collaboratori, in quella occasione. Finita la cerimonia, ci fu una pletora di sacerdoti e di benefattori che andarono a parlare con Mons. Lefebvre, supplicandolo di non prendere una posizione per la vacanza della Sede Apostolica e questo è testimoniato proprio dai seminaristi, che in quel tempo erano ad Econe, per le feste pasquali.

Ancora, poco prima di morire, nel 1990 Mons. Marcel Lefebvre ebbe a dire davanti a testimoni che avrebbe preso posizione sull’autorità nella Chiesa, perché questa situazione stava ingenerando confusione nei sacerdoti e nei fedeli.

È evidente a qualsiasi cattolico che non è possibile per chi è assistito dal carisma dell’Infallibilità che sbagli in questioni di fede e morale, perché c’è una promessa divina: «Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli». (Luca 22-31-34). Non vogliamo in questa circostanza addentrarci in dispute troppo teologiche, ma è evidente che un eretico o uno scismatico non può essere eletto Sommo Pontefice.

Lo spiega molto bene L’Enchiridion Juris Canonici edizione 1940 a cura di Stefano Sipos: “Eligi potest masculum, usu rationis pollens, membrum Ecclesiae. Invalide ergo eligerentur feminae, infantes, habituali amentia laborantes, non baptizati, haeretici, schismatici” (Può essere eletto Sommo Pontefice ogni maschio che abbia l’uso della ragione, membro della Chiesa. Non sarebbero dunque, eletti: le donne, i bambini, i matti, i non battezzati, gli eretici e gli scismatici).

Questo riprende e ripropone quanto già formulato dalla Costituzione Apostolica di Paolo IV del 15 marzo 1559 “Cum ex Apostolatus”: “Aggiungiamo che, se mai dovesse accadere in qualche tempo che un Vescovo, anche se agisce in qualità di Arcivescovo o di Patriarca o Primate od un Cardinale di Romana Chiesa, come detto, od un Legato, oppure lo stesso Romano Pontefice, che prima della sua promozione a Cardinale od alla sua elevazione a Romano Pontefice, avesse deviato dalla Fede cattolica o fosse caduto in qualche eresia (o fosse incorso in uno scisma o abbia questo suscitato), sia nulla, non valida e senza alcun valore (nulla, irrita et inanis existat), la sua promozione od elevazione, anche se avvenuta con la concordanza e l’unanime consenso di tutti i Cardinali; neppure si potrà dire che essa è convalidata col ricevimento della carica, della consacrazione o del possesso o quasi possesso susseguente del governo e dell’amministrazione, ovvero per l’intronizzazione o adorazione (adoratio) dello stesso Romano Pontefice o per l’obbedienza lui prestata da tutti e per il decorso di qualsiasi durata di tempo nel detto esercizio della sua carica, ne essa potrebbe in alcuna sua parte essere ritenuta legittima”.

La prova che i candidati non erano “materia apta” al Sommo Pontificato sono gli atti posti in essere successivamente all’elezione, i quali contengono eresie e deviazioni dalla fede. Ciò è manifestatamente evidente in quei provvedimenti che hanno in se stessi l’infallibilità riflessa ovvero l’oggetto secondario dell’infallibilità papale come canonizzazioni dei santi, promulgazione delle leggi universali per la Chiesa sia disciplinari che liturgiche, l’approvazione di ordini e congregazioni religiose ed i fatti teologici. Ordunque, nell’approvazione dei testi delle riforme susseguite al Vaticano II, sia liturgiche, Pontificale Romano, Novus Ordo Missae e Libro dei Sacramenti, che disciplinari, Nuovo Codice di Diritto Canonico sono contenuti errori, come nella proclamazione di nuovi santi, vedasi solo come esempio quelle di Giovanni Paolo II e di Paolo VI.

Il Colpo da Maestro di Satana sta proprio in questo: infiltrare eretici e apostati all’interno della Chiesa, che utilizzano la loro autorità, raggiunti i vertici del potere, per diffondere l’eresia. Questa è stata la strategia dei modernisti per sovvertire la Chiesa Cattolica e trasformarla nella chiesa sinodale e conciliare.

La visibilità della Chiesa, argomento principe adottato ultimamente dalla F.S.S.P.X  per mantenere relazioni con la Roma conciliare è chiaramente inficiato da quanto è scritto nel classico Dictionnaire de Théologie Catholique, alla voce “Église”. Così scrive il Dublanchy: “Lo Stapleton (†1598) espone quattro ragioni per le quali la visibilità della Chiesa deve essere manifestata agli occhi di tutti: il bene dei fedeli che possono così facilmente seguire gli insegnamenti della Chiesa ed obbedire ai suoi precetti; la necessità per i fedeli, esposti a perdere la fede, di poter facilmente discernere dalle sette eretiche la Chiesa cattolica della quale la verità è divenuta così risplendente; la necessità, per gli infedeli che vogliano abbracciare la fede cattolica, di poter agevolmente riconoscere la Chiesa cattolica; infine la gloria di N.S. Gesù Cristo il cui regno su tutta la terra brilla così di un meraviglioso splendore”.

La visibilità della chiesa conciliare porta a perdere la fede, non porta sicuramente gli acattolici ad avvicinarsi alla vera Chiesa di Cristo Nostro Signore! L’argomento sarebbe troppo vasto da trattare in questo articolo, ma quanto qui esposto sarebbe già sufficiente a chiudere l’argomento.

In conclusione se si deve addivenire a consacrazioni episcopali senza mandato Apostolico, è necessario chiarire prima la situazione dell’autorità nella Chiesa, altrimenti s’innesca un cortocircuito nella Chiesa stessa e l’atto sarebbe materialmente scismatico, anche se non formalmente, perché gli occupanti del Vaticano sono illegittimi e la Sede Apostolica sarebbe, pertanto, vacante. Che Nostro Signore intervenga ed illumini le coscienze e gli intelletti.

15 febbraio 2026 Domenica di Quinquagesima

Doctor Quidam

I Magi nel commento del biblista Salvatore Garofalo

Condividi su:
Segnalazione del Centro Studi Federici
Dal Vangelo secondo Matteo
Cap. 2 – 1 Nato Gesù in Bethlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco che dei Magi, venuti da Oriente, si presentarono a Gerusalemme dicendo: 2 « Dov’è il re dei Giudei ch’è nato? Poichè abbiamo veduto la sua stella ad oriente e siamo venuti ad adorarlo ». 3 Udito ciò, il re Erode si turbò, e tutta Gerusalemme con lui; 4 e radunati tutti i gran sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro dove dovesse nascere il Messia. 5 Ed essi gli risposero: « In Bethlemme di Giudea; così, difatti, è stato scritto dal profeta:
6 E tu, Bethlemme, terra di Giuda,
in nessun modo sei minima fra le grandi città di Giuda:
da te, infatti, nascerà un capo,
che sarà pastore del mio popolo, Israele ».
7 Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece precisare il tempo dell’apparizione della stella e, inviandoli a Bethlemme, disse: 8 « Andate e informatevi accuratamente del bambino; e, quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinchè anch’io venga ad adorarlo ». 9 Udito il re, quelli partirono. Ed ecco la stella che avevano veduta all’oriente li precedeva, finchè, giunta sul luogo dov’era il bambino, si fermò. 10 La vista della stella li rallegrò di grandissima gioia. 11 Ed entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre e, prostratisi, lo adorarono; poi, aperti i loro scrigni, gli presentarono in dono oro, incenso e mirra. 12 E, divinamente avvertiti in sogno di non tornare da Erode, ritornarono per altra via al loro paese.
Note di Salvatore Garofalo
Cap. 2 Nel racconto dei Magi, l’attenzione dell’evangelista si concentra sulle prime reazioni ufficiali dell’ambiente ebraico alla nascita di Gesù, che viene indicata appena di scorcio (cfr. invece Lc. 2, 1-20). Erode morì nel 27 marzo-11 aprile del 750 di Roma, cioè nel 4 a. C. L’èra cristiana che fissa il primo anno d. C. al 754 di Roma procede da un errore di calcolo dovuto al monaco Dionigi il Piccolo del VI sec. Le antiche fonti greche parlano con molta stima dei Magi, di origine persiana. Dal sec. II d. C. essi cominciano ad esser confusi con gli indovini e gli astrologhi di provenienza babilonese ed egiziana (cfr. Atti 13, 6 ss.; 8, 9), considerati come fattucchieri e imbroglioni. Nell’antica tradizione persiana i Magi erano i più fedeli ed intimi discepoli di Zoroastro e custodi della sua dottrina; nei tempi più vicini al Cristo essi avevano una parte di primo piano nella religione ed anche nella politica. Mt. parla solo vagamente del loro paese di origine e nulla dice nè del loro numero esatto nè del nome nè della loro dignità regale. Sulla loro patria, gli studiosi non sono concordi; le preferenze si dividono tra l’Arabia (praticamente la regione ad est del mar Morto e del Giordano) e la Persia. Su Bethlemme cfr. Lc. 2, 4 nota.
2 Il fatto che i Magi si rivolgano alla corte di Gerusalemme può essere un indice del loro alto rango sociale. Re dei Giudei è un titolo spontaneamente inteso come corrispondente a Messia (v. 4; cfr. 27, 37). La stella del Messia (sua) è un segno nei cieli in relazione con l’attesa e la venuta del redentore. Una vera e propria stella non può assolvere le funzioni dell’astro veduto dai Magi (v. 9), perciò viene intesa piuttosto come un fenomeno verificatosi nella zona dell’atmosfera ma di tale natura che, ovviamente, non poteva essere indicato che come una stella. La tradizione religiosa persiana parlava di un « soccorritore » destinato a portare nel mondo la definitiva perfezione e il cui avvento era messo in relazione con fenomeni astronomici. Per il Messia-stella cfr. Num. 24, 17. Adorare, nell’antichità, indica in genere rendere omaggio, alla maniera orientale, con la prostrazione al suolo; se questa sia ispirata anche a un motivo religioso dipende dal contesto.
3 Erode fu sempre ferocemente geloso della sua corona acquistata a gran prezzo e non dubitò di sopprimere chiunque gliela insidiasse, fossero anche uomini del suo sangue. Il turbamento di Gerusalemme è dovuto all’entusiasmante annunzio dato dagli stranieri dell’avvenuta nascita del Messia aspettato da secoli.
4 Il re convoca l’assemblea competente in questioni religiose. I gran sacerdoti possono essere o i sommi sacerdoti scaduti di carica o i membri delle grandi famiglie sacerdotali fra le quali si sceglieva il sommo sacerdote o i rappresentanti delle ventiquattro classi sacerdotali (cfr. Lc. t, 5). Gli scribi erano i dottori, gli esperti della legge. Insieme con gli anziani del popolo, notabili laici, queste tre classi costituivano il gran consiglio o sinedrio, supremo tribunale ebraico. Poichè l’espressione « scribi del popolo » è insolita, si pensa che il testo primitivo del Vangelo sia stato: « i gran sacerdoti, gli scribi e gli anziani del popolo ».
5 La tradizione ebraica aveva sempre visto nel testo di Michea (5, 1 testo ebr.) una profezia messianica. Bethlemme è detta di Giudea per distinguerla da un omonimo villaggio di Galilea.
9 La stella non guidò i Magi dal loro paese alla Giudea ma riapparve solo sulla strada da Gerusalemme a Bethlemme, che distava dalla capitale ca. due ore di cammino. La direzione è nord-sud, contraria, quindi, al moto delle stelle.
11 La casa suppone che Giuseppe abbia provveduto a ricoverare in luogo più proprio (cfr. Lc. 2, 7) Gesù e Maria; tanto più che il tempo della visita dei Magi distava notevolmente da quello della nascita del Bambino (v. 16). Il racconto del Vangelo lascia intendere che l’« adorazione » dei Magi ebbe un contenuto anche religioso, dal momento che Dio non aveva risparmiato prodigi per condurre i sapienti alla culla del Messia. L’etichetta orientale esigeva che la visita a un personaggio di riguardo fosse accompagnata da doni proporzionati alla dignità di chi visitava e di chi era visitato. I Magi scelgono doni di grande valore in quel tempo. L’incenso e la mirra erano profumi adibiti ad usi sia sacri che profani. La tradizione cristiana attribuisce ai doni un significato simbolico: l’oro indica la regalità, l’incenso la divinità e la mirra l’umanità del Messia; quest’ultima, infatti, era usata in modo particolare nella imbalsamazione dei cadaveri.
12 Per potersi portare fuori del territorio soggetto ad Erode, i Magi ebbero certamente bisogno di due o tre giornate di marce forzate in direzione del mar Morto.
Tratto da: La Sacra Bibbia, vol. III, Marietti, Torino 1961, pagg. 14.15.

Cattolicesimo, Massoneria e Metafisica del Caos (critica a una parte della filosofia di Dugin)

Condividi su:

QUINTA COLONNA

EDITORIALE

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2023/11/26/cattolicesimo-massoneria-e-metafisica-del-caos/

Il Canone 2335 del Codice di Diritto Canonico del 1917 si esprimeva così: “Tutti coloro i quali danno il proprio nome alla setta massonica o ad altre associazioni dello stesso genere, che complottano contro la Chiesa e contro i legittimi poteri civili, incorrono ipso facto nella scomunica riservata simpliciter alla Sede Apostolica”. Quindi, se qualcuno, all’interno dei Sacri Palazzi, era massone, allo stesso tempo era immediatamente scomunicato.
La Chiesa Cattolica non ha condannato la Massoneria solo per una evidente attività, volta a sovvertire i suoi insegnamenti, ma nell’Enciclica Humanum Genus di Papa Leone XIII del 20/04/1884 ha esplicitamente rigettato le idee filosofiche e morali contrarie all’Ordine naturale e divino. Lo stesso Pontefice scrisse una lettera al popolo italiano, datata 8/12/1882, denominata “Custodi”, in cui scrisse: “Ricordiamoci che il cristianesimo e la massoneria sono essenzialmente inconciliabili, così che iscriversi all’una significa separarsi dall’altra”. La condanna leonina si basava soprattutto sulla condanna del liberalismo, di cui, invece, le logge hanno sempre fatto il loro vanto.
Ne deriva che il cattolico non può rapportarsi con Dio in un’ottica esterna di tipo “umanitario” e aconfessionale, a fronte di una dimensione interna, autenticamente cattolica. Cristo è Re dell’universo perché Creatore, che ha dato all’uomo il comandamento della carità. Il vero bene del prossimo, dunque, non è una filantropia fine a se stessa o meramente terrena, ma predisposta a trovare la luce per vivere secondo le leggi di Dio. Purtroppo, nell’epoca della secolarizzazione, la massoneria è riuscita a vincere nella civiltà occidentale, perché, in ogni ambito, è riuscita a creare una mentalità massonica di massa.
Quasi tutti, oggi, sono soggettivisti, nichilisti, agnostici e ritengono che l’umanesimo integrale sia l’elemento fondamentale per la felicità e che la fratellanza sia sinonimo di “persona giusta”. Il giusto – come ha rilevato acutamente S. Tommaso d’Aquino – è colui che sa scindere il bene dal male attraverso un’adesione dell’intelletto e della volontà alla realtà, nella maniera in cui solo Dio la desidera. Non può prescindere da Lui. Il Figlio di Dio, per natura, è Dio. Solo chi condivide l’annuncio della salvezza può diventare figlio di Dio, “per adozione”. Pertanto, o si ritorna al realismo aristotelico-tomista, all’armonia e alla collaborazione fra potere temporale e spirituale, oppure si cade inesorabilmente nella “metafisica del caos”, ove tutto affonda e niente si salva.
Paolo Maria Siano, nato nel 1972, appartenente all’ordine dei francescani dell’Immacolata è, certamente, uno dei massimi studiosi della Massoneria; ha attribuito questa deriva, propria delle idee massoniche, al pensiero filosofico del russo Alexander Dugin, il quale teorizza una necessità irreversibile di caduta nell’abisso del male e rivaluta il Caos come principio primordiale ed eterno dell’universo.“Dobbiamo imparare a pensare con il caos e dentro il caos” – scrive Dugin ne “La quarta teoria politica” (pag. 238) –  mentre noi cristiani opponiamo l’unica Verità di Colui che ha dato la Sua luce alle tenebre e il Suo ordine al caos (Genesi 1, 4-5), rifiutando qualsiasi forma di relativismo e nichilismo, assieme a simbolismi legati all’occulto, all’esoterismo, alla magia o peggio, come ha osservato giustamente il Prof. Roberto De Mattei su “Corrispondenza Romana” del 9/06/2021.
Se, dunque, su questioni di natura meramente politico-economica e di morale tradizionale, ossia rispettosa del diritto naturale, è possibile e, probabilmente auspicabile un mondo multipolare, l’orizzonte soprannaturale rappresentato da Dugin è, almeno per il momento, motivo di completa divergenza con il pensiero cattolico romano e dovrebbe diventare spunto di riflessione per tutti coloro che, troppo frettolosamente, abbracciano in toto le teorie di uomini carismatici ma, in parte, ancora sconosciuti e in parte nel buio dell’errore dottrinale. 

La battaglia di Vienna, che ci salvò dall’invasione islamica

Condividi su:

Historia magistra vitae. Purtroppo l’attuale Europa dimentica la propria identità. Noi intendiamo ricordarla, perché non si compiano gli errori del passato (n.d.r.)

di Matteo Castagna

UNA GUERRA SCONOSCIUTA AI PIÙ, PROBABILMENTE PERCHÉ POCO STUDIATA IN QUANTO POLITICAMENTE SCORRETTISSIMA

Una guerra sconosciuta ai più, probabilmente perché poco studiata in quanto politicamente scorrettissima, ha fatto la storia dell’Europa: la battaglia di Vienna del 12 Settembre 1683. Di questa straordinaria e fondamentale vittoria, paladini della cristianità del XVII secolo: il cappuccino Carlo Domenico Cristofori, chiamato Marco D’Aviano e il Papa Innocenzo XI. la crociata fu preparata da un’ intensa opera di apostolato e predicazione in tutta l’Europa, effettuata instancabilmente dal frate, ed accompagnata da una serie di miracoli che accrescevano la credibilità e l’autorevolezza del religioso, in tutto il continente.

Innocenzo XI si fidò unicamente della Provvidenza divina: “In sola spe gratiae coelestis”. Si è occupato della riforma dei costumi, soprattutto in riguardo allo stato spirituale degli ecclesiastici. In particolare, si scagliò contro il lusso che regnava tra i vescovi e cardinali dell’epoca. Nella sua camera e nel suo studio si vide solo la figura di Cristo risorto. “Era tale la compassione che Innocenzo XI provava per i poveri, che si tenne la stessa veste per tutta la durata del pontificato: mai la volle cambiare, nemmeno quando divenne logora e quasi inutilizzabile […]”. Lo storico Ludwig von Pastor, nella sua “Storia dei Papi”, descrive così Benedetto Odescalchi: “Il significato storico-universale del suo pontificato, di gran lunga il più importante e glorioso nella seconda metà del secolo XVII…consiste nella sua politica, mantenuta ferma sino all’ultimo respiro, di unire le potenze cristiane contro l’attacco violento dell’islam”. Naturalmente l’impegno più importante per cui sarà ricordato per sempre è la liberazione di Vienna dall’assedio degli Ottomani nel 1683. Contemporaneamente, Padre Marco d’Aviano trascorreva un’esistenza austera e isolata, dormiva solo tre per notte su un letto di foglie secche, per il resto pregava e leggeva. Mangiava pochissimo, mai carne, uova e formaggio, la sua dieta era poco latte e poi frutta e verdura. Cercò sempre di rispettare scrupolosamente le regole dell’Ordine francescano. Sostanzialmente condusse una “vita intensa e spirito di preghiera; devozione e contemplazione; pratica radicale dell’altissima povertà interiore es esteriore […] grande ardore nella predicazione e apostolato ricondotto alla semplicità e umiltà evangeliche; carità concreta e prontezza nel servire ogni fratello bisognoso; spirito ecclesiale nella sottomissione e totale docilità al Pontefice romano e alla Chiesa gerarchica: queste erano le linee fondamentali della spiritualità ‘cappuccina’ che adottò il frate di Aviano”.

Il Seicento fu, per l’Europa cristiana, intriso di paura di essere invasi e conquistati dai turchi. Di fronte a questo vero e proprio incubo, c’era la divisione politica dell’Europa. In particolare, la Francia di Luigi XIV era in continuo dissidio sia con l’imperatore Leopoldo I, che con la Chiesa di Roma. Capita che alcuni governanti diventano protestanti per accaparrarsi i beni della Chiesa. Il re di Francia osteggiò apertamente gli Asburgo nella lotta contro gli ottomani.“Per tutto il Seicento, la discordia fra i principi all’interno degli stati cristiani fu grande e capillarmente diffusa. Essi si combatterono e si indebolirono a vicenda per egoistiche ragioni di predominio”. Invece padre Marco e Innocenzo XI, lavoravano per la liberazione della cristianità dal flagello turco, pertanto appoggiarono l’impero. Addirittura, il Papa affermò: “[…] saria andato volentieri alla testa dell’esercito e salito sulle navi da guerra per combattere contro il comune esercito”. Il pensiero dominante del Pontefice era quello di organizzare una Lega difensiva contro il pericolo turco. Oltre ai due beati, altre grandi personalità li affiancarono o con essi si scontrarono in quel frangente per il futuro dell’intero continente europeo.

Solo qualche nome, segnalo oltre a Luigi IV e Leopoldo I d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero. Il compagno di viaggio di Marco D’Aviano, padre Cosma da Castelfranco. Giovanni III Sobieski re di Polonia e granduca di Lituania, grande ammiratore di padre Marco. Infine, Eugenio di Savoia-Garignano, comandante supremo dell’esercito imperiale. E poi Kara Mustafa Pasha di Merzifon, comandante in capo dell’armata turca.

Le truppe cristiane erano composte da settantamila uomini, un numero assai inferiore rispetto ai centocinquantamila dell’armata turca del gran visir Kara Mustafa Pasha che intendeva conquistare prima Vienna e successivamente Roma per fare di San Pietro la scuderia per i suoi cavalli. A questo proposito scrive lo storico Arrigo Petacco in “L’ultima crociata”: “con i se e con i ma la storia non si fa, va comunque sottolineato che se a Vienna, quel 12 settembre 1683, un qualsiasi accidente avesse fermato la carica degli ‘ussari alati’ che si scatenarono contro i turchi come arcangeli vendicatori, oggi probabilmente le nostre donne porterebbero il velo”.

Il 12 settembre prima della battaglia, sulle alture del Kahlemberg, padre Marco celebra la Messa, servita da due chierichetti d’eccezione: il re di Polonia e il Duca di Lorena, distribuisce la comunione ai comandanti, benedice l’esercito cristiano con la sua croce di legno. Attorno alle 12 ebbe inizio la battaglia. Lo scontro viene descritto da padre Cosma, testimone diretto dell’evento. La battaglia ben presto costringe miracolosamente i turchi alla resa. I trionfi dell’esercito cristiano – scrive il “cardinale” Schonborn – a Vienna, e poi a Buda, allontanarono il serio rischio di un’islamizzazione dell’Europa”. L’esultanza in tutta l’Europa fu immensa, l’unico a non esultare fu il re di Francia.

La preoccupazione dei due grandi della Civitas Christiana, Innocenzo XI e padre Marco, “fu la difesa della cristianità, e del cattolicesimo in modo particolare, e non la supremazia sull’islam. Si trattò, dunque, di un’azione di tutela e non di una crociata…”. Ne è convinto anche Petacco, le crociate, furono invece una legittima risposta al jihad. Tra l’altro padre Marco dopo queste liberazioni cercò di convincere i regnanti di completare l’opera di liberazione dei territori europei ancora in mano agli ottomani, la salvezza dell’Europa era sempre in cima ai suoi pensieri.

Il cattolico tiepido o chi si finge cattolico è restio a riconoscere la verità storica, determinata sia dall’eccezionale spiritualità dei due sopraccitati protagonisti, che dalle loro indiscutibili capacità politiche, nell’arte della mediazione, della diplomazia, dell’intuizione, della capacità oratoria, basate su quel connubio inscindibile tra Fede e Ragione così caro a San Tommaso d’Aquino. oggi, se si parla di loro, lo si attraverso un’oleografia molto parziale per non urtare la sensibilità degli islamici. Fortunatamente, il beato Innocenzo XI e padre Marco d’Aviano non furono buonisti, altrimenti da almeno 500 anni saremmo tutti in ginocchio verso la Mecca.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2023/09/12/quella-battaglia-che-ci-salvo-dallinvasione-islamica/

IL DE CIVITATE DEI DI SANT’AGOSTINO

Condividi su:

A cura di Luigi Beretta per http://www.cassiciaco.it/navigazione/scriptorium/settimana/2010/beretta.html

PREMESSA

La città di Dio ovvero De Civitate Dei è un’opera famosissima che Agostino scrisse in ventidue volumi probabilmente tra il 412 e il 426. L’opera, che cercheremo di analizzare, si pone come il primo organico tentativo di costruire una visione della storia dal punto di vista cristiano, soprattutto per controbattere le accuse che la società pagana rivolgeva contro i cristiani. L’occasione fu il sacco di Roma del 410. Morto Stilicone, Alarico aveva capito che era giunto il momento di affondare la sua azione militare contro l’impero romano d’Occidente.

Con Stilicone, Alarico aveva finito sempre per accordarsi, ma questa volta l’umore del barbaro era cambiato. Alarico era stato spesso imbrigliato col pagamento di grosse somme in danaro ed ora tutti consigliavano l’imperatore a far pace col barbaro: Onorio però fu irremovibile e non volle. Le trattative con Alarico si erano arenate perché questi aveva ormai accresciute le sue pretese, chiedeva la Venezia, il Norico, la Dalmazia e pensava forse di costituirsi così un forte regno adriatico-balcanico.

Ma Onorio rifiutò. Del resto anche la situazione di Alarico era difficile. Da anni combatteva e concludeva tregue e alleanze. Vincitore, ma in paese nemico, la sua era pur sempre piuttosto una ribellione più che una guerra o una invasione vera e propria. Una sua spedizione inviata contro la ricca e prosperosa Africa era fallita miseramente e aveva dovuto togliere anche l’assedio di Ravenna, la città dell’imperatore. Alarico si era convinto che doveva concludere e presto il suo peregrinare per le terre d’Italia.

Per mostrare che faceva sul serio pensò di incutere un terrore infinitamente più grande di tutte le paure che aveva provocato nel passato. Decise di marciare su Roma e il 24 agosto del 410, per la porta Salaria, i Goti entravano nella città, che fu abbandonata per tre giorni al saccheggio. Il 27 Alarico la abbandonò per dirigersi verso l’Italia meridionale con l’intento di passare in Sicilia e forse di dirigersi in Africa. Distrutte le navi nello stretto di Messina dovette ritornare sui suoi passi, ma nel viaggio lo colse la morte. Il pericolo goto si stava dissolvendo, ma l’effetto psicologico e morale sarebbe sopravvissuto a lungo, uno spartiacque insanabile nella storia occidentale. Fin dal primo assedio di Roma e per tutti i mesi successivi fino al saccheggio della città, e anche dopo di questo, una folla di profughi aveva abbandonato l’Italia, dirigendosi verso l’Africa e verso l’Oriente. San Girolamo dovette dedicarsi completamente ai doveri dell’ospitalità, esercitata largamente da lui e dai suoi compagni in favore dei cristiani che s’erano rifugiati in Palestina.

Anche l’Africa accolse un buon numero di profughi membri spesso di famiglie nobili, che avevano in quei territori vasti possedimenti. Agostino aveva risentito, come tutti, il duro colpo delle calamità che si accanivano sui romani e in particolare della caduta e del sacco di Roma. In questo momento drammatico Agostino tuttavia profonde parole di conforto: al prete Vittoriano aveva scritto che non smarrisse la fede nella giustizia di Dio; a due coniugi, Armentario e Paolina raccomandò di non tardare a realizzare il loro proponimento di darsi a Dio, ora che il sacco di Roma dimostrava quanto fossero vani e passeggeri i beni del mondo. Scrisse anche ai fedeli d’Ippona per ammonirli a non tralasciare, in occasioni così tragiche, le loro abitudini caritatevoli.

Ma Agostino maturò l’idea che il suo compito, in quel momento, più che l’organizzare i soccorsi, era quello di elargire parole di fede e di conforto, capaci di rianimare gli spiriti abbattuti. Tanto più che ora i pagani rialzavano il capo e gridavano dovunque le loro lamentele contro i cristiani: nulla di simile, sostenevano, era mai accaduto quando Roma non aveva impedito la venerazione degli antichi dei. Agostino a Ippona sentiva le querimonie e soprattutto vedeva con i suoi occhi la leggerezza dei profughi pagani che, appena sbarcati in Africa, sentendosi al sicuro, avevano ripreso la loro vita spensierata, affollavano i teatri e andavano pazzi per giochi e attori. La parola di Agostino si levò alta: una parola che chiedeva fiducia in Dio e rivendicava la forza dei valori spirituali per la vita dei popoli.

Nel suo sermone 81 si ritrova un monito, una sicurezza e una forza morale, un guardare le cose in faccia, quali possono venire solo da una fede sicura di sé. “Ecco – dice Agostino – in tempi cristiani, Roma perisce. Forse Roma non perisce; forse é stata flagellata, ma non tolta di mezzo; forse é stata castigata, non distrutta, forse Roma non perisce, se non periscono i Romani. Ché non periranno, se loderanno Dio; periranno, se lo bestemmieranno. Che cos’é infatti Roma, se non i Romani? Giacché non si tratta di pietre o di legname, degli alti caseggiati o delle mura maestose. Tutto questo era stato fatto, perché un giorno crollasse. Quando l’uomo edificò tutto questo, pose pietra su pietra; quando lo distrusse, staccò pietra da pietra. L’uomo fece tutto questo, e l’uomo lo distrusse. Si fa forse un’offesa a Roma, perché si dice: cade? … Cielo e terra trapasseranno: che meraviglia, se un giorno una città avrà fine …”

Così parlava Agostino, nella previsione della caduta di Roma, che i cristiani non meno dei pagani credevano eterna e inviolabile. Agostino non poteva fare a meno di rispondere ai pagani che protestavano contro il cristianesimo e ripetevano le accuse di Simmaco che sosteneva che Roma era diventata grande venerando gli antichi dei e che ora, abbandonato l’antico culto a favore del cristianesimo, l’Impero decadeva e la città vittoriosa diventava preda dei barbari. Per Simmaco gli dei di Roma l’avevano aiutata, il nuovo invece trascurava persino di proteggerla. Ma per Agostino e per tutti i cristiani ristabilire il culto pagano era sostenere che gli déi veri erano quelli del politeismo, era negare la verità stessa del cristianesimo. Bisognava replicare, tuttavia la risposta di Agostino non venne subito, perché, se i Goti erano passati come una bufera assai rapida, la frattura donatista nella Chiesa africana non poteva attendere. Il 411 fu l’anno della conferenza con i donatisti, l’anno della controversia accanita e decisiva, durante il quale Agostino non si occupò d’altro, rimandando ogni cosa a tempo più opportuno. Così il De civitate Dei non fu iniziato prima del 412 e non dopo l’anno seguente perché Marcellino, al quale Agostino dedicò l’opera, fu decapitato il 13 di settembre del 413. Agostino si trovava a Cartagine e fece di tutto per salvare l’amico, ma ne fu impedito dalla condotta ambigua di un altro potente personaggio, il prefetto al pretorio Ceciliano.

Esordio dell’opera

Gli esordi sia del primo che del secondo libro ricordano Marcellino: con ogni probabilità furono dunque scritti e divulgati prima della sua morte: anche il terzo libro un prologo, dove però Marcellino non é più nominato. Parlando del De civitate Dei Agostino nelle Ritrattazioni (II, 43) accenna a un piano: “L’opera mi ha tenuto occupato per alcuni anni in quanto continuavano a frapporsi molte altre indilazionabili incombenze al cui disbrigo ero tenuto a dare la precedenza. Questa estesa opera su la Città di Dio finì col comprendere, una volta terminata, ben ventidue libri.

I primi cinque libri confutano coloro secondo i quali l’umana prosperità esigerebbe come condizione necessaria il culto dei molti dèi venerati dai pagani, mentre sarebbe la proibizione di tale culto a provocare l’insorgere e il moltiplicarsi di tanti mali. I successivi cinque libri sono rivolti contro coloro secondo i quali nella vita dei mortali questi mali non sono mai mancati in passato e non mancheranno mai in futuro e, ora grandi ora piccoli, variano a seconda del tempo, del luogo e delle persone. Ritengono però che il culto di molti dèi, con i sacrifici che comporta, sia utile ai fini della vita che verrà dopo la morte. I primi dieci libri, dunque, contengono la confutazione di queste due inconsistenti dottrine contrarie alla religione cristiana. Per evitare però l’accusa di criticare le teorie altrui senza esporre le nostre, abbiamo deputato a questo la seconda parte di quest’opera, che comprende dodici libri, benché anche nei precedenti ci sia capitato di esporre le nostre idee e di confutare nei dodici successivi quelle degli avversari. Di questi dodici libri i primi quattro trattano la nascita delle due città, quella di Dio e quella di questo mondo, i quattro successivi della loro evoluzione e del loro sviluppo, gli altri quattro, che sono anche gli ultimi, dei dovuti fini di ciascuna di esse. Tutti i ventidue libri, pertanto, pur trattando di entrambe le città, hanno mutuato il titolo dalla migliore, la Città di Dio.”

Fino dove questo piano sia stato prestabilito è difficile sapere. Agostino certamente iniziò a scrivere, sapendo bene quel che doveva dire, ma senza uno schema troppo rigido. Dal testo pare che fino a lavoro inoltrato egli non avesse maturato l’idea di quella suddivisione che sottolinea nelle Ritrattazioni a opera compiuta. Il carattere intrinseco del De Civitate Dei, ricco di molte digressioni, dove Agostino ama sfoggiare la sua erudizione e parla di tutto ciò che gli sta a cuore, è lì a dimostrare la costruzione dell’opera in itinere. Agostino spesso non esaurisce gli argomenti affrontati nelle digressioni, ma ritorna al tema principale e rimandando il lettore ad altre parti dell’opera.

Questo zigzagare controllato dimostra che una traccia Agostino doveva pure averla sotto gli occhi, ma essa non era, probabilmente, del tutto certa fin dall’inizio. Ragionevolmente non potrebbe essere altrimenti per un’opera che fu portata a termine in dodici o tredici anni. La sua menzione nelle Ritrattazioni, dove essa é indicata a ventiquattro opere dalla fine, costringe a fissarne il completamento intorno al 425 o al 426.

Libro 1

L’opera comincia con una introduzione, che cerca di chiarire cosa si propone l’autore. Agostino esprime la volontà di affrontare, con l’aiuto di Dio, il compito vasto e arduo di difendere la Città di Dio. Il suo proposito è giustificato dalla condizione di questa, sia in quanto, vivendo di fede, é ancora quasi pellegrina in questa vita, sia in quanto é destinata al trionfo e alla pace nei cieli. La sua difesa è contro coloro che al suo fondatore, il Cristo, preferiscono i molti déi del paganesimo. Agostino entra subito in argomento sottolineando che le atrocità commesse dai barbari nel sacco di Roma non furono poi tali e tante, da non trovar precedenti e giustificazione negli usi di guerra. Al contrario propria dei tempi cristiani é la clemenza, per cui anche i barbari rispettarono i templi e chi vi si era rifugiato. Una possibile obiezione spinge Agostino ad affrontare la questione dei beni temporali, che sono comuni a giusti e ingiusti: conclude che se ogni peccato fosse punito subito sulla terra non resterebbe materia per il giudizio finale, e se tutti restassero impuniti non si crederebbe più alla divina provvidenza. Come nel sacco di Roma e in altre calamità, buoni e cattivi sono colpiti insieme senza distinzioni: il problema della sofferenza dei buoni riconduce necessariamente a quello di Giobbe e alle afflizioni in generale che costituiscono una prova per i buoni. Perdendo i beni temporali, aggiunge Agostino, il cristiano non perde nulla. A proposito della prigionia, ricorda l’esempio di Attilio Regolo, che contraddice coloro che reputano unici beni veri quelli del mondo. Condanna senza appello la corruzione dei costumi a cui i pagani vorrebbero tornare e termina ammonendo il cittadino della Città di Dio di non essere troppo superbo né sicuro perché anche tra gli avversari possono esserci i suoi futuri concittadini. Anzi, a monito, ricorda che nella città di Dio si trovano ora, nel mondo, molti, che non conosceranno né i santi né la beatitudine dopo il giudizio. Le due città e i suoi abitanti sono infatti talmente intrecciate e mescolate insieme nel mondo, che non potranno essere distinte se non solo nel giudizio finale. Agostino promette di parlare del loro processo e dei loro ultimi fini.

Libro 2

Il secondo libro é tutto dedicato a dimostrare l’immoralità del culto pagano. Punto di partenza di tutto il ragionamento é l’assunto che i veri mali sono quelli morali. Il culto osceno della Magna Mater, così come tutti gli altri culti pagani e gli episodi della storia romana che, come il ratto delle Sabine, sono veri e propri delitti, forniscono ad Agostino ottimi motivi per condannare la decadenza dei costumi romani. E in questo ricorda di essere in buona compagnia con Cicerone e Sallustio.

I falsi déi sono per Agostino dei demoni: pur di ingannare gli uomini si lasciano insultare e proporre a esempio di azioni immorali, come nella famosa scena dell’Eunuco di Terenzio. In realtà gli déi romani non si sono mai curati di Roma né della decadenza morale della città: e poi, dov’erano quando Roma fu presa dai Galli? Il libro, dopo aver insistito con numerosi altri esempi sulla immoralità dei riti pagani, termina con una esortazione al popolo romano “progenie dei Regoli, degli Scevola, degli Scipioni, dei Fabrizi” affinché si converta alla verità cristiana e si decida a rifiutare l’esistenza tra gli déi di esseri che, per la loro immoralità, i romani stessi non vorrebbero avere come concittadini.

Libro 3

Agostino affronta l’argomento dei mali materiali. Dopo aver ricordato la caduta di Troia e l’adulterio di Paride, si prende facilmente gioco di tutta la mitologia antica. In particolare prende di mira gli déi di Roma ed esaminando la storia della città nei tempi più antichi, non accetta le lodi che la tradizione romana riservava loro. Inglorioso e addirittura immorale viene definito il loro intervento nella guerra tra Roma e Alba. Agostino con meticolosità passa quindi in rassegna tutte le sventure di Roma, le sconfitte, le stragi, le pestilenze, gli esempi di ingratitudine sociale, le carestie, le guerre civili, dal tempo dei re fino ad Augusto e aggiunge, in opposizione alle opinioni dei pagani, “di tanti mali accusino dunque i loro déi, quelli che sono ingrati a Cristo nostro per tanti benefici.”

Libro 4

Nel quarto libro Agostino pone l’interrogativo se, quando non ci si lascia sedurre dal vano suono di parole altisonanti come popoli o regni, valga veramente la pena di combattere tanto, per procurarsi un grande impero. Acutamente lo paragona ad un vaso di vetro, splendido ma fragile. E’, in altre parole, più felice un uomo tranquillo e di modesta agiatezza o il ricchissimo Creso sempre in angustie ? La risposta, per Agostino, é chiara: utile veramente, anche per i popoli sottomessi a Roma, é il vasto impero dei buoni. I buoni sono, s’intende, coloro che amano l’unico Dio vero e lo servono con timore e con i buoni costumi. «Tolta di mezzo la giustizia – grida Agostino con una affermazione socialmente dirompente – che cosa sono i regni se non grandi atti di brigantaggio e che sono gli atti di brigantaggio se non piccoli regni?».

Il portar dunque guerra ai vicini e poi procedere ad altre guerre per la sola ambizione di dominio; schiacciare e soggiogare popoli che non fanno male ad alcuno, che altro si può chiamare se non un brigantaggio in grande? Brutto desiderio, sottolinea Agostino, quello di avere chi odiare o chi temere, per giustificare l’esistenza di qualcuno da vincere. L’impero di Roma tuttavia ha un suo senso nel disegno divino, perché contro la volontà di Dio i Romani non avrebbero potuto fondarlo. Se si fossero accontentati di venerare lui, avrebbero ottenuto la medesima potenza politica e, dopo di questa, la partecipazione al regno eterno di Dio.

Libro 5

Non c’é infatti regno che non provenga da Dio, secondo l’ordine voluto dalla Provvidenza. La grandezza dell’Impero romano é stata dunque permessa e voluta da Dio. Agostino a questo punto difende l’azione libera della Provvidenza divina contro tutti i suoi avversari. Perciò parecchi capitoli vengono dedicati a combattere il determinismo, gli astrologi o comunque tutti i fatalisti. Proprio per l’intrinseca libertà della Provvidenza, Agostino aggiunge che leggi e consigli, esortazioni, lodi e rimproveri non sono inutili, come non sono inutili le preghiere per ottenere tutte quelle cose, che Dio sapeva già che avrebbe concesso ai preganti. Dimostrato che una Provvidenza esiste, Agostino si chiede perché i Romani hanno meritato la benevolenza di Dio. Comincia quindi l’elogio dei grandi Romani, che viene condotto sulla falsariga del celebre parallelo sallustiano tra Cesare e Catone.

Libro 6

Nella sua analisi giunge a occuparsi di quei filosofi che non chiedono agli dei i grossolani beni materiali. Nella sua confutazione Agostino mette a profitto le sue conoscenze di Varrone, i cui scritti avevano talmente screditato il paganesimo, che non c’era bisogno di aggiungere di più. Le favole dei poeti e la mitologia dell’antica religione cittadina forniscono ad Agostino l’occasione di fare sfoggio d’erudizione a buon mercato e di mettere in evidenza le contraddizioni, le puerilità, l’immoralità degli antichi miti.

Libro 7

Motivi evemeristici ritornano nelle pagine di questo libro, dedicato in gran parte alla categoria, stabilita da Varrone, degli dei selecti. Agostino confuta queste teorie per cui ad alcuni dei si attribuiscono funzioni assai più umili di quelle esercitate dai loro inferiori, i quali per di più non commettono le azioni vergognose dei primi. Tutta questa teologia varroniana non é che un tessuto di contraddizioni, che Agostino si diverte a sottolineare e a colorire con aneddoti, insistendo altresì sulla immoralità dei culti misterici.

Libro 8

Con questo libro si avvia un nuovo percorso in cui Agostino si mette a confronto con le teorie dei filosofi tra i quali egli sceglie, come superiori a tutti, i platonici. Platone, nota Agostino, era giunto a concepire l’unità del divino. Tuttavia ritenne, incoerentemente, che si dovessero venerare molti déi. Gli argomenti che seguono vengono destinati a confutare il conterraneo Apuleio, che aveva posto i démoni come intermediari tra l’uomo e il divino, poiché riteneva indegno che gli uomini potessero comunicare direttamente con gli déi. Gli ultimi capitoli del libro contengono citazioni dei celebri libri attribuiti a Ermete Trismegisto, contro i culti egiziani, e accolgono gli spunti evemeristici dove Agostino trova la confutazione della affermazione che i cristiani prestavano un vero culto ai loro martiri.

Libro 9

Tutta la trattazione é interamente dedicata a stabilire una distinzione tra le tipologie dei démoni. Agostino incomincia col discutere delle passioni umane e trova modo così di confutare la dottrina stoica, mostrando che nel cristiano ci sono passioni virtuose. Ma allo stesso tempo ravvede la necessità di un intermediario tra Dio e l’uomo e lo riconosce nel Cristo. Di lui e non di un essere come i démoni di Apuleio, ha bisogno l’uomo per giungere alla beatitudine.

Libro 10

Agostino avvia l’argomento incominciando dall’asserzione che, se beatitudine é, anche per i platonici, partecipazione di Dio, gli angeli, se ci amano e sono beati, devono volere che anche noi veneriamo Dio. Agostino pertanto respingere ogni culto reso invece a loro. A Dio solo é dovuto il sacrificio, che tuttavia non gli é necessario: vero sacrificio é ogni opera, grazie alla quale noi possiamo aderire a Dio mediante una unione santa. Il ricordo della promessa fatta ad Abramo conduce Agostino a parlare dei miracoli, quelli veri compiuti da Dio, anche per mezzo dégli angeli, e quelli falsi, opera dei démoni.

Da questo punto in poi l’argomento del libro diventa la purificazione dell’anima per riconoscersi in Dio e con l’affermazione dell’unità di Dio Agostino si apre la via a discorrere del Cristo. Solo in Cristo é la vera purificazione dell’anima, e soltanto per la fede che riposero in lui i giusti del tempo antico potettero vivere in modo puro e pio. Preannunciato anche dalla Sibilla pagana il Cristo é finalmente venuto a mostrare agli uomini la via maestra, la sola che conduce al regno. A questo punto Agostino ha ormai dedicato dieci libri alla confutazione di tutti quelli che vorrebbero ristabilire il paganesimo.

Libro 11

Esauriti gli argomenti polemici, Agostino affronta la questione delle origini, dello sviluppo e dei fini ultimi delle due città, che in questo mondo procedono intrecciate e mescolate insieme. Per trattare dell’origine della città di Dio, Agostino prende in esame tutta la storia della umanità e inizia dalla creazione del mondo e la fa con un nuovo commento ai primi capitoli del Genesi. Nella sua lettura il mondo é stato creato da Dio mediante il Verbo: ciò lo porta a discorrere della Trinità e delle sue azioni nel mondo, nella natura umana e di quella sensibilità interiore, ben superiore ai sensi corporei, per mezzo della quale sentiamo ciò che é giusto e ingiusto. Il giusto lo cogliamo mediante la sua bellezza intelligibile, l’ingiusto attraverso la privazione di questa.

Libro 12

Il libro dodicesimo continua la trattazione degli angeli. Una sola é la natura degli angeli sia buoni che dei malvagi, contrari non nella loro essenza quanto nelle loro volontà e tutto ciò perchè il male é un difetto, una negazione, una privazione. Il passo successivo è un discorso intorno alla creazione del genere umano e qui Agostino contrasta l’opinione sia di coloro che ritengono eterni il mondo e l’umanità, sia di coloro che sostengono le dottrine cicliche, parlando di un inesauribile ritorno delle cose dopo un certo periodo di tempo, forse secoli. Agostino è convinto che il genere umano discende da un solo progenitore. Se Adamo non avesse peccato, avrebbe ottenuto immediatamente l’immortalità e la beatitudine in compagnia degli angeli, invece, peccando, fu destinato alla morte e a una vita bestiale. Dio ha previsto la caduta dell’uomo, ma anche la redenzione delle persone pie attraverso la grazia. L’uomo fu creato a immagine di Dio e il lui erano già presenti, non in modo chiaro, ma secondo la prescienza di Dio, l’una e l’altra città: da Adamo discendono tutti gli uomini, sia quelli destinati a essere uniti con gli angeli ribelli, sia quelli destinati ad ottenere l’unione con gli angeli buoni.

Libri 13-14

I due libri che seguono contengono una corposa ed esauriente esposizione di tutta quanta la dottrina agostiniana del peccato originale. Le posizioni sostenute riprendono quelle tenute durante gli anni dell’aspra polemica contro Pelagio e Celestio, e trattano della condizione di Adamo ed Eva prima e dopo il peccato. Nel libro tredicesimo Agostino polemizza contro chi nega la risurrezione dei corpi, e vi dedica un approfondimento per spiegare quale sarà il corpo spirituale. Nel libro seguente avvia la trattazione spiegando che “vivere secondo la carne” si riferisce anche ai vizi dell’animo, perché non la carne, ma l’anima é quella che pecca. Si può affermare, analogamente, che esista un “vivere” secondo l’uomo e un vivere secondo Dio. La prima modalità coincide con un vivere secondo il demonio.

Ed ecco presentarsi le due città, distinte secondo le due volontà, i due amori: il peccato fu la disobbedienza a Dio, e fu preceduto da una volontà di male, suggerita dalla superbia, pertanto l’uomo, disubbidiente a Dio, fu punito dalla disubbidienza del suo corpo, viziato dalla libidine. Questa, e non l’unione coniugale o la procreazione della prole, é peccato. Le due città furono dunque generate da due diversi amori, la città terrena dall’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio, la celeste dall’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé. Il quattordicesimo libro, d’importanza fondamentale per la comprensione del De civitate Dei, segna una transizione netta, di carattere più teorico rispetto ai successivi, che sono destinati a illustrare il cammino percorso dalle due città nella storia dell’uomo.

Libro 15

Impostato negli argini fissati da Agostino nei libri precedenti, il discorso viene ora acquistando sempre più il carattere di un commento totale ed escatologico della Bibbia. Iniziatori e prototipi delle due città sono i figli di Adamo, Abele e Caino. Agostino traccia la storia della città celeste, non senza numerose digressioni e osservazioni di carattere esegetico e teorico, fino all’arca di Noé, che rappresenta simbolicamente la Chiesa.

Libri 16-17

Il libro sedicesimo conduce la narrazione biblica attraverso l’età dei patriarchi fino all’ingresso degli Ebrei in Palestina; il diciassettesimo giunge, fermandosi lungamente a parlare di Davide e delle profezie messianiche contenute nei Salmi, fino a Cristo.

Libro 18

Agostino affronta a questo punto la storia della città terrena. Più che una vera storia, tuttavia, egli espone una serie di sincronismi dedotti dalle cronache di Eusebio e Girolamo e da altre opere consimili. Agostino riferisce l’oracolo acrostico della Sibilla Eritrea intorno al Cristo, e, giunto a parlare dei profeti d’Israele, rammenta anche i loro vaticini messianici e ne esalta l’autorità. Questo lo invoglia anche a parlare del Cristo e delle profezie che si sono avverate in lui e nella Chiesa, che in questo mondo comprende, mescolati con i buoni, anche molti malvagi. Agostino sostiene quindi che la città di Dio è sostanzialmente sempre perseguitata in questo mondo. Quanto poi alla questione dell’epoca dell’ultima persecuzione e della venuta dell’Anticristo, non fa previsioni perché nessuno può dirlo. Agostino ricorda a tal proposito, per confutarlo, l’oracolo pagano secondo cui il culto di Cristo sarebbe durato 365 anni.

Libro 19

Per spiegare i fini delle due città, Agostino incomincia a chiedersi quali sono gli scopi assegnati alla vita umana dai filosofi. La Città di Dio, contro l’opinione di tutti i filosofi, afferma che sommo bene è la vita eterna, sommo male la morte eterna: in questo mondo pertanto nessuno può essere felice, perché tutti si trovano a combattere contro le passioni e nessuna virtù può sopprimere definitivamente il male che è in ogni uomo. La beatitudine dunque si raggiunge e si gode solo nella pace eterna. Ma tutto, quaggiù, aspira alla pace e l’inizio di ogni pace è per Agostino nell’amore di Dio. Dopo aver accennato alla schiavitù, alla vita politica, ai diversi ideali delle due città, dopo aver sostenuto che non esiste un vero popolo, né un vero Stato, dove non c’è giustizia, cioè la vera religione, Agostino conclude che dove non c’è religione non vi è neppure virtù autentica.

Libri 20-21

Il libro ventesimo tratta del giudizio. Non dei giudizi che Dio opera nel quotidiano, ma del giudizio finale, in cui si manifesterà pienamente la giustizia di Dio. Agostino descrive le testimonianze bibliche che richiamano il giudizio finale, specialmente quelle riferite nelle parole di Gesù. Ciò gli fornisce l’occasione per parlare delle due risurrezioni. Agostino ripudia decisamente il cosiddetto millenarismo e dà dei versetti biblici coinvolti una spiegazione che è praticamente identica alla interpretazione proposta da Ticonio nel suo commento all’Apocalisse. La prima risurrezione è il battesimo e i mille anni rappresentano, con una cifra simbolica, tutto il tempo, indeterminato, tra la passione del Cristo e il giudizio finale. E’ il periodo di tempo cioè nel quale si può compiere la prima risurrezione.

Ne consegue che il regno di Dio e il regno dei cieli è ora la Chiesa, nei suoi vivi e nei suoi morti. Ma non tutti coloro che ora sono nella Chiesa entreranno nel regno eterno di Cristo. Prima di quel giorno verrà la prova suprema, allorché, secondo l’Apocalisse, il diavolo sarà sciolto e combatterà coi cristiani. Agostino passa quindi all’esame dei numerosi testi dell’Antico e del Nuovo Testamento relativi al giudizio e alla resurrezione finali. Affronta una lunga discussione, che esamina anche alcuni passi di Malachia, concludendo con l’affermazione che nell’Antico Testamento, quando si parla del giudizio finale risulta abbastanza chiaro che giudice sarà il Cristo. Da ultimo vaglia le teorie sul giudizio finale tra cui l’opinione di Origene, che è contrario all’eternità delle pene, di coloro che si aspettano nel giudizio finale l’intercessione dei santi e anche di quanti sostengono che il battesimo basti ad assicurare la salvezza. A tutti costoro Agostino ha qualche cosa da obiettare.

Coglie l’occasione per far osservare che oggi la preghiera è necessaria, ma si prega soltanto per coloro che sono ancora suscettibili di pentimento, e che la Chiesa ora prega per tutti, solo perché non c’è certezza per la sorte di alcuno. La salvezza, chiarisce, è data dal mangiare il pane vivente disceso dal cielo (Giovanni, VI, 51): non v’è dunque salvezza fuori della Chiesa, pertanto solo chi è in essa e partecipa al sacramento dell’altare mangia e beve davvero il corpo e il sangue di Cristo. Quanto all’elemosina, crudamente ammonisce che essa non vale nulla senza la carità, cioè l’amore del prossimo e di Dio. Termina con l’esortazione che ciascuno dunque incominci col farla a sè stesso, amando Dio.

Libro 22

L’ultimo libro si apre con un capitolo riassuntivo d’importanza fondamentale. Poi Agostino riprende la polemica contro chi non ammette la risurrezione dei corpi. L’argomento che sostiene la certezza della risurrezione umana è quella del Cristo: anche il mondo credette agli apostoli che la predicarono, perché la verità della loro testimonianza era comprovata dai miracoli che essi fecero. Di miracoli ne avvengono ancora: Agostino ne racconta una lunga serie, che sono accaduta a Cartagine, in diverse località africane, e nella stessa Ippona, presso le memoriae che Agostino stesso aveva fatto erigere. Agostino, un uomo preciso, ordinato e amante della documentazione esauriente, aveva imposto che tutti coloro che ricevevano nella sua diocesi benefici soprannaturali dalla grazia divina lasciassero un resoconto circostanziato dell’episodio miracoloso. Questi libelli erano poi letti in chiesa a edificazione dei fedeli. In due anni Agostino ne ha raccolto già più di settanta.

Ma non bisogna dimenticare, ammonisce Agostino, che i miracoli sono compiuti nel nome di Cristo da martiri che hanno avuto fede in lui. Dopo questo excursus Agostino ritorna alle obiezioni sollevate contro la risurrezione in casi particolari o pietosi. Quanto agli aborti, Agostino non sa dare una risposta definitiva, ma è certo che se si possono considerare alla stregua dei morti, dovranno risorgere. Anche gli aborti per lui hanno un’anima e pensa che risorgeranno quali avrebbero potuto essere, secondo tutte le possibilità di sviluppo insite in loro. I corpi inoltre risorgeranno coi loro sessi, perché non nel sesso è il male, bensì nella concupiscenza della carne. Saremo dunque rifatti, e senza imperfezioni: le membra amputate verranno restituite e solo nei corpi dei martiri si vedranno le loro gloriose cicatrici. Questa rinnovata “carne spirituale” sarà sottomessa allo spirito, ma quale sarà tuttavia non possiamo dire. Infine sono descritte la beatitudine, la pace e la visione di Dio nella Gerusalemme celeste. Sottomessa la carne allo spirito, ciascuno avrà libera la volontà del bene, anzi non desidererà altro. Saremo noi stessi il sabato, benedetti e santificati da Dio, riposando in lui, conoscendolo, pieni di lui che sarà “tutto in tutti”.

Epilogo

Se consideriamo il De Civitate Dei nel suo insieme, comprendiamo ora le ragioni della sua grande popolarità per tutto il Medioevo e comprendiamo però che tanto citato e ricordato da tutti, il De civitate Dei è ora invece letto per intero da pochissimi. Un autore moderno che volesse esporre o dimostrare la stessa tesi di Agostino, probabilmente se la caverebbe con un saggio di un centinaio di pagine o poco più. Il De civitate Dei invece è un’opera immensa. Ma è anche fuor di dubbio che si riflette nell’opera la particolare propensione dell’ingegno di Agostino, la sua grande curiosità per ogni cosa, quel suo bisogno di veder chiaro in ogni questione che gli si presenta, anche se d’interesse secondario. Si riflette anche la tendenza all’enciclopedia, che pure è nello spirito e nella sensibilità culturale di Agostino, e in una certa misura, dei suoi contemporanei, ma assai più diffusa nei medievali.

Da questo punto di vista, Agostino adempì, all’inizio delle invasioni barbariche, a una funzione storica di altissima importanza e diede un esempio efficacissimo di salvaguardia della cultura antica. E si capisce altresì l’interesse per la critica moderna della ricerca, bene avviata ma tutt’altro che esaurita, delle fonti del De civitate Dei. Ma, pur valorizzando questi aspetti, non si rende ancora ad Agostino la dovuta giustizia. Gli eruditi medievali lessero il libro con straordinario interesse per tutte le notizie e le informazioni che vi trovavano sulla storia, la scienza e la superstizione degli antichi.

Ma nel contempo si nutrirono anche del suo pensiero agostiniano e questo operò nei loro cuori e nelle loro menti e si mantenne vivo a lungo. Inoltre è diventato quasi luogo comune il parlare del De civitate Dei come di una, o della prima, filosofia della storia, ma, anche qui, Agostino ha una visione incomparabilmente più vasta e più elevata degli accadimenti umani. Possiamo pure chiederci se questa visione, questa stessa filosofia della storia sono tutte ed esclusivamente frutto del pensiero e della ricerca di Agostino.

È chiaro, intanto, che Agostino deve moltissimo a Ticonio: la stessa concezione fondamentale delle due città, che si ritrova in tanti altri scritti agostiniani a cominciare almeno dal De catechizandis rudibus, nonché l’interpretazione del millennio e, si potrebbe dire, tutta l’escatologia del De civitate Dei derivano principalmente da Ticonio. Ma, per un fenomeno che è strano solo in apparenza, il laico Ticonio è, in tutti i suoi scritti che conosciamo, infinitamente più arido e più impregnato di tecnicismo esegetico che non il vescovo teologo. E poi le idee di Ticonio sono state assimilate da Agostino in maniera così piena e in seguito ad una esperienza personale così ricca, che si possono sicuramente considerarle sue. Solo Agostino in realtà ne comprese appieno il valore apologetico e edificativo, applicandolo sistematicamente alla storia, e saldò intimamente tra loro queste idee in una sintesi grandiosa e possiamo dire, imperitura.

E che cos’è, infine, questa Città di Dio? A volte, indubbiamente, per dichiarazione esplicita di Agostino, essa rappresenta la Chiesa; a volte sembra identificarsi invece con la Gerusalemme celeste; a volte comprende i santi dell’antico Testamento, a volte sembra restringersi, a volte farsi più accogliente. Nella realtà la Chiesa non si identifica né si risolve in assoluto nella Città di Dio, perché la Chiesa comprende accanto agli eletti anche i reprobi. Reciprocamente, anche tra i nemici della Chiesa possono trovarsi gli eletti di domani. Per delineare la posizione di Agostino conviene prendere le mosse da quel primo capitolo del libro ventiduesimo, che è fondamentale per la comprensione dell’intera opera. Lì scopriamo che nella visione agostiniana Dio ha creato in origine il mondo e, tra le tante cose buone, superiori a tutte, gli spiriti “ai quali diede l’intelligenza, e la capacità di contemplarlo: li strinse in una società, che noi chiamiamo la città santa, e superna, nella quale egli è la loro vita e il sostentamento della loro beatitudine.

A questi spiriti Dio concesse il libero arbitrio, in modo ch’essi potevano, volendo, abbandonar Dio, cioè la loro beatitudine, a patto però dell’immediata infelicità; e pur sapendo nella sua prescienza che alcuni di questi angeli, superbamente credendosi di bastare alla propria beatitudine, si sarebbero ribellati, tuttavia non tolse loro questa facoltà, ritenendo che fosse miglior cosa e maggior manifestazione della sua potenza trarre anche dal male il bene, che non permettere il male.

Il male è dunque – soggiunge subito Agostino – non creato, ma permesso da Dio, e in vista d’un bene. Fece poi l’uomo, dotato del medesimo libero arbitrio: animale terreno, ma degno del cielo, se fosse rimasto unito al suo Fattore, e invece sottoposto anch’egli a un’infelicità adatta alla sua natura, se l’avesse abbandonato; e neanche a Dio, pur sapendo che avrebbe peccato, tolse il libero arbitrio, sapendo anche in questo caso il bene ch’egli avrebbe ricavato da quel male.”

La Città di Dio è dunque, in realtà, costituita dagli angeli e dai predestinati; dei quali nessuno sa il numero. I predestinati sono coloro ai quali Dio concede e la grazia che cancella il peccato originale e la capacità di perseverare nel bene sino alla fine.

D’altra parte il peccato originale si cancella col battesimo, attraverso il quale si entra nella Chiesa: i predestinati vanno dunque cercati in essa. Tuttavia la grazia è un libero dono di Dio e può essere concessa a chiunque, anche a chi non fa attualmente parte della Chiesa, ai giusti dell’Antico Testamento, o a qualche giusto del mondo pagano. Ma è altrettanto certo che non si può parlare di salvezza, e nemmeno di autentica virtù, dove non sono la fede e l’amore di Dio. Questa fede e questo amore sono a loro volta un dono, che Dio fa all’uomo, di per sé incapace di credere in Dio e di amarlo. Agostino non afferma che l’Ecclesia peregrinans è la civitas Dei, ma piuttosto che l’Ecclesia è peregrinans in hoc saeculo in civitas Dei.

La Chiesa è anche il corpo di Cristo: in questo senso essa è veramente il popolo dei predestinati, la Città di Dio, unita con tutti coloro che si salvarono o si sono salvati, unita con gli angeli, la Gerusalemme celeste. Sulla terra, tuttavia, e fino al giudizio finale, il corpo di Cristo non è puro. Radicalmente opposta alla Città di Dio nell’origine, nelle aspirazioni e nei destini, ma nel nostro mondo frammista e confusa con essa vive la Città terrena, il corpo del demonio.

La separazione fra le due Città avverrà solo nel giudizio finale. Agostino rammenta che non è lecito conoscere a noi né la sorte né il numero dei predestinati. Ci è solo vietato di separarci da essi, di uscire dalla Chiesa, perché caratteristica della Città di Dio in questo mondo è l’unità, l’umiltà, il servizio reciproco: proprio in questo i capi della Chiesa si distinguono nettamente dai principi della Città terrena. Per Agostino, che ha affrontato con tenacia tante battaglie per estirpare l’eresia, lo staccarsi della Chiesa è una prova di superbia, una colpa anche maggiore di quelle dei malvagi di cui si è voluto evitare il contatto. Assieme a Cipriano, l’insigne vescovo africano testimone della fede cristiana, Agostino può ben dire che non v’è salvezza al di fuori della Chiesa.

Il piano grandioso della Provvidenza per la redenzione del genere umano è, per Agostino, una prova meravigliosa della bontà e della perfezione di quel Dio, ordinatore dell’universo, che sa trarre dal male il più grande bene.

A lui Agostino china il capo, china la sua intelligenza, grato della sua misericordia, persuaso della sua giustizia, qualunque sia la sorte che gli è stata riservata. Ormai è appagato dall’avere cercato di capire per poter credere, ed ora, assai di più, è desideroso di ricevere la fede che lo metta in grado di capire e di riposare il suo cuore inquieto nella pace eterna di Dio.

Il Natale di Cristo è stato necessario

Condividi su:

L’EDITORIALE DEL LUNEDI per https://www.informazionecattolica.it/2022/12/26/il-natale-di-cristo-e-stato-necessario/

di Matteo Castagna

“L’OFFESA FATTA A DIO COL PECCATO È INFINITA, SOTTO TUTTI I PUNTI DI VISTA, PERCHÉ RIBELLIONE DELLA CREATURA VERSO IL CREATORE E, PERCIÒ SE NON FOSSE UNA PERSONA INFINITA A RIPARARE, NON POTREBBE ESSERCI PERFETTA RIPARAZIONE”

Molti sono gli usi folkroristici del giorno di Natale, particolarmente nei Paesi nordici. Così l’uso dei dei doni natalizi, perché l’Eterno Padre ci ha dato in grande dono il Suo Figlio, Seconda Persona della Santissima Trinità e Messia profetizzato ed atteso da secoli. Per questo anche gli uomini vogliono darsi un dono. Poi c’è l’albero di Natale, da origine pagana, ma preso come simbolo di Cristo, vero albero di vita, il quale con la sua venuta ha illuminato tutto il mondo.

Le tante luci accese in questo periodo, nonostante la crisi energetica, sono l’emblema della Luce di Cristo sulle tenebre del peccato. La Sua Luce non conosce crisi, nonostante il mondo secolarizzato si inventi di tutto per deviare l’attenzione dal fatto che ha cambiato la storia: la Natività di Nostro Signore Gesù Cristo, per la nostra redenzione. Tutti i soloni del luciferino “non serviam” solitamente tacciono, in questo periodo, o perché ingrassano il loro Vitello d’Oro o perché possono godersi delle mondane vacanze, tra feste e lussuria.

Il Bambino che nasce ogni anno per ricordarci Chi sia l’unica Via di salvezza, trova sempre chi non ha una stanza da prestargli o un animo in cui dimorare. Per questo nasce sempre in una stalla, nella semplicità e nell’umiltà, facendosi adorare sinceramente solo da chi ha il cuore puro e comprende la regalità dell’Incarnazione.

La festa è introdotta fra il 243 e il 336 ed è di origine occidentale e più precisamente è una istituzione romana. La celebrazione nel giorno del 25 dicembre fu fissata anche per opporre una festa cristiana al natale del dio sole invitto (Natalis Solis invicti) stabilito ai tempi dell’imperatore Aureliano (270-275) come festa pagana dell’Impero, e che veniva celebrata con solennità dai numerosi cultori di Mitra. Alla scelta di tale data però poté infine contribuire il simbolismo naturale; il pensiero, cioè, di festeggiare nei giorni in cui la luce comincia a ricrescere (dopo il solstizio invernale), il natale del Sole di giustizia.

“Con la ricorrenza del Natale del Redentore, sembra quasi ricondurci alla grotta di Betlemme (dall’aramaico: “casa del pane”), perché vi impariamo che è assolutamente necessario nascere di nuovo e riformarci radicalmente; il che è possibile soltanto quando ci uniamo intimamente e vitalmente al Verbo di Dio fatto uomo, e siamo partecipi della sua divina natura alla quale veniamo elevati” (Pio XII, Litterae Encyclicae Mediator Dei, 20/11/1947).

Appare giusto, in tempi di particolare apostasia ed ignoranza religiosa, rispondere ad una domanda fondamentale: il Natale del Salvatore è stato una necessità assoluta o di necessità ipotetica e relativa? “E’ teologicamente certo che la necessità dell’Incarnazione non è assoluta, ma solo conveniente, anche supposta la volontà divina di riparare il genere umano” (Somma di Teologia Dogmatica, Giuseppe Casali, Ed. Signum Christi, Lucca, 1955, con imprimatur ecclesiastico del 11/02/1964). Dio, infatti, avrebbe potuto distruggere il genere umano decaduto col peccato originale, così come avrebbe potuto riparare in altri modi, come condonando gratuitamente, esigendo una riparazione imperfetta da ciascun uomo oppure affidando ad un semplice uomo , pieno di grazia e virtù, il compito di soddisfare per tutti, sebbene imperfettamente. “Dio è libero in tutte le sue operazioni (…) ma dopo il peccato, posto che Dio esigesse una soddisfazione equivalente era necessaria l’Incarnazione di una Persona divina”.

San Leone Magno, nel sermone della Natività 81,2) afferma: “Se non fosse vero dio, non porterebbe rimedio” in linea con quanto già affermato precedentemente da S. Agostino, S. Basilio e dai Padri della Chiesa, che riferendosi alla Scrittura, danno testimonianza in questo senso.

La spiegazione tomista, che è propria di chi ha la mia formazione teologica, ritiene questo: “l’offesa fatta a Dio col peccato è infinita, sotto tutti i punti di vista, perché ribellione della creatura verso il Creatore e, perciò se non fosse una Persona infinita a riparare, non potrebbe esserci perfetta riparazione”. Poiché Dio ha decretato l’Incarnazione liberamente, ha voluto manifestare le sue perfezioni ossia la sua gloria esterna. Avrebbe potuto volere l’Incarnazione, anche indipendentemente dal peccato, o da qualsiasi altra ipotesi.

I Tomisti rispondono che nella presente economia divina l’Incarnazione è talmente ordinata alla redenzione degli uomini, che se Adamo non avesse peccato, l’Incarnazione non ci sarebbe stata. Troviamo la prova nella Scrittura, almeno in tre passi evangelici: Luca, 19,10, Giovanni, 3,17: I Tim. 1,15 così come in tanti altri passi leggiamo il motivo della venuta di Gesù per la salvezza degli uomini. Poi anche nella Tradizione: I Padri S. Ireneo, S. Atanasio, S. Agostino sostengono tale unica tesi. Nel Simbolo Niceno-Costantiniano troviamo come unico motivo dell’Incarnazione “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal Cielo”.

Nella Liturgia del Sabato santo si legge: “O certamente necessario peccato di Adamo che è stato cancellato con la morte di Cristo. O felice colpa che meritò di avere un tale e sì grande Redentore”. Nella ragionevolezza, di fatto, il decreto della divina Volontà stabilì che il Verbo si incarnasse nella carne passibile e non ha decretato niente riguardo all’ipotesi di Adamo innocente, che in realtà non ha conservato l’innocenza. La Chiesa non obbliga a credere a questa o all’altra tesi.

Cancellate il Natale, abortite Gesù, ce lo chiede l’Europa

Condividi su:

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Il Natale è cancellato, Gesù è abortito, e la Corte europea per i diritti dell’uomo acconsente, anzi risarcisce colei che aveva profanato la Chiesa urinando sui gradini dell’altare. D’ora in poi, seguendo le direttive dell’Europa e della sua corte suprema, anziché celebrare la Nascita di Gesù Bambino, faremo meglio a celebrarne l’aborto, nel nome dei diritti della donna. E la cancellazione del Natale, grado supremo della cancel culture, con il patrocinio della massima corte europea.

Se dovessi riassumere il senso peggiore del nostro tempo, e racchiudere in un episodio lo spirito capovolto con cui si compendia il corrente e morente anno 2022 alle porte di Natale, dovrei risalire a quell’episodio accaduto in Francia e conclusosi davanti alla corte europea. Dunque, in un infausto giorno del 2013 (lo stesso anno maledetto in cui uno scrittore, Dominique Venner, si suicidò in Notre Dame), una donna in topless, Eloise Bouton, fece irruzione nella chiesa della Madeleine a Parigi, con la scritta sulle spalle “Il Natale è cancellato” e dopo aver mimato l’aborto di Gesù bambino, concluse la sua performance urinando sui gradini dell’altare. I tribunali francesi avevano condannato l’attivista femminista e abortista a una pena pecuniaria e detentiva. Ma la Corte europea dei diritti umani, lo scorso 13 ottobre, ha ribaltato la sentenza del tribunale francese e dopo aver riconosciuto il proposito della donna come “molto nobile” e prezioso per i diritti delle donne, in particolare sul diritto all’aborto, ha “condannato” la Francia a pagare circa 10mila euro per danni morali, e sottolineo morali, più spese legali. Risarcita ed elogiata, con tante scuse dell’Europa.

In verità la stessa corte europea, in sigla CEDU, si era pronunciata in precedenza in modo assai diverso, anzi opposto: una donna aveva equiparato il rapporto sessuale di Maometto con Aicha che aveva allora nove anni, a una forma di pedofilia. La Corte in quel caso riconobbe colpevole la donna di “dolosa violazione dello spirito di tolleranza” perché alimentava un pregiudizio che attentava alla pace religiosa. E la condannò a una pena detentiva e pecuniaria. Fateci capire: se si profana una Chiesa, si urina sull’altare, si inneggia all’aborto di Gesù, è libertà di espressione e merita un elogio; si è invece deplorati e condannati se s’insinua che Maometto il profeta dell’Islam, fu pedofilo (affermazione sconveniente, ne convengo, e non solo perché ferisce credenti islamici ma non tiene conto della differenza di tempi e luoghi, di culture, storie e religioni). Un paese e un continente per millenni cristiano, unito dalla civiltà cristiana, assolve chi profana in Chiesa Gesù Cristo e condanna chi in luogo laico offende la suscettibilità degli islamici. Ma che mondo è?

Torno ai nostri giorni, e paragono questa sentenza assolutoria all’esemplare condanna del tifoso che davanti alle telecamere dette addirittura una pacca sulle chiappe di una giornalista sportiva davanti allo stadio di Empoli: un anno e mezzo di detenzione, diecimila euro di risarcimento alla giornalista offesa e perfino 5mila euro all’ordine dei giornalisti che si era costituito parte civile. E’ un altro tribunale, ma il paragone viene spontaneo: pensate, una pacca sui glutei è peccato mortale e reato atroce mentre la profanazione di una Chiesa, di una Religione, della figura di Gesù Cristo, del Santo Natale, con una serie di atti osceni in luogo sacro, è libertà d’espressione e diritto inviolabile. Capite in quali mani siamo noi europei, a quale Corte sono affidati i Diritti Umani?

E’ un episodio, direte, ma mi sembra il simbolo più rappresentativo, alle soglie di Natale, dello spirito dell’epoca: la giustizia europea è intollerante se trasgredisci al catechismo politicamente corretto ma è compiacente e garantista se profani la religione che ha permeato per millenni la nostra civiltà, che è ancora seguita da milioni di fedeli, che è alle origini perfino degli stessi diritti umani, del rispetto sacro della persona e della vita umana, della solidarietà e della carità…

Con un precedente del genere sarà difficile nella giurisprudenza europea tornare alla realtà, ai principi e al diritto come l’abbiamo conosciuto nei secoli. Ad aggravare la situazione è il silenzio dei media, la rara o inesistente d’indignazione, il freddo e neutrale sguardo da cronisti con cui si è freddamente annotato e archiviato la sentenza.

Tornando alla sentenza natalizia, è spiegato che “lo scopo dell’esibizione a seno nudo” della manifestante, “organizzata secondo le procedure previste dal movimento Femen, era quello di trasmettere in un luogo di culto simbolico, un messaggio relativo a un dibattito pubblico e sociale sulla posizione della Chiesa cattolica su una questione delicata e controversa, ossia il diritto delle donne di avere il libero controllo sul proprio corpo, compreso il diritto d’abortire”. Capite? Avendo applicato la protesta a Gesù bambino, è conseguente il rimprovero alla Madonna di aver accettato, senza batter ciglio, un figlio non voluto e non procreato in una relazione umana, mentre avrebbe dovuto chiamare i gendarmi all’apparizione dell’angelo molestatore, che annunciava la nascita e avrebbe dovuto sporgere denuncia contro Ignoti perché lo Spirito Santo l’aveva ingravidata violando “il libero controllo del proprio corpo”.

Dunque se dobbiamo attenerci fedelmente e scrupolosamente alle direttive europee, quando tornate a casa, trasformate il presepe della Natività in una manifestazione multietnica in favore della libertà di abortire. Celebrate la nascita dell’aborto più che del Bambinello, e vergognatevi della civiltà cristiana, perché se al posto della Natività avesse sancito il Diritto d’Aborto, avremmo un Gesù Cristo in meno nella storia del mondo e duemila anni di diritti della donna in più. E il bue e l’asinello non più costretti dalla bestia umana a star lì a sfiatarsi per giorni e giorni…

La Verità – 22 dicembre 2022

E se la critica alla post-modernità mettesse allo stesso tavolo progressisti e conservatori?

Condividi su:

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/10/24/e-se-la-critica-alla-post-modernita-mettesse-allo-stesso-tavolo-progressisti-e-conservatori/

PROVIAMO AD ACCANTONARE PROGRESSISMO E CONSERVATORISMO, LIMITANDOCI AD UN SENSATO, RAGIONEVOLE ANTI-POSTMODERNISMO: POTREBBE ESSERE UTILE?

Una cascata d’odio preventivo si è scaricata su Giorgia Meloni e sul nuovo governo di centrodestra. Non ho ricordi di assistere ad una tale violenza verbale, soprattutto da parte delle femministe e delle sinistre globaliste, che si ammantano di una supposta superiorità intellettuale e morale, degli ideologi dell’uguaglianza, della fratellanza, della libertà assoluta e della tolleranza universale. E’ davvero meschino l’attacco personale e familiare, per ottenere vantaggi in termini di visibilità o followers. Un gran boomerang questo travaso di bile arcobalen(g)o, se si esce dai salotti e dalle redazioni dei quotidiani, ove, invece, giornalisti d’esperienza, come ad esempio Gad Lerner, non sono caduti in questi metodi grossolani, da pescivendoli/e frustrati.

Le sinistre sono terrorizzate davvero del ritorno del Fascismo nel centenario della Marcia su Roma che si celebrerà la prossima settimana (28 ottobre 1922 – 28 ottobre 2022)? No. E’ tutta una messa in scena per aggiungere all’odio la paura di una destra autoritaria. Fa parte del loro metodo comunicativo di sempre. Lo stesso che ha fatto passare per decenni la Resistenza partigiana per la componente maggioritaria che ha liberato il Paese dai nazisti, mentre fu solo un modesto supporto alle truppe regolari Alleate. E meno male che la sua componente maggioritaria, ovvero quella social-comunista non è riuscita a prevalere, altrimenti a Palazzo Chigi sarebbe stata issata la bandiera di Stalin fino al crollo del muro di Berlino…

Anche a sinistra ci sono persone intelligenti, che non si fanno annoverare tra questi personaggi lugubri e invasati, che non temono alcun fascismo e lo dicono espressamente. Penso a Massimo Cacciari, ma anche al direttore de Il Fatto. quotidiano, Antonio Padellaro. Non esiste alcuna possibilità di rinascita, per prima cosa perché manca un duce, col carisma e la capacità di aggregare tutto ciò che non sia Sovversione sinistra.

In secondo luogo perché la crisi economica non è simile a quella del primo dopoguerra e le contingenze internazionali soffocherebbero sul nascere ogni minimo tentativo in tal senso. Lo spauracchio del fascismo si risolverà, invece, con un momento di pubblico dibattito storico-politico fuori dal coro del Pensiero unico, qualche Messa di suffragio e con tante iniziative conviviali tra qualche cimelio. Nulla da temere, per chi ha ancora buon senso.

Il mainstream istituzionale chiede, ancora, al premier Meloni di sconfessare il Ventennio, con una bolsa retorica anacronistica e con cerimonie che interessano solo a quattro gatti e a Paolo Berizzi. Giorgia Meloni, per evitare di essere bloccata per settimana dalle polemiche per questi inutili riti, li compirà, così da poter dare risposte concrete alle priorità dei nostri connazionali.

Ci sono quattro cose da fare subito, accantonando i bottiglioni di lambrusco con l’etichetta del Duce: 1) aiuti a famiglie e imprese per le bollette; 2) ripartire con le trivellazioni in mare; 3) cancellare il reddito di cittadinanza come è concepito adesso; 4) abrogazione degli assurdi e dannosi obblighi vaccinali per medici e infermieri, al fine di farli tornare subito in corsia. Credo che per capire quale sia l’imprinting generale dell’azione governativa, sarebbe indispensabile leggere e studiare, prima Tolkien e poi Alain De Benoist.

Entrambi gli autori, il primo soprattutto sul piano spirituale, fortemente cristiano, il secondo su quello più specificatamente ideale e politico, insegnano come si possa essere aperti al progresso senza essere egualitari, conservatori senza soccombere a un economismo volgare e un tradizionalista senza essere ottuso. Così si esprimerebbe il giornalista e intellettuale americano Keith Preston, che non è annoverabile tra le persone in linea con noi.

L’attacco diretto è al concetto di democrazia moderna, che fa riferimento a “Democrazia: il Dio che ha fallito” (2007) di Hans Hermann Hoppe. De Benoist e Carl Schmitt vedono nel liberalismo il principale problema, superando anche le giuste critiche da monarchico cattolico e conservatore come Hoppe. L’apertura che Alain De Benoist fa alle nozioni di “democrazia partecipativa” o “democrazia diretta”, avanzate da alcuni filoni di sinistra, potrebbero alimentare il dibattito in un’ ottica multipolare del mondo.

Pertanto, ha perfettamente ragione De Benoist, quando scrive che “la tendenza attuale…consiste nel convertire ogni sorta di richieste, desideri o interessi in ‘diritti’. Gli individui, nel caso estremo, avrebbero il “diritto” di vedere soddisfatta qualsiasi domanda, per il solo fatto di poterla formulare. Oggi, rivendicare diritti è solo un modo per cercare di massimizzare i propri interessi“. Si potrebbe partire da questi due assunti per cercare una sintesi e non demonizzare l’avversario come prassi ideologico-culturale. Per dirla con Gilbert K. Chesterton (1874-1936), proviamo ad accantonare progressismo e conservatorismo, limitandoci ad un sensato, ragionevole anti-postmodernismo. Potrebbe essere utile a tutti.

1 2 3 4 6