Madre Vendola, moralista capovolto – Marcello Veneziani

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di Marcello Veneziani

 

Era molesto il moralismo bacchettone delle vecchie zie e delle bigotte di una volta. Ma è insopportabile il moralismo delle nuove vecchie zie – mamme adottive grazie all’utero in affitto – che impartiscono lezioni morali, infliggono condanne, decidono censure a chi non la pensa e non vive come loro. E’ il caso di Nichi Vendola, apparso l’altro giorno in versione missionaria ai Caraibi nei soliti talk show della 7 a bacchettare “il plebeismo piccolo-borghese” che avrebbe preso piede col governo Meloni. Il suo predicozzo era rivolto innanzitutto a Ignazio La Russa, di cui chiedeva le dimissioni, naturalmente prima di appurare le ipotetiche responsabilità sue oltreché di suo figlio. Ma si estendeva a episodi, battute, intemperanze, peccati di parola, citazioni “sgarbate” e all’uso maldestro della parola da quando c’è la destra al governo. Gli episodi citati erano pretesti per una etno-censura ideologica.
Lo stile era quello delle vecchie zie bigotte di cui si diceva prima, ma la morale impartita era esattamente invertita: alla fine risulta immorale, agli occhi del nuovo presbitero dell’omo-religione, tutto ciò che fino a ieri era vita reale, senso comune, consuetudine storica e naturale. Ero lo stesso Vendola a dire che non voleva fare il moralista, per prevenire la netta percezione di chi lo ascoltava.
Conosco Nichi Vendola da quando era un ragazzo di Terlizzi, intratteniamo minimi ma civili rapporti, e pur agli antipodi del suo comunismo, lo considero una persona intelligente, sensibile, colta, animata in origine da una passione ideale. Confesso che lo preferivo comunista piuttosto che madre-coraggio dell’omoreligione, apostolo dell’infanzia e della maternità in affitto. E comunque non viene meno il rispetto, anche per i suoi affetti.
Trovo però allucinante che su quella scelta di vita, che non condivido affatto ma che rispetto, almeno fino a che non si abusa della vita altrui, si possa poi erigere un insopportabile moralismo, dando lezione agli altri, parlando da una posizione di superiorità. Traendo lo spunto da qualche parola greve, qualche giudizio affrettato, Vendola generalizza e delinea un’antropologia becera della gente di destra, come un’etnia protonazista e fascista.
Vorrei ricordargli che la realtà è esattamente invertita rispetto alla sua predica: non sta irrompendo una nuova, volgare protervia sessista e squadrista, favorita dall’avvento del governo Meloni, che viola la sua “morale” certificata come l’unica, sola, vera, degna morale. Ma perdura nella società quella visione della vita, della realtà, dei rapporti umani esattamente opposta alla sua che proviene dai nostri avi, le nostre famiglie, le nostre genti. Quel modo di essere, di vivere e pensare tramandato nel tempo, nutrito da una visione religiosa e dal senso comune, si chiama tradizione e forma nel bene e nel male la base della nostra civiltà. In quel grumo di riti, pratiche, pregiudizi, si annidano anche aspetti negativi, alcuni inaccettabili almeno ai nostri occhi; ma in quella civiltà, tra quei pregiudizi, fiorivano e in parte fioriscono modelli comunitari ed esempi di vita ammirevoli: dedizione alla famiglia, ai figli, ai vecchi e ai bambini, cura e premura, fede, rispetto e carità, spirito di comunità, senso del sacrificio, gioia di vivere insieme. C’era pure, è vero, un diffuso maschilismo patriarcale, un rifiuto dell’omosessualità e altre cose oggi inaccettabili. Magari in quella società uno come Vendola si sarebbe fatto prete…
Un conservatore non nasconde il lato b della società tradizionale, ma rispetta la civiltà e l’umanità da cui proviene e non solo perché onora la memoria storica e le generazioni che l’hanno preceduto, i suoi padri e le sue madri, ma perché ritiene che i pregi, le virtù, i legami di quel mondo fossero preferibili al cupio dissolvi della società nichilista, soggettivista, ego-omo-narcisista di cui è vescovo e matriarca Nichi Vendola. Meglio, di gran lunga, con tutti i suoi difetti, la morale tradizionale – magari aggiornata, rinnovata – che la società nichi/lista. Ora la società tradizionale e i conservatori che la difendono non possono essere ridotti alle caricature che ne fa Vendola.
Ciò detto, è legittimo che una parte della nostra società si riconosca invece nella predica e nella pratica di Vendola. La cultura e la politica dovrebbero essere i regni del confronto che prevede sia lo scontro, purché civile, sia l’incontro, cioè la mediazione.
Per essere rispettosi della realtà bisogna partire da ambo i versanti dall’umiltà di dire che nessuno ha la verità in tasca, non c’è da una parte il Bene assoluto e dall’altra il Male assoluto, viviamo in un mondo diviso; e valutando i pro e i contro, c’è chi si riconosce in una visione della vita e chi nell’altra, più infinite gradazioni intermedie.
Vendola, invece, come quasi tutti gli imam e i settari, ritiene di avere la verità nella sua testa e considera barbari, incivili, bestiali quelli che non si riconoscono nel suo nuovo catechismo. In altri tempi sarebbe stato un inquisitore, ne ha l’indole e la facondia. Applica lo stesso zelo fanatico alla sua causa e demonizza un diverso modo di vedere le cose e di stare al mondo. Per lui nulla contano secoli di civiltà con valori opposti ai suoi. Vendola si fabbrica una storia mistificata, ideologica, da cui risulta che la “morale” vigente è la sua e chi non vi si riconosce non è figlio legittimo e naturale di un’antica civiltà e di una millenaria tradizione ma è frutto barbarico di un nuovo squadrismo immoralista.
Poi, ricordandosi di essere stato comunista, innaffia il suo moralismo con il vecchio pauperismo; e cita gli immigrati sfruttati che raccolgono per due soldi i pomodori. Certo, loro non possono permettersi gli agi dei borghesi ma non potrebbero nemmeno affittare un utero e comprarsi un figlio; anzi rischiano di essere quelli che gli uteri e i figli li vendono ai benestanti o “figli di papà” di cui sopra. Meglio rossi, meglio neri, che anime morte.

La Verità – 23 luglio 2023

 

Articolo completo: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/madre-vendola-moralista-capovolto/

Altri orrori Lgbt, “Stiamo arrivando per i tuoi bambini”: l’inquietante canto al NY Pride (Video)

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di Valerio Savioli

 

Roma, 3 ug — Il pride month è finalmente terminato; per tutta la durata del mese dedicato all’orgoglio arcobalenico in occidente abbiamo assistito alle solite parate colorate e all’ormai collaudata presa di posizione cromatica delle principali multinazionali. Un coro che canta più o meno all’unisono ma dal quale qualche voce, o qualche strofa, stona più delle altre: “We’re Here, We’re Queer, We’re Coming For Your Children”. “Siamo qui, siamo queer, stiamo arrivando per i tuoi bambini”.

“Stiamo arrivando per i tuoi bambini”: al NY Pride non potevano essere più chiari

Questo il canto filmato in una clip dal giornalista e inviato Tim Cast, già noto per una serie di importanti reportage tra cui quelli provenienti dai prodigi della Scandinavia multiculturale e soprattutto da quella Svezia, sogno bagnato dei progressisti nostrani, capace di stare sul podio delle nazioni con più stupri al mondo.

Ma torniamo all’argomento principale di questo scritto, i 21 secondi filmati da Tim Cast sono già stati visti da più di cinque milioni di persone. Nel breve video, effettuato durante la parata di New York del 24 giugno tenutasi in occasione dell’anniversario dei moti di Stonewall del 1969, data a cui si fa risalire la nascita del movimento di liberazione gay, si può chiaramente sentire scandito il canto dei manifestanti: “We’re Here, We’re Queer, We’re Coming For Your Children”. La notizia è stata ripresa da NBC e da altri media mainstream, con il tentativo di minimizzare l’episodio, uno sforzo però malriuscito.

“Solo” parole?

NBC, ad esempio, ha contattato Brian Griffin, il cui nome d’arte da drag queen è Harmonie Moore, l’originale organizzatore della NYC Drag March, il quale però, con una certa spavalderia, tra una battuta sui peli pubici e sex toys rincara la dose andando apparentemente fiero di quanto lui stesso ha cantato in passato in altri pride: “Uccidi, uccidi, uccidi, veniamo a uccidere il sindaco” e ancora: “Le persone alla Drag March cantano regolarmente ‘Dio è lesbica. Sono solo parole’, è tutto presentato per soddisfare i loro peggiori stereotipi su di noi.”

Già, solo innocenti parole e sottili provocazioni utilizzate nei confronti dei cattivoni reazionari, minacce di morte incluse, che però, come lo stesso Griffin sostiene, pensate come pungolo per controbattere certi stereotipi affibbiati alla comunità LGBT, guarda caso gli stessi stereotipi di cui si lagnano ritenendoli infondati e… stereotipizzanti!

Quelli del Pride convertiranno i tuoi bambini… ma solo per scherzo

Ma veniamo al canto in oggetto, quello che la folla festosa newyorchese intona gaiamente con quelle parole per nulla inquietanti: “Siamo qui, siamo queer, stiamo arrivando per i tuoi figli”: non si può non ricordare quando il San Francisco Gay Mens Chorus pubblicò una canzone nel luglio 2021 canticchiando che “convertiremo i tuoi figli” e che quella era “l’agenda gay”; nello specifico: “Convertiremo i tuoi figli. Succede a poco a poco. Silenziosamente e sottilmente. E lo noterai a malapena”.

Secondo la NBC, che avrebbe interpellato “partecipanti di lunga data” dei pride e delle drag march, la suddetta strofa sarebbe stata usata per anni durante gli stessi pride: nel 1990 il canto era “We’re here, we’re queer, we’re not going shopping” ma le manifestazioni si erano tenute presso i centri commerciali e lo scopo era quello di attirare fondi per fronteggiare la crisi da Aids.

Provocazioni a targhe alterne

Gli intervistati avrebbero sostenuto quello che dice anche Griffini ossia “che [quel canto sui bambini N.D.A.] è una delle tante espressioni provocatorie utilizzate per riprendere il controllo degli insulti contro le persone LGBTQ”, stracciandosi però le vesti, al tempo stesso, per la stigmatizzazione del video da parte degli attivisti di destra americani. Chiaramente sono dichiarazioni privi di qualsivoglia sostenibilità logica, non si capisce per quale ragione una comunità che non voglia essere etichettata o stereotipata delle peggiori accuse – negli USA divisi dalle culture wars e dalle identity politics che oppongono visioni radicalmente ed esistenzialmente opposte e inconciliabili, le destre più radicali fanno spesso uso del termine groomers, adescatori -, faccia di tutto per rinforzare gli stessi stereotipi.

 

Articolo completo, clicca sulla foto.

 

Altri orrori Lgbt, “Stiamo arrivando per i tuoi bambini”: l’inquietante canto al NY Pride (Video)

Scuola: identità alias e bagni neutri nel contratto collettivo per i professori. Governo mantenga le promesse elettorali

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Segnalazione Pro Vita & Famiglia

«E’ un atto profondamente ideologico e molto grave l’istituzionalizzazione della carriera alias per i professori nelle scuole, sancita dal recente CCNL, firmato dal Governo, ed elogiato dal Ministro Valditara. Centinaia di migliaia di genitori hanno votato questa maggioranza per l’impegno preso in campagna elettorale contro l’indottrinamento gender, mentre ora in ambito scolastico l’Esecutivo sta facendo delle aperture che ci saremmo aspettati solo da un Governo di sinistra radicale. Chiediamo l’immediato ritiro di questa norma profondamente ideologica. La carriera alias non è altro che l’identità di genere auto-percepita, che fu la ragione principale per l’affossamento del DDL Zan e non ha né fondamento scientifico né fondamento giuridico! Nel contratto in questione, infatti, si legge che tale identità alias sarà possibile per chi “ha intrapreso il percorso di transizione di genere. Intrapreso non significa concluso, questo significa che chiunque si percepisca come tale e sia anche solamente all’inizio della transizione di genere possa chiedere e ottenere la Carriera Alias? Inoltre, chi ne farà richiesta avrà diritto ai bagni neutri e a frequentare spogliatoi del sesso auto percepito e al loro nome di “elezione” per spazi comuni e sul cartellino di riconoscimento, nonostante che tale identità auto percepita non varrà per le buste paga, la matricola, gli atti del lavoratore e i provvedimenti disciplinari? La confusione più totale che si abbatterà sulla scuola italiana, una scuola che ha ben altri problemi essendo al 36° posto su 57 Paesi dell’OCSE come qualità delle istituzioni e preparazione dei nostri giovani. Come verrà spiegato agli alunni il “nome di elezione” dei propri docenti? Cosa succederà se un collega o alunno si rifiuterà di chiamare con l’alias un insegnante? Sarà passibile di provvedimento disciplinare, sarà tacciato di omotransfobia? Tutto ciò avrà pesanti ricadute sul benessere degli studenti delle scuole di ogni ordine e grado. Il passo dalla carriera alias per gli insegnanti all’istituzionalizzazione di quella per studenti sarà breve e il Governo Meloni deve urgentemente prendere le misure necessarie per bloccare questa assurdità che sconfessa le promesse elettorali». Così Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia.

 

STOP GENDER A SCUOLA – FIRMA QUI!

La sintesi perfetta del relativismo… in salsa LGBT

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di Diego Torre

IN OLANDA LE MISS SONO MENO MISS?

In Olanda le miss sono meno miss? La domanda è ovviamente retorica. Tutte le miss sono tali se non sono mister e per il resto … De gustibus non est disputandum. Se agli olandesi gli piace così …. Nell’Unione Europea ogni nazione è sovrana …. per quanto riguarda le miss. Forse più in là, per rispetto alle diversità …. sarà obbligatorio eleggere transessuali e le nazioni che non si atterranno a tale indicazione della Commissione saranno sanzionate.

Intanto Rikkie Valerie Kollé, modella trans gender di 22 anni, si gode il meritato (?) trionfo, fra il plauso entusiasta (?) e commosso delle altre concorrenti; e proclama fieramente il suo programma futuro: “questo è solo l’inizio”… “attraverso il mio impegno e la mia forza spero di portare un cambiamento nella società”.

Inoltre Rikkie ha promesso che parteciperà alla prossima edizione di Miss Universo e sarebbe veramente bello che vincesse: avremmo così la definitiva sanzione dell’uguaglianza fra donne e trans gender: “Alla fine si tratta di diventare ciò che si vuole senza problemi e questo può accadere quando tu lo vuoi”.

Nel rispetto più assoluto della libertà ciò è ineccepibilmente vero. Vale anche per chi si sente un marziano o Napoleone Bonaparte. Ma di pari passo mi sembra che si manifesti il disprezzo più assoluto della verità. E qui abbiamo in sintesi la definizione del relativismo con particolare applicazione all’ideologia gender.

Che tanto bene venga dall’Olanda non stupisce. Hanno iniziato mettendo le prostitute in vetrina e hanno continuato con la droga libera e l’eutanasia anche per bambini. E’ un autentico faro della civiltà-dei-diritti che illumina quest’Europa giunta ormai al capolinea della sua storia. Ammenoché…

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2023/07/13/la-sintesi-perfetta-del-relativismo-in-salsa-lgbt/

Il woke ha nauseato tutti: l’Fc Barcellona perde 400mila follower per aver sostenuto il Pride

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di Cristina Gauri

 

Roma, 3 lug — Il popolo delle piattaforme social è sempre meno incline a farsi somministrare contro la propria volontà le — ormai giornaliere — badilate di propaganda woke-Lgbt in ogni contesto della propria esistenza, in particolar modo a giugno, mese dell’orgoglio arcobaleno: ne dà l’esempio l’Fc Barcellona, che in 48 ore si è visto diminuire il proprio bacino di utenti Instagram di 440mila unità dopo essersi posizionato in favore del mese del Pride pubblicando la classica parata di bandiere Lgbt.

Mostra la bandiera Lgbt, l’Fc Barcellona perde 400mila follower

Una perdita che può sembrare relativa (il Barça vanta un seguito immenso, 122 milioni di follower) ma la cifra rimane significativa se pensiamo che, come riporta la Gazzetta, «nella settimana precedente lo stesso account viaggiava a una media di 35.909 follower in più al giorno». E’ stato il giornalista catalano David Saura a notare il picco negativo di disiscrizioni al canale, postando i dati sul suo account Twitter e segnalando il fatto ai dirigenti del Barcellona. Oltre al calo evidente di follower, impossibile ignorare la bufera di commenti negativi sotto al post, contrastata da qualche flebile messaggio di incoraggiamento a tinte Lgbt.

Solita ipocrisia woke

Messaggi di incoraggiamento i cui toni si sono smorzati, tramutandosi in accuse di ipocrisia woke e di voler semplicemente cavalcare l’onda del Pride per fini pubblicitari, quando in molti hanno notato che i messaggi di sostegno all’orgoglio arcobaleno e la foto profilo con il simbolo del Barcellona sullo sfondo della bandiera Lgbt comparivano su tutti gli account internazionali della squadra… tranne quelli in arabo. Ma il team spagnolo è in buona compagnia: si tratta della solita «svista» in cui ogni anno incappano fior di multinazionali e società quotate in borsa. Profluvi di arcobaleni e messaggi solidali con la causa dell’inclusione e il sostegno dei diritti, un grigio silenzio tombale sui canali di Turchia, nei Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa.

 

 

articolo completo: https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/barcellona-perde-400mila-follower-sostenuto-pride-266144/

 

Altri orrori Lgbt, “Stiamo arrivando per i tuoi bambini”: l’inquietante canto al NY Pride (Video)

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di Valerio Savioli

 

Roma, 3 ug — Il pride month è finalmente terminato; per tutta la durata del mese dedicato all’orgoglio arcobalenico in occidente abbiamo assistito alle solite parate colorate e all’ormai collaudata presa di posizione cromatica delle principali multinazionali. Un coro che canta più o meno all’unisono ma dal quale qualche voce, o qualche strofa, stona più delle altre: “We’re Here, We’re Queer, We’re Coming For Your Children”. “Siamo qui, siamo queer, stiamo arrivando per i tuoi bambini”.

“Stiamo arrivando per i tuoi bambini”: al NY Pride non potevano essere più chiari

Questo il canto filmato in una clip dal giornalista e inviato Tim Cast, già noto per una serie di importanti reportage tra cui quelli provenienti dai prodigi della Scandinavia multiculturale e soprattutto da quella Svezia, sogno bagnato dei progressisti nostrani, capace di stare sul podio delle nazioni con più stupri al mondo.

Ma torniamo all’argomento principale di questo scritto, i 21 secondi filmati da Tim Cast sono già stati visti da più di cinque milioni di persone. Nel breve video, effettuato durante la parata di New York del 24 giugno tenutasi in occasione dell’anniversario dei moti di Stonewall del 1969, data a cui si fa risalire la nascita del movimento di liberazione gay, si può chiaramente sentire scandito il canto dei manifestanti: “We’re Here, We’re Queer, We’re Coming For Your Children”. La notizia è stata ripresa da NBC e da altri media mainstream, con il tentativo di minimizzare l’episodio, uno sforzo però malriuscito.

“Solo” parole?

NBC, ad esempio, ha contattato Brian Griffin, il cui nome d’arte da drag queen è Harmonie Moore, l’originale organizzatore della NYC Drag March, il quale però, con una certa spavalderia, tra una battuta sui peli pubici e sex toys rincara la dose andando apparentemente fiero di quanto lui stesso ha cantato in passato in altri pride: “Uccidi, uccidi, uccidi, veniamo a uccidere il sindaco” e ancora: “Le persone alla Drag March cantano regolarmente ‘Dio è lesbica. Sono solo parole’, è tutto presentato per soddisfare i loro peggiori stereotipi su di noi.”

Già, solo innocenti parole e sottili provocazioni utilizzate nei confronti dei cattivoni reazionari, minacce di morte incluse, che però, come lo stesso Griffin sostiene, pensate come pungolo per controbattere certi stereotipi affibbiati alla comunità LGBT, guarda caso gli stessi stereotipi di cui si lagnano ritenendoli infondati e… stereotipizzanti!

Quelli del Pride convertiranno i tuoi bambini… ma solo per scherzo

Ma veniamo al canto in oggetto, quello che la folla festosa newyorchese intona gaiamente con quelle parole per nulla inquietanti: “Siamo qui, siamo queer, stiamo arrivando per i tuoi figli”: non si può non ricordare quando il San Francisco Gay Mens Chorus pubblicò una canzone nel luglio 2021 canticchiando che “convertiremo i tuoi figli” e che quella era “l’agenda gay”; nello specifico: “Convertiremo i tuoi figli. Succede a poco a poco. Silenziosamente e sottilmente. E lo noterai a malapena”.

Secondo la NBC, che avrebbe interpellato “partecipanti di lunga data” dei pride e delle drag march, la suddetta strofa sarebbe stata usata per anni durante gli stessi pride: nel 1990 il canto era “We’re here, we’re queer, we’re not going shopping” ma le manifestazioni si erano tenute presso i centri commerciali e lo scopo era quello di attirare fondi per fronteggiare la crisi da Aids.

Provocazioni a targhe alterne

Gli intervistati avrebbero sostenuto quello che dice anche Griffini ossia “che [quel canto sui bambini N.D.A.] è una delle tante espressioni provocatorie utilizzate per riprendere il controllo degli insulti contro le persone LGBTQ”, stracciandosi però le vesti, al tempo stesso, per la stigmatizzazione del video da parte degli attivisti di destra americani. Chiaramente sono dichiarazioni privi di qualsivoglia sostenibilità logica, non si capisce per quale ragione una comunità che non voglia essere etichettata o stereotipata delle peggiori accuse – negli USA divisi dalle culture wars e dalle identity politics che oppongono visioni radicalmente ed esistenzialmente opposte e inconciliabili, le destre più radicali fanno spesso uso del termine groomers, adescatori -, faccia di tutto per rinforzare gli stessi stereotipi.

 

articolo completo: Altri orrori Lgbt, “Stiamo arrivando per i tuoi bambini”: l’inquietante canto al NY Pride (Video) (ilprimatonazionale.it)

Controllo sociale, la pericolosa affinità Cina-Big Tech

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di Nicola Porro

 

Il Festival del Libro di Nizza (Francia) ha avuto come tema una parola cara ai francesi, “Liberte’(s)”, e la prestigiosa presenza di Giuliano da Empoli in qualità di presidente. Abbiamo avuto l’occasione di intervistarlo a margine della presentazione del libro “Il Mago del Cremlino” e di conversare non tanto sul libro (peraltro molto interessante in quanto correlato all’attuale situazione in Ucraina), ma della sua visione sulla similitudine dell’approccio al controllo degli individui tra Cina e… Big Tech.

Inoltre, visto che era reduce da un incontro con Sam Altman, non abbiamo mancato di parlare della strana posizione del ceo di OpenAI sulla questione della “regolamentazione” dell’Intelligenza Artificiale.

Chi volesse ascoltare integralmente l’intervista, incluse le parti relative al libro e alla difficoltà dei rapporti tra Italia e Francia, troverà il podcast sul sito di Radio Nizza o in fondo a questo articolo.

Giuliano da Empoli è scrittore, presidente del think tank Volta, presidente del comitato scientifico dell’associazione Civita. In passato è stato consigliere del ministro dei beni culturali durante il Governo Renzi. Scrive regolarmente per Corriere della Serala RepubblicaIl Sole24Ore e il Riformista.

La vecchia Guerra Fredda

MARCO HUGO BARSOTTI: Nella presentazione di poco fa ha fatto un’osservazione che non avevo mai sentito: che l’approccio al controllo sociale della Cina e quello della Silicon Valley in qualche modo coincidono…

GIULIANO DA EMPOLI: Vero, ho accostato l’approccio cinese al controllo sociale con quello delle grandi aziende tecnologiche della Silicon Valley. Ma facciamo un passo indietro. La Guerra Fredda originale, quella tra il blocco occidentale e il blocco sovietico comunista, vedeva affrontarsi due concezioni dell’umanità e dell’essere umano.

Quella occidentale era l’idea dell’uomo, dell’individuo libero di esercitare le proprie preferenze, le proprie scelte e di seguire i propri gusti. Il che in qualche modo, senza quasi senza saperlo, produceva l’interesse collettivo, il benessere e lo sviluppo.

E poi invece c’era la concezione dell’uomo nuovo sovietico socialista: interamente dedito al benessere collettivo e che in qual che modo necessitava di valori nuovi che imponevano una  riformulazione o riformattazione dei valori umani.

Cina-Big Tech

Ebbene, oggi se si guarda la concezione del Partito Comunista Cinese e quella delle grandi aziende della Silicon Valley si scopre come in fondo abbiano la stessa concezione dell’umanità: quella di individui che possono essere misurati in tutte le loro preferenze, in tutti i loro comportamenti, in tutti i loro movimenti le loro aspirazioni.

Tutto può essere misurato e trasformato in un’enorme quantità di numeri (e di vettori con la IA, ndr) i quali poi possono essere analizzati per studiare le correlazioni.

MHB: Però difficile pensare che in Silicon Valley siano fan del sistema comunista…

GDE: Chiaramente nel caso cinese l’obiettivo è un controllo politico totalitario sulla popolazione, mentre nel caso della Silicon Valley l’obiettivo è di natura economica. Ma guardi che la concezione è un po’ la stessa, anche perché chi dispone di questi dati …

MHB: Ah, certo, come nel caso di Cambridge Analytica: non necessariamente il social network stesso…

GDE: Esattamente, chi dispone di questi dati può raggiungere determinati obiettivi e cercare di generare determinati comportamenti. Da questo punto di vista dobbiamo stare veramente molto attenti.

L’ipocrisia di Sam Altman

MHB: Lei ha avuto modo di conoscere Sam Altman di persona. Sam, che era reduce da una strana testimonianza al Senato Usa, dove con volto preoccupato chiedeva ai politici di regolamentare, forse di rallentare gli sviluppi della IA. Questo mentre contemporaneamente la sua stessa azienda continuava a sfornare novità basate su modelli di IA sempre più avanzati. Qualcosa non quadra, o sbaglio?

GDE: Ho avuto esattamente la stessa impressione. Trovo che sia una forma di vera ipocrisia che neppure gli uomini politici – diciamo – più cinici praticano su questa scala. Lui dice “Impeditemi di fare quello che sto facendo. Regolate la nostra industria altrimenti rischiamo di andare incontro a enormi catastrofi”.

È paradossale e a mio avviso non è neppure la verità. Molto diversa dalla linea storica di Google, che era più o meno “voi politici non ci capite nulla, meglio che ne restiate fuori”.

Penso che Microsoft (che possiede una quota importante di OpenAIndr) sia stata furba: chiede regolamentazioni sapendo che in realtà non arriveranno e così creano una posizione oligopolistica. Perché se vengono create leggi sulla base dei consigli di OpenAI queste taglieranno fuori la concorrenza.

E poi però mi dico: non voglio entrare nella filosofia dell’uomo, uno che tra l’altro ha creato OpenAI come no profit per poi trasformarla in un’azienda normale che vuole fare profitti.

Uno che cerca – a mio parere – di fare sia il magnate della tecnologia che il buono del settore. Uno che non vuole essere mischiato con gli altri, che magari pensa abbiano un’immagine pessima. Trovo umiliante che noi come società ci troviamo nella situazione di interrogarci sulle intenzioni e sui caratteri di questi personaggi. Dovremmo riuscire a mettere in piedi dei sistemi in cui questi personaggi devono attenersi ad una serie di regole e protocolli chiari, senza costringerci ad analizzare le loro intenzioni.

Anche se, guardandolo da un altro angolo, potrebbero pure esserci elementi genuini nel suo discorso. Forse possiamo interpretarlo come “io sono dentro una spirale nella quale per essere competitivo rispetto agli altri devo fare delle cose che se ci fosse un quadro regolamentare potrei fare diversamente, in modo più responsabile”.

Chi deve regolamentare?

MHB: Quindi dobbiamo spingere i politici a regolamentare il settore?

GDE: Forse in qualche modo l’Europa sta cercando di fare qualcosa (con il recente AI Act ndr). Francamente ritengo che quello che pensa Altman debba essere marginale: ci dovrebbero essere ben altri soggetti ad occuparsi di questi temi. Lo ripeto: chi regola non può essere lo stesso soggetto di chi crea questa tecnologia.

Anche se… se guardo il panorama politico oggi mi pare che la maggior parte dei responsabili, quando lo incontra, ha più che altra voglia di prendersi un selfie con lui, questo è il massimo al quale si arriva: temo che la sfida che abbiamo davanti sia abbastanza grande.

Due concetti chiave stanno riempiendo le agende degli imprenditori: la competitività del business e la sostenibilità dell’impresa. Due dimensioni che rischiano di apparire in contrasto, se non si tiene conto degli effetti sulle relazioni con gli istituti finanziari, con i propri clienti e in generale sul posizionamento di mercato dell’azienda.

È proprio da questa visione che ha preso il via Open-es, l’alleanza tra mondo industriale, finanziario ed istituzionale per supportare tutte le imprese nel connettere la competitività e sostenibilità del proprio business. Banche, imprese, associazioni, service provider, uniti per offrire a tutte le aziende una piattaforma digitale e gratuita per misurare, migliorare e valorizzare il proprio profilo ESG.

Questo è infatti ormai il “codice segreto”, ESG, in cui nonostante l’ordine dei fattori, la dimensione chiave per un’azienda moderna è rappresentata proprio dall’ultima lettera, la Governance. Governance significa individuare opportunità e rischi, definire priorità e azioni concrete e monitorarne i progressi e gli impatti sui risultati aziendali.

Consapevoli di questo sempre più imprese si stanno unendo a Open-es, una community collaborativa di più di 12.000 realtà che oltre alle funzionalità della piattaforma hanno a disposizione momenti di confronto, condivisione best practice e formazione sul campo. Agli imprenditori serve concretezza, un linguaggio semplice e per comprendere come collegare gli aspetti ESG con la propria strategia di Business. La piattaforma Open-es è stata pensata proprio per questo! Gli istituti finanziari e i principali gruppi industriali hanno un ruolo chiave in questa sfida e grazie all’evoluzione tecnologica e ai modelli di integrazione è sempre possibile trovare una soluzione per collaborare. La “call to action” di Open-es è aperta a tutti, un’occasione unica per il nostro sistema per unire le forze a favore delle imprese e affrontare questo percorso nell’unico modo possibile: Insieme!

Mal di Francia: separatismo islamista e un presidente solo chiacchiere

Giulio Meotti: 150 enclave, pezzi di città dove vige un mix di banditismo e islamismo e la Sharia è imposta ufficiosamente. Ma in questi anni Macron non ha fatto nulla

Ancora alta la tensione in Francia dopo giorni e notti di violenza e devastazione. Cosa sta succedendo? Quali le cause delle rivolte? Come valutare la risposta dell’attuale presidente Emmanuel Macron? A queste domande abbiamo provato a dare una risposta con Giulio Meotti, giornalista de Il Foglio, saggista e scrittore.

La cattiva coscienza dei media

TOMMASO ALESSANDRO DE FILIPPO: Quali sono le cause delle rivolte in corso in Francia? A cosa dobbiamo la tardiva e limitata copertura mediatica degli eventi?

GIULIO MEOTTI: Tutto quel che negativamente riguarda immigrazione, multiculturalismo ed islam viene trattato con imbarazzo nei nostri media, perché ne mette in discussione la coscienza. La copertura dei tg è grottesca: i rivoltosi sono descritti come “manifestanti” e le scene più traumatiche (come quelle relative ai linciaggi in corso sui poliziotti) non vengono trasmesse. Del resto, il tentativo dei media mainstream di occultare la verità è un vecchio vizio.

Il mio giudizio in merito a quanto sta avvenendo? Semplicemente drammatico! La Francia vive un fenomeno di disintegrazione. Siamo al quarto giorno di rivolte che appaiono molto diverse da quelle avvenute nel 2005 (in quell’anno rimasero circoscritte alla città di Parigi, ora avvengono in tutto il Paese) e rappresentano un attacco allo Stato nazionale, dato che vengono bruciati anche edifici pubblici, municipi, biblioteche e stazioni di polizia.

Islamizzazione incontrastata

TADF: Cosa determina questi avvenimenti in Francia in maniera carsica ma costante? Perché le rivolte non si placano?

GM: Ad un certo punto si placheranno, ma non sappiamo se uno stop arriverà stasera o tra diversi giorni. Il problema della Francia è insito nel fenomeno dell’islamizzazione del suo territorio, avanzato per decenni incontrastato.

Secondo analisi ufficiali dei servizi segreti interni, Oltralpe esistono circa 150 enclave: pezzi di città dove vige una sorta di mix tra banditismo ed islamismo. La Sharia viene imposta attraverso la cacciata degli ebrei, il rispetto del vestiario per le donne (aumentano i veli, spariscono le minigonne) e l’imposizione del cibo Halal nelle macellerie e nelle mense scolastiche.

Addirittura ci sono caffè per soli uomini ed il tutto avviene in maniera ufficiosa, dato che per ovvie ragioni sarebbe legalmente vietato. In Francia hanno concesso ad una civiltà differente di inserirsi nel territorio senza neanche chiedersi se le sue abitudini sociali e religiose fossero compatibili con la legge nazionale.

La debolezza di Macron

TADF: Il presidente Macron ha assecondato questo processo negli anni per ragioni politiche ed elettorali. Come pensa reagirà adesso? Che difficoltà rischia di affrontare se non placa le rivolte?

GM: Macron a parole si dimostra capace di affrontare ogni tema: cita il separatismo islamico, la legge islamica, il saper “vivere insieme” delle differenti comunità. Discorsi e concetti di indubbio spessore culturale. Il suo problema è quello di essere un debole nell’azione, essendo di formazione un tecnocrate e banchiere incapace di fronteggiare simili temi attivamente.

La sua debolezza strutturale non aiuta il Paese: non dichiara lo stato d’emergenza (almeno per ora) e si dimostra incapace di gestire la sicurezza dei cittadini. Per fermare e fronteggiare il fenomeno dell’islamizzazione negli anni della sua presidenza non ha fatto praticamente nulla ed i risultati si vedono.

Differenze con le rivolte Usa

TADF: Quali sono le analogie e le differenze tra quel che accade in Francia e le rivolte targate Black Lives Matter del 2020 negli Stati Uniti?

GM: Con gli Stati Uniti l’analogia è insita nella questione razziale, dato che notiamo il tentativo di “etnicizzare” lo scontro. Nel caso francese si aggiunge la questione islamica, assente in America. Le rivolte si saldano al tema delle “terze e quarte generazioni”: c’è un fenomeno di rivendicazione identitaria e religiosa assente negli altri Stati.

In Italia siamo indietro di decenni rispetto a questa problematica e rischiamo di arrivare alla stessa condizione tra venti o trent’anni. I Paesi non sono allineati nelle condizioni, piuttosto nella sfida da fronteggiare.

La nomina del generale Francesco Paolo Figliuolo a commissario straordinario per la ricostruzione post-alluvione in Emilia Romagna dimostra come l’ombra del governo Draghi si allunghi anche su quello presieduto da Giorgia Meloni.

Discontinuità incompleta

Chi, dopo le elezioni, si attendeva una netta discontinuità rispetto all’Esecutivo di unità nazionale (ribattezzato improvvidamente come il “governo dei migliori”) è rimasto un po’ deluso. Già nei scorsi mesi abbiamo avuto modo di sottolineare le titubanze e le incertezze del ministro Orazio Schillaci, che stenta ad affrancarsi del tutto dalle rigide politiche speranziane.

Ora, il ritorno di Figliuolo in ruolo così importante rappresenta, da parte della nuova maggioranza, una sorta di riconoscimento del suo operato nella fase pandemica. È vero che due partiti della maggioranza sostenevano il governo Draghi ma è altrettanto innegabile che l’attuale governo aveva promesso di archiviare definitivamente la stagione dell’emergenza sanitaria.

Invece, ci ritroviamo con le mascherine ancora obbligatorie in determinati contesti e con Figliuolo di nuovo commissario. La sgrammaticatura politica è evidente per quanto la notizia non abbia avuto molta risonanza sui media, schiacciata dagli sviluppi del conflitto in Ucraina e dalle solite polemiche pretestuose imbastite da un’opposizione in cerca di una bussola per orientarsi.

Sostenitore del Green Pass

In mancanza, ci ha pensato Beppe Severgnini sul Corriere della Sera a magnificare le imprese del generale, un uomo che “trova romantica la logistica” e che sa ascoltare. Sulla logistica non sapremmo dire, quanto all’ascolto c’è da esprimere qualche dubbio visto che, da commissario per l’emergenza sanitaria, fu uno dei più accaniti sostenitori di uno strumento coercitivo come il Green Pass.

I cittadini hanno capito che si lottava per la sopravvivenza”, disse durante il Meeting di Rimini dello scorso anno. Certo, senza carta verde, non si portava letteralmente il pane a casa. Ergo, si trattava di sopravvivere innanzitutto dal punto di vista economico e di assicurarsi un minimo di libertà di movimento.

Tra l’altro, in quell’occasione, mostrò pure un certo fastidio verso chi aveva messo in dubbio i dogmi sanitari: “Sono stati fatti molti dibattiti che potevano anche essere non fatti”. Un’idea della democrazia un po’ particolare quella in cui sono permesse solo le discussioni gradite al generale Figliuolo che, a un certo punto, voleva recarsi “casa per casa” per convincere i recalcitranti. Ma tant’è, nell’era pandemica ne abbiamo sentite di tutti i colori.

Sui vaccini smentito dai fatti

Il problema è che Figliuolo entrò un po’ troppo nella parte, non limitandosi a organizzare gli hub vaccinali ereditati dalla gestione Arcuri ma assunse un ruolo politico con ripetute esternazioni più che discutibili: “Quando raggiungeremo il 90 per cento della popolazione vaccinata e se i comportamenti continueranno a essere responsabili, ci potrebbe essere un allentamento delle misure”. Come abbiamo poi visto, neppure il 100 per cento di inoculazioni sarebbe servito a creare la famosa immunità, perché il virus nelle sue infinite mutazioni e varianti bucava impietosamente il vaccino.

A rileggere oggi affermazioni di un paio di anni fa c’è da sorridere, seppure amaramente. Allora, risulta ancora più beffardo il ritorno del generale per mano, peraltro, di un governo la cui maggiore forza politica aveva aspramente criticato l’approccio autoritario alle questioni sanitarie.

Il problema non è la mimetica

Tornando al panegirico di Severgnini, si ricorda pure il disagio di Michela Murgia per l’uomo in divisa a cui era stato affidato un incarico civile. Be’, mai nulla obiettò la Murgia a proposito delle normative liberticide imposte agli italiani. Il problema, dunque, non era la mimetica ma l’atteggiamento draconiano che ha contagiato un po’ tutti.

Con una vena di sentimentalismo, Severgnini – che ha già scritto un libro a quattro mani con Figliuolo – ci informa che il generale è diventato nonno da nove mesi. Così, quando si intrattengono nelle loro conversazioni, parlano dei rispettivi nipoti: “Gli italiani di domani, quelli che dovranno raddrizzare un Paese che noi sessantenni abbiamo lasciato crescere un po’ storto”. Nel frattempo, seguendo la logica severgniniana, il Paese si allontanerà ancor di più dalla retta via fin quando i nonni non lasceranno spazio ai nipoti. E fin quando esisteranno uomini per tutte le stagioni e per tutte le emergenze

 

Aricolo completo: Controllo sociale, la pericolosa affinità Cina-Big Tech (nicolaporro.it)

No, caro Mengoni, la famiglia non può essere un’opinione. E’ l’elemento fondamentale di ogni società

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di Marco Battistini

 

Roma, 22 giu – Continua a far discutere la decisione presa dalla Procura di Padova di impugnare trentatré atti di nascita registrati negli ultimi sei anni dal locale sindaco di centro-sinistra Sergio Giordani. Nel caso specifico che ha sollevato il vespaio di polemiche – quello della prima raccomandata fatta recapitare a una coppia omossesuale – viene confermato quanto previsto dalla legge, ossia che i documenti attestanti la presenza di due mamme (o due papà, non farebbe differenza) sono illegittimi. L’ultimo in ordine di tempo a rendere pubblica la propria opinione in merito è stato Marco Mengoni. Il due volte vincitore del Festival di Sanremo – nel 2013 e nello scorso febbraio – proprio dal palco della città patavina tiene a farci sapere che, a suo dire, “dovrebbe essere proibito decidere cosa sia famiglia”.

Una questione semantica

Il cantante continua poi collegandone il significato esclusivamente all’amore e agli insegnamenti, dandone una definizione ologrammatica: “Può essere chiunque famiglia”. Ovviamente non è così e sebbene il significato del termine italico (derivante dal latino famĭlia) possa nel tempo aver abbracciato forme – per così dire – diverse, con tale parola si indica quella specifica comunità umana elemento fondamentale di ogni società. Le strutture famigliari di oggi sono differenti da quelle dei nostri nonni e – con ogni probabilità – in futuro i nostri nipoti dovranno fare i conti con legami ancora diversi.

Convivenza, parentela, affinità: da qualunque lato la si voglia guardare trattasi di gruppo sociale – per dirla con la Treccani – caratterizzato da residenza comune, cooperazione economica e riproduzione.

Biologia e tecnica

Particolare non da poco, quest’ultimo. Perché ancora la perpetuazione della specie – fine ultimo anche di un popolo – è garantita solo dall’incontro tra uomo e donna. Ergo, con tutte le possibili particolarità (divorzi, affidi, adozioni: in ogni caso di padre, madre e figli stiamo parlando) l’odierno concetto di famiglia, pur assumendo varie sfumature, rimane ben delineato. Piccola provocazione. E se un domani la tecnica dovesse permettere il concepimento per mezzo di metodologie a oggi impensabili? Non esiste il bene o il male in senso assoluto: forti di una centrata – e imprescindibile – concezione del mondo, il nostro dibattito politico dovrà valutare il “problema” a 360 gradi – vedere, ad esempio, alla voce denatalità.

Caro Mengoni, la famiglia è una parola fondante

Non è mai stata solo una questione di amore e di insegnamento quindi. C’è molto, molto di più. Dalla patriarcale alla nucleare si è trasformata, ma nel corso della storia sempre di famiglia naturale – o biologica – si è trattato. Ecco perché il termine “tradizionale”, tanto caro a certi ambienti, risulta realmente fuorviante nell’economia del dibattito.

Come tutte le parole potenti anche il vocabolo in questione negli ultimi tempi sta subendo quel processo per cui un termine, nel diventare onnicomprensivo, tende a perdere il proprio significato. Ma non (ancora) la propria forza: nell’era del tutto e subito, nel tempo delle mille giravolte, parlare di famiglia rimane una visione di lungo periodo, termine fondante non soggetto a interpretazioni. Tutto il resto, per favore, chiamatelo con un altro nome.

 

Articolo completo: No, caro Mengoni, la famiglia non può essere un’opinione. E’ l’elemento fondamentale di ogni società (ilprimatonazionale.it)

Sorpresa, gli americani si sono stufati della propaganda Lgbt: ecco i dati che smascherano l’ipocrisia correct

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Di Valerio Savioli

 

Roma, 5 giu – Il 71% degli americani è convinto che ci siano solo due generi. Maschile e femminile, per chi fosse distratto. Questo dato è da considerarsi sorprendente soltanto se si rimane nell’ottica comunicativa predominante, quella del cosiddetto comparto mainstream, ossia del conglomerato mediatico che riassume in sé tutti i principali dogmi – perché di questo si tratta – del sistema progressista politicamente corretto. I dati raccolti dal prestigioso ente di ricerca Rasmussen dimostrano, ancora una volta, quanto possa essere efficace l’operazione di distorsione della realtà, o del suo percepito. Sono dati che ci rivelano quanto la propaganda Lgbt non piaccia ai cittadini americani.

Propaganda Lgbt, le risposte ai quesiti svelano il volto nascosto: quello della realtà

Alla domanda “sei d’accordo che esistano due generi. Uno maschile e uno femminile?” il 71% degli intervistati ha risposto affermativamente, rispetto al 23% in disaccordo, di cui solo il 10% di quest’ultimi in netto disaccordo. Dato impressionante rispetto a quanto propagandato quotidianamente dall’intero apparato mediatico, culturale, politico ed economico americano-occidentale.

Il sondaggio si fa sempre più interessante man mano che si scava. Se il responso è pressoché equivalente tra uomini e donne, è tra i più giovani che arrivano riscontri a sorpresa: nella fascia che va dai 18 ai 39 sono ben il 63% a concordare che esistano, solo, due generi, mentre a discordare sono il 29% e di questi soltanto il 16% è fortemente renitente ad accettare che esistano solo due generi.

Molto interessante anche il riscontro legato alle appartenenze politiche dichiarate. Se tra i repubblicani vince nettamente (72%) l’opinione di coloro che sostengono che esistano due generi, quello che dovrebbe far travalicare l’intero apparato progressista è il riscontro dell’elettorato democratico: il 67% è sulla stessa linea dei repubblicani.

Terapia ormonale e cambio di sesso per i minori

La questione del cambio di sesso dei minori è un altro terreno di scontro negli Usa, dove molti stati hanno deciso di bandire la pratica dalla loro giurisdizione. Si pensi al solo caso del Tennessee, di cui abbiamo parlato, e alla successiva strage di Nashville, ad opera della transessuale Audrey Hale della quale ancora stiamo aspettando la pubblicazione del famoso manifesto, ad oggi nelle mani dell’FBI.

Al quesito “alcuni stati hanno recentemente approvato leggi che rendono illegale la somministrazione della hormone replacement therapy (erapia ormonale per bloccare la pubertà spesso utilizzando il farmaco Triptorelin) ai minori. Siete d’accordo o in disaccordo con queste decisioni?” Il 59% degli intervistati si è detto concorde a fronte del 37% del campione. Ma la cosa più interessante è che lo stesso quesito era stato posto anche a febbraio e la quota di intervistati a favore delle leggi che rendono illegale la terapia è salita del 5% in soli quattro mesi.

Secondo Mark Mitchell, capo analista della Rasmussen Report, la ragione potrebbe stare anche nell’iniziativa di boicottaggio ai danni della campagna pubblicitaria iperprogressista della birra Bud Light la quale, come noto, ha assunto il trans Dylan Mulvaney. Insomma, per ironia della sorte sembra essere la stessa campagna pubblicitaria delle grandi corporation pro-trans come la titanica Anheuser-Busch (e la recentissima Target) a sortire, nell’elettorato americano, un immediato riscontro di rigidità e repulsione nei confronti delle “sorti magnifiche e progressive”.

L’istituto sondaggistico continua ad affondare le mani nella melma e vuole saperne di più in merito alle operazioni chirurgiche per il cambio di sesso. “Alcuni stati hanno approvato leggi che rendono illegale il cambio di sesso, tramite intervento chirurgico, per i minori. Siete d’accordo o in disaccordo con queste leggi?” Il 62% degli intervistati è favore delle suddette leggi restringenti, rispetto a un 30% sfavorevole. Una maggioranza schiacciante. Anche in questo caso, rispetto a quattro mesi prima, il balzo in favore del restringimento giuridico è di ben quattro punti. Estrapolando i dati di affiliazione partitica, anche in questo caso, si nota la preponderante presa di posizione dei repubblicani (73%) e il sorprendente 56% dei democratici. A fronte di tutto questo solamente il 20% dell’elettorato liberal è fortemente contrario alla messa fuori legge delle operazioni di cambio sesso per i minori.

Il concetto di libertà personale, come ben noto, è un caposaldo costituzionale ed esistenziale dell’americano medio e le istanze progressiste hanno portato al centro anche la questione del consenso genitoriale di fronte all’incedere dell’agenda gender entro le scuole. E’ sempre Rasmussen a offrirci una prospettiva disvelatrice. Al quesito “le scuole e gli insegnanti dovrebbero essere autorizzati a consigliare gli studenti sulla loro identità sessuale e di genere senza la conoscenza e il consenso dei genitori?”, il no prevale per il 60%. Anche in questo caso la doppia faccia dei liberal si svela: il 44% dei democratici è contraria. Pietra tombale finale sull’ipocrisia di un mondo che, ad ogni latitudine, è ancora convinto di una inconcepibile superiorità morale. Ci si chiede chi o cosa li abbia mai convinti. Complessi di inferiorità ed egemonia economico-culturale potrebbero giocare un ruolo decisivo. Restiamo in attesa di un sondaggio Rasmussen in merito.

Infine, è molto interessante il dato etnico-razziale in cui si evince che il 64% dei neri è nettamente contrario alla propaganda LGBTQ+ nelle scuole, a fronte di un esiguo 16% a favore. Il discorso cambia tra i bianchi in cui a fronte di un compatto 60% contrario, risulta essere più nutrita la componente favorevole: 26%.

Stiamo assistendo a un evidente cambio della pubblica opinione americana riguardo il transgenderismo. Difficile dire quanto questo irrigidimento possa durare, che il combinato disposto di wokeness e interessi economici, nel suo bulimico incedere, possa aver sortito un effetto imprevisto rientra nell’ordine naturale delle cose, rimane da capire come l’intero comparto neo-progressista radicale voglia riposizionarsi. Una cosa è certa: la realtà non è un film della Disney. Indipendentemente dalle favole che ci raccontano.

 

Articolo completo: Sorpresa, gli americani si sono stufati della propaganda Lgbt: ecco i dati che smascherano l’ipocrisia correct (ilprimatonazionale.it)

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