Politica fluida e conservatori bolsi: così l’ideologia woke travolge l’Europa

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L’EDITORIALE – su Affaritaliani.it di oggi

di Matteo Castagna
A fronte di una galassia conservatrice sempre più fiacca divampa l’ideologia woke: il totalitarismo culturale che banna tutto ciò che non è politically correct
Politica e ideologia woke, “se i conservatori non si svegliano dal torpore dovremo soccombere al delirio transumano progressista”: il commento 
Nell’agone politico, destra e sinistra nascono con la Rivoluzione Francese nel 1789. Il filosofo francese Marchel Gauchet scrive che “coloro i quali tenevano al re e alla religione si erano messi alla destra del presidente per sfuggire ai discorsi, alle indecenze e alle urla che avevano luogo nella parte opposta, dove stava la componente rivoluzionaria”.
Nel periodo della Restaurazione, in Francia e poi in Europa, la destra era occupata dai monarchici cattolici contro-rivoluzionari, mentre dalla parte opposta vi erano coloro che intendevano sovvertire l’ordine morale, sociale e politico, ovvero i giacobini anticattolici e anticlericali. Nel XX secolo, la sinistra era rappresentata dai social-comunisti, mentre la destra dai monarchici e dai fascisti. Ci furono ulteriori sfumature, che inglobavano i liberali e i cattolici, a seconda delle circostanze storiche. Nel XXI secolo non ha più senso parlare di “destra e sinistra” perché le ideologie che le reggevano sono sostanzialmente morte.
Nel XXI secolo si parla di posizioni conservatrici e patriottiche per quella che fu, storicamente, la destra, e di progressiste e globaliste per quella che fu la sinistra. Ad eccezione delle posizioni radicali, che non sono rappresentate in Parlamento, almeno in Italia, la globalizzazione viene accettata da tutto l’arco costituzionale e tutti si dichiarano liberali, liberisti e libertari.
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Per cui sfumano le differenze tra le due parti, soprattutto sul piano economico (tutti liberisti) e morale (tutti libertari). Questa situazione si è creata perché il modello imposto dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale, è stato quello anglo-americano, con una decisiva accelerata dopo il crollo del muro di Berlino, nel 1989. Possiamo, dunque, parlare di evoluzioni e involuzioni nel tempo, del pensiero e dell’azione di entrambe le parti. Le crisi, generalmente, sono le cause dei cambiamenti. Le guerre sono i mezzi con cui si impongono i nuovi ordini/disordini. Il maggior potere possibile sul mondo è il grande Vitello d’Oro, il fine degli avidi e dei corrotti.
Oggi, osserviamo una politica fluida come la società, ove tra i conservatori prendono posizione tre corpi estranei, che ne riducono l’efficacia subordinando lo schieramento ai paradigmi dei progressisti, ridimensionando l’orizzonte valoriale: i liberali, gli anticattolici, gli opportunisti globalisti, che potrebbero tranquillamente cambiare casacca, senza colpo ferire. Anche tra i globalisti, buona parte della componente liberale e ex democristiana, figlia del modernismo, è trasformista per stipendi e privilegi, ma a livello culturale e sociale si sta imponendo una nuova ideologia che, progressivamente costituirà il bagaglio elettorale dei globalisti, ovvero del partito Radicale di massa.
Al momento, dalla parte opposta, si notano le pesanti infiltrazioni di questa wéltanschauung che oscura il sovranismo e l’identità e affievolisce la Tradizione, che dovrebbe costituire la solida roccia sulla quale basare la filosofia, l’economia e l’azione politiche. “La destra è sempre tradizione – ha scritto recentemente Marcello Veneziani – ho un’idea diversa da quella irregimentata nell’establishment italo-euro-atlantico, che include anche la destra di governo”.(cfr. Barbadillo, 7/4/2023)
Dunque, a fronte di una galassia conservatrice fiacca un po’ confusa, ha gioco più facile la nuova ideologia, costola del globalismo, che, come per il movimento sovversivo del 1968 muove i primi passi nelle Università francesi ma giunge dagli Stati Uniti. Si definisce “cultura woke“.
“La woke culture è inoltre il substrato della call-out culture (molto vicina alla più nota cancel culture) – scrive il giornalista ed esperto di comunicazione Andrea Zanini su Formiche del 06/12/2021 –  ossia la minacciosa e spesso violenta censura nei confronti di soggetti ritenuti colpevoli di idee e comportamenti disallineati da valori considerati progressisti e, più in generale, politicamente corretti; sono infatti molteplici i casi in cui attivisti woke hanno ostracizzato professori e accademici impedendogli di parlare ad eventi pubblici, manipolandone le dichiarazioni e proscrivendoli sui social e sui media tradizionali, fino ad arrivare, in alcuni casi, a provocarne le dimissioni”.
La nuova “ghigliottina woke” è l’isolamento assoluto dell’uomo della tradizione, che non avrà mai alcuna difesa da parte di quei Conservatori bolsi, che pensano solo agli affari e si vendono al miglior acquirente. Questo fenomeno sta pericolosamente dilagando nelle università americane, laddove woke è sinonimo di vigile allerta nella lotta contro le “ingiustizie della maggioritaria e prepotente cultura dei maschi bianchi”, che penalizzerebbero gli afroamericani, le donne, le identità sessuali diverse da quelle categorizzate biologicamente e via dicendo. Nelle teorizzazioni più estreme gli ideologi della woke culture affermano addirittura l’inutilità della lettura di testi o della fruizione di opere di autori non conformi ai canoni woke.

Zanini prosegue nello spiegare questo inquietante scenario: “Un altro requisito di questo totalitarismo culturale è la pretesa che siano gli studenti a decidere che cosa studiare. E’ la negazione della fondamentale figura del maestro, colui che per studi ed esperienza ha titolo ad insegnare…”. E’ evidente a tutti che, nel mondo dominato dai social media, qualsiasi mitomane possa, grottescamente, laurearsi su Facebook. Al voto si sostituirebbe il numero di like…

C’è infine un elemento che rappresenta il vero il cavallo di Troia della woke culture, ossia la pretesa di voler difendere dalla cultura dominante dei maschi bianchi le culture oppresse, ghettizzate e negate, un obiettivo sul quale liberali progressisti non possono che concordare. Peccato che gli assunti e i metodi della woke culture portino alla società dell’assurdo, del caos e della follia. Il problema è che di fronte a questa minaccia, una società dalla pancia piena, quasi totalmente apatica e paurosa come quella occidentale, non riesca a reagire.

I conservatori, troppo spesso appiattiti su questa decadenza o in altre faccende affaccendati, dovrebbero riflettere sulle loro responsabilità verso i figli d’Europa, che non possono avere come modello i Ferragnez, Bello Figo o i Maneskin, senza cadere nella peggiore decadenza, mai vista nella storica culla della Civitas Christiana.

 

L’assimilazione? Una storia di fallimenti

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di Michel Geoffrey

Fonte: Barbadillo

L’assimilazione è tornata di moda. Eppure non ha mai funzionato così male. Assimilare chi e a cosa? In un momento in cui le vite che contano di meno sono quelle dei popoli indigeni, l’assimilazionismo, giacobino nella sua essenza, si scontra con qualcosa di più forte di sé stesso: i popoli che sono decisamente stranieri. Michel Geoffroy, enarca e collaboratore di Polémia, traccia la storia di questo fallimento programmato in “Immigration de masse, l’assimilation impossible” (“Immigrazione di massa: l’assimilazione impossibile”), un opuscolo corroborante che è stato appena pubblicato dalle edizioni di Nouvelle Librairie.

ÉLÉMENTS: Cos’è l’assimilazione? È il problema o sono cambiati gli ordini di grandezza?

MICHEL GEOFFROY. Assimilare è diventare come qualcosa di diverso da sé stessi. Per un immigrato, l’assimilazione significa diventare simile alla gente, alle tradizioni e alla cultura a cui si unisce. Quando si parla della naturalizzazione di uno straniero, che di conseguenza è chiamato a cambiare la sua natura per diventare francese, si parla della stessa ambizione. L’assimilazione è quindi concepita come un processo proattivo e individuale: la persona che si unisce al gruppo deve fare lo sforzo di assimilarsi, di cambiare la sua natura, per diventare compatibile con esso. L’assimilazione non può quindi ridursi allo sforzo che solo la società ospitante dovrebbe fare per integrare gli immigrati.

L’assimilazione si riferisce anche al concetto francese di nazione unica e indivisibile, stabilito dopo la rivoluzione francese, anche se Tocqueville ha dimostrato che la monarchia aveva lavorato costantemente per unificare il regno. Ma la Repubblica non riconosce la legittimità, a differenza dell’Ancien Régime, né dei corpi intermedi né delle nazioni particolari all’interno della Nazione. Vuole saperne soltanto dei cittadini, individui uguali per diritto, secondo la famosa obiezione del deputato Stanislas de Clermont Tonnerre nel dicembre 1789: “È ripugnante che ci sia nello Stato una società di non-cittadini ed una nazione nella nazione.

Ma non dobbiamo dimenticare che, contrariamente a ciò che viene ampiamente fantasticato, l’assimilazione non è mai auto-evidente. È sempre difficile assimilare una cultura diversa dalla propria perché l’identità – un fatto di natura – ha la precedenza sulla nazionalità – che rimane un costrutto politico. Questo non è compreso da coloro che fabbricano francesi di carta alla catena di montaggio.

Il giornale La Savoia ha riferito recentemente che un prigioniero, colpevole di violenza contro una guardia carceraria, aveva detto alla corte che lo aveva fatto “per essere rimandato nel suo paese, l’Algeria“: il giudice ha dovuto fargli notare che era di nazionalità francese, nato a Sallanches! Che simbolo… Continua a leggere

L’assimilazione degli immigrati non è né buona né cattiva: è impossibile

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di Alain de Benoist

Fonte: Barbadillo

Boulevard Voltaire: Il dibattito sull ‘”integrazione” degli immigrati è impantanato da decenni, se non altro perché non viene mai specificato cosa significhi integrare: a una nazione, a una storia, a un’azienda, a un mercato? È in questo contesto che alcuni preferiscono invocare l’”assimilazione”. Due mesi fa, la rivista Causeur ha dedicato a questo concetto un intero dossier, con il titolo in prima pagina: “Assimilati! Cosa le fa pensare?Alain de Benoist: “Negli ambienti più preoccupati per i flussi migratori, si sente spesso dire che l’assimilazione sarebbe la soluzione miracolosa: gli immigrati diventerebbero “francesi come tutti gli altri” e il problema sarebbe risolto. Questa è la posizione difesa con talento da Causeur, ma anche da autori come Vincent Coussedière, che pubblicherà A Praise of Assimilation, o Raphaël Doan (The Dream of Assimilation, from Ancient Greece to the Present Day). Altri obiettano che “gli immigrati sono inassimilabili”. Altri ancora rifiutano l’assimilazione perché implica necessariamente l’incrocio. Queste tre posizioni sono molto diverse, e anche contraddittorie, ma hanno tutte in comune il fatto che ritengono che l’assimilazione sia possibile, almeno in teoria, anche se alcuni non lo vogliono o ritengono che gli immigrati non giochino.

L’assimilazione è un concetto di natura universalista, ereditato dalla filosofia dell’Illuminismo (la parola si trova già in Diderot). Presuppone che le persone siano fondamentalmente tutte uguali. Per far sparire le comunità, dobbiamo quindi convincere gli individui che le compongono a staccarsi da esse. In un certo senso, questo è un patto che ci proponiamo di fare con gli immigrati: diventate individui, comportatevi come noi e sarete pienamente riconosciuti come uguali, poiché ai nostri occhi l’uguaglianza implica l’uguaglianza.

Ricordi l’apostrofo di Stanislas de Clermont-Tonnerre nel dicembre 1789: “Dobbiamo concedere tutto agli ebrei come individui, dobbiamo rifiutare tutto agli ebrei come nazione!” (Gli ebrei non hanno ceduto a questo ricatto, altrimenti avrebbero dovuto rinunciare all’endogamia e oggi non ci sarebbe più comunità ebraica.) Emmanuel Macron non dice altro quando afferma che la cittadinanza francese riconosce “l’individuo razionale libero come stato prima di tutto “. Raphaël Doan è molto chiaro su questo punto: “L’assimilazione è la pratica di richiedere allo straniero di diventare un compagno […]”. Per assimilarsi, bisogna praticare l’astrazione dalle proprie origini. In altre parole, che cessa di essere un Altro e diventa lo Stesso. Per fare questo, deve dimenticare le sue origini e convertirsi. “Emigrare significa cambiare la tua genealogia”, dice Malika Sorel. È più facile a dirsi che a farsi. Perché assimilare “i valori della Repubblica” non significa niente. Assimilare significa adottare una cultura e una storia, una socievolezza, un modello di relazioni tra i sessi, codici di abbigliamento e culinari, modi di vita e di pensiero specifici. Tuttavia, oggi, la maggioranza degli immigrati è portatrice di valori che giustamente contraddicono quelli delle popolazioni ospitanti. Quando offriamo loro di negoziare la loro integrazione, dimentichiamo semplicemente che i valori non sono negoziabili (cosa che una società dominata dalla logica dell’interesse personale ha le maggiori difficoltà a comprendere)”.

E lei pensa che l’assimilazione sia buona o cattiva?

“Né buono né cattivo. Tendo a pensare che sia impossibile. Il motivo principale è che possiamo assimilare gli individui ma non possiamo assimilare le comunità, specialmente quando queste rappresentano dal 20 al 25% della popolazione e queste sono concentrate – “non perché siano messi nei ghetti, ma perché gli esseri umani coltivano naturalmente il vicinato di quelli che vivono come loro ”(Élisabeth Lévy) – in territori che favoriscono l’emergere di contro-società basate esclusivamente sull’identità. Ciò è particolarmente vero in un paese come la Francia, segnato dal giacobinismo, che non ha mai smesso di lottare contro gli organismi intermedi per riportare la vita politica e sociale a un faccia a faccia tra individuo e Stato. Colbert aveva già compiuto grandi sforzi per “francesizzare” gli indiani d’America. È stato ovviamente un fallimento.

In Francia, l’assimilazione raggiunse il suo apice sotto la Terza Repubblica, in un momento in cui la colonizzazione era in pieno svolgimento per iniziativa dei repubblicani di sinistra desiderosi di far conoscere ai “selvaggi” i benefici del “progresso”. Ma la Terza Repubblica è stata anche una grande educatrice: nelle scuole, gli “ussari neri” si sono impegnati a insegnare la gloriosa storia del romanzo nazionale. Non ci siamo più. Sono in crisi tutte le istituzioni (chiese, esercito, partiti e sindacati) che in passato hanno facilitato l’integrazione e l’assimilazione. La Chiesa, le famiglie, le istituzioni non trasmettono più nulla. La scuola stessa, dove il curriculum è dominato dal pentimento, non ha altro da impartire se non la vergogna dei crimini del passato.

L’assimilazione implica la volontà di assimilarsi dalla parte del potere in carica e il desiderio di essere assimilati dalla parte dei nuovi arrivati. Tuttavia, non c’è né l’uno né l’altro. Lo scorso dicembre, Emmanuel Macron ha detto esplicitamente a L’Express: “La nozione di assimilazione non corrisponde più a ciò che vogliamo fare”. È difficile vedere, d’altra parte, quale attrattiva possa ancora esercitare il modello culturale francese sui nuovi arrivati ​​che scoprono che i nativi, che spesso disprezzano, quando non li odiano, sono i primi a non voler sapere nulla della loro storia e battersi il petto per essere perdonati di esistere. Cos’è che vedono che li attrae? Cosa li può apassionare? Spingerli a voler partecipare alla storia del nostro Paese?”

Ultima nota: nel modello assimilazionista, l’assimilazione dovrebbe progredire di generazione in generazione, il che può sembrare logico. Tuttavia, vediamo che in Francia è esattamente l’opposto. Tutti i sondaggi lo dimostrano: sono gli immigrati delle ultime generazioni, quelli che sono nati francesi e hanno la nazionalità francese, che si sentono i più estranei alla Francia, che pensano sempre più che la Sharia abbia la precedenza sul diritto civile e trovano tanti elementi inaccettabili, come un “oltraggio” alla loro religione. Lo scorso agosto, alla domanda sulla proposizione “L’Islam è incompatibile con i valori della società francese”, il 29% dei musulmani ha risposto affermativamente, mentre tra gli under 25 la percentuale era del 45%”.

Un dibattito del genere è solo francese? Nei paesi occidentali? O la questione dell’integrazione attraverso l’assimilazione si trova ovunque?

“I paesi anglosassoni, non essendo stati segnati dal giacobinismo, sono più ospitali nei confronti delle comunità. Negli Stati Uniti, d’altra parte, gli immigrati generalmente non hanno animosità verso il paese in cui cercano di entrare. La stragrande maggioranza di loro, che è stata instillata con il rispetto dei padri fondatori, vuole essere americana. Il “patriottismo costituzionale” fa il resto. In Asia è ancora diverso. La nozione di assimilazione è qui sconosciuta, per il semplice motivo che la cittadinanza è confusa con l’etnia. Per i due miliardi di persone che vivono nel nord e nel nordest asiatico, soprattutto nella zona di influenza confuciana, uno nasce cittadino, non lo diventa. Questo è il motivo per cui Cina e Giappone si rifiutano di fare appello all’immigrazione e naturalizzano solo in piccole quantità (i pochissimi europei che hanno ottenuto la nazionalità giapponese o cinese non verranno comunque mai considerati giapponesi o cinesi)”.

(Intervista condotta da Nicolas Gauthier per Boulevard Voltaire)

 

 

L’intervista. Veneziani: “In ballo due visioni dell’Europa. Antifascismo? Alibi indecente”

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Già la sola presenza dell’opzione sovranista è un fatto positivo, capace di risvegliare l’Europa dal torpore. E saranno capaci di fare squadra perché il nemico politico è l’internazionalismo, non il sovranismo del vicino. Ne è sicuro Marcello Veneziani, scrittore e intellettuale, che bacchetta l’atteggiamento di chi vorrebbe fare del dissenso “reato e fobia”. 

Verso il voto per le Europee, quali sono gli schieramenti in campo? 

“Mi sembra evidente che questa volta esiste la possibilità di scegliere tra due idee diverse di Europa e di sovranità: quella rappresentata dai movimenti nazionalpopulisti-sovranisti e quella rappresentata da tutti gli altri, pronti a coalizzarsi pur nella diversità di provenienza per fronteggiare il nemico. Comunque lo si giudichi, a me sembra già un fatto positivo che per la prima volta e comunque dopo tanti anni non siamo chiamati a votare dentro un perimetro prestabilito di opzioni, ma tra due messaggi politici nettamente differenti. Il sovranismo non risveglia solo le appartenenze nazionali ma, se vogliamo, risveglia l’Europa dal sonno dogmatico in cui versa da troppi anni”.

Gli osservatori scommettono sull’avanzata dei sovranismi. Come lo spiega? Cosa propongono, le tante sigle (in Italia e all’estero)? Non c’è rischio di confondere l’elettorato? 

“Pur nelle diverse articolazioni nazionali e nelle diverse opzioni politiche e culturali, mi pare che il filo conduttore dei sovranismi sia quello di ripristinare le sovranità territoriali, nazionali, popolari e politiche, e di tutelare i confini, di proteggere le economie. Si fronteggiano due modelli: uno che vuol far valere la sovranità europea fuori d’Europa nei rapporti internazionali, economici, nell’emigrazione, nelle strategie militari, nelle zone calde del pianeta come il vicino Medio Oriente e Maghreb. E l’altro che vuol far valere la potestà europea dentro l’Europa, sugli Stati, sulle nazioni, sui popoli europei. Il sovranismo è largamente diffuso perché parla il linguaggio della realtà, esprime il disagio dei popoli, la ricerca di sicurezza, l’argine ai flussi migratori, il rigetto delle oligarchie e dei loro codici ideologici”.

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Le stesse cause producono gli stessi effetti, ci stiamo muovendo verso una rivolta sociale generalizzata

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di Alain de Benoist

Fonte: Barbadillo

Vorrei farle una breve domanda su una serie di eventi recenti. E, la prima, è  sull’incendio di Notre-Dame de Paris.
“La Madonna in fiamme, colpita nel coro, è l’immagine stessa della cristianità di oggi. Cos’altro possiamo dire che non è già stato detto? Penso a Dominique Venner e rileggo Péguy”.

La fine del “grande dibattito” e la conferenza stampa di Emmanuel Macron, che non sembra convincere due su tre francesi?
“Il capo dello stato sbagliava a prendere i francesi per i mougeon (metà pecore e metà piccioni). Micron, dimissioni!”.

Il movimento di giubbotti gialli, viene regolarmente descritto come “a corto di vapore” e generatore di “violenze inaccettabili”. Che ne pensa?
Un movimento pacifico, “bonario” non avrebbe ottenuto un decimo di quello che i giubbotti gialli hanno ottenuto, anche se nessuna delle loro richieste essenziali è stata soddisfatta ancora. La violenza (non intendo quella dei “casseurs” di professione) a volte è l’unico modo per essere ascoltati. 14 luglio 1789, la presa della Bastiglia non è stata una passeggiata per la salute! Rivedete le riflessioni sulla violenza di Georges Sorel. In ogni caso, questa violenza popolare è poco paragonabile alla violenza sistemica dei predatori impiegatizi, degli assassini dell’identità, dei distruttori sociali e dei padroni del profitto. Per quanto riguarda gli affanni dei giubbotti gialli, si tratta, nel migliore dei casi, di una pausa prima delle prossime battaglie. In tutta Europa, le classi medie stanno scomparendo e le persone stanno sopportando le conseguenze delle politiche di austerità. Nella nostra società a forma di clessidra, la ricchezza si sta accumulando sempre più in alto, mentre la povertà e la precarietà sono in costante aumento verso il basso. Le stesse cause producono gli stessi effetti, ci stiamo muovendo verso una rivolta sociale generalizzata.
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La vergogna della sinistra che strumentalizza le foibe per celebrare il 25 aprile

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Il deputato di Fdi Federico Mollicone denuncia: “In vista del 25 aprile sono apparsi questi manifesti che sfruttano la tragedia delle foibe per attaccare il governo, “infoibando” Lega e 5 Stelle. È una vergogna. Viene insultata la memoria di chi ha perso la vita, e il dolore dei familiari. Raggi rimuova immediatamente questo schifo e siano arrestati i responsabili. Si fermi la barbarie negazionista”.

Ogni forma di liberalismo è nemica della comunità

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di Alain de Benoist

Fonte: Barbadillo

Contre le liberalisme. La societé n’est pas un marché (ed. du Rocher) è il nuovo libro di Alain de Benoist, da pochi giorni in libreria in Francia. Yann Vallerie, della testata on line Breiz-info.com ha intervistato il filosofo francese.
Breizh-info.com. Lei pubblica un nuovo libro intitolato “Contro il liberalismo. La società non è un mercato”. Perché è importante sottolineare subito che è una critica all’ideologia liberale e non alla burocrazia o un attacco alla libertà di intraprendere, di circolare, d’agire, di pensare, di avere il libero arbitrio? Continua a leggere

Il contrappasso finiano di Forza Italia, oggi è come Futuro e Libertà

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Forza Italia nel finale di partita è – per contrappasso – una specie di Futuro e Libertà.
Ebbene, sì: è come Fli, il partito che – parlandone da vivo – fu di Gianfranco Fini e che piaceva a tutti perché dispiaceva assai al Silvio Berlusconi di ieri.
Come nel passato, così nel presente.
Come Giorgio Napolitano, pur di sabotare il Berlusconi donizettiano, accompagnava ogni passo del post-fascista con gli occhiali – lo illudeva di portarselo a Palazzo Chigi – così Sergio Mattarella, al Quirinale, prende respiro nel ragionarsela col capo di Forza Italia piuttosto che vedersi intorno i barbari gialloverdi.
Come ieri Fini, teleguidato, parlava di “patriottismo repubblicano”, così oggi Berlusconi – irriconoscibile nel suo secondo predellino – sciorina in tema di “democrazie occidentali” cancellando il Silvio più sovversivo, quello che scatenava gli anatemi di Angela Merkel e Nicholas Sarkozy.
Corsi, ricorsi e giravolte storiche, è il caso di dire. Continua a leggere

Il caso. Commissione Ecclesia Dei verso la soppressione. Che succede alla Messa tridentina?

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La notizia, per la storia recente della Chiesa Cattolica [CONCILIARE], ha una certa importanza. Stando ad indiscrezioni riportate  il 26 dicembre dal blog Messainlatino.it, confermate successivamente dal vaticanista Marco Tosatti, il Papa starebbe per sopprimere la Commissione Ecclesia Dei, trasformandola in un Ufficio della Congregazione per la Dottrina della Fede. Esternamente sembra un semplice riordinamento giuridico, poiché la Commissione è già afferente all’ex Sant’Uffizio, ma da un punto di vista ecclesiastico si apre un capitolo dai risvolti imprevisti.

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Focus. “La destra senza veli” di Baldoni: luci e ombre dell’esperienza del Msi/An

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Giorgio Almirante, segretario del Msi

Da decenni Adalberto Baldoni si dedica con passione ed acume storiografico alla ricostruzione dell’ambiente, delle scelte politiche, del dibattito teorico-politico della “Destra” italiana. Riteniamo che nella sua ultima fatica abbia conseguito il punto più alto del suo iter di ricercatore. Nella “Riflessione finale” del libro che ci accingiamo a presentare si definisce “un cronista scrupoloso e obiettivo alla ricerca della verità” (p. 684). In realtà, nelle pagine di Destra senza veli 1946-2017. Storia e retroscena dalla nascita del Msi ad oggi, da poco nelle librerie per l’editore Fergen (per ordini: fe.gen@libero.it, euro 22,00), ha mostrato di essere storico di vaglia.

Nelle oltre settecento pagine del volume, mette a disposizione del lettore una messe di documenti, sulla storia del Msi e di An, sterminata e la discute criticamente. Il libro lo si legge tutto d’un fiato: non è costruito esclusivamente sulle analisi obiettive, ma è animato da profonda empatia per l’oggetto indagato. A parere di chi scrive ciò non deve essere considerato un limite, al contrario! L’approccio empatico schiude aspetti insospettati alla saggistica scientifica, la arricchisce del vissuto personale, intenso e sofferto. Possono valere, quale acconcia introduzione a queste pagine di Baldoni, le parole che Beppe Niccolai spese per presentare un’altra sua opera “Il tuo libro, vedi, ha il pregio di farci pensare. E’ un merito grande, soprattutto perché ci porta dritti ad una considerazione di fondo: “dentro” di noi c’è il materiale per costruire, per incidere, per lasciare il segno, per tessere una prospettiva di cambiamento” (p. 427-428). Continua a leggere

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