L’Italia è la Bielorussia della Nato

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Come essere intellettualmente onesti e non essere d’accordo con questo pensiero di Pietrangelo Buttafuoco? (n.d.r.)

QUINTA COLONNA

Segnalazione di Arianna Editrice

Fonte: La Verità

di Pietrangelo Buttafuoco 

O con la Nato o con Putin. Se questo è il bivio, lei da che parte va?

«Quando sei di fronte a una guerra, non puoi che andare ai fondamentali nudi e crudi. La situazione è questa: la Russia muove sullo scacchiere e invade l’Ucraina. Ho ben chiaro chi attacca e chi difende, chi è l’aggressore e chi l’aggredito. Ma in Italia la cosa che più mi colpisce è l’assenza di un serio dibattito. Tutto è destinato alla propaganda, alla malafede obbligata».

In che senso obbligata?

«Nel senso che a questa propaganda sei costretto ad adeguarti. L’Italia, rispetto alla Nato, è come la Bielorussia per Putin. Solo l’infinita autorevolezza di Draghi, grazie a Dio, gli impedisce di vestire i panni del Lukashenko occidentale. Per il resto, non abbiamo margini di manovra. Ricordiamoci che tra le potenze sconfitte nella seconda guerra mondiale il nostro Paese è l’unico che non ha potuto imbastire una sua autonomia in assenza di sovranità. La Germania un primato egemonico in economia se l’è costruito, e oggi si avvia al riarmo; lo stesso Giappone ha superato il grande tabù sulle forze armate. L’Italia no».

Dunque non abbiamo la forza per perseguire i nostri interessi nazionali?

«Chi avrebbe mai immaginato che la Turchia sarebbe diventata il protagonista Nato nel continente euroasiatico? Conta molto più dell’Italia e della Francia, è diventato il punto di riferimento degli Stati Uniti. Non avendo problemi di sovranità, i turchi possono fare delle scelte sulla base del loro interesse nazionale, anche assumendo una posizione critica sulle sanzioni. Cosa che a noi è impedito».

Le sanzioni fanno più male a noi che a loro?

«Quando il Fondo Monetario Internazionale dice che l’Italia rischia la recessione senza il gas russo, si incarica, purtroppo, di smentire compassati editorialisti di cui beviamo ogni parola, e autorevoli statisti cui guardiamo sempre con trepidazione e indiscussa fedeltà. Forse seguendo l’esempio di altri con la testa a posto, come Germania e Turchia, cambieremo registro anche noi. A meno che l’ansia di essere la Bielorussia dell’Occidente non ci faccia scantonare».

Anche in passato eravamo definiti un Paese a sovranità limitata. Oggi è peggio di ieri?

«Neppure la democrazia cristiana più cattocomunista dei Dossetti ha mai avuto un atteggiamento di tale sudditanza. Forse anche perché il pontificato dell’Italia di allora aveva un peso che l’attuale non ha. Oggi agli Stati Uniti non importa nulla del Vaticano, sono indifferenti e quasi sprezzanti. Non considerano questo Papa un interlocutore. Purtroppo siamo sempre costretti a ragionare in un ambito angusto: quando alziamo lo sguardo sulla scena internazionale non ci rendiamo conto di come all’estero considerino le vicende italiane».

Parlava della mancanza di dibattito. Intende dire che dinanzi alla linea bellicista dell’appoggio armato agli Ucraini, non è ammesso dissenso?

«Una volta c’era un minimo di confronto. Ma oggi siamo nell’epoca del conformismo compiuto, non ti puoi consentire più margini di discussione eterodossa. Tutto si è trasformato in un immenso bar sport. Hanno passato intere stagioni a inseguire il populismo, quando invece il populismo se lo sono fabbricato nelle cattedrali della rispettabilità istituzionale dell’informazione e della cultura».

La sorprende questo centrosinistra ultra-atlantista?

«Non mi stupisce perché conosco la loro ideologia: quella di avere sempre uno Stato guida cui fare riferimento. È l’ortodossia togliattiana».

E oggi lo Stato guida è l’America di Biden?

«No, è direttamente il «deep state» americano. D’altro canto, in una situazione come questa non possiamo pensare che sia Biden l’eminenza grigia, il cervello fondante. Semmai è la Cia e quelle strutture di sistema che costituiscono l’apparato di potere dell’Occidente».

Il Pd terminale della Cia?

«Intendo dire che, in questa particolare fase della storia, il Pd è il partito unico a tutti gli effetti. Teniamo conto che gli italiani non sono mai stati fascisti, democristiani o comunisti: sono sempre stati italiani. E gli italiani applaudono il re come il presidente della repubblica, erano tutti iscritti al Pnf e poi tranquillamente alla Dc e al Pci. Tutto risponde a un istinto comune, quello del guelfismo nazionale che si identifica con il partito unico delle carriere. In un Paese di uomini o caporali, alla fine i caporali sono sempre loro».

E il Pd dunque rappresenta questo guelfismo?

«Il Pd l’ha perfezionato: oggi è il primo partito di governo, il primo editore, il primo educatore, domina anche mentalmente, è il punto di riferimento dell’alta burocrazia, è il veicolo di carriera dei giovani arrembanti, basta vedere le facce di chi lavora a Palazzo Chigi. Pensa invece al destino da fessacchiotti in cui si ritrovano a vivere quelli di centrodestra nell’attuale maggioranza, dove sui temi fondamentali non vincono mai».

Fino a ieri i punti di riferimento a sinistra erano Angela Merkel e il ticket Joe Biden-Kamala Harris. Oggi il pantheon sembra spopolarsi.

«Vuoi che si spaventino per questo? Questi si sono fatti la villa con i rubli e oggi sono i portabandiera della Nato. Avranno sempre e comunque ragione, essendo loro i padroni della parola e della vetrina. Solo per fare un esempio: è stato il governo Letta quello che ha costruito i rapporti più forti con la Federazione Russa. Ma tutto è dimenticato, perché nel cancellare le tracce sono i più bravi di tutti».

Che succederà se Putin uscirà vincitore in Ucraina, o comunque non sconfitto?

«Già mi vedo le prime pagine dei giornali: cercheranno di convincerci che non possiamo fare a meno dello Zar Putin. E già pregusto il Caffè di Gramellini corretto alla vodka».

Trova analogie tra la gestione della pandemia e la gestione della crisi ucraina, con l’aut aut tra pace e aria condizionata?

«Questo governo ha ereditato dal precedente la logica del Cts e dell’escatologia sanificatrice. Passeremo in un niente dalla mascherina obbligatoria al ventaglio obbligatorio. Con lo stesso giudizio morale, e la stessa ansia di scovare il nemico interno. Sono formidabili nel neutralizzare il dissenso: o ti ridicolizzano, o ti criminalizzano. E alla fine sfoceremo nel solito provincialismo: levata la mascherina, sventoliamo la bandierina (ucraina). Insomma, stanno approfittando di una catastrofe mondiale per regolamentare i conti nel proprio cortile. E sa qual è la cosa davvero
straordinaria?».

Quale?

«Che gli artisti, di solito detentori della sovversione, oggi sono i primi guardiani della fureria: passano le giornate a scrivere tweet con il ditino alzato».

Un’eredità del cortigianesimo?

«Peggio. Il cortigiano si riservava uno spiraglio di crudele ironia. Invece gli intellettuali di regime, i comici di regime, i drammaturghi di regime, non sono genuini creatori di rivoluzione, come poteva essere un Majakovskij. No, questi credono davvero a ciò che dicono».

Ha scritto che gli Stati Uniti vogliono trasformare la Russia nell’Unione Europea. Ce la spiega?

«Per l’Occidente la Russia è un nemico più ostile persino dell’Unione Sovietica, perché decenni di materialismo scientifico non sono riusciti a scalfirne l’identità e lo spirito. La Russia è la prima potenza cristiana sul continente europeo, ha solide tradizioni, a Dio i russi ci credono davvero. Tutto ciò appare preoccupante e odioso per chi guarda il mondo con gli occhi del laicismo e dello scientismo occidentale».

Insomma, dietro il conflitto armato si cela uno scontro di civiltà?

«Da un lato c’è «l’imperium», le potenze imperiali, Stati Uniti compresi: come dice Dario Fabbri, sono i popoli che non prendono l’aperitivo, che hanno spirito combattivo e identità plurali. Dall’altro c’è il «dominium» di noi europei, il tentativo di riunire il mondo ad unica identità, ad un unico progetto. Anziché perdere tempo con la propaganda, dovremmo riflettere su una guerra che mette in discussione la globalizzazione. Noi occidentali siamo convinti di avere la parola definitiva sugli eventi della storia, ma esiste un disegno globale dove potenze spiritualmente fortissime si sono incontrate: Cina, Russia, India, Pakistan».

Che effetto le fa vedere l’Europa in ordine sparso, dal Baltico alla Germania al Mediterraneo, senza una guida?

«Come abbiamo detto all’inizio, torniamo ai fondamentali. Chi sono i due soggetti attualmente egemoni nel mediterraneo, con un ruolo attivo? Quando mi affaccio dalla spiaggia iblea, in Sicilia, vedo passare incrociatori battenti bandiera russa e turca. Noi italiani, invece, possiamo fare tutto: tranne quello che non ci consentono di fare».

a cura di Federico Novella

Ormai è ufficiale: la Nato è in guerra con la Russia

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di Giuseppe De Lorenzo

Un gioco che si faceva da ragazzini iniziava così: “Alzo bandiera, dichiaro guerra a…”. E via con la gara di corsa. Nessuno sarebbe partito prima della comunicazione ufficiale, un po’ come si faceva in passato con le guerre di un tempo. Roba da ambasciate.

Ormai purtroppo i processi sono cambiati. Putin per dire ha invaso l’Ucraina comunicandolo in un video. E i conflitti si sono fatti “ibridi”: iniziano all’improvviso e non si sa mai quando finiscono. Basta pensare al Donbass nel 2014, oppure a Libia, Siria o Yemen. Per l’avvio della nuova Guerra (poco) Fredda tra Stati Uniti e Russia non dobbiamo dunque aspettarci una comunicazione formale. Occorre accontentarsi dei segnali. E quelli sono ormai tanti, anche troppi. A tal punto che forse è arrivato il momento di dirlo chiaro e tondo: la Nato è in guerra con la Russia.

Spieghiamo. Dopo l’assurda invasione di Putin, l’Occidente ha reagito come credeva giusto. Ha protestato, e ci mancherebbe. S’è dichiarata solidale con Kiev, e ha fatto bene. Poi ha scelto la strada delle sanzioni, sentiero tortuoso (chiedetelo alle nostre aziende) ma tutto sommato comprensibile. Infine, man mano che la Russia sembrava impantanarsi sul terreno, ha alzato il tiro. Prima la cacciata dallo Swift, poi il blocco delle importazioni del petrolio, infine l’invio massiccio di armi a Kiev: all’inizio solo missili anticarro “difensivi”, poi sempre più “letali” e ora in grado – parola del ministro britannico – di colpire il “al di là del confine”. Kiev dovrebbe farlo, sostiene Londra, è legittimo, la Germania ci mette il carico di 50 carri armati, ma tutto questo dove ci porterà?

Nella Nato si sono creati due schieramenti. Da una parte Usa, Gran Bretagna e paesi dell’Est Europa, pronti ad andare al muro contro muro con Putin. Dall’altra le più concilianti Francia e Germania, uscite però sconfitte da questo duello. Le dichiarazioni degli ultimi due giorni lo dimostrano. E sono un allarme sulla tenuta della pace nel mondo intero, non solo una mannaia sulle speranze di pace in Ucraina (i negoziati, per dire, ormai sono scomparsi dai radar).

Dopo la visita a Zelensky, il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, e il capo del Pentagono, Lloyd Austin, hanno per la prima volta ammesso che lo scopo americano non è tanto, o non solo, la pace in Ucraina. Ma “indebolire Mosca a un livello tale” che non possa avviare nuove guerre. Il generale Mark Milley, capo di Stato maggiore congiunto delle forze armate Usa, oggi ha aggiunto senza troppi fronzoli un dettaglio. “Credo – ha detto – che l’obiettivo di tutto il governo sia quello di vedere un’Ucraina libera e indipendente, con il suo territorio intatto e con il suo governo ancora in piedi. Credo che questo implichi anche una Russia indebolita”. Tradotto: non ci saranno concessioni sul Donbass né sulle condizioni di neutralità o smilitarizzazione (oggi Washington ha riaperto le porte della Nato a Kiev, in teoria cardine dei primi timidi segnali di pace). E senza accordo sulle repubbliche secessioniste, ribatte Putin, “non è possibile firmare garanzie di sicurezza sull’Ucraina”.

Posto che la Crimea è stata annessa otto anni fa, ma Kiev la considera ancora un proprio dominio, quel “territorio intatto” evocato da Milley sembra essere il preludio ad una riconquista. Cioè una guerra in cui la Nato, o almeno gli Stati che stanno inviando armi, aiuta l’Ucraina a riprendersi le regioni perdute tempo fa. Nella speranza, magari, che il piano inclinato porti al “regime change” evocato da Biden. Con tanti saluti alle speranze di pace. Ma col rischio, serio, di ritrovarci davvero a combattere in prima persona contro Mosca.

Forse non avrà ragione Lavrov nel dire che “la Nato è già in guerra per procura con la Russia”. Ma poco ci manca. Capuozzo direbbe: combatteremo fino all’ultimo ucraino. Già, ma fino a dove?

Giuseppe De Lorenzo, 26 aprile 2022

 

L’incombente nuovo ordine mondiale sfida il potere degli Stati Uniti

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di James O’Neill 

Fonte: controinformazione

Moltissimi giornali online sostengono che la guerra in Ucraina sta segnando la fine dell’era dominata dal potere occidentale. Ci sono affermazioni che sostengono che il conflitto militare è stato uno spartiacque che ha segnato una rottura con il passato e l’inizio di una nuova realtà geopolitica.
È questa una tesi che vale la pena di approfondire un po’ perché, se vera, segna la fine di un lungo periodo di dominio occidentale dell’ordine mondiale.

Il conflitto in Ucraina è molto più ampio di una disputa relativamente stretta tra due vicini. L’origine della controversia è completamente trascurata nei resoconti occidentali del conflitto. Otto anni fa, il governo legittimamente eletto dell’Ucraina è stato rovesciato con un colpo di stato sostenuto dagli americani. Il suo presidente fu costretto all’esilio e sostituito da un regime francamente di natura totalitaria e cooptato da gruppi neonazisti.

Questa situazione non è stata accettata né dalla penisola di Crimea né dalle due province orientali del Donbass. La Crimea ha tenuto una votazione e la stragrande maggioranza della popolazione ha deciso di lasciare l’Ucraina e ritornare in Russia. La parola “ritorno” è la chiave. La Crimea fu donata dall’ex presidente sovietico Krusciov nel 1954, senza che i desideri della popolazione venissero consultati. La Crimea ha fatto parte della Russia per centinaia di anni. Gli inglesi (e gli austriaci) vi avevano combattuto una guerra negli anni ’50 dell’Ottocento.

La guerra di Crimea era una guerra contro la Russia e nessuno la considerava diversamente. Il ritorno della Crimea in Russia ha fatto seguito a un voto democratico che non è mai stato accettato dall’Occidente. Il confronto tra quanto accaduto in Crimea e quanto accaduto nel territorio separatista del Kosovo dalla Serbia è molto eloquente. Quest’ultimo è stato accettato dalle potenze occidentali e il Kosovo è ora una delle principali basi militari degli Stati Uniti.

Allo stesso modo è trascurato dai media occidentali che la rottura del Donbass non è mai stata accettata dal governo ucraino. Hanno combattuto una guerra contro le due regioni separatiste negli ultimi otto anni. Almeno 16.000 persone sono state uccise e più di un milione sono state costrette all’esilio.

Questa storia è completamente ignorata dai media occidentali che trattano l’intervento russo nel febbraio 2022 come una “invasione” piuttosto che come un intervento che ha fermato un’invasione ucraina pianificata che senza dubbio ne avrebbe uccisi altre migliaia.

La reazione occidentale all’intervento russo nella guerra è molto rivelatrice. Nonostante tutta la loro fede dichiarata nell ‘”ordine internazionale basato sulle regole”, questo non ha impedito alle potenze occidentali di sequestrare 300 miliardi di dollari di attività russe detenute all’estero. Non hanno intenzione di restituire mai questi soldi.

Le questioni più grandi in gioco sollevate dall’intervento russo nel Donbass sono state evidenziate dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov in un’intervista rilasciata ai media russi la scorsa settimana. Lavrov ha affermato che “l’operazione militare speciale mira a porre fine alle espansioni illimitate e al corso illimitato verso il dominio totale degli Stati Uniti e degli altri stati occidentali sotto le frontiere russe e sull’arena internazionale”.

Lavrov ha anche richiamato l’attenzione sul fatto che gli Stati Uniti hanno sviluppato armi biologiche e laboratori militari in più basi in Ucraina. È impossibile concepire una spiegazione innocente per queste basi. Questi laboratori avevano chiaramente lo scopo di sviluppare armi biologiche da usare contro la Russia. Eppure l’esistenza di queste strutture è stata completamente ignorata dai media occidentali.
Al contrario, hanno promosso la mitica paura che la Russia possa usare armi chimiche nel suo conflitto con l’Ucraina. L’ipocrisia in questa affermazione è mozzafiato.

I media occidentali ignorano anche il fatto che la Russia non è sola nelle sue preoccupazioni. È sostenuto non solo dalla Cina e dall’India, ma dalla grande maggioranza del cosiddetto mondo in via di sviluppo che rifiuta di accettare che l’Occidente debba continuare il suo ruolo di determinare ciò che è giusto e sbagliato nel mondo intero.

Quello a cui stiamo effettivamente assistendo ora è un rifiuto da parte del maggior numero delle nazioni del mondo dell’era del dominio degli Stati Uniti. Parte di questo rifiuto si manifesta in un uso crescente di valute diverse dal dollaro statunitense per il commercio internazionale. Questo è estremamente significativo.
Gli Stati Uniti hanno utilizzato il ruolo del dollaro come veicolo principale per il controllo delle nazioni. Quell’era sta rapidamente volgendo al termine.

Guerra valutaria contro il dollaro

Il taglio dei legami dell’Europa con la Russia è un esempio di un esercizio completamente controproducente. L’Europa fa affidamento sulla Russia per almeno il 40% del suo fabbisogno energetico. Quanto durerà l’antipatia europea nei confronti della Russia, quando le loro industrie chiuderanno e i loro cittadini si congeleranno dal freddo, questa è una questione aperta. Alcuni paesi europei come l’Ungheria hanno rifiutato questa politica manifestamente egoistica e hanno rafforzato le loro relazioni con la Russia. Altri, come la Polonia, persistono nel loro modo manifestamente autolesionista.

Il cambiamento tettonico che sta avvenendo nelle relazioni della Russia con l’Occidente è stato recentemente delineato in un’intervista rilasciata dall’economista dell’EAEU Sergey Glazyev. In quell’intervista recentemente rilasciata al giornalista Pepe Escobar da Glazyev, questi ha delineato l’evoluzione di un nuovo ordine finanziario globale che sta sostituendo il sistema basato sul dollaro degli Stati Uniti.

Glazyev chiarisce che il nuovo sistema di pagamenti non basati sul dollaro ha lo scopo esplicito di porre fine al ruolo del dollaro nel sostenere l’imperialismo valutario occidentale. La guerra in Ucraina accelererà questi sviluppi. È improbabile che gli Stati Uniti accettino passivamente la minimizzazione del ruolo del dollaro e la loro reazione a questo sviluppo pone ulteriori minacce al mondo.

 

 

 

Summit dei BRICS con Erdogan osservatore

Che la Russia sia profondamente consapevole dei rischi è stato chiarito nel lungo discorso di Putin del 21 febbraio 2022. Quel discorso ha riconosciuto la realtà esposta da Fyodor Lukyanov in un importante articolo che ha scritto il 13 aprile 2022 “Il vecchio pensiero per il nostro paese e il mondo ” e pubblicato su Russian Global Affairs. Lukyanov ha detto: “ dobbiamo sottolineare che l’attuale crisi mondiale non è stata promossa dall’operazione militare speciale in Ucraina. Questa crisi è stata generata molto tempo fa dall’ostinata riluttanza dei leader dell’ordine liberale a rinunciare ai privilegi che hanno ottenuto dopo la Guerra Fredda”.

È questo mondo che ora sta cambiando e molto rapidamente. I BRICS e la SCO stanno guidando questi cambiamenti. La domanda è se la transizione può essere raggiunta pacificamente, o gli Stati Uniti inizieranno un’altra guerra nel vano tentativo di riconquistare il proprio ruolo di potenza dominante del mondo.

James O’Neill, un ex avvocato con sede in Australia, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Zelensky amerikano contro l’Europa

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QUINTA COLONNA

di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini

Volodymyr Zelensky vuol dettare l’agenda politica all’Unione Europea: bacchettata a Macron perché si è permesso di definire totalmente fuori luogo l’affermazione con cui Joe Biden ha definito quanto sta accadendo in Ucraina ad opera dei russi “un genocidio”, sgarbo istituzionale al Presidente della repubblica tedesco Frank Walter Steinmeier definito “persona non gradita” perché considerato in passato, ma ancora oggi, “troppo dialogante con la Russia”. Il segretario del Pd Enrico Letta ha fatto giustamente notare che un Paese come l’Ucraina che vuole entrare nell’UE non può definire “non gradito” il rappresentante di un Paese che nella UE già ci sta.
L’agenda politica che Zelensky vorrebbe imporre alla UE è la stessa degli americani per i quali la questione ucraina è diventata, con tutta evidenza, un pretesto per indebolire il nemico di sempre, “l’orso russo”, e nel contempo rimettere in riga l’Europa che negli ultimi anni, dalla famosa affermazione di Angela Merkel (“gli americani non sono più i nostri amici di un tempo, dobbiamo imparare a difenderci da soli”) aveva manifestato segni di insofferenza non solo nei confronti della Nato, ma degli Stati Uniti e, in definitiva, dello stesso “atlantismo”. Insomma Zelensky, consapevole o no, è un pupazzo nelle mani degli Stati Uniti.

Gli americani prendono di mira soprattutto la Germania e la Francia (il vassallaggio dell’Italia lo considerano assodato) perché sono i due paesi europei che più hanno cercato di dare all’Europa un’identità che non coincidesse con quella degli Stati Uniti. La storia è lunga. Già a metà degli anni Ottanta del secolo scorso tedeschi e francesi cercarono di costituire un primo nucleo di esercito europeo, che avrebbe poi dovuto allargarsi agli altri paesi del Vecchio Continente. Ma gli americani imposero il loro niet: “Che bisogno c’è di un esercito europeo quando esiste già la Nato?”. Ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti. È diventato sempre più evidente che la Nato è stata lo strumento con cui gli americani hanno tenuto in stato di minorità l’Europa in tutti i sensi, militare, politico, economico e alla fine anche culturale.
Dopo la caduta del muro di Berlino gli interessi americani e europei non solo non convergono più, ma divergono in modo pesante. Gli americani, col paravento della Nato, approfittando della momentanea scomparsa della Russia dalla scena geopolitica internazionale, ci hanno trascinato in guerre sanguinarie e disastrose non solo, direttamente, per i paesi aggrediti Serbia 1999, Iraq 2003, Libia 2011, ma indirettamente per l’Europa che ne ha subito le conseguenze. Dal punto di vista economico gli americani sono dei competitors sleali e pericolosi. Mentre l’Europa sotto la guida di Angela Merkel praticava una politica di austerità per evitare deflagrazioni inflazionistiche, l’America allargava a dismisura il credito provocando la crisi della Lehman Brothers, 2008, che ha investito in pieno il Vecchio Continente e di cui stiamo pagando ancora le conseguenze e la cosa continua anche oggi. Il debito delle famiglie americane ammonta a 15,5 trilioni di dollari. Come se ciò non bastasse Joe Biden ha immesso sul mercato altri 1200 miliardi “per rifare il Paese”, il suo, perché questa montagna di credito inesigibile finirà per abbattersi, prima o poi, più prima che poi, non solo sugli Stati Uniti ma su tutti i paesi a loro economicamente e finanziariamente legati provocando una crisi rispetto alla quale quella del 2008 sembrerà un sorbetto al limone rispetto a una colata di whiskey. Di passata gli americani hanno proibito all’Italia, e non solo all’Italia, non si capisce sulla base di quale legge internazionale che non sia la prepotenza di una Superpotenza, di avere scambi commerciali con l’Iran. Ora noi con l’Iran degli ayatollah avevamo, attraverso l’Eni, ottimi rapporti. Non si capisce davvero per quale motivo dobbiamo sacrificarli solo perché l’Iran è visto come fumo negli occhi dagli Stati Uniti in funzione del loro grande alleato, ma sarebbe meglio dire quinta colonna, nella regione, Israele. E quando il nostro ministro degli Esteri, ha aperto agli scambi commerciali con la Cina (“la via della seta”), un mercato enorme particolarmente interessante per le nostre imprese, il buon Di Maio è stato sommerso non solo dalla disapprovazione della stampa internazionale, che gli Usa tengono saldamente in mano, ma anche da quella soccombista italiana.

Zelensky sostiene che la vera intenzione di Putin è di cancellare l’Ucraina dalle mappe. Ed è probabilmente vero. Ma ugualmente lo stesso Zelensky sta cercando di cancellare la cultura russa nel Vecchio Continente. Il governo di Kiev ha proibito ai ballerini ucraini di danzare Il lago dei cigni di Chaikowsky al comunale di Como, al comunale di Ferrara, alla Tuscany Hall di Firenze, al teatro Rossini di Trieste, al comunale di Lonigo. Cosa sia successo l’ha spiegato al Corriere del Veneto Natalia Iordanov, la direttrice dell’Ukrainian Classical Ballet: “Uno dopo l’altro i nostri ballerini sono stati contattati dalle direzioni dei rispettivi teatri e si sono sentiti dire: ‘visto che la Russia sta compiendo un vero e proprio massacro, non potete mettere in scena le opere di autori russi, altrimenti saremo costretti a licenziarvi e potreste essere arrestati per tradimento’”. È una direttiva del ministro ucraino Oleksandr Tkachenko che ha affermato: “la Russia usa la sua cultura, anche del passato, balletto compreso, come strumento di propaganda, quindi quella cultura va messa al bando”. Sembrerebbero direttive vagamente naziste. Ma non è così. Quando si è in guerra con un Paese i cittadini non possono collaborare in alcun modo col nemico. Per lo stesso motivo non è condannabile Putin (ora, in stato di guerra, non prima) quando mette la mordacchia a quel che resta dei media indipendenti del suo Paese. In guerra è legittima la censura. Tutto ciò è reso più confuso dal fatto che, a differenza dei vecchi tempi, non c’è oggi una formale dichiarazione di guerra fra Russia e Ucraina. Ai vecchi tempi, cioè fino al secondo conflitto mondiale, si dichiarava guerra al nemico e si davano 48 ore di tempo agli ambasciatori per sloggiare, dopodiché non era più possibile nessun rapporto, né culturale né tantomeno economico, fra i belligeranti (si veda il discorso di Mussolini del 10 giugno del 1940 in cui il Duce dichiarava guerra alla Gran Bretagna e alla Francia). Oggi invece, scomparso dallo scenario qualsiasi jus belli, si vive nella più grande confusione: Zelensky, spalleggiato dagli Stati Uniti, pretende di proibire all’Europa di usufruire del gas russo, ma nello stesso tempo lo stesso Zelensky non rinuncia al gas russo e nemmeno al miliardo e mezzo di euro l’anno di diritti di transito del gasdotto russo-ucraino.

L’enorme enfasi data dai media occidentali e dai soccombisti italiani, in verità più dai giornalisti che dai politici se si eccettua Mario Draghi che, da buon finanziere, è sdraiato come un tappeto ai voleri USA, ha finito per nuocere, in una sorta di eterogenesi dei fini, proprio all’Ucraina e ad avvantaggiare Putin. In quest’orgia di consenso unilaterale, di retorica, di ipocrisia, chi in partenza non era “putiniano” rischia di diventarlo.

 

La politica marcia compatta sotto il comando Nato

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di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Il regime dell’informazione ha adottato il parental control per filtrare e bloccare l’accesso dei cittadini all’altra faccia e all’altra versione, della guerra in Ucraina, come è già stato con la pandemia e con altre vicende, come il voto in Francia. Siamo trattati da minorenni costretti a sciropparsi, senza soluzione di continuità, il Racconto Illustrato di Stato, con le sue figure, le sue voci in campo e fuori campo. E un reticolo di censure, deplorazioni, silenzi impedisce di sfiorare la zona proibita del dissenso.

Un tempo, il teatro dei dissensi e delle divergenze, il luogo in cui si esprimevano e si incanalavano le opposte opinioni, evitando che diventassero conflitti aspri o di sangue, era la politica. Lo chiamavamo pluralismo, democrazia, bipolarismo, dialettica tra i partiti antagonisti. Oggi provate a trovare un solo partito su territorio nazionale che esprima compiutamente l’altra posizione sugli eventi in corso, e riconduca a ragione e ragionamento le posizioni più estreme, infantili e radicali. C’è da qualche parte un soggetto politico in grado di dare un’altra lettura dello scenario internazionale, c’è un partito o movimento che affronti la questione senza elmetto, senza appartenenza fideistica alla Nato e al bellicismo dem, e senza parental control per i cittadini? C’è un partito o un movimento che ribadisca anche in questo frangente che sono preminenti gli interessi nazionali, la nostra sovranità; e gli interessi, i valori, della sovranità europea non coincidono con la supremazia americana e con la sua pretesa di governare le sorti del mondo, subordinando gli interessi altrui ai propri? C’è qualcuno che dica, di fronte all’escalation e alla degenerazione del conflitto bellico che oltre il velo e la cataratta ucraina è tra Russia e Stati Uniti, che proprio questo è il momento di cercare una soluzione negoziale? C’è qualcuno che esprima in sede politica la preoccupazione che dietro i nobili principi umanitari ci siano interessi, più o meno loschi, di natura economica, commerciale, energetica, oltre che geopolitici? No, non c’è. Dai falchi del Pd e del draghismo ai falchetti d’Italia della destra, fino agli alleati tutti del governo tecno-sanitario-militare in carica, non c’è una sola voce che dissenta e prospetti una diversa lettura dei fatti, degli equilibri e delle situazioni. Peraltro, una parte cospicua dell’opinione pubblica italiana ed europea la pensa in questo modo differente; non dirò maggioritaria perché non ci sono effettivi riscontri per affermarlo o per confutarlo. E in mancanza di sbocchi e di riferimenti reali, il dissenso viene in qualche modo stemperato, represso o deviato. Ma è comunque una parte consistente dell’opinione pubblica che condivide una cosa: non è questa la via per cercare la pace, non è questo il modo per tutelare i nostri interessi e valori nazionali ed europei, non è la Nato la nostra Cattedrale e non è l’Amministrazione Biden la nostra Mecca.

Nulla da dire a chi non condivide questa linea di dissenso ma deve riconoscere una cosa, anzi due: quella che abbiamo espresso è un’opinione diffusa ma non è rappresentata per nulla nel pur variegato mondo della politica italiana. Capisco tutte le ragioni, le convenienze, gli opportunismi perfino, di chi non se la sente di divergere dal governo che sostiene, dall’ombrello atlantico che ci avvolge, dal regime monocorde dell’informazione e dai poteri internazionali che ci sovrastano. Lo capisco, è umano, chi vuol fare politica mira pure a governare, ad avere potere o quantomeno una fetta; non testimonianza ideale ma conquista di una posizione di potere. Ha tutta la nostra umana comprensione, anche perché si sa bene che una posizione come quella delineata prima, che potremmo definire neo-gollista – ma nel senso del Generale De Gaulle e non degli ultimi residuati gollisti allineati e spazzati via alle ultime elezioni – ti preclude molti accessi. Pensate che qualcuno possa entrare nella stanza dei bottoni non dichiarandosi atlantista, tifoso della Nato e dipendente dal quadro internazionale imposto dai poteri vigenti?
Però poi non lamentatevi se la politica non piace alla gente, se nel voto cresce l’astensionismo e la protesta, se nessuno ripone fiducia nei leader e nei partiti, se la politica conta poco meno di niente nelle decisioni e nelle strategie. Se sono tutti irregimentati sotto la guida di Capitan Draghi che a sua volta esegue le direttive del Comando generale, poi non cercate spiegazioni complesse per giustificare la disaffezione, la diffidenza, il disprezzo del popolo per la politica monocorde. Se la sopravvivenza dei partiti prevale sulla ragione sociale per cui sono nati e si fronteggiano, allora buonanotte alla politica e benvenuti nell’era dei service e del catering politico.

Sarebbe ad esempio naturale aspettarsi che se i Dem sono diventati il Partito della guerra, della Nato, di Draghi e di Biden, chi è dal versante opposto rappresenti la linea contrapposta. Ciò non accade, anzi si sottolinea come un fatto positivo la convergenza con i Dem; lo noto senza polemica contro qualcuno, anzi riconoscendo – come dicevo poco fa – che le scelte politiche sono dettate dalla necessità di non tagliarsi fuori dall’establishment. Sono scelte dettate dall’utilità. Perché ormai non c’è più spazio, non c’è Papa, non c’è Anpi, non c’è pacifista che possa divergere dal piano prestabilito, senza venire silenziato, criticato e accantonato. Il parental control vale anche per loro.

Castagna a “Rosso&Nero”: “Via le sanzioni alla Russia, no embarghi: apriamo alla società multipolare!”

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di Redazione

Oggi, 19/04/2022 il nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna ha partecipato come ospite a “Rosso&Nero” su Telenuovo alle 12.40 per confrontarsi sulla Crisi Ucraina e sulla crisi economica assieme a Bruno Cesaro di Progetto Nazionale, Alberto Ruggin di +Europa e Ahmed Scek Nur della Comunità somala in Italia. Condotto da Mario Zwirner. Puntata frizzante…

Ecco la registrazione: https://play.telenuovo.it/rosso-e-nero/tit-13188042

M. Castagna (Christus Rex): “Le sanzioni alla Russia sono una sciocchezza, che paghiamo noi cittadini e le imprese; l’embargo al gas e al petrolio è un’altra idiozia cui si è opposta la Germania, che è la locomotiva economica europea. L’Italia doveva restare neutrale e, ora, per evitare il default, dovrebbe chiedere un tavolo diplomatico, senza mostrare muscoli di cartone, per addivenire ad una soluzione economica che torni ad agevolarci, ristabilendo i contratti per le materie prime e iniziando a dialogare per una società multipolare, inclusiva dell’Oriente”.

 

Putin criminale di guerra? O Biden criminale della pace?

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

La tre giorni di Biden in Europa si è svolta secondo un percorso del tutto prevedibile. Così come ne era scontato l’esito. Biden ha voluto rinsaldare l’Alleanza atlantica in funzione anti – Putin, dato che l’Europa, secondo la vulgata mediatica totalizzante, è pervenuta alla sua unità ed è divenuta un soggetto geopolitico solo nel contesto della Nato. Questo sarebbe dunque il risultato dell’ “effetto Putin”?

In realtà la strategia di Biden è ispirata al multilateralismo americano, inteso dagli USA come coinvolgimento diretto degli alleati – sudditi della Nato nelle iniziative statunitensi tese alla destabilizzazione della Russia (obiettivo già in progetto dal ’91) e il contenimento della Cina nel Pacifico. Ma al di là della conclamata unità del fronte europeo anti – Putin, inquadrato nella Nato, si evidenziano gli effetti di un’altra e ben diversa strategia perseguita dagli USA: quella di smembrare l’Europa, quella cioè di contrapporre, mediante l’innalzamento di una nuova cortina di ferro, una UE incorporata nella Nato alla Russia, che, fino a prova contraria, è parte integrante dell’Europa.

I discorsi di Biden non hanno certo un tenore pacifista e i ripetuti riferimenti alla libertà e alla democrazia, quale patrimonio ideale dell’Occidente, sono del tutto coerenti con la dichiarata volontà del presidente americano pervenire alla defenestrazione di Putin attraverso la guerra o una congiura messa in atto dai militari o dagli oligarchi. L’invettiva di Biden, che ha dichiarato “Putin è un macellaio, non può stare al potere”, rendono del tutto evidente che, secondo la visione ideologica americana, gli USA sono l’unico paese del mondo che può conferire legittimità e sovranità politica agli stati. Inoltre, queste invettive aggressive di Biden, non si configurano come una riproposizione con altri mezzi della strategia di Bush, cioè della esportazione armata della democrazia nel mondo?

Tutti invocano la pace, ma nei fatti nessuno la vuole. Da parte americana, attraverso i rifornimenti di armi all’Ucraina e il rafforzamento della Nato nell’Europa dell’est, si vuole pervenire ad una sorta di “libanizzazione” del conflitto russo – ucraino, magari coinvolgendo nazioni ed etnie interne alla sfera di influenza geopolitica della Russia, allo scopo di logorare militarmente ed economicamente Putin nel tempo.

E’ in atto inoltre una guerra mediatica intrapresa dall’Occidente a livello globale, col sostegno incondizionato a Zelensky, assunto a patriota mediatico universale, con dosi massicce di immagini virtuali e fake news, che hanno comunque l’effetto di generare nell’opinione pubblica mondiale un consenso acritico nei confronti delle strategie americane. I martellanti allarmi riguardo allo scoppio di una terza guerra mondiale alle porte e di possibile conflitto nucleare, sono del tutto funzionali all’idea della indispensabilità del primato statunitense nella geopolitica globale, quale unica potenza in grado di garantire un ordine mondiale che esorcizzi lo spettro di una catastrofe bellica nucleare. La guerra mediatica americana mette in luce anche la sua matrice ideologica, volta a rappresentare l’espansionismo politico e militare USA come una missione universale per estendere diritti umani, libertà, democrazia e libero mercato a tutto il mondo, dato che i valori americani sono identificabili con il migliore dei mondi possibili.

Gli USA sono un impero (e soprattutto un imperialismo). Come affermò Danilo Zolo, l’impero è per sua natura pacifista ed universalista. E l’impero americano ha la sua ragion d’essere nel suo primato mondiale. E’ quindi assai improbabile che gli USA possano accettare un ridimensionamento del loro ruolo nel mondo, ed un ordine mondiale basato sul multilateralismo. Una eventuale rinuncia all’attuale unilateralismo provocherebbe la dissoluzione dell’impero e quindi, anche degli Stati Uniti, dato che gli imperi, per loro natura, non possono trasformarsi in nazioni.

Tali considerazioni valgono anche per la Russia, anche se il suo impero ha dimensioni continentali. Putin non vorrà la pace finché non arrivi a conseguire un successo militare dalla portata più o meno ampia. Una eventuale sconfitta, oltre a determinare la caduta del regime putiniano, darebbe luogo al progressivo sfaldamento interno della struttura politica sovranazionale della Russia, e preluderebbe alla sua dissoluzione. Non a caso Zbigniew Brzezinski ne “La grande scacchiera” affermò: «L’Ucraina, un nuovo e importante spazio sullo scacchiere eurasiatico, è un perno geopolitico perché la sua reale esistenza come paese indipendente contribuisce a trasformare la Russia. Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. Ma se Mosca riottiene il controllo dell’Ucraina […] riconquisterà automaticamente i mezzi per diventare un potente Stato imperiale esteso tra Asia ed Europa».

Non vuole la pace l’Ucraina, che, facendo leva sul sostegno armato e mediatico Dell’Occidente (che tuttavia rifiuta un suo coinvolgimento diretto nel conflitto), aspira ad una vittoria, che comporti l’inserimento dell’Ucraina stessa nell’Occidente atlantico.

Non vogliono la pace i paesi dell’est europeo che, animati da una secolare russofobia, rappresentano la punta più avanzata dello schieramento atlantico. Pur facendo sfoggio della loro azione umanitaria, nell’accoglienza dei profughi ucraini, il nazionalismo polacco non ha fatto mai mistero delle sue mire imperialistiche nei confronti della Russia, riproponendo il disegno del “Trimarium”, oggi resosi funzionale all’espansionismo della Nato. Polonia e Ungheria inoltre, hanno espresso le loro mire espansionistiche rispettivamente sui territori della Galizia e della Transcarpazia, a discapito però dell’Ucraina.

E’ possibile che questa guerra non abbia lunga durata. I russi infatti non sono in grado di supportare economicamente e militarmente per tempi lunghi l’invasione. Gli ucraini del resto non possono sostenere all’infinito la loro resistenza, considerando che, tra l’altro, gli armamenti loro forniti dal blocco della Nato, sono obsoleti, armi cioè già destinate dai paesi europei alla dismissione. Si pensi che la Germania per sostenere l’Ucraina ha svuotato gli arsenali degli armamenti che erano in dotazione alla DDR. Ma dato l’attuale stato di odio profondo generatosi con questa guerra tra il popolo russo e quello ucraino, tra popoli già affratellati dalla storia, dalla cultura comune, dalla secolare convivenza, chi potrà impedire che l’Ucraina precipiti in uno stato di guerra civile sia latente che effettivo che potrebbe protrarsi per generazioni? Tale prospettiva, del tutto realistica, è peraltro conforme ai progetti americani di “libanizzazione” del conflitto.

Questa guerra, provocata dall’espansionismo ad est della Nato, dal rifiuto perentorio di Biden alla trattativa con Putin, dal mancato rispetto del trattato di Minsk da parte ucraina, dal velleitario e sconsiderato atteggiamento filoamericano di Zelensky, che ha inserito nella costituzione dell’Ucraina la sua adesione alla UE e alla Nato, si è rivelata una trappola per Putin, il cui intervento armato rischia di trasformarsi in una guerra infinita simile all’invasione dell’Afghanistan, il cui epilogo fu devastante per l’URSS. Questi sono gli obiettivi americani, che, così come hanno provocato questa guerra, faranno del tutto per prorogarla all’infinito. Ma mentre Putin è caduto in una trappola la cui fuoriuscita si presenta oggi problematica, nella stessa trappola americana si è gettata volontariamente l’Europa, che invece avrebbe potuto evitare questa guerra tra popoli europei. Riguardo a tale granitico atlantismo dell’Europa, così si esprime Franco Cardini nel saggio “Drole de guerre”: “D’altro canto, Putin può essere stato sorpreso anche dal grado di coesione tra americani ed europei, vale a dire dal livello di subordinazione ormai anche intima e magari compiaciuta, che l’Unione Europea nei suoi quadri politici, militari, mediatici e civili ha dimostrato nei confronti degli USA e della NATO. Forse, dalla prospettiva della lontana Mosca e nonostante il disgelo degli ultimi decenni, i risultati di tre quarti di secolo di americanizzazione a tutti i livelli – dall’America way of life al “Tu’ vuo’fa’ l’ammericano” – hanno alfine dato i loro frutti. “Ribellarsi: ecco la nobiltà dello schiavo”, diceva il vecchio Nietzsche. Gli europei, e soprattutto gli italiani, hanno dimostrato di essere degli schiavi ignobili”.

L’anti  – Putin costituisce quindi il cemento politico ed ideologico della ritrovata unità europea. Stiamo assistendo alla creazione di una unità simbiotica euroamericana. L’americanismo culturale ed economicista è del resto parte integrante del patrimonio genetico della UE (non certo dell’Europa). Qualunque potrà essere l’esito della guerra russo – ucraina, l’Europa ne uscirà devastata nella sua economia, nella sua struttura politica già subalterna agli USA, nella sua dignità etica e culturale.

Il vento della storia ha mutato la sua direzione. Al tramonto dell’unilateralismo americano e alla globalizzazione succederà un mondo multipolare ed una nuova geopolitica dominata dagli stati a livello continentale. Questa guerra rappresenta una svolta decisiva della storia che ha registrato la colpevole assenza dell’Europa.

Nell’Occidente si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà all’Ucraina e le marce della pace in chiave russofobica. Putin, secondo la narrazione occidentale, è un pazzo e un criminale di guerra, ma difficilmente riuscirà a superare il primato di Biden, che così si espresse nel 1999 riguardo alla guerra in Jugoslavia che comportò 2.500 vittime tra cui molti bambini e centinaia di feriti, oltre ai danni materiali incalcolabili: «Sono stato io a suggerire di bombardare Belgrado. Sono stato io a suggerire di inviare piloti statunitensi e far saltare tutti i ponti sul Danubio». 

L’Occidente vuole processare Putin per crimini di guerra ma le conseguenze devastanti sotto il profilo umanitario delle innumerevoli operazioni di peacekeeping in tutto il mondo, non comporterebbero invece la condanna di Biden, quale criminale della Pace?

“Cosa succede a Zelensky? È eterodiretto?”. I dubbi dell’ambasciatore italiano

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La guerra in fase di stallo, avanzano i negoziati. Marco Carnelos sulla posizione di Kiev: “Che senso ha prolungare l’agonia?”

In Ucraina si intravedono i primi spiragli di tregua. Non solo o non tanto perché alcune truppe russe si stanno allontanando da Kiev. Non per i cento veicoli militari rientrati in Bielorussia dall’Ucraina (anche dalla zona di Chernobyl). Non per la promessa di “riduzione” delle operazioni fatta da Mosca. Né per la presunta mediazione di Mario Draghi nella sua telefonata col Cremlino. Ma perché le trattative in corso su più fronti, in particolare quello turco, sembrano almeno aver aperto una breccia. Certo: Putin ha confermato al nostro premier che la situazione non è ancora matura per un cessate il fuoco. Ma rispetto a qualche giorno fa, quando impazzavano i combattimenti si parlava di squadroni incaricati di uccidere Zelensky, la situazione sul campo è sicuramente cambiata.

A vantaggio di chi? Difficile dirlo con certezza. Mosca intende concentrare i suoi sforzi sul Donbass, magari creando una sorta di corridoio che dalla Crimea porti alle due repubbliche separatiste includendo Mariupol. Odessa per il momento vive una mezza pace armata, ma teme l’invasione da parte delle navi ormeggiate al largo: la caduta della città costiera significherebbe per Kiev perdere ogni sbocco sul mare. E per la Russia governare tutto il commercio marittimo locale, in particolare di grano, mais e olio di semi di girasole. Di cui l’Ucraina è grande produttrice.

Fallito il blitzkrieg, sempre che Putin l’abbia davvero tentato, ora non resta che capire quale obiettivo minimo si è posto il presidente russo. Molto dipenderà dalle mosse del Cremlino e dalle concessioni che è disposto a fare. Ma non è l’unico aspetto da tenere in considerazione. Molti analisti si sono infatti spericolati nel chiedersi quali siano le condizioni che permetterebbero a Putin di considerare “vittoriosa” la sua operazione speciale in Ucraina: basta il Donbass? Serve Mariupol? Vuole anche Odessa e la parte di Ucraina ad Est del Dnepr? Domande legittime, che però bisogna porre anche alla controparte. In particolare, a Zelensky.

Cosa può permettersi di perdere, Kiev? Può accettare la neutralità, magari garantita da una sorta di “piccola Nato” di cui farebbero parte alcuni Paesi tra cui l’Italia. Può anche dichiarare ufficialmente di non voler entrare nell’Alleanza Atlantica. E volendo potrebbe anche accettare la smilitarizzazione parziale. Diverso il discorso su CrimeaDonbass e Mariupol: su questo punto si sono arenati i negoziati, benché Kiev abbia proposto di parlarne per i prossimi 15 anni. A chi spetta fare un passo indietro? L’ex ambasciatore italiano in Iraq, Marco Carnelos, è convinto che il presidente ucraino si stia “dirigendo verso un autodistruttivo punto di non ritorno”: “Che cosa è successo a Zelensky che era Stato eletto proprio con una programma elettorale mirante a trovare un’intesa con la Russia?”.

Da qualche giorno, infatti, la posizione di Zelensky “appare sempre più oltranzista sulla pelle dei propri cittadini”. Secondo Carnelos è ormai evidente che Crimea e Donbass sono perdute, così come “probabilmente anche il Sud del Paese”. Perché allora non accettare la realtà dei fatti e firmare un armistizio? “Che senso ha prolungare l’agonia?“, insiste l’ambasciatore in una lettera a Dagospia. “É Zelensky che ha subito una metamorfosi? È condizionato (minacciato) da oltranzisti interni? Oppure è etero-diretto da Washington e Londra che hanno interesse – adesso che hanno visto le debolezze russe – che Mosca sanguini e si impantani il più possibile in Ucraina”. In fondo solo un giorno fa il Times è arrivato a chiedere ai governi di Usa e Gran Bretagna di armare ancora Kiev affinché “finisca il lavoro” e magari provochi quel “regime change” al Cremlino invocato da Biden.

“Ho la sensazione che qualcuno voglia combattere la Russia fino all’ultimo ucraino o, addirittura, fino all’ultimo europeo”, dice Carnelos. Un allarme già lanciato da Toni Capuozzo e da altri, subito però additati come “putinisti”. Occhio però a non tirare troppo la corda: “Zelensky – conclude l’ambasciatore – sta, forse inconsapevolmente, dirigendosi verso un autodistruttivo punto di non ritorno”.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/cosa-succede-a-zelensky-e-eterodiretto-i-dubbi-dellambasciatore-italiano/

Russia vs. Anti-Russia: interessi e valori

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L’OPINIONE DELL’IDEOLOGO DI PUTIN

di Aleksandr Dugin

La scala globale del problema ucraino

Il destino dell’ordine mondiale si sta decidendo in Ucraina. Questo non è un conflitto locale tra due potenze che non hanno diviso qualcosa tra loro. È uno spartiacque fondamentale nella storia.

C’è la pratica comune di separare gli interessi e i valori. Gli interessi sono legati all’equilibrio politico e geopolitico del potere, i valori – agli ideali di civiltà. Non ci sono conflitti militari che non abbiano avuto entrambe le dimensioni: la questione del valore e gli obiettivi pragmatici. Nel caso dell’Ucraina, entrambi – interessi e valori – sono di natura globale e riguardano direttamente tutti sul globo. Questo non è un incidente locale.

L’Ucraina ha perso l’occasione di costruire uno Stato

Cosa rappresenta l’Ucraina? A prima vista è il suo Stato nazionale con i suoi interessi (presumibilmente) razionali, i suoi valori e ideali nazionali. L’Ucraina ha avuto la sua opportunità di diventare uno Stato relativamente di recente – come risultato del crollo dell’URSS. Non aveva una storia nazionale. Ecco perché la questione dell’identità era in primo piano. C’erano due popoli sul territorio dell’Ucraina – uno occidentale e uno orientale. Il primo si considerava un ethnos indipendente, mentre il secondo faceva parte del grande mondo russo, tagliato fuori da esso solo per caso. All’Ucraina fu data la possibilità di creare uno Stato, ma solo se teneva conto delle posizioni di entrambi i popoli, entrambi quasi alla pari.

Entrò poi in gioco un fattore esterno: la geopolitica, la Grande Guerra dei Continenti. L’Occidente, da parte sua, ha visto nell’Ucraina indipendente (quasi accidentalmente) un’opportunità per creare una testa di ponte antirussa su questo territorio, al fine di contenere il probabile rafforzamento della Russia dopo l’uscita dallo shock del crollo dell’URSS. Era inevitabile, e l’Occidente si stava preparando per questo.

Quindi, fu l’Occidente che puntò sugli abitanti delle regioni occidentali dell’Ucraina e sulla loro identità e cominciò a sostenere solo loro in ogni modo possibile a nome dell’altra metà, quella                          filorussa.

La genesi geopolitica del nazismo ucraino

Fu allora che si presentò il compito di stabilire un’identità ucraina occidentale come identità pan-ucraina. Per fare questo, era necessario compiere un genocidio culturale e, se necessario, diretto dei popoli dell’Ucraina orientale. Per accelerare la formazione della nazione ucraina, che non era mai esistita nella storia, l’Occidente accettò misure estreme, per creare artificialmente un simulacro di “Una Nazione” e sopprimere i sentimenti filorussi dell’Ucraina orientale, si ricorse all’ideologia nazista. Tuttavia, non è la prima volta – per combattere le influenze sovietiche nel mondo islamico durante la guerra fredda (e più tardi per contrastare la Russia) l’Occidente ha effettivamente creato, sostenuto e pompato armi e denaro nel fondamentalismo islamico (da al-Qaeda all’ISIS).

Il nazismo in Ucraina non è solo quello di singoli partiti e movimenti estremisti, è il principale vettore politico-tecnologico che, con il sostegno dell’Occidente, ha iniziato a prendere forma nei primi anni ’90. Mentre perseguivano il nazismo sul loro territorio, i liberali occidentali – e i più radicali (Soros, Bernard-Henri Levy, ecc.) – fraternizzavano apertamente con i nazisti ucraini. La nazificazione dell’Ucraina era l’unico modo per l’Occidente di creare rapidamente un Anti-Russia sul suo territorio. Altrimenti, se la democrazia, anche se relativa, fosse stata conservata, la voce dell’Est non avrebbe permesso di costruire l’Anti-Russia (almeno alla velocità desiderata).

Fasi del nazismo ucraino

La presa del potere da parte dei nazisti filoccidentali in Ucraina è avvenuta per tappe. Dall’inizio degli anni ’90, cominciarono a formarsi movimenti e partiti nazionalisti, e la propaganda influenzò i giovani, instillando atteggiamenti russofobi nelle loro menti. Allo stesso tempo, l’identità ucraina si trasformò in un Giano bifronte:

– un sorriso liberale all’Occidente

– una smorfia nazista (Bandera, Shukhevich) di odio verso la Russia.

Il nazionalismo ucraino si è dichiarato più distintamente durante la rivoluzione arancione del 2004-2005, quando gli occidentali si sono ribellati alla vittoria del candidato dell’est ucraino. Di conseguenza, l’occidentale Yushchenko è salito al potere, sostenuto da nazionalisti e liberali, ma il suo governo fu un completo fallimento, e fu sostituito da Yanukovich, presumibilmente filorientale.

Tuttavia, durante tutto il tempo il pompaggio del nazismo ucraino continuò. In tutte le fasi, l’Occidente ha continuato a costruire l’Anti-Ucraina.

Un’alleanza dei liberali con i nazisti

Al Maidan nel 2013-1014 c’è stata una svolta finale. Con il sostegno diretto e aperto dell’Occidente, un colpo di stato ha avuto luogo, e un’alleanza russofoba di nazisti e liberali ha preso il potere, fondendosi in qualcosa di indivisibile nel nuovo governo. Gli oligarchi liberali Poroshenko e Kolomoisky hanno contribuito a trasformare l’Ucraina in un perfetto stato nazista. L’Occidente ha chiesto l’antirusso, e Kiev ha seguito rigorosamente questo piano.

La reazione della Russia con la riunificazione con la Crimea, e la rivolta del Donbass filorusso seguirono. La Primavera russa doveva dividere l’Ucraina in Ucraina occidentale e Novorossia sulla linea dei due popoli, due identità, ma è stata scartata per una serie di motivi. Così Kiev ha avuto l’opportunità di iniziare la nazificazione dei territori orientali. Il genocidio dell’Est è iniziato con nuova forza e non solo contro il Donbass resistente, ma contro tutte le zone della Novorossia – sia le parti occupate delle regioni di Donetsk e Lugansk che tutte le altre.

L’Occidente non ha semplicemente chiuso un occhio su questo, ma lo ha promosso in ogni modo possibile. In questo caso possiamo dire che l’Occidente ha compromesso i suoi valori per il bene dei suoi interessi. La geopolitica (atlantismo) questa volta è stata più importante del liberalismo.

L’anti-Russia è stata in tal modo creata.

Allo stesso tempo, idee e norme occidentali come la politica di genere, LGBT+, la circolazione più o meno libera delle droghe, la cultura post-modernista (intesa dagli ucraini come nichilismo totale e cinismo), la cancellazione, il femminismo, il wokeismo e così via sono penetrati attivamente nella società ucraina. Come risultato, nel 2022 l’Ucraina era diventata un’anti-Russia a tutti gli effetti.

I suoi interessi nazionali a questo punto consistevano in:

– riconquistare il Donbass e la Crimea,

– l’adesione alla NATO,

– completare il ciclo completo del genocidio nell’Est,

– ottenere armi nucleari e biologiche da usare contro la Russia,

– inoltre, l’ideologia consisteva in russofobia e nazismo combinati con l’occidentalismo e il liberalismo.

Questo è ciò che Kiev difende oggi a livello di interessi e valori. L’Occidente sostiene pienamente Kiev in tutto tranne che nella sua disponibilità ad entrare in un confronto nucleare con la Russia. L’Occidente ha trasformato l’Ucraina nell’Anti-Russia, e ne ha bisogno solo in questa veste.

La russofobia come nuova ideologia globale

È indicativo che nella situazione critica dell’operazione militare speciale, l’Occidente si è trovato in una posizione difficile: ora deve non solo spiegare i suoi interessi, ma anche giustificare il nazismo ucraino, che non era più possibile nascondere. Prendete la recente fotografia a Odessa di Bernard-Henri Levy, l’ideologo iconico del liberalismo globale e ardente sostenitore del Grande Reset, con apertamente neonazista, ex capo del battaglione punitivo “Aidar” e capo dell’amministrazione militare di Odessa, Maxim Marchenko. Ecco come il liberal-nazismo come ideologia pragmatica dell’Ucraina è diventato per necessità accettato dall’Occidente stesso. Da qui la politica delle reti globali di sostegno al nazismo ucraino e la cancellazione di tutte le voci alternative – Youtube, facebook, twitter, Instagram, Google e così via – che sono state dichiarate recentemente “organizzazioni terroristiche” e vietate nella Federazione Russa. La russofobia è diventata il comune denominatore di questa empia alleanza tra nazisti e liberali globalisti.

L’Occidente ha trovato rapidamente una via d’uscita: equiparando la Russia stessa al “nazismo”, è stata dichiarata una crociata contro di essa, in cui il nazismo anti-russo è stato considerato un alleato completamente accettabile, cioè “non è affatto nazista” – nonostante i suoi simboli, le pratiche criminali, il genocidio dichiarato e attuato, la tortura, gli stupri, il traffico di bambini e di organi, la pulizia etnica, ecc.

Interessi e valori dell’Occidente globale: egemonia, totalitarismo liberale, russofobia

Così è stata costruita la configurazione del confronto tra due campi. Da un lato, abbiamo l’Occidente e i suoi interessi geopolitici – il desiderio

– espandere la NATO,

– preservare il modello unipolare,

– continuare la globalizzazione e il processo di trasformazione dell’umanità in un’unica massa sotto il controllo del governo mondiale (il progetto del Grande Reset),

– per salvare la fatiscente egemonia degli Stati Uniti.

Questo corrisponde ad una diffusione altrettanto totale dell’ideologia –

– liberalismo,

– globalismo,

– individualismo,

– la richiesta di cancellazione di tutti i dissensi,

– LGBT+, femminismo e transgenderismo,

– postmodernismo, distruzione deliberata e derisione dell’eredità culturale classica,

– wokeismo, la volontà di denunciare coloro che contestano il liberalismo (si qualificano come nemici della società aperta e quindi commettono crimini di pensiero),

– postumanesimo, migrazione forzata dell’umanità in una dimensione virtuale (progetto Meta, un’altra organizzazione terroristica vietata nella Federazione Russa),

– e a questo oggi si aggiunge il nazismo russofobico.

L’ideologia liberal-nazista dell’anti-russismo, creata artificialmente in Ucraina, sta penetrando nell’Occidente stesso, dove la russofobia sta diventando una norma obbligatoria, e la sua assenza o il suo disaccordo è oggetto di una persecuzione amministrativa o penale. Così la coda ucraina ha iniziato a scodinzolare il cane di Washington. Oggi, di fronte all’operazione militare speciale della Russia, il liberalismo si è finalmente e inseparabilmente fuso con il nazismo (nella sua versione russofoba).

Gli interessi della Russia: un mondo multipolare

Ora quali sono gli interessi e i valori della Russia in questo conflitto fondamentale?

In primo luogo, gli interessi geopolitici. La Russia rifiuta categoricamente il globalismo, un mondo unipolare e l’egemonia occidentale. In pratica, questo significa una dura resistenza all’espansione verso est della NATO e a tutte le altre forme di pressione occidentale sulla Russia. Mosca sta costruendo un mondo multipolare in cui sta reclamando il suo posto come polo indipendente e sovrano. È sostenuta in questo da Pechino e da un certo numero di paesi islamici e latino-americani. Anche l’India sta andando alla deriva verso un modello di ordine mondiale simile. In seguito, tutti gli altri – compresi i paesi dell’Europa e dell’America – si convinceranno dell’attrattiva, della validità e dell’inevitabilità di una tale costruzione.

Affinché gli interessi geopolitici russi si realizzino, l’anti-Russia non deve esistere sul territorio dell’Ucraina. E visto dal punto di vista dell’Occidente, è proprio il contrario, perché l’Occidente ha creato questo anti-Russia proprio per non farlo accadere. Quindi, abbiamo un conflitto di interessi fondamentale, che la Russia ha cercato di risolvere pacificamente, ma non ha funzionato. Da qui la nuova fase, più dura.

L’atlantismo contro l’eurasiatismo è la battaglia finale nel territorio dell’Ucraina. Questa è una posizione classica della teoria geopolitica da Mackinder a Putin. Come ha detto Brzezinski (piuttosto correttamente) negli anni ’90: “Senza l’Ucraina, la Russia non risorgerà mai più”, e con l’Ucraina lo farà, hanno deciso correttamente gli strateghi di Mosca.

I valori della Russia: Tradizione, Spirito, Uomo

Passiamo ai valori. Oggi, l’Occidente e Kiev stanno lottando per una sintesi patologica (dal punto di vista della teoria politica) di liberalismo e nazismo. Entrambi sono uniti dalla russofobia.

La russofobia dei globalisti liberali si spiega con il loro odio per una Russia sovrana che faccia cadere il mondo unipolare, distrugga i piani dei globalisti e l’egemonia dell’Occidente. La russofobia di Kiev si basa sul fatto che la Russia impedisce il genocidio della popolazione dell’est e la creazione della nazione ucraina. È così che il liberalismo e il nazismo si uniranno in un unico impulso. L’odio per i russi, gli appelli alla distruzione fisica dei russi a partire dal presidente Putin fino ai neonati, alle donne e ai vecchi si fondono con la propaganda LGBT+, la difesa dei matrimoni gay e la cultura postmodernista. Questi sono i valori di una civiltà che ha dichiarato guerra alla Russia.

La Russia difende altri valori. In primo luogo, i valori tradizionali – potere, sovranità, fede, una famiglia normale, umanità, patrimonio culturale. Secondo, la Russia insiste sulla legittima protezione dei russi – concretamente in Ucraina, minacciata dallo sterminio e vittima di genocidio. Terzo, i valori eurasiatici – la Russia stessa è aperta ai diversi popoli e culture e rifiuta categoricamente ogni forma di nazismo e razzismo. La Russia riconosce il diritto degli altri ad andare per la propria strada e a costruire il tipo di società che sarà scelto – ma non a spese della Russia stessa e dei popoli che cercano in Russia – come nell’Arca – la salvezza. Questi sono i fondamenti della moderna Idea Russa contrapposta al liberal-nazismo occidentale e ucraino.

Civiltà russa contro civiltà antirussa

Gli interessi e i valori di noi e loro sono opposti. Gli obiettivi e le conseguenze del conflitto sono globali, riguardano l’intero ordine mondiale, tutti i paesi e i popoli. La scala del conflitto è planetaria.

Due sistemi si scontrano – il campo liberale-nazista dell’Occidente e la Russia, difendendo non solo la loro Idea Russa, ma anche un ordine mondiale multipolare, in cui possono esistere altre idee – cinese, islamica, e la stessa occidentale, ma dove non c’è posto per il nazismo e il liberismo globalista obbligatorio.

Quindi lo scopo dell’operazione militare speciale è la denazificazione. Questo vale direttamente per l’Ucraina, ma indirettamente per tutti gli altri. La Russia non tollererà la russofobia in nessuna forma. Questa è già una questione di principio.

È uno scontro di civiltà: la civiltà russa contro quella antirussa.

Il destino della quinta colonna nella stessa Russia

Ora dovremmo prestare attenzione alla quinta colonna, che ha cercato di ribellarsi all’operazione militare speciale, ma è stata rapidamente fermata e fuggita all’estero nella prima fase, e soprattutto alla sesta colonna, che in precedenza ha imitato con successo per anni, esprimendo fedeltà formale a Putin.

La quinta colonna dei liberali è stata inequivocabilmente dalla parte degli antirussi fin dalla prima campagna cecena. I discorsi e le dichiarazioni della maggior parte degli esponenti liberali dell’opposizione russa sono pieni di odio per la Russia. Molti di loro erano fuggiti dalla Russia anche prima, stabilendosi negli Stati Uniti, in Europa, in Israele e a Kiev. Molti di loro hanno scelto Kiev consapevolmente, come roccaforte dell’Anti-Russia, cioè come loro feudo ideologico; e, naturalmente, non hanno notato il fiorire del nazismo ucraino lì – con esso condividono una russofobia comune per entrambi. Molti dei liberali della quinta colonna russa divennero anche loro nazisti, o almeno i loro apologeti.

Oggi, la quinta colonna in Russia è sotto una stretta interdizione e non rappresenta una grande minaccia. Ma nel complesso, i suoi interessi e valori coincidono con Washington, la CIA, il Pentagono, il blocco NATO e Kiev, che servono. Quindi è un nemico puro.  Non ho bisogno di ricordarvi ancora una volta cosa si fa con un nemico sotto legge marziale.

I liberali sistemici sono tra l’incudine e il martello

La situazione della sesta colonna è molto più complicata. Oggi è proprio questa colonna ad essere al centro dell’attenzione. È composta da quelli che sono stati chiamati “liberali di sistema” come oligarchi, politici, burocrati e figure culturali che condividono l’ideologia liberale (monetarismo, imperialismo del dollaro, currency board, cosmopolitismo, LGBT+, transgender, globalizzazione, digitalizzazione, ecc) ma non si oppongono apertamente a Putin.

Oggi, si trovano in una posizione difficile – tra l’incudine e il martello. È contro la sesta colonna che l’Occidente ha imposto gravi sanzioni economiche, ha portato via i loro yacht e palazzi, ha congelato i loro conti bancari e sequestrato i loro beni immobili. L’obiettivo era lo stesso: farli rovesciare Putin. Ma questo è impossibile e significa un suicidio.

Così la sesta colonna è ora confusa – l’Occidente ha preteso da lei qualcosa di impossibile.  Quindi o devono fuggire dalla Russia e combattere Putin dall’esterno (come hanno fatto Chubais e un certo numero di altre figure iconiche dell’oligarchia russa), o solidificarsi con un’operazione militare speciale, ma questo cancellerebbe la loro posizione in Occidente e li priverebbe del loro bottino ammassato lì. Ed ecco il punto principale: non possono più rimanere liberali – nemmeno sistemici, perché il liberalismo oggi si è fuso con la russofobia su scala globale, è diventato una versione del nazismo, e non si può essere un nazista e allo stesso tempo lottare contro il nazismo, paradosso irrisolvibile.

Si scopre che o la Russia o il liberalismo.

Se i liberali sistemici (la sesta colonna) vogliono rimanere sistemici, devono smettere di essere liberali. Il liberalismo oggi è uguale al nazismo, e la Russia ha lanciato un’operazione di denazificazione senza precedenti. Di conseguenza, i liberali sistemici devono denazificare (cioè de-liberalizzare) se stessi.

Conversione al patriottismo

Molti ex liberali degli anni ’90 avevano già preso la loro decisione nelle fasi precedenti, scegliendo tra la Russia con i suoi valori tradizionali e l’Occidente con i suoi valori liberal-nazisti. Questi hanno scelto la Russia e la tradizione. Ed è una grande e giusta decisione. Nessun problema con loro. Una persona può cambiare idea, può sbagliarsi, può perseguire obiettivi tattici, alla fine può peccare e pentirsi. Nessuno tirerà pietre agli ex-liberali che sono diventati patrioti. Ma un certo rituale di cambiamento dell’ideologia, una sorta di conversione al patriottismo, è comunque utile.

Sarebbe sbagliato convertire, come gli ebrei spagnoli al cattolicesimo, i liberali sistemici al patriottismo con la forza. È una questione di ideologia e di libertà di coscienza. E qui la violenza avrà solo l’effetto contrario. Ma l’élite dirigente della società in un momento così teso e decisivo dovrebbe essere composta da coloro che condividono pienamente gli interessi e i valori del paese che sta combattendo una guerra ontologica contro un avversario forte e potente – per gli interessi e i valori. E se l’élite non condivide i valori, e non capisce gli interessi, allora non ha senso essere un’élite – almeno quella al potere.

Oggi, la guerra tra la Russia e l’Anti-Russia globale è in pieno svolgimento. Sarebbe innaturale mantenere reti nemiche all’interno della Russia. Pertanto, se la sesta colonna sceglie la Russia, non può più essere chiamata “liberali di sistema”, suonando come contraddizione come essere “nazisti di sistema”. Lo stato attuale delle cose non lo permette.

La Russia deve diventare la Russia: la luce russa

La nostra vittoria non dipende solo dalle azioni eroiche del nostro esercito, dai successi della pianificazione militare e strategica, dal supporto materiale dell’operazione, dall’efficace gestione politica e amministrativa dei territori liberati, ecc. Dipende da quanto profondamente e completamente la Russia diventa Russia. Oggi l’appello all’Idea Russa non è un capriccio del potere. Anche i comunisti sovietici, per bocca di Stalin in una difficile situazione critica si appellavano al popolo russo, alla Chiesa ortodossa, alla Tradizione e alla nostra eroica storia. Oggi, nulla si oppone a questo. Tranne i pregiudizi dei liberali sistematici, che, spero, semplicemente non si sono ancora resi conto della gravità della loro situazione.

La gente sia in Russia che in Ucraina sta aspettando che Mosca dica parole vere. Un discorso vero. Un appello sincero al profondo dell’essere della gente. È ora di dire che questa operazione militare speciale appartiene alla categoria del sacro.

Oggi di nuovo un soldato russo e un cittadino russo nelle retrovie, un figlio russo e una madre russa, un prete russo e un poeta russo stanno decidendo il destino dell’umanità.

La Russia in lotta mortale con l’Anti-Russia si erge come una civiltà della Luce. Questo è il nostro interesse e i nostri valori. Portiamo ancora una volta la Luce al mondo, silenziosa, ma inestinguibile tranquilla Luce Russa.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

26 marzo 2022

Fonte: https://www.ideeazione.com/russia-vs-anti-russia-interessi-e-valori/

La minaccia russa: “I 4 casi in cui useremo l’atomica”

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L’ex presidente russo Medvedev spiega quando la Russia potrebbe ricorrere alle armi atomiche

Segnali positivi e pessimi segnali. Le ultime 48 ore ore di guerra in Ucraina si sono dipanate lungo queste due direttive: da un lato, pare che la Russia abbia rivisto i suoi obiettivi militari, puntando sul Donbass (già quasi interamente nelle sue mani) e su Mariupol (che secondo le intelligence potrebbe cadere entro le prossime 72 ore), chiudendo la guerra – per chi ci crede – entro il 9 maggio; dall’altro, nel mondo si moltiplicano gli inquietanti segnali di una escalation mondiale di questa guerra. Putin ha già allertato i suoi sistemi di armi nucleari e Biden ha risposto per le rime, dichiarandosi pronto a usare la Bomba anche come deterrenza verso armi convenzionali nemiche. Se poi si considerano le manovre missilistiche della Corea del Nord, la volenterosa missione umanitaria di Macron a Mariupol e le mire di Pechino su Taiwan, il quadro si fa davvero a tinte fosche.

Certo premere il bottone rosso dell’arma atomica non è questione che si decide di fronte ad un caffè: significherebbe il disastro mondiale, con milioni di morti da tutte le parti. La Russia ha sempre avuto una dottrina decisamente cauta, sin dai tempi dell’Urss: usare l’ordigno nucleare solo di fronte ad una guerra atomica. Da quando Putin è salito al potere, però, Mosca può ricorrere al suo arsenale anche in caso di minaccia con armi convenzionali, così come gli Stati Uniti, almeno per quanto riguarda i missili strategici a lunga gittata. Un alone di mistero aleggia però sulla dotazione a corto raggio, utilizzabile anche in battaglia. Quando può premere il bottone rosso Putin?

Una spiegazione l’ha data oggi il vice segretario del Consiglio di sicurezza ed ex presidente russo Dmitry Medvedev. La Russia potrebbe ricorrere ad armi nucleari in quattro casi:

  1. nel caso in cui il suo territorio venisse direttamente colpito da bombe atomiche
  2. qualora fossero usate contro i suoi alleati
  3. far fronte ad un’invasione delle infrastrutture critiche che possano paralizzare le forze di deterrenza nucleare russe
  4. aggressione contro la Russia o i suoi alleati che possa minacciare l’esistenza stessa del Paese

Fonte: https://www.nicolaporro.it/la-minaccia-russa-i-4-casi-in-cui-useremo-latomica/

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