Russia: banca centrale taglia i tassi ai livelli pre-guerra

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di Alessandra Caparello

Mentre la Bce ha deciso un primo rialzo dei tassi di interesse in circa 10 anni, la Russia decide per un taglio dei tassi di interesse al livello prebellico.

Nel dettaglio, il Consiglio di amministrazione della Banca di Russia ha deciso oggi di ridurre il tasso di riferimento di 150 punti base, portandolo al 9,50% annuo. Il contesto esterno dell’economia russa rimane difficile e limita significativamente l’attività economica scrive la banca centrale.

Allo stesso tempo, l’inflazione sta rallentando più rapidamente e il calo dell’attività economica è di entità minore rispetto a quanto previsto dalla Banca di Russia ad aprile. I dati recenti suggeriscono che i tassi di crescita dei prezzi a maggio e inizio giugno sono stati bassi. Ciò è dovuto alle oscillazioni del tasso di cambio del rublo e al rallentamento dell’impennata della domanda dei consumatori nel contesto di un netto calo delle aspettative di inflazione di famiglie e imprese.

In futuro, scrive ancora la Banca centrale, nel processo decisionale sui tassi di riferimento la Banca di Russia terrà conto della dinamica dell’inflazione effettiva e attesa rispetto all’obiettivo e dei processi di trasformazione economica, nonché dei rischi posti dalle condizioni interne ed esterne e della reazione dei mercati finanziari.

L’inflazione e i tassi in Russia

L’inflazione attuale è sensibilmente inferiore alle previsioni di aprile della Banca centrale. Secondo le previsioni della Banca di Russia, dato l’attuale orientamento di politica monetaria, l’inflazione annuale sarà pari al 14,0-17,0% nel 2022, scenderà al 5,0-7,0% nel 2023 e tornerà al 4% nel 2024.giugno, l’inflazione annuale è scesa al 17,0% (contro il 17,8% di aprile). In base agli ultimi dati, i tassi di crescita dei prezzi al consumo sono stati bassi a maggio e all’inizio di giugno.

Lo scenario di base della Banca di Russia prevede un’inflazione annua del 14,0-17,0% entro la fine del 2022. L’andamento dell’inflazione sarà determinato anche da fattori d’impatto come l’efficienza dei processi di sostituzione delle importazioni e l’entità e la velocità di recupero delle importazioni di prodotti finiti, materie prime e componenti. Secondo le previsioni della Banca di Russia, dato l’attuale orientamento della politica monetaria, l’inflazione annuale si ridurrà al 5,0-7,0% nel 2023 per tornare al 4% nel 2024.

Il calo dell’attività economica in Russia, dice la banca centrale, è causato dall’andamento della domanda e dell’offerta. I dati delle indagini mostrano che le imprese stanno ancora lottando per sistemare la produzione e la logistica, nonostante la nascente diversificazione dei fornitori di prodotti finiti, materie prime e componenti, nonché dei mercati di vendita. L’attività dei consumatori in termini reali è in calo, poiché le famiglie mostrano un’elevata propensione al risparmio e i redditi reali si riducono.

L’ambiente esterno per l‘economia russa rimane difficile e limita significativamente l’attività economica. La contrazione delle importazioni dovuta all’introduzione di restrizioni commerciali e finanziarie esterne sta superando notevolmente il calo delle esportazioni. Nel complesso, il calo effettivo dell’attività economica nel 2022 T2 è meno pronunciato di quanto ipotizzato dalla Banca di Russia nello scenario di base di aprile. Alla luce di quanto sopra, la Banca di Russia stima che il calo del PIL nel 2022 potrebbe essere inferiore alle previsioni di aprile.

L’inflazione sta rallentando, anche a causa del rafforzamento del rublo e delle minori aspettative di inflazione. Ciò ha reso possibile una nuova riduzione del tasso di riferimento. Tuttavia, i tassi di crescita dei prezzi molto bassi osservati nelle ultime settimane non possono essere considerati un’inflazione costantemente bassa. Sono per lo più associati a un aggiustamento al ribasso dei prezzi dopo l’impennata di marzo. Inoltre, i rischi pro-inflazionistici sono ancora considerevoli.

Così Elvira Nabiullina, Governatore della Banca centrale della Federazione Russa.

Dobbiamo adeguare la nostra politica come segue. Da un lato, non deve ostacolare la trasformazione strutturale dell’economia. Dall’altro, dobbiamo evitare i rischi di stagflazione (…) Se la situazione si evolve in linea con le previsioni di base, ridurremo gradualmente il tasso di riferimento con il rallentamento dell’inflazione costante.

Spread, i politici italiani contro Bce e Lagarde. Ma cosa hanno fatto contro il debito pubblico?

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di Leopoldo Gasbarro

Venerdì scorso, all’esplosione dello spread e della negatività sui mercati finanziari, ha fatto seguito una lunga, forte e sostenuta azione di contrasto con la Bce dei nostri politici. Lo hanno fatto per demagogia?

Cari politici, va bene lo spread, va bene l’incertezza va bene tutto tranne che, dal “whatever it takes” di Mario Draghi del 26 luglio 2012 sono passati 10 anni. Ma cosa è stato fatto da allora? Quante azioni sono state messe in piedi per ridurre la quota di debito pubblico italiano? Nessuna. Non è stato fatto niente in 10 anni. Anzi, una cosa è stata è fatta: abbiamo fatto finta che il problema non ci fosse. E invece c’è, eccome. E ora i nodi stanno arrivando al pettine.

La crescita del debito pubblico italiano

Non stimo Christine Lagarde, ma ancor meno stimo chi non ha mosso un dito per provare a cambiare le cose. Anzi, gli ultimi 10 anni sono stati quelli in cui si è generato maggiore debito:

E poi dal 2019, con Conte prima, e Draghi poi:

In pratica è aumentato di quasi altri 475 miliardi: 2,7 miliardi di euro buttati via, tra banchi a rotelle, bonus monopattini, bonus da 200 euro che non serve ne a chi ne ha bisogno ne a chi non ne ha e altre astruse scelte senza costrutto.

Spread, che fare?

Bisognerebbe far quadrato invece che una continua campagna elettorale. Bisognerebbe passare dal tutti contro tutti al tutti insieme per salvare il salvabile. L’Europa ci ha sostenuto, se lo avesse fatto anche la politica interna avremmo agito e ci saremmo trovati in condizione diversa. Tutto questo non vuol dire che stimi la Lagarde. Anzi, non la reputo all’altezza del suo ruolo?

Sarà una giornata difficile? Probabile, a meno che non la si renda diversa con scelteforti.  Bisogna fermare la guerra. Non c’è altra strada. Chi lo deciderà? L’Europa se esistesse, Biden se abbassasse i toni. La guerra  è stata l’ultimo anello di una catena partita dal lockdown che ha generato le attuali storture finanziarie. E’ d’obbligo ripartire da lì, altrimenti, attenti a risparmi, banche, redditi e tasse…

Allarme Dimon (Jp Morgan): “Tenetevi forte: è in arrivo un uragano economico”

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di Mariangela Tessa

La politica restrittiva della Fed insieme alla guerra in Ucraina causeranno “un uragano” economico di cui nessun conosce l’entità. A lanciare l’allarme è Jamie Dimonamministratore delegato di JPMorgan, che invita gli investitori a prepararsi al peggio.

“Ho detto che ci sono nuvole di tempesta, ma ora lo cambio… è un uragano”, ha detto ieri il banchiere americano, durante una conferenza finanziaria a New York, come riporta Cnbc. “In questo momento c’è un po’ di sole, le cose stanno andando bene, tutti pensano che la Fed possa gestire la situazione”, ha continuato l’ad, “ma quell’uragano è proprio là fuori, in fondo alla strada, in arrivo sulla nostra via. È meglio che vi teniate forte”, ha detto Dimon alla platea di analisti e investitori. “JPMorgan si sta preparando e saremo molto prudenti con il nostro bilancio”.

Come abbiamo anticipato sono due sono i fattori principali che preoccupano Dimon: in primo luogo, la Federal Reserve ha segnalato l’intenzione di invertire i programmi di acquisto di obbligazioni di emergenza e di ridurre il proprio bilancio. Il cosiddetto quantitative tightening, o QT, inizierà questo mese e aumenterà fino a 95 miliardi di dollari al mese di riduzione dei titoli.

“Non abbiamo mai avuto un QT di questo tipo, quindi si tratta di qualcosa su cui si potrebbero scrivere libri di storia per 50 anni”, ha detto Dimon, aggiungendo che “molti” programmi di quantitative easing “si sono ritorti contro”. Le banche centrali “non hanno scelta perché c’è troppa liquidità nel sistema”, ha detto Dimon. “Devono rimuovere un po’ di liquidità per fermare la speculazione, ridurre i prezzi delle case e cose del genere”.

L’altro grande fattore che preoccupa è la guerra in Ucraina e il suo impatto sulle materie prime, tra cui cibo e carburante. I prezzi del petrolio salgono a causa delle interruzioni causate dal peggior conflitto europeo dalla seconda guerra mondiale, “potenzialmente posizionandosi sulla strada per un rialzo fino a 150 o 175 dollari al barile”, ha detto Dimon. Secondo il numero di Jp Morgan, inoltre, non si stanno intraprendendo le azioni adeguate per proteggere l’Europa da ciò che accadrà al petrolio nel breve periodo. Insomma fa paura l’inflazione.

Mea culpa Yellen: “ho sbagliato sulla traiettoria dei prezzi”

E proprio sul rialzo dei prezzi, ieri è arrivato il mea culpa di Janet Yellen, segretario al Tesoro americano, ex numero uno della FED: “Ho sbagliato sulla traiettoria dell’inflazione” ha detto ai microfoni di Cnn, ammettendo il suo errore nel prevedere la corsa dei prezzi. Una galoppata che sembra quasi inarrestabile sulle due sponde dell’Atlantico – con tassi oltre l’8% sia in Europa che negli Usa – e che creando non poche difficoltà alle banche centrali.

All’interno della Bce intanto i falchi incalzano la più cauta Christine Lagarde e premono per un rialzo dei tassi di interesse da mezzo punto percentuale alla riunione di luglio.

In casa Fed, invece, la stagione dei rialzi del costo del denaro si è già aperta ed è destinata a continuare con strette da mezzo punto alle prossime riunioni. Nella lotta all’inflazione la banca centrale americana ha dispiegato anche l’arma della riduzione del bilancio. Il processo si apre ufficialmente l’1 giugno anche se i primi Treasury a maturare e non essere reinvestiti saranno il 15 giugno. Anche sulla riduzione del bilancio, esploso a quasi 9.000 miliardi di dollari con la pandemia, la Fed intende procedere a passo spedito con una velocità da 47,5 miliardi al mese fino a settembre, per poi balzare a 95 miliardi, ovvero quasi il doppio del ritmo del 2017. Per la Fed è un esperimento senza precedenti intorno al quale c’e’ non poca preoccupazione visto che gli effetti non sono ancora chiari.

Euro/Dollaro: prezzo vicino alla parità, cosa sta succedendo

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di Gianmarco Carriol

Nelle ultime settimane l’andamento del cambio euro/dollaro si sta avvicinando alla parità complici le prossime mosse della Fed e della Bce che si apprestano ad alzare i tassi di interesse per cercare di frenare la fiammata dell’inflazione.

Grafico settimanale EUR/USD - Tradingview

Grafico settimanale EUR/USD – Tradingview

Il grafico settimanale dell’EUR/USD mostra chiaramente una formazione Testa-Spalle a lungo termine, convalidata nel 2021. Tale pattern grafico, conosciuto proprio per la sua caratteristica di segnalare una possibile inversione, prefigurava grandi perdite per la valuta europea. Sebbene ci sia voluto del tempo per concretizzarsi completamente, la tesi ribassista è stata valida, con il tasso di cambio che è sceso decisamente verso la zona a 1.1125 nel primo trimestre del 2022.

Sebbene il mercato ribassista sembri maturo, non vi sono ragioni convincenti per ritenere che una ripresa sia dietro l’angolo, nonostante dal punto di vista fondamentale, la valuta europea sia molto più “stabile” del dollaro. Con i prezzi al di sotto delle medie mobili a 200, 100 e 50 giorni e una serie distinta di massimi e minimi inferiori, i sellers rimangono saldamente radicati alla guida.

Analisi tecnica EUR/USD

Grafico giornaliero EUR/USD - Tradingview

Grafico giornaliero EUR/USD – Tradingview

Il cambio EUR/USD è attualmente scambiato a 1,0497, il livello più basso da marzo 2020, crollo dovuto al COVID-19. Il calo della coppia è iniziato a gennaio 2021, anche se a maggio si è sviluppata un’inclinazione ribassista più ripida che ha visto accelerare la caduta. Lunedì, EUR/USD ha registrato il calo di un giorno più grande dal 31 marzo 2022.

Attualmente ci troviamo in un canale ribassista, con massimi e minimi decrescenti che si susseguono, con il prezzo che poterebbe raggiungere il supporto in zona 1,0500. Nel breve periodo potremmo assistere ad un ritraccio del prezzo fino a zona 1,0800, considerando la confluenza del canale e il supporto psicologico a 1,0500, ma sarà importante vedere anche la chiusura giornaliera di oggi e domani per comprendere molto più chiaramente. Una chiusura sotto 1,0500 portare il prezzo direttamente al livello di supporto successivo a 1,0350.

Vincolante sarà osservare l’indice del dollaro USA (DXY), dato che in caso di un possibile indebolimento di quest’ultimo, l’euro ne gioverebbe. Inoltre se il canale dovesse essere rispettato, successivamente ad un ritraccio del prezzo, ci troveremmo in presenza di un’onda impulsiva di Elliot che potrebbe portare il prezzo fino a zona 1,0350.

Fonte: Wall Street Italia

Dopo il covid, il virus dell’inflazione ritorna e si espande

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

L’inflazione, già invocata per anni dalla crisi del 2008, è infine arrivata insieme con la ripresa post – pandemica. E’ tornato, dopo il covid, il virus dell’inflazione, che rischia di contagiare tutto il mondo. Nella fase pre covid, nella UE, nonostante le erogazioni di liquidità della BCE, deliberate prima da Draghi e poi da Lagarde, l’inflazione non era mai riuscita a stabilizzarsi ai livelli prefissati del 2%. In Europa cioè, la ripresa dal 2008 in poi non si era dimostrata sufficiente per superare la lunga fase deflattiva generata dalla recessione.
Era comunque da considerarsi fisiologica la comparsa dell’inflazione nella fase post pandemica, a seguito di una ripresa della produzione non ancora sufficiente a coprire l’eccesso di domanda determinatosi in virtù della massa di liquidità erogata dalle banche centrali a sostegno di famiglie e imprese colpite dalla pandemia. Si prevedeva però che la comparsa dell’inflazione sarebbe stata temporanea e che essa sarebbe stata assorbita rapidamente dalla crescita dell’economia con la ripresa post – pandemica. Tuttavia tali previsioni sembrano essere state smentite dal perdurare dell’ondata inflattiva. Il presidente della FED Jerome Powell al Senato americano ha dichiarato: “È il momento di rinunciare all’aggettivo ‘transitoria’ riferito all’inflazione”. Negli USA il tasso di inflazione si attesta al 6,2%, un record negli ultimi 30 anni. Nell’area euro il tasso di inflazione medio è salito dal 4,1% di ottobre al 4,9% di novembre, con la punta massima del 6% in Germania, mentre in Italia si attesta al 3,8%, che è comunque la più alta percentuale registratasi dal 2008.
Tra le cause del fenomeno inflattivo si rileva l’eccesso di domanda in una fase di ripresa produttiva ancora limitata, il rincaro dei prezzi delle materie prime, l’aumento dei costi nel settore immobiliare e la prolungata carenza di forniture nelle economie avanzate. Secondo le previsioni del FMI, l’inflazione crescerà ancora nei prossimi mesi per poi ridursi a metà 2022 al 2%: “Le nostre previsioni sono per un picco dell’inflazione annuale nelle economie avanzate al 3,6% in media nei mesi finali di quest’anno, prima di regredire nella prima metà del 2022 al 2%, in linea con gli obiettivi delle banche centrali. I mercati emergenti vedranno aumenti più rapidi e l’inflazione raggiungerà il 6,8% in media, per poi scendere al 4%. Le proiezioni, però, sono accompagnate da una considerevole incertezza e l’inflazione potrebbe restare elevata più a lungo”. Da tali previsioni emergono però fondati motivi di incertezza riguardo agli sviluppi della crescita economica nel quadro globale. Il FMI rileva inoltre che i prezzi dei prodotti alimentari, aumentati con la pandemia del 40%, sono destinati ad incidere particolarmente nelle economie dei paesi in via di sviluppo, in cui la spesa alimentare costituisce la percentuale largamente maggioritaria dei consumi.
Questo repentino riaccendersi della spirale inflattiva è dunque assai preoccupante, per la sua incidenza su economie che non hanno ancora recuperato i livelli di Pil della pre – pandemia. Aggiungasi inoltre che l’economia europea già prima della pandemia non era riuscita a recuperare i livelli di crescita anteriori alla crisi del 2008.
L’emergere di una inflazione “non transitoria”, come affermato da Powell, richiederà dunque l’attenuarsi, se non la cessazione, delle misure espansive e si prospetta negli USA una accelerazione del “tapering”, la diminuzione progressiva cioè degli acquisti di titoli da parte della FED. Allo stato attuale nella UE, la BCE ha adottato un atteggiamento ispirato alla prudenza: si giudica prematuro il taglio dei sostegni fiscali in una fase economica di ripresa dominata dall’incertezza. Ma è comunque avvertito il rischio di una ondata inflattiva prolungata che potrebbe pregiudicare la ripresa. E’ altresì evidente che un taglio drastico delle misure espansive negli USA, accompagnato dall’aumento dei tassi di interesse, coinvolgerebbe anche l’Europa, data la interdipendenza delle economie su scala globale. E’ tuttavia prevedibile che le attuali leggi bilancio espansive non potranno essere replicate dal 2023 in poi, con il concreto rischio per la UE di un ritorno a politiche di austerity che avrebbero effetti devastanti su una ripresa ancora fragile.
L’aumento dei tassi determinerebbe infatti l’ulteriore espandersi del debito pubblico degli stati (in particolare dell’Italia, il cui debito è pari al 157% del Pil), già incrementatosi a dismisura nella fase pandemica. Una inflazione prolungata inoltre, comporterebbe la svalutazione dei fondi europei del Pnrr, i cui effetti sugli investimenti verrebbero gravemente compromessi.
In Italia non saranno certo gli sconti fiscali della recente riforma, né i fondi stanziati per far fronte al caro – bollette, a compensare la perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni che verrà decrementato dal rincaro di prezzi e tariffe. Afferma Luca Ricolfi in un articolo su “La repubblica” del 01/12/2021: “Per capire perché, dobbiamo fare i conti con il convitato di pietra del dibattito sulla legge di bilancio: l’inflazione. Se ne parla ancora poco, ma la realtà è che già oggi l’inflazione ha rialzato la testa (+3,8%, secondo le ultime stime dell’Istat) e nessuno sa ancora se il rialzo sarà temporaneo o permanente. Ma, a parità di altre condizioni (ossia: se i redditi nominali restano fermi), una inflazione anche solo del 3% significa una perdita di potere di acquisto di circa 30 miliardi, che assorbirebbe completamente gli 8 miliardi di sgravi promessi. Siamo come commensali che litigano sugli antipasti, senza accorgersi che qualcuno si sta portando via il resto del pranzo”.
Questa ondata di inflazione incombe peraltro su di un paese devastato, oltre che dalla pandemia, dalle sciagurate politiche deflattive dell’austerity, che hanno determinato l’accentuarsi progressivo delle diseguaglianze, la precarietà del lavoro, fratture sociali insanabili, tagli drastici del welfare.
Nonostante le politiche espansive messe in atto dalla BCE per far fronte alla crisi pandemica e le previsioni di crescita del Pil italiano per il 2021 del 6,3%, a novembre si è registrata una flessione dell’indice di fiducia dei consumatori, a causa del clima d’incertezza riguardo alle attese legate all’evolversi della situazione economico – sociale italiana. Permane dunque una percezione negativa nella popolazione riguardo al futuro dell’Italia. Tale orientamento, pessimistico nella sostanza, incide negativamente sulla propensione al consumo a sugli investimenti. Occorre tener conto peraltro che l’Italia è più povera rispetto al 2007 e la sfiducia induce a contenere i consumi, alimentando anche la propensione al risparmio (almeno per quella parte sempre più esigua della popolazione che dispone ancora di quote di reddito da destinare al risparmio). Sugli stessi investimenti incombe l’incertezza delle prospettive economiche. Per i mutui di nuova concessione si registra infatti l’incremento del tasso medio di interesse dall’1,25% del 2020 all’1,42% del 2021. Tale rialzo dei tassi è dovuto ad una politica bancaria volta a cautelarsi rispetto agli eventuali aumenti dei tassi che si verificherebbero qualora l’ondata inflattiva si protraesse nel tempo.
Gli aumenti delle tariffe non saranno certo temporanei. Infatti, al di là della crisi pandemica, si verificherà nel tempo un aumento progressivo del consumo di elettricità. Con la transizione ambientale, le auto elettriche sostituiranno quelle a diesel e benzina. E’ documentato che se oggi tutte le auto in circolazione a Milano fossero elettriche, non si sarebbe più in grado nemmeno di accendere un interruttore della luce. Occorrerà pertanto produrre grandi quantità di energia elettrica aggiuntiva. Ma al momento, non si sa come e a quale prezzo. La transizione ambientale verso le energie rinnovabili richiederà tempi lunghi e l’impiego di ingenti risorse pubbliche e private. Ma a quali costi, per una popolazione già depauperata da decenni di crisi economiche e pandemiche? Quanto potranno incidere i nuovi investimenti su una crescita economica oggi fragile e precaria? Domande allarmanti cui nessuno fornisce risposte adeguate.
L’inflazione tuttavia potrà incidere positivamente sul peso degli interessi del debito pubblico. A tal riguardo, così si esprime Luca Ricolfi nell’articolo de “La Repubblica” sopra citato: “La seconda ragione per cui ritengo verosimile, almeno nel breve periodo, il permanere di un’inflazione elevata, è che l’inflazione stessa è un formidabile strumento per alleggerire il peso del debito pubblico. L’inflazione, prima o poi, trascina con sé un aumento dei redditi monetari, che gonfia il Pil nominale e così contribuisce a ridurre il rapporto debito – Pil, da cui dipende la sostenibilità dei nostri conti pubblici”.
Occorre comunque rilevare che il costo dell’inflazione ricade sui cittadini, specie sulle fasce più deboli, che subiranno rilevanti decurtazioni su salari e risparmi. L’inflazione determina inoltre un incremento solo monetario dei redditi e pertanto può produrre, in termini reali, un aumento della pressione fiscale (fiscal drag), qualora non si provveda ad una costante rimodulazione delle aliquote fiscali. Un esempio paradigmatico del costo dell’inflazione sostenuto dai lavoratori ci viene fornito dagli effetti prodotti dalla soppressione della scala mobile avvenuta nel 1992 con il governo Amato. Fu infatti soppresso il meccanismo di adeguamento delle retribuzioni alle variazioni dell’indice dei prezzi al consumo, al fine di eliminare la spirale inflattiva. Ma al blocco delle retribuzioni non corrispose il congelamento dei prezzi e pertanto, furono solo i redditi dei lavoratori a subire l’erosione del potere d’acquisto delle retribuzioni determinato dall’inflazione.
L’incombere dell’ondata inflattiva metterà nuovamente in luce i guasti e le contraddizioni interne del sistema neoliberista. Dalla crisi del 2008 il sistema ha potuto perpetuarsi in virtù delle politiche di espansione illimitata della liquidità messe in atto dalle banche centrali e dei tassi a zero, se non in territorio negativo. Qualora per combattere l’inflazione si facesse ricorso a politiche di restrizione della liquidità con contemporaneo aumento dei tassi di interesse, potrebbero manifestarsi crisi strutturali non governabili.
Lo stesso aumento vorticoso delle materie prime e la crisi della produzione della componentistica, sono fenomeni legati alle catene di fornitura geograficamente assai estese (specie in Asia), in virtù della delocalizzazione industriale e alla scarsità di scorte imposta dalla logica di massimizzazione del profitto.
Nella stessa UE, la Germania, che già invocava il ripristino del patto di stabilità, potrebbe essere indotta, (sull’onda emotiva di una popolazione assai sensibile alla crescita dell’inflazione, dati i precedenti storici),  con il manifestarsi di una ondata inflattiva al 6% al ritorno alle politiche di austerity. Tuttavia, la crisi dei chip, che ha determinato un calo di produzione nel settore dell’auto del 18%, facendolo retrocedere ai livelli del 1975, potrebbe dar luogo ad una crisi destinata ad incidere sulla stabilità interna e dell’Europa stessa.
In un futuro dominato dalla incertezza, se non dal panico, prevedibili crisi e conflittualità vecchie e nuove, potrebbero verificarsi alla lunga trasformazioni strutturali di un sistema neoliberista, non in grado di generare nuove forme di sviluppo e già peraltro rivelatosi iniquo e fallimentare.

“Tecnocrate argine al sovranismo”: Draghi l’atlantista incoronato nuovo leader Ue

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di Adolfo Spazzaferro

Roma, 19 ott – “Tecnocrate argine al sovranismo”: gli Usa incoronano Mario Draghi candidato leader Ue ideale, anche perché l’ex numero uno della Bce è filo americano. E proprio questo potrebbe essere il problema per la Ue, per stessa ammissione dell’agenzia economica Bloomberg. Sì, perché a differenza della Merkel, l’attuale presidente del Consiglio incarna il multilateralismo spudoratamente atlantista. Ciò detto, Draghi incassa il plauso degli States per una serie di ragioni tutt’altro che rassicuranti. Infatti il motivo principale per cui il premier italiano è ben visto come possibile guida della Ue è perché è un argine efficace al sovranismo e ai movimenti di destra. Ma non solo, è l’uomo giusto per gestire i miliardi Ue del Recovery fund in chiave green. Nonché – e questo preoccupa più di tutto – ha dimostrato fermezza contro i no green pass, non cedendo di un millimetro.

Il plauso alla fermezza contro i no green pass

L’esito delle elezioni amministrative in Italia, con la sconfitta dei “sovranisti”, secondo Bloomberg è una ulteriore prova del successo politico del presidente del Consiglio in chiave moderata. Nell’editoriale dedicato a mister “Whatever It Takes”, in cui appunto di lui si dice che “ha salvato l’euro con tre parole”, si fa riferimento alla situazione in Italia. L’agenzia Usa plaude al pugno di ferro di Draghi nei confronti di chi ha manifestato contro l’obbligo del green pass, citando il caso dei portuali di Trieste. Fermezza riverberata anche nell’esito delle amministrative, dove chi strizzava l’occhio alle proteste è stato penalizzato. E dove invece si sono affermati grigi burocrati, una “sorta di esercito di mini Mario”.

La “fedeltà” agli States

Tuttavia, avverte l’editoriale, “sarebbe un errore considerare Draghi una figura intercambiabile a quella di Merkel o di Macron”. Il premier italiano infatti è molto più vicino agli States. A tal proposito, Bloomberg ricorda il passato di Draghi al Massachusetts Institute of Technology, alla Banca mondiale e a Goldman Sachs. Secondo l’editoriale, il presidente del Consiglio italiano esprime la visione di un multilateralismo nel quale “gli Stati Uniti sono i principali azionisti”. Prova ne è la brusca franata che Draghi ha impresso alla politica italiana di appeasement della Cina. Così come il fatto che sia rimasto in silenzio circa la frattura diplomatica tra Stati Uniti e Francia innescata dall’accordo di sicurezza Aukus.

Un tecnocrate con un problema di legittimità

Infine, pone giustamente in risalto l’editoriale, Draghi è un tecnocrate messo alla guida del governo del Paese dal presidente della Repubblica a causa del fallimento della politica. Ma non è stato eletto da nessuno. Quindi gli manca quella legittimità che ha avuto la Merkel per 16 anni di potere. Ciononostante va da sé che gli States Draghi se lo tengono stretto, come alleato e come potenziale successore della Merkel alla guida della Ue.

Adolfo Spezzaferro

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/tecnocrate-argine-sovranismo-draghi-atlantista-incoronato-nuovo-leader-ue-211269/

La Polonia aumenta i tassi di interesse per limitare l’inflazione (dopo l’acquisto di tanto oro)

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Una vera sorpresa è arrivata dalla Polonia, la cui banche centrali ha inaspettatamente aumentato i tassi di interesse di 40 punti base, cedendo alle pressioni per una lotta all’aumento dell’inflazione che ha già spinto le vicine Ungheria e Repubblica Ceca ad iniziare a inasprire la politica monetaria. Nessuno dei 29 economisti intervistati da Bloomberg aveva previsto l’aumento che ha spinto il tasso di riferimento allo 0,5%, a fronte di un’inflazione al 5,8%.

Ecco l’andamento dell’inflazione polacca:

Il primo aumento della Polonia dal 2012 è arrivato il giorno dopo che il governatore della banca centrale Adam Glapinski aveva segnalato la disponibilità dei decisori ad aumentare i tassi, anche se non aveva parlato dell’imminenza di questa decisione.  Arriva anche un giorno dopo che il banchiere centrale ha affermato che la Polonia avrebbe cercato di acquistare 100 tonnellate di oro nel 2022.

Uno sguardo più attento alla dichiarazione rivela che la decisione sembra essere stata un po’ caotica e mentre affermava che era stata motivata dal tentativo di ridurre l’inflazione al suo obiettivo nel medio termine, la dichiarazione non specifica inoltre se si tratti di una decisione una tantum o del primo passo di un’inversione di tendenza di lungo periodo.

A differenza della Fed, almeno la Polonia ha avuto il coraggio per l’inflazione che sembra non essere più transitoria, e invece “potrebbe rimanere elevata più a lungo del previsto”.

“Tra una probabile ulteriore ripresa economica e condizioni favorevoli del mercato del lavoro, l’inflazione potrebbe rimanere elevata più a lungo del previsto”

“Anche se l’impatto di alcuni fattori dell’offerta attualmente in aumento dell’inflazione diminuirà l’anno prossimo, l’aumento dei prezzi globali sia dell’energia che delle materie prime agricole osservato negli ultimi mesi potrebbe ancora aumentare la crescita dei prezzi nei prossimi trimestri”. nello stesso tempo la crescita sembra essere sufficiente a mantenere una crescita sostenuta nonostante il ritocco dei tassi, come si può vedere.

Anche la disoccupazione permette una visione positiva della situazione:

Bloomberg osserva che la dichiarazione ha anche omesso una frase che diceva che la banca centrale continuerà il suo programma di acquisto di obbligazioni. Quindi il QE polacco, a favore del governo, non si interromperà troppo presto, come quello della BCE.

Fonte: https://scenarieconomici.it/la-polonia-aumenta-i-tassi-di-interesse-per-limitare-linflazione-dopo-lacquisto-di-tanto-oro/?utm_medium=push&utm_source=onesignal&utm_campaign=push_scenarieconomici

 

LIRA O EURO, L’IMPORTANTE CHE L’EMISSIONE SIA DELLO STATO

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di Emilio Giuliana

Oggi più che mai, con l’avanzare della crisi economica e il conseguente impoverimento degli italiani, per tornare a condizione economiche dignitose si fa sempre più strada l’idea, che la soluzione al problema è il ritorno alla moneta lira dalla moneta euro. In parte,  la maggioranza delle persone, ha percepito che la capitolazione economica è determinata dall’utilizzo che se ne fa della carta moneta, però i più non hanno compreso il meccanismo che disciplina e regolamentazione il conio e la stampa dei “soldi”. I soldi vengono creati da Banche private, oggi l’Euro dalla BCE, ieri la Lira dalla Banca d’Italia privata. Questo è l’inghippo, l’anomalia monetaria, non se europea o nazionale, no se Euro o Lira, ma le Banche private. Dunque è necessario, che sia essa la  Lira o l’Euro, che siano Banche dello Stato a stampare soldi, così come sotto spiegato.

Dopo l’unità d’Italia, nel 1863 la lira carta non poté più essere cambiata in oro. Oltre ai conseguenti danni per il risparmio di tutte le popolazioni della penisola, da qui incominciò a nascere il «Debito Pubblico»: lo Stato, in pratica, per finanziarsi iniziò a chiedere carta moneta ad una banca privata (qual è la Banca d’Italia). Lo Stato, quindi, a causa del «genio» di Cavour e soci, cedette da allora la sua sovranità in campo monetario affidandola a dei privati, che non ne hanno alcun titolo (la sovranità per sua natura non è cedibile perché è del popolo e dello Stato che lo rappresenta). Settant’anni più tardi si cercò di porre rimedio alle scelte bancarie capestro operate dagli statisti risorgimentali. Nel gennaio del 1933, un regio decreto creò l’Istituto di Ricostruzione Industriale (IRI), con Beneduce alla presidenza e direttore generale Donato Menichella (1896-1984, ex-Bankitalia). Il 13 aprile 1934, le tre grandi banche trasferirono all’IRI l’intero loro patrimonio di partecipazioni industriali. L’IRI si trovò così a detenere il controllo del 94% di Comit e del Banco di Roma, nonché del 78% di Credito Italiano . In cambio dello sgravio dell’immane massa di crediti irrealizzabili – i titoli tossici di allora – i banchieri privati dovettero impegnarsi per iscritto a fare «investimenti di pronta liquidità, escluso ogni immobilizzo di carattere industriale, anche sotto forma di partecipazioni azionarie». Questa la disposizione della legge Glass-Steagal, finalizzata alla separazione del credito ordinario da quello della banca d’affari. I grandi privati si dimostrarono pronti a riprendersi le aziende “irizzate” risanate dalla gestione Beneduce-Menichella.

Nell’assegno in bianco – conosciuto come Armistizio Lungo – accettato, firmato il 29 settembre del 1943 dal maresciallo Badoglio per il Regno d’Italia, l’art. 33 è il più significativo, perché di fatto pretende l’abrogazione della sovranità monetaria. ”Il Governo italiano adempirà le istruzioni che le Nazioni Unite potranno impartire riguardo alla restituzione, consegna, servizi o pagamenti quale indennizzo (payments by reparation of war) e pagamento delle spese di occupazione”. Di conseguenza, nel 1945, persa la guerra, gli Americani richiesero l’abolizione dell’IRI e la sua privatizzazione, nell’intento di comprare le banche con i depositi trovati nelle banche stesse. La depredazione fu tuttavia rimandata a tempi migliori e a migliori “padri della patria”: Carlo A. Ciampi, Romano Prodi e Mario Draghi. Continua a leggere

Die Welt: “La BCE dovrebbe comprare tutto il debito”

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DIE WELT: "LA BCE DOVREBBE COMPRARE TUTTO IL DEBITO"

DIE WELT: “LA BCE DOVREBBE COMPRARE TUTTO IL DEBITO”

“Mentre in Italia Corriere, il Sole 24 Ore, Il Fatto Quotidiano insistono  che il debito va pagato col sangue,  Die Welt ha un articolo in cui si discute sulla soluzione di FAR COMPRARE ALLA BANCA CENTRALE TUTTO IL DEBITO PUBBLICO https://www.welt.de/wirtschaft/article182541188/Euro-Zone-Oekonom-Tooze-schlaegt-eine-Schuldenunion-vor.html?wtmc=socialmedia.twitter.shared.web … “  segnala Gianni Zibordi il trader. https://www.welt.de/wirtschaft/article182541188/Euro-Zone-Oekonom-Tooze-schlaegt-eine-Schuldenunion-vor.html?wtmc=socialmedia.twitter.shared.web Effettivamente  su Die Welt il direttore delle pagine economiche intervista Adam Tooze, …

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Spread, Monti confessa: “Soros mi chiamò nel 2011 suggerendomi la Troika”

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Risultati immagini per Montidi Adolfo Spezzaferro

La realtà supera sempre la fantasia. Mario Monti, il super tecnico nemico del popolo italiano che ha devastato la nostra economia già provata dalla crisi globale, proprio quando era premier era in contatto con George Soros, lo speculatore internazionale dietro le Ong e il business dell’immigrazione.
Lo spread era alle stelle, i mercati e la finanza internazionale avevano costretto Berlusconi alle dimissioni, Monti era subentrato per tartassare gli italiani e Soros lo chiamò. A confessarlo è lo stesso Monti, a Otto e Mezzo di Lilli Gruber su La7. “Soros mi chiamò suggerendomi di chiedere aiuto all’Europa – ha rivelato -, ma noi volevamo evitare di far entrare la Troika e non seguimmo quel consiglio. Ma Soros era molto preoccupato per la situazione italiana”.
Tutti si ricorderanno però che con la continua minaccia della Troika, Monti varò quell’austerity i cui effetti stiamo ancora scontando. Continua a leggere

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