L’attentato mancato che avrebbe potuto cambiare la storia italiana

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di Angelo Paratico

Nell’autunno del 1944 qualcuno architettò un attentato che avrebbe potuto decapitare il governo italiano, mutando radicalmente la storia della nostra repubblica. Questa notizia non era mai uscita sui giornali ed era stata dimenticata dai pochi che ne vennero a conoscenza e, se non fosse stato per un rapporto dei servizi segreti britannici in Italia, il SOE (Special Operations Executive), non ne sapremmo nulla.

Questa vecchia pratica è stata ritrovata da due infaticabili esploratori degli archivi di guerra britannici, Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella. Una volta lette quelle carte ingiallite, ne hanno pubblicato un sunto nel loro ultimo libro intitolato La Maledizione Italiana. La guerra di Churchill contro De Gasperi, le trame per il controllo del Medio Oriente e del Canale di Suez, la lunga storia di una rivoluzione stroncataFuori Scena edizioni, 2025. Tutte le informazioni contenute nel loro libro, che è stato distribuito il mese scorso in accoppiata con il Corriere della Sera, sono davvero strabilianti, proprio perché basate su documenti.

 

Il governo di Ivanoe Bonomi, denominato Bonomi II (essendo già stato Primo ministro prima dell’arrivo di Benito Mussolini) s’insediò il 18 giugno 1944 e rimase al suo posto sino al 19 giugno 1945, nonostante Re Vittorio Emanuele III non lo avesse in simpatia. La sua nomina era stata promossa dal generale inglese Noel Mason Macfarlane, che prima forzò il Re, assai recalcitrante, a farsi da parte, nominando suo figlio Umberto come proprio Luogotenente e poi Badoglio a dimettersi, nonostante godesse del favore di Winston Churchill. Questi grossi contrasti con Churchill lo portarono poi alla sua destituzione.

La storia del mancato attentato sepolta negli archivi del War Office

Il 5 ottobre 1944 giunse al Presidente del Consiglio, Ivanoe Bonomi, un avvertimento secondo il quale in alcune ambienti stessero tramando per mettergli una bomba. Lui avvisò i carabinieri che svolsero delle ricerche ma non trovarono nulla. Bonomi, una vecchia volpe, non si fidò, forse perché la sua fonte era molto credibile e allora chiese al capo della polizia, Luigi Ferrari, di fare una discreta ricerca e, quindici giorni dopo, trovò la bomba.

Stava al Viminale in un armadio proprio dietro al tavolo dove si riuniva il governo. La scoperta venne fatta poche ore prima di una riunione ministeriale. Era una bomba notevole, ben sessanta chili di tritolo che avrebbe polverizzato tutti: Bonomi, Togliatti, De Gasperi, Sforza, Saragat, Croce, Gronchi e Mancini.

Non si è mai saputo chi pose tutto quell’esplosivo ma un maggiore italo-americano fu incaricato di indagare. Si chiamava Mario Emanuel Brod e operò nel più assoluto riserbo, giungendo alla conclusione che i possibili colpevoli potevano essere tre: filonazisti, l’estrema sinistra contraria alla collaborazione di Togliatti con le forze democratiche e, infine, l’estrema destra monarchica, con una collaborazione del SOE.

Questi ultimi, secondo Brod erano i responsabili, ma la sua indagine fu improvvisamente bloccata da James Jesus Angleton (1917-1987), responsabile della sezione Z della contro-intelligenza e il fascicolo venne chiuso in fretta e furia con la denominazione Top Secret e mandato a Londra, dove è rimasto per oltre 50 anni presso agli archivi del War Office. Angleton rimane una figura oscura, nel dopoguerra fu molto vicino al Mossad ma prese grossi granchi con il KGB, che lo surclassò.

Fonte:https://www.giornaleadige.it/2025/06/18/attentato-mancato-storia-italiana/

Quando il destino del mondo fu deciso a Povegliano

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di Angelo Paratico

 

Presso Verona, nel 249, si decise la sorte del mondo occidentale con una battaglia campale fra l’imperatore Filippo l’Arabo (Marcus Iulius Philippus Augustus) e Decio (Gaio Messio Quinto Traiano Decio) che prevarrà, anche se potrà regnare per soli due anni.

Lo scontro avvenne verso la fine di agosto e gli inizi di settembre del 249.  L’imperatore Filippo l’Arabo venuto a conoscenza della ribellione di Decio, da lui inviato ad arginare gli sconfinamenti dei Goti sui confini danubiani, raccolse un esercito e marciò verso nord, puntando su Verona per bloccarlo. Decio era un abile soldato e statista, originario della odierna Serbia e membro del senato romano. Filippo era conscio del valore del suo oppositore, per questo motivo lo aveva mandato a contrastare i Goti, ma le legioni si erano ribellate a Decio e gli avevano imposto di mettersi alla loro testa, per marciare su Roma.

Non sappiamo dove si svolse lo scontro fraterno fra i due eserciti ma con ogni probabilità avvenne tra Povegliano e l’odierna Villafranca, una vasta zona pianeggiante e ricca d’acqua, un luogo ideale per ampie manovre di cavalleria e di fanteria. La strada seguita da Decio, che risaliva dalla odierna Bulgaria, per marciare su Verona, fu quasi certamente da Aquileia, con una deviazione verso il Veneto, evitando gli impegnativi passi alpini.

Filippo l’Arabo, lui stesso un usurpatore, era originario di un villaggio a novanta chilometri da Damasco e, a parte la sua intelligenza, salì al trono con l’inganno e la frode. Forse aveva avvelenato il suo diciannovenne predecessore, un valoroso imperatore, Gordiano III, che si trovava impegnato a combattere contro i persiani. Nel 244 prese il suo posto e firmò subito un trattato con i nemici per rientrare velocemente a Roma e ottenere la conferma dal Senato.  Acclamato nuovo Augusto dalle truppe, approfittò dell’anniversario dei mille anni dalla fondazione di Roma da parte di Romolo, che cadeva proprio nel 248, per offrire al popolo dei sontuosi festeggiamenti e guadagnarsi il loro favore.

Decio, nella primavera del 249 si trovò alla testa di almeno tre legioni: la Legio IIII Flavia Felix, la XI Claudia e la Legio X Fretensis e altre truppe barbare di supporto. Parliamo di circa 40 mila uomini per il suo esercito, inclusa la cavalleria. Filippo l’Arabo ne poteva avere circa 50/60amila, ma i suoi soldati avevano poca fiducia in lui, considerandolo un uomo giunto al potere grazie alla sua furbizia, più che al suo valore o al suo sangue.

E così il destino del mondo fu deciso a Povegliano

La disciplina e il valore dei soldati di Decio, pur in inferiorità numerica e stanchi per le lunghe marce, ebbero la meglio. Un grandissimo numero di uomini di Filippo l’Arabo caddero uccisi sul campo. Lo stesso Filippo vi fu ammazzato, forse in battaglia o forse decapitato dai suoi generali per porre fine allo scontro. Aveva circa 45 anni e il suo figlio undicenne, Filippo II, a Roma fu ucciso dai pretoriani, assieme al fratello di Filippo, Prisco e ad altri membri della famiglia imperiale.

Il problema creato dallo spostamento delle legioni di Decio dai confini orientali incoraggiò i Goti e i Carpi a sfondare le frontiere e ciò causò molta instabilità negli anni successivi, che poi Gallieno, Costantino e Diocleziano faticheranno a contenere, sino a giungere alla caduta definitiva dell’Impero d’Occidente, un secolo e mezzo dopo lo scontro avvenuto nelle campagne di Povegliano.

 

Fonte: https://www.giornaleadige.it/2025/04/16/destino-mondo-deciso-a-povegliano/

I violenti non hanno posto a Lonate Pozzolo in Provincia di Varese. La presidente dell’Anpi esclusa dalle celebrazioni per il 25 aprile

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di Angelo Paratico

“La De Tomasi non è gradita a Lonate Pozzolo” ha comunicato la giunta di Lonate Pozzolo presieduta dal sindaco Elena Carraro. Questa pare essere la prima ripercussione dopo i fatti di Luino: la presidente provinciale dell’Anpi, Ester De Tomasi non sarà gradita a Lonate Pozzolo (provincia di Varese) in occasione delle celebrazioni per il 25 aprile.

Il sindaco Elena Carraro con l’appoggio di Lega e Fratelli d’Italia dice che si tratta di una scelta obbligata in seguito a quanto accaduto lo scorso lunedì a Palazzo Verbania a Luino, dove la De Tomasi si è rivolta verso lo studente di 19 anni Samuel Balatri, reo di aver espresso la sua opinione, affermando di volerlo prendere a schiaffi. La De Tomasi avrebbe dovuto partecipare a due eventi in occasione dell’ottantesimo anniversario della Liberazione: il primo a Sant’Antonino Ticino, in occasione dell’apposizione della targa al partigiano Annunciato Crivelli, il secondo a Lonate al Parco delle Rimembranze. Per quanto riguarda l’appuntamento di Sant’Antonino Ticino, la targa non è ancora pronta e dunque la commemorazione è stata rimandata. Mentre a Lonate la De Tomasi “non è gradita”, ma nonostante ciò i partigiani avranno una propria rappresentanza alle celebrazioni.

Il bel sindaco leghista Elena Carraro mostra ancora una volta il suo coraggio; in passato aveva ricevuto decine di lettere minatorie e i carabinieri hanno dovuto arrestare uno stalker che la perseguitava, eppure non arretra dalle sue posizioni e mantiene ancora una volta il punto.

Fonte: https://giornalecangrande.it/i-violenti-non-hanno-posto-a-lonate-pozzolo-in-provincia-di-varese-la-presidente-dellanpi-esclusa-dalle-celebrazioni-per-il-25-aprile/

Pop Vicenza, l’epilogo in Cassazione. “Assoluzione” per la politica e la BCE

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di Angelo Paratico

POP VICENZA, PENA ANCORA RIDOTTA PER ZONIN

MAI EMERSE LE ALTRE RESPONSABILITà DEL CRAC

Fonte: https://www.giornaleadige.it/2025/04/12/pop-vicenza-epilogo-in-cassazione/

Uccidere il padre sta diventando un titolo di merito? Dopo le castronerie sul patriarcato questo diventerà sempre più comune

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di Angelo Paratico 

Simeu Panic, un 46enne bosniaco, è stato ucciso a coltellate dal figlio Bojan di 19 anni, all’interno della loro abitazione a Mezzolombardo (Trento). Il ragazzo, che studia a Bolzano, sostiene di essere intervenuto per difendere la madre, che in quel momento dice che stesse subendo l’ennesima aggressione da parte del marito. È stato lo stesso 19enne, rimasto sul posto, a chiamare con la madre i carabinieri. Il giovane, arrestato e poi scarcerato, ha detto al pm: “L’ho colpito con un coltello da cucina, stava ancora maltrattando la mamma. Ho cercato di rianimarlo, ma era già morto”.  Il giovane è stato rimesso in libertà, perché secondo la procura non sussisterebbe la necessità della carcerazione. Questo è un fatto a dir poco incredibile, dato che esiste il pericolo di inquinamento delle prove.

In molte civiltà del passato l’assassinio del proprio padre era il crimine più abominevole, paragonabile al regicidio. Nell’antica Roma, indipendente dalle giustificazioni possibili, il colpevole veniva chiuso in un sacco, con un gallo e una vipera e poi gettato nel Tevere.

In Cina il parricida veniva squartato sulla pubblica piazza, dato che quel crimine veniva giudicato una ribellione nei confronti dell’imperatore e una empietà verso Dio, che andava a minare alle fondamenta l’assetto sociale. Secondo Confucio una Nazione è in pace e prospera quando un figlio si comporta bene con i fratelli anziani e i genitori, e quando i genitori rispettano e onorano i propri vecchi.

Di notte, sentendo i genitori urlare, Bojan e il fratello di 17 anni, sarebbero intervenuti. A quel punto la discussione è degenerata: il 19enne avrebbe aggredito il padre, colpendolo ripetutamente con un coltello da cucina. Il ragazzo, davanti alla pm Patrizia Foiera, assistito dall’avvocato Veronica Manca, avrebbe detto di non essersi reso conto di aver ucciso il padre!

A 19 anni uno non è più un ragazzo ma un uomo e chiunque non sia un delinquente o un imbecille dovrebbe sapere che quando prende a coltellate un uomo lo sta uccidendo. Il racconto del giovane è stato ritenuto attendibile e suffragato dalla testimonianza della madre e di altri parenti che erano a conoscenza del carattere aggressivo del papà, che di professione faceva il muratore.

Non si capisce tutta questa comprensione per Bojan perché non serve uccidere il proprio padre, basta cercare di portare la calma e se questo non sarà possibile bisognerà chiamare i carabinieri. Se si giustificano questo genere di azioni, rilasciando subito il colpevole, rischieremo il disfacimento della nostra società.

Fonte: https://giornalecangrande.it/uccidere-il-padre-sta-diventando-un-titolo-di-merito-dopo-le-castronerie-sul-patriarcato-questo-diventera-sempre-piu-comune/

Il riconoscimento della rivista TIME. Verona alla guida della rivoluzione green della logistica in Europa

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di Angelo Paratico, Gingko edizioni VR

L’Interporto Quadrante Europa di Verona protagonista su TIME Magazine Verona – Il Consorzio ZAI – Interporto Quadrante Europa di Verona conquista un traguardo storico: per la prima volta nella sua storia, l’interporto è stato scelto come protagonista di una pagina di approfondimento sull’autorevole rivista internazionale TIME Magazine. L’articolo, incluso nell’edizione speciale che celebra la Persona dell’Anno 2024, sottolinea il ruolo strategico dell’Interporto Quadrante Europa nel panorama logistico mondiale, riconoscendone l’eccellenza e la capacità di innovare.

TIME Magazine, una delle pubblicazioni più prestigiose e influenti al mondo, rappresenta un palcoscenico di risonanza globale. Essere presenti tra le sue pagine non è solo un riconoscimento al valore del nostro operato, ma anche un’opportunità unica per far conoscere Verona e il nostro modello di intermodalità sostenibile al pubblico internazionale.
A tal proposito, il Presidente del Consorzio ZAI, Matteo Gasparato, ha dichiarato:
“Questo risultato è motivo di immenso orgoglio per me e per tutto il Consorzio ZAI. Desidero ringraziare il consiglio direttivo, il personale di Consorzio ZAI e tutti i lavoratori del Quadrante Europa che ogni mattina, con dedizione e professionalità, contribuiscono a rendere grande l’Interporto. Questo traguardo dimostra che il lavoro di squadra, l’innovazione e l’impegno costante sono la chiave del nostro successo.”

Alleghiamo il testo integrale, tradotto in italiano, dell’approfondimento pubblicato, con l’invito a scoprire come il Consorzio ZAI – Interporto Quadrante Europa continui a distinguersi come punto di riferimento nel settore logistico e infrastrutturale, promuovendo la crescita economica del territorio e l’integrazione delle reti europee.

Nel cuore dell’Italia settentrionale, Verona incarna il potere trasformativo della logistica e della sostenibilità. A guidare questa evoluzione c’è il Consorzio ZAI, l’istituzione che gestisce uno dei più importanti hub intermodali d’Europa. Fondato nel 1948, il Consorzio ZAI ha avuto un ruolo fondamentale nel trasformare Verona in un punto di riferimento per la logistica, la sostenibilità e l’innovazione.
Conosciuto come Quadrante Europa, l’Interporto di Verona è il terminal intermodale più grande d’Italia e uno dei più avanzati in Europa. Con una superficie di 2,5 milioni di metri quadrati, è molto più di una semplice zona industriale: è una vera e propria “città delle merci”, che ospita 140 aziende, impiega oltre 13.000 persone e funge da porta d’accesso per le merci in tutta Europa e oltre. “Abbiamo sviluppato un’infrastruttura all’avanguardia che non solo collega l’Italia al resto d’Europa, ma rappresenta anche un modello di logistica sostenibile ed efficiente,” afferma Matteo Gasparato, Presidente del Consorzio ZAI.
Questo successo ha portato al Quadrante Europa riconoscimenti prestigiosi. Nel 2010 e nel 2015, è stato premiato come miglior terminale intermodale d’Europa dal GVZ, l’associazione tedesca degli interporti. Questo riconoscimento è stato ribadito nel 2020, sottolineando il ruolo cruciale di Verona nella logistica europea.
Con l’intensificarsi delle preoccupazioni globali sui cambiamenti climatici, il settore dei trasporti affronta una crescente pressione per ridurre la propria impronta di carbonio. Il Consorzio ZAI ha intrapreso passi audaci per allinearsi agli ambiziosi obiettivi di sostenibilità dell’Unione Europea. Nel 2022, ha introdotto il suo Bilancio di Sostenibilità, un documento che si prefigge di tracciare un futuro più verde per la logistica e il trasporto. “La sostenibilità è al centro di tutto ciò che facciamo,” spiega Gasparato. “I nostri investimenti in tecnologie green e infrastrutture ferroviarie non riguardano solo il miglioramento dell’efficienza, ma anche la salvaguardia dell’ambiente per le future generazioni.”
I numeri parlano chiaro: nel 2023, l’Interporto di Verona ha lavorato 13.944 treni, movimentando 7,27 milioni di tonnellate di merci e spostando oltre 506.000 camion dalla strada alla ferrovia. Questo spostamento verso la ferrovia ha ridotto le emissioni di CO₂ di ben 506.446 tonnellate, consolidando il ruolo di Verona nella rivoluzione green del trasporto in Europa.
Con la Commissione Europea che mira a trasferire un terzo del traffico merci sopra i 350 km su rotaia entro il 2030—e il 50% entro il 2050— l’Interporto di Verona è pronto a soddisfare questi obiettivi. Gasparato osserva: “Siamo pronti a supportare la visione dell’UE di una rete di trasporti sostenibile e incentrata sulla ferrovia. Verona avrà un ruolo fondamentale nel realizzarla.”
Per integrare i suoi investimenti ferroviari, il Consorzio ZAI sta promuovendo iniziative lungimiranti come il progetto “Kilometro Verde” lungo l’autostrada A4, vicino alla zona logistica della Marangona. Questo progetto prevede la piantumazione di 6.200 alberi, che assorbiranno oltre 170 tonnellate di CO₂ all’anno, avanzando l’ambizione di Verona per la neutralità climatica entro il 2030.
Guardando al futuro, il Consorzio ZAI è concentrato sull’espansione delle capacità e dell’infrastruttura tecnologica di Verona per mantenere il proprio vantaggio competitivo. Tra i progetti chiave, vi è la costruzione di un nuovo terminal di 750 metri in collaborazione con RFI (Rete Ferroviaria Italiana), finanziato dall’UE attraverso il progetto Veneto Intermodal. Progettato per soddisfare gli standard europei per il trasporto ferroviario, questo terminal accoglierà treni più lunghi, veloci ed efficienti, riducendo i tempi di lavorazione e ottimizzando le operazioni.
Inoltre, il progetto ambizioso della Marangona—una zona logistica, produttiva e d’innovazione—mira a ridefinire il futuro intermodale della città. Integrando tecnologie all’avanguardia, la Marangona creerà un ecosistema dinamico e green per la logistica e la manifattura. “La Marangona rappresenta più di una semplice espansione fisica dell’area interportuale” sottolinea Gasparato. “Si tratta di costruire un ecosistema d’innovazione che combini logistica, produzione e sostenibilità per plasmare il futuro del commercio globale.”
L’interporto di Verona non è solo una storia di successo italiana, ma un punto di riferimento per la logistica a livello mondiale. Essendo uno dei più grandi hub intermodali d’Europa, funge da collegamento cruciale nella catena di approvvigionamento globale, connettendo industrie e persone attraverso un trasporto sostenibile ed efficiente. “Il futuro della logistica è green, digitale e connesso,” afferma Gasparato. “Lavoriamo ogni giorno per garantire che Verona rimanga all’avanguardia di questi cambiamenti, guidando innovazione e sostenibilità in un mercato globale in rapida evoluzione.”
Grazie a investimenti continui in tecnologia, sostenibilità e infrastrutture, l’Interporto Quadrante Europa è destinato a rimanere un protagonista chiave nel futuro della logistica europea, plasmando il modo in cui le merci si muovono attraverso i confini e minimizzando l’impatto ambientale.

 

Fonte: https://giornalecangrande.it/il-riconoscimento-della-rivista-time-verona-alla-guida-della-rivoluzione-green-della-logistica-in-europa/

Mussolini in Giappone?

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PUBBLICHIAMO QUESTA RECENSIONE DI AMBROGIO BIANCHI. 

Angelo Paratico, storico e romanziere, nei prossimi giorni presenterà il suo ultimo libro, pubblicato dalla Gingko Edizioni e intitolato “Mussolini in Giappone”. Si tratta di un romanzo breve, contenente una notevole quantità di riferimenti storici. Viene così esposta, per la prima volta la possibilità, secondo noi non del tutto peregrina, che l’uomo ucciso a Giulino di Mezzegra, il 28 aprile 1945, non fu Benito Mussolini, ma un sosia.

Questo spiegherebbe l’incoerenza di certi suoi comportamenti, nei suoi ultimi giorni e tutti i misteri che ancora circondano le circostanze della sua fine. Pare inspiegabile la sua scarsa lucidità nel prendere decisioni dopo Como, e il fatto che il suo viso apparve sfigurato già all’arrivo a Piazzale Loreto. E non si capisce perché venne fucilato di nascosto e non portato sul lungolago di Dongo, distante solo pochi chilometri e lì giustiziato, in bella vista, assieme agli altri gerarchi e a uno sfortunato autostoppista.

A Milano, il 25 aprile 1945, Mussolini ebbe varie opportunità per mettersi in salvo, ma non volle coglierle. Prima fra tutte quella di chiudersi nel Castello Sforzesco e attendere l’arrivo degli Alleati. I partigiani non disponevano di armi pesanti e non sarebbero mai riusciti a espugnarlo. Un’altra via di fuga, caldeggiata da Vittorio Mussolini, fu una corsa sino all’aeroporto di Ghedi, per salire su di un SM79 che lo avrebbe portato in Spagna. La Svizzera, contrariamente a ciò che si crede, non fu mai un’opzione, Mussolini sapeva che non lo avrebbero mai lasciato passare.

Sul tavolo stava anche un’altra via di fuga, assai più complessa e per la quale la segretezza più assoluta era una condizione indispensabile. Questa prevedeva l’utilizzo di un sommergibile. Tale piano era stato approntato da Enzo Grossi (1908 -1960), un abilissimo e pluridecorato sommergibilista, che in Francia era stato a capo della base di Betasom. A tali preparativi accennò lo stesso comandante Grossi nelle sue memorie, ormai introvabili, intitolate “Dal Barbarigo a Dongo”.  Grossi fu un coraggioso uomo di mare che morì giovane, consumato dall’amarezza per essere stato ingiustamente accusato di aver imbrogliato le carte in cambio di due medaglie d’oro, una d’argento e due croci di guerra tedesche. Lo accusarono di aver mentito sull’affondamento di due corazzate americane, con il sommergibile Barbarigo da lui comandato, il 20 maggio 1942, al largo delle coste brasiliane.

Una commissione di ammiragli, dopo la guerra, discusse il suo caso, accusandolo di frode ma dimenticando di tenere conto dei diversi fusi orari. Come dimostrò Antonino Trizzino nel suo libro “Navi e poltrone” uscito nel 1952, Grossi affondò due grandi navi nemiche, ma non erano quelle che lui pensava. Viste dal periscopio d’un sommergibile, nel mezzo di una rischiosa azione e con il mare mosso, tutte le navi sono difficili da identificare.

Un decreto del Presidente della Repubblica lo privò delle sue decorazioni. Lui protestò con veemenza e, nell’ottobre del 1954, a causa di una sua lettera indirizzata al Presidente, fu condannato a  5 mesi e 10 giorni di reclusione per ‘vilipendio del capo dello Stato’.  Grossi aveva militato nella RSI, pur non avendo mai accettato la tessera del partito fascista ed era sposato con una donna ebrea, che non smise di praticare la propria religione. Riuscì a stento a sottrarla alle SS, che la rilasciarono, permettendole di tornare a casa dai loro bambini.

Nel capitolo XI del suo libro, intitolato “Un sommergibile per Mussolini”, Grossi racconta che Tullio Tamburini gli rivelò di essersi accordato con gli alleati giapponesi per approntare un grosso sommergibile, al fine di metterlo in salvo, e nei suoi piani sarebbe stato proprio lui a comandarlo, portandolo nel Pacifico. Tamburini accennò a Mussolini di quel piano, ma gli rispose che non ne voleva sapere. Questo fu confermato da Mussolini stesso quando incontrò Grossi, nel febbraio 1945 e lo ringraziò per i suoi sforzi. Poi aggiunse: “Non sono interessato a vivere come un uomo qualunque. Vedo che la mia stella è al tramonto e che la mia missione è conclusa…”.

L’esistenza di questi piani fu confermata anche dal vicesegretario del Partito fascista repubblicano ed ex federale di Verona, Antonio Bonino, nelle sue memorie, intitolate “Mussolini mi ha detto” uscito in Argentina nel 1950.

Questo è quanto se ne sa ma, secondo Paratico, il meccanismo continuò a muoversi, indipendentemente dalla volontà degli  ideatori e fu adattato, affidando  il comando del sommergibile oceanico Luigi Torelli a un tedesco. Dunque, Mussolini, nel primo pomeriggio del 25 aprile 1945, sarebbe stato prelevato da un’auto guidata da un diplomatico giapponese che lo portò a Trieste, dove s’imbarcò sul sommergibile Torelli, che lo attendeva nel porto, dopo che era stato fatto rientrare dal Giappone, dove si trovava e dove effettivamente ritornò. Tale sommergibile fu affondato dagli americani nel settembre 1945, davanti alla baia di Tokyo. dove ancora si trova.

Mettendo da parte la storia alternativa e passando al romanzo, dobbiamo dire che questo libro si legge bene e  me ne ha ricordato un altro, avente un tema e uno sviluppo simile, che lessi alcuni anni fa. L’autore fu il grande scrittore e sinologo belga, Simon Leys (Pierre Ryckmans), ed era intitolato: “La morte di Napoleone”. Il Leys immaginava la sostituzione con un sosia al Napoleone confinato a Sant’Elena e un suo ritorno, in incognito, in Francia. Dopo varie peripezie, Napoleone è costretto a una vita da “uomo qualunque” dividendo il letto con una ortolana parigina. E, intanto, fra i cavoli e gli ortaggi, lavorava segretamente per compiere le sue vendette, ma infine s’ammalò e morì. Tutti coloro che hanno studiano l’epopea napoleonica restano colpiti da questa bizzarra fantasia del Leys, che ha il merito di aggiunge una nuova sfaccettatura, un nuovo punto di meditazione, su questa figura storica.

Il Mussolini che l’autore descrive è segnato dal lutto e dai sensi di colpa, ha frequenti crisi di pianto. Ripensando alla sua giovinezza da anarchico e squattrinato socialista, pensa che avrebbe dovuto salire sulle montagne come partigiano e poi lottare contro al tedesco invasore, invece di assecondarlo. La sua sofferenza e i suoi rimpianti vengono solo parzialmente leniti fra le mura di un antico tempio buddista, a Nikko.

L’idea dell’autore è assai originale e mai prima esplorata. E con questo scarno libro mostra di possedere una profonda  conoscenza non solo di quell’uomo, ma anche dell’uomo.

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