Preghiera per le vittime delle Foibe

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Segnalazione del Centro Studi Federici

O Dio, Signore della vita e della morte, della luce e delle tenebre, dalla profondità di questa terra e di questo nostro dolore noi gridiamo a Te. Ascolta, o Signore, la nostra voce. “De profùndis clamàvi ad te, Dòmine; Dòmine, exàudi vocem meam”.
 
Oggi tutti i Morti attendono una preghiera, un gesto di pietà, un ricordo di affetto. E anche noi siamo venuti qui per innalzare le nostre povere preghiere e deporre i nostri fiori, ma anche apprendere l’insegnamento che sale dal sacrificio di questi Morti. E ci rivolgiamo a Te, perché Tu hai raccolto l’ultimo loro grido, l’ultimo loro respiro.
 
Questo calvario, col vertice sprofondato nelle viscere della terra, costituisce una grande cattedra, che indica nella giustizia e nell’amore le vie della pace.
 
In trent’anni due guerre, come due bufere di fuoco, sono passate attraverso queste colline carsiche; hanno seminato la morte tra queste rocce e questi cespugli; hanno riempito cimiteri e ospedali; hanno anche scatenato qualche volta l’incontrollata violenza, seminatrice di delitti e di odio.
 
Ebbene, Signore, Principe della Pace, concedi a noi la Tua pace, una pace che sia riposo tranquillo per i Morti e sia serenità di lavoro e di fede per i vivi.
 
Fa che gli uomini, spaventati dalle conseguenze terribili del loro odio e attratti dalla soavità del Tuo Vangelo, ritornino, come il figlio prodigo, nella Tua casa per sentirsi e amarsi tutti come figli dello stesso Padre.
 
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il Tuo Nome, venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà.
 
Dona conforto alle spose, alle madri, alle sorelle, ai figli di coloro che si trovano in tutte le foibe di questa nostra triste terra, e a tutti noi che siamo vivi e sentiamo pesare ogni giorno sul cuore la pena per questi Morti, profonda come le voragini che li accolgono.
 
Tu sei il Vivente, o Signore, e in Te essi vivono. Che se ancora la loro purificazione non è perfetta, noi Ti offriamo, o Dio Santo e Giusto, la nostra preghiera, la nostra angoscia, i nostri sacrifici, perché giungano presto a gioire della splendore del Tuo volto.
 
E a noi dona rassegnazione e fortezza, saggezza e bontà. Tu ci hai detto: “Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia, beati i pacificatori perché saranno chiamati figli di Dio, beati coloro che piangono perché saranno consolati, ma anche beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati in Te, o Signore, perché è sempre apparente e transeunte il trionfo dell’iniquità.
 
O Signore, a questi nostri Morti senza nome, ma da Te conosciuti e amati, dona la Tua pace. Risplenda a loro la luce perpetua e brilli la Tua luce anche sulla nostra terra e nei nostri cuori. E per il loro sacrificio fa che le speranze dei buoni fioriscano.
 
Domine, coram te est omne desiderium meum et gemitus meus te non latet. Amen
 
Mons. Antonio Santin, Arcivescovo di Trieste-Capodistria, 1959.
 

Don Bonifacio, vittima dei comunisti titini

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Biografia di don Francesco Bonifacio (Pirano, 7 settembre 1912 – 11 ? settembre 1946)
Francesco nasce a Pirano il 7 settembre 1912 da Giovanni Bonifacio e Luigia Busdon. È secondogenito di sette tra fratelli e sorelle. La famiglia, semplice e povera, vive in decorosa modestia, in intensa laboriosità e in sereno abbandono al Signore. La chiesa di San Francesco, officiata dai frati francescani conventuali, è il centro della loro vitacomunisti religiosa.
Qui Francesco viene preparato ai sacramenti ed è chierichetto assiduo ed esemplare. D’estate, durante le vacanze, frequenta l’oratorio Domenico Savio detto «I salesiani» e il circolo San Giorgio, prima come aspirante e poi come effettivo di Azione cattolica. La confessione settimanale e la comunione quotidiana ritmano la sua vita. Avverte così fin da piccolo la vocazione al sacerdozio. Incoraggiato dal parroco monsignor Giorgio Maraspin, entra nel seminario interdiocesano minore di Capodistria nel 1924.
La sua vita di seminarista è caratterizzata da obbedienza ai superiori, rispetto, ma anche riservatezza con i condiscepoli, disponibilità ad aiutare tutti, apertura all’amicizia.
Nel 1932, compiuti gli studi ginnasio-liceali a Capodistria, frequenta il seminario teologico centrale di Gorizia. Trascorre poi parte degli ultimi anni del quadriennio teologico a Capodistria, come prefetto di disciplina, ma in sostanza come amico di tanti giovani.
Monsignor Carlo Magotti, arcivescovo di Gorizia e amministratore apostolico di Trieste e Capodistria, gli conferisce il 27 dicembre 1936, nella cattedrale di San Giusto, l’ordine sacerdotale. Il 3 gennaio 1937, percorsa Carrara di Raspo addobbata a festa e invasa dalla popolazione, si reca nel duomo di San Giorgio di Pirano dove celebra la sua prima messa solenne.
Il suo primo breve incarico pastorale si svolge nella stessa Pirano. Quanti lo conoscono notano in lui, dopo l’ordinazione, quasi una trasformazione fisica che suscita richiamo ed esercita fascino.
L’1 aprile 1937 viene nominato da monsignor Margotti sussidiario capitolare, vicario corale e cooperatore a Cittanova, dove rimane circa due anni. Si inserisce rapidamente nella vita cittadina. Il suo impegno pastorale si svolge nella chiesa, nell’insegnamento del catechismo, nel contatto con i giovani (Azione cattolica giovanile, filodrammatica, attività ricreative), nei rapporti con la gente comune (pescatori, agricoltori, anziani, ammalati, poveri).
Il suo trasferimento nel 1939 è un duro «calvario» per lui, per i giovani e per la gente. L’1 luglio, infatti, viene nominato, da monsignor Antonio Santin vescovo di Trieste e Capodistria, cappellano esposto nella curazia di Villa Gardossi.
La curazia conta circa 1300 anime, è costituita da tante piccole frazioni o casolari sparsi su di un territorio collinare tra Buie e Grisignana, disteso a semicerchio sui tre crinali che dal monte Cavruie degradano fino a Baredine, Punta e Luzzari. Qui don Francesco si stabilisce con la mamma, il fratello Giovanni, la sorella Romana e, temporaneamente d’estate, la nipote Luciana Fonda.
Il suo impegno pastorale si estende sistematicamente a tutta la realtà parrocchiale. A piedi (talvolta in bicicletta), ogni pomeriggio, raggiunge le frazioni più lontane e i casolari più remoti. Insegna la dottrina a gruppi di bambini nei luoghi più isolati, nei cortili, nelle aie, nelle cucine coloniche. Visita le case dei poveri, portando qualche aiuto sottratto perfino al modesto desco familiare; bussa con il bastone alle porte degli anziani e degli ammalati, chiede notizie dei sofferenti. La sua parola disadorna, semplice ma efficace, piace alla gente.
Mantiene contatti costanti, fin che le condizioni ambientali lo consentono, con il vescovo. Coltiva i rapporti anche con i confratelli preti delle parrocchie vicine di Buie, Cittanova, di Grisignana, di Veteneglio e di Villanova di Quieto. Ogni sabato e vigilia di festività, con qualunque tempo, si reca a Buie per confessare.
La guerra, scarsamente avvertita prima, investe l’Istria a partire dal 1943. Dopo l’insurrezione popolare, caotica e sanguinosa, seguita all’armistizio dell’8 settembre 1943, dopo la l’occupazione dell’Istria da parte dei tedeschi, Villa Gardossi, con le sue case sparse sulle colline boscose, diventa un rifugio ideale per i partigiani e quindi luogo privilegiato di scontro fra le parti contendenti. La popolazione civile si trova stretta fra il movimento popolare di liberazione slavo (O.F. cioè Osvobodilna Fronta) da un alto e i tedeschi con le forze collaborazioniste (della Rsi, ndr) dall’altro (piccole guarnigioni locali e la cosiddetta «stazione X» a Buie).
Don Francesco affronta con coraggio e determinazione la difficile e pericolosa situazione che si è creata. Si prodiga per soccorrere tutti (italiani e slavi), si interpone tra le parti in lotta per aiutare amici e nemici, per impedire esecuzioni sommarie, per dare sepoltura cristiana a quanti sono vittime dell’odio e delle vendette più feroci, per difendere le case e le proprietà dai saccheggi e dalla distruzione, per ospitare, a rischio della vita, fuggiaschi e sbandati.
Finita la guerra ufficiale, tornano a casa i superstiti dei campi di prigionia e dei vari fronti, ma inizia l’epoca delle vendette e degli odi etnico-nazionali. Le foibe diventano permanente, macabra e terrorizzante minaccia. Si profila l’incubo dell’esilio forzato. Iniziano gli anni difficili dell’insediamento dell’amministrazione jugoslava con l’acquisizione e l’applicazione teorico-pratica del comunismo sovietico contro la religione, la chiesa, i sacerdoti e i fedeli.
La propaganda antireligiosa e materialista in Istria viene sostenuta e diffusa a ogni livello; gli atti antireligiosi e le limitazioni alla pratica religiosa sono innumerevoli. Essi raggiungono il culmine con l’aggressione e il ferimento del vescovo monsignor Santin, di altri sacerdoti e con l’uccisione di Miro Bulešić a Lanischie nel 1947. 
Con l’occupazione slavo-titina anche la vita di Villa Gardossi muta radicalmente. Le autorità popolari, attivamente fiancheggiate anche da alcuni paesani, costituiscono comitati popolari, organizzano conferenze e comizi ideologicamente caratterizzati, intimidiscono quanti si dimostrano circospetti o incerti rispetto alla nuova realtà: controllano la società paesana attraverso una rete di informatori, riservano sinistre e minacciose attenzioni a don Francesco e ai fedeli, cercano di coinvolgerlo nell’appoggio alle liste di proscrizione dei presunti «criminali fascisti» e ai disegni annessionistici jugoslavi, frappongono crescenti difficoltà al libero esercizio del ministero sacerdotale.
Don Francesco avverte con chiarezza la mutata situazione, ma riprende con nuovo vigore la sua paziente e saggia opera pastorale. Quanto più si vede impacciato o impedito nell’esercizio del suo ministero, tanto più si prodiga per escogitare nuove formule organizzative e modalità operative: organizza gli incontri catechestici di casa in casa, riunendo più famiglie; convoca le riunioni formative dell’Azione cattolica in chiesa, lasciando le porte ben spalancate perché tutti possano vedere e udire.
La predicazione di don Bonifacio, sempre controllata ed equilibrata, con scarni e labili riferimenti a situazioni e personaggi concreti, ma non astratta e generica, consente di cogliere alcuni aspetti salienti della vita socio-politica del momento e precisi segnali di un tragico e imminente futuro. La sua fermezza, la sua dedizione, il suo prestigio, la sua capacità di leadership (riesce a «polarizzare intorno a sé tutta la popolazione»; la gioventù del paese «non segue la propaganda di ateismo e le iniziative del regime» ma «è con lui») sono avvertiti con disappunto dalle autorità popolari. Egli è a tutti gli effetti un prete «scomodo», un pastore dal grande ascendente spirituale, un supposto oppositore («difende coraggiosamente la fede della sua gente dall’ateismo che vogliono imporre») e «un ostacolo» intollerabile al progresso dell’ideologia comunista da eliminare. Di lui si parla spesso nelle riunioni del partito comunista e fra gli attivisti. L’OZNA del Buiese, infine, decide di procedere al suo arresto e a quello dei parroci di Grisignana e di Villanova del Quieto.
Don Francesco, avvertito del grave pericolo incombente e consapevole della gravità della situazione, ne parla con i suoi confratelli preti («mi stanno spiando»; «qualche cosa di male può accadermi») e al vescovo monsignor Santin a Trieste («i capi comunisti mi fanno difficoltà e mi minacciano»). Egli, tuttavia, consapevole di avere aiutato in ciò che poteva tutti, di non aver fatto nulla di male, ma solo il suo dovere, e di non avere conseguentemente nessun motivo di temere, sceglie di rimanere al suo posto perché «mai avrebbe abbandonato» i suoi fedeli ma «sarebbe morto in mezzo a loro» come un martire. La testimonianza cristiana, per don Francesco, è radicale e prevede anche la reale prospettiva del martirio «se sarà necessario».
L’11 settembre 1946 don Francesco, dopo un breve riposo pomeridiano, imbocca a piedi la «strada regia». Alle sedici si ferma a Peroi per ordinare la legna per la casa e poi prosegue verso Grisignana per la confessione. L’incontro con don Giuseppe Rocco dura alcune ore. Gli parla della difficoltà della sua curazia, della necessità di restar fedele al ministero, di accostarsi regolarmente alla confessione, di affidarsi al direttore spirituale, di seguire i consigli dell’Unione apostolica del clero.
Dopo una breve sosta in chiesa, don Rocco propone al confratello di pernottare a Grisignana; al suo diniego lo accompagna fino al cimitero di San Vito. Qui, separandosi, vedono alcune guardie popolari che escono dal cimitero. Don Rocco «raccomanda (al confratello) di andare presto a casa». Egli scegli la strada più breve per Villa Gardossi e arriva a Radani. Qui, come confermato da parecchi testimoni, viene avvicinato e fermato da due o quattro guardie popolari o soldati della polizia jugoslava. Poi, tutti assieme, dopo un «parlare concitato», si allontanano e spariscono nel bosco. Alcuni paesani che tentano di avvicinarsi al gruppetto vengono «cacciati via e minacciati». Le guardie che arrestano don Francesco sono conosciute e riconosciute dai paesani in base alla convergente testimonianza di parecchie persone.
L’11 settembre sera, non vedendolo rientrare, i familiari cominciano ad allarmarsi. Il fratello Giovanni con altri compaesani rifà il percorso verso Grisignana per rintracciare il prete e soccorrerlo nel caso di bisogno. All’avanzare dell’oscurità, le ricerche vengono sospese. Il 12 settembre mattina la notizia del fermo si diffonde rapidamente in paese, e viene confermata da più parti. Il fratello Giovanni, insieme a un amico, si reca prima al comando della polizia di Grisignana e poi a Peroi dalla sorella di una delle guardie riconosciute dai testimoni, ottenendo però solo risposte vaghe, reticenti e contraddittorie.
Nel frattempo si continuano le ricerche ispezionando i boschi della zona senza trovare alcuna traccia utile. Il 13 settembre Rocco Fonda, cognato di don Francesco, si reca dl comando della difesa popolare di Buie ottenendo ancora risposte evasive. Il 14 settembre il fratello Giovanni interpella il comando dell’OZNA di Buie senza alcun risultato, ma venendo arrestato per falso e trattenuto in carcere per tre giorni. La mamma Luigia rimane ancora un anno a Villa Gardossi, continuando le ricerche del figlio, anche al tribunale del popolo di Albona, ma senza risultato. Poi, con gli altri familiari, si trasferisce a Trieste.
In paese, intanto, si diffonde il terrore e l’intimidazione. Nessuno parla più della questione. Ancora negli anni Settanta è pericoloso occuparsi del caso Bonifacio.
Don Francesco scompare l’11 settembre 1946 e della sua morte, sicuramente violenta, non si conosce nessun particolare certo, ma solo notizie parziali, reticenti o contraddittorie. Egli sarebbe stato ucciso la notte stessa dell’arresto, attraverso modalità incerte. Anche il destino del cadavere sarebbe incerto: cremazione, infoibamento (qualche voragine della zona, foiba di Martines a Grisignana, foiba di Pisino), sepoltura.
Don Francesco, uomo mite e pacifico, «alieno da qualsiasi manifestazione di parzialità per ragioni nazionalistiche», sociali o politiche, «paga per tutti l’odio a Dio e «alla chiesa», viene ucciso «esclusivamente per il fatto di essere un sacerdote molto zelante nel suo ministero», «trova la morte solo nell’odio che i comunisti hanno verso il prete come tale». Egli è un autentico martire ucciso, vittima di odio efferato, per la fede». Il suo è «un martirio autentico in odium fidei».
Il 21 febbraio 1957 la sacra Congregazione dei Riti autorizza il vescovo di Trieste monsignor Antonio Santin a istruire il processo per la beatificazione di don Francesco Bonifacio. (…) Nella cripta del santuario Maria Madre e Regina di Monte Grisa (Trieste), il vescovo Santin dettava questa lapide: Presso questo altare che Pirano / erige in onore del suo patrono, / arda come fiamma / la memoria del suo giovane sacerdote / Francesco Bonifacio / trucidato l’11 settembre 1946 / in odio a Dio e al suo sacerdozio santo.
I triestini e gli istriani (segnatamente i cittanovesi, i piranesi e gli abitanti di Villa Gardossi-Crassizza) ricordano annualmente con ammirazione don Bonifacio, nell’anniversario del suo martirio, attraverso cerimonie religiose e manifestazioni civili.
 
 

I vescovi cattolici vittime dei lager comunisti in Romania

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Per molti decenni nei paesi comunisti dell’Est europeo centinaia di migliaia di persone, tra cui numerosissimi cattolici, furono imprigionati nelle carceri e nei gulag. Molti morirono in quei luoghi infernali, mentre in Italia il Partito Comunista Italiano negava o minimizzava questi crimini. Oggi la cultura ufficiale, nelle mani degli stessi compagni o dei loro nipotini, manipolati dai professionisti della memoria, ha rimosso il ricordo del sistema concentrazionista comunista dell’Unione Sovietica, della DDR, della Cecoslovacchia, della Romania, della Yugoslavia… Il presente comunicato si riferisce a uno dei tanti Vescovi della Chiesa Cattolica che trovarono la morte nelle carceri comuniste.
Fatto morire tra i topi del carcere: Anton Durcovici, il vescovo di Iaşi
Il martirio di Mons. Anton Durcovici, vescovo cattolico di rito latino di Iaşi morto nel carcere di Sighetu Marmaţiei durante il regime comunista.
Il vescovo che amato la chiesa e il popolo romeno
Anton Durcovici nacque in Austria nel 1888, figlio di padre croato e madre austriaca. La giovane madre rimasta vedova cadde nell’estrema indigenza e dovette emigrare in Romania per lavorare presso parenti agiati. Anton era uno dei suoi due figli e aveva solo sei anni quando emigrò. L’arcivescovo di Bucarest lo notò subito, invitandolo al seminario minore diocesano, dove spiccò per intelligenza e forza di volontà concludendo i suoi studi di cinque anni con un esame di maturità nec plus ultra. Il presule, entusiasta di questo ragazzo fuori dal comune, lo inviò a studiare a Roma. All’età di 24 anni il giovane Anton ha già preso tre dottorati: filosofia, teologia e diritto canonico. Viene ordinato sacerdote a San Giovanni in Laterano nel settembre 1910 e subito dopo torna in Romania. Scoppia però la I Guerra Mondiale e come i suoi connazionali austriaci (più tardi egli diventerà cittadino romeno a tutti gli effetti), viene internato per un paio di anni in un campo di concentramento nella piena forza della sua gioventù. Il tifo che contrasse in questo posto insalubre gli lascò segni per il resto dei suoi giorni. Nel 1924 viene nominato rettore del Seminario di Bucarest. Per diverse vicissitudini l’arcivescovo di Bucarest dovette presentare le sue dimissioni mentre calava sulla Romania la notte comunista e così mons. Durcovici si trova a dirigere il cattolicesimo della capitale da vicario generale. Inizia dunque lo scontro che lo porterà al martirio. Si nega a stilare un documento d’indipendenza di Roma e di sottomissione alle autorità civili. Alcuni (pochi, solo 3) sacerdoti corrotti lo tradiscono e lo calunniano, ma tanto basta per costruire ingiusti capi d’accusa. Pio XII lo nomina vescovo di Iasi, capitale della Moldavia, e nell’aprile 1948 viene consacrato a Bucarest. Il prestigio di mons. Durcovici è immenso e la sua posizione rimane intransigente verso le pretese comuniste di addomesticare la Chiesa cattolica. «Il martirio di Anton Durcovici, vescovo di Iaşi, non è iniziato il 26 giugno 1949, data del suo arresto brutale a Bucarest, ma quasi due anni prima, subito dopo la sua nomina di vescovo di Iaşi» come scrive Don Cornel Adrian Benchea, sacerdote di origini romene e incardinato nella diocesi di Livorono, in uno studio su mons. Durcovici dal titolo Gli ultimi anni di un martire della Chiesa cattolica di Romania. Dopo la Rivoluzione del dicembre 1989, si è potuto accedere ai dossier della ex-polizia politica comunista, tristemente nota come Securitate.
584569 e 7512: due dossier speciali sul vescovo Durcovici 
584569 è il numero del dossier personale di mons. Durcovici creato dalla Securitate nel periodo di pedinamento e sorvegliamento nei confronti del vescovo. 7512 è il numero del dossier penale di mons. Durcovici durante il periodo in carcere. L’intenzione della Polizia politica è stata premeditata dall’inizio, cioè di realizzare non solo un semplice dossier informativo di sorveglianza, ma un dossier di sorveglianza penale, per incriminare, arrestare e condannare il sorvegliato. «Si deve fare menzione del fatto – scrive Don Benchea – che l’intenzione della polizia politica era di sorvegliarlo individualmente, un’eccezione tra i chierici cattolici di allora che sarebbero stati implicati nelle investigazioni e poi arrestati in ‘gruppi’. Il sistema di pedinamento e di sorveglianza promosso dalla Securità nel “caso Durcovici” è stato molto complesso. Gli uffici di informazioni dei servizi provinciali di Bacău e di Roman hanno seguito ogni passo del vescovo Durcovici durante le sue visite canoniche fatte nei villaggi e le comunità cattoliche delle province di Bacău e di Roman, ed a Iaşi è stato sempre sorvegliato dai marescialli di Securitate».Le relazioni e le note informative scritte dagli ufficiali della Securitate contengono decine di accuse al vescovo Durcovici, per incriminarlo e mandarlo dinanzi alla Giustizia comunista. «Nei substrati dell’omelia fatta dal vescovo Durcovici a Luizi Călugăra il 15 settembre 1948 – evidenzia Don Benchea – gli ufficiali della Securità scoprivano ‘la tendenza dei fedeli cattolici di approfondire il sentimento religioso fino al fanatismo. Il sentimento religioso nella massa di contadini cattolici è molto sviluppato, e queste omelie tenute dal clero cattolico hanno un grande effetto…’. In un’altra relazione redatta dalla Securità di Roman, il vescovo Durcovici era accusato di aver tracciato, con le sue omelie, ‘una linea di condotta dei sacerdoti cattolici, incoraggiandoli ad azioni di istigazione mirante il regime democratico’, o che le parole del vescovo fossero ‘una precisazione della posizione anti-comunista e anti-governamentale della Chiesa cattolica’. Le visite canoniche fatte dal vescovo Durcovici nelle province di Bacău e di Roman e, con queste occasioni, le solennità religiose, sono state considerate dalla Securità come ‘rafforzamento del misticismo religioso nelle masse, fino all’assurdo, e consolidamento dei rapporti con il Papa’, fatti incompatibili con la linea politica del regime democratico popolare».
«D’ora in poi vedremo il vescovo molto raramente»: l’arresto.
Sono le parole del parroco di Bacau, il 25 febbraio 1949, nei confronti dei suoi fedeli dopo un incontro con il vescovo Durcovici. L’arresto del vescovo Durcovici è stato fatto dalla Securitate in un modo assolutamente illegale e segreto, senza mandato di arresto. «In una dichiarazione del 28 gennaio 1950, il sacerdote Rafael Friedrich – afferma Don Benchea riferendosi ai documenti della Securitate – descrive a sua volta le circostanze dell’arresto del vescovo Durcovici: “Il 24 giugno, mi ha pregato il vescovo Durcovici, di mantenermi libero la domenica di 26 giugno dalle funzioni parrocchiali domenicali, per poter accompagnarlo nel villaggio Popeşti Leordeni (vicino Bucarest), dove doveva amministrare il sacramento della Confermazione e aveva bisogno di me, essendo queste celebrazioni più ampie e richiedendo più sacerdoti aiutanti. Su questa strada verso Popeşti Leordeni sono stato arrestato, insieme con Sua Eccellenza, il 26 giugno 1949”. Subito dopo l’arresto, l’intenzione del regime comunista era di consegnare il vescovo Durcovici alla Giustizia comunista. Però, considerando che non aveva sufficienti prove accusatorie, il secondo giorno dopo l’arresto, la Centrale della Securità di Bucarest sollecitava alla Direzione Regionale della Securità di Iaşi nuovi dati compromettenti sull’arrestato. Ecco un simile ordine: “In 48 ore inviate dichiarazioni non ritrattabili contro il nominato Anton Durcovici, dalle quali risulti l’attività anti-democratica e anti-sovietica del sopra nominato, il materiale possibilmente ottenuto dai sacerdoti detenuti che fanno parte del complotto cattolico”. Cominciava, il 26 giugno 1949, per il vescovo Durcovici un lungo Calvario che si sarebbe concluso in modo drammatico il 10-11 dicembre 1951 con la sua morte di martire nella prigione di Sighetu Marmaţiei (nella regione Transilvania).
«Mons. Durcovici morì assistito dai topi della prigione». 
La testimonianza di Ioan PloscaruLa Securitate era convinta che il vescovo Durcovici non collaborasse con le autorità comuniste; per questo motivo decise, il 7 settembre 1951, di trasferirlo nella famosa prigione di Sighetu Marmaţiei (la più dura del regime comunista di Romania), dove era imprigionata in quel tempo l’alta società politica, culturale e religiosa di Romania. «Il 10 settembre 1951, il vescovo Anton Durcovici è stato trasportato da Jilava a Sighet, in massima discrezione, decisa dalla Securità. Il capo della prigione di Sighet, Vasile Ciolpan, ha ricevuto una decisione dalla Centrale della Securità di Bucarest di imprigionare, all’inizio, il vescovo Durcovici in una cella comune. Partendo dal caso dello storico Gheorghe Brătianu, del sacerdote romano-cattolico Rafael Friedrich, ma anche di altre personalità imprigionate a Sighet, i cui dossier li abbiamo indagati, possiamo pensare che il vescovo A. Durcovici è stato amministrativamente condannato in assenza, senza essere informato dall’Alta Commissione Militare del Ministero dell’Interno».Particolarmente toccante è la testimonianza diretta del vescovo greco cattolico Ioan Ploscaru, anche lui detenuto nel carcere di Sighetu Marmaţiei, in merito agli ultimi giorni e istanti di vita del vescovo Durcovici. Nel libro Catene e terrore. Un vescovo clandestino greco-cattolico nella persecuzione comunista in Romania (Edb, Bologna 2012, già recensito su «Orizzonti Culturali») Ioan Ploscaru dedica un capitolo dei suoi scritti alla morte del vescovo Anton Durcovici. «La direzione della prigione – scrive Ploscaru – lo aveva messo in isolamento quando si era resa conto che stava per morire. Fu proprio lasciato morire di fame, da solo, perché non se ne avesse notizia. Se il vescovo Durcovici fosse stato in cella insieme agli altri, forse avrebbero potuto aiutarlo, dandogli sollievo negli ultimi momenti di vita. L’11 dicembre 1951 sentii padre Ioan Deliman, che scaricava carbone in cortile, mentre diceva ad alta voce in francese: monseigneur Durcovici est décédé. Dopo che fu portato via, di notte con la carretta che serviva per le immondizie, il giorno seguente bruciarono la paglia del materasso, come si soleva fare; poi misero il suo vestito a righe ad asciugare sul mucchio di legna che c’era nel cortile. Due giorni dopo un poliziotto mi condusse nella cella 13, perché facessi un po’ di pulizia. Era la della dove era morto il vescovo Anton Durcovici. La prima impressione fu dolorosa. Con uno solo sguardo compresi la solitudine e la miseria in cui era morto. Per tanto tempo – conclude Ploscaru – ringraziai nelle mie preghiere mons. Durcovici, perché dopo la sua morte le sue coperte mi avevano riscaldato e un vetro della sua cella preso grazie alla bontà del poliziotto, dal quale potevo godere la luce naturale, aveva trasformato l’ambiente funereo della cella. Mons. Anton Durcovici morì come un martire, assistito solo dai topi della prigione».

Sicurezza percepita

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Segnalazione del Centro Studi Federici

In Puglia nasce un nuovo corpo di polizia: gli spaventapasseri
 
Insieme ai canti dai balconi, la luce in fondo al tunnel, “andrà tutto bene”, dicevano “ne usciremo migliori”. In realtà non solo non siamo migliorati, ma peggioriamo quotidianamente.
In tutta Italia la delinquenza aumenta, in alcune realtà in modo abnorme, e le forze dell’Ordine, disperse sul territorio a gestire altro che non sia la sicurezza, male addestrate e guidate ancora peggio, non riescono ad arginare l’illegalità incalzante. A Bari, come altrove, intere zone sono in mano a spacciatori, bande di nuovi cittadini si fronteggiano, spesso alticci, in pieno centro, giardini pubblici usati come bagni, commercianti taglieggiati, e le forze dell’Ordine latitano.
Ma da ora, finalmente, tutto questo sarà un brutto ricordo, la Regione Puglia ha firmato un nuovo protocollo d’intesa con l’Esercito per creare nuovi rapporti di collaborazione. Ci sono voluti diversi incontri tra il Consiglio Intermedio di Rappresentanza Militare e l’Assessorato alla mobilità della Regione Puglia per partorire un vero capolavoro.
Per accrescere il livello di sicurezza “percepita” dai cittadini che utilizzano i mezzi di trasporto regionali, si è deciso di concedere uno sconto al personale dell’Esercito che viaggia in uniforme. Il Presidente Emiliano, sempre entusiasta quando può farsi pubblicità vendendo fumo, tanto c’è sempre chi bovinamente lo applaude, ha sottolineato che l’accordo da una parte favorisce i militari che spesso devono spostarsi per motivi di servizio dall’altra assicura ai cittadini un maggior livello di sicurezza e costituisce un deterrente contro i crimini.
Scopriamo ora che dopo la temperatura percepita, esiste anche una sicurezza percepita. Verrebbe da chiedere se la stessa percezione di sicurezza l’hanno avuta le ragazze stuprate a Milano in una piazza presidiata dalla polizia. E’ vero, in quella circostanza il questore aveva dichiarato che le violenze erano state effettuate seguendo schemi del tutto nuovi per Milano, «al contrario di quanto già succede in molte città europee».
In altre parole in Italia le forze dell’Ordine non studiano le nuove tecniche adottate dalla delinquenza nel resto di Europa, o forse semplicemente non studiano. E l’ineffabile Luciana Lamorgese , il ministro degli interni più incapace tra i ministri più incapaci del mondo, aveva parlato di “necessità di una profonda azione di intervento sociale in chiave educativa e preventiva”.
Probabilmente è stata questa dichiarazione ad ispirare la Regione Puglia, cosa ci può essere di meglio, per garantire la sicurezza percepita che far girare sui mezzi pubblici militari in divisa? Immaginate quanta sicurezza possano percepire i cittadini e come si possano spaventare scippatori, borseggiatori o semplici bulli e prepotenti vedendo viaggiare su un mezzo pubblico un maresciallo attempato, con pancia prominente che gli impedisce di rincorrere anche i nipotini a casa. Ma immaginate anche come si debba sentire motivato un militare che sa di essere usato come spaventapasseri in cambio di uno sconticino sull’utilizzo dei trasporti pubblici. E magari, tra un po’ di tempo verrà in mente a qualche altro genio di inserire quello sconto nei fringe benefit, in modo che, se la somma complessiva risparmiata nell’anno superi la soglia fissata dal TUIR, vada inserito in busta paga, e costituisca la base imponibile per IRPEF e contributi INPS.
Per evitare questo rischio e per far risparmiare alla Regione mancati introiti si potrebbe pensare di mettere sui mezzi pubblici manichini in divisa, sparpagliati tra la folla, sarebbero sicuramente spaventapasseri più adatti.
 
 

La conversione di Alphonse Ratisbonne per mezzo della Medaglia Miracolosa

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Nonostante fosse stato educato senza alcuna formazione ebraica, Alphonse era fiero di appartenere ad una famiglia di notabili, essendo suo padre presidente del concistoro di Strasburgo. Disse di se stesso: «Ero ebreo di nome, ecco tutto, poiché non credevo nemmeno in Dio» (Ratisbonne, di Jean Guitton, Wesmael-Charlier, coll. «Conversions célèbres», 1964, p.42). Quando suo fratello maggiore Théodore si convertì nel 1827 e divenne sacerdote nel 1830, i rapporti familiari si deteriorarono e il disprezzo di Alphonse verso la religione cattolica aumentò. Aveva programmato di sposarsi non per convenienza ma per amore a 28 anni, nell’estate del 1842, con sua nipote Flora di 16 anni, ma prima, nel novembre del 1841, volle partire in viaggio, con l’intenzione di visitare Napoli, la Sicilia, Malta e Costantinopoli. Alla fine, dopo essere stato a Napoli e prima di recarsi a Palermo, decise di dirigersi verso Roma, temendo di non avere un’altra occasione per visitarla. Dopo qualche giorno di svago trascorso a Roma, alla vigilia della sua partenza per Palermo datata 15 gennaio 1842, andò a trovare un amico di infanzia, Gustave de Bussières, che era protestante. Non trovandolo, fu ricevuto da suo fratello convertito dal protestantesimo, il barone Théodore de Bussières, fervente cattolico e devoto della Medaglia Miracolosa, strumento di tante conversioni.

Ispirato dalla Santa Vergine, questi sfidò Ratisbonne: «Giacché lei detesta la superstizione e professa dottrine tanto liberali, giacché è uno spirito forte tanto illuminato, avrà il coraggio di sottoporsi a una prova innocente?». Questa prova invitò Ratisbonne ad indossare la Medaglia Miracolosa e a recitare mattino e sera il Memorare, il «Ricordatevi» che san Bernardo compose in onore della Vergine Maria, una preghiera molto efficace: «Ricordatevi, o piissima Vergine Maria, che non s’è inteso mai che alcuno che è ricorso alla vostra protezione, che ha implorato il vostro patrocinio e chiesto la vostra protezione, sia rimasto abbandonato. Animato io da tale confidenza, vengo, o Vergine delle Vergini a gettarmi nelle vostre braccia e gemendo sotto il peso delle mie colpe mi prostro ai vostri piedi. O Madre del Verbo, non disdegnate le mie preghiere ma benignamente ascoltatele e degnatevi di esaudirle». Ratisbonne accettò: «Oh! Non importa, esclamò, scoppiando a ridere; voglio quantomeno provarvi che si fa torto agli ebrei accusandoli di ostinazione e di testardaggine insormontabile» (Ratisbonne, di J. Guitton, op. cit., p.22). Promise dunque al barone de Bussières di recitare questa preghiera: «Se essa non mi fa del bene, almeno non mi farà del male!» (op. cit., p.56).

Alphonse Ratisbonne ritornò dal de Bussières per riportargli la preghiera che aveva ricopiata, dal momento che il barone non ne possedeva altre copie. Una forza interiore spinse Théodore de Bussières ad insistere, affinché Alphonse rinviasse la sua partenza, suggerendogli così che se fosso rimasto a Roma avrebbe potuto vedere il Papa. Fece pregare alcuni suoi amici, fra i quali il conte de La Ferronays, per la conversione di un ebreo. Nella notte tra il 19 e il 20 gennaio, Ratisbonne si svegliò di soprassalto: vide davanti a lui una grande croce nera, avente una forma particolare, senza Cristo. Provò, invano, a scacciare questa immagine, dopodiché si riaddormentò. Dopo la sua conversione, qualche ora più tardi, avrebbe riconosciuto in quella visione, la croce coniata sulla Medaglia Miracolosa. Giovedì 20 gennaio 1842, Théodore de Bussières andò nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte poiché doveva far riservare i banchi per la famiglia di de La Ferronays, vecchio ministro di Carlo X, esiliato a Roma dal 1830. Il conte, purtroppo, era morto improvvisamente la sera del 17 gennaio. Nel frattempo, chiese a Ratisbonne di aspettarlo per qualche minuto. Lo ritrovò inginocchiato davanti alla cappella dell’Arcangelo san Michele e san Raffaele, con il viso bagnato di lacrime, dicendo tutto emozionato e riconoscente: «Che Dio buono! Che pienezza di grazia e felicità!». Supplicò Théodore de Bussières di portarlo da un sacerdote poiché, spiega, «quanto ho a dire, non posso proferirlo che in ginocchio. La parola umana non deve tentare d’esprimere l’inesprimibile; ogni descrizione, per quanto sublime possa essere, non sarebbe che una profanazione dell’ineffabile verità. (…) Non sapevo dove mi trovavo; non sapevo se ero Alphonse o un altro; provavo un cambiamento così totale che mi credevo un altro. (…) La gioia più grande si sprigionava dal fondo della mia anima; non potetti parlare; non volli rivelar niente; sentivo in me qualche cosa di solenne e di sacro che mi fece chiamare un sacerdote» (op. cit., p.64).

Théodore de Bussières lo portò al Gesù, convento dei Gesuiti, affinché parlasse a Padre de Villefort. Ratisbonne tirò fuori la sua Medaglia che aveva attaccata al suo collo, l’abbracciò e gridò: «L’ho vista! L’ho vista!». Il Padre de Villefort gli chiese di parlare. Ratisbonne si mise in ginocchio e raccontò che entrando in chiesa aveva visto un cane nero che saltava e abbaiava davanti a lui. In seguito, il cane disparve (il cane sembra essere l’immagine del diavolo). «D’un tratto – dichiarò – mi sono sentito di un turbamento inesprimibile. Tutta la chiesa disparve; la chiesa mi sembrava tutta oscura, eccetto una cappella, quasi che tutta la luce della chiesa si fosse concentrata in quella. Alzai gli occhi verso la cappella raggiante di tanta luce e vidi sull’altare della medesima, grande, maestosa, bellissima, misericordiosa, la Vergine Maria, simile nell’atto e nella forma, all’immagine che si vede nella Medaglia Miracolosa; una forza irresistibile mi spinse verso di Lei, che parve dicesse: “Basta così”. Non lo disse, ma lo capii» (Ratisbonne, di J. Guitton, op. cit., p.30). E aggiunse: «Uscivo da una tomba, da un abisso di tenebre, ed ero vivo, perfettamente vivo… Ma piangevo! Vedevo nel fondo dell’abisso le miserie estreme dalle quali ero stato strappato da una misericordia infinita». Pensando alla sua fidanzata e alla sua famiglia ebrea, li implorò: «A voi dono le mie preghiere! (…) Non alzerete voi gli occhi verso il Salvatore del mondo il cui sangue ha cancellato il peccato originale? Oh, che l’impronta di questa macchia è orribile! Rende completamente irriconoscibile la creatura fatta a immagine di Dio» (op. cit., p.65). In seguito, Ratisbonne si recò con P. de Villefort e Théodore de Bussières a Santa Maria Maggiore e a San Pietro per rendere grazie a Dio. Trovandosi in dette basiliche, esclamò: «Com’è bello qui! Non vorrei uscirne mai (…). Non è più la terra, è quasi il cielo».

Si trovava alla presenza di Dio, ma gemeva sapendo di avere ancora in sé il peccato originale e rifugiandosi nella cappella della Santa Vergine, affermò: «Qui, non posso avere paura; sento che sono protetto da una misericordia immensa» (op. cit., p.31). Quando Théodore de Bussières gli domandò i dettagli di ciò che avesse visto, Alphonse Ratisbonne precisò: «Vidi la Regina del cielo in tutto lo splendore della sua bellezza senza macchia; ma il suo sguardo non aveva potuto sostenere lo splendore di quella luce divina. Aveva provato per tre volte a contemplare nuovamente la Madre delle misericordie; tre volte i suoi inutili sforzi non gli avevano permesso di alzare gli occhi che alle sue mani benedette dalle quali sgorgava, con fasci luminosi, un torrente di grazia» (op. cit., p.33).

Sapeva con certezza assoluta che il de La Ferronays aveva non solo pregato per lui, ma persino offerto la propria vita a Dio per la sua conversione e che essa era ugualmente dovuta alle preghiere rivolte al Signore nel corso di tutto l’anno precedente da suo fratello Théodore, da P. Desgenettes e dai fedeli dell’Arciconfraternita di Nostra Signore delle Vittorie, ai quali P. Théodore aveva confidato questa intenzione.

Alphonse Ratisbonne si fece istruire secondo i dettami della religione cattolica, come già aveva osservato in una delle sue tante lettere, affermando che nel cattolicesimo «intravedeva il senso e lo spirito dei dogmi» (op. cit., p.66). Entrò nel convento dei Gesuiti per un ritiro spirituale sotto la direzione di P. de Villefort e secondo le sue richieste, fu battezzato il 31 gennaio 1842, 11 giorni dopo la sua conversione. Scrisse: «Gli ebrei che udirono la predicazione degli apostoli furono immediatamente battezzati, e voi volete farmi attendere dopo che ho udito la Regina degli apostoli!» (op. cit., p.67).

Il così breve tempo intercorso fra la sua conversione ed il battesimo si giustifica grazie alla conoscenza della dottrina cattolica da lui dimostrata ai sacerdoti incaricati di istruirlo, sebbene non avesse mai aperto in precedenza alcun testo religioso.

Dicendo «la Santa Vergine non mi ha detto niente, ma ho capito tutto», Ratisbonne affermò che Lei gli aveva fatto conoscere le verità del cristianesimo tutte in una volta; l’apparizione fu per lui un centro di luce dal quale tutto s’irradiava, come una formula matematica che spiegava il mondo intero. In seguito, Alfonso e Flora si lasciarono e a tal proposito, egli scrisse che «l’amore del mio Dio aveva talmente preso il posto di ogni altro amore, che la mia stessa fidanzata mi appariva sotto un altro aspetto. L’amavo come un oggetto che Dio tiene nelle sue mani, come un dono prezioso che fa amare ancora di più il donatore» (op. cit., p.66).

È interessante ricordare che il 29 aprile 1918, il P. Kolbe – colui che donò la vita fino alla morte per l’Immacolata – volle celebrare la sua prima messa in Sant’Andrea delle Fratte, proprio sull’altare dove Alphonse Ratisbonne il 20 gennaio 1842 vide la Santa Vergine, Colei che aveva convertito il Nostro Israelita di 28 anni mediante la Medaglia e la preghiera del «Ricordatevi».

Mauriac osserva, nei suoi Bloc notes del maggio 1964: «Ci sono attimi eterni attorno ai quali tutto un destino cristallizza degli istanti che durano fino alla morte, sin quando l’uomo vive» (Rue de Bac ou la superstition dépassée, di Jean Guitton, Ed. S.O.S., coll. «Hauts lieux de spiritualité», 1973, p.94). Qualche giorno dopo il suo battesimo, il 3 febbraio 1842, Ratisbonne è ricevuto da papa Gregorio XVI, il quale gli fece la seguente impressione: «Le maestà del mondo mi sembravano riunite in colui che quaggiù possiede la potenza di Dio (…). Ma (…) non era un monarca, ma un padre la cui bontà estrema mi trattava come un caro figlio» (Mémoire del 12 aprile 1842, éd.1919, p.94, citato da R. Laurentin, in Multiplication des apparitions de la Vierge aujourd’hui, Fayard, 1988, p.125).

L’apparizione privata e la conversione spettacolare di Ratisbonne fecero molto clamore: si aprirono a Roma un’inchiesta e subito dopo un processo canonico. Esso si concluse con il riconoscimento dell’autenticità dei fatti. Il 3 giugno 1842, un decreto del cardinale Patrizi, vicario di Roma, assicurò «che era certo che un vero ed insigne miracolo operato da Dio, ottimo e massimo, per l’intercessione della Vergine Maria, ha generato la conversione istantanea e perfetta di Alphonse Ratisbonne dal giudaismo al cattolicesimo». È grazie a questo Decreto che la Sacra Congregazione dei Riti accordò, il 23 giugno 1894, l’istituzione della Festa della Manifestazione della Vergine Immacolata, detta della Medaglia Miracolosa. Questa festa si celebra il 27 novembre, ricorrenza dell’apparizione di Nostra Signora a santa Caterina Labouré. L’ufficio del breviario, in questa data, racconta proprio la conversione di Alphonse Ratisbonne. In ringraziamento delle preghiere a Nostra Signora delle Vittorie per la sua conversione, nel 1843 Ratisbonne fece benedire da Monsignor Affre una cappella consacrata al Santissimo ed Immacolato Cuore di Maria.

Alphonse Ratisbonne lasciò il suo mestiere di avvocato e il mondo della finanza. Entrò nel noviziato dei Gesuiti il 14 giugno 1842 prendendo il nuovo nome di Marie-Alphonse e fu ordinato sacerdote il 24 settembre 1848. Con l’autorizzazione del Superiore Generale dei Gesuiti, P. Jean-Philippe Roothaan e la benedizione di Papa Pio IX, nel 1852 lasciò la Compagnia di Gesù per entrare nella Congregazione di Nostra Signora di Sion. Votata alla conversione degli ebrei, essa è stata fondata dal fratello Théodore nel 1843, su domanda di Gregorio XVI. I due fratelli, Théodore e Alphonse Ratisbonne, avevano fondato nello stesso anno l’apostolato delle religiose di «Nostra Signora di Sion», e nel 1855 «I Preti Missionari di Nostra Signora di Sion», affinché potessero «lavorare, piangere e soffrire per la redenzione di Israele». Eressero a Gerusalemme e ad Ain Karim, il villaggio natale di San Giovanni Battista a 7 chilometri ad ovest di Gerusalemme, alcuni conventi e monasteri per i religiosi e le religiose di Nostra Signora di Sion, oltre che delle scuole e degli orfanotrofi nei quali si impartiva una specifica formazione al lavoro. Divenuto quasi cieco, P. Marie-Alphonse aveva profetizzato: «Avrò prestò l’età della Santa Vergine, 70 anni: morirò a quell’età». Morì, infatti, a 70 anni, il 6 maggio 1884, ad Ain Karim, dicendo: «Offro la mia vita per la salvezza di Israele» e gridando, pieno di gioia e come rapito: «Maria!». Alcuni testimoni pensano che abbia visto a quel punto la Santa Vergine poiché il suo viso si illuminò e la sua stanza fu investita da una luce soprannaturale. Sulla sua tomba, a San-Giovanni-in-Montana, presso Gerusalemme, dove fece costruire un convento, si legge la seguente preghiera, incisa su sua richiesta: «O Maria, ricordatevi del vostro figlio che è la dolce e generosa conquista del vostro amore!».

L’efficacia della Medaglia Miracolosa risiede nella preghiera che riconosce Maria «concepita senza peccato». Maria, nostra Madre, «Rifugio dei peccatori», risplendente dell’amore di Dio che Ella dona agli uomini, è molto generosa nelle grazie, tra le quali quella della salvezza. È per la nostra consacrazione ai Sacri Cuori, che noi otterremo la nostra santificazione e la conversione dei peccatori. P. Desgenettes ne fece esperienza: la confraternita di Nostra Signora delle Vittorie, che era come morta, rivisse quando egli obbedì ad una voce interiore che il 3 dicembre 1836 gli rivelò: «Consacra la tua parrocchia al Santissimo e Immacolato Cuore di Maria». P. Desgenettes scrisse: «Non sembra forse naturale pensare che Gesù Cristo si interessi alla gloria di questo Cuore che gli ha fornito le prime gocce del Sangue adorabile al prezzo del quale ci avrebbe riscattati? Egli vuole che la gloria di cui ha coronato la sua Santa Madre nel Cielo, si rifletta sulla terra, che tutti gli uomini sappiano che il Cuore di Maria è il serbatoio e il canale delle misericordie divine» (Annales de l’Archiconfrérie de Notre-Dame des Victoires, marzo 1854, p.214, in L’Abbé Desgenettes, serviteur et apôtre de Marie, di Suor Maria-Angelica della Croce, op. cit., p.218).

https://www.madonnadelmiracolo.it/2018/11/28/la-conversione-di-alphonse-ratisbonne-per-mezzo-della-medaglia-miracolosa/

Fonte: https://www.centrostudifederici.org/la-conversione-alphonse-ratisbonne-mezzo-della-medaglia-miracolosa/

Dall’archivio: il Natale di Don Bosco e dei Socques valdostani

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Il panettone di Don Bosco
 
Natale 1853: l’insorgenza dei Socques

Sodalitium n. 72 – “Porco Giuda” (esclamazione popolare)

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Il Circolo Christus Rex-Traditio consiglia la lettura di tutti gli articoli di questo numero della rivista Sodalitium dell’ Istituto Mater Boni Consilii. In particolare, segnaliamo la chiara presa di posizione sulla pandemia e sulla questione vaccinale, con la quale, pur essendo questione disputata, noi ci riconosciamo.

 

Segnalazione Centro Studi Federici

E’ uscito il numero 72 della rivista Sodalitium: https://www.sodalitium.biz/sodalitium_pdf/72.pdf 
Editoriale
 
“Porco Giuda” (esclamazione popolare): https://www.centrostudifederici.org/sodalitium-n-72/

Editoriale di “Opportune, Importune” n. 40

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don Ugo Carandino

La Chiesa nel ciclo liturgico di Natale ci fa meditare la Natività del Salvatore e ci sprona al rinnovamento spirituale, per permettere alla grazia divina di rinascere nei nostri cuori e di accrescere la pratica delle virtù cristiane. 
Per ogni battezzato la vita spirituale è un’esigenza costante, che diventa una necessità impellente nei momenti più difficili, per evitare di trovarsi impreparati a fronteggiare degli avvenimenti avversi, a volte devastanti non solo per il singolo individuo ma anche per l’intera società. 
In quei frangenti l’anima, come tramortita dal peso della prova, se non è sostenuta dalla vita spirituale e da una radicata visione cristiana dell’esistenza, che permette la riflessione ed evita la precipitazione, potrebbe essere esposta allo scoraggiamento e all’esasperazione, sino a sprofondare nella più buia disperazione. Infatti, invece di ricercare il soccorso divino che illumina e fortifica, tante anime davanti alle prove più gravose smarriscono la riflessione, il dominio di sé stesse e la prudenza sovrannaturale (da non confondersi con la meschina prudenza del mondo). E poiché si vive in società, si rischia facilmente di diffondere attorno a sé il proprio malessere interiore, il tutto amplificato dagli attuali mezzi di comunicazione. 
Non è uno scenario ipotetico, poiché è quello in cui ci troviamo ormai da due anni, dove i timori sono diffusi e le incertezze crescenti. La vita ordinaria è scossa alle sue fondamenta e dopo l’incredibile sospensione del culto l’anno scorso, ora persino l’iscrizione ad un albo professionale o lo svolgimento di una qualsiasi attività lavorativa sono messi in pericolo, con gravi ripercussioni morali ed economiche. 
È un cupo biennio che si colloca nella lunga vacanza formale della Sede Apostolica, che rende ancora più lacerante la situazione, in quanto il gregge è privato della voce infallibile del Vicario di Cristo, la sola che possa dissipare incertezze e opinioni discordanti sulle diverse materie, distinguendo ciò che è vincolante da ciò che è opinabile. 
Mai come in questi frangenti tutti noi abbiamo bisogno del buon consiglio divino e del buon senso umano, per ponderare le parole, per praticare un giusto discernimento, per premunirsi da giudizi avventati o da eccessi verbali che lederebbero la carità. 
Ecco la grande assente: la carità! La regina tra le virtù a volte sembra scomparsa anche negli ambienti dove dovrebbe regnare sovrana, tra chi ha in comune la stessa fede e lo stesso ideale cristiano. Laddove la carità viene detronizzata si fanno strada la diffidenza e il risentimento, persino le offese, come se gli obiettivi comuni – il combattimento per la Dottrina, il Papato e la Messa – fossero dissolti o comunque diventati del tutto marginali, preferendo in alcuni casi come “alleati” coloro che sulle questioni fondamentali hanno posizioni diverse o del tutto differenti. 
Nella babele dei pensieri (e dei “social”), senza l’àncora della preghiera assidua, si rischia di trovarsi nelle condizioni di Ulisse alle prese con le famose sirene, attribuendo un immeritato credito a personaggi del tutto estranei alla causa antimodernista (la battaglia più importante), se non addirittura ostili. Questi cattivi maestri (o, in certi casi, presunti maestri con pessimi suggeritori) trasmettono, come frutto inevitabile della loro mentalità, un senso di frustrazione e di incattivimento che contribuisce alla destabilizzazione dell’anima. Anche perché in tutti i loro calcoli umani, che portano spesso al peggiore catastrofismo e a un certo compiacimento per esso, sono assenti l’azione di Dio, la Sua Provvidenza, il soccorso della grazia. Di conseguenza, se le peggiori delle ipotesi si dovessero realizzare per davvero (ma allora il Signore darebbe le grazie necessarie per affrontarle), nell’ottica puramente umana (frutto del naturalismo diffuso nella società da bruttissime officine), sarebbe completamente disatteso il valore della sofferenza e la ricompensa eterna per le ingiustizie subite con spirito cristiano. Nostro Signore ci chiede di accettare e portare la croce, non di fuggirla con l’ansia disperata dell’ateo che non crede nell’eternità. E così l’immeritata notorietà di alcuni, che martellano su certi temi, è a discapito dell’equilibrio di giudizio di molti (gli antichi direbbero: “mors tua vita mea”). 
Abbiamo quindi più che mai bisogno delle benedizioni del Bambin Gesù, della intercessione materna di Maria, della protezione di san Giuseppe per la salute del corpo, certamente, ma prima ancora per la salute dell’anima, senza la quale ogni altro bene sarebbe ben poca cosa. Dobbiamo attendere ed invocare queste benedizioni del Natale, in un’atmosfera di profondo raccoglimento per ristabilire in tutto il suo vigore l’ordine interiore. Ovviamente questo suppone l’assistenza alle funzioni religiose, accostarsi al Sacramento della Penitenza e alla SS. Eucarestia, per non ridurre la festa a un pretesto per imbandire abbondantemente la tavola. 
A differenza del mondo, che anche quest’anno sarà indifferente se non ostile al ricordo della nascita temporale di Nostro Signore, noi che siamo nel mondo ma che non gli vogliamo appartenere (almeno si spera), dobbiamo cogliere uno degli aspetti più caratteristici della festa: il silenzio di Maria e di Giuseppe nella Grotta di Betlemme in quella Santa Notte. Il mondo fugge il silenzio mentre noi dobbiamo ricercarlo, per ascoltare le parole di vita eterna che il Verbo Divino incarnato ci rivolge e che da 2000 anni permettono alle anime di affrontare con merito eterno ogni circostanza, anche le più gravi e laceranti. 
 
 

Hodie Christus natus est

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Auguri a tutti i lettori per la festa della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo.
 
Filmato: Natale a Betlemme (1954)
 
Catechismo Maggiore di San Pio X – Del santo Natale
 
Sante Messe (Missale Romanum di San Pio V) dell’IMBC
 
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